Aurora

Sito d'Informazione Internazionalista
lunedì, 31 dicembre 2007

Qualcosa di Rosso - 2

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Qui il Rosso è più acceso, si vede meglio. Meglio essere previdenti; meglio abbondare.
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domenica, 30 dicembre 2007

Qualcosa di rosso

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Qualcuno mi ha ricordato che devo mettere qualcosa di rosso, almeno nel blog. Ho trovato
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domenica, 30 dicembre 2007

SE FIDEL É COERENTE CON SÉ STESSO

SE FIDEL É COERENTE CON SÉ STESSO
GIANNI MINÀ LatinoAmerica 19 dicembre 2007

Fidel2Ieri, con una lettera all'ICRT, la tv statale di Cuba, letta nel corso del programma "Mesa redonda informativa", Fidel Castro ha reso noto di non voler tornare al governo del paese, anche se le sue condizioni di salute, che sono migliorate negli ultimi mesi, glielo permettessero.
Fidel, che da un anno, dopo la delicata operazione per rimuovere alcuni diverticoli, partecipa al dibattito politico del paese e del continente, con acuti e lucidi interventi e riflessioni pubblicati dal "Granma", ha ufficializzato quello che da tempo era chiaro a tutti coloro che non guardano alla Rivoluzione cubana con pregiudizio.
La famosa transizione che a Miami e alla Casa Bianca attendono da mezzo secolo è già avvenuta, senza che nell'isola si sia verificata la disgregazione o siano accaduti gli incidenti che negli Stati Uniti si aspettavano, o meglio si auguravano.
La Rivoluzione, che ha una struttura forte, e il consenso, ormai innegabile, della maggior parte dei cittadini, malgrado cinquanta anni di embargo e la strategia della tensione messa in atto contro l'isola da vari Presidenti nordamericani, è già nel suo futuro. Anzi, con il 9% di Pil vive una delle stagioni economicamente meno difficili della sua storia recente, dopo aver superato i terribili anni '90, in cui dovette affrontare un doppio embargo, quello attuato dagli anni '60 ad oggi dagli Stati Uniti, senza nessuna giustificazione plausibile, e quello dovuto alla fine degli accordi economici con i paesi dell'Est europeo, quando tramontò all'improvviso l'impero sovietico.
Gli accordi con il Brasile, la Cina e, per l'energia, con il Venezuela di Chávez, in cambio di personale medico e di assistenza sanitaria, orgoglio della Rivoluzione stessa, hanno creato una situazione che certamente ha favorito una rapida transizione senza ansie.
Se l'informazione su Cuba da parte dei media occidentali, spesso ostaggi dei governi di Washington, non fosse inguaribilmente pervasa di pregiudizio e a volte perfino grottesca, questa realtà era palese da tempo.
Ma i colleghi, anche quelli italiani, come Angela Nocioni di "Liberazione", o come Omero Ciai di "Repubblica", o Pierluigi Battista del "Corriere della Sera", spesso desiderosi di rifarsi una verginità per il peccato di essere stati comunisti, nei loro viaggi nell'isola, o nelle loro riflessioni, guardando Cuba da Miami, Roma o Milano, non hanno voluto accorgersene. Hanno preferito, come nel caso della Nocioni, intervistare il solito giovane cubano senza cognome, ma con un paio di rituali "Ray Ban" sul naso, che sogna la competizione capitalista, quella che rende precario per sempre un ragazzo occidentale, invece di avvicinarsi ad un cubano orgoglioso figlio o nipote di quelli che hanno fatto assurgere l'isola, pur con tutte le sue contraddizioni, ad un esempio di resistenza nel continente, che ora rifiuta la brutalità dell'economia neoliberale, e cerca un nuovo destino.
Non c'è peggior cieco di chi non vuol vedere e Cuba, che ritorna nell'Organizzazione degli Stati Americani dopo esserne stata esclusa per anni per imposizione degli Stati Uniti, e che nel futuro prossimo è possibile entri nel "Mercosur", è la prova, per il vecchio Fidel, di una resistenza premiata e che spiega il recente cambio di atteggiamento dell'Onu nei riguardi della situazione dei diritti umani nell'isola. Un tema che per anni gli Stati Uniti hanno usato come una clava nei confronti di Cuba, mentre organizzavano qualunque tipo di provocazione verso di essa e proteggevano il terrorismo che, in Florida, veniva organizzato per atterrare la Rivoluzione.
Un anno e mezzo fa Fidel Castro lasciò il governo del paese, responsabilizzando cinque persone, oltre a suo fratello Raúl, il ministro dell'Economia Carlos Lage, il ministro dell'Educazione José Ramón Machado Ventura, il ministro della Salute pubblica José Ramón Balaguer, e Felipe Pérez Roque, quarantenne ministro degli Esteri, artefice dei successi diplomatici di cui abbiamo parlato.
L'annuncio di Fidel, che pure è candidato a Santiago per la rielezione al Consiglio di Stato, è solo una conferma coerente alle decisioni prese nel momento dell'insorgere della sua infermità. Tutto il resto è il solito chiacchiericcio di un'informazione carente di ogni credibilità.
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categoria: cuba, latinoamerica


