Aurora

Sito d'Informazione Internazionalista
venerdì, 23 febbraio 2007

IL PAESE DEI MANDARINI

Tipica Ricercatrice Univeristaria Italiana“Quando sei in mezzo agli altri, comportati come se tu fossi solo, quando sei solo, comportati come se tu fossi fra la gente.”
Mjshamoto Mushashi, poeta spadaccino, Giappone, sec. XVIII

Sembra che il destino di chi scrive sul Web sia quello di ricevere insulti: passino le e-mail dei buontemponi, ma d’essere apostrofato nel modo che leggerete da una ricercatrice universitaria (o, almeno, così sembrerebbe) era un’esperienza che non m’attendevo.
Perché capitano queste cose? Forse succedono quando si smarrisce il senso delle proporzioni e, soprattutto, non si conoscono né l’educazione né le regole essenziali della comunicazione.
Non mi piace approfittare delle disgrazie altrui, ma quando si viene apertamente provocati ed insultati non c’è scelta. So che il miglior samurai è quello che vince senza combattere: purtroppo, certa gente non lascia altra scelta che la katana. Leggete:
Scrive Sonia:

Buongiorno, che cosa rispondiamo all'articolista che butta fango sulla sequestrazione geologica e Boschi? Attendo risposta. Sonia.
Dott.ssa Sonia Topazio
Capo Ufficio Stampa
Ufficio di Presidenza
Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia
Via di Vigna Murata, 605
00143 Roma


La buona Sonia è pagata per gironzolare sul Web e scoprire cosa pensa la gente dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia: quando trova qualcosa d'interessante è suo dovere riferire. Punto.
Un "Capo Ufficio Stampa" – forse – dovrebbe sapersela cavare da solo, ma si sa che l'assunzione di responsabilità – nel Bel Paese – è un comportamento assai raro.
Ciò che più stupisce è la risposta di "chi di dovere":

Cara Sonia
Quel tipo che ha scritto quelle stupidagini ignoranti è un blogger ignorante di nome Carlo Bertani (di cui ti allego foto per tua conoscenza del soggetto). Dalle cose che scrive nel suo blog (www.carlobertani.it) non credo che sia una specialista del settore, forse sarà politicamente impegnato, ma fa molta confusione sulla politica energetico-ambientale e non credo abbia nessun Curricul Vitae per dire quello che dice sulla sequestrazione geological di CO2 nel sito blog don chisciotte. Purtroppo ora va di moda fare i blogger invece che stare sui banchi delle università a studiare. E' una vera iattura del protagonismo giovanile e non giovanile (vedi Beppe grillo) moderno. Lui mi legge per conoscenza e spero abbia il buon senso di chiedermi articoli e pubblicazioni scientifiche nazionali ed internazionali prima di riscrivere qualcosa pubblicamente sull'argomento. Aspettiamo un paio di settimane se si fa vivo e ci chiede una mano a capirci qualcosa e siccome sto già preparando un articolo a mezzo stampa sul blog di beppe grillo potrei sputare veleno anche sul suo blog ignorante (VAI ALL?UNIVERSITA'! VAI ALL'ESTERO A STUDIARE COME ABBIAMO FATTO NOI RICERCATORI!) come irresponsabile ignorante che se ne approfitta della povera gente che ha la sola III media e non si può pagare le scuole e l'università per fare i soldi con un blog ....... si informasse dagli scienziati che ci lavorano da anni prima di parlare sul sito don chisciotte di politica energetico ambientale. E non mi spreco neanchè a scrivergli sul blog perchè lui sennò ci guadagna pure.
Un saluto
Fedora Quattrocchi


