Aurora

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giovedì, 28 giugno 2007

Intervista a Alessandro Lattanzio, autore di Terrorismo Sintetico

Intervista a Alessandro Lattanzio, autore di Terrorismo Sintetico
Nicola Gemignani - Radio Base popolare network 20 Giugno

Intervista a Alessandro Lattanzio, autore di Terrorismo Sintetico
Intervista a Alessandro Lattanzio, autore di Terrorismo Sintetico

Alessandro Lattanzio
Terrorismo sintetico
Collana "Quaderni di geopolitica" diretta da Tiberio Graziani
Edizioni all'insegna del Veltro
2007 - Parma
pagine 184, 20 euro

Ascolta l'intervista a Alessandro Lattanzio, a cura di Nicola Gemignani (Radio Base popolare network)
prima parte
seconda parte

Leggi la prefazione a cura di Massimo Mazzucco
Leggi la recensione a cura di Luca Bionda

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categoria: 11 settembre


martedì, 26 giugno 2007

Veronica Mars

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martedì, 26 giugno 2007

Manic Street Preachers - Your Love Alone Is Not Enough

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lunedì, 18 giugno 2007

SE SCARONI FOSSE MATTEI. OVVERO: TESORI, TESORETTI E STRACCIONI

SE SCARONI FOSSE MATTEI. OVVERO: TESORI, TESORETTI E STRACCIONI
Carlo Bertani 11.06.2007

capitalismLa politica italiana, aggrovigliata su sé stessa, oramai discute soltanto di facezie: s’arrovella per chiedersi se il comandante della Guardia di Finanza debba essere un uomo speciale o normale, se sia meglio destinare quattro soldi a questo od a quel ministero, se “ingolfare” la Magistratura con qualche nuova inchiesta-veleno, nei confronti di Berlusconi o di D’Alema.
Una destra populista confonde la volontà popolare con le proprie necessità di non cedere troppo tempo agli anni, e così s’inventa – osservando la data di nascita del suo leader – di chiedere al Capo dello Stato nuove elezioni, dopo aver strappato all’avversario quattro comuni alle Amministrative.
Il Governo, prigioniero di mille ricatti, provvede alla “normale emergenza” governando con il voto di fiducia, mentre un’opposizione agguerrita si rallegra, concia delle difficoltà altrui, proprio perché sono “altrui” e non deve sbucciarsele in casa. Fanno finta di non ricordare quando cambiavano i ministri dell’Economia pescandoli dal mazzo delle carte, e Bruxelles tuonava.
La situazione italiana segue oramai un copione impazzito, quello di una destra che non è europea ma quasi sudamericana e quello di una sinistra che si rallegra per le amicizie che conta nella finanza internazionale, al punto di dover tacitare i sindacati con un piatto di lenticchie.
Vale la pena, ancora, di seguire la commedia? No, perché è recitata da persone normali, mentre avremmo veramente bisogno di persone speciali. Se non le avessero crocifisse da decenni.
Oggi, ci si rallegra perché il gettito fiscale ha creato un avanzo di bilancio – il cosiddetto “tesoretto” – del quale non sanno con precisione nemmeno a quanto ammonta: si va da 2,5 a 9 miliardi, secondo i giorni e gli umori. Mai come oggi, tutti gli occhi sono puntati sul dito del saggio che indica il cielo.
Eppure, ogni anno che passa, le stime sulla “bolletta energetica” aumentano con la progressione dei consumi e gli aumenti dell’energia sul mercato internazionale. Alcune cifre?
La “bolletta energetica” italiana, prevista per il 2007[1], è di circa 45 miliardi di euro, dei quali 24 per il solo petrolio. Nel 2006 furono 48 miliardi, ma ricordiamo che i 45 miliardi del 2007 sono, per ora, una previsione. Un misero aumento del barile – dovuto ad una guerra, una guerricciola, un uragano, un allarme sulle stime – potrebbe cambiare il quadro.
Sono 45 miliardi di euro che prendono la via dell’estero, dalla Libia all’Arabia Saudita, dalla Russia alla Francia. I miliardi di euro del “tesoretto”, invece, provengono tutti dalle tasse degli italiani, e sono ben poca cosa rispetto ai numeri dell’energia. Da dove nasce questa situazione?
Se vogliamo osservare la situazione da un diverso punto di vista, potremmo valutare che i consumi energetici totali italiani s’attestano intorno ai 190 MTEP annui[2], comprendendo in questa cifra tutto, dalla lavatrice all’automobile.
Ovviamente, l’energia proviene da più fonti – petrolio, gas, carbone, idroelettrico, acquisti d’energia elettrica sul mercato estero, ecc – ma, per comodità, viene valutata come se fosse tutta petrolio.
Siamo abituati a considerare il prezzo del petrolio in barili (barrel), ma una tonnellata di petrolio equivale a circa 6,2 barili[3]: considerando un prezzo di 65 $/barile, una tonnellata costa circa 400$ americani. 190 milioni di tonnellate, dunque, equivarrebbero a 76 miliardi di dollari, circa 56 miliardi di euro[4].
Da questa cifra dobbiamo sottrarre il 10% di produzione nazionale[5], e siamo a circa 50. Non tutta l’energia proviene però dal petrolio e dal gas, ed il carbone è una fonte più economica: come si può notare, cifre fra i 45 ed i 50 miliardi di euro sono perfettamente coerenti con i consumi.
Ecco la quadratura del cerchio, da dove nasce la tendenza a ristrutturare le centrali che funzionano a petrolio con il carbone: una semplice convenienza economica, giacché il costo dell’energia in Italia è più alto che all’estero.
Si tratta, però, di una politica assai miope: ristrutturare una centrale comporta onerosi investimenti e anni di lavoro. Nel volgere d’alcuni anni, aumentando la domanda di carbone, il prezzo potrebbe salire e saremmo da capo: in più, con l’aggravio di bruciare carbone, la fonte che produce più gas serra.
Anche l’ipotesi nucleare – caldeggiata a lungo dal centro destra, ma solo per scopi propagandistici – è stata abbandonata anche dall’ex Ministro Matteoli: un paese che decise vent’anni fa di non ricorrere al nucleare non può, nel volgere di un battito d’ali, riprendere quella strada.
Considerazioni ambientali a parte (scorie, ecc), quanto tempo ci vorrebbe per avere una decina di centrali nucleari in Italia? Non esistono nemmeno piĂą (o sono ridotte al lumicino) le facoltĂ  universitarie del settore!
L’IEA[6] valuta la disponibilità d’Uranio nel pianeta in 40-80 anni, secondo il prezzo d’estrazione e di raffinazione del minerale (in aumento): anche se l’Italia decidesse di costruire nuove centrali – e dove? Con quello che succede per i termovalorizzatori, ci sarebbe un solo sindaco che acconsentirebbe? Dovremmo rifare il referendum? – ci arriveremmo probabilmente quando il nucleare diventerebbe poco attraente anche dal punto di vista economico.
Il “risorgimento” nucleare è dovuto principalmente alla peculiarità di quel sistema, che non produce gas serra, ma è un risorgimento che ha le ali tarpate proprio dagli enormi ritardi accumulati dall’Italia sul fronte dell’energia. Ci arriveremmo troppo tardi.
Come si è giunti a questa situazione?
Le scelte energetiche italiane nascono da due momenti ben precisi: il dopoguerra di Enrico Mattei ed il referendum sul nucleare del 1987.
Quando Mattei si sedette alla poltrona dell’AGIP, ereditando il carrozzone fascista, l’Italia era in ginocchio: fonti nazionali quasi inesistenti, dipendenza dall’estero pressoché totale. Mattei richiamò alla neonata ENI anche numerosi dirigenti che avevano subito l’ostracismo poiché coinvolti con il passato regime, giacché aveva bisogno di personale preparato. Altro che “bipartisan”!