domenica, 30 dicembre 2007

Una strana lotta per Gerusalemme

Una strana lotta per Gerusalemme
CaLmBiG Haaretz

jerusalem11L'8 giugno 1967, i soldati delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) entrarono nella Government House a Gerusalemme e cominciarono ad impadronirsi di ciò che avevano lasciato gli osservatori delle Nazioni Unite, che erano fuggiti di fronte ai combattimenti fra l'IDF e la Legione Araba. I soldati urlavano di gioia mentre compivano il lavoro; gli israeliani percepivano l'ONU come un baluardo nemico che ricordava loro il mancato riconoscimento, da parte del mondo, dei confini del paese e della decisione di Israele di considerare Gerusalemme come propria capitale.
Lo strepito che i soldati dell'IDF sollevarono mentre correvano intorno all'edificio giunse all'attenzione dell'osservatore capo dell'ONU, Odd Bull, che si era trasferito nel palazzo dello YMCA a Gerusalemme Ovest. Egli chiamò il segretario generale delle Nazioni Unite, U Thant, il quale riferì all'amministrazione americana ciò che stava accadendo. Poco tempo dopo, il capo di Stato Maggiore dell'IDF, Yitzhak Rabin, ordinò ai suoi soldati di ritirarsi dal complesso. Il primo tentativo di Israele di popolare Gerusalemme Est era fallito.
Le successive iniziative di popolare Gerusalemme Est ebbero maggiore successo, ma il risultato finale è rimasto problematico. Yehuda Tamir, che era stato incaricato di questo compito dal primo ministro Levi Eshkol, lo portò a termine attraverso ampie espropriazioni di terra e rapide operazioni edilizie. In questo modo egli andò contro il parere di diversi ministri del governo, soprattutto di Zerah Warhaftig e Menachem Begin, i quali volevano "giudaizzare" l'intera città vecchia. Tamir ritenne che evacuare i residenti musulmani e cristiani della città vecchia, e ricostruirla, avrebbe richiesto molto tempo, intrappolando Israele nelle dispute internazionali. Sarebbe stato meglio imporre rapidamente dei fatti sul terreno attraverso la costruzione di nuovi quartieri. La prima area che egli scelse fu la linea di congiunzione fra Gerusalemme Est e Gerusalemme Ovest nella parte settentrionale della città, dove sarebbero stati costruiti i quartieri di Givat Hamivtar, Ramot Eshkol, e della Collina Francese. Ma le supposte considerazioni logiche di Tamir non ressero al confronto con la realtà: 40 anni dopo che egli ebbe dato inizio al progetto, i quartieri da lui costruiti stanno diventando la residenza di arabi palestinesi ed ebrei ultraortodossi, due popolazioni che stanno rapidamente cambiando lo status ed il carattere di Gerusalemme.
La Collina Francese viene conquistata dai residenti arabi - alcuni di loro sono cittadini palestinesi, mentre altri sono cittadini israeliani - e questa è solo la punta dell'iceberg: 250.000 delle 450.000 persone che vivono a Gerusalemme Est sono palestinesi che vogliono migliorare le proprie condizioni di alloggio. Givat Hamivtar, Ramot Eshkol, ed il vicino quartiere di Ramot stanno cambiando la propria immagine: la classe media laica e tollerante da un punto di vista religioso sta andando via, e viene rimpiazzata da ebrei ultraortodossi.
Gerusalemme nel suo insieme sta perdendo la sua spina dorsale produttiva e sta aumentando la propria dipendenza dalle sovvenzioni statali. Le persone giovani, laiche, ed istruite in grado di guadagnare un salario stanno abbandonando la città in massa, seguiti dai loro genitori. La leadership della città è nelle mani di dirigenti ultraortodossi il cui stile manageriale è impregnato di concetti derivati dal loro mondo e dalle loro priorità. Questo processo deriva dagli equilibri demografici che possono essere esemplificati nella seguente proiezione: fra circa 8 anni il numero di studenti nelle scuole elementari ultraortodosse di Gerusalemme sarà pari ad oltre 3 volte il numero degli studenti nelle scuole pubbliche laiche e religiose.
Questo è lo sfondo in base al quale dovremmo giudicare le recenti dichiarazioni di alcuni gruppi che invitano l'opinione pubblica a mantenere unita Gerusalemme. Esiste un assurdo divario fra la retorica delle organizzazioni e le forze che plasmano la città. Gli appassionati slogan che i leader di queste organizzazioni escogitano a getto continuo, i chiassosi raduni a cui danno vita, le poetiche dichiarazioni di alcuni membri della Knesset quando tentano di convincerla del suo obbligo di mantenere Gerusalemme unita, riguardano una città che assomiglia sempre più a Safed (con il dovuto rispetto per questa città). Alcune aree di Gerusalemme ricordano sempre più da vicino Umm al-Fahm (con il dovuto rispetto per questa città).
La "Gerusalemme d'Oro" ("Gerusalemme d'Oro" è il titolo di una celebre canzone israeliana scritta da Naomi Shemer nel 1967, poco prima che scoppiasse la Guerra dei Sei Giorni; essa divenne una sorta di inno popolare e di incoraggiamento per i soldati israeliani; gran parte della canzone fa riferimento ai temi tradizionali della poesia ebraica, e descrive l'aspirazione degli ebrei, nel corso di 2.000 anni di storia, a fare ritorno a Gerusalemme (N.d.T.) ) è il teatro di una battaglia fra Israele, i palestinesi, e l'intero mondo arabo, e fra gli israeliani e loro stessi. E' una città in cui la lotta per la sua unità sarà presto considerata come un bizzarro tentativo.


