Aurora

Sito d'Informazione Internazionalista
mercoledì, 30 gennaio 2008

Hello Rudy, addio Rudy

Hello Rudy, addio Rudy
Massimo Mazzucco Luogo Comune 30/1/2008

rudy_giuliani_dragE’ durata 24 ore la candidatura di Rudy Giuliani alla presidenza degli Stati Uniti d’America.
Come avevamo scritto pochi giorni fa, a meno di una sua sonante vittoria su John McCain, nella consultazione tenutasi ieri in Florida, l’ex-sindaco di New York avrebbe potuto tranquillamente fare le valigie e tornare a godersi la dorata pensione dalle parti di casa sua.
E ieri Giuliani non solo non ha vinto su McCain, ma ha anche preso un tale distacco dal secondo arrivato, Mitt Romney, che la sua mancata vittoria si trasforma in una delle piĂą brucianti sconfitte di tutta la sua carriera.
Talmente bruciante che l’astuto Rudy ha cercato di evitare l’umiliante momento della “concession” (il tradizionale discorso in cui si riconosce pubblicamente la vittoria dell’avversario), per passare direttamente all’“endorsement”, cioè il generoso trasferimento dei propri voti futuri sulle spalle di uno dei candidati rimasti in corsa. (In questo caso Giuliani ha scelto proprio John McCain, nella probabile speranza di vedersi ripagare con l’offerta di una vicepresidenza. Ma McCain questa vicepresidenza deve averla già promessa a Huckabee, il quale rimane in corsa, nonostante le possibilità ormai ridotte al minimo, con l’evidente scopo di toglere voti a Mitt Romney sul fronte religioso, favorendo così lo stesso McCain).
Partito come grande favorito, grazie alla popolarità acquisita durante i giorni dell’11 settembre, Rudy Giuliani ha commesso l’errore fondamentale di puntare tutto su quella, dimenticandosi che una candidatura alla presidenza non è un Oscar alla Carriera, dove si incassano i frutti del lavoro svolto in passato, ma una promessa basata su una visione del futuro.
Non basta dire “vi saprò assistere e proteggere, come già feci in passato a casa mia”, perchè sulla porta dell’Ufficio Ovale non c’è scritto “cercasi esperto nel settore della protezione civile”, ma c’è scritto ”cercasi mago illusionista, in grado di incantare 300 milioni di persone con la promessa di trasformare i loro sogni in realtà”.
E Rudy, come tale, non si è mai nemmeno proposto, preferendo restare ancorato alla popolarità del passato.
A quel punto John McCain ha capito che per sconfiggerlo bastava erodere di un poco il piedestallo di argilla della “sicurezza nazionale” su cui Giuliani era salito, e si è messo a urlare ai quattro venti che “il maggior pericolo nel mondo è il fanatismo islamico”, e che combatterlo sarebbe stata la sua assoluta priorità, appena messo piede alla Casa Bianca.
E’ infatti il terreno sotto i piedi di Giuliani è venuto a mancare in misura tale da vederlo superato nettamente anche dall’outsider Mitt Romney.
Torna quindi a casa, bastonato e infelice, l’uomo che si era cinicamente prestato a fare da “manovratore“ durante gli attentati dell’11 settembre, convinto di incassare poi la ricompensa della destra repubblicana in forma di nomination. Non aveva invece capito che era proprio lui il capro espiatorio destinato ad affondare con la barca, se mai il dibattito sull’undici settembre fosse emerso a livello nazionale.
Nel giugno dello scorso anno, quando Giuliani era il grande favorito, avevamo scritto: “A questo punto ci conviene metterci a pregare che Rudy Giuliani vinca la nomination del partito repubblicano. Se Giuliani diventasse il candidato repubblicano alla Casa Bianca, è molto difficile che non salti fuori qualcuno, in zona democratica, che non sappia resistere alla tentazione di far sapere al mondo quello che ora sanno solo i ricercatori e gli esperti di undici settembre”. E questo avrebbe probabilmente aperto il Vaso di Pandora che avrebbe portato a conoscenza del mondo intero il mare di bugie, complicità e connivenze che stanno dietro agli attentati dell’undici settembre.
“Volete come presidente un uomo - avrei chiesto io, se mi fossi trovato di fronte a Giuliani nella gara per la presidenza – che viene a sapere che il World Trade Center sta per crollare, ma si preoccupa solo di mettersi in salvo, senza nemmeno avvisare i suoi pompieri, che stanno combattendo le fiamme al suo interno?”
Oppure avrei chiesto: “Vorreste come presidente una persona che ha palesemente mentito ai suoi concittadini, dicendo loro che l’aria di Downtown era respirabile, quando sapeva benissimo che avrebbe condannato migliaia di loro ad una lenta morte per malattia, come infatti sta accadendo?”
Oppure ancora: “Vorreste come presidente una persona che ha raccomandato alla dirigenza della Homeland Security il suo ex-capo della polizia, amico e protégé Bernard Kerik, quando quest’ultimo è risultato talmente legato al mondo della malavita da rendere difficile che lo stesso Giuliani potesse non saperlo?”
Insomma, c’era solo da scegliere: Rudy a questo punto era diventato un “walking target”, un bersaglio ambulante, di tali dimensioni che sarebbe bastato un qualunque iscritto a luogocomune, con un minimo di conoscenza dei fatti sull’11 settembre, per centrarlo al primo colpo da cento metri di distanza.
Ma di questa sua debolezza devono essersi accorti anche i poteri forti della destra repubblicana, ed ecco che un candidato che passa piĂą di un mese a propagandare in uno stato come la Florida, e vi spende la maggior parte del suo budget elettorale, finisce per portare a casa una ridicola manciata di voti soltanto.
Ora quindi se ne torna a casa, e con lui se ne vanno purtroppo le speranze di sentir discutere di WTC7 e di Torri Gemelle su tutti i network americani.
Hello Rudy, addio Rudy: che i fantasmi dei morti sotto quelle macerie ti tengano sempre in buona compagnia, e che a questo punto sia qualcun altro, là dove si puote ciò che si vuole, a stabilire la giusta pena per delle colpe che noi possiamo soltanto sospettare, ma che tu conosci molto bene da vicino.
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categoria: usa , impero, 11 settembre


mercoledì, 30 gennaio 2008

GAZA VIVRA’

GAZA VIVRA’
Campagna per la fine di un embargo genocida
bollettino del 30 gennaio 2008

