Aurora

Sito d'Informazione Internazionalista
domenica, 30 marzo 2008

S.O.S. Yugoslavia – ONLUS

S.O.S. Yugoslavia – ONLUS
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SOS YUGOSLAVIA – ONLUS

img_0020aIn occasione della prossima dichiarazione dei redditi delle persone fisiche, è possibile destinare una quota del reddito a finalità sociali.
Anche quest’anno con la legge 244 del 24/12/2007 è previsto che fermo quanto già dovuto dai contribuenti a titolo di imposta sul reddito delle persone fisiche,può essere devoluta una quota pari al cinque per mille dell’imposta netta a sostegno delle associazioni non lucrative e di volontariato di utilità sociale (ONLUS).
Puoi contribuire anche tu al sostegno di SOS Yugoslavia, destina il 5%o a:
SOS YUGOSLAVIA
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(In caso di adesione, ricordiamo che è necessaria la massima cura nel riportare in modo corretto il numero del codice fiscale, perché costituisce l’unico riferimento ineccepibile)
Questa forma di contributo totalmente gratuita, permette di aiutarci nel sostenere, con un semplice gesto, i vari progetti che da quasi otto anni portiamo avanti con coerenza e tenacia e che manteniamo attivi a favore delle comunità serbe in Kosovo-Metohija, delle famiglie di ex dipendenti licenziati della Zastava di Kragujevac, dei malati di sclerosi multipla di Kosova Mitrovica, e dei profughi Kosovari di tutte le etnie ora residenti a Nis.

NON SPRECHIAMO QUESTA POSSIBILITA’
GRAZIE
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categoria: internazionale, informazione, jugoslavia


domenica, 30 marzo 2008

Vicenza: gara d’appalto per il raddoppio della Base USA vinta da Coop. rossa

Vicenza: gara d’appalto per il raddoppio della Base USA vinta da Coop. rossa
a cura di Paolo De Gregorio, 29 marzo 2008

aa3-oIn questo fatto si riassume tutta la parabola discendente di una sinistra che non c’è più, finita anche nel movimento cooperativo, che recentemente ha espresso personaggi come Consorte, la cui unica ideologia sono gli affari e il mercato, fatti anche in modo poco trasparente e pulito.
La Cmc di Ravenna ha vinto l’appalto messo sul tappeto dagli americani per 245 milioni di euro e se ne strafrega del movimento “No del Molin†e tanto meno interessa ai nostri pacifici e democratici cooperatori se da questa base partiranno missioni aeree di morte e distruzione.
Ricordo sommessamente ai più giovani che il movimento cooperativo aveva una storia gloriosa, fu perseguitato dal fascismo poiché proponeva la sostituzione della schiavitù del lavoro salariato con la libera iniziativa dei cooperanti, senza padroni, che se condotta coerentemente avrebbe potuto sostituirsi a gran parte della imprenditoria capitalista.
Purtroppo il movimento cooperativo ha seguito il declino e l’abbandono della ideologia di sinistra. I dirigenti provenivano tutti dal vecchio PCI, e piano, piano è stata abbandonato il terreno antagonista per appiattirsi sul mercato e sulla competizione liberista.
Voglio anche ricordare che coloro che oggi si autodefiniscono riformisti di sinistra, PD e Sinistra Arcobaleno, appartengono tutti a quella classe dirigente che non ha alzato un dito per fermare lo snaturamento della cooperazione, anzi, chiedevano a Consorte di andare avanti, sullo stesso terreno dell’intreccio “affari-politica-Banca d’Italia†su cui si muovevano Ricucci, Coppola, Fiorani.
La sinistra si è fatta centro, le differenze programmatiche e di politica internazionale con la destra sono quasi inesistenti, e chi vuole una nuova sinistra, identitaria e profondamente ambientalista, deve punire con il non voto questi falsi, voltagabbana, che hanno portato negli ultimi 30 anni le classi subalterne alla emarginazione sociale, alla precarietà, alla impotenza.
La strada è in salita. Non si illudano Ferrando e Turigliatto che si presentano per il “partito comunista dei lavoratori†e con “sinistra criticaâ€, prenderanno dei decimali.
L’antagonismo nasce dai movimenti di massa, organizzati dal basso, con obiettivi credibili, la cui unica forza è la mobilitazione, la partecipazione, la lotta dura.
Abbiamo visto che qualche deputato di sinistra in Parlamento non serve a niente.
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categoria: politica, sinistra, informazione, antimperialismo, partito democratico, italiota, barzellettieri ditalia


domenica, 30 marzo 2008

Il paese delle meraviglie

Il paese delle meraviglie
Notizie dal nostro "avamposto della civiltà contro la barbarie"