Gerusalemme soprattutto? Niente affatto
CaLmBiG Haaretz

La festività di Hanukkah (festività ebraica, conosciuta anche come "Festa delle Luci"; commemora la riconsacrazione del Tempio di Gerusalemme dopo la vittoria dei Maccabei sui Seleucidi; la festa dura 8 giorni (N.d.T.) ) e la conferenza di Annapolis apparentemente hanno suscitato un po' di isteria fra gli auto-nominati "guardiani" di Gerusalemme. Nelle ultime settimane è stato quasi impossibile sintonizzarsi su una qualsiasi delle stazioni di "Israel Radio" senza ascoltare almeno uno di due spot che cercano entrambi di rafforzare i legami tra il popolo (ebraico) che vive a Sion e la sua capitale.
In uno degli annunci, le masse ebraiche sono invitate a visitare il Monte del Tempio (quello che per i musulmani è "al-Haram al-Sharif", il Nobile Santuario, ovvero la spianata delle moschee, dove si trovano la Cupola della Roccia e la Moschea "al-Aqsa"; nell'antichità vi sorgeva il Tempio degli ebrei; il Monte del Tempio è noto anche con il nome di Monte Moriah (N.d.T.) ). "I giorni di Hanukkah durante i quali il Tempio fu purificato dai Maccabei! Cosa sei tu, Gerusalemme: la città di Dio o una città ordinaria? E dov'è il tuo cuore: a Givat Ram e alla Kirya o presso il Monte Moriah?" (la "Kirya" ospita il comando centrale delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) ed il ministero della difesa, a Tel Aviv, ed è una delle istituzioni più altamente simboliche per lo stato di Israele (N.d.T.) ). E' questa la domanda retorica del presentatore Avshalom Kor, con la sua voce che identifichiamo inevitabilmente con i quiz annuali sulla Bibbia e gli spot nazionalistici che egli trasmette quotidianamente dalla "Army Radio" (la radio dell'esercito israeliano, nota anche con l'acronimo "Galatz", è una stazione radiofonica a diffusione nazionale finanziata principalmente dal Ministero della Difesa; il suo personale è composto da militari e da civili, e la sua programmazione include programmi di informazione e di intrattenimento; divenne via via più popolare nel corso degli anni, soprattutto in coincidenza con la guerra dei sei giorni (1967), la guerra dello Yom Kippur (1973), e la guerra del Libano (1982) (N.d.T.)). Poi, egli informa gli ascoltatori che "il Monte del Tempio è aperto agli ebrei, che possono visitarlo sotto la protezione della polizia" ogni giorno, e li invita ad andare a visitarlo, "dopo un'immersione in una 'mikveh' (bagno rituale), e senza indossare scarpe di cuoio".
Il pubblico religioso di questa predica non ha alcun bisogno di istruzioni del genere, ma se stanno già predicando il comportamento religioso agli ascoltatori laici, sarebbe stato corretto da parte loro informarli anche del fatto che la maggior parte dei rabbini - inclusi i più importanti della destra religiosa - continuano a vietare del tutto agli ebrei di ascendere al Monte del Tempio. Anche "dopo l'immersione in una 'mikveh', e senza indossare scarpe di cuoio". Ma se questo spot desta timori sui possibili rischi per la sicurezza, nel caso in cui grandi masse di ebrei decidessero improvvisamente di rispondere all'appello cercando di salire al Monte del Tempio, il secondo annuncio, parte di una nuova campagna per Gerusalemme condotta dall'ex ministro Natan Sharansky e dall'ex capo dell'ufficio di Benjamin Netanyahu, Yehiel Leiter, suscita un altro tipo di inquietudine. "Ogni nazione possiede una capitale che appartiene soltanto ad essa. I francesi hanno Parigi, gli inglesi hanno Londra, ed anche noi ne abbiamo una - Gerusalemme unificata e liberata", tuona lo speaker diverse volte nel corso di un'ora, continuando: "Sopra tutti i luoghi - Gerusalemme. Sopra ogni controversia - Gerusalemme. Sopra tutte le generazioni - Gerusalemme. E' tempo di venire a giurare fedeltà a Gerusalemme. E' tempo di annodare un nastro d'oro per identificarci con Gerusalemme. Poiché, soprattutto - Gerusalemme".
Vale la pena esaminare le rivendicazioni su cui questa nuova campagna è basata. Gerusalemme soprattutto? Niente affatto, almeno dal punto di vista religioso.
L'ebraismo celebra la sacralità della vita, e di conseguenza la halakha (la halakha rappresenta la totalità delle leggi e delle prescrizioni che nell'ebraismo regolano la pratica religiosa e la vita quotidiana; questo corpus di leggi include tutte le prescrizioni che nella religione ebraica si sono sviluppate a partire dai tempi biblici; oltre alla legge biblica esso include la legge talmudica e la legge rabbinica, ed altre usanze e tradizioni (N.d.T.)) ci insegna che solo tre comandamenti sono "yehareg uval ya'avor" - ovvero leggi per le quali il fedele deve dare la propria vita piuttosto che violarle: i divieti sullo spargimento di sangue, sull'adorazione degli idoli, e sulle relazioni sessuali proibite. Il controllo di Gerusalemme non è incluso in questi comandamenti. Né Gerusalemme è al di sopra dell'osservanza dello Shabbat, delle leggi della kashrut (le norme dell'alimentazione ebraica (N.d.T.) ), o dei comandamenti che ci esortano a prenderci cura degli orfani e delle vedove. In effetti, non vi è alcuna connessione nella tradizione ebraica fra sovranità e sacralità, e sicuramente non vi è alcun comandamento che prescrive la sovranità politica ebraica su Gerusalemme.
Si, Gerusalemme è un simbolo. Secondo la tradizione, fu conquistata da re Davide, che ne fece la sua capitale. Suo figlio Salomone vi costruì il Tempio, a cui gli ebrei andavano in pellegrinaggio tre volte all'anno. Si, per 2.000 anni gli ebrei hanno desiderato Gerusalemme, menzionandola nelle loro preghiere, ma si trattava di un simbolo, oltre che di un luogo concreto.
Mettere a rischio la vita degli ebrei per Gerusalemme è ben lontano dall'essere "al di sopra di ogni controversia", come recita lo spot - certamente non lo è da un punto di vista religioso. Non è un caso se i leader del Partito Nazionale Religioso, all'epoca guidato da Moshe Haim Shapira, furono tra i maggiori oppositori alla Guerra dei Sei Giorni. Una volta che la guerra fu iniziata, essi si opposero all'ingresso dell'esercito israeliano a Gerusalemme Est, anche se ciò fosse accaduto nel mezzo della battaglia. La sacralità di Gerusalemme in generale, e del Monte del Tempio in particolare, non dipende da chi possiede la sovranità sulla città.
Ed in questa sede non abbiamo detto neanche una parola a proposito della lesione dei diritti di un'altra nazione, che appartiene ad un'altra fede, la quale considera anch'essa Gerusalemme ed il Monte del Tempio come luoghi sacri. Gerusalemme soprattutto? Niente affatto.
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domenica, 30 dicembre 2007

QUEL NAZIONALISMO D'ACCATTO DELLE CLASSI DIRIGENTI ITALIANE

QUEL NAZIONALISMO D'ACCATTO DELLE CLASSI DIRIGENTI ITALIANE
G.P. Ripensare Marx 30 dicembre 2007