Peacereporter 29/01/2008
info@gazavive.com

_41164952_afphamasnablus2031 UNA LUCE NEL MURO
Esattamente una settimana fa, nella notte tra il 22 e il 23 gennaio, il popolo di Gaza ha aperto una prima breccia nel muro genocida che lo circonda.
L’esasperazione popolare, causata dall’ulteriore inasprimento dell’embargo da parte israeliana, nel sostanziale silenzio della cosiddetta “comunità internazionale”, ha portato ad un primo risultato: il muro di confine con l’Egitto è stato abbattuto in più punti, consentendo quantomeno una boccata di ossigeno ad un milione e mezzo di persone alle quali manca ormai quasi tutto.
In queste ore i varchi aperti vengono progressivamente richiusi dall’esercito di Mubarak. E’ questo il prevedibile risultato delle pressioni esercitate dagli Stati Uniti e da Israele affinché l’Egitto riprendesse rapidamente in mano la situazione, chiudendo non solo il muro ma lo stesso valico di Rafah.
Per i criminali di Washington e Tel Aviv l’embargo affamatorio non ammette eccezioni, i palestinesi devono essere di nuovo confinati nella Striscia finché non decideranno di chinare la testa.
Ma i fatti della scorsa settimana ci dicono quanto sia forte la resistenza popolare a Gaza che si raccoglie attorno al Movimento di resistenza islamica Hamas.
Purtroppo, la spesa che le famiglie palestinesi hanno potuto fare in territorio egiziano non muta nella sostanza la gravità della situazione a Gaza, ma l’apertura del muro ha comunque un grandissimo valore politico e simbolico.
Questa azione, che ha fatto seguito ad importanti manifestazioni di solidarietĂ  in diversi paesi arabi, non solo ha portato sotto i riflettori dei media mondiali una situazione che si voleva in ogni modo oscurare, ma ha evidenziato la volontĂ  e la capacitĂ  di resistenza del popolo palestinese.
Le immagini giunte da Rafah hanno fatto pensare ad un’evasione in massa da un carcere a cielo aperto. Su questo dovrebbero riflettere coloro che nei mesi scorsi hanno criticato il nostro appello, laddove si paragonava la situazione di Gaza con quella dei campi di concentramento nazisti.
Ma, a differenza di un’evasione, le persone sono uscite per poi rientrare, manifestando così il proprio diritto alla sopravvivenza insieme a quello alla resistenza.
Olmert e Bush continueranno certamente nei loro piani genocidi. Il loro obiettivo è quello di cancellare la stessa questione palestinese e questo richiede l’annientamento della resistenza ed in primo luogo di Hamas.
E’ questa la partita che si gioca a Gaza, una partita che sarà decisiva anche per i milioni di palestinesi che vivono in Cisgiordania e nei campi profughi in Libano, Siria e Giordania, perché qui si decidono oggi i destini della lotta di liberazione nazionale di questo popolo.
Una ragione di più per sostenere l’eroica resistenza che si svolge in questo fazzoletto di terra.
L’azione sul confine sud ha intanto rallentato l’offensiva militare israeliana, ha portato con più forza la questione nel mondo arabo, ha creato le premesse per una mobilitazione internazionale più consistente e decisa.
E su questo versante, per quanto ci è consentito dalle nostre forze, faremo la nostra parte.

2 RAPPORTO SULL’ASSEMBLEA NAZIONALE DEL 27 GENNAIO
La prevista assemblea nazionale del Comitato Gaza Vivrà si è tenuta a Firenze domenica scorsa.
La sala gremita, un ottimo dibattito (con oltre 20 interventi), la presenza di numerose realtà territoriali e di tanti giovani – tra i quali molti arabi e musulmani - dimostrano quanto sia sentita oggi la battaglia per la fine dell’embargo a Gaza e la necessità di un più forte sostegno alla causa palestinese.
La discussione si è incentrata sulla situazione a Gaza e in Palestina alla luce degli ultimi eventi (visita di Bush, apertura del muro verso l’Egitto), sul bilancio del lavoro svolto fino ad oggi, sulle prospettive e sulle iniziative da mettere in campo nei prossimi mesi.
L’assemblea ha espresso la necessità di continuare il lavoro intrapreso con il lancio dell’appello “Gaza Vivrà” alla fine del settembre scorso, nella convinzione che siamo ormai giunti ad uno snodo decisivo della lotta di liberazione del popolo palestinese.
E’ infatti in atto – e lo si è visto chiaramente con la conferenza di Annapolis – il tentativo di cancellare definitivamente la Palestina dall’agenda internazionale confinandola in un mini-stato, dipendente in tutto e per tutto da Israele, senza alcuna effettiva sovranità ed addirittura privo di continuità territoriale.
Questo progetto di apartheid ha le firme di Bush ed Olmert, ma anche il consenso di Abu Mazen.
A maggior ragione l’assemblea ha ribadito la necessità di un forte sostegno al legittimo governo palestinese presieduto da Hanyah, scaturito dalla vittoria di Hamas nelle elezioni democratiche del gennaio 2006 e che interpreta tutt’oggi le istanze di liberazione del suo popolo.
Il programma di lavoro che segue è concepito all’interno di una cornice unitaria, che unisca tutti gli organismi di solidarietà con la Palestina, che ci auspichiamo possa cominciare a prendere forma nei prossimi mesi.
Queste le decisioni:
a. Lettera aperta
E’ stata approvata una lettera aperta indirizzata a tutte le realtà impegnate a sostegno della causa palestinese, che potete leggere al punto 3 di questo bollettino, affinché si sviluppi un processo unitario in grado di dare più forza ed incisività alle iniziative nel nostro paese.
b. Grande assemblea nazionale per la fine dell’embargo a Gaza
E’ stato deciso di lavorare ad una assemblea-manifestazione, con la partecipazione di rappresentanti palestinesi, come momento culminante della campagna dei prossimi mesi.
Vista la rilevanza che sta assumendo la contestazione ed il boicottaggio della Fiera Internazionale del Libro, che si terrà a Torino nel mese di maggio (alla quale lo Stato di Israele è stato invitato come ospite d'onore), la proposta è quella di realizzare l’assemblea all’interno della settimana di mobilitazione che si svolgerà in coincidenza con la fiera ed alla quale il comitato Gaza Vivrà aderisce fin da ora.
c. Manifestazione nazionale del 29 marzo
Il comitato Gaza Vivrà, considerata l’importanza di questa scadenza, sarà presente all’incontro nazionale promosso dal Forum Palestina che si terrà domenica prossima a Roma.
L’obiettivo, che auspichiamo sia condiviso da tutti, è quello di una manifestazione che assuma la centralità della questione di Gaza, il rifiuto del progetto scaturito ad Annapolis, un rinnovato sostegno alle forze della resistenza.
d. Delegazione parlamentare
Come abbiamo già comunicato, il sen. Fernando Rossi al ritorno dalla Palestina ha lanciato un appello affinché si costituisca una delegazione parlamentare che entri a Gaza e possa visitare i parlamentari palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, colpevoli unicamente di appartenere o di riconoscersi nelle organizzazioni della resistenza.
L’assemblea ha sottolineato l’importanza di questa iniziativa, auspicando che possa concretizzarsi quanto prima.
e. Commissione di lavoro per l’incriminazione di Israele
E’ stata formata una commissione di lavoro che studi, in rapporto anche con altre analoghe iniziative che si stanno sviluppando in altri paesi, la possibilità giuridica di una incriminazione di Israele per i crimini di guerra e contro l’umanità commessi in violazione delle stesse Convenzioni di Ginevra.
Della commissione, che è ovviamente aperta al contributo di tutti, fanno parte al momento Aldo Bernardini, Vainer Burani, Ugo Giannangeli e Giuseppe Pelazza.
f. Tour con esponenti palestinesi
Il comitato lavorerĂ  per realizzare al piĂą presto un tour di iniziative pubbliche con la presenza di esponenti palestinesi provenienti da Gaza e rappresentativi della resistenza.
Nel frattempo i membri della delegazione per Gaza sono disponibili a realizzare incontri pubblici sul tema dell’embargo. Chi è interessato scriva a info@gazavive.com
g. Campagna farmaci
Il comitato sta valutando le forme migliori per attivare una campagna efficace di aiuti sanitari.
Attraverso il bollettino daremo notizie dettagliate non appena il progetto sarĂ  definito.
h. Adesione iniziativa 60° anniversario della Nabka
Gaza Vivrà aderisce all’iniziativa promossa dai “Giovani Europei per la Palestina – Italia” per ricordare il 60° anniversario della Nabka, che si terrà a Milano a metà maggio.