Passino gli errori ortografici che nemmeno prendo in considerazione – pur tuttavia, che un simile "pozzo di scienza" non sappia che "curricul" non esiste nella lingua italiana, bensì è "curriculum", ed è un termine mutuato dal latino, insospettisce – ma ciò che fa rabbrividire è che si scrivano simili comunicazioni e siano poi inviate in copia all'interessato. Notare: senza nessuna indicazione di mantenerla privata. Insomma: io t'insulto quanto mi pare, tu fai come credi. Ed io lo fo.
Per iniziare, riflettiamo che Sonia e Fedora non conoscono nemmeno l'ABC della comunicazione, perché una simile missiva – resa pubblica – si trasforma immediatamente in un colossale autogol, non importa quale fosse il motivo del contendere, i torti e le ragioni, le motivazioni del comunicato: nel momento stesso nel quale si usano certi toni e determinati aggettivi, la brutta figura è certa. Chi vorrà, potrà leggere l'articolo incriminato "Un mondo all'Idrogeno" e stabilire in tutta coscienza chi conosce l'educazione e chi no.
Affermano di frequentare i consessi scientifici internazionali: My God, se gli inglesi sono ancora inglesi, dopo una simile caduta di stile non le lasceranno piĂą sbarcare sull'isola.
M'interessa assai poco entrare nel merito della contesa – come si può rispondere a chi non sa che insultare? – mentre mi ha incuriosito parecchio quella strana "appendice" d'inviare anche la mia foto. Della serie: toh, Sonia, guarda con che razza di sordido individuo abbiamo a che fare!
Che si può fare con una foto (del tutto anonima!)? Me lo sono chiesto e non ho trovato altra risposta: probabilmente, le due fattucchiere l'hanno appesa al muro e la stanno infilzando con gli spilloni. Altrimenti, a che serve?
Posso comunque soddisfare meglio le loro esigenze, inviando un lavoro ben fatto e già pronto per la pubblicazione. Secondo Fedora sono affetto da "protagonismo giovanile" mentre Beppe Grillo è oramai preda di quello senile. Ringrazio per il generoso apprezzamento sulla mia età, ma ho 56 anni, insegno quasi da 30 e fra pochi anni andrò in pensione: purtroppo, non ho più l'età per giocare al calcio, una delle cose che più mi divertiva.
Sui miei supposti guadagni parla chiaro la mia dichiarazione dei redditi: dove Sonia e Fedora si siano sognate che io guadagni con un blog non lo so (anzi, se hanno qualche consiglio da darmi…), ma le redazioni dei siti che mi pubblicano potranno confermare che scrivo per passione e non per denaro.
Abbandoniamo però Sonia e Fedora – perché non meritano tutta quell'attenzione – per soffermarci un po' di più su una montagna di cose che evidentemente non conoscono, ad iniziare proprio da quel mondo dell'energia che sostengono di frequentare come l'interno delle loro borsette.
Tutta la vicenda nasce da un'idea dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, che ritiene di fornire un contributo alla riduzione del tasso di CO2 nell'atmosfera "sequestrando" l'anidride carbonica nelle miniere in disuso.
Ora, lo scrivente non ha contestato nel merito l'idea, ma ha chiarito – secondo i dati forniti alla stampa dall'Istituto stesso – che quel "sequestro" condurrebbe a risultati talmente minimi da essere tragicamente insignificanti.
Le 4.000 tonnellate (una media fra le 3 e le 5.000 dichiarate) che si prospettano per l'impianto di Ribolla rappresentano lo 0,3% della CO2 che emettiamo annualmente in Italia per la produzione energetica. Se i dati sono altri chiariscano, invece d'insultare, perché io ho semplicemente fatto riferimento al comunicato stampa emesso dallo stesso INGV in data 14 novembre 2006 e firmato proprio dalla dott.ssa Sonia Topazio. Per il resto non intendo ripetermi, e confermo ciò che ho scritto nell'articolo: ricordo solo che, alla recente Conferenza di Parigi, molti scienziati hanno dichiarato che le riduzioni del 5% prospettate dal Protocollo di Kyoto sono da considerare già oggi tragicamente insufficienti, ed alcuni giungono a chiedere una riduzione delle emissioni del 70%, praticamente inattuabile nel breve periodo.
Infine, ricordiamo che il 90% del sequestro della CO2 avviene principalmente negli oceani ad opera del fitoplancton: decine di miliardi di tonnellate d'anidride carbonica sono annualmente metabolizzate nei mari, e non sappiamo quali potranno essere gli effetti dei mutamenti climatici in atto sul meccanismo – estremamente complesso – del sequestro naturale della CO2.
A fronte di questi numeri, il milione di tonnellate annuo di un impianto industriale per il sequestro della CO2 mi sembra ben poca cosa: a mio parere, bisognerebbe spendere risorse ed energie per cercare di non produrre anidride carbonica (se non credono a me, possono almeno credere a Rubbia), e non cercare dei dubbi palliativi.
Un giornalista, però, non è tale se non riesce – come si usa dire nel settore – a "fare il giro" attorno alla notizia, a scovarne gli aspetti che appaiono meno evidenti.
L'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia non è certo un abituale frequentatore del settore energetico: se si esclude l'impianto geotermico di Larderello, che fornisce circa l'1% della produzione elettrica, non ci sono contatti fra i due mondi.
Potrebbero essercene qualora s'iniziasse a meditare su come sfruttare le caldere dei vulcani a magma basico come l'Etna, una via esaminata in Islanda ed in pochi altri luoghi, ma – per ora – su questo fronte tutto tace.
Per il resto, l'Istituto da decenni veglia sui vulcani e – più in generale – sulla sismicità dell'Italia e sugli aspetti ad essa connessi. Perché questo improvviso interesse al sequestro della CO2?
Perché l'Italia – nonostante le roboanti affermazioni di principio – è rimasta molto indietro nell'attuazione del Protocollo di Kyoto: s'era impegnata a ridurre del 6,5% le sue emissioni di gas serra in circa un decennio ed invece, praticamente nello stesso lasso di tempo, le ha aumentate della stessa quantità.
I giudizi che l'UE dà all'Italia in questo campo sono sempre molto "mediati", ma la sostanza è la stessa: il vostro sistema energetico è troppo legato all'uso dei combustibili fossili. Ciò che fa la differenza è la presenza, all'estero, del nucleare che in Italia non c'è: se gli italiani decisero vent'anni fa di non continuare su quella via, era compito della classe politica esplorare le alternative possibili.
La classe politica ha però moltissime cose da fare – la più importante, sembra, quella di recarsi in TV per litigare come ad una partita di calcio e cercare d'acchiappare voti – e di tempo per risolvere i problemi gliene resta ben poco.
Purtroppo c'è ben poco da fare: oramai, il malcostume della lite è la regola – come possiamo non ricordare gli exploit di Sgarbi, della Melillo, della Mussolini, di Calderoni e di tanti altri di fronte a milioni d'elettori? – e la necessità di programmare interventi di largo respiro ne soffre. Si legifera quasi soltanto per decreto, un metodo che gli estensori della Costituzione assegnarono prevalentemente alla gestione delle emergenze, e sembra oramai di vivere una sorta di "continua emergenza legislativa".
Pare che la nobile arte della politica – ovvero ponderare con calma le cose e poi assumersi la responsabilità di scegliere – si sia trasmutata in un incontro di boxe utile solo a mettere al tappeto l'avversario. A margine, possiamo notare come la risposta della dott.ssa Quattrocchi sia pienamente "in linea" con quella impostazione di bassa lega, nell'educazione e nei rapporti interpersonali.
Se Bruxelles tuona, a Roma non si ride: si può far finta di nulla e recarsi dall'Insetto per litigare sul velo o sulla Finanziaria, ma quando si devono ottemperare degli impegni presi i nodi vengono al pettine. Insomma: giunti ad Aprile, o ci si mette a studiare per tamponare almeno qualche falla, oppure ci si deve rassegnare a ripetere l'anno scolastico.
In sostanza, non si può far finta di niente quando si sono aumentate le emissioni di CO2 del 6,5% invece di diminuirle, ed allora si cerca conforto nel mondo scientifico.
Chiunque abbia un'idea per risolvere la situazione può permettersi di bussare ai portoni che "contano" e sa già che, se riuscirà a convincere il politico di turno, otterrà qualche sacco di dobloni per finanziare le sue ricerche.
Quei soldi, nella ricerca, forniranno alle varie baronie la possibilitĂ  d'assumere personale (magari indicato dal politico stesso, oppure vogliamo sostenere che il nepotismo e le raccomandazioni sono della favole?) e d'ampliare la propria base di potere all'interno dell'Ateneo o dell'Ente.
Al politico di turno non interessano le valutazioni scientifiche sul progetto – nella maggior parte dei casi non saprebbe nemmeno apprezzarle – e s'affida a dei collaboratori, dei consulenti, dei portaborse, che domani potranno sempre bussare alle porte di qualche direttore di un centro di ricerca: un posto da "addetto stampa" si trova sempre, come un titolo di cavaliere non si nega a nessuno. L'importante, per il nostro uomo politico, è che ci siano titoli di merito (quelli che tanto contano per la dott.ssa Quattrocchi), per avere la famosa "pezza giustificativa" nei confronti dei politici dell'opposto schieramento.
A questo punto, rimane il problema di trovare i soldi e per questa ragione sostenevo la discriminante – che ho indicato come rivoluzionaria – fra chi progetta di ricavare energia senza produrre gas serra e chi, invece, avalla quel sistema accontentandosi di ridurne (almeno, sulla carta) gli effetti.
Perché questa distinzione?
Poiché per i primi non ci saranno finanziamenti, mentre per i secondi la via è quasi senza spine. Altrimenti, come spiegare la cacciata di Rubbia? Perché il solare termodinamico e l'eolico non decollano? E la fusione fredda?
I rapporti di potere fra le lobby energetiche e la politica sono più trasversali di quanto possiamo immaginare: qualcuno crede veramente che gli attacchi portati all'eolico da Vittorio Sgarbi e da Carlo Ripa di Meana (presidente di Italia Nostra!) siano dettati dalla pura e semplice salvaguardia del territorio? Perché, allora, i tralicci, le antenne telefoniche e televisive non "deturpano"?
Qualche intervento è possibile, ma lo Stato – già alle prese con bilanci sempre in rosso – può fare ben poco: a parte la leva fiscale – con la quale si sta cercando giustamente d'incentivare l'uso dei collettori solari per l'acqua sanitaria – non ha altri mezzi.
La grande stagione della modernizzazione del Paese – reti elettriche, stradali, ferroviarie, ecc – avvenne principalmente durante il Fascismo e poi nella cosiddetta "Prima Repubblica", quando lo Stato aveva mezzi propri per indirizzare gli interventi: pensiamo, ad esempio, all'IRI.
Sappiamo com'è andata a finire: ciò che procurava guadagni (la Società Autostrade, ad esempio) è finito ai privati mentre i settori "in rosso" sono rimasti pubblici.
Oggi, quindi, soltanto chi ha consistenti capitali ha il potere della scelta (che è quasi sinonimo di "politica"), non tanto i nostri "dipendenti" che soggiornano a Roma. E chi li ha? Come se li procura?
Non è un mistero che le holding dell'energia hanno tratto enormi benefici dei continui rialzi del prezzo del greggio, soprattutto giocando sui tempi, come le associazioni dei consumatori – spesso inascoltate – hanno indicato.
Siamo soltanto un "popolo da 3° media" – come afferma la dott.ssa Quattrocchi – ma ci siamo accorti che, quando il greggio sale, i prezzi della benzina alla pompa schizzano in poche ore. Al contrario, quando scende…beh…ci vuole del tempo… dobbiamo verificare…portate pazienza…e pagate!
Questo meccanismo è vecchio come il mondo (del petrolio): durante la crisi petrolifera degli anni '70, un caro amico era secondo ufficiale su una superpetroliera. Ascoltate quello che mi raccontò:
"Avevamo caricato greggio a Bandar Abbas (oggi Bandar Khomeini) e dovevamo scaricarlo a Pascagoula (Texas). Appena superato lo stretto di Torres, la compagnia ci impose di ridurre la velocitĂ  della nave a 5 nodi (contro gli 8 della velocitĂ  di crociera): attraversammo tutto il Pacifico, scapolammo Capo Horn e poi su per l'Atlantico mettendoci un mese in piĂą del previsto. Ovviamente, allo sbarco, il prezzo era sensibilmente cresciuto."
E dove le distanze erano poca cosa – come dalla Libia alla Sicilia – come si faceva ad aspettare? Lo raccontò un (allora) futuro premio Nobel – Dario Fo – che in quegli anni portava in giro uno spettacolo dove affermava che i petrolieri italiani "facevano fare tre giri della Sicilia alle petroliere prima di sbarcare il greggio". Nessuno lo querelò, e lo crediamo bene.
La ciliegina sulla torta, per suggellare con un matrimonio la lunga convivenza fra il potere politico e le holding energetiche, lo pose l'ex Ministro Tremonti inventandosi la "tassa sul tubo" nella Finanziaria per il 2006.
Si rese però subito conto che, nello Stivale, ci sarebbe stata un'immediata corsa a nascondere tubi e condotte sotto gli Alberi di Natale: scherzi a parte, siccome si trattava di un onere che veniva accollato tout court ad ENI ed ENEL, lo trasformò più semplicemente in un prelievo sui bilanci delle due società.
Ora, vi sembra una cosa seria ripianare i conti in rosso dello Stato – generati anche dalle sciagurate cartolarizzazioni di Tremonti – con un prelievo "secco" sui loro bilanci?
Perché non prelevare anche dalla FIAT…oppure dal salumaio sotto casa: se passa il concetto che lo Stato può prelevare denaro con un provvedimento legislativo dalle casse delle società, siamo ad un passo dalla proprietà statale dei bilanci, e dunque delle imprese.
Si potrĂ  obiettare che ENI ed ENEL sono in parte possedute dalla mano pubblica, ma sono anche quotate in borsa: gli azionisti non hanno avuto proprio nulla da dire?
Continuando il nostro racconto, siamo riusciti ad identificare chi ha i soldi – e quindi il vero potere decisionale, ossia le holding energetiche – chi deve agire come "cinghia di trasmissione" fra quei soldi e lo sviluppo tecnologico – la classe politica – e chi deve poi operare per ottenere dei risultati, ovvero gli istituti di ricerca.
Per questa ragione, la dott.ssa Quattrocchi pare ossessionata dai "soldi": "e non si può pagare le scuole e l'università per fare i soldi con un blog" e poi "E non mi spreco neanchè a scrivergli sul blog perchè lui sennò ci guadagna pure": i soldi sono quello che contano…quei soldi che, con l'idea del "sequestro" della CO2, siamo ad un passo dall'ottenere, copiosi, dai nostri contatti. Anch'io sono nato povero – Fedora – figlio d'operai, ma non me ne faccio un cruccio e, anzi, per molti aspetti ne vado fiero: cerca di superare il trauma, dopo si vive meglio.
Cosa le preoccupa? Ascoltiamo ancora Fedora: "e non credo abbia nessun Curricul Vitae…". Ciò che le due fattucchiere cercano, mentre infilano gli spilloni, è la rassicurazione che nessun altro possa metter loro i bastoni fra le ruote. Ritengono di dover rispondere – come sarebbe logico attendersi – citando a loro volta dati non ancora dichiarati dall'Istituto, provando che la loro idea era giusta, che avrebbe condotto ad un importante passo in avanti nel contenimento dei gas serra?
No, manco per idea: l'unica cosa che c'interessa è sapere se questo tizio è in grado di portarci via l'arrosto dal piatto, nient'altro. Poi, magnanimamente, offrono: "spero abbia il buon senso di chiedermi articoli e pubblicazioni scientifiche nazionali ed internazionali prima di riscrivere qualcosa pubblicamente sull'argomento". Ringrazio sentitamente, ma per scrivere il mio prossimo libro – che uscirà a breve e tratterà proprio del mutamento climatico – ho fatto abbondante provvista di pubblicazioni scientifiche da fonti che ritengo autorevoli: l'ICCP, il MIT, Stanford, l'ENEA…sono 176 Mbyte di documenti ufficiali. Anzi, se vogliono approfittare…
No, Sonia e Fedora non escono bene da questa vicenda…ma è l'istituzione universitaria (minuscolo) che non "esce bene" nel Bel Paese. Perché?
Poiché dovrebbero essere proprio loro il catalizzatore dello sviluppo tecnologico ed industriale, mentre il paese sotto questo aspetto langue: riteniamo che il Ministro dell'Università e della Ricerca abbia molto, sì, molto lavoro da fare…soprattutto se le "risorse umane" sono queste.
Vogliamo citare qualche esempio?
La Germania – più per motivazioni geopolitiche che per scelte ambientali – ha puntato sulle rinnovabili: i risultati? Delle 26 aziende che producono aerogeneratori, 25 sono tedesche. I maggiori produttori di pannelli fotovoltaici sono Siemens e Wuerth, entrambi in Germania (mi riferisco, ovviamente, alla loro dislocazione, mentre i pacchetti azionari potrebbero mutare nel momento stesso nel quale scrivo queste righe).
In Germania, ci sono circa 350.000 lavoratori che producono nuova tecnologia energetica: Friburgo – come molti sapranno – è la città più avanzata al mondo per progettazione architettonica "plasmata" su modelli di risparmio energetico.