L’obiettivo era quello d’iniziare a sfruttare il gas metano presente nel sottosuolo della pianura Padana, e ci riuscì. I volumi estratti non erano certo abbondanti, ma per il nulla che l’Italia possedeva erano pur sempre qualcosa.
La lungimiranza di Mattei, però, fu evidente da quel momento in poi: forte della sua formazione di cattolico attento alle esigenze sociali, lanciò l’ENI alla caccia di contratti con i paesi produttori di petrolio e di gas. L’arma vincente? Pagava semplicemente un poco di più degli inglesi e degli americani. In quegli anni, la BP “divideva” i proventi della società petrolifera mista – Anglo Iranian Oil – in un modo assai curioso: il 94% agli inglesi ed il 6% agli iraniani. Una vera ed onesta joint venture!
Fu facile, per Mattei, introdursi in quel mercato poiché – almeno fino al 1956 ed ai fatti di Suez – le compagnie inglesi trattavano il petrolio con l’identica mentalità coloniale d’anteguerra, e gli americani – pur non essendo mai stati colonialisti – cercavano d’imparare.
Prima d’essere ucciso, Mattei riuscì a creare una serie di contatti che consentirono all’Italia la fornitura energetica per i decenni a venire: le basi dell’approvvigionamento petrolifero italiano sono ancora quelle create da Mattei. L’unica, importante novità fu il gasdotto siberiano, che coinvolse l’Italia e l’URSS in una serie di collaborazioni industriali: ad esempio, lo “sbarco” della FIAT a Togliattigrad e la fornitura di macchine per la lavorazione del legno, delle quali i sovietici avevano gran bisogno, viste le enormi ricchezze forestali. Grazie a quegli accordi, ancora oggi l’Italia conserva un’ottima posizione in quel settore tecnologico: nel modenese sorgono moltissime aziende del settore del legno.
Il referendum del 1987 non doveva finire in quel modo – così pensavano i vertici dell’ENEL, che aveva iniziato ad investire a Caorso ed a Montalto di Castro per le prime due, vere[7], centrali nucleari italiane – ma cadde la tegola di Chernobyl, ed il popolo italiano disse di no.
Nel 1987, dopo il referendum, la classe politica del tempo avrebbe dovuto prendere coscienza che l’Italia aveva abbandonato quella strada – mentre Francia, Germania e Gran Bretagna procedevano – e prendere provvedimenti.
Già allora si sentiva parlare d’energie rinnovabili, ma il basso prezzo del petrolio – giunse a 11$/barile negli anni ’90! – confinava il settore in un ambito meno pressante, con pochi fondi e, tutto sommato, considerato quasi come un settore di ricerca pura. In altre parole: se son rose fioriranno, ma non perdiamoci troppo tempo.
Intorno al 1980, ad esempio, la FIAT studiava un primitivo modello d’aerogeneratore – il Libellula – del quale ebbi modo di seguire le vicende, poiché un prototipo fu installato proprio nella tenuta di un mio conoscente.
L’aerogeneratore, a differenza dei modelli attuali, affidava ad un complesso sistema di molle e contrappesi la possibilità di mantenere costante la rotazione al variare del vento che, quando “variava” troppo, distruggeva molle e contrappesi.
Puntualmente, giungevano da Torino i tecnici dell’azienda che sistemavano nuove molle e contrappesi, che il vento si premuniva di fracassare nuovamente.
Le strade seguite da tedeschi e danesi furono invece diverse: approfondirono molto – grazie alla “ricaduta” delle tecnologie aeronautiche – lo studio dei materiali per consentire alle pale di flettersi senza rompersi, ed i risultati – oggi – si vedono.
Negli stessi anni, però, il sistema politico italiano era già entrato in cortocircuito per la sciagurata gestione del debito e per i noti “terremoti” internazionali: non ci furono di certo orecchie attente al problema, e quella pessima impostazione perdura.
Ancora nel 2004, riuscirono a cacciare Rubbia dalla presidenza dell’ENEA poiché, altrimenti, il solare termodinamico avrebbe seriamente corso il rischio di diventare una realtà.
Vale la pena di soffermarsi qualche secondo sulle esternazioni di Scaroni – Presidente dell’ENI – poiché sono illuminanti. Con soddisfazione, affermava qualche mese or sono “che, per fortuna, l’Italia non aveva venti costanti e potenti come quelli del Mare del Nord, e quindi il sistema eolico era improponibile”.
Considerazioni tecnologiche a parte – l’affermazione di Scaroni ha del vero, ma sottende anche molte falsità – stupisce osservare che un uomo che s’occupa d’energia “si rallegri” perché l’Italia è relativamente più povera di una risorsa energetica. Non credo che Mattei si sarebbe “rallegrato”.
Contemporaneamente, Enelgreenpower – ossia l’ENEL – affermava candidamente che la risorsa eolica era valutata, nel pianeta, quattro volte l’intero fabbisogno mondiale del 1998. Nel 1990, l’Ente Americano per l’Energia sosteneva che tre soli stati – North Dakota, Kansas e Texas – erano in grado di fornire l’intero fabbisogno nazionale con il sistema eolico. Nel 2005, l’Università di Stanford rivedeva al rialzo quelle stime. C’è proprio da “rallegrarsi”.
L’impasse energetica italiana nasce dunque da un coacervo di fattori, che maturarono negli stessi anni: il referendum del 1987, la crisi politica dei primi anni ’90 e la contemporanea dismissione di molte aziende meccaniche di proprietà statale. Già, perché se desideriamo costruire impianti per la captazione delle energie rinnovabili, qualcuno deve pur costruirli!
Non dimentichiamo che l’area anseatica è diventata leader dell’eolico anche per ragioni storiche: l’ultima azienda che produceva mulini a vento tradizionali (quelli delle cartoline) chiuse i battenti, in Danimarca, intorno al 1970. Vent’anni dopo, s’affermava la nuova industria eolica: in Germania, valutano che 250.000 persone lavorino nel settore delle energie rinnovabili.
Chi poteva (e potrebbe), in Italia, diventare attore nel nuovo settore?
L’ENEA, ad esempio, ha praticamente terminato la fase di ricerca sul solare termodinamico: chi lo realizzerà? Con il ritorno di Rubbia, è possibile che l’impianto di Priolo Gargallo sia finalmente terminato, ma si tratta pur sempre di un impianto sperimentale, e gli anni passano.
Le grandi aziende meccaniche italiane si contano sulle dita di una mano: FIAT, Ansaldo, Italcantieri, OTO Melara, Pignone e poco di più. Italsider non esiste praticamente più, l’IRI è un ricordo.
La più importante azienda – la FIAT – deve focalizzarsi sul “core business”, ossia sul settore auto, per non perdere il terreno che ha faticosamente riguadagnato dopo una crisi che giunse ai limiti dell’estinzione.
Ancora una volta – come dopo l’Unificazione, durante il Fascismo, nel Dopoguerra – dobbiamo costatare la debolezza dell’apparato produttivo italiano. Il tessuto produttivo italiano riesce ad interpretare bene le nicchie di mercato – pensiamo al made in Italy, l’estetica – poiché la dimensione contenuta delle aziende è in grado di competere soltanto sulle nicchie, non sui grandi mercati.
La “mano pubblica” non ha più la possibilità d’intervenire direttamente nella gestione industriale – non entriamo nel merito della contesa fra pubblico e privato, constatiamo semplicemente che così è – e quindi (anche per le norme europee in materia) lo Stato non può decidere di costruire centrali solari od eoliche.