3 LETTERA APERTA A TUTTI GLI ORGANISMI DI SOLIDARIETA’ CON IL POPOLO PALESTINESE
Approvata dall’assemblea nazionale del Comitato Gaza Vivrà

Il destino e la causa del popolo palestinese sono davanti ad un momento storico decisivo.
Israele, sostenuto dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea, mentre continua la sua politica di annientamento della Resistenza, propone ai palestinesi la creazione di un mini-stato senza effettiva sovranità e privo di continuità territoriale.
Purtroppo, come si è visto alla Conferenza di Annapolis, il Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese ha accettato la soluzione proposta dai sionisti.
Questi accordi sono tuttavia respinti da gran parte dei palestinesi. La tenace Resistenza che in condizioni difficilissime i cittadini e le legittime autoritĂ  di Gaza oppongono al genocida embargo israeliano ha un immenso valore, politico e morale. Se Gaza cadesse verrebbe portato un colpo letale alla lotta di liberazione del popolo palestinese.
Cresce nel movimento italiano di solidarietĂ  la consapevolezza della grande importanza che assume la Resistenza di Gaza.
Questo movimento è tuttavia diviso, frantumato. Pesano antiche discordie, vecchie divisioni ideologiche.
Noi riteniamo che questa divisioni possano e debbano essere superate. Le tante voci attraverso cui si esprime il movimento di solidarietà con la Palestina possono e debbono parlarsi, unirsi, allo scopo di dare forza alla Resistenza palestinese, per sventare l’esito di una “pace” ingiusta e umiliante.
Facciamo dunque appello a tutti i comitati, le associazioni e le forze politiche che da sempre si battono per la liberazione della Palestina, ad incontrarsi prima possibile affinché sia posta fine a questa intollerabile divisione; affinché tutti gli organismi attivi confluiscano in un plurale ma unitario movimento.
Una prima importante occasione per unire le forze può essere la Fiera del Libro che si svolgerà a Maggio nella città di Torino. Dovremo dare battaglia, non solo contro la inaccettabile decisione dei suoi organizzatori di celebrare il 60° anniversario della nascita di Israele, ma affinché sia posto fine all’embargo ed all’assedio di Gaza.
L’Assemblea nazionale di GAZA VIVRA’ da dunque mandato alla presidenza perché diffonda quest’appello, contatti tutti gli organismi solidali con la Palestina, in particolare quelli delle comunità immigrate e islamiche, per verificare la possibilità di svolgere al più presto un primo grande incontro nazionale.

Approvata per acclamazione
Firenze, 27 gennaio 2008

4 INIZIATIVE E SCADENZE
Domenica 3 febbraio, ore 10,30
Via Giolitti 231 – Roma
Riunione nazionale promossa dal Forum Palestina, con diversi punti all’ordine del giorno, tra i quali la decisione sulla manifestazione prevista per il prossimo 29 marzo in occasione della Giornata della Terra.
Il comitato Gaza VivrĂ  sarĂ  presente a questo incontro.

da ISM Italia
Ciclo di incontri con Jamil Hilal
sociologo palestinese indipendente coautore de:
Palestina quale futuro? La fine della soluzione dei due stati, Jaca Book 2007
in memoria di Tanya Reinhart
Palestina
occupazione/oppressione/apartheid - boicottaggio/disinvestimenti/sanzioni (bds)
fine della soluzione “due popoli-due stati”
contro l’occupazione israeliana della Fiera del Libro di Torino
Gli incontri, ai quali parteciperanno diversi altri relatori, si terranno:
Venerdì 1 febbraio, ore 20,15 – Torino – Aula Magna Istituto Avogadro, ingresso via Rossini 18
Mercoledì 6 febbraio, ore 20,30 - Milano – Centro Culturale Concetto Marchesi, via Lazzaro Spallanzani 6
Venerdì 8 febbraio, ore 21,15 – Varese – Sala polivalente Piramide, piazza De Salvo
Lunedì 18 febbraio, ore 18,00 – Roma – Casa delle Culture, via San Crisogono 45

Venerdì 7 marzo – Perugia
Concerto musicale di solidarietĂ  con la Palestina
promuovono:
Sumud – Associazione di Volontariato Antimperialista;
Comitato Gaza VivrĂ 
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mercoledì, 30 gennaio 2008