La piccola Finlandia decise d'investire fino al 9% del PIL nella ricerca ed i risultati non si fecero attendere: uno dei tanti brevetti finlandesi riguarda l'identificazione dell'Helicobacter mediante la semplice analisi del sangue: fine delle gastroscopie. Ovviamente, possiamo immaginare quali saranno le ricadute economiche del brevetto.
La Spagna – paese cattolico come l'Italia – ha spalancato le braccia a Rubbia quando l'Italia lo ha cacciato, e se verranno dei frutti saranno spagnoli. Addirittura la piccola Cuba ha il brevetto su un vaccino per l'epatite C.
In Francia hanno puntato prevalentemente sull'elettromedicale & connessi ed annessi: chi è andato a farsi curare in Francia sa di cosa parlo, ma non trascurano certo altri settori (come quello militare ed aerospaziale). Hanno creato nei pressi di Antibes un centro di ricerca – Sophia Antipolis – che dovrà essere la punta di diamante della ricerca francese.
Quali furono i requisiti per scegliere la località? Tre: la presenza di un importante aeroporto internazionale – Nizza – poiché i ricercatori devono spostarsi agevolmente nel pianeta. Una natura incontaminata, perché – da alcune ricerche effettuate – risultava che i ricercatori maturavano più in fretta i risultati delle loro ricerche se vivevano in un ambiente ridente e solare. Oddio, forse non era il caso di spendere tanti soldi per saperlo: bastava chiedere alla prima persona che s'incontrava in strada se si riesce a pensare meglio in una soleggiata casetta ad Ischia oppure nella nebbia del petrolchimico di Marghera.
L'ultima condizione era quella del basso costo delle aree fabbricabili, poiché si presume che alla ricerca s'affianchino piccole aziende per la fase di prima industrializzazione dei progetti.
Anche l'Italia pensò di copiare il modello: osserviamo come lo "interpretò":
La località scelta fu Genova: c'era l'aeroporto. Ora, il Cristoforo Colombo è sì un aeroporto internazionale, ma nulla di paragonabile a Malpensa, Pisa o Fiumicino. Chissà perché molti liguri preferiscono partire da Nizza.
La seconda – ovvero la natura incontaminata – sarà probabilmente surrogata con gioiosi quadri ad olio dipinti da artisti di strada (per non spendere): dove si siano sognati la natura incontaminata a Genova – se vogliamo paragonarla alla Provenza francese – ce lo devono spiegare.
Da ultimo la barzelletta: Genova e la Liguria sono – per questioni meramente orografiche – fra le aree fabbricabili più care d'Italia.
Perché fu scelta Genova? Perché – all'epoca dei fatti – la Liguria era governata da una giunta di centro-destra ed a Roma c'era Berlusconi: dunque…
A questo punto, verrebbe la voglia di gettare come al solito la croce sulla sola classe politica e chiudere la faccenda, ma anche i baroni universitari hanno le loro magagne, perché nessuno ha posto dubbi su quelle scelte. Basta avere nomine, cattedre e posti: del resto, che ci frega?
Vogliono, lor signori, spiegarci qual è la trasparenza delle nomine? I molti casi di malasanità non hanno proprio nulla a che vedere con quelle nomine? Non è, per caso, che al bravo medico viene preferito il figlio del notabile, del politico, dell'accademico?
Noi – che siamo abituati a pensar male – ancora ricordiamo il caso dei due medici italiani che scoprirono un'importante proteina anti-cancro e che, per pubblicare la loro ricerca, dovettero emigrare a New York. Il motivo? A Roma, il loro compito era quello di studiare, mentre le ricerche venivano firmate da un loro collega che era, guarda a caso, il figlio del direttore dell'Istituto. Ci fu una rumorosa polemica, querele e smentite, ma tutto finì come finisce con la giustizia italiana che – come affermò Curzio Malaparte – "equivale all'onore delle puttane". Vogliamo parlare della fusione fredda e del prof. Del Giudice – Università di Milano – che ha pubblicato le risultanze, molto positive, delle sue ricerche e che ancora attende i finanziamenti (5 miliardi di vecchie lire) per passare alla fase "ingegneristica" del progetto? Riflettiamo che non s'investe una cifra pari ad una modesta vincita al Superenalotto per consentire al promettente lavoro di un ricercatore – che, evidentemente, non ha "santi in paradiso" – di prender forma.
Se la protervia delle baronie è nota, la viltà dei tanti ricercatori lo è un po' di meno. Perché – invece di denunciare le vessazioni alle quali sono sottoposti – chinano la testa e cercano protezione (politica e non) dal potente di turno? A forza di chinare il capo, il giogo diventerà sempre più basso e si giungerà a strisciare: contenti loro…
Da ultimo l'informazione, scientifica e non.
Personalmente, a scuola ho a disposizione le collane di Science e Nature, ma mi sono stufato di perdere del tempo a leggerle. Tutte le ricerche pubblicate sono sponsorizzate dalle holding della Chimica, dell'energia, della Farmacologia: come ci si può fidare di queste ricerche?
Per citare un solo esempio, tutte le ricerche sugli OGM sottolineano come gli OGM conducano ad un consistente risparmio nell'uso di fitofarmaci, potenzialmente dannosi se sparsi nell'ambiente, e questo è vero.
Dall'altra, però, nessuno si prende la briga d'investigare su quali potranno essere – nel lungo periodo – gli effetti di quei geni introdotti senza la "supervisione" della natura, che provvede – tramite l'evoluzione – a selezionare le specie.
S'afferma che negli USA non si notano "evidenti problemi legati agli OGM". Non si racconta, però, che pochi decenni non sono nulla al confronto dei tempi nei quali la natura produce degli effetti: in buona sostanza, quei ricercatori finiscono per scambiare le loro risultanze di laboratorio (ossia degli ambiti ristretti) con l'enormità (tempo e spazio) della biosfera. Il loro conto in banca – rifornito da quelle holding – non avrà nessun legame con le loro scelte, con la filosofia dei loro progetti?
Se la filosofia ci ha abbandonati e non riesce a fornire risposte valide (pensiamo a casi come la donazione degli organi, l'eredità biologica ed altri) i ricercatori non possono ritenere d'avere completo "campo libero" nella sperimentazione: o diventano loro stessi filosofi – e dunque s'attengono a qualche forma di codice d'autoregolamentazione – oppure seguono i soli desiderata delle holding finanziarie e ci fanno correre pesanti rischi. Per questa ragione temono l'informazione.
Proprio per questo coacervo di ragioni, diventa essenziale – per la sua funzione di divulgazione e di critica – il ruolo dell'informazione, che la dott.ssa Quattrocchi ritiene debba essere ristretta al solo ambito accademico. Eh, lo crediamo bene, sarà poco educata ma mica è fessa.
Fedora pare dimenticare che è anch'essa una nostra "dipendente", come i politici ed anche – purtroppo – i giornalisti. Eh sì, perché, se lo Stato (cioè noi) spende ogni anno un miliardo di euro per sostenere la stampa (contributi per la carta e sovvenzioni ai giornali di "area politica"), tutto quel mondo entra in un colossale cortocircuito.
Le holding pagano, i politici distribuiscono, i ricercatori non si chiedono nessun "perché" e chi – infine – dovrebbe controllare e fare della sana critica tace perché ricattato con i finanziamenti statali. Ecco come siamo messi.
Un giornalista inglese si meravigliava – prima delle recenti elezioni politiche – per i molti giornalisti e direttori di testate presenti nelle liste dei partiti. Da noi, in Gran Bretagna – affermava forse ingenuamente – i giornalisti sono visti dai politici come il "fumo negli occhi" e nessuno li vedrebbe di buon occhio sedere accanto alla Camera. Una sana separazione dei poteri.
Di chi è dunque la colpa per il malsano andazzo? Dei Mandarini, ovviamente.
Il più antico paese del pianeta – mai colonizzato – è la Cina. Come trascorse, in completa solitudine, i millenni il Celeste Impero? Fra mille traversie, invasioni, congiure, guerre, dinastie…ma sempre retto dalla casta dei Mandarini. Chi erano costoro?
Sono un fenomeno quasi unico nel pianeta, per durata nei millenni: una casta di funzionari addetti all'amministrazione del paese – dei dotti filosofi potremmo affermare – che si formava con l'approfondito studio dei "tre libri", ossia l'I Ching, il Nei Ching ed il Tao te Ching. Confucio – nel VI secolo A. C. – definiva quei testi come "molto antichi".
In sostanza, lo studio di quei libri forniva una formazione filosofica che trascendeva il tempo: l'Universo è in continuo mutamento ma rimane – per gli aspetti essenziali – immutato. Uno dei tanti aforismi apparentemente antitetici ai quali la cultura orientale ci ha abituati.
Proprio grazie a quella cultura, la Cina ha saputo sopravvivere ai molteplici ed inevitabili sconquassi generati dal naturale volgere degli eventi: passarono le dinastie, passarono i mongoli, Gengis Khan…fino ai boxer ed all'invasione giapponese.
Se da un lato la Cina è sopravvissuta, ciò non significa che abbia vissuto.
I cinesi furono grandi inventori: dalla polvere da sparo alla metallurgia, che praticavano su vasta scala quando da noi era considerata un'arte "d'elite". Nonostante ciò, la Cina – soltanto mezzo secolo fa – viveva in condizioni pressoché feudali.
L'apparente contraddizione si spiega solo meditando sull'altra, sempre apparente, dicotomia: l'universo che muta in continuazione e rimane immutato. In altre parole, panta rei.
Ebbene, se c'è un paese che ha vissuto e tuttora vive una profonda lacerazione fra una visione di casta (come quella cinese dei Mandarini) ed un'altra (che potremmo meglio identificare con la Riforma di Lutero) questo è proprio l'Italia.
Non ripeterò ciò che ho approfondito meglio in altri articoli – ossia come la completa repressione delle tesi luterane nel paese del papato sia stata una sciagura – ma dobbiamo riflettere che "l'intellighenzia" del Bel Paese è una classe di funzionari molto simile ai Mandarini cinesi.
Come i Mandarini, disprezza tutte quelle attività che non sono strettamente legate alla conferma di una cultura statica (e dominante). Nella precedente legislatura, molti magistrati nominavano il loro Ministro – Castelli – come "l'ingegner Castelli", inferendo al termine un valore spregiativo. Non sarò certo io a difendere od approvare l'operato di Castelli, ma in un paese normale nessuno si sognerebbe di spregiarlo soltanto perché non ha alle spalle degli studi giuridici.
Seguendo le orme dei Mandarini, considera la cultura come un patrimonio statico al quale attingere e basta: il latino continua ad essere il marchio del vero sapere, il resto sono quisquilie. Ci si nutre di detti e proverbi dell'età classica per avallare comportamenti che – Catone e Seneca – forse avrebbero censurato. Così, di fronte alla staticità del nostro vivere – che ci sta attanagliando, al punto che non facciamo più figli – ripetiamo che è giusto "mutare tutto per non cambiar nulla", e via con "Il Gattopardo". La classe politica non ci convince? Malatempora currunt.
Sono sicuro che – nelle infinite discussioni sui PACS – qualcuno avrà sentenziato: mater certa est, pater non semper.
Potremmo continuare per righe e righe, ma il lettore consapevole avrà certo compreso: non si tratta di un attacco alla cultura classica, ma dell'uso strumentale che se ne fa per scopi che…servono soltanto alla sopravvivenza dei Mandarini! Difatti, la Cina – da quando non è più retta da quella casta – ha iniziato a dimostrare le sue capacità: in modo contraddittorio, con molte carenze sui diritti umani, ma ha liberato le energie positive della sua gente.
Potremmo creare una sorta di gioco a premi per stabilire chi sono i "Mandarini" italiani: Andreotti? Certo. Prodi? Quasi certo. Berlusconi? Prima dovremmo spiegargli la differenza fra un Mandarino ed un mandarino. Rutelli, Fini e Fassino studiano da Mandarini: il primo, purtroppo, dopo la vicenda dei PACS si è visto posticipare la presentazione della tesi alle calende greche.
D'Alema è forse cascato nella "pozione" dei Mandarini da piccolo, mentre Mussi li mangia per diventarlo: per questa ragione è sempre così rubizzo. Pisanu è senz'altro un "Mandarinu", mentre De Michelis è solo un'arancia, di quelle che si portano in carcere.
Non voglio proseguire, perché immagino che il gioco sia così divertente che ciascuno vorrà continuarlo per conto proprio.
I Mandarini portavano, come segno distintivo di casta, degli abiti con lunghe maniche: ciò testimoniava che non dovevano usare le mani per lavorare.
Purtroppo – dai politici ai giornalisti, dai baroni universitari ai dirigenti pubblici – siamo perseguitati da una pletora di insipienti, statici, penosi ed insipienti Mandarini. Una raffica di "culi pesanti" e scarsamente "pensanti". Girano come polloni di zucca da un'istituzione all'altra, da un Ente al successivo incassando laute prebende, stratosferiche liquidazioni ed…altro!
Non contenti, possono andare in pensione quando vogliono, godono da anni di una legge tipo "PACS" – quella che vorrebbero negare agli altri – che vale solo per la casta dei parlamentari e dei giornalisti. Hanno "legato" le retribuzioni dei parlamentari e dei dirigenti statali a quelle di magistrati, alte sfere militari, ecc, così viaggiano sempre tutti insieme verso rosei futuri. Il "tetto" previsto in Finanziaria – di 500.000 euro l'anno per le retribuzioni dei dirigenti pubblici – con un "emendamento" è salito a 750.000, con possibili "deroghe". L'unico obiettivo che perseguono costantemente è la sopravvivenza della loro specie: non c'è centro-destra o centro-sinistra che li smuova, perché il Celeste Impero Romano continua a sopravvivere, immutato nel suo continuo cambiare. Basta essere uniti nel gestire il potere: qualcuno si lamenta? Non ci pare, noi non abbiamo udito nulla: l'importante è che ci votino.
Purtroppo, negli ultimi anni, è avvenuto un fatto nuovo: si può comunicare senza censura, senza direttori (ir)responsabili, senza imprimatur ecclesiastici, privi dell'avallo delle gerarchie accademiche. E' il grande rischio che Fedora paventa, la fine dei Mandarini: il Web.
Sono questi dannati blogger che ci rubano il mestiere – osano discutere di cose per le quali non hanno titolo! – e quale sarebbe il "titolo" per avere diritto di parola, in democrazia, Vostra Grazia?
Peccato che qualcuno un po' più conosciuto di Fedora – mi riferisco a Arthur Sulzberger, l'editore del New York Times – l'8 febbraio 2007 abbia comunicato che fra cinque anni, probabilmente, non esisterà più l'edizione cartacea della testata ma solo quella Web. Repubblica, ha ammesso che la raccolta pubblicitaria va meglio per l'edizione Web che per quella cartacea.
La strenua difesa di Fort Apache alla quale assistiamo – dai primi talk show "liberi", come quelli di Funari e le prime edizioni di Samarcanda, per finire ai funerei ed ingessati dibattiti odierni, infarciti di politici e di loro accoliti, dai quali la gente comune è rigorosamente esclusa – è soltanto il segno del cedimento, dell'ultima linea difensiva dei Mandarini che sta franando. Fedora può tranquillamente credere che Beppe Grillo sia malato di demenza senile, ma nessuno sa chi è Fedora Quattrocchi, Beppe Grillo, beh…
La transizione al Web rappresenta – storicamente – lo stesso passo che avvenne con l'invenzione della stampa: anche a quel tempo il potere ritenne di poter contenere il fenomeno, mentre quella invenzione mandò all'aria secoli di potere cristallizzato, dogmi, credulonerie, falsità.
Oggi, una scienza cristallizzata e tragicamente estranea al vivere sociale – come lo furono le strutture ecclesiastiche del tempo – si scaglia contro il Web, contro la discussione, la critica: in altre parole, contro la vera democrazia partecipativa. Il motivo?
Perché a forza di vivere separata nella torre d'avorio è finita per diventare essa stessa un dogma, pari a quelli che uno dei suoi massimi esponenti – Galileo – contribuì ad abbattere, ed oggi – per il timore di dover affrontare un vero confronto sui grandi temi, epistemologici ed etici – tenta un'estrema e scomposta difesa chiudendosi a riccio.
Non penso che ci sia altro da aggiungere in merito a Sonia e Fedora: faccio semplicemente notare che ho cancellato i loro indirizzi di posta elettronica dalle e-mail – potevo non farlo – poiché non sarebbe stata una bella cosa se qualcuno avesse considerato di ripagarle con la stessa maleducazione. Per quanto mi riguarda, la questione è chiusa e non intendo più occuparmene perché ho molte altre cose da fare, ma voglio aggiungere un'ultima notazione: lungo tutto il testo, mi sono riferito ad esse chiamandole confidenzialmente Sonia, Fedora, oppure le dott.sse Topazio e Quattrocchi. Perché?
Poiché non ho avvertito la necessità d'usare altri appellativi: signori forse si nasce, signore, beh…non saprei…