0IPCA58AE due. Per il secondo anno di seguito il governo Prodi, appoggiato dai fintocomunisti del PRC e del PDCI, ha teso la mano a Montezemolo allungandogli la "borsa" dei contribuenti italiani. Si tratta dell’ennesima elargizione alla solita impresa decotta che farà sprecare energie ed accumulare ritardi all’economia del nostro paese. Così mentre in tutta Europa gli Stati finanziano (centellinando i loro interventi in funzione del raggiungimento di obiettivi precisi di crescita delle loro economie nazionali) le imprese più innovative, incrementando anche le risorse per la ricerca scientifica (ecco perchè la Spagna ci ha superati per PIL) da noi si preferisce tagliare quest’ultime ed agevolare settori industriali che sono dei veri e propri vicoli ciechi industriali.
C’è poco da fare, resteremo a lungo il paese della 500 e dei frigoriferi, piccoli come la prima e pingui come i secondi.
Nel decreto “milleproroghe†di fine anno, votato all’unanimità da tutto lo schieramento di centro-sinistra, sono rientrati i contributi alla Fiat per la rottamazione. Si tratta di quello stesso provvedimento che i Verdi si erano rifiutati di approvare in prima battuta ma che adesso fa esultare il Ministro Pecoraro-Scanio. Costui, solo pochi mesi or sono, aveva affermato che c’erano ben altre urgenze per garantire un “salvagente†ecologico all’Italia.
All’epoca i vertici Fiat entrarono in fibrillazione e si mossero rapidamente chiedendo un incontro a Prodi sullo spiacevole equivoco. Il professore seppe però rassicurarli e Montezemolo placò la sua ira. Ora sappiamo perchè.
E’ evidente che i contributi per il solare, fortemente voluti dal Ministro per l’ambiente (il quale pare abbia interessi diretti nella faccenda), sono stati un’efficace moneta di “scambio sostenibile†per ricomporre la diatriba tra le parti. E non mi venga a dire, l’esimio Ministro, che incrementare la vendita di auto (siano pur esse euro 4 o euro 5) contribuisce a rendere meno asfittica l’aria delle nostre città. Queste vetture produrranno percentuali più contenute di anidride carbonica ma sempre di gas velenosi si tratta. Eppure c’erano ben altre priorità ecologiche da mettere in evidenza, a cominciare dal problema dei rifiuti che rende la Campania, regione dalla quale proviene il citato Ministro, una cloaca a cielo aperto. Speriamo che gli elettori campani se ne ricordino al prossimo giro di consultazioni e diano una bella spruzzata di fango sui Verdi.
Quanto a Giordano e soci abbiamo ormai poco da dire. Mentre continua a non farsi nulla per le questioni dell’occupazione e della sicurezza sui posti di lavoro si trova sempre il tempo per far passare provvedimenti così discutibili che attestano la subalternità di questo governo alle istanze della Gf e ID (Grande Finanza e Industria Decotta).
Eppure lo stesso segretario di Rc aveva fieramente affermato che Montezemolo si era già approfittato troppo della generosità e della benevolenza del governo e che, per tal ragione, non ci sarebbero stati altri sconti e favoritismi per nessuno. Sicuramente Franco Giordano ha la memoria corta oppure ha presto imparato che "Fido" può ben abbaiare ma alla resa dei conti deve mettersi a cuccia se solo il padrone glielo ordina.
Per favore ci si risparmi le solite fandonie sulla necessità di preservare un’azienda italiana e i suoi posti di lavoro. Ormai siamo abituati alle lamentele della Fiat, la quale a mesi alterni promette di chiudere stabilimenti e di licenziare lavoratori se lo Stato non rimpingua le sue casse (non da ultimo i contributi richiesti per alcuni stabilimenti in difficoltà, per i quali il governo ha già offerto cifre cospicue che però non corrispondono ai desiderata dei vertici dell’azienda torinese).
Con questi ricatti si drenano risorse statali che potrebbero avere utilizzi più proficui, magari a sostegno di imprese e di imprenditori che non portano capitali in Lussemburgo o stringono accordi con la Cina per importare prodotti tessili a prezzi stracciati, con l'obiettivo di dare il colpo di grazia ad un settore già iugulato dalla concorrenza in un mercato ormai giunto al suo livello di massima saturazione.
Non è possibile che sia ancora lo Stato italiano a dover pagare le avventure capitalistiche di Montezemolo, all’estero quanto in Italia. Questo personaggio non è certo una lince eppure riesce a tenere per le palle tutto il governo di cento-sinistra. Invece, di fargli accumulare delle fortune a danno degli italiani, un governo serio avrebbe dovuto chiudergli i rubinetti dei finanziamenti a pioggia e costringerlo a reinvestire i propri profitti in patria oltre che a riconvertire le sue aziende.
Cuneo fiscale, mobilità lunga (circa 1 mld di euro), nuova rottamazione, soldi elargiti a cuor leggero che sono un vero pugno nello stomaco per un paese come il nostro dove ormai si stenta ad arrivare alla fine del mese, dove artigiani e lavoratori autonomi vedono dimezzate le loro entrate a causa delle tasse introdotte da quel vampiro di Padoa-Schioppa, dove le tredicesime vengono decurtate rovinando la festa degli italiani, dove l’inflazione si mangia già lo stipendio di tutti i mesi dell’anno. E tutto questo per cosa? Per far arricchire un imprenditore che straparla di italianità per meglio fottere gli italiani.
Ma si può credere ad un’azienda che produce il simbolo della sua presunta e “definitiva†rinascita, la nuova 500 (con tanto di promozione pubblicitaria che riscrive la storia d’Italia rimodellandola sull’impero Fiat e sulle sue "automobiline") in Polonia? Ovviamente non c’è l’ho con i lavoratori di quel paese, ma con chi specula sullo spirito nazionalistico di questa "Italietta" depressa che non ha più nulla della grande nazione essendo divenuta, al contempo, un pauvre pays e un pays pauvre.
Non vi basta questo? C’è dell’altro allora. Tutti sapranno che Montezemolo ha costituito, con Diego della Valle, la NTV (Nuovo Trasporto Viaggiatori) una società che si occuperà del trasporto ferroviario ultrarapido in previsione della liberalizzazione del settore. Naturalmente i treni della nuova compagnia saranno prodotti a La Rochelle, dove la Alstom assembla i TGV. Nulla di male ad acquistare dai francesi, i quali probabilmente, oltre a tutto il resto, fanno anche i treni meglio di noi. Tuttavia non sorprendetevi se tra qualche anno il governo approverà nuovi contributi ed agevolazioni per le società che gestiscono tale trasporto ferroviario. Di una cosa sono anche sicuro, le tariffe per il trasporto aumenteranno e di molto, perchè questa gente non fa la carità anche se la richiede a più riprese.
Almeno vorremmo non prendere "lezioncine" di sobrietà da questi questuanti. Montezemolo ha proprio una bella faccia di bronzo quando si profonde in lunghe disquisizioni sullo spreco della spesa statale, così come ha recentemente fatto scagliandosi contro i supposti “fancazzisti†del pubblico impiego. In questa stessa occasione si era lamentato anche del livello elevato delle retribuzioni rispetto alla produttività del Sistema-Italia. Come ho già scritto in un precedente articolo, quanto a livello delle retribuzioni lorde in Italia non stiamo messi benissimo, ma a Montezemolo non bastano gli aiuti di Stato vorrebbe che nelle sue imprese si lavorasse gratis.
Buon anno italiani.
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sabato, 29 dicembre 2007

SENZA PUDORE

SENZA PUDORE
G.P. Ripensare Marx

1855925--280x190Che la produttività in Italia crescesse a livelli infimi, appena oltre lo “0 virgolaâ€, lo sapevamo già. Si tratta, del resto, di una tendenza alla decadenza (tamponata, in questi anni, dall’andamento positivo delle grandi economie centroeuropee che hanno trascinato anche l’economia dello “Stivaleâ€) che il nostro paese sconta da più di un quindicennio.
Tuttavia, è molto più difficile credere che il problema sia, ancora una volta, nelle alte retribuzioni, così come incautamente sostenuto dal Centro Studi della Confindustria.
I dati Eurostat hanno, infatti, confermato che l’Italia si posiziona a metà nella classifica dei paesi dell’eurozona per livello di retribuzioni lorde. Non un gran che se si guarda ai 12 paesi che ci stanno sulla “testaâ€. Subito dopo di noi ci sono nazioni come Cipro, Grecia, Portogallo e le ex Repubbliche dell’area Sovietica, il che è tutto dire. Questi dati risalgono, peraltro, al maggio 2006 ma anche le nuove elaborazioni statistiche ci dicono che la situazione non è migliorata, anzi, in termini di produttività persino la Spagna ha messo la freccia sul Belpaese.
Mentre, dunque, le retribuzioni si attestano su livelli piuttosto “prostrati†anche la produttività italiana sta subendo un leggero calo; non sono numeri molto significativi eppure testimoniano di quella tendenza all’infiacchimento dell’economia italiana che non accenna a trovare uno sbocco positivo. Meno 0,1%, per la prima volta dagli anni ‘70.
Il buon senso e lo “spirito nazionale†dovrebbero portare tutti quanti a rimboccarsi le maniche, a mettere in moto quei processi di rinnovamento tecnologico (soprattutto nei settori più strategici, dando maggiori risorse alla ricerca scientifica) non più procrastinabili ed, invece, ci si continua a perdere dietro alle chiacchiere di Montezemolo, il quale, di fronte ad ogni difficoltà, si appella all’opportunità di fare sistema(per meglio fare i suoi comodi). Belle parole che si svuotano immediatamente di senso se al contempo si sta con la “manina†dietro la schiena a chiedere altri soldi allo Stato.
Contrariamente ad ogni auspicio, il Centro Studi della Confindustria se la prende, ancora una volta, col fattore lavoro avanzando l’esistenza di discrepanze tra andamento delle retribuzioni lorde e produttività.
Secondo quanto affermato da Luca Paolazzi, direttore del Centro Studi della Confindustria, dal 2000: “mentre le retribuzioni sono aumentate[sic!], la produttività è rimasta al palo. Dal lato dei salari, si è dato più di quello che si poteva dareâ€. Paolazzi coglie quindi la palla al balzo per tornare ad attaccare il modello contrattuale, puntando sulla contrattazione a livello di singola azienda: “Il contratto nazionale impone troppe rigidità, mentre in un momento così delicato per il Paese serve una maggiore flessibilità».
Insomma, siamo alle solite. L’incapacità della nostra imprenditoria è tutta in queste frasi stantie che ripropongono, per mancanze di idee innovative, il drenaggio delle risorse nazionali a danno dei veri soggetti produttivi della nazione. I “grandi†imprenditori di casa nostra, abili esportatori di capitali negli innumerevoli paradisi fiscali, non sanno fare di meglio che piagnucolare e prendersela con i settori sociali più deboli(compreso il lavoro autonomo), già schiacciati dall’aumento dei prezzi e da quello delle tasse. Prima di chiedere altri sacrifici alla gente bisognerebbe far vedere ad essa almeno un barlume di speranza per il prossimo futuro, altrimenti ogni sforzo sarà inutile oltre che esoso.
In questi anni non si è fatto altro che perorare maggiore flessibilità per una ripresa che non è mai arrivata. Evidentemente, lorsignori hanno sbagliato strada ed è forse giunto il momento che si facciano da parte. Loro e chi li sostiene politicamente.
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sabato, 29 dicembre 2007