Censura di guerra

Censura di guerra
Il silenzio devastante sulla guerra in Afghanistan

Maso NotarianniPeacereporter 29/01/2008

ehoccmmskfsrsveshdscNessuno dice nulla, nessuno ne parla. Eppure i militari italiani hanno, dallo scorso 13 dicembre, il controllo (si fa per dire, ce lo hanno solo formalmente) della capitale Kabul. E ieri un commando talebano (non un attentatore suicida, un vero commando militare) ha colpito il cuore della capitale. Che non è il palazzo presidenziale di Karzai, quello non lo considera più nessuno, ma è l'Hotel Serena. Dove stanno i ministri stranieri in visita (quello norvegese è scappato dall'Afghanistan dopo l'attentato annullando tutti gli impegni) e i loro plenipotenziari. Dove stanno gli uomini d'affari che curano la ricostruzione lecita e illecita del Paese occupato dalle truppe straniere.
Eppure agli italiani, sempre dallo scorso 13 dicembre, è stato affidato l'avamposto di Surobi (o Sirobi, a seconda della traslitterazione), che sta sulla strada che dalla capitale porta al Pakistan, crocevia di tutte le incursioni talebane e teatro di centinaia di scontri armati.
Un accenno molto significativo e assai poco citato lo ha fatto il ministro degli Esteri D'Alema, nella trasmissione Chetempochefa, dopo una domanda (anche suggerita da noi) sulla situazione afgana. Il ministro D'Alema ha candidamente ammesso che, in effetti, la missione italiana è cambiata rispetto all'inizio, perché modificata è la situazione afgana.
E adesso, mettiamo le mani su una missione che doveva rimanere supersegreta, la missione Sarissa, che va avanti dal 2006. Altri ne avevano giĂ  accennato. Noi abbiamo trovato elementi, e persino il logo, da cui si evince che l'operazione militare non riguarda affatto la sola zona di Farah.
Abbiamo mandato il mini-dossier che oggi abbiamo pubblicato a tutti i segretari dei partiti rappresentati in parlamento, al ministro della Difesa, a quello degli Esteri al presidente del Consiglio Prodi e al presidente della Repubblica Napolitano, che è il garante della Costituzione Repubblicana.
Il silenzio che abbiamo avuto, per ora, come risposta è un urlo dirompente. Ma, anche di questo siamo abbastanza certi, se ne accorgeranno in pochi.
Nessuno parla più di exit strategy. Nessuno parla più di conferenze di pace. Nessuno parla di Afghanistan. Tipico, anche questo, di un paese in guerra. Perché quando si è in guerra, la censura è sempre attenta e vigile. Ma da noi la censura ufficiale, quella che fa vedere solo le foto dei nostri bravi militari che curano donne e bambini e anziani e non mostra le foto dei combattimenti, come racconta il bel libro di Gianandrea Gaiani, Iraq-Afghanistan, guerre di Pace italiane, (tutt'altro che un pacifista essendo lui un esperto di cose militari e se vogliamo utilizzare le categorie della politica, certamente più vicino alla destra che non alla sinistra) è aiutata dall'autocensura di troppi colleghi.
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mercoledì, 30 gennaio 2008

MISTERO RISOLTO SUL SATELLITE SPIA USA IMPAZZITO: SI SCHIANTERĂ€ SUL NORD AMERICA

L'esercito Usa studia i piani di intervento visto che il satellite non si disintegrerĂ  del tutto al contatto con l'atmosfera


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mercoledì, 30 gennaio 2008

E' morto George Habash

E' morto George Habash
Era il fondatore dell'Fplp la formazione marxista dell'Olp. Aveva 81 anni, era nato a Lydda (Lod), dal '48 non era mai piĂą tornato in Palestina

MICHELE GIORGIO ilmanifesto 27.01.08

Palestijnse_leider__221903g«George Habash per noi era la coscienza della Palestina, l'uomo che aveva cercato con la sua azione politica di tenere legate insieme la memoria collettiva del nostro popolo con l'idea del progresso». Sono state queste le parole che ci ha detto la parlamentare palestinese Khalida Jarrar dopo l'annuncio del morte avvenuta ieri ad Amman del fondatore del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp), formazione di marxista, la più importante dell'Olp subito dopo Fatah. E proprio di Fatah e del suo leader Yasser Arafat (morto nel 2004), Habash era stato un acceso rivale mettendone in continuo dubbio la linea politica che giudicava rinunciataria e dannosa alla causa palestinese. A provocare la morte di Habash, 81 anni, è stato un attacco cardiaco: da molti anni era gravemente ammalato e le sue condizioni erano peggiorate in questi ultimi mesi. La sua scomparsa è avvenuta alla vigilia della ripresa del processo in Israele ad Ahmad Saadat, l'attuale segretario generale del Fplp. Israele ha ucciso all'inizio della seconda Intifada il predecessore di Saadat, Abu Ali Mustafa.
George Habash in Palestina non è mai tornato dopo averla dovuta lasciare, come altre centinaia di migliaia di palestinesi, nel 1948. Nato 1926 a Lydda (l'attuale città israeliana di Lod) in una famiglia di commercianti di fede greco-ortodossa aveva diviso in gioventù le sue passioni tra lo studio della medicina e il nazionalismo palestinese. Divenne medico a Beirut e per questo in politica ebbe il soprannome di «il dottore». Convinto marxista, cercò di coniugare la lotta per la liberazione dei lavoratori con quella del suo popolo. Nel 1952 creò il Movimento dei nazionalisti arabi (di ispirazione nasseriana) e nel 1967, dopo la disfatta araba nella Guerra dei sei giorni con Israele, fondò il Fplp, marxista-leninista, in aperta contrapposizione ideologica con Arafat che a sua volta aveva preso il pieno controllo di Fatah.
Dal Fplp un anno dopo si staccarono due nuovi gruppi, il piĂą moderato Fronte democratico per la liberazione della Palestina (Fdlp) e il Fplp-Comando generale (Fplp-Cg) controllato (ancora oggi) della Siria. Habash visse in quegli anni tra Libano, Giordania e Siria, spesso ponendosi in contrasto con le autoritĂ  locali a causa della sua attivitĂ  che abbinava la lotta per la Palestina con l'ideale rivoluzionario. Divenne un leader noto in tutto il mondo per le operazioni dei combattenti del Fplp, alle quali partecipavano talvolta anche rivoluzionari di altri paesi. Nel 1970 i suoi guerriglieri, allo scopo di ottenere la liberazione di prigionieri politici, dirottarono tre aerei di linea in Giordania e, dopo aver liberato i passeggeri, li distrussero.
Per Habash solo la trasformazione radicale del Medio Oriente e il rovesciamento di monarchie ed emirati alleati degli Usa e delle ex-potenze coloniali, avrebbero potuto ridare pieni diritti ai palestinesi e portare allo stesso tempo alla liberazione delle masse lavoratrici arabe. Entrò, ma non solo per questa ragione, in aperto conflitto con il sovrano hashemita Hussein che ordinò una dura repressione contro i guerriglieri palestinesi in Giordania: il «Settembre nero». Habash allora si rifugiò come molti altri palestinesi in Libano. Dopo l'invasione israeliana del 1982, si spostò a Damasco. Nel '92 fu colpito da un ictus che lo limitò molto ma non ciò non gli impedì di riconoscere i gravi limiti e, quindi, di respingere gli accordi di Oslo tra Olp e Israele che Arafat avrebbe firmato nel 1993.
Con Habash se ne va un altro pezzo di storia palestinese. Lo riconosce anche l'Anp di Abu Mazen che ha proclamato tre giorni di lutto nazionale.
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mercoledì, 30 gennaio 2008