Possono costruirle i privati? Troppo piccoli per una simile impresa: potranno al massimo costruire singoli settori della “filiera” della nuova industria, ma non interpretare il processo produttivo dalla A alla Z.
Lo Stato potrebbe favorire – mediante la leva fiscale – consorzi d’aziende che lavorano su segmenti diversi della stessa “filiera” industriale: sarebbe un tentativo per conciliare l’originalità del nostro tessuto industriale – basato su tante piccole e medie imprese – con la necessità di gestire mercati ampi e complessi. Non dimentichiamo, però, che il tempo passa: i colossi internazionali dell’energia non aspetteranno certo l’Italia.
Rimangono ENEL ed ENI – quotate in Borsa ma con una residua partecipazione dello Stato – che però pensano al carbone (ENEL), oppure si “rallegrano” se c’è poco vento (ENI).
Nulla vieta d’installare aerogeneratori prodotti all’estero – così oggi vanno le cose – ma non dimentichiamo che, chi “perderà il treno” della nuova industria energetica, accumulerà probabilmente un secolo di ritardo tecnologico.
Per il solare termodinamico, invece, siamo al parossismo: la nuova tecnologia è completamente italiana!
Attualmente, l’ENEA prevede che il costo di produzione di un KW/h elettrico, con la nuova tecnologia, si aggiri intorno ai 6,5 euro/cent, inferiore al petrolio ed al gas e poco più alto del carbone (però, senza inquinare!)[8].
Nei documenti ufficiali dell’ENEA, però, traspare un concetto che vale la pena d’analizzare.
La captazione solare è proficua a molte latitudini – l’Austria è il paese con più collettori solari (acqua calda) pro capite – ma è alle basse latitudine, zone tropicali ed equatoriali, che diventa molto conveniente.
Leggiamo cosa afferma l’ENEA nel suo documento ufficiale sul solare termodinamico (csp.pdf):
“Come si è visto in precedenza, per gli impianti solari a concentrazione il grosso del mercato potenziale, più prossimo all’Italia, si trova nei Paesi a sud e a sud-est del Mediterraneo, ovvero il Nord-Africa e il Medio Oriente. La presenza in questo ambito geografico di vaste aree ad alto irraggiamento diretto e con scarso valore commerciale (non essendovi praticabile economicamente né l’agricoltura né la pastorizia) offre la possibilità di produrvi energia di origine solare a basso costo.”
Senza voler apparire presuntuoso, faccio notare che giĂ  lo affermavo nel 2003:
“La principale ragione che ha condotto a descrivere come non economico il sistema fotovoltaico è che tutte le analisi compiute, in Europa e negli Stati Uniti, sono state attuate considerando solo le alte latitudini, dove la radiazione solare annua è insufficiente per rendere questo sistema competitivo[9]”
Io riferivo l’analisi al sistema fotovoltaico, ma la consistenza della radiazione è la stessa: l’ENEA – se stima il costo di produzione di 1 KW/h a 6,5 euro/cent nelle regioni meridionali europee – scende, nello stesso documento, a 4,5 per le aree tropicali ed equatoriali.
Perché? Poiché la radiazione solare, pur essendo consistente al solstizio d’estate alle nostre latitudini, scende a quello invernale ad 1/6 circa (media) rispetto alle aree equatoriali. In altre parole, riceviamo molta energia in estate, ma pochissima d’inverno: fra i Tropici e l’Equatore, invece, i valori sono più costanti tutto l’anno; inoltre, la media annua (la quantità totale d’energia) è sensibilmente a loro favore. Difatti, l’ENEA stima una diminuzione del costo del singolo KW/h di quasi un terzo, se gli impianti fossero situati nelle aree sahariane e sub-sahariane.
Tutto ciò ci riporta alla domanda iniziale, ovvero: se Scaroni fosse Mattei…
Se Scaroni fosse Mattei, ritornerebbe – quasi fosse la sua reincarnazione – in Africa: questa volta per stendere accordi per le forniture energetiche utilizzando la nuova tecnologia, tutta italiana, che ci farebbe tornare fra le nazioni che sfornano tecnologia.
Qualcuno potrebbe domandarsi: perché non attuare la captazione in Italia? Domanda legittima ed appropriata.
Per oggettive situazioni geografiche, la sola Sicilia – in Italia – sarebbe nelle condizioni più favorevoli per avviare il processo: dunque, si potrebbe fare. Ciò non significa che anche altre aree potrebbero ricevere la nuova tecnologia: semplicemente, più si sale verso Nord, meno diventa conveniente.
Pur con costi superiori (6,5 euro/cent KW/h) potremmo avviare i processi in Sicilia: oltretutto, sarebbe una buona “palestra” prima d’esportare la tecnologia in esame. Quanto – di quei 45 miliardi di euro – potremmo risparmiare realizzando le centrali in Sicilia?
Produrre il 10-20% dell’energia consumata con il sistema termodinamico non è assolutamente una chimera: sarebbe come mettere insieme un paio di “tesoretti” ogni anno senza dover ricorrere alle tasse.
Inoltre, progrediremmo nella fase d’industrializzazione del progetto (magari migliorandolo in corso d’opera, come spesso avviene) e ci sottrarremmo – almeno un poco – ai ricatti energetici, ai quali siamo troppo esposti.
Di piĂą sarebbe possibile fare, ma ci esporremmo ad altri rischi.
Siamo storicamente legati ai paesi della sponda Sud del Mediterraneo: già i Romani commerciavano con quelle popolazioni per le spezie, e le “spezie” odierne – se riflettiamo sulla valenza del settore petrolchimico – sono il petrolio ed il gas.
Temo un’Europa coperta di pannelli solari, di varia natura, e d’aerogeneratori, che fosse in grado di coprire l’intero fabbisogno con la produzione in loco: la temo per vari motivi.
Grandi e popolose nazioni – pensiamo all’Algeria – sopravvivono solo grazie alle esportazioni energetiche: quale sarebbe la portata dei flussi migratori, qualora venissero a mancare quegli introiti?
Da sempre, l’Europa è produttrice di beni e l’Africa ed il Medio Oriente sono fornitori di materie prime: se il metodo fosse quello di Mattei – ossia non la rapina, ma il commercio – le due realtà potrebbero convivere in simbiosi, e dunque in pace.
Sull’altro versante, non possiamo dimenticare che chi lo tentò – Enrico Mattei – fu sacrificato sull’altare della pura e semplice convenienza economica che negli anni, grazie a strumenti sempre più sofisticati – il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale , ecc – si è trasformata in un nuovo colonialismo.
Per questa ragione – di là delle personali convinzioni, che lo vedono poco propenso a tentare nuove strade – Scaroni non può diventare Mattei: correrebbe gli stessi rischi del primo presidente dell’ENI. Peccato che, questa impasse, finirà per condurci alla rovina.
La palla torna dunque nuovamente nelle mani del sistema politico, il quale s’interroga sui massimi sistemi, ossia se il comandante della Guardia di Finanza debba essere un uomo normale o speciale.
Politici “speciali”, come i nostri, non sono probabilmente in grado d’imprimere una positiva accelerazione ai rapporti internazionali, per tracciare un nuovo profilo d’approvvigionamento energetico fra le due sponde del Mediterraneo. Smettiamola d’inviare in giro soltanto soldati: proviamo ad inviare gente che sappia trattare.
Avremmo un disperato bisogno di “normali” politici – di destra e di sinistra – ma di politici capaci.

