Vero Sudamerica 5 luglio 2009
Il presidente espulso con la forza dal colpo di Stato di domenica scorsa oggi prova il rientro a Tegucigalpa. Il governo golpista annuncia che farà di tutto per impedirlo. Bloccate le vie di comunicazione all’aeroporto mentre la resistenza al golpe si prepara per accogliere Zelaya. Sale la tensione.
La riunione straordinaria dell’Organizzazione degli Stati Americani (OEA) di ieri ha ufficializzato l’espulsione dall’organismo dell’Honduras a causa della violazione dell’articolo 21 della Carta Democratica Interamericana (rottura dell’ordine democratico). Il presidente costituzionale Zelaya ha annunciato così il rientro al paese, previsto per oggi per mezzogiorno (le 20 italiane). Lo accompagneranno il presidente ecuadoriano Correa, il presidente argentina C. Kirchner da confermare invece la presenza del presidente del Paraguay, Fernando Lugo e del presidente dell’OEA, José Miguel Insulza. Il governo golpista di Roberto Micheletti minaccia di impedire con qualsiasi mezzo che l’aereo di Zelaya tocchi suolo hondureño, indipendentemente da chi lo accompagnerà. Già si riporta la presenza di tiratori franchi nel recinto aeroportuale.
La resistenza civile al golpe annuncia di voler accogliere il presidente Zelaya all’aeroporto ma l’esercito, che appoggia il colpo di Stato, ha già bloccato le vie d’accesso all’aeroporto internazionale di Tegucigalpa. Saranno circa 20'000 i militari che sorveglieranno l’aeroporto e tutti i voli sono sospesi dalla mattinata. Si teme una ennesima repressione militare e la violazione dei diritti umani. Molti manifestanti non riescono a raggiungere la capitale perchè bloccati dall'esercito.
Intanto ieri c’è stata una presa di posizione da parte del Cardinale Oscar Andrés Rodríguez , massimo rappresentante del Vaticano in Honduras. La Chiesa Cattolica appoggia il colpo di Stato invitando il presidente legittimo, Mel Zelaya, a non provare il rientro al paese.
GLI AVVOLTOI DELL'ONU IN AFGHANISTAN
Piotr Ripensare Marx 04 luglio 2009

Caro Domenico,
quelli del Guardian e dell’Independent, a volte anche quelli del bravissimo Robert Fisk, sono proprio i classici “argomenti di sinistra” che io non condivido.
Io valuto le cose innanzitutto da un punto di vista che reputo in questa fase nodale: quello dell’antimperialismo. Non mi fermo qui, ma quello è il primo filtro che applico.
Perché? Perché quella che stiamo vivendo (e che è destinata ad approfondirsi) non è una crisi economica, più o meno grave ma dello stesso tipo di altre, non è la “crisi del capitalismo” come sognano i marxisti-per-finta, ovvero gli ultrasinistri che non hanno capito nulla di cosa è successo dal 1848 (Manifesto del Partito Comunista) ad oggi e ripetono le formulette come zombie. E infine non è nemmeno la crisi del neo-liberismo, come vorrebbero ad esempio quelli del PdCI e di Rifondazione, nostalgici del keynesismo sociale. E’ una crisi di assetti di potere internazionali.
1. La sinistra (che io distinguo dagli anticapitalisti e dagli antimperialisti, cioè da quelli che una volta si chiamavano “comunisti”) ha il magico dono di essere quasi sempre confusionaria e superficiale. Un bel frullatino, ed ecco che siamo di fronte alla crisi del neo-liberismo inteso come estremo risultato del “modello di sviluppo” capitalistico (che cosa? il capitalismo sarebbe un “modello di sviluppo”?).
Di Lenin la sinistra ha capito solo le cose che invece era meglio scordarsi: le “fasi supreme del capitalismo”. Sono 150 anni che si aspettano le “crisi terminali” del capitalismo. Non c’è stato cambiamento nel modo di operare del capitalismo che non sia stato salutato come una “fase suprema”. E dato che non si sa più che storia raccontarsi (dopo che si è scoperto che la Grande Narrazione Proletaria era una favola che ha fatto collassare l’URSS e cambiare rotta di almeno 90 gradi alla Cina), ecco che ci si inventa l’equazione capitalismo=neo-liberismo, con tanto di limiti ultimi ecologici.
La Natura al posto del Proletariato come contraddizione insormontabile. Tra tutte le soluzioni possibili per inventarsi la nuova Grande Narrazione è la più scombinata, perché l’uomo e i suoi rapporti sociali spariscono come cause e rifanno capolino solo come effetti. Un vero e proprio ritorno agli dei antropomorfi, a Giove Pluvio che scatena i temporali.
Io non nego che ci siano limiti ecologici allo sviluppo senza (un) fine del capitalismo. Anzi, è la cosa più logica. Ho comunque i miei dubbi che siano quelli che ci vengono raccontati, spesso con fare isterico. Ma più che altro rammento sempre che così come i potenti si facevano le guerre tra loro anche se provocavano pestilenze di cui essi stessi rischiavano di rimanere vittime, allo stesso modo potremmo anche andare arrosto senza aver intaccato una sola virgola dei meccanismi capitalistici, se non rimettiamo in testa i rapporti sociali, tra cui i rapporti di potere. Non rischiamo forse da oltre mezzo secolo l’olocausto nucleare? Non è un limite ecologico anche quello? E che limite!
2. E quindi? Io parto dal presupposto teorico e fattuale che il neo-liberismo e la globalizzazione siano stati un modo per cercare di gestire la crisi sistemica statunitense. Cioè la crisi della capacità degli USA di coordinare ed egemonizzare i meccanismi di accumulazione capitalistica mondiali.