Mauro Manno 21e33 28.03.08

flag2A dire dei suoi fondatori, Israele, sarebbe diventato un faro per le nazioni del mondo. Sappiamo che è diventato un paese razzista e guerrafondaio, ignoravamo che è diventato pure un paese in cui si commettono numerosi abusi sessuali sui minori e sulle donne. Una parte dei quali all’interno della famiglia. Ignoravamo che il paese, per giunta, deve vedersela con una vergognosa e diffusa omertà su queste violenze.
La notizia è apparsa su Haaretz.
Secondo il giornale, “421 bambini sotto i 14 anni hanno riferito di essere stati vittime di incesto e di violenze sessuali all’interno delle loro famiglieâ€. Il ministro del Welfare, Yitzhak Herzog ha lanciato un appello perchè si affronti “il segreto meglio custodito†in Israele chiedendo al pubblico di “essere vigilante e riportare qualsiasi sospetto alle autoritàâ€.
“Chiedo anche con forza – ha detto il ministro -- che gli assistenti sociali si impegnino a identificare il punto di rottura che ci aiuterà a reprimere il codice di silenzio e a esporre questi fatti terribiliâ€.
I dati del ministero rivelano che una donna su sette (!!) subisce violenza sessuale da parte di un maschio della sua famiglia. I dati dicono pure che anche un maschio su 11 subisce violenza sessuale da qualche membro della sua famiglia in qualche momento della sua vita familiare.
Ma i dati non riguardano solo il fenomeno dell’incesto. Il giornale rivela che, nel solo 2007, ben “2400 bambini hanno subito violenza sessuale†nella società e che “attualmente 511 persone stanno scontando una pena detentiva per violenza sessuale†su minori.
Sapevamo che numerosi soldati israeliani abusano sessualmente di giovani palestinesi dei ghetti, sapevamo che i torturatori nelle prigioni israeliane ricorrono a violenze sessuali sui prigionieri indifesi e praticano su di loro umiliazioni indicibili non diverse da quelle che sono state documentate ad Abu Graib da parte degli americani. Ma Israele non cessa di sorprenderci
Herzl affermò che lo stato ebraico sarebbe stato “un avamposto della cultura contro la barbarieâ€. Tutti possono vedere che è invece un avamposto della barbarie e della violenza. Meglio non essere legati a questo avamposto, per non pagare noi per i suoi crimini. Per non rischiare di seguire o dover giustificare il suo esempio.
I dati del ministero del Welfare israeliano ci dicono in ultima analisi che il “popolo eletto da Dioâ€, il “popolo santo†è un popolo niente affatto diverso dagli altri popoli. È un popolo dove la violenza sui più deboli (anche quella sessuale) è di casa, è ampiamente praticata e tenuta nascosta.
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domenica, 30 marzo 2008

Nuova sentenza per Mumia. Non è morte ma è una pessima sentenza

Nuova sentenza per Mumia. Non è morte ma è una pessima sentenza
Silvia Baraldini Liberazione 28.03.08

mumiaOggi, a Philadelphia, il Terzo distretto della Corte d’Appello ha finalmente emesso la sua sentenza sul caso di Mumia Abu Jamal. Quella che a una prima lettura poteva sembrare una decisione positiva si rivela invece molto preoccupante. Il collegio composto da tre giudici ha deciso due a uno: il giudice Thomas Ambro ha espresso il suo dissenso condannando la composizione della giuria originale, tutti bianchi.
Prima di tutto la Corte ha confermato la condanna di Mumia per l’uccisione del poliziotto Daniel Faulkner, ignorando tutti gli argomenti presentati dalla difesa su come si è svolto il processo originale: dalla posizione del giudice Sabo alle mancate testimonianze delle persone presenti al momento della sparatoria, dalla falsa confessione di Mumia alle prove balistiche contraddittorie. Nel riaffermare la condanna di Mumia, la Corte non ha considerato nessuno di questi argomenti e ha negato la possibilità di un nuovo processo. Quello che la Corte ha deciso, dando ragione al giudice federale Young, la cui sentenza risale al 2001, è che l’udienza prevista per tutti i casi in cui sia applicabile la pena di morte è stata viziata dalle istruzioni del procuratore alla giuria.
Infatti il pubblico ministero aveva ingiunto alla giuria di non prendere in considerazione le circostanze a favore dell'imputato nel decidere se applicare la condanna a morte. Il procuratore aveva lasciato intendere ai giurati che esisteva un altro livello di giudizio durante il quale quei dubbi o quelle circostanze sarebbero stati presi in considerazione. Il comportamento illegale del procuratore è alla base della decisione della Corte di Appello che ha invitato lo stato della Pennsylvania a concedere una nuova udienza entro 180 giorni. Se lo stato della Pennsylvania scegliesse di non farlo, la condanna si trasformerà automaticamente in ergastolo.
La decisione della Corte di Appello manca di coraggio e rappresenta un passo indietro nella lotta per ottenere verità e giustizia nel caso di Mumia. Non per nulla i suoi sostenitori hanno indetto una manifestazione il prossimo lunedì a Philadelphia, e il suo legale, Robert R. Ryan, ha chiesto di essere udito di fronte a tutti i membri della Corte. Rimettere la decisione allo Stato della Pennsylvania, senza dare peso agli argomenti sollevati dalla difesa, significa dare il potere di decidere allo stesso sistema giudiziario che si è adoperato dal 1982 per giustiziare Mumia. Nei venticinque anni trascorsi dal suo arresto Mumia non ha mai avuto l'opportunità di difendersi.
La decisione della Corte di Appello conferma l'incapacità del sistema giudiziario americano di tutelare i diritti di coloro che si oppongono alla violenza delle forze dell'ordine e difendono se stessi e la comunità afroamericana. Più che mai è necessario mostrare la nostra solidarietà e opporsi a questa nuova ingiustizia.
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categoria: usa , informazione, antimperialismo, mumia abu-jamal