SE LE PIETRE POTESSERO PARLARE

SE LE PIETRE POTESSERO PARLARE
DI JAMES PETRAS If Stones Could Talk 24.12.2007
Traduzione per Comedonchisciotte a cura di DIEGO VARDANEGA

jerusalem11I canaaniti hanno macinato il frumento e cotto il pane su di me. I figli di Abramo mi hanno portato al Tempio e io sono divenuta un Muro del Pianto.
Poi arrivarono i Romani e gli ebrei ellenizzati mi misero in un giardino fiorito nel quale bevevano vino ed enunciavano le virtĂą degli stoici e ridicolizzavano i racconti tribali dei loro antenati e i rabbini barbuti.
Quando i maccabei insorsero e saccheggiarono le case e i giardini dei filo ellenici, divenni un muro della fortezza di Masada, ridotta in macerie durante la battaglia finale.
Divenni una pietra nei campi spogli per vari secoli finché dei monaci e santi eremiti mi resero parte di un monastero…la latrina per la precisione.
E nonostante mi affacciassi su una fresca sorgente e un uliveto e un mandorlo in fiore, l’odore dei sant’uomini che defecavano mi faceva barcollare.
Perciò fui felice della conquista e della riconquista - arabi musulmani, ottomani e crociati – a turno una moschea, una chiesa, sacra come una reliquia e profana come un orinatoio.
Ma con mio dispiacere tornai alle macerie dei campi vuoti mentre i luoghi sacri venivano demoliti.
Secoli dopo fui sfregata e pulita e servii, almeno, ad uno scopo utile: per impastare e cuocere il pane azzimo.
Le pecore brucavano nella mia ombra e i bambini si rincorrevano attorno a me, mentre un gallo sbarazzino destava la gente dal sonno usandomi come piattaforma per annunciare l’alba imminente.
Poi venne il tempo dei proiettili che scheggiavano e squamavano il mio rivestimento esterno, gli ottomani fuggirono ma io rimasi solidamente piantata anche se non piĂą in uso, piĂą un posto su cui si sedevano bambini ridenti e nonne che ripetevano storie di uomini saggi e maghi, e il piccolo piede marrone che batteva il tempo di musica e canzoni non mi faceva male.
Venne il tempo della Catastrofe, i proiettili fischiavano e il sangue scorreva
E le nonne dei bambini scapparono.
Le case furono saccheggiate, gli ulivi abbattuti, ma io non fui intaccata.
Rimasi una pietra, levigata da generazioni di narratori e dai loro uditori.
Attorno a me crescevano solo erbacce e cardi,
concimati dalle defecazioni della conquistatrice armata della Liberazione Ebraica
Da lontano vedevo incendi bruciare i villaggi da una parte,
e i giardini e le case, i coppi e i pozzi dall’altra.
Non restai sola a lungo quando l’asfalto rapidamente coprì le strade da e
Verso le città riservate agli ebrei – le pietre miliari furono tolte e impilate attorno a me.
Mi chiedevo a quale proposito.
Una collocazione rustica in un ristorante all’aperto di Tel Aviv che serve olive e formaggio
Ma non dai monconi bruciati degli ulivi né dai crani e dalle ossa degli agnelli macellati durante la loro liberazione.
Solitaria nel sole splendente
Sedetti a fianco alla strada deserta finché un giorno i ragazzi scalzi dai piedi marroni,
che calzavano ora scarpe da adolescenti, tornarono tirando pietre
alle auto che sfrecciavano sulla superstrada d’asfalto, nascosti alle mie spalle
mentre i proiettili rimbalzavano sulla mia scorza di granito.
Ho salvato una o due vite, forse solo per un minuto o un’ora?
E vennero i trasporti corazzati e seppellirono i feriti e i morti
In una fossa comune.
Non servii nemmeno da lapide (forse più tardi – molto più tardi)
Un memoriale, monumento ai ragazzi e alle ragazze scalzi che caddero.
Ed ora sono diventata parte del muro
Il colossale muro di un ghetto, coronato da filo spinato
Che squarcia i prati e deturpa i campi con i tronchi morti degli alberi d’arancio
Un giorno persi la mia solitudine ombrosa. Fui caricata su un camion
E divenni ciò che sono…il muro di una prigione.
Ho perso la mia grazia, snaturata e contesa:
ma soprattutto strappata ad un luogo d’affetto per un luogo di desolazione.
Mi dicono che dipende da che lato si guarda.
Sulla mia faccia posteriore stanno i giardini pensili e prati e appartamenti lussuosi
Di un Popolo Eletto
In accordo col proprio Testo Sacro.
Davanti la faccia degli sfrattati che vivono nel ricordo della loro lontana nazione
Mentre i loro bambini non ascoltano piĂą storie di maghi e uomini saggi
Ma di combattenti per la resistenza e martiri e visioni di una nazione senza muri
E con loro la mia speranza che quando il muro cadrĂ 
Tornerò alla mia solitudine ombrosa.

24 dicembre 2007
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mercoledì, 30 gennaio 2008

MARCO TRAVAGLIO E BETTINO CRAXI

MARCO TRAVAGLIO E BETTINO CRAXI
Lino Rossi La Voce d'Italia 29.01.08
Il povero Cinghialone viene attaccato anche 'ad memeoriam', in effige, come ai tempi dell'inquisizione. Travaglio dovrebbe svolgere anche una accurata indagine sul suo 'maestro', Indro Montanelli, ne scoprirebbe delle belle anche su di lui - Alessandro