La crisi sistemica precedente, cioè quella dell’egemonia Britannica, ha visto la guerra dei trent’anni, 1914-1945 tra Stati Uniti e Germania per subentrare alla Gran Bretagna come potenza egemone, ha visto la crisi del ’29, ha visto la nascita dei fascismi storici, e infine dopo la vittoria degli Alleati ha visto il ristabilimento di un nuovo ordine mondiale egemonizzato dagli USA (ovviamente esteso solo in modo imperfetto sul pianeta: essendo il capitalismo basato su sviluppi differenziali e conflitti di potere, non ci può essere un “capitalismo universale”, ultraimperialistico).
Questo ciclo egemonico statunitense è entrato in crisi nel 1971. Da allora si è fatto di tutto per rilanciarlo: gestione della stagflazione e poi violentissima deflazione, finanziarizzazione, programmi di Guerre Stellari, globalizzazione, guerre imperiali dopo la caduta del Muro di Berlino (Croazia, Bosnia, Serbia, Somalia, Afghanistan, Iraq due volte), utilizzo dell’estremismo islamico (vedi ad esempio la Cecenia), e poi “rivoluzioni colorate”: Serbia, Bielorussia, Ucraina, Kirghizistan, Georgia, tentativi poco chiari o maldestri di ingerenza in Tibet e in Birmania, tentativi per fortuna non riusciti in Venezuela e in Bolivia (e infatti in Honduras si è ricorsi a un classico golpe).
3. Non c’erano, in certi casi, anche gravi contraddizioni interne che hanno facilitato il rovesciamento dei governi o il tentativo di farlo? Certo, a volte c’erano e a mio avviso la “rivoluzione verde” iraniana è spia di importanti contraddizioni in quel Paese, ma ne riparlerò solo dopo che la crisi sarà passata, perché adesso esse sono, come si sarebbe detto una volta, contraddizioni secondarie.
A volte invece sono state inventate; a volte sono state ampliate o fatte incancrenire ad arte (è il caso del Kosovo, dove una non-pulizia etnica, come ha stabilito in seguito l’OCSE, era descritta, Veltroni docet, come “un genocidio secondo solo ad Auschwitz”; dove una organizzazione criminale come l’UCK veniva rifornita di armi dalla Nato; dove semmai c’è poi stata una pulizia etnica contro i Serbi, i Rom e gli Ebrei, ma gli intellettuali di sinistra, come Adriano Sofri o Astrit Dakli del Manifesto, si sono guardati bene dal parlarne.
A parte tutto questo, il punto principale è che di queste contraddizioni (quando reali), delle sofferenze della popolazione che si dichiara di volere aiutare, della democrazia, eccetera, eccetera, di tutto ciò ai giochi imperiali non frega proprio un bel nulla. La parola “democrazia” è la meno citata nei report e negli studi geostrategici, se non come possibile arma da guerra.
4. Siamo attualmente di fronte a uno scontro globale di poteri statali in cui gli Stati Uniti sono in questa fase l’attore più pericoloso.
Capisci cosa vuol dire concretamente per gli USA vedersi ridimensionare al ruolo di grande potenza ma non superpotenza dominante? Capisci ad esempio che cosa vuol dire per gli USA avere un dollaro carta-straccia che non si può più sostenere sul predominio militare-politico statunitense ma è mantenuto in vita dalla benevolenza degli altri, ovvero dai loro giochi intrecciati d’interessi, perché tale è la “benevolenza”? Capisci cosa vuol dire per la sua tenuta sociale (parliamo di un Paese senza ammortizzatori sociali, un grande Far West capitalistico) un ridimensionamento dei livelli di consumo? Capisci perché se la crisi si aggrava non è fantascienza un attacco contro l’Iran, come ha per altro minacciato Kissinger, che significherebbe avere l’economia mondiale in ginocchio il giorno dopo e in questo procurato deserto la ancora ineguagliabile forza militare e politica statunitense cercare di fare il buono e il cattivo tempo con rischi inenarrabili?
Vogliamo evitare gli incubi? Allora bisogna ragionare con coordinate antimperialistiche e non di sinistra (a meno che la sinistra non le adotti, cosa che non sembra voler fare). Vogliamo evitare gli scenari da incubo? Allora dobbiamo mobilitarci contro tutte le manovre imperialistiche statunitensi e i loro colpi di coda.
5. La sinistra nei confronti dell’imperialismo ha sempre fatto bau-bau a parole, ma alla prova dei fatti si è di solito allineata. Che altro è successo all’inizio del secolo scorso durante la Grande Guerra? La sinistra di allora ha votato i crediti di guerra per sostenere i propri imperialismi (onore a Lenin che ha invece tirato fuori la Russia dal grande macello).
Che cosa ha fatto la sinistra in Italia durante il secondo governo Prodi dopo le oceaniche dimostrazioni contro le guerre di Bush? Ha votato i creditini di guerra, rifinanziando l’invasione dell’Afghanistan - l’unico che non c’è stato, Turigliatto, è stato cazziato persino dalla Rossanda: l’importante era tenere in vita un’accozzaglia immonda che evitasse il ritorno del Berlusca; non era smettere di fare da pedalino alle strategie imperiali di Bush. Per non parlare della guerra alla Serbia del post-comunista D’Alema.
Tanti bau-bau liturgici contro la guerra in Afghanistan e quella in Iraq (perché, ci piacevano forse i Talebani e Saddam Hussein?) si sono rivelati per quel che erano: piagnistei pseudo-umanitari in stile pretesco. Ben vengano i preti a fare i preti, ben vengano i boy-scout a fare i boy-scout, ma il compito dei comunisti non era diventare una massa di boy-scout senza calzoni corti ma con le bandiere del Che, o una massa di preti senza clergyman che inneggiano ai matrimoni gay di Zapatero (che poi già nel 2007 costui abbia fatto fare più di 660.000 respingimenti di immigrati non ci interessa, noi ci incazziamo per i 500 respingimenti di Maroni nel 2009 - e ovviamente con Gheddafi. E’ un argomento di “destra”? Anche i marocchini ammazzati perché cercavano di immigrare clandestinamente a Ceuta nel 2005? E il blocco navale denominato in codice “Operazione bandiere bianche” nel Canale d’Otranto deciso dal primo governo Prodi e costato la vita il giorno di Pasqua del 1997 a 85 albanesi? E’ un altro argomento di “destra”? Beh, allora cerchiamo di farli diventare di sinistra questi argomenti!).