sabato, 29 marzo 2008

LA STRAGE DIMENTICATA

LA STRAGE DIMENTICATA
F. D'Attanasio Ripensare Marx
23 Marzo

koss06Carla Del Ponte, ex procuratore capo del tribunale per i crimini di guerra nell’ex Jugoslavia, ha scritto un libro, di prossima pubblicazione in Italia, in cui rivela molti particolari accaduti durante le guerre balcaniche. Ne parla Fausto Biloslavo in un suo articolo apparso su il Giornale del 22 Marzo, il quale mette in risalto in particolare un avvenimento risalente all’estate del 1999, quando l’Uck, vittorioso grazie ai bombardamenti della Nato, entra in Kosovo ed inizia la sua opera di vendetta a danno dei serbi.
Tra i tanti orribili fatti, accadde che diversi prigionieri, circa 300, in gran parte civili, furono deportati in Albania; quelli più giovani ed in salute non subivano violenze e ricevevano pasti abbondanti per essere trasferiti in alcuni centri di detenzione. Qui venivano allestite sale operatorie allo scopo di estrarre gli organi ai prigionieri che, attraverso l’aeroporto di Tirana, con documentazione falsa, venivano portati all’estero in favore di pazienti che avevano pagato profumatamente.
In alcuni casi alle povere vittime veniva espianto solo un rene e poi tornavano in prigionia fino a quando non si trovava un altro acquirente per gli organi vitali. Nonostante le dettagliate informazioni, la Del Ponte ammette nel libro che i suoi investigatori hanno dovuto abbandonare il caso, sia perché molte prove erano del tutto scomparse e sia perché praticamente impossibilitati a portare avanti ulteriori indagini. L’autore dell’articolo continua dicendo che, al di là se questa storia sia vera o solo una leggenda delle guerre nella ex Jugoslavia, un dato però è certo: oltre 1.300 serbi sono scomparsi nel nulla all’arrivo dell’Uck in Kosovo, alcune ragazze serbe rapite furono sfruttate per anni nei bordelli albanesi prima di essere ammazzate. Gli uomini, deportati in Albania, venivano utilizzati come schiavi in piccole miniere o cave fino alla morte. Durante il primo anno della «liberazione» sarebbero stati uccisi fra i 500 e i 700 serbi o rom considerati loro alleati, ma fonti di Belgrado parlano di almeno mille esecuzioni.
2Ma a questo punto è bene ricordare che i due principali comandanti dell’Uck erano Haradinaj, attualmente dietro le sbarre all’Aia per rispondere di crimini di guerra, e Thaqi, che è attualmente, incredibile a dirsi, primo ministro del Kosovo indipendente. Chiaramente i mezzi di informazione che vanno per la maggiore non hanno niente da dire in proposito, impegnati come sono a stigmatizzare le autorità cinesi rei di reprimere le aspirazioni del popolo tibetano. Non parliamo poi del nostro mondo politico istituzionale, quelle “facce†sono sempre le stesse e sempre lì a parlarci di democrazia e libertà. Chiaramente non provano la minima vergogna perché la dignità non ce l’hanno, o perlomeno ce l’hanno ma di un tipo che non può, a mio avviso, essere considerato umano, ma di esseri replicanti, alla guisa di umanoidi progettati e realizzati in laboratorio.
La guerra alla Serbia da parte della Nato fu un’aggressione criminale a tutti gli effetti, i paesi europei, compresa l’Italia dell’allora primo ministro D’Alema, ebbero un ruolo non secondario nell’obbedire e servire le mire espansioniste statunitensi, perché solo di questo si trattò e niente più. Ed il riconoscimento del Kosovo indipendente, violando ancora una volta in maniera del tutto spudorata le più elementari norme del diritto internazionale (ma si sa il diritto in questi tipo di società ed organizzazione internazionale non è altro che un’arma di cui solo pochi possono usufruire appieno per ribadire e rafforzare la propria superiorità) non fa altro che portare a compimento la strategia americana in quella parte del mondo, fra l’altro molto vicino al nostro, le cui conseguenze si dovranno ancora manifestare con tutta la loro intensità.
Voglio ricordare che l’ex presidente della repubblica Cossiga, non molto tempo addietro, ci ha rivelato che D’Alema fu messo (da lui ed altri importanti ambienti politici americani) a presiedere il consiglio dei ministri proprio perché ritenuto il più adatto a gestire politicamente una situazione così delicata, non solo per l’Italia, ma appunto per tutto il piano geo-stategico imperialista degli USA. A quei tempi fu montata una campagna propagandista pro-intervento con pochi precedenti, ad essa pochissimi riuscirono a sottrarsi; Milosevic fu dipinto come un criminale dittatore al pari se non superiore ad Hitler, colpevole di aver ordinato e quindi attuato tramite le forze militari del suo paese la pulizia etnica ai danni della minoranza albanese del Kosovo.
In prima battuta la Nato (cioè gli Stati Uniti) tentò di occupare la Serbia ed il Kosovo senza ricorrere all’intervento militare diretto, a tal fine predispose un piano (il cosiddetto trattato di Rambouillet) che Milosevic non potè accettare in quanto prevedeva appunto l’occupazione totale della Serbia da parte delle forze della Nato.
Successivamente, dopo la fina della vile e criminale aggressione ad una nazione ed un popolo sovrano che aveva eletto democraticamente il suo presidente e non si sentiva affatto schiacciato e represso da alcun regime dittatoriale (contrariamente a quanto la propaganda occidentale voleva farci credere), ci fu un rapporto dell’OCSE (mica di un organo qualsiasi) verso cui mai nessuno si è degnato di muover alcuna obiezione; detto rapporto asseriva che i morti ritrovati nelle fosse erano in realtà solo una piccola percentuale rispetto a quella che la propaganda sosteneva, ma appunto parlava genericamente di morti e non di morti albanesi-kosovari ammazzati dall’esercito di Belgrado durante la fase della pulizia etnica.
In realtà, oggi possiamo dire che fu proprio l’Uck a gettare, più di tutti, benzina sul fuoco delle divisioni etniche; sostenuta con ogni mezzo dagli Stati Uniti, questa organizzazione è stata fin dall’inizio un’organizzazione criminale dedita principalmente al traffico di droga ed armi e che ha lavorato in maniera ferrea e decisa al soldo della super potenza d’oltre atlantico.
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categoria: unione europea, usa , impero, internazionale, informazione, jugoslavia, disinformazione, cia , eurasia, milosevich