[1] Fonte Televideo 11/3/2007
[2] La TEP (Tonnellata Equivalente di Petrolio) è un’unità di misura che equivale all’energia contenuta in una tonnellata di petrolio. La MTEP corrisponde ad un milione di TEP.
[3] Si tratta di un valore medio, giacché differenti tipi di petrolio hanno diversa densità.
[4] Al cambio di 1,35 dollari per un euro.
[5] La produzione italiana d’energia varia secondo gli anni: tale variazione è dovuta principalmente alla piovosità, giacché la fonte idroelettrica è la principale, mentre il geotermico e le rinnovabili forniscono circa l’1% ciascuna.
[6] IEA: International Energy Agency.
[7] Le precedenti realizzazioni (Saluggia, ecc.) erano poco di piĂą che impianti sperimentali.
[8] Fonte: ENEA, csf.pdf.
[9] Carlo Bertani – Energia, natura e civiltà: un futuro possibile? – Giunti – 2003.
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mercoledì, 13 giugno 2007

Intermezzo Anti-Luxuria

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Dani Woodward
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categoria: antiluxuria


mercoledì, 13 giugno 2007

Mahatma Gandhi e fragoline di bosco: a cena con Putin

Mahatma Gandhi e fragoline di bosco: a cena con Putin
Mirumir giugno 06, 2007
[Tradotto perché molto divertente e perché Andrej Kolesnikov del Kommersant fa parte delle numerose debolezze del Miro. Anche perché la frase su Gandhi è stata, a quanto pare, un grande, grottesco momento VVP].

putin10Il bollente menĂą di Putin
I giornalisti dei paesi del G8 a cena con il presidente russo
di Andrej Kolesnikov
Originale: Kommersant