Il compito, addirittura classico, dei comunisti sarebbe stato quello di egemonizzare quei movimenti, indirizzarli verso una coerente politica antimperialista.
E invece, eccoci qui alla prova dei fatti. Stretti tra il Gandhi statunitense Barack Obama e il Gandhi iraniano Mir-Hossein Mousavi, inneggiamo alla “lotta per la libertà dei giovani, degli studenti, dei lavoratori e delle donne iraniani”.
Perché bisogna dire così. Esattamente come si deve sempre aggiungere “l’unica democrazia in Medio Oriente” quando si parla di Israele, “la più grande democrazia del mondo” quando si parla di India, bisogna dire “leader moderato” quando uno si stende a pedalino, “leader estremista” quando invece difende gli interessi dei suoi, “pazzi” quando si parla dei leader della Corea del Nord, “musi gialli disonesti e imbroglioni” se si parla dei Cinesi, e “l’unico indiano buono è un indiano morto” se si parla di Pellerossa, allo stesso modo quando c’è una “rivoluzione colorata” è buona creanza dire che è fatta da “giovani, studenti, lavoratori e donne”.
Verifiche? E che? Si verifica un assioma e specialmente un assioma che non dice nulla?
6. Mi rendo conto benissimo che i percorsi soggettivi sono complessi e le motivazioni anche, ma l’effetto è che hic et nunc appoggiare la rivolta colorata (verde in questo caso) è esattamente come votare i crediti di guerra. E’ esattamente come sostenere l’invasione dell’Afghanistan e quella dell’Iraq (amo forse Ahmadinejad?). I distinguo sono per dopo, tutto il continuum sociale tra individuo e stato-nazione lo indagheremo dopo la crisi. Sarà obbligatorio farlo, anche in termini politici. Oggi non si può, perché è in corso un attacco imperialistico all’Iran.
Se non lo si capisce non solo non eviteremo, ma rischieremo noi stessi di fare disastri che possono avere conseguenze catastrofiche.
E’ un discorso cinico? Al contrario. Il cinismo è quello di chi sfrutta il malessere degli altri per i propri fini. E quando finiranno i fumi della disinformazione e, come è successo in Kosovo, in Romania, in Venezuela, inchieste serie chiariranno alcuni misteri, sono sempre più convinto che l’uccisione della giovane Neda Sultan diventerà un simbolo di questo cinismo. Mi posso ovviamente sbagliare, ma potrebbe proprio finire così.
D’altra parte, non lo sapeva già il Manzoni: “E il premio sperato promesso a quei forti, sarebbe, o delusi, rivolger le sorti ...”?
Un abbraccio.

Piotr
Quando ho letto la prima volta la notizia sui blog di Crisis degli ottimi Pietro Cambi e Debora Billi, ho istintivamente guardato la data, pensando che una qualche distorsione temporale (di temporali ne sta facendo parecchi a Roma) mi avesse scaraventato dai primi di giugno, indietro fino al primo di aprile. Ma ve li immaginate due impettiti giapponesi, vestiti di tutto punto e con una valigetta in due, che cercano di passare inosservati (inosservati?!?!?), su un treno di pendolari (di pendolari?!??!) al controllo della Finanza? Non sembra un pesce d'aprile?
Pietro Cambi è ritornato sull'argomento qualche giorno fa, esponendo tutti i dubbi sulla falsità dei titoli, reclamata a gran voce dagli "esperti" americani, che però i titoli non li hanno nemmeno visti, e pure sulla loro veridicità.
Eh già, perché in entrambi i casi la storia non sta in piedi. Se i titoli sono veri, non possono appartenere a nessun privato ma solo a uno Stato. Ma allora perché portarli in Svizzera con due spalloni burletta giapponesi? Uno Stato ha le sue rappresentanze diplomatiche dappertutto. Non sarebbe stato più semplice infilarli in una qualche valigia diplomatica, esente da controlli, e far atterrare il funzionario incaricato e seguito da una scorta congrua con l'importanza del trasporto, in un qualsiasi aeroporto svizzero?
Se i titoli sono falsi, però, non possono appartenere a nessuna mafia né essere lo strumento per una truffa gigantesca. Diceva il Colonnello della Guardia di Finanza che ha operato il controllo, che il maggior sequestro di titoli falsi è stato di 100 milioni di euro. Un grossa organizzazione criminale dedita alla falsificazione, forse connessa con qualche mafia, può pensare ad una truffa di queste dimensioni. Ma a cento miliardi di euro, chi ci crede?
E soprattutto, chi ce lo ha? L'uomo più ricco del mondo, Warren Buffett ha un patrimonio di circa 62 miliardi di dollari. Un patrimonio, appunto, nemmeno liquidità. E voi ci credete che una mafia (siciliana, americana, cinese, russa o che altro) che volesse portare in Svizzera i propri illeciti risparmi, si farebbe scoprire come pollastri in quel modo? Ma dai, è assolutamente inverosimile che si tratti di un falso organizzato da criminali, nemmeno dai più potenti e malintenzionati, come ha frettolosamente ipotizzato la stampa americana, e neppure dai più sprovveduti. È del tutto fuori da ogni logica.
Asia News sostiene in un articolo del trenta giugno che i titoli sono veri sulla base di una serie di considerazioni che terrò a mente, insieme a quelle fatte nel blog Crisis da Pietro Cambi, per cercare di dare un senso a questa apparentemente assurda vicenda.