sabato, 29 marzo 2008

TIBET FREE-TTO

TIBET FREE-TTO
Placido ALTIMARI 29 marzo 2008

RainbowOverPotalaPalacePictureUn fremito di solidarietà scuote la comunità internazionale, coinvolgendo tutta la società civile in un accorato appello per la libertà dell'oppresso popolo tibetano. Esaltando il valore dell'autodeterminazione dei popoli, della democrazia, dell'indipendenza, della sovranità nazionale. Uno slancio unanime, sostenuto dall'apparato mediatico e raccolto dalle diplomazie dell'Occidente umanitario, filantropico ed antropofago. Solerti nel recepire il grido che si solleva dalla Birmania o dal Kossovo, lusingati dallo sventolio dei propri vessilli a stelle e strisce per le vie di Pristina, e subito pronti ad accollarsi delle rivendicazioni di un popolo arcano, lontano e dimenticato, arroccato sul tetto del mondo. Ma anche crocevia dei traffici commerciali dell'Asia, tappa della Via della seta, e come Kossovo e Myanmar ganglo della rete di pipeline, vero sistema arterioso dell'economia mondiale. È sintomatico che la civiltà segua le rotte delle pompe di benzina. Forse perché viaggia su una 500. O sui carriarmati.
Ma la solidarietà esige la comprensione degli eventi: il presente non è altro che la sintesi della storia. Anzi: di storie che si incontrano, si scontrano, si intrecciano. Una solidarietà priva di comprensione si riduce in spinta emotiva prodotta e finalizzata al controllo della “pubblica opinioneâ€. C'è chi la produce, c'è chi la conduce. Il governo della democrazia, non dissimilmente da quello della tirannia, esige il controllo della pubblica opinione. E la pubblica opinione si costruisce. A volte con la divulgazione della verità, più spesso con l'imposizione di ben architettate menzogne. Le quali giustificano l'operato e finanche l'esistenza del governo stesso. C'è sempre una buona ragione per scatenare una guerra, per attuare un genocidio, per discriminare popoli, classi, o culture. E se non c'è... basta inventarla.
Una solidarietà che non voglia essere preconfezionata ed asservita al calcolo dei sapienti costruttori della pubblica opinione ha il dovere di leggere la realtà con occhi scevri dal condizionamento mediatico. Per i Siciliani che mi leggeranno non dovrebbe essere troppo difficile intravedere trasposte nelle manifestazioni di protesta anticinese e sostegno free-Tibet l'entusiasmo che accompagnava Garibaldi a Londra, Parigi e Newyork. Né troppo arduo captare una corrispondenza di luoghi, di governi e di interessi. È un film già visto.
La conquista della comprensione degli eventi è il presupposto minimo per l'elaborazione di un giudizio, implicito nella direzione verso cui volgere l'atto di solidarietà. E u jurici à-ssentiri ri-ddu aricchji. Il giudice deve sentire da due orecchie. Una accusa produce indizi, sollecita un contraddittorio, esige la prova. E questa non può basarsi sul sentito dire, ma pretende fatti, atti giuridici, reperti. La storia, più e meglio della cronaca, è lo scrigno che li contiene. E la geografia li spiega.
Tibet. Il Tibet non è uno stato. È molto di più. Gli stati sono una invenzione piuttosto recente, esito di un lungo processo giuridico, espressione di economie mercantiliste prima e liberaliste poi, stadio di un processo evolutivo in corso e che già elabora nuovi e più idonei organismi amministrativi. Per secoli e secoli il Tibet è un luogo dove una casta gestisce il territorio, ne organizza la produzione, ne distribuisce il prodotto. Come dappertutto nel mondo. La teocrazia feudale monastica del Tibet, a dispetto dell'asperità del sito, non era avulsa dal mondo, e col mondo intrecciava relazioni e costruiva legami. I rapporti con la Cina si perdono nella notte dei tempi, e le ragioni mercantili si confondono con quelle sponsali, e le principesse dell'Impero di mezzo furono soave avanguardia della “colonizzazione hanâ€: i tibetani riconoscevano la convenienza dell'autorità imperiale cinese, l'autorità imperiale cinese riconosceva la convenienza della totale autonomia tibetana.
Poi venne il 1886. La Gran Bretagna aveva già da tempo soggiogato l'India, e dal 1839 procedeva all'erosione del gigante asiatico, umiliandolo con i trattati capestro conquistati con le facili guerre dell'oppio (1839-42, 1856-1860). (Sottolineiamo 1860). Nel 1886 gli Inglesi si inventano una questione nazionale tibetana, e corrompendo una esigua parte dell'aristocrazia indigena sferrano l'attacco da sud-ovest. (A Mars-alah?). Respinti, ritentano nel 1904. Quindi, riprovando per via diplomatica, nel 1913 convocano la conferenza di Simla tentando di ottenere un avallo sino-indiano alle proprie mire egemoniche, poi invano riproposto nel 1918.
In un grottesco gioco delle parti, i patrioti tibetani, il suo governo ed il suo reggente Rabchen (1933) si stringono sempre più ai “dominatori†cinesi, respingendo le tesi indipendentiste britanniche, e partecipando attivamente alla difesa dall'aggressione imperialista giapponese. Nel 1947 alle ragioni dell'indipendenza (anglofona!) si assommarono quelle dell'arginare la rivoluzione comunista, per cui si organizzò una congiura che assassinando molto democraticamente Rabchen dava modo al Tibet “indipendente†di partecipare alla conferenza asiatica di Nuova Delhi nell'ottobre del 1947. Il primo ottobre 1949 viene proclamata la Repubblica popolare cinese, l'anno dopo l'Esercito popolare di liberazione restituisce al popolo tibetano l'indipendenza sottrattigli dagli indipendentisti britannici, pervenendo con i suoi legittimi rappresentanti alla stesura dell'accordo “per la liberazione pacifica†del Tibet. 17 punti nei quali è ricostituita l'antica armonia fra i due popoli, quello cinese e quello tibetano. Autonomia amministrativa, autogoverno economico, libertà religiosa, salvaguardia culturale ne sono i cardini. Cardini di carta, ma “carta cantaâ€! Determinando la proclamazione della Regione autonoma (1965), ed il carattere plurinazionale della Costituzione cinese del 1982.
Alla guerra mondiale e alla guerra civile subentra la guerra fredda. Il Tibet diventa uno dei tanti punti critici della strisciante guerra globale. La rivolta e la fuga del Dalai Lama nel 1959 è tutta spiegata in quella lunga guerra di trincea, ed il governo tibetano in esilio non ha mai costituito qualcosa di più che una manifestazione folkloristica di promozione turistica. Fino ad adesso. E specie adesso.
La riprovazione da questo espressa per i recenti fatti di Lhasa ha trovato una accoglienza tiepida sul piano internazionale, e nulla sul piano locale. La rivendicazione di una più vasta autonomia per il Tibet trova più conferme negli atti del governo che in quelli dei suoi detrattori. E la sua autorevolezza è significativamente riconosciuta più dal “nemico†cinese che dagli indipendentisti tibetani, e l'invito al rientro in patria, ciclicamente riproposto sin dal 1998, più che tradire un lusinghiero timore dimostra una volontà di riconciliazione che in sé allude ad un dialogo in divenire.
Un dialogo è l'incontro di soggetti, identità ed interessi che costruendo una dialettica pervengano ad un comune obiettivo. Tibet e Cina un comune obiettivo ce l'hanno. Gli obiettivi dell'ENI e della British Petroleum, del Foreing Office e di Sarkozy, di Hollyhood e degli esperti geopolitici del Pentagono, della circonferenza e della tangente... collimano con l'obiettivo sinotibetano? Che centra l'ENI?