Venerdì il presidente russo Vladimir Putin ha concesso un'intervista ai giornalisti dei paesi del G8. L'inviato speciale del Kommersant, Andrej Kolesnikov, che era uno dei partecipanti, racconta la drammatica storia della nuotata di Putin nelle acque pericolose dei media internazionali. Adesso ci manca solo la drammatica storia della decisione di Putin di estendere il suo mandato a sette anni.
Il presidente ha ospitato l'incontro con la stampa, organizzato secondo il principio "un giornalista per ogni paese" nella sua residenza di Novo-Ogarevo, nei pressi di Mosca. Il più noto tra i giornalisti era il direttore di Der Spiegel Stefan Aust, che è stato al centro del momento saliente dell'intervista e anche del maggiore problema che si è presentato. Gli altri partecipanti erano Franco Venturini del Corriere della Sera, Bronwen Maddox del British Times, l'inviato del giapponese Nihon Keizai Shimbun Yatsusiko Ota, Pierre Rousselin di Le Figaro, Doug Saunders dell'edizione europea del Canadian Globe and Mail e Gregory White della redazione moscovita del Wall Street Journal.
Abbiamo atteso il presidente per circa due ore, per lo più passate a concordare la data di pubblicazione dell'intervista. Idealmente l'intervista avrebbe dovuto essere pubblicata da tutte le testate contemporaneamente, un'impresa che è apparsa subito quasi impossibile dato che Der Spiegel, per esempio, esce il lunedì e che gli altri giornali avrebbero voluto dare almeno un'anticipazione il sabato.
I membri del servizio stampa del presidente Putin hanno faticato a convincere gli altri partecipanti ad aspettare lo Spiegel. Quando finalmente tutti i giornalisti presenti nella stanza hanno giurato solennemente che l'intervista non sarebbe apparsa prima di lunedì mattina, il signor Aust è stato trattato con una certa ostilità dai colleghi.
Il più indignato per l'accordo era il signor Venturini del Corriere della Sera. In quel momento mi è parso che il tipo non fosse del tutto affidabile. Ha guardato il tedesco come se volesse incenerirlo. Cosa che in un certo senso, come poi si è visto, ha fatto.
Quella sera Vladimir Putin non aveva, per così dire, un aspetto riposato. Quando i giornalisti si sono messi in fila per salutarlo uno per uno, prima di sedersi al tavolo, mi è sembrato perfino un po' turbato, cosa insolita all'inizio di un'intervista. Poi mi sono ricordato che era appena tornato da una visita a Naina Josifovna El'cin, dato che il 1° giugno segnava la fine dei quaranta giorni di lutto per la morte del primo presidente russo.
I giornalisti hanno appoggiato i registratori sul tavolo. La conversazione è cominciata nell'ufficio del signor Putin, al primo piano dell'ala destinata agli ospiti della residenza presidenziale. Tuttavia, molto prima che l'incontro cominciasse avevo intravisto il famoso ristoratore moscovita Arkadij Novikov e avevo capito che la serata non sarebbe trascorsa senza una buona cena fortificante.
Il signor Putin ha tenuto un breve discorso introduttivo, ha risposto a tre domande (i giornalisti avevano concordato anche chi di loro avesse dovuto cominciare), e poi ci ha invitati tutti al piano di sopra a mangiare.
Mentre i miei colleghi salivano le scale mi sono accorto che erano già molto contenti. Anzi, mi è sembrato perfino che tre di loro sarebbero stati soddisfatti se l'intervista fosse finita lì. Erano quelli che avevano posto le prime tre domande. Salendo siamo passati accanto ai colleghi che erano venuti a dare il loro appoggio morale ai partecipanti all'intervista. Erano seduti al secondo piano, davanti a un monitor che trasmetteva in diretta dall'ufficio del presidente. I giornalisti hanno salutato con gesto dolente i colleghi, come se si trattasse di amici e familiari di condannati ai lavori forzati in Siberia. Ho pensato allora che forse alcuni dei partecipanti all'intervista non escludevano una simile eventualità.
Sul tavolo c'erano solo i menĂą. Leggendo il mio ho appreso che avremmo consumato "tartara di branzino con caviale nero, gazpacho con granchio, filetto di rombo e risotto con asparagi, petto d'anatra con fave e uva spina e zuppa di fragoline". Ho trovato quest'ultimo piatto particolarmente interessante. Sono stati poi proposti alla nostra attenzione un Tignanello Chianti del 2003 e un Terre Alte Friuli del 2004. All'improvviso non avevamo piĂą alcuna fretta.
La conversazione è continuata, anche se non direi che il signor Putin ne fosse enormemente entusiasta. I giornalisti dovevano porre le domande in senso orario, ma alcuni di loro - evitando accuratamente di incontrare lo sguardo degli altri - hanno colto l'occasione per porre due e anche tre domande alla volta. Il presidente ha soddisfatto metodicamente la loro curiosità, ma nelle sue parole non ho trovato né un occasionale guizzo d'ingegno né un minimo d'entusiasmo. Ho capito che aveva da tempo preparato le risposte a ciascuna di queste domande e che probabilmente si annoiava. Nella successiva ora e mezza si è animato solo un paio di volte.
Però a un certo punto il direttore dello Spiegel ha chiesto al presidente russo se si considera davvero un autentico democratico, come lo ha definito l'ex-cancelliere tedesco Gerhard Schroeder. Questa domanda gli era già stata posta giorni fa al vertice UE-Russia a Samara, e ho pensato che il presidente si sarebbe spento del tutto. Invece abbiamo ricevuto la risposta dell'anno: "Dopo la morte del Mahatma Gandhi, non è rimasto nessuno con cui parlare".
Prima di allora il signor Putin, rispondendo, non aveva mai sorriso. Ma pronunciando queste parole ha spalancato gli occhi in modo insolito, cosa che poi ha permesso ai colleghi di parlare entusiasticamente di come avesse affrontato seriamente quella domanda e di quale considerazione abbia di se stesso. Inoltre quello che era stato detto è parso, senza esagerare, di un'ironia diabolica, proprio perché fino a quel momento il presidente non aveva sorriso neanche una volta.
Poi ha risposto alla mia domanda sul divieto d'esportazione di materiali biologici (il Kommersant ne sta scrivendo da diversi giorni). Il signor Putin ha concordato solo sul fatto che il processo non è sufficientemente regolamentato dal punto di vista legale, ed è apparso perplesso a proposito dell'utilità di mandare all'estero campioni di sangue e tessuti per farli analizzare. à stato perfino necessario promettere di fornire delle statistiche, cosa che faremo (tentar non nuoce).
In seguito, dopo l'intervista, ho saputo che il signor Putin era interessato a quell'informazione molto piĂą di quanto avesse lasciato trasparire. Apparentemente le regole per l'uscita dei materiali biologici dal paese verranno elaborate per sua raccomandazione in pochi giorni e non in settimane o mesi come accade spesso per tali questioni.
Nel frattempo però l'intervista era andata avanti per più di due ore, e a un certo punto il signor Putin ha esclamato: "Ma che ore sono? Le 11.30?! Mi state torturando! Bisogna concludere!" Come rendendosi conto di quello che aveva detto, ha aggiunto rapidamente: "O piuttosto sono io che sto torturando voi. Comunque bisogna concludere".
"Ă d'accordo sul fatto che l'Iran debba possedere armi nucleari?" ha domandato un giornalista.
"Sono completamente d'accordo," ha detto frettolosamente il presidente, dedicandosi alla sua zuppa di fragoline, uno strano ma saporito miscuglio di acqua, fragoline fresche e qualcos'altro che faceva sì che Vladimir Putin trangugiasse avidamente il tutto. Anzi, mentre il presidente rispondeva svogliatamente a una domanda sul destino travagliato dell'Aeroflot, un cameriere ha chiesto se poteva portare via i resti della zuppa, ricevendo il divieto categorico del signor Putin: "La gelatina la lasci qui."
L'entusiasmo del signor Putin per le fragoline era ben piĂą grande di quello suscitato dal fuoco di fila delle domande dei giornalisti, che alla fine si sono dimenticati di ogni regola e hanno cominciato a interrompersi a vicenda, con il giornalista italiano che reggeva sopra la testa con entrambe le mani un foglio di carta con su scritto in inglese "Anch'io ho una domanda!"
Verso la fine dell'intervista il presidente ha annunciato che sarebbe stato "accettabile" estendere il mandato del presidente da quattro a cinque anni, e forse addirittura a sette. Ne ha perfino spiegato il perché, e ha cominciato a lasciarsi andare e a rilassarsi mentre la conversazione volgeva al termine.
Forse era perché si era aspettato altre domande oltre a quella di protocollo sul destino di Andrej Lugovoj, come pure le domande rituali sull'omicidio di Anna Politkovskaja, sulla Cecenia e Beslan. Domande che non sono mai arrivate. I giornalisti erano interessati ad altro. Il collega giapponese si è lamentato che il bando dell'esportazione della polpa di granchio significa che i giapponesi non potranno disporre di polpa di granchio sufficiente per il sushi, anche se il presidente ha dichiarato di preferire di gran lunga il tonno.
Alla fine il signor Putin ha esercitato la propria autorità per portare al termine la conversazione, poco dopo la mezzanotte. Il signor Aust di Der Spiegel è corso dai suoi colleghi al secondo piano, intenti a dettare furiosamente per l'edizione di lunedì le risposte del presidente al loro direttore.
All'uscita tutti hanno nuovamente concordato sull'embargo fino a lunedì mattina, e tutti hanno nuovamente guardato male il signor Aust.
Il giorno successivo, il sito internet di Der Spiegel preannunciava l'intervista, di fatto pubblicando estesamente le risposte del signor Putin alle questioni più calde e violando così l'accordo. Alla mossa tedesca hanno subito reagito i giornalisti del Corriere della Sera, che domenica hanno deciso di offrire la versione completa della conversazione. Alla fine, solo il coraggioso servizio stampa del presidente russo è riuscito a rispettare l'embargo quasi fino a lunedì.
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mercoledì, 13 giugno 2007

VVP e la battaglia navale

VVP e la battaglia navale
Mirumir giugno 07, 2007

bush-putinSapevatelo: Igor' Sutjagin, analista militare russo, era il capo della divisione di politica economica e militare dell'istituto di studi americani e canadesi dell'Accademia delle Scienze russe. Nel 2004 è stato condannato a 15 anni di reclusione per aver passato segreti militari all'intelligence americana e britannica.

Un giorno Vladimir Vladimirovic™ Putin e il presidente degli Stati Uniti d'America George Bush giocavano a battaglia navale usando il telefono per le comunicazioni tra i capi di stato.
- G 5, - disse George Bush.
- Mancato, - rispose Vladimir Vladimirovic™, - D 3.
- Colpito, - brontolò desolato George Bush.
- Chi è? - domandò Vladimir Vladimirovic™.
- Paris Hilton, - sospirò George Bush.
- Ti tocca liberarla, - rise Vladimir Vladimirovic™, - Tocca a me! E 6!
- Mancato, - disse con sollievo George Bush, - B 4.
- Mancato! - Vladimir Vladimirovic™ sorrise, - Per poco non mi colpivi Sutjagin.
George Bush rimase pensieroso per un po'.