normal_craxi281007La vena polemica dell’allievo di Indro Montanelli e' scarsamente rigorosa.
Nella rubrica “Signornò” del settimanale l’Espresso in edicola, Marco Travaglio attacca ancora una volta Bettino Craxi. Fra le colpe imputate al leader politico, oltre alle tangenti per svariate decine di miliardi di lire, Travaglio annovera:
1. Economia: sotto il governo Craxi (1983-87) il debito pubblico balza da 400 mila a 1 milione di miliardi di lire ed il rapporto debito-PIL da 70 al 92%.
2. Caso Moro: la linea della trattativa con i terroristi.
3. Sigonella e l’appoggio all’OLP ancora NON “moderata”.
4. L’appoggio a Siad Barre.
5. Lo schierarsi con i generali argentini per le isole Falkland.
6. Il presidenzialismo.
7. L’attacco alle procure.
8. Politica industriale: sponsor delle partecipazioni statali come grande macchina succhiasoldi e nemico di ogni privatizzazione, prima con i decreti Berlusconi e poi con la Mammì consacra il monopolio televisivo incostituzionale dell’amico Silvio, che fra l’altro paga bene e cash.
9. Altro
à sugli aspetti economici evidenziati in grassetto che vorrei porre l’attenzione, anche se sugli altri ci sarebbe molto da dire, come sul caso Moro o sulla Somalia. Sul primo, siamo proprio sicuri che la linea della fermezza è stata quella giusta? Siamo proprio sicuri che la Somalia di Siad Barre era peggiore di quella successiva?
Sul debito pubblico è necessario rispolverare il passaggio del divorzio fra Bankitalia e Stato e la lite fra Nino Andreatta e Rino Formica (1). La vera colpa di Craxi semmai è stata quella di non aver compreso fino in fondo la tresca “monetarista” di Ciampi e di non averla interrotta energicamente, convinto com’era che comunque la ricchezza rimaneva in Italia. Craxi sosteneva appunto che il debito pubblico italiano, in quanto contratto soprattutto con i risparmiatori italiani, non era così insidioso come quello contratto nei confronti di soggetti esteri; per questo criticò più volte pubblicamente Bruxelles per non effettuare la suddetta distinzione (2). Se proprio bisogna individuare il colpevole dell’indebitamento pubblico italiano, non è certamente a Bettino Craxi che bisogna rivolgersi (3), ma alla banca delle banche centrali, BRI o BIS, di Basilea; è quell’istituzione che, con la latitanza della Politica, ha deciso e decide il “da farsi”. E così sarà finché i politici faranno i pesci lessi.
L’accusa a Bettino Craxi di essere il protagonista dell’indebitamento del paese appare quindi assai debole. Al massimo lo si può accusare di essere stato troppo debole nei confronti dei veri responsabili.
Per quanto riguarda le privatizzazioni l’accusa appare ancora più paradossale. Bettino Craxi è stato l’unico Politico che si è messo di traverso al progetto disgraziato di distruzione del nostro Paese (4) e delle privatizzazioni selvagge, pagando di persona, e la sua colpa, semmai, è stata quella di non essere stato capace di coalizzare le poche forze politiche sane.
Sul fatto che le privatizzazioni siano state effettivamente selvagge basta ricordare quelle bancarie (5). Nella foga demenziale (ad essere generosi) di svendere svendere svendere (come degli assatanati) Draghi, Prodi, Ciampi, Amato, Dini & C. si sono dimenticati di togliere dal pacchetto regalo la proprietà della Banca d’Italia con questo bel risultato: dei privati si sono trovati gratis l’intera Bankitalia con i nostri beni immobili, con il nostro oro, con le nostre riserve.
Adesso i proprietari omaggiati strillano all’esproprio quando si parla di restituire quanto gli è stato regalato da lorsignori. Dal loro punto di vista non hanno torto, ma non mi pare neanche il caso di passare sopra con tanta leggerezza su errori così gravi. La proposta Tremonti di liquidarli con 800 milioni di euro è fin troppo generosa nei loro confronti. Molto più equa quella di dargli 300 milioni di lire di capitale sociale. Se ne vogliono di più che li chiedano a lorsignori.
Le presunte tangenti di Bettino Craxi sono quindi infinitesimali rispetto ai danni CERTI che Draghi, Prodi, Ciampi, Amato, Dini & C. hanno provocato al Paese. Poche decine di miliardi di lire sono poche decine di milioni di euro. I danni di lorsignori sono dell’ordine di 1500 miliardi di euro, ovvero 100 mila volte superiori. Non vorrei essere nei panni dei loro eredi. Per chi ha poca dimestichezza con i numeri consiglio, facendo prima un bel respiro, di contare da uno a 100 mila con intervallo di un secondo fra un numero e l’altro; sono circa i battiti cardiaci quotidiani.
Fa sorridere ora che alla “prima” del documentario di Stefania Craxi dedicato a suo padre ci siano Carlo Azeglio Ciampi e Lamberto Dini e che vengano addirittura omaggiati dalla “star” Silvio Berlusconi. Si vede che l’uso della memoria in politica è un optional.

NOTE:
(1) Disinformazione
(2) Cultura viva
(3) Comedonchisciotte
(4) La denuncia di Craxi del 1997: "Leggo su Repubblica, a proposito della svalutazione della lira del â€92, tornata agli onori della cronaca giudiziaria e giornalistica, un articolo a firma Elena Polidori, nel quale vengono attribuite a Ciampi alcune spiegazioni dalle quali risulterebbe:
a) Che la difesa ad oltranza ed il cedimento del 14/9/92 sarebbero state decisioni del governo, con Banca d’Italia solo in un ruolo consultivo. Questa affermazione è in contrasto con ciò che si legge in un libro di Barucci (pg 52-59). Il “consigliere” Ciampi bene a conoscenza delle intenzioni tedesche (non intervento a sostegno, con il che il capitolo era chiuso), delle forze in campo e quant’altro, sarebbe stato ascoltato o no? Ciampi non dice ora della sua posizione dell’epoca, che invece risulta descritta in modo chiaro nel libro dell’ex ministro del Tesoro.
b) Le considerazioni di Ciampi sull’utilitĂ  dell’emergenza, la cultura della stabilitĂ , etc... in relazione all’enorme spreco di risorse che fu messo in atto, valgono quanto quelle di Barucci a proposito dei vantaggi che ne avrebbero tratto le “api industriose” e cioè, nulla. Osserviamo invece che, nĂ© Ciampi, nĂ© Barucci dicono se la lira era o non era sopravvalutata in termini reali, rispetto alle principali monete europee. Non lo era affatto. Secondo i dati Istat, il grado di copertura della bilancia commerciale italiana è stato: 91,8% nel 1989 93,5% nel 1990, 92,91% nel 1991. Considerando l’interscambio beni e servizi, tale grado di copertura risulta del 98% per il â€91 e il â€92. Si trattava quindi di valori normali.
c) Vediamo meglio quanto l’Italia finì con il perdere. Secondo Eurostat le “disponibilitĂ  ufficiali lorde indivise convertibili” dell’Italia, a fine 1991, erano 33.329 milioni di ecu, corrispondenti all’epoca a circa 52mila miliardi di lire e a circa 42 miliardi di dollari Usa. La cifra, ripetutamente indicata in 48 miliardi di dollari Usa, gettata nella fornace del mercato in difesa della lira, sarebbe del tutto comparabile con la disponibilitĂ . Sempre secondo l’Eurostat la disponibilitĂ  italiana in divise convertibili è diminuita da fine 91 a fine 92, di circa 18 mila miliardi. La cifra di 14mila miliardi persa nei soli tre mesi tra luglio e settembre â€92 appare concordante con le statistiche Eurostat.
d) la speculazione fece affari straordinari. Basta, come esempio, il caso che riguarda l’operatore finanziario internazionale Soros. Secondo notizie apparse sulla stampa, Soros avrebbe ottenuto un prestito di un miliardo di dollari Usa al 5 per cento. Con un esborso di 50 milioni di dollari avrebbe conseguito un profitto di 280 milioni di dollari. Un affare d’oro. Non per niente venne poi insignito della laurea homoris causa dall’Università di Bologna. Tanti altri parteciparono all’operazione. Del resto risulta del tutto credibile la possibilità di realizzare consistenti profitti, soprattutto se si può stimare con buona sicurezza il momento della svalutazione
”.
Bettino Craxi
(5) Proteo
(6) La Repubblica – venerdì 25 gennaio 2008 – pag. 8
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categoria: storia, sinistra, craxi, italiota