Carlo Bertani 10.02.2007
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venerdì, 23 febbraio 2007

La piccola Saigon (a Lentini)

La piccola Saigon
Cosa c'è dietro al contestato piano di edilizia residenziale per i militari Usa di Sigonella?
Luca Galassi Peace Reporter 12.2.2007

Parola d'onore. La 'piccola Saigon', come gli americani chiamano Sigonella, storpiando la pronuncia della località siciliana, sorge in mezzo a un fertile agrumeto con vista sull'Etna. In un'area possibilmente ancor più amena, tra i frutteti e le rovine dell'antica civiltà sicula del VI secolo avanti Cristo, in località Lentini, vedrà presto la luce un nuovo insediamento, destinato a ospitare 7 mila militari Usa. Ma nulla, si dice, è ancora certo. Nulla, come per la nuova base Usa a Vicenza, è stato ancora formalizzato.
Tuttavia, in alcune circostanze, nella politica e nella gestione della cosa pubblica, nel nostro Paese 'basta la parola'. La parola d'onore. Così, come per la Dal Molin l'uomo d'onore fu Romano Prodi, così a Lentini la 'parola' è stata garantita dal consiglio comunale, che nell'ottobre 2006 ha approvato con procedura d'urgenza e voto trasversale la variante al piano regolatore per cambiare destinazione d'uso a quegli splendidi terreni soleggiati e fruttiferi con vista sull'Etna: da agricoli ad abitativi. Ovvero: mentre prima non si poteva costruire, su un'area - come detto - coltivata ad agrumi e sottoposta a vincolo paesaggistico perché di rilevante interesse archeologico, oggi, su quell'area è già pronto un mega-progetto di urbanizzazione e un committente pronto a rendere quel progetto realtà.
La Sigonella sconosciuta. Il "complesso insediativo ad uso collettivo destinato alla esclusiva residenza temporanea dei militari americani della base di Sigonella Us Navy", così come recita la delibera comunale, sarà costituito da oltre 1.200 villette a schiera, occuperà un'area di 91 ettari per 670 mila metri cubi di costruzioni e costerà 675 milioni di euro.
Il progetto è stato presentato al consiglio comunale di Lentini dalla Scirumi srl, società siciliana fondata nel 2005, per metà di proprietà dell'azienda 'Maltauro' di Vicenza (già specializzata in lavori all'interno di basi Usa in Italia), e per metà di Mario Ciancio Sanfilippo, potente editore-imprenditore siciliano. Perchè, ci si chiede, la costruzione di casette per i soldati sta facendo tanto discutere, in Sicilia come altrove?
Lo abbiamo chiesto alla persona che sull'argomento ha prodotto la maggior mole di documenti. Si chiama Antonio Mazzeo, è insegnante e redattore di 'Terrelibere.org', animatore delle storiche lotte pacifiste contro la base missilistica di Comiso nonché studioso di insediamenti militari in Sicilia e nell'area mediterranea. "Se dico Sigonella vengono alla mente solo alcune cose: Cruise Ss-20, Achille Lauro, Craxi. Dopo gli anni '80 abbiamo cercato di far tornare la base al centro del dibattito sul militare. Invano. Eppure qui si sono verificati fatti gravissimi, come l'interminabile numero di inchieste giudiziarie che hanno provato la presenza di Cosa Nostra all'interno della base, come l'infiltrazione di imprese mafiose negli appalti.
O come gli studi sul numero assai elevato di leucemie nell'area tra i comuni di Lentini e Francofonte, tassi di malattia unici in tutta Italia. Oppure ancora il problema dell'approdo militare di Augusta, a pochi chilometri dalla base, dove attraccano sommergibili nucleari e portaerei per rifornimenti di armi e carburante. 
Nel tragitto tra Sigonella e Augusta si sono schiantati decine di elicotteri e aerei militari, ma nessuno ha mai potuto verificare cosa trasportassero perché sono precipitati. Oppure, ancora, l'ipotesi della presenza di discariche abusive per rifiuti speciali ritrovate nel territorio del comune di Lentini. Poi, il problema dell'ospedale militare statunitense, il più grande dell'area mediterranea, legato anche questo allo smaltimento di rifiuti pericolosi. Infine, il consumo di acqua dell'aeroporto: 570 litri al giorno, contro i 200 di un italiano, in una regione dove l'approvvigionamento idrico è un problema enorme. Le nostre denunce sono spesso cadute nel vuoto. L'informazione, qui, è controllata dalla famiglia Ciancio Sanfilippo: con partecipazioni nella Gazzetta del Sud, nel Giornale di Sicilia, in alcune emittenti locali, il potere che sviluppa sui media è imponente".
I 'soliti noti'. Nonostante i lavori del nuovo insediamento di Sigonella facciano gola a molti, ad aggiudicarseli saranno probabilmente i 'soliti noti', ovvero i costruttori che da anni vantano un rapporto privilegiato con il governo degli Stati Uniti. Parliamo della Maltauro, già assegnataria di lavori per la base di Aviano e candidato numero uno per il mega progetto del Dal Molin a Vicenza. Se ci chiediamo il perché la ditta vicentina sia riuscita ad arrivare così lontano, nell'area feconda della 'piccola Saigon', troviamo una risposta tanto scontata quanto convinta: "Perché siamo bravi".
A dirlo è l'ingegner Ezio Trentin, da almeno dieci anni il tecnico della Maltauro che ha lavorato più spesso con gli americani, attualmente nel consiglio di amministrazione della Scirumi srl.
"La scelta di un'impresa come la nostra nasce dal rapporto di credibilità che abbiamo costruito nel tempo con gli americani. Per lavorare con loro bisogna avere personale altamente qualificato, che corrisponda ai requisiti richiesti, molto più rigidi di quelli italiani. Nei nostri quadri aziendali abbiamo persone che hanno questo tipo di cultura tecnica e tecnologica. E poi, in Sicilia ci conoscono perché in provincia di Catania abbiamo già costruito la più grande opera di edilizia commerciale del Mezzogiorno: Etnapolis, un centro commerciale al quale abbiamo lavorato per un valore i 15 milioni di euro. Anche per questo, la Maltauro ha tutte le carte in regola per poter lavorare bene anche al progetto di Lentini".
La Maltauro ha un rapporto ben radicato in questa zona della Sicilia: ha costruito la casa circondariale di Siracusa, un liceo scientifico a Rosolini (piccolo comune siracusano) e il tronco autostradale Palermo-Caltavulturo sulla A/19. Alla luce di queste relazioni ben consolidate, come trovare obiezioni all'idillio Maltauro-Ciancio Sanfilippo? In fondo, come diceva tal Jacopo da Lentini, uno del luogo, che di passioni se ne intendeva, "amor è un disio che ven da core".
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venerdì, 23 febbraio 2007

L'ABBE' BR

L'ABBE' BR
Alcenero Comedonchisciotte.org 28.01.2007

La settimana scorsa giornali e telegiornali hanno riportato la notizia del lutto che ha colpito la Francia con la morte dell' Abbé Pierre, al secolo Henri Grouès: tutti si sono concentrati sugli aspetti che hanno reso famoso nel mondo, e "santificato" quando ancora era vivo, il frate cappuccino francese. Si è parlato infatti del suo impegno nella resistenza francese, con l'aiuto a chi scappava dal lavoro obbligatorio in Germania, la fondazione di un giornale clandestino a Grenoble e l'incontro con Charles De Gaulle nel '44. L' attività di aiuto ai senzatetto con la fondazione dei gruppi Emmaus ad iniziare dal '49 e le battaglie in favore degli affamati del Bangladesh nel 1971 e dei 'boat people' nel 1979. Sempre indicato come uomo vicino alla sinistra ha anche subito delle forti critiche a causa di prese di posizione conservatrici, quando indicò la fedeltà come migliore arma per lottare contro l'AIDS, e per la difesa pubblica del suo amico Roger Garaudy, condannato per incitazione all'odio razziale a causa di posizioni revisioniste sull'Olocausto.
Pochi hanno ricordato altri episodi particolarmente inquietanti della vita dell' Abbé Pierre che riguardano da vicino il nostro paese.
Per arrivare a tali episodi occorre partire da molto lontano e precisamente da quei giorni alla fine degli anni '70 quando pochi magistrati, e in seguito alcuni membri delle Commissioni parlamentari che indagavano sugli episodi oscuri degli anni di piombo, cercarono di districare la matassa che si celava dietro all'omicidio di Aldo Moro e all'attività delle BR. Spesso si è parlato di livelli superiori all'attività dei brigatisti, ipotizzando che i clandestini sul campo (ad esempio Moretti, l'organizzatore del sequestro Moro) fossero diretti dall'esterno, o quantomeno si consultassero con persone (ad esempio la proverbiale figura del "grande vecchio") mai indagate, o forse solo sfiorate dalle indagini. E chi ha notato le anomalie nell'attività e nei successi brigatisti ha spesso ipotizzato che proprio tali strutture esterne fossero delle facciate tramite cui l'intelligence occidentale sfruttava il terrorismo per completare il quadro della strategia della tensione.
La storia delle BR, come è frequente nel caso di organizzazioni clandestine con lo scopo della lotta politica anche mediante mezzi violenti, è sin dall’ inizio una storia di gruppi in competizione tra loro e desiderosi di assumere il controllo dell’ organizzazione. Dei partecipanti della riunione di Pecorile dell’ Agosto del 1970, che viene indicata come l’evento costitutivo delle BR, fanno parte persone che andranno poi a costituire due componenti separate, in competizione tra loro per il controllo dell’ organizzazione e animate da diverse idee su quale debba essere il modo di condurre la lotta politica. Accanto ai primi leader BR inizialmente sostenitori di operazioni relativamente incruente e in primo luogo dimostrative (Renato Curcio, Mara Cagol, Alberto Franceschini) si trovava un gruppo di militanti, sostenitori di una aperta lotta su di un piano militare contro lo Stato molto simile a quella praticata in Germania dalla RAF, che furono inizialmente allontanati e che sarebbero andati a costituire una organizzazione “superclandestina” denominata Superclan. Di questo gruppo di persone capeggiato da Corrado Simioni, un ex militante del PSI espulso per “indegnità morale”, facevano parte Prospero Gallinari e Mario Moretti che avrebbero assunto la guida delle BR nella fase violenta culminata col sequestro Moro.
A detta del brigatista pentito Antonio Savasta, proprio Simioni, insieme a Duccio Berio e Giovanni Mulinaris, saranno poi i coordinatori di una struttura internazionale di collegamento tra tutte le organizzazioni terroristiche, marxiste o nazionaliste, nel periodo della “seconda stagione” delle BR, quella militarizzata ed egemonizzata operativamente da Mario Moretti (che era in pratica l’unico a prendere le decisioni durante il sequestro Moro). Tale struttura e i suoi coordinatori clandestini avevano sede a Parigi dove Moretti si recava spesso, aveva una abitazione ed aveva come contatto diretto un certo Louis, pur avendo rapporti anche con i “superclandestini” italiani. Nonostante Moretti abbia sempre smentito questi contatti, essi sono comprovati da numerose testimonianze ed acquisiti agli atti delle inchieste riguardanti l’ex capo BR. Qui incontriamo forse l’ infiltrazione a livello più alto, e quindi decisivo, dell’ organizzazione terroristica. Tale Louis (identificato in Jean-Louis Baudet) è infatti un esponente dell’ agenzia privata di intelligence denominata “Le Group” protetta dai servizi segreti francesi e in contatto con tutte le realtà clandestine e di intelligence, d’ Europa e non solo.
Oltre al legame con i servizi francesi Le Group lavorò, tramite la RAF tedesca, con il Mossad rendendo possibile l’ uccisione di militanti palestinesi accusati di avere progettato l’ attentato alle olimpiadi di Monaco del 1972.
La vicenda, resa celebre di recente dal film “Munich” di S. Spielberg, costituisce uno dei più brillanti e sanguinosi successi del Mossad e illustra anche l’efficienza di questo gruppo privato, letteralmente indispensabile al buon esito dell’ operazione del gruppo di agenti clandestini guidati da Y. Avner. Oltre che per “Le Group” (il cui fondatore è il padre, ex militante nella resistenza francese) Louis lavora anche nel centro parigino CRISE proprio insieme a Duccio Berio e, tra gli altri, un ex agente CIA (Philip Agee).
Il giudice Rosario Priore si lamenterà davanti alla Commissione Parlamentare stragi dell’impossibilità di svolgere indagini sul potente e protetto gruppo di contatto di Mario Moretti a Parigi. La dipendenza delle BR da questi referenti esteri era tale da richiedere frequenti e pericolosi viaggi a Parigi del ricercato Moretti.
Simioni fu definito dal Generale Dalla Chiesa “una intelligenza a monte delle BR”, il socialista Silvano Larini, a dieci anni dagli eventi, definirà esplicitamente Simioni “capo delle BR” e persino Craxi disse che il fantomatico “Grande Vecchio” a capo del partito armato andava cercato a Parigi, seppure smentendo riferimenti diretti a Simioni.
E’ interessante vedere come proprio a riguardo di questo personaggio, protetto e poco esposto, si vadano accumulando ambiguità, stranezze, sospetti e contiguità con il mondo dei servizi segreti.
Incrociamo qui per la prima volta il celebre Abbé Pierre. Infatti due anni dopo la cattura dei primi capi BR, Curcio e Franceschini, Simioni insieme ad altri, i citati Berio e Mulinaris, e Francoise Tuscher nipote proprio dell'Abbé Pierre, fondò a Parigi la scuola di lingue Agorà che prenderà poi il nome di Hyperion.
Sul conto di questa scuola i sospetti si sprecano in quanto pare accertato che fosse appoggiata dai servizi francesi e dal servizio segreto vaticano Pro Deo il cui fondatore, padre Morlion, era a libro paga della CIA : ciò emerge da inchieste giudiziarie. Dichiarazioni di brigatisti pentiti sottolineano il ruolo della “scuola” nel portare avanti rapporti con le organizzazioni terroristiche di tutta Europa.
In piĂą Duccio Berio era da anni un informatore del servizio segreto militare italiano (SID) che, come egli stesso ammette, aveva iniziato a ricattarlo giĂ  nel 1972.
La Commissione Parlamentare sul delitto Moro osserverĂ  come gli introiti della scuola erano inadeguati all’ affitto dei locali in cui aveva sede e in generale alle spese che doveva sostenere, mentre gli incaricati della scuola al momenti di organizzare viaggi culturali e altre attivitĂ  â€ufficiali’ dell’ istituto, si dimostravano così incompetenti da destare profondi sospetti.
Oltre al legame di vecchia data tra i fondatori della scuola e Moretti, a legare l’Hyperion al caso Moro saranno anche testimoni oculari dell’agguato di via Fani che riconobbero uno dei fondatori della scuola, Innocente Salvoni, come facente parte del commando brigatista. Le testimonianze vennero dichiarate infondate, pare dopo l’interessamento proprio dell’Abbé Pierre, zio della moglie di Salvoni (e fondatrice anch’essa dell’Hyperion). L'Abbé Pierre andò addirittura in visita alla sede nazionale della DC a Piazza del Gesù e subito dopo, strana coincidenza, le testimonianze a carico di Salvoni vennero dichiarate infondate.
L’Hyperion aprì una sede a Roma all’ inizio del 1978 nello stesso edificio in cui vi erano sedi di società usate dal Sismi. La sede romana iniziò a essere smobilitata già nel Giugno del 1978: un mese dopo la morte di Moro, e quando il giudice Pietro Calogero ottenne prove che implicavano il coinvolgimento della scuola nell’ attività delle BR, una provvidenziale fuga di notizie pubblicata dal Corriere della Sera, allora controllato dalla P2, rese inutili le perquisizioni a Parigi, mentre, secondo il brigatista pentito Michele Galati, Moretti, che aveva contatti frequenti con i dirigenti della scuola anche in Italia e dopo la morte di Moro, era preoccupato dagli esiti di queste inchieste giudiziarie.
Nel frattempo l’Ucigos riferiva l’ipotesi che “l †Istituto di lingue Hyperion sia il più importante ufficio di rappresentanza della CIA in Europa”. Anche il giudice Priore riferisce il sospetto, suo e del collega Imposimato, che Hyperion fosse collegato con i servizi segreti. Quando emersero queste inchieste rimase, come diretto referente BR a Parigi, “Louis” Baudet, e quando si giunse all’ arresto di quest’ultimo si seppe che “era in contatto con la cosiddetta cellula dell’Eliseo, una struttura direttamente dipendente dalla Presidenza della Repubblica francese”.
Della protezione goduta da questi personaggi ci si può rendere conto vedendo quanto accade nel 1982, all’ arresto di Mulinaris e all’ emissione del mandato di cattura nei confronti di Berio e Simioni da parte della Procura di Venezia: nuovamente l’ Abbé Pierre si batte per l’archiviazione, poi ottenuta, dei procedimenti giudiziari a loro carico. Il giudice Priore, davanti alla Commissione stragi, si lamenterà di come sia difficile ottenere la collaborazione degli Stati esteri quando in un inchiesta risultino coinvolti i servizi segreti, mentre, davanti alla Commissione Moro nel 1983, il Ministro Rognoni dirà che la Francia “si è sempre eclissata” di fronte ad esplicite richieste per le indagini sull’ Hyperion.
Dunque Moretti aveva come referenti ad un livello superiore personaggi del mondo dell’intelligence (Baudet) o ambigui personaggi più o meno dietro le quinte della lotta armata (Simioni, Berio, Salvoni ecc) legati anch’essi, per scelta o per obbligo a seconda dei casi, a strutture segrete protette o organizzate dagli stati.
Qual'è dunque il ruolo dell'Abbé Pierre in queste inquietanti vicende? Difende Mulinaris e gli altri in buona fede (e, ricordiamolo, lo fa anche pubblicamente) ? Li conosceva solo per il suo rapporto di parentela con la moglie di Salvoni? O forse anche in virtù delle sue conoscenze nel mondo della Resistenza (nazionalista) francese a cui era anche legato "Louis"? O erano legami politici? Era a conoscenza di quegli elementi che fanno pensare al doppiogiochismo di queste persone?
In poche parole: l'Abbé Pierre stava ingenuamente aiutando amici e conoscenti (e parenti), stava coscientemente aiutando i veri vertici delle BR, o stava coscientemente aiutando quegli elementi dell'intelligence che, tramite l'uccisione di Moro, manipolavano le BR per allontanare lo spettro del "compromesso storico" e dell' avvicinamento del PCI al governo ?
Tutti gli elementi citati sono tratti dalle dettagliate ricostruzioni presentate nelle numerose opere di Sergio Flamigni, già parlamentare del Pci dal 1968 al 1987, e membro delle Commissioni parlamentari d’inchiesta sul caso Moro, sulla P2 e Antimafia. Di Flamigni, che può essere considerato il maggiore studioso del sequestro Moro e delle sue implicazioni geopolitiche, consigliamo in particolare "La Tela Del Ragno: il Delitto Moro". Tutte le opere sono pubblicate nelle edizioni Kaos. Un film che, partendo da vicende di fantasia, ricostruisce i segreti del caso Moro citando il ruolo dell'Hyperion, è Piazza delle Cinque Lune di Renzo Martinelli.
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venerdì, 23 febbraio 2007