Oggi Putin ha respinto la domanda di grazia di Sutjagin e quella del fisico Valentin Danilov, condannato a 14 anni per aver passato segreti militari alla Cina.


VVP e le nanotecnologie
Mirumir giugno 05, 2007

[Contesto: alcuni deputati dello schieramento Russia Unita hanno presentato ieri alla Duma un progetto di legge che prevede la creazione della "Corporazione Russa per le Nanotecnologie". Si tratterĂ  della piĂą grande corporazione non commerciale russa, sarĂ  subordinata al governo e ha giĂ  un nome ufficiale, "Rosnanotech". A marzo, durante il suo discorso all'Assemblea Federale, Putin aveva parlato della necessitĂ  di creare un istituto statale per lo sviluppo delle nanotecnologie. In aprile il primo vice-premier Ivanov aveva dichiarato: "Ă difficile capire cosa sono le nanotecnologie. Perfino gli scienziati non comprendono appieno tutti gli effetti dello sviluppo delle nanotecnologie. Ă come quando abbiamo creato la bomba atomica: non sapevamo che avrebbe portato al rapido sviluppo dell'energia nucleare". Doh].

Un giorno Vladimir Vladimirovic™ Putin sedeva nel suo studio all'interno del Cremlino e passava da un canale all'altro del suo televisore presidenziale. Non c'era niente di interessante. I membri dell'amministrazione comunale erano seduti nei loro uffici ad ascoltare la radio in attesa dell'annuncio della candidatura di Jurij Michajlovic Lužkov a sindaco della città. Nella stazione di polizia sedeva la fredda e severa aiutante del gran maestro Garri Kimovic Kasparov, Marina Alekseevna Litvinovic. Da un'altra parte il vice-capo dell'Amministrazione Vladislav Jur'evic Surkov saldava qualcosa dentro la testa del presidente dell'Associazione Nazionale per la Sicurezza Genetica, l'androide Aleksandr Sergeevi? Baranov. Lì invece l'oligarca Boris Abramovi? Berezovskij saldava qualcosa dentro la testa di una giornalista appena acquistata, l'androide Elena Viktorovna Tregubova.
A un tratto Vladimir Vladimirovic™ scattò in avanti. Sullo schermo era apparsa all'improvviso la figlia di Vladimir Vladimirovic™, Katja, in compagnia di un giovane che Vladimir Vladimirovic™ non conosceva.
Stavano ballando.
- E lei dove lavora? - domandò Katerina.
- Nelle nanotecnologie.
- SarĂ  di sicuro interessante da morire?
- Effettivamente molto interessante, sì, - disse sinceramente il giovane, - Le nanotecnologie oggi hanno delle potenzialità inesauribili. Sa, è sempre molto importante orientarsi correttamente. Per esempio, agli inizi dell'aviazione, bisognava appunto entrare per tempo in aviazione. All'epoca gli aviatori erano eroi. Oppure i computer. Quelli che sono entrati per tempo nel campo dei computer oggi hanno in mano tutto. Quelli che hanno cominciato a lavorare nell'amministrazione comunale di Piter quindici anni fa non li conosceva nessuno, e invece oggi li conosce tutto il mondo. Stessa cosa per il nanotecnologo: il futuro gli appartiene.
- Che scuole ha fatto? - domandò Katerina.
- Non c'è ancora una scuola, - spiegò il giovane. - Non c'è ancora nessuno che possa preparare questi specialisti. Ma con il tempo avremo tutto. E soprattutto le nanotecnologie cambieranno la vita delle persone. Non ci saranno più giornali, né libri...
- E cosa ci sarĂ ?
- Le nanotecnologie. Continuamente e solo nanotecnologie. A proposito, è stata alla "Nanotech"?
- Ovviamente no.
- Venga domani stesso.
- E come?
- Le scrivo io l'autorizzazione.
Vladimir Vladimirovic™ fissava lo schermo con i presidenziali occhi spalancati.
I due giovani continuavano a ballare.


VVP e Valentina
Mirumir maggio 31, 2007

[Contesto: il nostro donnone-alfa preferito, il governatore di San Pietroburgo Valentina Ivanovna Matvienko, qualche giorno fa ha partecipato a un burrascoso incontro con la stampa. La Matvienko e stata accusata di avere gestito male la Marcia dei dissenzienti del 15 aprile facendo intervenire la polizia, si è difesa dicendo che i manifestanti si erano feriti da soli per incolpare le autorità, ha a sua volta attaccato i giornalisti colpevoli di ritrarla sempre in modo "clownesco" e infine ha urlato un po' incongruamente "La Baturina a Mosca ne ha combinate di ben peggiori!" (la Baturina, moglie del sindaco di Mosca Lužkov, è nota per i suoi intrallazzi finanziari), frase che è ormai diventata un tormentone. Memorabile].

Un giorno Vladimir Vladimirovic™ Putin sedeva al grande tavolo presidenziale nel suo studio all'interno del Cremlino. Davanti a lui sopra il tavolo era appoggiata una grande coppa di platino con le aquile a due teste dorate incise sui panciuti e opachi fianchi. Accanto alla coppa c'era un termometro di cristallo, fabbricato nel 1827 su commissione del capo della terza sezione della cancelleria di sua maestà imperiale Nicola I, conte Aleksej Christofovi? Benkendorf, appositamente per la misurazione dello stato d'animo del paese.
Vladimir Vladimirovic™ aprì un cassetto e ne estrasse un grande atlante militare. Vladimir Vladimirovic™ sfogliò l'atlante e strappò con decisione le pagine con le carte degli Stati Uniti d'America e della Federazione Russa. Vladimir Vladimirovic™ contemplò le pagine strappate e cominciò a farle a pezzettini, che poi mise nella coppa. Fatte così a pezzi tutte le carte, Vladimir Vladimirovic™ prese il termometro e lo immerse nella coppa.
In quel momento sul tavolo di Vladimir Vladimirovic™ prese a squillare il telefono. Vladimir Vladimirovic™ sollevò il ricevitore.
- Ascolta bratello, - nel ricevitore risuonò la voce del governatore di San Pietroburgo Valentina Ivanovna Matvienko, - Che stai facendo?
- Mah, così... - Vladimir Vladimirovic™ si confuse un po', lanciando uno sguardo al termometro, - Così, sto misurando... la temperatura dei rapporti russo-americani. Perché?
- Riferisco! - disse lentamente Valentina Ivanovna, con tono trionfante, - Ho proibito i bagni nella Neva!
- Ma perché mai? - si stupì Vladimir Vladimirovic™, - Fa caldo!
- La Neva si getta nel golfo di Finlandia, - spiegò Valentina Ivanovna, - E da lì all'estero sono due passi.
- E dunque? - Vladimir Vladimirovic™ non capiva.
- La nostra gente, lo sai anche tu, è incosciente, - disse Valentina Ivanovna, - In acqua, quando nuota, fa il bisogno piccolo e anche quello grosso.
- Beh, e allora? - Vladimir Vladimirovic™ si strinse nelle presidenziali spalle, - Quello che è naturale non è vergogna. A meno che non si mettano a sporcare tutto...
- Ma che sporcare e sporcare, bratello! - esclamò Valentina Ivanovna, - Sono tutti campioni biologici! E l'esportazione di materiale biologico è stata proibita dal Servizio doganale federale!
Vladimir Vladimirovic™ sospirò.
- Sei una donna ben strana, Valentina, - disse quietamente Vladimir Vladimirovic™, - Da un lato sembri così... normale. Dall'altro... eh...
Valentina Ivanovna taceva.
- Beh, adesso perché te ne stai zitta? - domandò Vladimir Vladimirovic™, - Perché hai disperso una marcia autorizzata? Ora siamo nei guai...
- Come fai a non capire? - domandò Valentina Ivanovna con voce tremante, - Gli organizzatori vogliono destabilizzare la situazione nel paese! Le persone vanno a queste marce vestite di bianco, con i rasoi, e poi si tagliano di nascosto, si imbrattano di sangue a vicenda e poi accusano la polizia di aver picchiato i manifestanti! Hai sentito che li finanzia Berezovskij?!
- E dove li trova, i soldi? - Vladimir Vladimirovic™ sorrise, - Faresti bene ad andare da qualche parte a riposarti. Sennò mi dispiace proprio per te. E mi dispiace, lo dico sinceramente, anche per la città.
- Ah, ti dispiace per la città?! - urlò indignata Valentina Ivanovna, con la voce rotta dai singhiozzi, - La Baturina a Mosca ne ha combinate di ben peggiori!!!
E il governatore interruppe la conversazione.
Vladimir Vladimirovic™ scosse il capo e riagganciò.
Poi osservò il termometro e scosse nuovamente il capo.