1) I due giapponesi non sono stati arrestati. Come nota giustamente Pietro Cambi, o i finanzieri hanno ritenuto i titoli veri oppure avrebbero dovuto arrestare i due improvvidi falsari. E visto che non li hanno arrestati, i titoli avevano le carte in regola per apparire veri anche ad occhi esperti come quelli dei nostri finanzieri di frontiera (che di queste cose se ne intendono davvero).
2) Appare la notizia su Asianews che dei due giapponesi uno fosse "Tuneo Yamauchi, fratello di Toshiro Muto", nientepopodimeno che l'ex vice Governatore della BoJ, fino ad un paio di settimane fa. E poi improvvisamente rimosso dall'incarico.
3) Una radio web americana, mostra sul sito i titoli della foto che vedete in alto in questo post. Anzi mostrava, perché come potete vedere dal link, il sito della radio americana è temporaneamente chiuso, dopo l'arresto di Hal Turner per una strana vicenda di minacce via web tramite il suo sito che lui non avrebbe controllato. O forse per qualcos'altro.
4) Il Giappone ha ripetutamente chiesto agli USA di difenderlo contro la possibile aggressione della Corea del Nord, minacciando di farsi la propria atomica per equilibrare il pericolo rappresentato dai nordcoreani. Scuse. La debolezza americana, in questo momento è evidente, e sembra ragionevole che dopo 64 anni di dominio americano in Giappone qualcuno abbia voglia di risentire aria di nazionalismo. Non conosco affatto il Giappone e la mia è una supposizione, ma il Giappone ha una storia millenaria di indipendenza e di orgogliosa potenza, e le storie millenarie non le estinguono nemmeno due bombe atomiche.
Ipotizzo. I titoli in questione stanno (ancora) nella cassaforte della BoJ. Quelli sequestrati a Chiasso, sono un falso d'autore, magari confezionato dalla stessa Zecca giapponese.
Mettiamo che qualcuno in Giappone abbia voluto mandare un segnale forte agli americani che sanno benissimo chi detiene gli originali di quei titoli (e non possono non saperlo, visto che si tratta dell'uno per cento del GDP dgli USA).. Il segnale dice, chiaro e forte: o fai questo o inondo il mondo intero della tua carta straccia. Il "questo" vallo a capire, ma non mi sorprenderebbe se avesse a che fare con l'autonomia del Giappone dallo stretto controllo americano.
Quindi, i titoli falsi che sembrano veri, dovevano essere sequestrati e questo spiega perché a fare da spalloni sono stati chiamati i due impettiti Ridolini giapponesi, dei quali uno sarebbe imparentato con l'ex vicepresidente della BoJ. Si sparge la voce che i due giapponesi fossero in realtà filippini con precedenti per reati di falsificazione di titoli. Se la voce del coinvolgimento del fratello del VIce Governatore è falsa, la storia resta vera: si trattava di fare fuori Muto e che il fratello fosse coinvolto in questa oscura storia, era una buona ragione. Ma se erano filippini, non si capisce perché l'Ambasciata del Giappone abbia comunicato che i due erano stati rilasciati perché non avevano commesso alcun reato. Dubito fortemente che Toshiro Muto, o chi per lui, sia stato così demente da dare al fratelllino gli originali dei titoli, anzi lo escludo. Se avesse voluto organizzare un trasporto degli originali, avrebbe utilizzato un qualunque canale diplomatico, o al limite, un qualunque spallone con un po' di esperienza!
Gli americani, senza nemmeno vederli, dicono subito che i titoli sono falsi e pure grossolani, mentre il nostro Colonnello (del quale mi fido molto di più) dice che la carta filigranata è di ottima qualità e che quindi comunque, non si tratta di un falso grossolano ma di uno confezionato da esperti. Ma al Tesoro USA sanno chi ce li ha e dopo una telefonata di controllo, dicono che sono falsi. La risposta sarà stata: tranquilli i titoli li abbiano noi nella nostra cassaforte. Gli americani si spaventano a sufficienza e fanno la voce grossa: salta la testa del vice Governatore, presumibilmente indicato come l'ideatore del piano. Forse dietro le quinte si sta trattando. Il segnale è arrivato, forte e chiaro.

P.S.: Sarà il caso di monitorare quello che succede nei rapporti tra USA e Giappone nelle prossime settimane, sempre che esca qualche notizia.
Domenico De Simone Nuova Economia 4.06.2009
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L’AGI che ha dato la notizia, registrando una risposta piccata di Frattini ad un signore del pubblico, attribuendogli una sontuosa dimora ai Parioli, non sospettava neppure che quel signore non era un “salottiero”, ma un coordinatore provinciale del PdL, che non ha mai potuto soffrire Frattini e la sua politica estera. Un Frattini che si lascia trattare malamente, quando riferisce in Commissione esteri di rassicurazioni falsamente ricevute da Tel Aviv sulla non invasione da terra delle Striscia di Gaza. La cosa è stata rilevata dal precedente ministro degli esteri, D’Alema. Per decoro dell’istituzione Frattini avrebbe già allora dovuto dimettersi. Ed ora taccia lui la base del PdL di “vergogna”, lui che di vergogna non ne ha mai avuta: non sa neppure cosa sia la “vergogna”. Non si sarebbe mai dimesso, del resto, perché non rappresenta, in effetti, né il popolo italiano e nemmeno il suo stesso partito, ma rappresenta invece gli interessi di Israele nel governo italiano e nel parlamento italiano. Ed in questo senso fa bene il suo lavoro. A Tel Aviv possono essere soddisfatti di lui. Non potevano trovare una persona più amica e ben disposta, in ultimo a copertura di una politica altamente umanitaria, liberale e diritto-umanistica nonché personalistica come quella battezzata in codice “Piombo fuso”.