SULL’OPUS DEI SEGRETA

ANCORA SULL’OPUS DEI SEGRETA
Sergio Baratto Il Primo Amore 13.02.2007

*Sul sito italiano dell'Opus Dei una pagina apposita è dedicata alla confutazione del libro di Ferruccio Pinotti. Una volta letto Opus Dei segreta è doveroso consultarla, se non altro per giudicare la validità delle smentite dell'Opus Dei. Personalmente, mi è capitato di rado di trovare una così sistematica volontà di aggirare ogni questione. Ma, ripeto, è un'impressione soggettiva. Fateci un giro e giudicate.

Del libro di Ferruccio Pinotti, Opus Dei segreta (Bur 2006), ha già scritto su questo sito Teo Lorini. Ciò che segue non è una recensione, ma uno spoglio degli appunti che ho preso durante la lettura e una trascrizione di alcuni dei passi che mi hanno più colpito. Si tratta naturalmente di una selezione parziale e limitata, data la mole di informazioni contenute nel libro (di cui consiglio caldamente la lettura). Aggiungo soltanto che il lavoro di Pinotti si legge con estrema facilità e – almeno nel mio caso personale – spavento e costernazione.
Nonostante la pubblicità negativa durante il furoreggiare del Codice da Vinci, ad oggi in Italia dell'Opus Dei si è parlato e discusso molto poco, e le rare volte che l'argomento si è affacciato sulle pagine della stampa, si è preferito più che altro limitarsi agli aspetti più superficialmente sensazionalistici: il cilicio (da indossare almeno due ore al giorno), la disciplina (la frusta con cui i membri dell'Opera sono tenuti a flagellarsi settimanalmente) e, al limite, le "tute antimasturbazione". Eppure, terminando la lettura di Opus Dei segreta, l'impressione è che tali pratiche siano di gran lunga la cosa meno inquietante.
In questi anni, in cui fortissima si fa sentire l'ingerenza della Chiesa negli affari dello Stato, credo sia fondamentale diffondere il più possibile – e in questo l'inchiesta di Pinotti può costituire un ottimo punto di partenza – la conoscenza delle realtà e delle strutture di potere che si muovono all'interno della gerarchia ecclesiastica e nel cuore del cattolicesimo laicale, determinandone gli orientamenti e influendo pesantemente sulla vita sociale e politica di tutti noi.
"Il male viene dall'interno della Chiesa e dai suoi vertici. Nella Chiesa c'è una autentica putredine e a volte sembra che il corpo mistico di Cristo sia un cadavere in maleodorante decomposizione".
Escrivá de Balaguer, 1972

Il Nostro Amato Leader che è in cielo
Padre Josemaría Escrivá de Balaguer (Barbastro, Spagna, 1902 - Roma 1975). Beatificato nel 1992 e santificato a tempo di record nel 2002.
La sua figura è al centro di un culto della personalità dagli aspetti sconcertanti e vagamente sacrileghi. Dennis Dubro, un ex numerario americano, racconta di un suo direttore spirituale che collezionava episodi e leggende sulla vita del fondatore dell'Opera:
"Mi disse che uno dei più anziani collaboratori di Escrivá... gli aveva confidato questa storia: Escrivá, morto ufficialmente il 26 giugno 1975, era in realtà morto una prima volta il 27 aprile 1954, durante un incidente seguito da coma diabetico; ma che era miracolosamente risorto per completare la fondazione dell'Opus Dei. Questo direttore affermava di aver toccato il corpo risorto di Escrivá".
Padre Vladimir Feltzmann ha conosciuto bene Escrivá, avendo fatto parte per anni della ristretta cerchia dei suoi collaboratori, prima di uscire dall'Opus Dei nel 1982 con queste parole: "Per quanto nobili e magnanime fossero in origine le idee del fondatore, con il passare del tempo l'Organizzazione venne talmente forgiata dal terrore (...) che non posso continuare a contribuire a essa reclutando nuovi membri". I ricordi di padre Feltzmann contribuiscono a dare di Escrivá un'immagine sfaccettata, ben diversa dall'agiografia para-stalinista:
"Aveva un temperamento brioso, vivace, cosa che ufficialmente veniva negata. Quando era depresso, ufficialmente si diceva che era stanco. C'erano due personaggi, quello ufficiale e quello vero. Il personaggio autentico era un uomo che ti diceva: â€Ti prego, aiutami. Sono depresso. Tienimi la mano, tienimi sveglio, non vorrei addormentarmi'. Era molto caldo, molto schietto.
(...) Escrivá di tanto in tanto era depresso; soprattutto nel periodo successivo al Concilio Vaticano II era fortemente depresso. La notte non riusciva a dormire e dormiva di giorno. (...) Io credo che gli mancasse la sincerità, nella misura in cui non voleva accettare il proprio inconscio: gli sembrava sospetto".
Le sue simpatie franchiste e fasciste sono note e accertate al di lĂ  di ogni dubbio.
Sempre nelle parole di padre Feltzmann:
"Se nella sua vita ha odiato qualcosa, era proprio il comunismo. Esso rappresentava il male per lui, perchĂ© aveva sofferto a causa di questo. Vedeva la Germania nazista come una crociata contro il comunismo. (...) â€Io credo – mi disse, e questo lo disse proprio a me – che, se la gente pensa che Hitler abbia ucciso sei milioni di ebrei, certamente esagera. Hitler non era così malvagio. Potrebbe aver ucciso al massimo tre o quattro milioni di ebrei'".
Conclusione di Feltzmann: "Io penso che Escrivá volesse vedere tutto questo in senso positivo, perché Hitler aveva salvato il cristianesimo in Spagna".
Oggi nell'Opus Dei ci si riferisce comunemente a Escrivá come al "Nostro Padre che è in cielo". L'assonanza con l'incipit del Padre nostro impressiona.

Il mausoleo e le Guardie Rosse
Il centro nevralgico dell'Opus Dei a livello mondiale, il cuore del sistema, è a Roma, in Viale Buozzi 73, quartiere Parioli. Non ci sono targhe o cartelli di identificazione, solo una scritta: "cappella prelatizia". Nei sotterranei del complesso, in una cripta, trova il sepolcro del fondatore. Le spoglie mortali di Josemaría Escrivá riposano in una teca gigantesca di metallo dorato. Naturalmente esiste la possibilità che non si tratti di oro vero. In quel luogo, secondo Pinotti, spesso i potenti manager dell'Opera assistono alla messa. In genere "si tratta di giovani uomini vestiti con eleganza, attraenti. L'Opus Dei ritiene infatti che un aspetto gradevole sia di forte aiuto nell'apostolato. Niente gente brutta, malmessa, sofferente: facce abbronzate, denti perfetti, capelli curati".
Non dunque il decoro semplice della sobrietĂ  ma un'estetica edonazi da manager di Publitalia. Smalto trasparente sulle unghie, non un filo di barba, eleganza nel vestire...
Ripenso a una frase di Vittorio Messori che lessi anni fa, credo sul Corriere: "Se Cristo venisse oggi nel mondo, vestirebbe Armani". Certo, e mica si sporcherebbe le mani con i pezzenti di tutto il mondo, scherziamo?

Gli operai di Dio
Numerari: membri celibi dell'Opus Dei. Studiano e lavorano "nel mondo", ma vivono nei centri e nelle case della Prelatura. Nel momento in cui vengono ammessi nell'Opera, fanno testamento in suo favore (beni mobili e immobili) e triplice voto di castità, povertà e obbedienza. Sono inoltre tenuti a versare tutto ciò che guadagnano all'Opus Dei. A causa di questa prassi, se a un certo punto un numerario volesse abbandonare l'opera, magari dopo dieci o vent'anni, si troverebbe senza alcun sostegno economico: l'Opus Dei non prevede alcuna liquidazione o pensione per i lavori svolti dai suoi membri, né la giurisprudenza ha ancora colmato questa voragine normativa.
Emanuela Provera, ex numeraria: "Ci sono delle numerarie che lasciano l'Opus dei e non sanno dove andare; non hanno una casa, non hanno una famiglia, non hanno soldi. Per quello rimangono lì!".
Soprannumerari: membri sposati dell'Opus Dei. Devono versare nelle casse dell'Opus Dei una parte dei propri redditi proporzionata al guadagno. Sono tenuti a rispondere settimanalmente delle loro scelte con un direttore spirituale dell'Opera e a interpellarlo anche nel caso delle scelte professionali. Pinotti: "Questo aspetto pone dei problemi seri, relativamente alla penetrazione dell'Opus Dei nei gangli piĂą delicati della societĂ  – finanza, magistratura, mass media, ricerca scientifica, insegnamento, sanitĂ  – perchĂ© l'adesione dei membri dell'Opus Dei ai â€diktat' comportamentali che vengono dall'Opera stessa sono totalmente interiorizzati".

Teodem
L'esperienza dell'ex numeraria Amina Mazzali:
"Prima di essere ammessi all'istituto [una scuola superiore dell'Opera], era necessario un colloquio per stabilire le attitudini e le propensioni alla scelta del liceo. Amina Sostenne l'â€esame' con una numeraria dell'Opus Dei, Paola Binetti, una psichiatra che in seguito sarebbe divenuta famosa come presidente del Comitato Scientifico Scienza e Vita, poi eletta deputato nelle liste della Margherita alle elezioni politiche dell'aprile 2006".