mercoledì, 30 gennaio 2008

Il golpe di via Fani

Il golpe di via Fani - Giuseppe De Lutiis
unoenessuno 29.01.08
Utile, sebbene confusionaria, presentazione di un testo dedicato alla piĂą nota faccenda 'segreta' italiota - Alessandro

01048lTrenta anni dopo, siamo ancora qui a parlare del caso Aldo Moro: l'agguato in via Fani, l'eliminazione della scorta, la prigionia e la sua uccisione da parte delle Brigate Rosse.
Siamo ancora a parlare dei misteri Caso Moro: il memoriale scomparso, i postini delle BR che potevano andare in giro in una Roma blindata; i covi delle BR; il falso comunicato numero 7 (ad opera di Toni Cicchiarelli); l'operato dei servizi segreti e delle forze dell'ordine in gran parte iscritti alla P2, le mancate perquisizioni ...
Ma i brigatisti non sono stati tutti arrestati? Non sappiamo giĂ  tutto del caso Moro?
Perchè uno storico come De Lutiis parla di golpe in via Fani?
Cosa è rimasto ignoto di quella primavera del 1978?
Noi sappiamo oggi ciò che si è voluto che si sapesse: Sciascia parlò della spettacolarità del rapimento (che dava il senso di potenza delle BR); della messa in scena fatta dalle forze dell'ordine che creavano posti di blocco in Val D'Aosta ma non andavano a perquisire l'appartamento di via Gradoli (uno dei covi romani).
Sappiamo poco della storia del rapimento di Aldo Moro, la cui figura, il cui insegnamento viene ricordato ad ogni anniversario.
I 55 giorni della prigionia sono come un buco nero della nostra storia.
E il libro cerca, per quanto possibile, di mettere dei punti di fermi.
Su una storia iniziata piĂą di 30 anni prima a Jalta, laddove le potenze vincitrici della seconda guerra mondiale avevano deciso come dividersi il mondo in aree di influenza.
Questa divisione non poteva permettere l'ingresso nel governo del piĂą grande partito comunista dell'Europa occidentale.
Non lo avrebbero permesso gli Stati Uniti, ma anche la Russia lo avrebbe considerato di effetti devastanti: avrebbe rafforzato il concetto di eurocomunismo, specie nei paesi dell'Europa orientale, come Ungheria e Cecoslovacchia, dove i tentativi di far evolvere il comunismo era stato represso dalla casa madre col sangue.
Non lo avrebbe nemmemo permesso Israele, per lo spostamento in chiave filo araba della politica italiana, specie dopo l'accordo con i palestinesi di Aldo Moro nei primi anni 70.
Ma oltre al coinvolgimento di potenze straniere (e dei relativi servizi), altri personaggi nazionali avevano interessi a muoversi: quei partiti piccoli come il PSI che sarebbero stati schiacciati dall'alleanza PCI-DC.
Infine l'autore approfondisce la genesi e l'evoluzione del terrorismo italiano, rosso e nero e tutti i punti oscuri legati ad esso:
- le BR erano infiltrate sin dal 1973 (Silvano Girotto frate mitra); si arrivò all'arresto dei vertici Curcio e Franceschini (ma non Moretti), eppure questò non impedì il rigenerarsi delle BR.
Che dal 1974, sotto la conduzione di Moretti, passarono dai rapimenti e rapine, alle uccisioni o alle gambizzazioni.
- Il cambio della guardia: il 1974 segna anche il cambio della guardia sul fronte del terrorismo: se la prima metà era caratterizzata da quello nero (con ampi coinvolgimenti dei servizi, come dimostra il caso Giannettini), la seconda metà è nel segno del terrorismo rosso.
Nonostante la decapitazione dei vertici operata con l'arresto di Curcio.
Il capo dell'ufficio D del SID, generlae Maletti, aveva detto "Ora non sentirete piĂą parlare di terrorismo nero, ora sentirete parlare soltanto di quegli altri".
Una semplice premonizione o c'è qualcos'altro?
Forse il terrorismo stragista del periodo 1969-1974 serviva a destabilizzare per portare il paese verso una svolta autoritaria.
Impedire il cambiamento in senso progressista come giĂ  era accaduto in Grecia. La seconda fase della "strategia della tensione" (dentro cui il fenomeno terrorista si innesta, sebbene abbia origine diverse) invece tendeva a "destabilizzare per stabilizzare".
Perpetuare il potere sempre nelle stesse mani, negli stessi partiti.
Anche il polititologo Giorgio Galli, nel suo libro "Piombo rosso" parla della trategia dello "stop and go" per l'azione di repressione del terrorismo rosso. Le BR furono tenute in vita perchè funzionali. Ma a cosa?
Il libro, piĂą che concentrarsi sulle cronache dei 55 giorni del sequestro, segue tutte queste piste: dai rapporti delle BR con i servizi esteri (da quelli dell'est ai tentativi del Mossad); i legami con la scuola di lingue a Parigi, Hyperion, ritenuta da molti una sorta di centrale internazionale del terrorismo di sinistra. Con coperture da parte dei servizi francesi e americani.
Giovanni Pellegrino presidente della Commissione Stragi per 7 anni, suggerisce in un suo libro che l' Hyperion in realtĂ  costituisse un punto d'incontro tra Servizi segreti delle nazioni contrapposte nella Guerra Fredda, necessario nella logica di conservare gli equilibri derivanti dagli accordi di Yalta. L'Hyperion, quindi sarebbe stato uno mezzo per azioni comuni contro eventuali perturbazioni dell' ordine di Yalta, come avrebbe potuto interpretarsi la politica di apertura al PCI di Moro. [3]
Essa sarebbe stata connessa con un'altra misteriosa struttura denominata Superclan [wikipedia]
Il ruolo di Senzani; le analogie e diversitĂ  tra il rapimento Moro e quello dell'assessore Cirillo; i legami con il gruppo di Edgardo sogno (gli ex partigiani della Franchi).
I legami con la ndrangheta calabrese in via Fani (il legionario De Vuono) e il ruolo passivo avuto dai servizi (in gran parte infiltrato dalla loggia P2) durante il sequestro.
Gli strani silenzi delle BR sul covo: fino al 1982 nessuno degli arrestati aveva voluto indicare l'ubicazione del covo. Solo dopo le dichiarazioni del ministro degli interni Rognoni su via Montalcini tutte le BR sposarono la medesima linea. Il possibile ruolo della Banda della Magliana: i vertici della banda abitavano a pochi passi da via Montalcini (alcuni appartamenti dei palazzi che si affaciavano a questa via senza uscita erano in mano al Sisde).
Infine una pista che forse non è stata mai approfondita abbastanza: quella che porta al ghetto di Roma e alla strana figura di Igor Markevitch. Ne aveva parlato anche Mino Pecorelli, che evidentemente ne sapeva abbastanza del rapimento, nel suo articolo "Vergogna Buffoni!"
il generale Dalla Chiesa (lui lo chiama “Amen”) era andato da Andreotti dicendogli che aveva individuato la prigione di Moro e chiedeva l’autorizzazione per il blitz. Ma il presidente temporeggiò – secondo Pecorelli – perché doveva chiedere il permesso alla “loggia di Cristo in paradiso”, chiara allusione alla P2. Pecorelli allude poi a una “amnistia che tutto verrà a cancellare in cambio del silenzio” e promette nuove clamorose rivelazioni.
[loggiap2]
La tesi finale di De Lutiis colloca dunque il sequestro e l'assassinio dello statista nel quadro internazionale, dello scontro tra le due potenze. Ma fa emergere anche nuove valutazioni su quello che sono stati gli anni di piombo e il terrorismo rosso.
Unico difetto, la complessità della stesura: è un libro che pretenda già una certa conoscenza di fatti e persone. Per questo risulta preziosa la presenza, in appendici al libro, di una vasta sezione di note approfondimenti.