Frattini contestato dalla base del PdL. – Chissà perché Franco Frattini ha pensato che il signore che dal pubblico lo contestava alla sua ennesima esternazione a favore di Israele e contro il martoriato popolo palestinese dovesse essere un “salottiero” dei Parioli. Era invece un coordinatore provinciale del PdL che di Frattini e della sua politica tutta schiacciata su Israele non ne può più ed a sbottato. Ma quel signore non era la giornalista che Frattini pensò di poter redaguardire solo per aver detto “resistenza irachena” anziché “terrorismo iracheno”. Se quel signore avesse potuto parlare dal palco e prendere il microfono le avrebbe dette in faccia non solo a Frattini ma a tutti gli altri politici del PdL, che seguono le orme dei politici americani, dove l’AIPAC dà loro il foglio quotidiano di istruzioni. Secondo la nuova tendenza, il PdL si va articolando per Fondazioni: ognuno si fa la sua e cerca in questo modo di prevalere dentro il PdL, che riceve dallo stato e dai contribuenti non una barca di soldi, ma un nave di soldi ogni anno. Dove vanno a finire questi soldi i militanti non lo sanno. Ogni tanto leggono per strada sui manifesti che in una grande sala a pagamento i leader si degnano di parlare al popolo. Chi viene a siffatte riunioni non è dato sapere. Certamente vengono molti “clienti”, perfino i claquisti, ormai una professione organizzata entro il sindacato dello spettacolo. Non è difficile immaginare a quali fondi attingano le Fondazioni. Non ho potuto ancora farlo, ma se i loro finanziamenti sono pubblici, sono molto curioso di analizzarne le fonti. La mia mente già disegna collegamenti che ben spiegano alcune stranezze, che è capitato di osservare in questi giorni. Qui mi fermo e mi limito a sospettare e pensar male.
Tornando a Frattini, possono farsi alcune considerazioni oggettive sul suo sionismo spinto, che compromette fortemente l’immagine del popolo italiano e che non trova riscontro e verifiche nemmeno nella base del PdL. Ad un convegno che avrebbe dovuto parlare della persona Cicchitto, che ha detto qualcosa di giusto e di cui diremo poco più avanti, si è lasciato andare nelle solite analisi del voto. Il nostro è un partito interclassista e così via. Cicchitto non ha saputo, non ha voluto, non ha capito che il sistema politico italiano è ormai fortemente omologato: la Israel lobby, che se ne infischia dei partiti, di tutti i partiti, è trasversalmente presente nell’uno e nell’altro schieramento. E così tutte le lobby e tutti i parlamentari nominati, che neppure si conoscono fra di loro. Me ne sono accorto, informando un mio collega di università, messo in lista e assunto nel firmamento di Montecitorio, a proposito delle iniziative anti art. 21 cost. di un suo collega di partito: non lo conosceva, non ne sapeva nulla, non si sarebbe certo questionato per me, mettendo a rischio il suo scatto di stipendio da professore universitario a parlamentare. Ormai i partiti stanno per essere totalmente svuotati dell’impianto, mai attuato, previsto dall’art. 49 della costituzione. I parlamentari sempre meno rappresentano la nazione e sempre più esprimono la volontà di chi li mette in lista e gli interessi delle lobbies che li comprano e corrompono.
Ci voleva davvero un gran faccia tosta come quella di Franco Frattini per venire ad un convegno dedicato alla “persona”, ma in realtà una celebrazione del rito dell’ipocrisia, per venire a parlare di Israele, di Iran, di mondo denuclearizzato, quando Israele in barba ad ogni principio formale giuridico e morale dispone di 264 testate nucleare. Parlare di “persona” quando un intero popolo, quello palestinese, è chiuso in un lager e viene lasciato lentamente morire di fame, di stenti, di malattie. Cicchitto ha detto una sola cosa giusta: il dibattito nel PdL non deve essere lasciato alle Fondazioni, che rispondono ai loro finanziatori, ma deve essere ricondotto nelle basi territoriali del Partito del Popolo della Libertà: ma non ne esistono ed i militanti si chiedono dove finiscono i soldi che escono dalle tasche dei contribuenti. In realtà, con grande e sfacciato abuso del nome “Popolo” unito a quello di “Libertà” stiamo marciando a grandi passi verso il Regime, a confronto del quale fascismo e nazismo appaiono come oasi liberali di tolleranza e di possibilità di espressione con un popolo che era rappresentanto dai suoi governanti più di quanto non lo sia oggi con elezioni truccate. Altro che elezioni in Iran! Qui dobbiamo seriamente interrogarci sul nostro sistema elettorale.
Ed è così che un Frattini può compromettere l’immagine dell’Italia senza neppure consulatre la base del suo partito, che in effetti si vergogna di un simile ministro degli esteri. Esagero? Ebbene, leggo che Sarkozy, che è Sarkozy, ossia tutto dire se si va a leggere il recente libro-bomba di Paul-Eric Blanrue, di ricevere Lieberman in Parigi non ne ha voluto proprio sapere. Ma il primo giro in Europa Lieberman lo ha fatto andando da Frattini, che lo ha ricevuto. In Roma, per fortuna, una sparuta rappresentanza diretta di cittadini italiani si è riunita in piazza, nei pressi di Palazzo Chigi e di Montecitorio, per manifestare contro Lieberman e la politica estera italiana. Fra i manifestanti c’era anche la base del PdL. Perfino la Merkel, che è tutto dire pure lei, ha scaricato Frattini nella sua politica antiraniana, a lui commissionata da Israele. Non è per metafora dire che Frattini fa una politica che è più da sottogretario agli esteri del ministero degli esteri di Israele, che non una politica estera di ministro degli esteri della Repubblica. Non rappresenta neppure la base del PdL. Il suo pubblico è quello che le lobbies stesse gli mandano, raccattandolo per le strade o chiamando i clacchisti.