Trattamento
"Trattare": il termine con cui i numerari indicano il lavorio di persuasione per convincere una persona ad avvicinarsi all'Opus Dei.
I confini tra una legittima opera di apostolato e la manipolazione psicologica sono incerti e non facilmente distinguibili; comunque sia, molto spesso il trattamento riguarda ragazzini e ragazzine di tredici, quattordici anni: persone cioè molto più indifese e malleabili degli adulti.
In molti casi, dunque, la decisione di entrare a far parte dell'Opera si forma nel soggetto "trattato" a quella età, dopodiché i sensi di colpa massicciamente inoculati ("Se ti tiri indietro, volti le spalle a Dio") interverranno quasi automaticamente a cauterizzare ogni ripensamento.
La richiesta di ammissione può essere inoltrata già dai quattordici anni e mezzo, anche se per atatuto non può essere formalizzata prima dei diciassette. Secondo diverse testimonianze, anche se non si è ancora membri dell'Opera, con l'inoltro della domanda l'adolescente si sente numerario e viene trattato come se già lo fosse. Ma è pensabile che un quattordicenne possa decidere in piena consapevolezza di scegliere – il più delle volte irrevocabilmente – una vita di castità, povertà, obbedienza e mortificazioni corporali (di cui viene informato solo quando ormai la sua adesione è sicura)?
Giornata tipo di una studentessa numeraria: sveglia alle sei, bacio del pavimento, preghiera, pulizie, orazione, messa, studio, due ore di cilicio, apostolato, reclutamento di possibili nuove numerarie, orazione, lettura di un libro di spiritualitĂ , esame di coscienza.
Amina Mazzali:
"Hanno iniziato a propormi di entrare nell'Opus Dei quando avevo quindici anni... Non è così infrequente che si provochi la â€crisi vocazionale' a ragazzi così giovani. In realtĂ  anche a me in seguito è capitato di parlare di vocazione a ragazze molto giovani, anche di tredici anni, e questo non è affatto scoraggiato dai direttori, anzi... Nessuna di noi aveva la percezione che stava forzando delle coscienze ancora deboli e immature".
In tal caso, questo tipo di proselitismo compiuto sulla pelle degli adolescenti costituisce una violenza psicologica?

L'Opera negli USA
La sede centrale dell'Opus Dei negli Stati Uniti, a New York, viene comunemente chiamata "Torre del Potere" dai membri stessi dell'Opera.
Ă un palazzo di diciassette piani, situato nel cuore di Manhattan. Si calcola che sia costato 64 milioni di dollari.
Il principale finanziatore della Torre del Potere (con una donazione di 60 milioni di dollari): i Laboratori Ben Venue, un'azienda farmaceutica specializzata nella produzione di ormoni sintetici e plasma liofilizzato di sangue umano.
L'espressone con cui l'Opus Dei definisce sé stessa: "famiglia numerosa e povera".
Gli amici americani veri e presunti dell'Opus Dei.
I senatori repubblicani Sam Brownback e Rick Santorum (per farsi un idea del tipo,(si legga qui - http://en.wikipedia.org/wiki/Santorum)).
Tre giudici della Corte suprema degli Stati Uniti: Clarence Thomas, Antonin Scalia,Samuel Alito Jr. Il giudice supremo Scalia, in particolare, sarebbe il principale responsabile della controversa vittoria elettorale di Bush nel 2000 (si legga qui - http://www.robertscheer.com/1_natcolumn/00_columns/121200.htm)) .
L'avvocato Mark Belnick, capo dell'ufficio legale della Tyco (una corporation da 270.000 dipendenti, 1800 stabilimenti e un giro d'affari annuale di 36 miliardi di dollari).
"UN AVVOCATO CORROTTO FINANZIAVA L'OPUS DEI. Secondo i documenti in mano del procuratore distrettuale di Manhattan, Mark Belnick, capo dell'ufficio legale della Tyco, nei tre anni e nove mesi trascorsi nella societĂ  ha incassato 37,2 milioni di dollari, senza tenere conto dei 14 milioni in prestiti a tasso zero ricevuti sotto banco dalla compagnia protagonista di uno dei piĂą colossali scandali finanziari. Belnick è sotto accusa in quanto tali somme non sarebbero altro che una maxitangente sborsata dalla Tyco per comprare il silenzio del suo avvocato sulle ruberie perpetrate per anni dal suo top manager, Dennis Kozlowski. Il favoloso â€bottino' di Belnick â€Ă¨ finito quasi interamente nelle casse della Chiesa Cattolica americana e dell'Opus Dei', rivela adesso Laurie Cohen in un lungo reportage sulla prima pagina del Wall Street Journal. Ma la vera svolta è l'incontro con padre McCloskey, il 49enne economista che lavorò come broker alla Merrill Lynch prima di diventare prete, nell'81, oggi membro di punta dell'Opus Dei negli Usa. â€McCloskey è l'addetto stampa della diocesi di Washington – scrive la Cohen – ma tutti lo conoscono come il genio che converte al cattolicesimo i ricchi e famosi, soprattutto ebrei'. â€Lo Spirito Santo mi ha scelto come tramite – minimizza McCloskey – porto la parola di Dio a chi ne ha bisogno'. Nel maggio del 2001, grazie all'intercessione di McCloskey, Mark Belnick e la moglie hanno partecipato ad una messa con papa Giovanni Paolo II nella cappella privata del pontefice in Vaticano".
Padre John McCloskey: "Insegnate ai bambini a dare valore alla povertĂ  e al distacco. Non permettete loro indiscriminatamente di acquisire cose o misurare le persone in base all'ammontare dei loro possessi".
L'ex capo dell'FBI (dal 1993 al 2001), Louis Freeh.
Nel 2005, dopo vent'anni trascorsi in una casa dell'Opera a Washington e una lenta, dolorosissima presa di coscienza, Colleen O'Neill decide di andarsene. Lo fa di nascosto, senza prendere con sé nemmeno i pochi effetti personali. I genitori la aspettano in macchina, nelle vicinanze. Una scena da film, dice Pinotti. L'Opus Dei denuncia i genitori di Colleen per rapimento, il che fa scattare automaticamente una vasta operazione di polizia. Non solo: secondo le parole della signora O'Neill, "L'FBI ci è piombata in casa più volte, ha messo a soqquadro la nostra abitazione".

Pecus Dei
Il già citato ex numerario americano Dennis Dubro (oggi fisico nucleare), ha lavorato per anni come tesoriere in una residenza universitaria dell'Opus Dei, il Warrane College di Sidney, Australia. Avendo scoperto che le irregolarità nella gestione finanziaria dell'istituto costituiscono la regola, cerca in perfetta buona fede di avvertire le alte gerarchie dell'Opera. Quando un rappresentante del Prelato arriva in visita da Roma, Dubro ottiene un colloquio di un'ora. "Mi ascoltò con uno sguardo pieno di noia e frustrazione. Poi mi guardò dritto negli occhi e mi disse che le cose per le quali stavo protestando semplicemente non avvengono, nell'Opus Dei. E mi indicò la porta".

Libri all'indice
L'Opus ha un suo index librorum prohibitorum per uso interno: si chiama Guida bibliografica e nell'edizione del 2003 classifica 60.541 volumi secondo un sistema di voti dall'1 al 6. Ogni membro dell'Opus dei è tenuto tassativamente a seguire questa norma: i libri dall'1 al 2 (un esempio: Il signore degli anelli) possono essere letti senza problemi; se un libro è classificato 3, lo si può leggere solo previa valutazione del direttore del Centro in cui si vive; i 4 e 5 necessitano di un permesso del direttore e del Vicario Regionale. Il 6 (esempi: Vittorio Alfieri, Francesco Alberoni, Balzac, Enzo Biagi, Teocrito) esige il permesso esplicito del prelato – cioè della massima autorità dell'Opus. Per leggere un determinato libro "proibito" per ragioni di studio, uno studente o un docente dell'Opera – quale che sia il loro paese – devono inoltrare domanda a Roma, alla sede della Prelatura.
Mi chiedo: che serietà può garantire un docente di filosofia affiliato all'Opera che non può leggere Nietzsche, Adorno, Bergson, Cartesio e Schopenhauer se non attraverso i riassunti stilati dall'Opus o alla fine di un lungo e tortuoso iter dall'esito incerto?
Anche Sant'Agostino...
A proposito del controllo sulle letture, l'ex numeraria Amina Mazzali racconta questo episodio: "Avevo appena iniziato lettere classiche all'università e frequentavo un corso di latino. Il tema era la letteratura latina del primo cristianesimo e i miei testi erano esclusivamente brani di alcuni Padri della Chiesa, tra cui S. Agostino e S. Ambrogio. Considerati gli autori e gli argomenti ritenni non fosse necessario chiedere il permesso (...). Quando se ne accorse la direttrice mi fece una scenata violentissima, dicendo che non potevo permettermi assolutamente di prendere alcuna iniziativa, che nessuno si era mai permesso una cosa simile e che S. Agostino avrebbe anche potuto scrivere qualcosa che non andava bene". Il corsivo è mio.

L'indice di Wojtyla
Ernesto Cardenal, sacerdote e poeta nicaraguense, partecipa alla lotta contro il dittatore Somoza e nel 1979, con la vittoria della rivoluzione, entra a far parte del governo sandinista come ministro della cultura. Quattro anni dopo, nel 1983, Giovanni Paolo II in visita ufficiale atterra all'aeroporto di Managua. Ad accoglierlo, tra le autorità religiose e laiche, c'è anche don Ernesto Cardenal. Quando il papa gli si avvicina, lui si inginocchia davanti e fa per baciargli la mano. Wojtyla la ritrae con gesto stizzito, punta l'indice contro il sacerdote-ministro e in tono brusco lo invita a regolarizzare i suoi rapporti con la Chiesa. Il tutto in mondovisione.

Il Quarto Piano
Il ricorso agli psicofarmaci ricorre con inquietante regolarità nelle testimonianze di pressoché tutti i fuoriusciti. Stando alle loro parole, l'uso degli psicofarmaci tra i numerari è quasi una pratica di massa.
L'ex numerario Alberto Moncada è un sociologo spagnolo. à entrato nell'Opus Dei nel 1950; negli anni Sessanta è stato addirittura tra i fondatori della prima università dell'Opera in America Latina, quella di Piura, in Perù. Per la sua statura intellettuale e i suoi trascorsi di alto dirigente dell'Opus Dei, le sue testimonianze in questo campo sono considerate autorevolissime.
In un saggio intitolato "La Cuarta Planta" ("Il Quarto Piano", 2004), in cui affronta il fenomeno dei disturbi mentali tra i numerari dell'Opus Dei, Moncada parla del "quarto piano" della clinica psichiatrica dell'UniversitĂ  di Navarra. Il brano, agghiacciante (e pieno di consonanze abissali per chi, come me, abbia per ragioni di studio affrontato il rapporto tra stalinismo e istituzione psichiatrica), merita una lunga citazione:
"Si constata un crescente numero di infermità mentali tra i soci numerari dell'Opus Dei. Essi vengono sottoposti a un peculiare trattamento al quarto piano della clinica universitaria di Navarra. Al quarto piano vengono destinati i membri dell'Opus che presentano dei problemi. Una prima parte di pazienti sono uomini e donne che soffrono di disturbi psicologici prodotti dalle contraddizioni insite nella vita dei numerari. I vertici dell'Opus Dei non permettono che professionisti della salute mentale estranei all'Opera si occupino di queste persone, e hanno organizzato – per curarle – una propria équipe a Pamplona, (...) formata esclusivamente da membri dell'Opus Dei.
"La seconda tipologia di pazienti ricoverati al quarto piano della clinica dell'Opus Dei sono gli indecisi e i critici. (...) Quando i numerari attraversano crisi di identitĂ , sono invitati o forzati a trascorrere un periodo di tempo al quarto piano della clinica psichiatrica. (...)
"Molti pazienti della cuarta planta sono tenuti in stato di forte sedazione, grazie alla somministrazione di una quantitĂ  di tranquillanti e psicofarmaci che ne debilitano la volontĂ ".

I figli deformi
Antonio Carlos Brolezzi, ex numerario brasiliano. Recentemente si è parlato di lui sulla stampa internazionale (era il periodo del Codice da Vinci) per la "tuta di castità" che a un certo punto, durante la sua permanenza nell'Opera, è stato costretto a indossare di notte per evitare di masturbarsi.
Verso la fine della sua esperienza nell'Opus, quando ormai è chiara la sua intenzione di andarsene, i suoi superiori e direttori spirituali lo sottopongono a una serie di pressioni psicologiche che – nel caso di persone fragili, addestrate da anni all'obbedienza e al senso di colpa – possono risultare devastanti. Pinotti: "Gli dicono che la maledizione di Escrivá su chi esce è quella di avere figli deformi, una cosa terribile perché i difetti fisici non sono accettati di buon grado dall'Opera. Brolezzi insiste nel chiedere la dispensa dall'impegno contratto con l'Opera. Ma deve sopportare un terribile discorso sulle conseguenze che avrebbe avuto il suo abbandono dell'Opera: infelicità, tradimento, vita mediocre, niente figli o figli portatori di handicap".

Poeti e scrittori
Emanuela Provera, ex numeraria: "Thomas Stearns Eliot (...) e Fëdor Dostoevskij (...) rappresentarono per me un importante momento di riflessione, in quegli anni di forte crescita ed evoluzione. Lo stimolo che ricevetti dai due pensatori fu quello di un'esperienza psicoterapeutica, per cominciare a entrare in un confronto dialettico con la mia persona e con la condizione umana in generale".

Phallus Dei
L'Apoteosi di Escrivá nel ricordo di Carlos Brolezzi. Roma, piazza San Pietro, 17 maggio 1992, cerimonia di beatificazione.
"...La cerimonia si avvicinò al suo climax: ovvero il momento in cui un'enorme immagine del fondatore sarebbe stata stesa sulla facciata della basilica di San Pietro. Quando questo accadde e l'occhio di Escrivá si volse a guardare la piazza, partendo proprio dalla sede della Chiesa, mi fu chiara una cosa: il fondatore dell'Opus Dei di fatto aveva metaforicamente aperto le gambe della sposa di Cristo, la Chiesa; e freneticamente ci introduceva decine di migliaia di suoi figli, membri dell'Opera, una nuova specie di cattolici ibridi, un misto di avidi profittatori, esecutori e tenaci pescatori di anime. La Chiesa cattolica giaceva inerte sotto il peso ansimante del fondatore dell'Opus Dei. Questo era il sesso dominante, nell'Opus Dei. Ed era per questo che il fondatore faceva tante storie sulla pronuncia maschile del termine latino neutro Opus. L'Opus Dei era stato creato per possedere la Chiesa. Un sentimento di estasi prese la piazza... La Chiesa era nostra. Il papa era nostro. Roma era nostra. Il mondo era nostro".