VVP e le armi genetiche
Mirumir maggio 30, 2007

[Contesto: il Servizio doganale federale russo ha bloccato le esportazioni di tutto il materiale biologico umano, dai capelli ai campioni di sangue. Pare che all'origine di questa decisione ci sia un rapporto presentato a Putin dal direttore dell'FSB Patrušev: secondo il documento l'Occidente potrebbe sviluppare "armi genetiche contro la Russia". La decisione ha causato un notevole allarme perché tra le altre cose impedirebbe ai cittadini russi di ricorrere a laboratori stranieri per curare le proprie malattie, ma il ministero della sanità ha escluso che possano esserci conseguenze per i pazienti russi. Link (in russo) e Link (in inglese). E ora leggetevi questo terribile VVP].

Un giorno Vladimir Vladimirovic™ Putin e il direttore del Servizio di sicurezza federale Nikolaj Platonovic Patrušev sedevano nei seminterrati della Lubjanka, impegnati in un colloquio segretissimo.
- Ecco cosa devo dirti, bratello, - sussurrò tutto emozionato Nikolaj Platonovic, - Il fatto è che... hanno trovato il petrolio.
- Ah, che novità, - Vladimir Vladimirovic™ alzò le spalle, - Trovato il petrolio, ma pensa. Mi hai chiamato per dirmi questo?
- Non capisci, - disse a voce ancora piĂą bassa Nikolaj Platonovic, - L'hanno trovato sotto tutta la Russia.
- Cioè, come, sotto tutta la Russia? - si stupì Vladimir Vladimirovic™, - Anche a Mosca?
- Anche a Mosca, - annuì Nikolaj Platonovic, - E a Piter. E anche a So?i. Capisci? Petrolio dappertutto!
- Niente male, - Vladimir Vladimirovic™ sgranò i presidenziali occhi, - Adesso si comincia a vivere!
- C'è un solo impedimento, - Nikolaj Platonovic si fece un po' più vicino, - La popolazione. In Russia vivono centoquarantacinque milioni di persone. Proprio sopra il nostro petrolio... e questa gente bisognerebbe metterla da qualche parte.
- Facciamo uno sgombero, - propose Vladimir Vladimirovic™, - Come a Butovo [villaggio alla periferia di Mosca, dove circa un anno fa le vecchie case sono state demolite per fare spazio a moderni condomini, n.d.T.].
- Bratello, - scosse la testa il direttore, - Sono centocinquanta milioni! Dove li metti? Occuperanno sempre un bel po' di spazio.
- E allora che si fa? - domandò Vladimir Vladimirovic™ fissando gli occhi trasparenti di Nikolaj Platonovic, - Naaah... Questo no!
- E allora che ne dici di questo? - bisbigliò Nikolaj Platonovic, - Anche gli americani sanno del nostro petrolio. E lavorano a un programma.
- Che programma? - Vladimir Vladimirovic™ non capiva.
- Armi genetiche, - disse il direttore con un filo di voce, guardandosi attorno.
- E cosa sono? - domandò spaventato Vladimir Vladimirovic™.
- Aggressione etnicamente orientata, - sussurrò Nikolaj Platonovic, guardandosi attorno continuamente, - Danneggerà la salute del popolo russo! Fino alla sterilità e alla morte.
- Perché?! - Vladimir Vladimirovic™ non capiva.
- Come, perché?! - Nikolaj Platonovic si sollevò perfino un po' dalla sedia, - Perché poi potranno estrarre il petrolio dalla nostra terra!!!
- E noi cosa possiamo fare? - domandò Vladimir Vladimirovic™.
- Giocare d'anticipo, - disse convinto Nikolaj Platonovic.
- In che senso? - Vladimir Vladimirovic™ non capiva, e fissò nuovamente i trasparenti occhi di Nikolaj Platonovic.
- Ma sì, ma sì, - annuì Nikolaj Platonovic, - Dobbiamo ripulire la Russia dei suoi abitanti prima degli americani! Per cominciare ho detto a Ivanov di proibire l'esportazione dei materiali biologici umani.
- Materiali biologici? - ripeté Vladimir Vladimirovic™.
- Beh, sì, - annuì Nikolaj Platonovic, - Tutti i campioni delle analisi. Primo, senza quei campioni laggiù (e Nikolaj Platonovic con gli occhi indicò il soffitto) non possono produrre le armi.
- E secondo? - domandò interessato Vladimir Vladimirovic™.
- E secondo, - rispose tranquillamente Nikolaj Platonovic, - Qui la gente non potrĂ  curarsi.
- Ma... eh... - Vladimir Vladimirovic™ aggrottò la presidenziale fronte, - Però tutti hanno diritto alla salute e all'assistenza medica, no?
- Ma da cosa mi stai citando? - Nikolaj Platonovic non capiva.
- Dalla costituzione, - rispose Vladimir Vladimirovic™.
- La costituzione? - Nikolaj Platonovic continuava a non capire, - E cosa c'entra?
Vladimir Vladimirovic™ si strinse nelle presidenziali spalle.
- Bratello! - lo implorò il direttore, - Ma quale costituzione?! Lì c'è il petrolio, capisci?! Il petrolio!!! Barìl-barìle, aj-lju-lju! Lì c'è più petrolio che in tutto il resto del mondo! Un mare di petrolio! E vieni a parlarmi di costituzione... Ma adesso per noi è come stare in Sardegna...
- Sssst!!!! - Vladimir Vladimirovic™ sgranò gli occhi e si portò un dito alle labbra, - Però della Sardegna non si parla. Qualcuno potrebbe sentirci.
E Vladimir Vladimirovic™ e Nikolaj Platonovic fecero scorrere lo sguardo sui nudi muri di cemento della Lubjanka.