MILIARDO SICILIANO E FABBRICA DEI FIGLI

MILIARDO SICILIANO E FABBRICA DEI FIGLI
@ 2007. Mario Di Mauro Terra e Liberazione

ita_economist_2Nella commedia romana il "miliardo siciliano" per rattoppare le nostre strade, appare e scompare, con premeditato cinismo, mentre il miliardo del Ponte verrà dilapidato, come previsto, per non costruirlo. Si dia merito a Raffaele Lombardo per essere riuscito ad accendere i riflettori sull’ordinaria rapina coloniale che si consuma di solito al buio e in silenzio. Non sarà inutile.
Che poi non esistono, al momento, neanche gli acciai per reggere una campata unica con luce di 3300 metri, resta solo un dettaglio: se in trentanni di studi la società “Stretto di Messina†non ha figliato alcun progetto esecutivo, un motivo ci dovrà pure essere.
A guadagnare, come previsto, è intanto la cordata guidata dalla corporation padana di turno, l’Impregilo. Ai terroni restano inganno e frustrazione.
Ripetiamo che l’unica grande infrastruttura necessaria a unire le Tre Sicilie e collegarle al Mondo è una normale linea ferroviaria ad alta velocità, modello MAGLEV, da Catania-Fontanarossa a Palermo-Punta Raisi. Cambierebbe tutto.
Ma è inutile “litigareâ€: proveranno a non fare nulla, chè l’unica Questione aperta è quella Settentrionale.
E, in verità, qualunque cifra moltiplicata per zero, dà zero: la "credibilità" del Sistema-Sicilia è uno Zero neocoloniale amplificato dall'ostilità del Governo di Roma. La Politica della Miseria che "Roma" ci impone, si traduce, nell'Isola, in Miseria della Politica.
“Il governo promette da anni lavori portuali e ferrovie, con leggi scritte e famosi telegrammi di presidenti del Consiglio, mentre le autorità locali si limitano ad accogliere le commissioni degli affamati e promettere loro interessamento e lavoroâ€. Lo scrivevano i Socialisti Siciliani nel Memorandum inviato al Commissario Civile per la Sicilia Sen. Codronchi, appena insediato da Roma dopo la feroce repressione dei Fasci dei Lavoratori, il movimento per i diritti civili che aveva scosso l’Isola per un decennio. Era il giugno dell’anno 1896. Pare stamattina.
In verità, nel 2005, è stata anche decisa la fine dell’ANAS e del sistema stradale pubblico e gratuito, manutenzionato dallo Stato e realizzato in un secolo di duro lavoro e pesanti tasse.
La parte più remunerativa del sistema stradale verrà via via ceduta ai grandi gruppi del parassitismo finanziario padano, mentre il resto andrà in malora. E le antiche Due Sicilie, com’è noto, fanno parte del resto e della malora. E la logica dei “corridoiâ€, senza una forte soggettività siciliana, si risolverà in una accelerazione dei processi di colonizzazione sul piano delle infrastrutture: tra retorica e affarismo.
Provate ora a immaginare una società concessionaria per la costruzione delle ferrovie siciliane e calabresi. Una società formata da ministri e banchieri padani. Una società addirittura mai effettivamente costituita e il cui capitale non sia stato mai effettivamente versato. Immaginate anche che lo Stato riempia le casse di questa Società di danari pubblici il 27 settembre e che la suddetta Società, un mese dopo, rivenda la concessione di costruzione relativa a 1280 kilometri di ferrovia siculo-calabra a un’altra Società, distribuendo il doppio ricavo attraverso colossali dividendi ai soci... E così via. Perchè il gioco continuò a lungo. E, in fondo, continua ancora.
La Società fantasma si chiamava “Vittorio Emanueleâ€, il tutto accadeva a partire dal 9 luglio 1863, fin quando subentrò la “Charles, Vitali & Picardâ€.
Il miliardo del Ponte verrà intascato dalla padana Impregilo, per nulla o altro fare, perchè è stato deciso prima, nella logica che informò fin dal principio la costituzione di uno stato delle commedie e degli intrallazzi, dei rattoppi e dell’ipocrisia.
Oggi la "Regione", divorata dalla sua stessa spesa corrente, svende ai pirati padani di Pirelli-Re un pugno di perle del patrimonio immobiliare pubblico del Popolo Siciliano per rattoppare la voragine finanziaria causata dal miliardo del parassitismo sanitario. Ma non basterà.
Analizzando il Dpef della Regione per gli anni 2008-2011, la Corte dei Conti prevede un ulteriore buco d’oltre 6 miliardi. Siamo al miliardo fantasma.
A prescindere, "Roma" declassa ferrovie, strade, porti e aeroporti siciliani - deprimendo i flussi turistici e lucrando sulle tasche dei nostri emigranti: tutti costretti a partire e rientrare su autostrade e treni scassati, navi e aerei costosissimi-. E’ così dal 1860.
La stessa "Roma" degli intrallazzi che ha prelevato regolarmente il pizzo sulla valuta che gli Operai siciliani hanno rimesso per un secolo 'O Paisi: per fare la casa ai figli. Figli, magari "studiati", che ora emigrano in Emilia o in Irlanda...Il miliardo emigrato dai Paisi delle case vuote. La Sicilia “Fabbrica di Figli†da esportare, belli e studiati, dove il Capitale chiama per la SUA riproduzione, dovrebbe rivendicare almeno pannolini e latte in polvere gratuiti. Oppure non fare figli, e basta. Come Lisistrata.
Sorvoliamo su mezzo secolo di imposte mai pagate in Sicilia da ogni genere di multinazionale. Il miliardo evaso, che tanto, se la pietra lavica fosse "petrolio" ci smonterebbero anche l'Etna.
Mentre il "miliardo siciliano" di Cosa Nostra feti, puzza, solo se viene riciclato in Sicilia. Da Milano a Zurigo, da Francoforte alle Isole Cayman, le "note lavanderie" ringraziano sentitamente.
E’ il miliardo siciliano del riciclaggio e dei Poteri innominabili, le cui “menti finissime†non svolazzano certo sulle montagne della nostra Isola. Ma è tutto “vero�
Ogni autunno, comunque, ci rompono la testa con la nuova legge finanziaria: il "miliardo romano". Pochi sanno che la manovra annuale opera solo sul 3% del bilancio dello Stato e che basterebbe dare una buona occhiata al rimanente 97% per capire, tra l'altro, che l'Avvenire di questa Sicilia non può passare da questa "Roma", nè dal monòpoli delle corporation dell’imperialismo europeo.
Il miliardo europeo delle banche e delle wind farm, interfaccia delle carte che figliano carte e delle sagre del caciocavallo nel festival dei “fondi comunitari†e della legge 488. Era meglio la “Cassa per il Mezzogiornoâ€!.
Ciò che l’economia ufficiale, nei suoi bilanci annuali, chiama “valore aggiuntoâ€, nella nostra critica scientifica vien definito “valore sottrattoâ€. Agli altri.
E’ la Teoria dei flussi invisibili di ricchezza, una conquista scientifica della nostra Scuola socialista.
E’ pertanto scientificamente certo che “nè il colonialismo nè l’emigrazione possono sostituirsi alle profonde riforme economiche e sociali di cui ha tuttora bisogno la Sicilia†(Terra e LiberAzione, primavera 1991).
Nella Sicilia del “miliardo coloniale†a pagare il conto più salato saranno un milione di giovani sotto la soglia della povertà. La Sicilia “Fabbrica di Figli†da esportare, belli e studiati, dove il Capitale chiama per la SUA riproduzione, dovrebbe rivendicare il REddito MINimo Garantito (RE.MIN.G) di 400 euro e/o bonus equivalenti: mensili, cumulabili e da Zero a Trentanni.
Che su 27 Stati dell'Unione Europea almeno 20 riconoscono una forma di Reddito Minimo Garantito è sicuro.
Che il 90% della vera "precarietà italiana" è concentrata in Sicilia e nel Meridione è sicuro.
Che dietro l'assenza di una qualunque forma di Reddito Minimo Garantito nello Stato italiano ci sia una scelta neocolonialista e razzista è sicuro.
Che i dati sulla disoccupazione "italiana" (solo 5!) siano taroccati è sicuro.
Che lo "sviluppo duale", la secolare e irrisolta contraddizione Nord-Sud, sia la chiave di lettura dello stesso "declino italiano", è sicuro...
E senza "Autonomia" non se ne esce.
Si provi, al tempo stesso, a imporre una “Zona Franca Regolamentata†su tutto il territorio regionale, con Imposta Unica al 10%, per liberare l’Intrapresa e il Lavoro da ogni pizzo e da ogni precarietà. Per costruire una vera Economia Siciliana: Competitiva e Solidale.
Sono punti programmatici dell’Autonomia Sociale.
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categoria: sicilia, italiota