Il Tibet non è uno stato. È molto di più. È l'abbraccio di due zolle continentali, dal quale emerse l'antico fondale marino ricco di petrolio, gas, e tanti altri bei minerali utili, utilissimi alle produzioni di beni di consumo. 400 milioni di anni fa si scriveva la cronaca di oggi. Che è fatta di miliardi di metri cubi di petrolio e di gas pronti ad essere estratti ed immessi nel circuito delle pipeline, e destinati a saziare la fame energetica di una economia in irrefrenabile espansione come quella cinese. Ad estrarli sarà proprio l'ENI, già presente nel Qaidam (Cina centro settentrionale) e sempre più attivo in Tibet, e che parteciperà insieme alla BP e alla China National Petroleum Corporation (CNPC) alla costruzione delle condotte che connetteranno il sistema cinese a quello iraniano, kazaco e siberiano, nonché con i porti pakistani. Tutto ciò consentirà di aggirare il periplo del Siam e le forche caudine dello stretto del Malacca -unico accesso al mar della Cina- costruendo approdi ai suoi rifornimenti arabi ed africani. L'incrocio, o meglio la rotatoria del sistema, è il Tibet. Myanmar e Pakistan, ad Est e ad Ovest dello sbarramento himalayano, hanno già aderito al disegno infrastrutturale, sottoscrivendo i contratti per la realizzazione degli oleodotti che dovranno percorrerli.
È in corso un processo di sviluppo che pregiudica gli equilibri di forza costruiti negli ultimi due secoli. Dalla commistione di interessi convergenti e dalla difesa di posizioni egemoni nascono le contraddizioni di una globalizzazione che ha mischiato le carte in gioco, fuso capitali e confuso le amministrazioni statali tradizionali. Una linea sottile collega i monacelli del Myanmar e quelli di Lhasa, e non è il colore delle vesti né il credo religioso. In entrambi i casi si muovono col disappunto delle loro gerarchie, in assenza di un riferimento ideologico, attingendo dall'insoddisfazione popolare i pretesti a loro più congeniali. La superba ingenuità di quei regimi fa loro da cassa di risonanza, fornendo gli spunti più disparati per orchestrare il discredito mediatico, il quale offre le ragioni più umanitarie possibili alle più tradizionali pressioni diplomatiche. La “diplomazia delle cannoniere†riveduta e corretta. Ma sempre quella è.
I cannoni sono cose che da una parte c'è chi li usa, dall'altra chi li subisce. Non sempre si sa chi vince, ma sempre si sa chi perde: il Popolo. È bene ricordarcelo, di tanto in tanto. Ed il popolo, nella sua concretezza, è fatto di persone di carne e sangue. Di sogni e di pancia. E di preghiere, scritte nelle bandiere e portate in cielo -a cospetto di Dio- dal vento. (Una toccante forma di spiritualità elaborata dai tibetani). Una bandiera nazionale, una indipendenza, ha ragione di esistere in quanto servizio alla persona. In quanto serve. Una solidarietà internazionale ha ragione d'essere in quanto sostegno alla persona. Alle persone. Ai popoli. Non alle ideologie, ai nazionalismi, alle biodiversità antropologiche.
Il XIV° Dalai Lama (“oceano di saggezzaâ€) Tenzin Gyatso, pur nella sua intransigente fedeltà al ruolo di supremo simbolo della Nazione, non esita a dissociarsi dalle violente espressioni adottate dal legittimo desiderio di libertà del suo popolo, richiamando una volta di più la necessità di dare concreta attuazione all'Autonomia del Tibet in seno alla Repubblica popolare cinese. Così come ha riabilitato -perché volto a tutela del popolo- il controverso ruolo assunto dal X° Panchen Erdeni (“grande studiosoâ€, seconda autorità nell'ordine gerarchico teocratico tibetano) Lobsang Trinley Lhündrub Chökyi Gyaltsen, il quale rinunciando all'esilio rimase al fianco al popolo, e nel 1954 ricoprì addirittura la carica di vice presidente del Congresso Nazionale del Popolo Cinese. L'indipendenza non è ragione di vita o di lotta. Ma è “metodo†di vita e di lotta. Non è il fine, ma il mezzo col quale il popolo, la persona, assume pieno dominio di sé. La “proprietà†di sé stesso. La stessa indipendenza nazionale va subordinata ad essa. (Non capirlo apre -ha aperto- la porta ai tanti sciovinismi incapsulati in inestricabili dipendenze globali).
Sulla soglia del terzo millennio tutto appare confuso. Ma una solidarietà militante non può, non deve, lasciarsi intrappolare dagli specchietti per le allodole manovrate ad arte dai tanti salvatori della patria in camicia rossa, bandiera arancione o toga amaranto. Non può, non deve, lasciarsi sedurre da derive xenofobe e piccole speculazioni mercantili, inventando miseri embarghi fai-da-te e fomentando diffidenze e discriminazioni verso le laboriose comunità cinesi. Per essere libera, concreta e... utile, ha l'obbligo di incentrarsi spregiudicatamente sull'Uomo. Per quello che è, in quanto tale, “a prescindereâ€. E allora varrebbe la pena: mobilitarsi contro le deforestazioni che pare accompagnino l'allocazione degli impianti petrolchimici e contro l'utilizzo indiscriminato delle risorse idriche ed il loro conseguente inquinamento; varrebbe la pena mobilitarsi per imporre una progettualità industriale ecosostenibile, rispettosa dell'ambiente e degli equilibri antropologici radicati nell'ecosistema; varrebbe la pena mobilitarsi perché il Popolo tibetano possa essere pienamente partecipe delle scelte che determineranno il proprio sviluppo o il proprio genocidio oncologico. Che strano: scrivendo queste cose sembra descrivere la realtà siciliana, o quella Lakota, o quella del Biafra (che al popolo del Delta del Niger hanno sottratto anche il nome!).
Si piangono le 10 (stime ufficiali), le 80 (stime locali), le 10mila (stima a fourfét!) vittime della repressione cinese. Si snobbano tutte le persone di etnia han che hanno subito l'onda d'urto di una rabbia che -giustificata o meno- ha assunto forma di violenza vandalica e xenofoba. E si ignorano gli “Zingari autoctoniâ€, le popolazioni nomadi dell'altopiano, che prime vittime della “civilizzaziENI†subiscono l'esproprio dei pascoli e del bestiame, e l'imposizione della vita stanziale. L’agenzia di stato cinese Xinhua ha annunciato lo scorso 17 gennaio l'inurbamento coatto “volto al miglioramento delle condizioni di vita†di più di 52mila fra nomadi e contadini, non solo tibetani ma anche del Sichuan e del Quinghai, reso necessario alla realizzazione sui loro territori delle infrastrutture che corredano il piano di sviluppo petrolchimico (dighe, strade, etc.). È previsto per il 2010 la riduzione del nomadismo per 80%, vanificando un patrimonio culturale destinato ad estinguersi nella marginalizzazione di una forza lavoro non collocabile nel processo produttivo.
Se non si ignorassero, se la comunità internazionale se ne prendesse cura, se si richiamassero alle loro precipue responsabilità il Governo autonomo di Lhasa e quello Pechino, se si sollecitasse loro ad essere e fare ciò che la loro Carta costituzionale enuncia e comanda... allora forse anche lo sviluppo economico più spregiudicato potrà avere il caldo vello di uno yak.
Ma a chi converrà infrangere il mito del profitto, sempre nascosto dietro quello del progresso? L'indipendenza tibetana? Un buon affare.