Wojtyla Avvelenato
Pravda.ru 08.02.2007
http://italia.pravda.ru/world/08-02-2007/4700-0

Secondo quanto reso noto dall'associazione internazionale che si occupa dello studio dei segreti della Sacra Sindone, emergono seri dubbi sulle cause della morte di Papa Wojtyla.

Nonostante il fatto che, come vuole la tradizione, i corpi dei pontefici scomparsi vengano sottoposti ad una leggera imbalsamazione, senza che ne vengano estratti gli organi interni, il corpo di Papa Wojtyla non sarebbe stato preparato a dovere tant'e' che sia il responsabile delle cerimonie liturgiche, l'arciepiscopo Piero Marini che il portavoce ufficiale del Vaticano Joachin Navarro avrebbero categoricamente rifiutato la possibilita' che il corpo del penultimo Pontefice venisse imbalsamato.
Come diffuso poi dal professore K. Brahms, gli specialisti addetti all'imbalsamazione vennero licenziati in tronco subito dopo aver effettuato i preparativi atti a preparare il corpo di Papa Wojtyla alla rituale procedura.
Attualmente i due fratelli, i quali hanno praticamente passato tutta la loro vita all'interno del Vaticano, sono costretti non solo a cercare rifugio in qualche altro paese europeo ma addirittura a celare la loro identita'.
Sotto il falso cognome di Formizetti, i due fratelli hanno gia' provveduto a dichiarare pubblicamente che Papa Giovanni Paolo II non sarebbe morto per cause naturali, ragione per cui gli organizzatori della cerimonia rituale avrebbero provveduto ad impedire l'imbalsamazione del corpo del primo Papa polacco nella storia.
Come hanno confermato i fratelli "Formizetti", sono in molti al Vaticano a non volere che venga dato ampio risalto a questa vicenda e solamente le conoscenze personali del professor Braun hanno permesso di entrare in contatto con i due perseguitati al fine di venire a conoscenza della loro versione dei fatti.
"Ci rendiamo perfettamente conto che la nostra vita e' a serio repentaglio, ma non possiamo tacere, - ha dichiarato uno dei due fratelli. - Mentre stavamo apportando i preparativi per l'imbalsamazione del corpo del Papa, abbiamo visto con i nostri occhi il segno di una iniezione all'altezza dell'inguine. Siamo ugualmente riusciti a prelevare un campione del sangue del Papa per poi effettuare in gran segreto un'analisi tossicologa, dalla quale e' emerso che nel sangue del Papa erano presenti tracce di glucosio di strofanto, un tipo di veleno in grado di causare l'arresto cardiaco a causa del quale e' morto Papa Wojtyla".
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venerdì, 16 febbraio 2007

Il Libano “italiano” ed i conti che non tornano

Il Libano “italiano” ed i conti che non tornano
Osservazioni su un reportage non del tutto convincente di Giuliana Sgrena dal Libano
di Walter Lorenzi*

Il reportage di Giuliana Sgrena del 6 gennaio su “Il Manifesto”, dal titolo “l’incerto bilancio del Libano Italiano”, proietta alcuni squarci di luce sull’attuale operazione di “Peacekeeping” del governo Prodi in terra libanese.
L’approccio della Sgrena al contesto è indubbiamente benevolo e positivo, anche se nel passaggio che dovrebbe in qualche modo far apparire al lettore l’operazione “Leonte” diversa dalle precedenti missioni berlusconiane si imbatte subito in alcune evidenti contraddizioni.
Cosa differenzia questa operazione dalle recenti avventure irachene e dal fronte afgano?
Dice la Sgrena“…accompagnare, senza confonderli, la missione di peacekeeping con un forte impegno di cooperazione civile per l’emergenza”. Prosegue poi riconoscendo che, “in termini di finanziamenti non c’e’ paragone: 180 milioni di euro per i primi 4 mesi di dispiegamento dei militari e 30 milioni per 1 anno di cooperazione …” Considerando i costi elevatissimi di una presenza militare all’estero, lo scarto tra civile e militare alla fine del 2007 sarà enorme.
Cifre alla mano non riusciamo quindi a capire dove la Sgrena veda il “capovolgimento” di logica (come lei lo chiama) tra l’avventura irachena e quella attuale nel paese dei cedri.
Andando avanti nella disamina del progetto di “portare la pace” nel Sud Libano emergono i molti dati di difficoltà nell’avvio della parte “civile” dell’operazione, definita “componente indispensabile per far digerire almeno ad una parte consistente del mondo pacifista una nuova spedizione militare all’estero”.
Vengono così fuori nuove cifre: sui 30 milioni di euro per la cooperazione 25 sono per ONG, cooperazione diretta e multilaterale, 5 al governo centrale per la ricostruzione di infrastrutture.
Senza citarlo, torna funesto il ricordo della “missione arcobaleno” in Kosovo, quando un po’ di dirigenti della cooperazione finirono nelle patrie galere per aver rubato miliardi di aiuti destinati alle popolazioni, bombardate per 78 giorni nell’operazione di “peacekeeping” dell’allora governo D’Alema.
L’esperienza insegna, sembra dire oggi la pratica del “nuovo” governo di centro sinistra! Infatti, la viceministra agli Esteri Patrizia Sentinelli ha messo intorno ad un tavolo “non solo funzionari della cooperazione, ma anche associazioni e movimenti, che insieme hanno coordinato le linee guida dell’intervento civile in Libano”. Una “gestione partecipata”, come sostiene Sergio Bassoli, di Progetto sviluppo della CGIL.
Saremmo curiosi di sapere quali “movimenti” e rappresentati da chi si sono messi intorno a quel tavolo.
In attesa di risposte sull’argomento, proseguiamo sulla falsariga della Sgrena, la quale evidenzia altri conti che non tornano: non si capisce bene come verranno ripartiti i 25 milioni di euro stanziati per i cooperanti, quali sono i costi per il Ross, l’ufficio tecnico di Beirut (ma la missione non è nel Sud Libano?) gestito da tal Paolo Bononi, perché gli interventi sono stati finanziati a pioggia e non in forma “consortile”, dato che subito dopo i bombardamenti israeliani, mentre la polvere non si era ancora posata sul terreno, le ONG presenti nel martoriato paese passavano da dieci ad alcune decine: 35 i progetti presentati ad oggi
Di fronte a questi dati non capiamo quali siano le “buone intenzioni” che la Sgrena vede in questa vera e propria “corsa al soccorso postbellico”.
Nel lungo reportage, comunque utile nonostante l’approccio ingiustificatamente benevolo, mancano infine alcuni dati salienti che potrebbero far venire alla luce il motivo politico che ha dato il via all’attuale, invereconda “corsa alla cooperazione” di tante ONG, alcune delle quali probabilmente costruite in questi mesi “ad hoc” da organizzazioni giovanili in quota ai partiti della ex “sinistra radicale”.
Ad un certo punto, nella descrizione dell’approccio da tenere da parte dei cooperanti italiani nelle zone dove è passata la furia israeliana, si cita l’obiettivo di “…ricreare un clima di pacificazione attraverso la ricostruzione ambientale e del tessuto sociale nelle zone più colpite dal conflitto” attraverso “tutor…incaricati di seguire in loco i progetti”.
Qui la Sgrena non si occupa del “loco”, trasformando il suo in un contributo unilaterale, tutto rivolto ad una polemica pur utile ma interna, “italiana”, clamorosamente insufficiente rispetto alla posta in gioco nel Sud Libano.
“In loco” operano dal 1982 le milizie della resistenza, organizzate soprattutto da Hezbollah, dalla sinistra libanese, dai combattenti palestinesi dei campi profughi.
Trasformatesi nel tempo in veri e propri eserciti popolari ed in organizzazioni politiche rappresentate in parlamento e nel governo, queste milizie, capaci nel luglio agosto del 2006 di fermare l’esercito israeliano e di imporre uno stop provvisorio al suo deterrente bellico, si sono attivizzate in ogni angolo del paese per la ricostruzione, organizzando i civili nelle opere edili, finanziando i lavori, ricostruendo il tessuto sociale sfrangiato dai bombardamenti e dagli assalti dell’esercito sionista.
Ho fatto parte della delegazione che anche nel settembre dello scorso anno ha ricordato in terra libanese la strage di Sabra e Chatila.
Durante i nostri spostamenti abbiamo avuto occasione di vedere con i nostri occhi, a pochi giorni di distanza dalla fine dei bombardamenti, queste “truppe civili di ricostruttori libanesi” all’opera da Tiro a Bint Gubail, da Kiam a Sidone, da Baalbek a al – Nabatiyya .
Nel Sud del Libano, per la particolare struttura amministrativa retaggio del colonialismo francese, ma soprattutto per precisa volontà politica, il “governo centrale”, (al quale sono stati consegnati ben 5 milioni di euro italiani per la ricostruzione delle infrastrutture) non solo non esiste , ma è considerato un corpo estraneo e nemico dai sindaci e dagli amministratori di Tiro, Sidone, Kiam e delle altre città. Alcuni di loro, durante gli incontri ufficiali con la nostra delegazione, ci hanno espresso la rabbia ed il disappunto per il dirottamento degli aiuti dal Sud a Beirut, operato dal governo Siniora nei giorni immediatamente successivi alla fine dei bombardamenti.
L’attuale primo ministro del governo libanese, assediato da alcune settimane nel palazzo da migliaia di manifestanti, è stato per anni ministro delle finanze di Rafik Hariri negli anni della sfrenata speculazione edilizia che ha stravolto l’immagine di Beirut, creando le condizioni di un indebitamento pauroso del paese.
Siniora ed il suo governo, invisi ai milioni di libanesi scesi in piazza in questi mesi, trova invece l’appoggio totale ed incondizionato del governo Prodi, muovendo le sue pedine nell’incandescente scacchiere attraverso scelte di campo ben precise, evidenziate a più riprese dai suoi viaggi nel paese dei cedri e dalle dichiarazioni del ministro degli Esteri D’Alema, il quale recentemente ha affermato che il nostro paese è senza indugi al fianco di Israele nella sua lotta contro le organizzazioni “estremiste” presenti nella Regione.
In questo contesto si capisce ancora di più il disagio di alcuni “esponenti di movimento italiani”, (probabilmente facenti parte del “tavolo di consultazione” messo su dalla viceminista Sentinelli), durante l’importantissimo ”Incontro internazionale in appoggio alla resistenza” promosso dal Partito Comunista Libanese, da Hezbollah e da altre forze sociali e politiche libanesi nel novembre scorso, organizzato allo scopo di rompere il muro di disinformazione e ostilità creato ad arte ed in piena funzione soprattutto in Europa occidentale. Ho avuto modo di constatare di persona il disagio ed il disappunto dei “nostri” per la riuscita dell’incontro, per il quale alcune centinaia di delegati si sono mossi da tutto il mondo con l’obiettivo di dare appoggio e solidarietà alla Resistenza libanese
Tutto questo manca nel report della Sgrena, e non sono questioni di lana caprina, sottintendendo una “scelta di campo” generale nelle politiche d’intervento del nostro “sistema di peacekeeping” in territorio libanese.
I voraci cooperanti italiani dovranno fare i conti con i “tutor” della resistenza libanese, abituati a difendersi da ben altri attacchi alla loro indipendenza ed autonomia.
Ad un giornalismo coerente spetta il compito di essere esaustivo nella descrizione di un contesto.
A noi l’arduo obiettivo di smascherare, di fronte ai sempre più tartassati contribuenti italiani, l’uso politico che viene fatto delle immense risorse economiche destinate, con l’ultima finanziaria, a coprire le spese dell’industria bellica nazionale e delle italiche “campagne d’Africa” del XXI secolo.
 