sabato, 29 dicembre 2007

Un torturatore in Italia – vita e opere di Jorge Troccoli

Un torturatore in Italia – vita e opere di Jorge Troccoli
Gennaro Carotenuto 26 Dicembre 2007
Articolo pubblicato su Il Manifesto

juntamilitarJorge Troccoli, il torturatore uruguayano arrestato il 24 dicembre a Salerno, non è un boia qualsiasi. Scrisse un libro, “L’ira del Leviatanoâ€, nel quale rivendicava i suoi crimini e pretendeva di frequentare l’Università come uno studente qualsiasi. La sua storia è paradigmatica della mentalità del repressore latinoamericano che non ha mai abiurato. Ma adesso che un passaporto italiano potrebbe evitargli l’estradizione, non si vergogna a proclamarsi innocente.
Ufficiale della Marina Orientale, fondata 170 anni fa da Giuseppe Garibaldi, Jorge Troccoli dopo la dittatura (1973-1985) fu tra i pochi a sentire il bisogno di articolare una difesa del suo operato che andasse oltre le parole d’ordine da guerra fredda. Ne nacque un libro, “L’ira del Leviatanoâ€. Senza uscire da una logica
giustificazionista delle violazioni dei diritti umani, vi si leggeva una sorta di più complessa rivendicazione dell’azione che pretendeva di aver svolto in difesa della patria, una patria dove gli anticorpi, i militari, dovevano farsi carico di combattere l’infezione democratica a qualunque prezzo.
Con “L’ira del Leviatanoâ€, emergeva la pretesa di Troccoli di essere riconosciuto come un servitore dello stato; voleva essere un rispettabile rappresentante della sua storia, magari frequentare talk show, in quanto torturatore, come se fosse normale. L’ufficiale di Marina con “L’ira del Leviatano†pretendeva insomma di andare in giro a testa alta. Come se la picana elettrica, il vomito del supplizio, la diarrea degli sfinteri dei torturandi incontrollati per il terrore, il liquido seminale degli stupri, il sangue delle ferite che sgorgava a fiotti, le ossa spezzate di quel sant’Uffizio moderno, i cadaveri putridi o i corpi ancora vivi gettati nel grande fiume, non lo avessero in nessun modo schizzato, macchiato, insozzato. O almeno lui, Jorge Troccoli non si sentiva infangato dalla macelleria della quale era stato protagonista e continuava a vedersi pulcro nella sua bianca divisa di gala da ufficiale di Marina.
Mi incrociai di nuovo con la presenza di Jorge Troccoli a Montevideo alla fine degli anni ‘90. Nonostante la democrazia formale fosse stata restaurata in Uruguay da più di 10 anni, il patto tra politici e militari per l’impunità vigeva rigidissimo. Troccoli e tutti gli altri repressori erano liberi cittadini. Non rispettati, ma liberi. HIJOS, l’organizzazione dei figli di detenuti politici e desaparecidos, teneva alta la guardia facendo informazione di strada. Andavano nei quartieri e chiamavano quelle azioni informative e riparatorie “escratcheâ€. “Qui vive un torturatoreâ€, spiegavano ai vicini, distribuivano volantini, macchiavano di rosso sangue le mura dei condomini bene di Pocitos e di Malvín. Il presidente di allora, Julio María Sanguinetti, per questo additava come terroristi quei ragazzi cresciuti nei parlatori delle carceri politiche.
Nessuno, neanche HIJOS, credo che però avesse individuato Troccoli e tantomeno fosse riuscita ad escracharlo. Dai suoi cinquant’anni ben portati si iscrisse e prese a frequentare la Facoltà di Scienze sociali dell’Università della Repubblica. Cordiale, più di una persona, studenti e docenti, mi raccontavano stupiti di aver chiacchierato con lui, scambiato appunti e qualche mate. Era uno studente attempato qualsiasi, assiduo, partecipe e con buon profitto. Ancora una volta Jorge Troccoli voleva sfuggire al suo passato senza abiurarlo né smettere di rivendicarlo, come il suo libro aveva testimoniato.
Poi qualcuno lo riconobbe: quello studente in Scienze sociali è Troccoli, il marinaio torturatore. Si aprì un dibattito e gli studenti finirono per votare e decidere: non vogliamo un torturatore come compagno di banco, se non lo allontana il decanato, lo espelliamo noi. La polemica nel paese durò molti giorni. Lui riuscì a passare da vittima, sono un libero cittadino, ma alla fine dovette fare un passo indietro evitando il braccio di ferro. Non era con la forza che il torturatore voleva essere accolto. Non si limitava a godere delle “rendite da genocidioâ€, ville con piscina, proprietà, auto di lusso, che tutti i sodali delle dittature hanno accumulato. A lui non bastava, pretendeva di essere compreso, amato e stimato perfino dagli studenti universitari, spesso figli di persone che lui stesso aveva tormentato. Troccoli voleva più dell’impunità, voleva quello che in nessuna società umana quelli come lui possono pretendere se non con la forza della paura; voleva il rispetto.
Poi il clima è cambiato. Quando pochi giorni fa Gregorio Ãlvarez, il dittatore del quale fu uno stretto collaboratore, fu arrestato a Montevideo, il mandato di cattura a lui riservato lo trovò già da tempo latitante. Si sapeva che era in Italia e qui è stato arrestato la vigilia di Natale. Qualcuno nel 2002 ha ben pensato di concedergli la cittadinanza italiana nonostante ne fosse palesemente indegno. E lui se ne fa scudo per evitare che la giustizia faccia il suo corso.
Adesso Troccoli non sfida più l’opinione pubblica, non rivendica più il Leviatano né pretende rispetto. Anzi, per la prima volta si dichiara innocente e perseguitato da un paese che sta finalmente facendo i conti con il proprio passato. I calcoli di Troccoli sono molto più spiccioli e si avvicinano a quelli di un delinquente comune. “Ho fiducia nella giustizia italiana†afferma, e suona sinistro pensare che anche per lui oggi l’Italia possa essere il luogo dell’impunità. In quanto cittadino italiano non sarà estradato in Uruguay e tanto gli basta. E l’onore della bianca divisa da ufficiale di marina è stata sempre una pietosa bugia.
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categoria: latinoamerica, italiota