Antonio Caracciolo Civium Libertas 4.07.2009












Golpe in Honduras: Immagini (censurate da Raiset in Italia)
Per non parlare dell'Harem Obamofilo dei sinistri mega-ultra-super-rivoluzionari, che preda di orgasmi 'da rivoluzione imminente' appoggiavano i tutmulti-chic del progressista 'popolo' di Gucci di Tehran contro il bieco Ahmadinejad, reazionario oscurantista (e fin troppo amico di altri mostri cino-russo-bolivariani)...
Adesso gli Obamofili mega-ultra-super-rivoluzionari attaccano, in Honduras, ... Manuel Zelaya, solo perchè è troppo poco 'sinistro' per i loro fini palati rivoluzionari marxoidi-tiffanysti; Zelaya non può avere cittadinanza nei salotti rivoluzionari della sinistra 'da bere' italidiota. (Come insegna 'ilmanifesto')...
Questa massa putrida di sinistri obamofili, che vanno dal tg3, diretto da un noto figlio d'arte piduista, alla marionetta dalemiana vendola, dopo l'orgia antiiraniana, ignora dibellamente l'Honduras, quando non attacca il governo legittimo di Zelaya. E sono pure rispuntati gli scarafaggi del Nè, Nè..
Il padrone paga e perciò ha sempre ragione... - Alessandro
"Scenario Haiti" per attualizzare l'opzione preferenziale per le oligarchie
I protagonisti pubblici ed occulti del golpe hanno risposto no al segretario della OEA J.M. Insulza. Non sono disponibili ad alcuna concessione e tirano diritto sulla strada maestra della butalita' autarchica. Ciò non sorprende più di tanto chi conosce la mentalità dell'oligarchia honduregna, che si è sempre concepita come congerie di funzionari locali dell'impero o concessionari del subappalto neo-coloniale.
Nella loro identita' primeggia con forza un "fattore Neanderthal" che è una caratteristica genetica di casta. Oltretutto, si e' loro accodato anche l'ineffabile cardinale di Tegucigalpa che ha richiesto al legittimo Presidente Zelaya di non tornare: rimanga in esilio forzato. Il cardinale si e' intruppato nell' obeso ovile dei colleghi delle altre elites.
Sarebbe superficiale ritenere che i golpisti credano di poter contrapporsi a tutto e tutti, nell'integrale isolamento dal mondo. Non e' pensabile una riedizione tardiva e sfasata di un "gorillismo come fase suprema del golpismo del secolo XXI".
Micheletti eg accoliti hanno deciso di non mollare; credono di poter tener duro sei mesi, arrivare a novembre, ed organizzare le nuove elezioni direttamente loro, con le loro condizioni e modalita'.
Questo è lo scenario disgregatore e di forte impatto negativo che -secondo gli sponsor forestieri- porterebbe al contenimento, freno o implosione del movimento di resistenza popolare anti-oligarchico e anti-imperiale.
E' la riedizione del modello Haiti: trattenere fuori dal Paese il Presidente legittimo, obbligarlo ad una serie di concessioni a catena che dimininuirebbe il suo presigio, e poi intensificare la repressione quando l'attenzione del mondo calerà.
Dopo il golpe contro Jean Bertrand Aristide, rimase tre anni fuori in esilio, mentre la situazione interna di Haiti si incancreniva e la sua base sociale organizzata subiva colpi demolitori.
Ad Aristide fu consentito di tornare in patria solo quando diminuì il pericolo per i clan oligarchici locali e gli Stati Uniti, e sotto tutela di truppe internazionali.
Questo è il quadro dentro cui intendono muoversi i golpisti di Tegucigalapa e le forze -parzialmente occulte- che li guidano e proteggono. Risuonano in modo lugubre, e fanno molto riflettere quelle parole di un portavoce di Washington: non sospenederemo i programmi militari in corso d'opera. A Palmerola c'e' ancora una base militare con un migliaio di uomini.
Gli Stai Uniti si sono aggiunti per ultimi alla lista corale ed unanime dei Paesi che riconoscono Zelaya. Per ultimi. E i "portavoce" fanno scivolare i loro distinguo e precisazioni ambugue e sibilline.
Il Dipartimento di Stato e il Pentagono, H.Clinton e R. Gates parlano la stessa lingua? In altre parole, Obama ha il controllo su tutto l'apparato?
Si direbbe di no o che quel che li accomuna è la condivisione dello "scenario Haiti". Questa versione edulcorata del golpismo scavera' -ancora una volta- un fossato con i movimenti, società civile e governi del cambio nelle Americhe indo-afro-latine.
La Casa Bianca -ancora una volta- confermerebbe la sua opzione preferenziale per le oligarchie continetali e il "fattore Neanderthal".
Tito Pulsinelli Selvas 4.07.2009
Vero Sudamerica 3 luglio 2009
Il presidente legittimo invita i suoi sostenitori ad appoggiare il suo rientro ed a marciare verso Tegucigalpa.
Ad accompagnare Zelaya domani ci saranno il presidente ecuadoriano Correa, la presidente argentina C. Kirchner ed il presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Miguel D'Escoto. Si aggiunge anche il premio Nobel per la pace, la guatemalteca Rigoberta Menchú. Il presidente dell’OEA, José Miguel Insulza, è invece già oggi a Tegucigalpa, non per negoziare con il governo golpista di Micheletti ma per ricordare la scadenza dell’ultimatum dell’OEA. A Micheletti rimangono solo 24 ore per ripristinare l’ordine costituzionale in Honduras.
Continua intanto la repressione da parte dell’esercito per impedire ai sostenitori di Zelaya di raggiungere la capitale. Oggi la polizia nazionale informa che circa 157 persone sono state arrestate per non aver rispettato il coprifuoco indetto dal governo illegittimo di Micheletti. Si sommano alle 80 di ieri. Nelle zone interne del paese continuano a registrarsi black out elettrici. Si ricorda poi che da ieri sono sospese tutte le libertà costituzionali in Honduras in seguito ad un decreto approvato dal Congresso di Micheletti.