FONTI
Verità sul Tibet
Mondo Cinese
Mondo Cinese
Mao sul dalailama
Accordo 17 punti
Grande Gioco
Repubblica
Corriere Asia
Dalai Lama

Art.4 della Costituzione della Repubblica popolare cinese (1982): “Le nazionalità (minzu) della Rpc sono tutte quante uguali. Lo stato assicura (baozhang) i diritti e gli interessi legittimi di ciascuna minoranza etnica (shaoshu minzu), protegge (baohu) e sviluppa l'uguaglianza, l'unità, l'aiuto vicendevole tra le nazionalità. È vietato discriminare e opprimere qualsiasi nazionalità, è vietata qualunque azione che saboti l'unità delle minoranze e che fomenti divisioni tra le nazionalitàâ€.
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sabato, 29 marzo 2008

GAZA VIVRA’

GAZA VIVRA’
Campagna per la fine di un embargo genocida

Gaza vivrà
info@gazavive.com

Dal Cairo per Rafah
epa25xbcX_20080125Come già annunciato, il Comitato Gaza Vivrà ha aderito all’appello europeo per una delegazione di solidarietà che si recherà nei prossimi giorni al valico di Rafah.
Questa mattina i nostri rappresentanti (…), ci hanno inviato l’appello finale, che pubblichiamo di seguito.

AZIONE INTERNAZIONALE IN SOLIDARIETA’ CON GAZA
31 marzo - 1 aprile

Poniamo fine all'assedio a Gaza!
Poniamo fine alla complicità mondiale all'occupazione israeliana e ai crimini contro il popolo palestinese!


Un gruppo di partecipanti internazionali alla Conferenza del Cairo ha deciso di agire contro la complicità dei nostri paesi nell'assedio disumano e devastante della Striscia di Gaza.
Una delegazione che comprende partecipanti provenienti dal Paese Basco, dall'Austria, dalla Scozia, dalla Norvegia, dall'Italia, dai Paesi Bassi, dalla Francia, dalla Spagna, dalla Grecia, dalla Turchia, dalla Palestina, dalla Giordania e dall'India intende raggiungere il lato egiziano del confine con Gaza allo scopo di consegnare un camion di cibo e di medicinali, per protestare contro l'assedio disumano imposto al popolo di Gaza, con la complicità dei nostri stessi governi.
Protestiamo contro il genocidio del popolo palestinese e condanniamo l'ipocrisia dei governi europei e di altri paesi, che violano apertamente la volontà democratica del popolo palestinese e che hanno preso posizione a favore degli interessi del progetto di occupazione e dominio israeliano e statunitense.
Condanniamo con forza l'Unione Europea per essere venuta meno alla sua responsabilità, come affermata in accordi precedenti, di agevolare e monitorare il flusso di persone attraverso il posto di confine di Rafah.
In questo modo, i governi europei si sono fatti direttamente complici dell'assedio imposto da Israele alla popolazione palestinese di Gaza di fatto rinchiusa in un carcere all'aperto, e del divieto di accedere ai beni e ai servizi fondamentali, azioni che hanno comportato grande sofferenza e un disastro umanitario.
La nostra protesta va vista anche alla luce del sessantesimo anniversario della Nakba del 1948 - la massiccia espulsione e fuga forzata del popolo palestinese, come conseguenza dell'aggressione sionista che ha aperto la strada alla creazione dello stato d'Israele - e anche alla luce dell'attuale Nakba e occupazione israeliana, segnata da politiche espansioniste, espropri e versamento di sangue.
Sottolineiamo la necessità urgente di rafforzare e ampliare la campagna globale per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS) contro lo stato dell'apartheid israeliano e le sue politiche di occupazione e oppressione.