Giuseppe De Lutiis
Il golpe di via Fani - protezioni occulte e connivenze internazionali dietro il delitto Moro Editore: SPERLING & KUPFER
Prezzo: € 16,00
postato da trotzkij alle ore 18:35 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: terrorismo, geopolitica, impero, stragismo, italiota


martedì, 29 gennaio 2008

Ancora una volta: la Rossa Altra

shirley03
Shirley Manson: Per chi non lo sapesse, è sua la voce che si sente cantare in sottofondo
postato da trotzkij alle ore 22:42 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
categoria: shirley manson


martedì, 29 gennaio 2008

Barak Obama: il “nuovo” che avanza

Barak Obama: il “nuovo” che avanza
Massimo Mazzucco luogocomune 27/1/2008

2coup-oSchiacciante vittoria di Barak Obama (55%), che ha superato ogni previsione in South Carolina, riportando più del doppio dei consensi di Hillary Clinton (27%). Il primo degli stati a maggioranza nera ha così seppellito definitivamente le speranze di John Edwards (18%) - nativo del South Carolina e vincitore in questo stato contro John Kerry, nel 2004 - che sperava in un risultato positivo che lo rimettesse in qualche modo in carreggiata.
Mentre il 55% di Obama significa che il senatore dell’Illinois è riuscito ad aggregare attorno a sè anche la base più liberal degli elettori democratici, inizialmente più incline a votare per Edwards. A sua volta Hillary Clinton, che si era forse collocata troppo presto su posizioni centriste (prevedendo uno scontro finale con Giuliani), ora si ritrova ad abitare uno spazio molto più angusto: scopertasi troppo a sinistra, ritrova ora il centro già occupato dall’ombra lunga di John McCain, il moderato repubblicano che ha fatto la stessa identica mossa in senso inverso.
La probabile uscita di scena di Edwards inoltre non farebbe che aggravare la posizione della Clinton, poichè sarebbe Obama a raccogliere buona parte dei voti democratici destinati al collega sconfitto.
E con degli scarti come quello odierno non si può nemmeno pensare di “ritoccare” in qualche modo i risultati delle votazioni, che verrebbero platealmente smentiti dagli exit-polls, unica vera salvaguardia contro le frodi elettorali di una certa dimensione.
D’altronde, se è vero che contro Giuliani la Cinton avrebbe avuto buon gioco, contro McCain le sua chances si riducono di parecchio (troppo vicine le loro posizioni, con l’evidente vantaggio a quel punto per il ”maschio” McCain, più affidabile e navigato), al punto che ai democratici conviene forse iniziare a pensare di gettare tutte le proprie forze alle spalle di Obama, che costituirebbe invece una chiara alternativa alla candidatura McCain.
In altre parole, ad un repubblicano di destra va bene opporre un democratico centrista, mentre a un repubblicano centrista conviene opporre un democratico decisamente liberal. Contando ovviamente, a quel punto, sull’effetto Kennedy. (Esattamente come Jacqueline e John Kennedy fecero apparire Nixon e sua moglie come pezzi da museo, l’immagine della coppia Obama – dinamici, giovani ed entusiati – farebbe apparire McCain e consorte come dei residuati della II guerra mondiale).
Nel frattempo Obama sta crescendo a vista d'occhio, sia politicamente che personalmente. Partito con notevole timidezza, inciampava nelle parole e si contraddiceva spesso, ma dopo la vittoria in Iowa è sembrato iniziare lui stesso a credere alle proprie possibilità, e in pochi giorni si è letteralmente trasformato: molto più aggressivo, lucido e determinato, ha mostrato di avere qualità di trascinatore insospettate, mentre ha messo a punto una piattaforma elettorale di tutto rispetto, che riesce in qualche modo a proiettare quell’immagine di un’America “nuova” che tutti vanno disperatamente cercando.
“La scelta di queste elezioni – ha detto Obama nel trionfale discorso di ringraziamento – non è fra diverse regioni del paese, fra diverse religioni, o fra generi diversi [maschile/femminile]. Non è fra ricchi e poveri, fra giovani e anziani, o fra neri e bianchi. E’ una scelta fra il passato e il futuro”.
Chi gli ha agevolato la candidatura, pensando magari di creare un finto ostacolo per non far apparire troppo facile la scontata nomination di Hillary Clinton, dovrĂ  rifare daccapo i suoi conti.
Nel frattempo, Rudy attende tutti in Florida con il drink in mano, ben cosciente che a meno di una strepitosa vittoria su McCain, martedì prossimo, per lui la candidatira presidenziale sarà stato soltanto un sogno da seppellire sotto le macerie dell’undici settembre.
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categoria: usa , impero, internazionale


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