Lo stesso Micheletti si trova così con le spalle al muro. Notizia di ieri è che abbia dato la disponibilità ad anticipare le elezioni di novembre pur di non permettere il ritorno alla presidenza di Zelaya, aprendosi così ad una eventuale negoziazione, che per fortuna ancora non ha trovato controparte.
Domani sarà il giorno decisivo e le possibilità che il colpo di Stato vada in porto sono tutt’ora poche visto la totale assenza di appoggio internazionale e l’isolamento economico in atto.
Manifestazione contro la nuova base americana di Vicenza
La protesta di sabato contro la base Usa abbandonerà l’anti-americanismo
LUCIA ANNUNZIATA ROMA
Il movimento anti G8, che si prepara sabato alla sua prima giornata contro il summit che si terrà in Italia, ha cercato ed ottenuto nei mesi scorsi contatti ad alto livello con il Congresso Americano sulla questione della base Usa da costruire a Vicenza. E il contatto è andato così bene da aver ispirato una tattica totalmente nuova per la protesta contro il G8 in preparazione: non opporsi a Barack Obama, ma coinvolgerlo.
Una notizia piccola ma significativa, per l’Italia, su cui grava ancora l’ombra delle proteste che insanguinarono Genova. Ma certo ancora più significativa per capire qualcosa di più di come la attuale amministrazione di Washington sta lavorando sul nostro paese. L’incontro con gli americani è avvenuto due mesi fa, secondo Cinzia Bottone, che vi ha partecipato, e il cui racconto è stato riportato ieri, da Liberazione, in un articolo firmato da Angela Mauro, giornalista molto addentro alle vicende dei movimenti.
Due mesi fa, dunque, una delegazione dei Comitati Vicentini è stata ricevuta dal “Subcommittee on Military Construction, Veteran Affairs and Related Agencies” del Congresso Usa, per raccogliere nuovi elementi sulla tormentata vicenda della nuova base Usa. Un incontro che i comitati considerano eccezionalmente ben riuscito: «Ci hanno dato il quadruplo del tempo concesso di solito ai relatori – racconta la Bottene – Gli abbiamo esposto tutte le ragioni della inopportunità della scelta americana . Gli abbiamo anche fatto presente che da oggi non possono più dire di non sapere, tanto che il Presidente ha promesso che interesserà il Pentagono ai fini di verificare i criteri di scelta e se questa ipotesi di oggi è effettivamente la migliore».
Togliamo pure a questo discorso l’eccesso di entusiasmo di chi sbarca per la prima volta a Capitol Hill, e consideriamo magari più una speranza che una certezza l’idea delle promesse del Presidente, rimane il fatto che una delegazione dei cittadini che protestano contro gli Usa a Vicenza è stata ricevuta – e che è stata ricevuta ben prima della stessa prima visita ufficiale del nostro Premier.
E’ un dettaglio che in sé apre uno spiraglio molto interessante su come Washington si muova oggi nei confronti del nostro paese. Rivela una attenzione diretta ai punti di frizione fra Italia e Stati Uniti, nonché la intenzione di stabilire non solo relazioni istituzionali ma rapporti diretti – e pubblici - con realtà significative del paese. E’ un agire molto lontano da quello tradizionale cui la nostra potenza di riferimento ci ha abituato: rapporti sempre molto discreti (se non segreti) e sempre molto di élite.
Un metodo certamente innovativo, ma anche potenzialmente irritante per il governo italiano: a che punto infatti inizia e termina la sua sovranità sulle questioni nazionali? Non rischia l'approccio di Obama di costituire una nuova forma di ingerenza? E, a proposito, è stato informato Palazzo Chigi di questi contatti fra i comitati e alcuni rappresentanti americani?
Qualunque sia la risposta che verrà data, l’apertura di Capitol Hill sembra aver già avuto un effetto rilevante: gli antiG8 hanno cambiato tattica e posizioni in vista dell’incontro italiano. Invece di dare vita a un protesta anti americana, cercheranno di coinvolgere il Presidente. Come scrivono sul loro sito in preparazione della prima giornata di protesta convocata sabato prossimo, che cade significativamente il 4 luglio, Indipendence Day per gli Usa: «Non siamo più antiamericani».
Con una inversione a 360 gradi delle loro posizioni, gli anti G8 anticipano questo primo giorno di marcia, scrivendo una lettera direttamente a Obama. «La sua vittoria ha diffuso una ventata di speranza in tutto il mondo e noi stessi pensiamo che un cambiamento sia possibile» dice la missiva. «Non si assuma la responsabilità di una scelta così sbagliata. Fermi questo progetto». Segue un invito : «Dear President Obama, we welcome your presence in Vicenza». «Non si tratta di antiamericanismo, come spesso è rappresentato il nostro movimento». La lettera è pubblicata sul sito Nodalmolin.it
C’è una speranza infantile, ma simpaticamente innocente, in questo invito: che il Presidente Obama possa persino rispondere, non tanto recandosi a Vicenza (impossibile) ma almeno con un segnale, una frase, in uno dei suoi discorsi. Perché non sperare? dicono i comitati: se davvero una parola arrivasse da Obama, quale vittoria indiscussa, quale affermazione! Ma anche, aggiungiamo, che botta alle relazioni diplomatiche ufficiali, dopo che i nostri ultimi due governi, sia quello Prodi (che ha pagato un alto prezzo per la Dal Molin), che l’attuale sono stati fermissimi nel sostenere il progetto americano.


Si sospendono tutte le libertà costituzionali.