Solidarietà con il popolo della Palestina!!!

Invitiamo tutti coloro che lo desiderano a partecipare alla delegazione a Rafah!!!(…)
"Campagna europea contro l'assedio" 29 marzo 2008
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venerdì, 28 marzo 2008

prodi-veltroni


In Italia c'e' pluralismo. Si puo' scegliere tra massoni di destra e massoni di sinistra.
venerdì, 28 marzo 2008

COME AVREBBERO POTUTO SAPERLO? NON ERA SU OPRAH O FOX NEWS

Anti-Empire Report: COME AVREBBERO POTUTO SAPERLO? NON ERA SU OPRAH O FOX NEWS
William Blum The Anti-Empire Report n°55 Killing Hope 3.03.2008
Traduzione per Comedonchisciotte a cura di LUCA TOMBOLESI

600-dollarHillary Clinton e molti altri membri del Congresso affermano che il loro appoggio all’invasione dell’Iraq era basato su rapporti erronei dell’intelligence. Come potevano contestare la ricerca e l’analisi di tutti quegli esperti, così ben preparati ed esperti nei loro campi?
Beh, a parte il fatto che le agenzie di intelligence americane e i loro rapporti non erano affatto di un’unica opinione (un ben pubblicizzato documento della CIA, ad esempio, prevedeva ogni sorta di conseguenze devastanti che potevano risultare da un’invasione e occupazione)... [1]
A parte il fatto che c’erano diverse dichiarazioni pubbliche, comprese alcune sulla TV americana, del vice primo ministro di Saddam Hussein, e altre dichiarazioni fatte da scienziati iracheni ai media americani e all’intelligence americana che l’Iraq non aveva più alcuna arma di distruzione di massa... [2]
A parte il fatto che gli ispettori nucleari dell’ONU avevano determinato prima della guerra che l’Iraq non aveva un programma per la realizzazione di armi nucleari... [3]
A parte il fatto che Colin Powell, parlando nel febbraio 2001 di sanzioni USA contro l’Iraq, disse: “E francamente hanno funzionato. [Saddam Hussein] Non ha sviluppato alcuna capacità significativa relativa ad armi di distruzione di massa. È incapace di proiettare potenza convenzionale contro i suoi vicini.†[4]
A parte tutto questo, bisogna porre questa domanda: cosa sapevano i milioni di americani che marciarono contro la guerra prima che cominciasse che tutti quei membri del Congresso non sapevano? Per lo meno sapevano che nulla che l’amministrazione Bush avesse detto loro si avvicinava a giustificare il lancio di bombe sull’innocente popolo iracheno. Inoltre sapevano che non ci si poteva fidare di nulla che l’amministrazione Bush avesse detto loro. Tutto quello che ci voleva per raggiungere questo avanzato grado di consapevolezza era non essere nati ieri.
Come ho scritto in precedenza, lo stesso fenomeno accompagnò la guerra del Vietnam. Il movimento contro la guerra del Vietnam partì nell’agosto del 1964, con centinaia di persone che manifestarono a New York. Molti di questi primi dissidenti smontarono ed esaminarono criticamente le dichiarazioni dell’amministrazione sull’origine della guerra, la sua situazione corrente, e il roseo quadro del futuro che veniva dipinto. Scoprirono doppiezza, omissioni e contraddizioni continue, divennero rapidamente e totalmente cinici, e chiesero il ritiro immediato e incondizionato. Questo fu uno stato mentale e di principio per raggiungere il quale ai membri del Congresso e ai media – e anche allora solo a una piccola minoranza – ci vollero gli anni ’70. E perfino allora – perfino oggi – la nostra élite politica e mediatica vedeva il Vietnam solo come un “erroreâ€; era cioè “il modo sbagliato†di combattere il comunismo, non che tanto per cominciare gli Stati Uniti non sarebbero dovuti andare per tutto il globo a vomitare violenza contro qualsiasi cosa venisse etichettata “comunismoâ€. Essenzialmente l’unica cosa che questi “migliori e più brillanti†hanno imparato dal Vietnam è che non avremmo dovuto combattere in Vietnam. E ho paura che l’attuale generazione di “leader†imparerà pochissimo di più, a parte che non avremmo dovuto invadere l’Iraq.