sabato, 29 dicembre 2007

Al cuor non si comanda

Al cuor non si comanda
Massimo Mazzucco Luogo Comune 29/12/2007

nsa-oPer certe persone la verità sull’undici settembre è come una serie di piccolissime ferite, diffuse in tutto il corpo ma poco profonde, che si rimarginano in fretta e permettono loro di sopravvivere senza mai arrivare a dissanguarle.
Questa prodigiosa caratteristica della natura umana si evidenzia molto spesso quando un difensore della versione ufficiale viene sottoposto ad un fuoco di fila di elementi probanti, e dopo un pò si ritrova costretto ad ammettere che “in effetti questo è un aspetto della vicenda che resta ancora da chiarireâ€.
Ma pochi minuti dopo se ne è già dimenticato, e lo ritrovi a combattere fresco come una rosa su un nuovo argomento, come se quello vecchio non fosse mai esistito.
Questa impressionante capacità di rimaginare le “ferite†gli permette così di continuare imperterrito a sostenere la versione ufficiale come se fosse la più limpida e cristallina versione dei fatti che abbia mai udito fino ad oggi. E a nulla serve ricordargli che il giudizio andrebbe tratto dalla somma dei fattori: un indizio più un indizio più un indizio di solito equivalgono a una condanna (o almeno a un pesante sospetto di colpa), in quello che nei tribunali si chiamerebbe, appunto, un processo “indiziarioâ€.
Ma quando si tratta di undici settembre tutti i parametri cambiano, e la lassitudine critica con cui molte persone affrontano i dati oggettivi diventa a volte addirittura sconcertante: quante persone non si insospettirebbero almeno un pò, se gli raccontassero che, ad esempio, quattro vietnamiti che non hanno mai guidato un jet nella loro vita hanno dirottato degli aerei a Odessa e Pietroburgo, e sono riusciti a colpire il Cremlino mentre l’intera difesa sovietica li stava a guardare imbambolata?
Invece ci hanno detto che in America quattro arabi hanno fatto una cosa simile, e quindi in qualche modo “deve†essere successo. Quando infatti gli mostri, ad esempio, che per una serie di motivi nessun aereo avrebbe mai potuto colpire il piano terra del Pentagono, lo riconoscono e sembrano accettarlo (quelli in buona fede, almeno), ma poco dopo te li ritrovi a discutere su questioni collaterali, come se la precedente “impossibilità†fosse già stata rimossa e si fosse dissolta nel nulla.
“Ma come – ti viene da chiedere – non avevamo appena stabilito che un aereo non poteva passare di lì?â€
Evidentemente no: lo avevano riconosciuto, momentaneamente, perchè la fredda logica glielo imponeva. Ma la logica, come sappiamo, gestisce solo metà del nostro cervello, e se non monti una guardia costante viene presto sopraffatta dall’altra metà. Quella irrazionale, quella che non ci sente, quella che così non può essere e basta.
Proprio la metà, evidentemente, su cui hanno fatto conto i mandanti degli attentati, ben sapendo che certe ferite si richiudono prima ancora di mostare i propri effetti sull’organismo che le riceve, rendendo vana o quasi la fatica di chi gliele ha inferte.
Al punto che viene il sospetto se valga davvero la pena di insistere, con certe persone, una volta verificata la presenza di un tale meccanismo, che indica la loro assoluta necessità di tenersi lontano da un certo tipo di conclusioni. Anche a costo di apparire incongruenti, incapaci di ragionare, o stupidi del tutto.
Forse, a quel punto, è sufficiente smascherare coloro che lo fanno in mala fede, ben sapendo che la verità è diversa, per separarli da coloro che sinceramente si dibattono in un conflitto che evidentemente li coinvolge fino ai livelli più profondi.

VEDI ANCHE Il processo a O.J. Simpson. Il clamoroso caso di un assassino che nessuno voleva condannare.
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categoria: 11 settembre