Il governo che risponde al presidente golpista, Roberto Micheletti, ha approvato per decreto la sospensione delle garanzie individuali previste nella Costituzione. Si sospende così il diritto alla associazione, alla libera circolazione nelle ore previste dal coprifuoco, alla inviolabilità del domicilio e di manifestazione. Si concede inoltre la possibilità alle forze dell’ordine di detenere un individuo senza che su di lui penda una accusa o un mandato.
AGGIORNAMENTI
02/07/09
Ore 8 – La polizia nazionale informa che circa 80 persone sono state arrestate per non aver rispettato il coprifuoco indetto dal governo illegittimo di Micheletti.
01/07/09
ORE 18 - Il congresso nazionale hondureño approva lo “Stato di emergenza” nel paese. Ne deriva:
- coprifuoco vigente dalle 22:00 alle 5:00;
- possibilità di detenere un individuo per più di 24 ore senza avere nessuna accusa nei suoi confronti.
- sospensione del diritto alla libertà personale, alla libera associazione e riunione, e al diritto di circolazione nelle ore previste dal coprifuoco.
ORE 15 – Il ministro degli esteri spagnolo, Miguel Ángel Moratinos, conferma che tutti i paesi europei hanno ritirato il proprio ambasciatore dall’Honduras come forte segnale per ristabilire l’ordine costituzionale rotto dal golpe. Spagna, Italia (Giuseppe Magno), Francia e Germania erano i paesi con ambasciatore in Honduras, tutti i 27 paesi dell’Unione sospendono le relazioni commerciali con il paese centroamericano.
ORE 10 – Cattive notizie. Taiwan e Israele riconoscono il governo nato dal colpo di Stato di Roberto Micheletti.
Ultimatum OEA: 72 ore per il ritorno alla presidenza di Zelaya
Vero Sudamerica

Dopo l’Onu anche l’OEA condanna il colpo di stato in atto in Honduras. Dopo la lunghissima riunione di ieri arriva l’ultimatum: Micheletti ed i golpisti hanno 72 ore per ristabilire l’ordine costituzionale permettendo il rientro di Zelaya. (segui gli aggiornamenti, guarda le foto della resistenza popolare ). Anche l'Italia ritira l'ambasciatore Giuseppe Magno.
Il rientro di Zelaya è quindi posticipato a sabato. Lo accompagneranno il presidente dell’OEA, José Miguel Insulza, il presidente ecuadoriano Correa, la presidente argentina C. Kirchner ed il presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Miguel D'Escoto.
Il Congresso golpista, agli ordini di Micheletti, ha emesso intanto ieri un ordine di cattura nei confronti del presidente legittimo Zelaya, minacciando il suo rientro e dichiarando che non lo si lascerà entrare in territorio hondureño.
Micheletti ha poi dichiarato anche di voler inviare in missione un gruppo di deputati ed imprenditori negli Stati Uniti per difendere il suo governo illegittimo. Dopo le restrizioni economiche di ieri da parte della Banca Mondiale e del BID infatti il governo golpista si è visto isolare anche economicamente. Ad una radio locale la ministra delle finanze golpista, Gabriela Núñez, ha dichiarato: “Se vivere in democrazia vuol dire vivere con meno risorse, ci proveremo”. Intanto anche gli Stati Uniti però hanno annunciato che sospende gli scambi commerciali con l’Honduras sino al ripristino del governo legittimo.
Zelaya oggi ha annunciato che andrà invece a Panama per assistere alla cerimonia di investitura del nuovo presidente panameño Ricardo Martinelli, continuando così a ricoprire la carica di unico presidente della Repubblica di Honduras riconosciuto a livello internazionale.
Resistenza Popolare – Continua lo sciopero generale spontaneo a tempo indefinito sino al ritorno di Zelaya. La commissione Interamericana dei Diritti Umani (CIDH) visiterà presto il paese centroamericano per valutare eventuali violazioni dei diritti umani commessi dall’esercito e dal governo illegittimo di Micheletti (Si parla di trenta persone desaparecidas, ed un morto accertato).

ULTIMA ORA - (ASCA) In relazione alla situazione delineatasi in Honduras a seguito del colpo di stato che ha portato all'allontanamento del presidente Zelaya, il ministro degli Affari Esteri, Franco Frattini, che in questi ultimi giorni si e' tenuto in stretto contatto con i suoi omologhi europei e con il segretario generale dell'Osa, ha deciso di richiamare a Roma per consultazioni l'ambasciatore Giuseppe Magno, in linea con quanto gia' disposto anche da altri Paesi dell'Unione Europea. Lo riferisce la Farnesina in una nota.
Studio Aperto appoggia il colpo di Stato in Honduras
Vero Sudamerica
Vergognoso servizio di Studio Aperto. Il telegiornale Mediaset affronta da un’ottica decisamente particolare il tema del colpo di Stato in atto in Honduras.
Intervistando il presidente Enti Bergamaschi nel Mondo, Studio Aperto augura tanta fortuna a Roberto Micheletti, responsabile principale del colpo di Stato, per le sue origini di Bergamo Alta. Nulla da dire sulla condanna ricevuta dalle Nazioni Unite al golpe o sulla repressione militare in atto nelle città del paese centroamericano. Silenzio anche sul controllo dei media del governo golpista.
Quello che importa è la volontà di ricostruire l’albero genealogico o che sia bergamasco ed accesso tifoso atalantino. “Auguri di tanta fortuna al nuovo leader dell’Honduras”, si può ascoltare nel servizio di Filippone e Macchiavello.
Qualcuno perfavore faccia presente a Studio Aperto che Micheletti non è il nuovo “leader dell’Honduras” ma occupa la posizione di presidente solo grazie ad un colpo di stato militare ai danni del presidente legittimo, Mel Zelaya, che l’ONU ha severamente condannato il golpe e che l’OEA (Organizzazione Stati Americani) ha dato un ultimatum di 72 ore di tempo al presidente bergamasco Micheletti per lasciare la carica e permettere il ritorno dell’unico presidente riconosciuto in Honduras, Zelaya.