Vladimir.Vladimirovich.ru
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venerdì, 08 giugno 2007

Intermezzo

CrissyMoran
Crissy Moran
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venerdì, 08 giugno 2007

Notiziario Strategico N°2

Salve,
EccoVi io sommario del Notiziario Strategico N°2 del Bollettino Aurora:

- La Cooperazione Militar-Industriale tra Russia e India: un Progetto Geopolitico Congiunto?

- Ufficiali Russi presentano l'Iskander e un MIRV come distruttori dell'ABM del 21? secolo

- Gates chiede alla Cina di spiegare le sue Intenzioni Militari

- Il Leader della Corea del Nord effettua un rimpasto dei vertici militari per mantenere il potere

- Un nuovo gruppo terrorista in Iran, comandato dalla CIA

Disponibile su Sito Aurora
Aurora Altervista

Saluti
Alessandro Lattanzio
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venerdì, 08 giugno 2007

Angela Nocioni e l'America Latina su Liberazione, lettera a Piero Sansonetti

Angela Nocioni e l'America Latina su Liberazione, lettera a Piero Sansonetti
Gennaro Carotenuto 1 giugno 2007  

br_bertinotti2Gentile Piero Sansonetti, direttore di Liberazione,
da due giorni il mio sito, che si occupa prevalentemente di informazione e America Latina, è inondato di messaggi di lettori del suo quotidiano, indignati per la pagina intera (pp. 1 e 9) pubblicata a firma Angela Nocioni, presunta inviata a L'Avana per il suo giornale, il giorno 30 maggio.
Molti lettori, suoi e miei, mi chiedono di fare qualcosa, attribuendomi un potere che evidentemente non ho. Non sono un lettore di Liberazione, non ho alcun rapporto di lavoro con il suo giornale, non sono mai stato militante né del PRC né di alcun partito di sinistra. Sono solo un docente di Storia del Giornalismo e un attento osservatore delle cose latinoamericane e del giornalismo italiano.
Se ho ricevuto una ventina di messaggi io, lei ne avrà ricevuti mille e mi auguro li abbia letti. Non entrerò pertanto nel merito e qualunque persona mediamente informata è in grado di farsi un'idea. Non scandalizza certo il criticare Cuba e la Rivoluzione cubana quando questa merita di essere criticata. E possiamo anche pensare che forse, molti lettori di Liberazione non siano preparati a sentirsi dire verità scomode su Cuba. Ma non è questo il caso. Il caso è l'attacco volgare, la vulgata disinformata e disinformante, il pregiudizio, la semplificazione arbitraria, l'intenzionalità fuorviante, le menzogne, la denigrazione malintenzionata, il sicariato informativo che traspare in ogni parola dei pezzi della Nocioni.
Negli articoli della vostra redattrice c'è la beceraggine destrorsa del Giornale o di Libero, c'è il pregiudizio rabbioso di Pierluigi Battista sul Corriere, c'è l'ignoranza crassa di Omero Ciai di Repubblica, che offende i suoi lettori ammannendo loro la realtà latinoamericana da un caffé di Miami. Quegli articoli né informano, né commentano, né spiegano. Solo offendono.
Con una superficialitĂ  disarmante, la Nocioni offende Giustino di Celmo, padre di Fabio, cittadino italiano assassinato da LuĂ­s Posada Carriles, e i familiari dei cinque cubani in carcere negli Stati Uniti. E' evidente che il governo cubano fa di questi casi simbolo anche un elemento di propaganda.
Ma come si permette la Nocioni la volgaritĂ  di dire che l'avere un figlio morto, o un padre o un marito incarcerato in un paese straniero ed ostile, sia la grande fortuna di queste persone, convertite in star dal regime?
Anche le Madri di Plaza de Mayo ricevono inviti a iosa e sono amate e rispettate in tutto il mondo per la tragedia della quale sono state vittime. La Nocioni è troppo superficiale per saperlo, ma esiste da vent'anni un dibattito nelle società latinoamericane su questo tema. Rigoberta Menchù è più fortunata perché ha vinto il premio Nobel o più sfortunata perché gli squadroni della morte le fecero a pezzi il padre e non so più quanti familiari? Come si comporterebbe la Nocioni al posto di Hebe de Bonafini o di Giustino di Celmo?
Angela Nocioni è recidiva. Lo scorso 3 gennaio, nel suo antichavismo viscerale e aggressivo, riuscì a farsi bacchettare da sinistra da Massimo D'Alema. Definì il processo redistributivo in Venezuela -cito testualmente- come "elemosina" (sic!) e il ministro degli esteri trovò l'occasione per darle una bella e meritata lezioncina. La Nocioni è impresentabile in tutta la sua carriera di sicario informativo antilatinoamericano. Ma sia onesto, Sansonetti. Una pagina come quella della Nocioni non può sfuggire al direttore. Liberazione è un piccolo giornale di partito e al partito risponde. Non può non essere stata avallata da lei o da qualcuno che gode della sua piena fiducia.
Tutto l'ambiente giornalistico sa che la Nocioni è sul punto del grande salto da Liberazione a La Repubblica. Ma perché Liberazione le dà lo spazio per uscirne immacolata e cancellare il suo peccato originale di aver lavorato per un quotidiano "comunista", prima di approdare definitivamente alla grande stampa?
Soprattutto, la disinformatia di quegli articoli, riguarda solo la Nocioni o coinvolge Liberazione e il PRC?
E' solo il carrierismo della Nocioni a condizionare Liberazione, o c'è invece una linea antilatinoamericana del PRC ad ispirare la Nocioni?
Le ricordo che il 24 marzo 1976 l'Unità, e con questa il PCI, evitò di condannare il colpo di stato genocida del generale Videla in Argentina. Era quella la linea che veniva da Mosca rispetto alla dittatura dei 30.000 desaparecidos. Forse, se il PCI fosse stato più deciso nel condannare quel colpo di stato, la diplomazia italiana avrebbe salvato qualche vita in più. Ma la ragion di stato sovietica veniva prima e quella resta una macchia indelebile sulla storia del PCI.
Nel condiscendere alla linea anticubana e antivenezuelana della Nocioni, non si possono non vedere calcoli di bottega locali. E' facile fare i comunistoni a parole in casa e ridicolizzare il riformismo venezuelano in politica estera. La Nocioni smania per far carriera, il PRC avrà altre mete, e mi piacerebbe conoscerle. Per questo mentono e disinformano sull'America Latina né più né meno come la Repubblica. Mi tolga una curiosità, Sansonetti. Da che parte starebbe il PRC se domani ci fosse un golpe in Venezuela o una nuova baia dei porci o l'aggressione contro uno qualsiasi dei paesi latinoamericani?
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"Questi non hanno speranza di morte e la loro cieca vita è tanto bassa che 'nvidïosi son d'ogni altra sorte".
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