venerdì, 28 dicembre 2007

VISITATE L'AMERICA

VISITATE L'AMERICA
Blog di Gianluca Freda

PERDUTA
dal blog di Erla Ósk Arnardóttir (Islanda)
traduzione di Gianluca Freda

nsa-oNelle ultime ventiquattr’ore ho dovuto subire quella che è stata probabilmente la più grande umiliazione della mia vita. In queste ultime ventiquattr’ore sono stata ammanettata e incatenata, mi è stato impedito di dormire, sono stata tenuta senza cibo né acqua e confinata in un luogo isolato senza che nessuno sapesse nulla di dove mi trovavo, imprigionata. Ora sto tentando di razionalizzare ciò che è successo, di riposare e di passare in rassegna questi eventi che erano iniziati nel modo più innocente possibile.
Domenica scorsa io e alcune altre ragazze eravamo andate a New York. Volevamo andare a far compere e goderci l’atmosfera natalizia. Ci eravamo sistemate in dei comodi posti di prima classe, bevendo vino bianco e pensando di andare a fare shopping, mangiare buon cibo e goderci la vita. Quando siamo atterrate all’aeroporto JFK è iniziata la consueta procedura di controlli. Siamo state ispezionate e ci hanno controllato i passaporti. Mentre aspettavo che finissero di controllare il mio passaporto, ho sentito un agente che diceva che c’erano alcune cose da approfondire e sono stata condotta alla vicina stazione della Homeland Security. Lì mi hanno detto che, secondo le loro informazioni, nel 1995 ero rimasta negli USA per 3 settimane oltre la scadenza del mio visto. Per questo motivo mi sarebbe stato negato l’ingresso nel paese e sarei stata rispedita in patria con il volo successivo. Ho guardato incredula l’agente e gli ho detto che, in effetti, ero stata a New York altre volte dopo il 1995 senza incontrare alcuna difficoltà. Ne è seguito un interrogatorio piuttosto dettagliato. Mi hanno fotografato e preso le impronte digitali. Mi hanno fatto domande che secondo me non avevano nulla a che fare con il problema suddetto. Mi è stato impedito di contattare o avvisare chiunque della mia situazione e benché verso sera fossi stata invitata a contattare il consolato o l’ambasciata islandese, quell’invito è stato poi ritirato. Non so il perché. Mi hanno poi invitata ad aspettare mentre raccoglievano ulteriori informazioni e mi hanno fatto restare seduta su una sedia per 5 ore sotto la sorveglianza delle autorità. In questo reparto ho visto gli agenti occuparsi di altri casi ed era evidente che si tratta di persone desiderose di sfoggiare il proprio potere. Piccoli sovrani megalomani. Ho cercato di collaborare il più possibile, perché non riuscivo a credere che avessero intenzione di deportarmi a causa del mio “crimineâ€. Trascorse 5 ore, quando ero ormai rimasta 24 ore senza dormire, mi hanno detto che stavano aspettando degli agenti che mi avrebbero scortato in una specie di sala d’attesa. Lì mi avrebbero dato un letto per dormire, del cibo e mi avrebbero perquisita. Non riesco davvero a immaginare che cosa si aspettassero di trovare.
Finalmente comparvero delle guardie che mi condussero alla mia nuova sistemazione. Vedevo il letto come un miraggio, perché ero completamente esausta. Invece mi aspettava qualcos’altro.
Fui portata in un altro ufficio, del tutto simile a quello in cui ero stata prima e ancora una volta fui costretta ad aspettare a lungo. In tutto, furono altre 5 ore. In questo ufficio mi venne sequestrato tutto ciò che avevo con me. Riuscii ad inviare un solo sms a parenti e amici preoccupati quando mi fu concesso di andare al bagno. Dopodiché mi sequestrarono il telefono cellulare.
Ero seduta da 5 ore quando mi dissero che stavano aspettando delle guardie che mi avrebbero portata in un luogo in cui avrei potuto riposarmi e mangiare qualcosa. Poi mi misero in una cella che sembrava una sala operatoria. Attaccate ai muri c’erano quattro lastre d’acciaio, che probabilmente dovevano servire da letto e da toilette. Ero esausta, stanca e affamata. Non riuscivo a capire il comportamento degli agenti, mi trattavano come se fossi una pericolosa criminale.
Poco dopo vennero a togliermi dalla cella e due guardie armate mi fecero mettere contro il muro. Mi misero una catena intorno alla vita e poi mi ammanettarono alla catena stessa. Poi mi misero delle catene anche alle gambe. Chiesi il permesso di fare una telefonata, ma mi fu negato. Così conciata, mi portarono via dal terminal dell’aeroporto, davanti a tutti. Raramente mi è capitato di sentirmi così male, così umiliata, e tutto perché mi ero concessa una vacanza più lunga di quanto previsto dalla legge.
Non vollero dirmi dove mi stavano portando. Il viaggio durò circa un’ora e sebbene non riuscissi a vedere fuori dal veicolo, sapevo che eravamo diretti in New Jersey. Ci fermammo davanti a una prigione. Non riuscivo a credere che stesse accadendo davvero. Stavano veramente per mettermi in prigione? Mi portarono dentro in catene e qui iniziò un altro interrogatorio. Mi fotografarono di nuovo e mi presero ancora le impronte digitali. Mi sottoposero ad un esame medico, mi perquisirono e poi mi misero in una cella della prigione. Mi facevano domande assurde, tipo: quando hai avuto l’ultima mestruazione? In cosa credi? Hai mai tentato il suicidio?
Ero completamente esausta, stanca e infreddolita. Quattordici ore dopo l’atterraggio mi diedero finalmente qualcosa da mangiare e da bere. Mi diedero del porridge e del pane. Ma non fu di molto aiuto. Avevo paura e il comportamento dei miei carcerieri era a dir poco gelido. Non mi parlavano e sembrava che non gli importasse nulla di me. Chiesi ancora di poter fare una telefonata e questa volta la risposta fu positiva. Mi sentii sollevata, ma il sollievo ebbe vita breve. Infatti il telefono poteva soltanto ricevere e non poteva fare telefonate internazionali. La guardia della mia cella aveva in mano il mio telefono cellulare. Gli spiegai che non si poteva chiamare dal telefono della prigione e chiesi il permesso di usare il mio telefono. Era fuori questione. Trascorsi le 9 ore successive in una cella piccola e sporca. Le uniche cose presenti in essa erano una stretta tavola di metallo che veniva fuori dal muro, un lavandino e una toilette. Spero di non sentirmi mai più in vita mia così segregata e inerme come mi sono sentita lì dentro.
Fui molto sollevata quando, finalmente, mi dissero che mi avrebbero portata all’aeroporto, ovviamente non prima di avermi nuovamente ammanettata e incatenata. A quel punto non riuscii più a trattenermi e scoppiai a piangere. Li pregai di risparmiarmi almeno le catene alle gambe, ma le mie richieste vennero ignorate. Quando arrivammo all’aeroporto, una delle guardie ebbe pietà di me e mi tolse le catene alle gambe. E anche così, venni comunque condotta attraverso un aeroporto affollato in manette e scortata da uomini armati. Mi sentivo malissimo. A vedere una cosa simile, la gente penserà che stia passando un pericolosissimo criminale.
In queste condizioni mi portarono nella sala d’attesa della Icelandair e mi tennero in manette finché non entrai nella pista d’imbarco. Ero completamente stremata da tutto questo, nel corpo e nello spirito. Per fortuna incontrai delle persone gentili e sia Einar (il capitano) sia l’equipaggio fecero tutto ciò che potevano per rifocillarmi. Il mio amico Auður era in continuo contatto con mia sorella e aveva chiamato il console e l’ambasciata. Purtroppo, tutti avevano ricevuto errate informazioni e credevano che fossi detenuta nel terminal dell’aeroporto, senza sapere che ero stata portata in prigione. Ora il Ministero degli Esteri si sta occupando di questa vicenda e spero di ricevere qualche spiegazione del perché sono stata trattata in questo modo.
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"Questi non hanno speranza di morte e la loro cieca vita è tanto bassa che 'nvidïosi son d'ogni altra sorte".
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