*Delegato per il Comitato nazionale per il ritiro delle truppe italiane all’incontro internazionale di Beirut del 16-19 novembre 2006
www.disarmiamoli.org info@disarmiamoli.org
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venerdì, 16 febbraio 2007

Sofri e il partito anti-democratico

Sofri e il partito anti-democratico
10 Febbraio 2007

Adriano Sofri, il mandante certo di un omicidio contro la magistratura della repubblica, è stato invitato non soltanto a essere in platea, non si sa a che titolo, bensì pure a parlare sul palco, pure qui non si sa a che titolo. Olga d'Antona, vedova di un altro omicidio contro lo stato, si è scagliata giustamente contro la dirigenza dei DS, poichè se Fassino può dimenticare, una vittima di un attacco allo stato che ha portato ad un morto non può dimenticare.
Adriano Sofri è ad oggi in dovere di pagare le sue colpe nei confronti dei cittadini e dello stato, mentre è pagato, con le tasse dei cittadini, per scrivere un po' qui ed un po' là, per Berlusconi e per Repubblica, per chi lo paga, insomma, e lo protegge dalla giustizia che lo ha condannato con sentenza definitiva che ancora deve scontare. La dirigenza dei DS, che sta pensando, è evidente, alla forma "democratica" che si dovrà porre a ciò che è il nascente "Partito democratico" ha pertanto individuato in Adriano Sofri un interlocutore privilegiato; e certamente è un segno molto forte, un altro segno della necessità di esser transitati in qualche maniera tra le pagine più oscure, pesanti e sordide, e poi per un giudizio negativo della magistratura.
Le pagine più oscure, e le più vecchie: la generazione della gioventù del '68 e poi in parte del '77, quella dei Marco Boato e dei Carlo Panella, dei Sofri e dei Mieli, che propugnava il giovanilismo, la dinamicità, che voleva abbattere il potere statico, è quella che - in combutta con il potere che voleva spazzare via, e ancor più in combutta con i denari e con gli Stati Uniti - s'è impossessata biecamente della informazione e delle docenze, che ha disintegrato la formazione universitaria e il lavoro degli operai, è quella che continua a provare a disintegrare le garanzie della giustizia democratica, è quella che ha annichilito le prospettive della gioventù di ora.
Ma questa ultima pagina, con la scelta dei DS, è l'ulteriore segno che nel paese Italia non esiste più la benchè minima decenza, il benchè minimo rispetto per le istituzioni e per gli italiani - rispetto infranto da un Berlusconi che attacca i magistrati quanto da un Napolitano per il quale non v'è più libera chiesa in libero stato, nè un libero stato se si ha da relazionare l'Italia e gli italiani con "lo stato di Dio" degli ebrei e cogli Stati Uniti -, due enti, le istituzioni (che i DS vogliono controllare) e gli italiani (che i DS vogliono rappresentare) che i DS con questo gesto disconnettono, con una scelta di non-democraticità. Una domanda per chiudere: se sta tanto bene da andare in questa sede di decisioni politiche, il buon Sofri perchè non torna in "gattabuia" a pagare le sue decisioni politiche (e se possibile senza più farci avere la sua opinione su tutto e su tutti)...?!?!?
Adriano Sofri è stato il leader di Lotta Continua, il movimento che intendendo sovvertire lo stato (borghese?) italiano è soltanto riuscito a portare morti e a formare una intera classe (borghese?) di aristocratici (privi di "carisma") pseudo-democratici e uno pseudo-giornalismo che ammorbano l'Italia, che ne han bloccato il progresso o comunque i rapporti civile, sociale, politico, la possibilità di informazione almeno minima, e che si oppongono a qualunque movimento che cerca e vuole un po' di giustizia e autentica democrazia trasparente; utopia finchè questi personaggi seguiranno a essere nel centro del potere. Adriano Sofri è stato il mandante, riconosciuto e condannato in maniera definitiva dalla giustizia italiana, per l'omicidio di un magistrato della repubblica: il commissario Calabresi; è stato in carcere; è uscito dal carcere per motivi di salute; è stato a lungo sostenuto da una minuscola ma potentissima combricola, o meglio ancora lobby, corporazione, o potentato economico-culturale (Feltri padre e prole, Gad Lerner, Il Foglio di Ferrara, Radicali della Bonino, ecc.).
Adriano Sofri scrive senza alcuna distinzione sulla Repubblica e l'Unità di Debenedetti (DS), su Panorama e Il Foglio di Berlusconi, ed è pubblicato da Mondadori di Berlusconi (e dalla Sellerio). Adriano Sofri è stato un revisionista di tangentopoli, e prosegue a disprezzare qualunque fatto reale e la giustizia dello stato, e persegue mediante il più semplice uso di "parole", mediante il chiacchiericcio di chi pensa di potere sentenziare incessantemente da un pulpito dal quale invece dovrebbe scendere, per tacere, e pensare a quanto fatto, anzichè divenir, soltanto grazie a una lobby, uno dei più ascoltati, o soltanto più prolifici e invadenti, "opinion-leaders", ovvero uno dei leader delle opinioni che invadono il giornalismo italiano, nascondendo e storpiando qualunque "verità", muovendosi contro qualunque "verità". Riportiamo un esempio del suo disprezzo per il lavoro di altri (qui, Marco Travaglio), specie se questo porta alla verità dei fatti, e non ad un chiacchiericcio.

La ripugnanza per Travaglio
Ho senz’altro una ripugnanza per Marco Travaglio, ma anche per troppi altri, e ne cavo la conseguenza di tacerne. Qualche volta preferisco di no, perché mi sembra che la mia esperienza possa illuminare meglio una questione generale. (...) Ieri, nella sua rubrica, Travaglio ha concluso un catalogo di nomi contemporanei (Previti, Berlusconi, Baget Bozzo, Cirami, Ferrara, Tanzi, Cesare Battisti jr, Delfo Zorzi, e Gaetano Pecorella) con la seguente frase: “A questo punto, profittando della confusione generale, Sofri chiede la scarcerazione di Priebke”. Bene. Ecco il testo della mia lettera che l’Unità, con il mio sentito consenso, non pubblicò.

"Caro Furio Colombo, il tuo editoriale di lunedì mi induce a descriverti la mia esperienza personale del caso Travaglio, benché sappia che non potrà che procurarti un dispiacere. Però, al di là della mia rivendicata parzialità, conto che la trama abbia una sua vivacità. Andrò a ritroso, così risalendo anche la carriera di quello specialista investigativo. (...) Sulla prima pagina del quotidiano Il Giorno quella trasmissione [una puntata di “Porta a Porta” del 1996, sulla possibilità di un indulto, cui Adriano Sofri prese parte] fu commentata, col titolo “I cattivi maestrini ci risparmino le loro prediche”, dalla firma, a me del tutto sconosciuta, di Marco Travaglio. Il quale, dopo aver deplorato i “furtivi incontri amorosi fra D’Alema e Fini, Prodi e Berlusconi, repubblichini e partigiani”, ospitati dal “paraninfo catodico Bruno Vespa”, spendeva la sua retorica squadristica contro “il duo Anni di Piombo”, cioè io e Curcio, e concludeva così (...):
“Implorino l’indulgenza plenaria da quello Stato borghese che ancora vent’anni fa sognavano di rovesciare. Ma lo facciano alla chetichella, dietro le quinte, con un fil di voce, lasciando perdere le tv e i giornali, che non fanno per loro. E quando usciranno di galera, lo facciano in punta di piedi, strisciando contro i muri magari nottetempo, senza farsi vedere né sentire. Poi, possibilmente, evitino di impartire lezioni, di pubblicare articoli, libri, memoriali, mie prigioni... Meglio che scompaiano dalla circolazione. Perché a qualcuno, sentendoli ancora parlare, potrebbe venire la tentazione di ripensarci e di andarli a cercare, lievemente incazzato." Hai letto con attenzione [scrive Sofri a Furio Colombo]? Sono stato assai addolorato quando la polemica fra Il Foglio e l’Unità [su cui scrive Sofri, su cui scrive Travaglio, e diretta nel 2004 da Colombo] ha evocato istigazioni all’omicidio o volontà di chiudere la bocca all’avversario. Oltretutto, si rischia di smarrire il senso delle vere istigazioni all’omicidio.
Cose scritte su Lotta Continua (non fui mai io a scriverle, ma, per dirla brutalmente, Lotta Continua ero io, e dunque me ne assunsi la responsabilità) contro Calabresi tra il 1969 e il 1972 furono istigazioni all’omicidio. Che cos’era l’articolo del 1996 di quello sconosciuto Travaglio? Allora io telefonai al Giorno, declinai l’offerta del direttore di rispondere sulla prima pagina del giornale, e trasmisi una dettagliata informazione privata sul mio indirizzo, i miei orari e i miei itinerari, da trasmettere a Travaglio, per l’eventualità che volesse intanto venire lui “a cercarmi”. Non vidi comparire sul mio viottolo quel giustiziere. Poi Travaglio si esercitò anche sul Borghese, con due lunghe puntate di illustrazione “investigativa” della mia vicenda giudiziaria, sulle quali la mia opinione non può esser detta con parole vigilate. (...)
Ecco. Immagino di darle un dispiacere. Non ho niente da obiettare alla presenza di chiunque sui giornali o gli schermi di più diverso orientamento politico - io stesso vado dovunque mi invitino [sic!] - e confido, nella confusione dei tempi, su quello che si dice e si è piuttosto che sull’anagrafe ufficiale. E considero del tutto irrilevante la discussione sull’eventualità che Marco Travaglio sia di destra o di sinistra; e anche, ma con più pena, sulla presa che lo stile di Marco Travaglio (o di Antonio Di Pietro) fa sullo stato d’animo di persone che si sentano di sinistra e moralmente intransigenti. (...)
La mia incresciosa situazione mi esenta da ogni solidarietà di schieramento. Ho una cella singola, sono una minoranza di uno: è della mia personale esperienza che ti ho voluto parlare. Buon lavoro”.

Adriano Sofri (Il Foglio, 12 marzo 2004)


Un uomo che deve scontare una pena nei confronti di una societĂ  diviene martire.
Un uomo che ha l'appoggio incondizionato di editori, lobbisti, politici, e giornalisti che fanno lavorare un po' qui ed un po' là persino la sua prole, nuora inclusa, e che scrive senza alcuna distinzione (poichè va ovunque lo invitino, poichè scrive ovunque lo facciano scrivere, per autodifendersi), diviene insieme un uomo solo, e è così solo che è "una minoranza di uno". Un uomo che attacca chi lavora, cerca la verità, al di là di posizioni politiche, preconcette e individuali, soltanto perchè questa verità è scomoda per i suoi cari amici, o perchè lo tocca sul vivo, in prima persona, non può esser preso sul serio. Un uomo che difende Berlusconi e Previti, e che attacca la magistratura chi difende la libertà di informazione non lo si può che condannare non una: più volte, più volte.
Un magnifico "buffone", per dirla col Battiato più indignato; uno dei tanti, troppi di questa povera, spesso onesta Italia, che a volte si indigna, indispettendo il candido Sofri: l'uomo solo coi suoi amici di omicidi: omicidi delle notizie, della informazione e di ciò che resta dalla democrazia.
Un uomo esemplare, Adriano Sofri, delle dinamiche che ingabbiano controllano la società in Italia, e in particolare l'Italia dei giovani, contro la quale, come ha avuto modo di scrivere ieri (9 febbraio 2007) Marco Bascetta sul Manifesto, è in atto una guerra, una guerra contro i giovani (e vale a dire contro l'Italia che verrà) che tiene insieme in modo forte la destra e la sinistra, sui media di massa, tra papa boys e MTv e La7, "sofrismo" (parlo di Luca, la prole di cui sopra) e "dariabignardismo", "velinismo" e "vespismo", legislazioni grottesche o assenti, distruzione dei sistemi di educazione e formazione, proposta di modelli assurdi (vero Paris Hilton Mieli? vero Grande Fratello Zucconi? vero Maurizio P2 Costanzo? vero Furia Furio Colombo? che disse mai il lottacontinuista Sofri dell'Unità controllata da un presidente americano della FIAT? niente, perchè questi sull'Unità lo faceva scrivere, scrivere, scrivere).
Quei giovani che volevano il potere ai giovani, la "fantasia" al potere, han prodotto niente più che un Erri De Luca - poca cosa, non è vero? - e ora il "riflusso" delle "fictions" di Giordana: la meglio gioventù, che continua a ammorbarci con il suo potere nei media di massa, frustrandoci facendoci creder di essere la peggio gioventù perchè non siamo come loro, non avendone peraltro le condizioni strutturali, che è poi il loro modo di esprimere il loro totalitarismo uniformante (cfr. Mao).
Marco Bascetta parla di una "demografia sovversiva" (e vale a dire l'etĂ  media che sale esponenzialmente), parla di un "liberalpaternalismo" che mette insieme liberismo e repressione, istigazione e controllo (il tutto volto ad un Dio: il Dio del consumo continuo senza senso), e parla poi di una disciplina benpensante (una falsa educazione, una falsa formazione da "elettore-genitore moderato") e infine della costituzione di lavori "forzati" socialmente.
"Un tappo generazionale sbarra la strada ai più giovani" è una lamentazione sulla gerontocrazia italiana, eppure, scrive Bascetta, spesso la si sente dalla bocca della gerontocrazia italiana; Adriano Sofri ne è un esempio; che tacesse, si facesse da parte, e lasciasse lo spazio alle "minoranze di uno" che non hanno editori più o meno abietti e difensori d'ufficio di un solo uomo (quasi mai delle morti bianche, per dirne una, il che sarebbe tanto lottacontinuista) a tutta pagina; per una volta riuscirebbe a fare la sua rivoluzione, senza neppure fare uccidere alcun individuo, eliminando solo il suo esser opinionista (solo opinioni, mai dei fatti certi, mai una fonte, è il sistema del giornalismo italiano: parole, parole, parole), e lo spettro del suo essere leader della sinistra (sinistradestra affermerebbe Gaber) anti-democratica che viene.

Il prossimo post del blog sarĂ  sulla "seconda societĂ " di oggi, per riprendere la definizione di ASOR ROSA negli anni '70: sui giovani laureati lasciati senza degne prospettive. Il racconto analitico sarĂ  in primissima persona.

P.S.
Ho amici che fanno concorsi per trovare un impiego in una biblioteca, magari proprio la biblioteca della Normale di Pisa in cui Sofri è stato accolto a braccia aperte appena lasciato in permesso (art. 21). Au revoir...

postato da trotzkij alle ore 21:30 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
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"Questi non hanno speranza di morte e la loro cieca vita è tanto bassa che 'nvidïosi son d'ogni altra sorte".
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