Una Mecca di ipocrisia, un Vaticano di due pesi e due misure
Il 21 febbraio, in seguito a una dimostrazione contro il ruolo degli Stati Uniti nella dichiarazione di indipendenza del Kosovo, dei dimostranti nella capitale serba Belgrado hanno fatto irruzione nell’ambasciata USA e hanno dato fuoco a un ufficio. L’attacco è stato definito “intollerabile†dal Segretario di stato Condoleezza Rice, [5] e l’ambasciatore americano alle Nazioni Unite, Zalmay Khalilzad, ha detto che avrebbe chiesto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU di pubblicare una dichiarazione unanime “che esprima l’indignazione del consiglio, condanni l’attacco, e ricordi inoltre al governo serbo la sua responsabilità di proteggere le strutture diplomatiche.†[6]
Naturalmente questo è linguaggio standard per situazioni del genere. Ma quello che i media e i funzionari americani non ci ricordano è che nel maggio 1999, durante il bombardamento USA/NATO della Serbia, allora parte della Jugoslavia, l’ambasciata cinese a Belgrado fu colpita da un missile americano, che causò notevoli danni e uccise tre dipendenti dell’ambasciata. La versione ufficiale di Washington – allora, e ancora oggi – è che sia stato un errore. Ma quasi certamente è una bugia. Secondo un’indagine congiunta dell’Observer di Londra e del quotidiano danese Politiken l’ambasciata fu bombardata perché veniva usata per trasmettere comunicazioni elettroniche per l’esercito jugoslavo dopo che il normale sistema militare era stato messo fuori uso dai bombardamenti. Che il bombardamento dell’ambasciata fu deliberato è stato detto all’Observer da “fonti militari e di intelligence di alto grado in Europa e negli USAâ€, oltre a essere stato “confermato nei dettagli da altri tre ufficiali della NATO – un controllore di volo che operava a Napoli, un ufficiale dell’intelligence che monitorava il traffico radio jugoslavo dalla Macedonia e un alto ufficiale del quartier generale [NATO] a Bruxelles.†[7]
Inoltre all’epoca il New York Times riferì che il bombardamento aveva distrutto il centro nevralgico di raccolta delle informazioni dell’ambasciata, e che due dei tre cinesi uccisi erano ufficiali dei servizi segreti. “La natura altamente sensibile delle parti dell’ambasciata bombardate suggerisce il perché i cinesi [...] insistono che il bombardamento non è un incidente. [...] ‘È esattamente per questo che non si bevono la nostra spiegazione’,†disse un funzionario del Pentagono.[8] C’erano anche diverse altre buone ragioni per non bersi la storia. [9]
Nell’aprile del 1986, dopo che il governo francese aveva rifiutato l’uso del suo spazio aereo agli aerei militari USA in missione di bombardamento sulla Libia, gli aerei furono costretti a prendere un’altra strada, più lunga. Quando raggiunsero la Libia bombardarono così vicino all’ambasciata francese che l’edificio venne danneggiato e tutti i sistemi di comunicazione messi fuori uso. [10] E nell’aprile 2003 l’ambasciatore americano a Mosca venne convocato al ministero degli esteri russo a causa del fatto che il quartiere residenziale di Baghdad dove l’ambasciata russa era localizzata era stato bombardato diverse volte dagli Stati Uniti durante la loro invasione dell’Iraq. [11] Giravano voci che Saddam Hussein si stesse nascondendo nell’ambasciata. [12]
Così forse possiamo mettere in conto le affermazioni del Dipartimento di stato sull’inviolabilità delle ambasciate come ancora un altro esempio dell’ipocrisia della politica estera USA. Ma penso che ci sia qualche soddisfazione nel fatto che i funzionari degli esteri americani, per quanto debbano essere moralmente bacati, non siano tutti tanto stupidi da non sapere di nuotare in un mare di ipocrisia. Il Los Angeles Times ha riferito nel 2004 che “funzionari USA hanno detto che il Dipartimento di stato progetta di ritardare la pubblicazione di un rapporto sui diritti umani che doveva uscire oggi, in parte per via delle sensibilità sullo scandalo degli abusi carcerari in Iraq. Un funzionario [...] ha detto che la pubblicazione del rapporto, che descrive azioni adottate dal governo USA per incoraggiare il rispetto dei diritti umani da parte di altre nazioni, potrebbe ‘farci apparire ipocriti’. †[13]
E l’anno scorso il Washington Post ci ha informato che Chester Crocker, ex Assistente del Segretario di stato e attuale membro del Comitato consultivo sulla promozione della democrazia del Dipartimento di stato, ha osservato che “dobbiamo essere in grado di fare i conti con l’argomento che gli USA sono incoerenti e ipocriti nella loro promozione della democrazia nel mondo. Questo potrebbe essere vero.†[14]

Come la pornografia, la tortura non richiede una definizione. La riconosci quando la vedi. O la senti.
2189054_e88760a0b9Con tutta la copertura che i media danno al “waterboarding†e tutte le domande fatte nel Congresso a funzionari del governo sulle loro opinioni al riguardo, immagino che ormai molti pensino che il waterboarding debba essere il peggior tipo di tortura che gli Stati Uniti abbiano praticato e che se il waterboarding in realtà non è tortura, allora il re idiota ha ragione quando dice: “Noi non torturiamo.†È così che nascono i miti, quindi cerchiamo di schiacciare questo qui finché è ancora piccolo.
Ecco in pillole un saggio di alcune delle azioni compiute negli ultimi anni dalle forze militari americane, dai loro dipendenti a contratto e dalla CIA contro detenuti in uno o nell’altro degli edifici del vasto complesso carcerario globale mantenuto dagli Stati Uniti nell’Iraq occupato, nell’Afghanistan occupato, a Cuba occupata, e in varie altre prigioni segrete occupate dalla CIA per il mondo. Potrebbe essere una tortura leggerlo ma questa cosa va detta. Per non dimenticare.
In piedi o in ginocchio o costretti in posizioni contorte e dolorose per molte ore [...] ammanettati e con ceppi alle gambe con occhi, orecchie e bocca coperti, esposti a estremi di caldo e freddo [...] denudati, portati a spasso con un guinzaglio da cani [...] privati del sonno, presi a calci per tenerli svegli per giorni di fila, assoggettati a un bombardamento 24 ore su 24 di luci intense o rumore a tutto volume [...] guardie che organizzano gare di detenuti con le gambe incatenate, punendoli violentemente se cadono [...] negare antidolorifici e altre medicazioni ai feriti [...] deprivazione sensoriale, con esclusione di ogni contatto umano [...] stesi nudi su una lastra di ghiaccio [...] sangue finto spalmato su maschi musulmani quando stanno per pregare, dicendo loro che è sangue mestruale.
Il generale iracheno “è stato messo a testa avanti in un sacco a pelo, avvolto con cavo elettrico e gettato al suolo prima che i soldati si sedessero e si mettessero in piedi su di lui. È stato determinato che la causa della morte è stata soffocamento.â€
Incatenati al soffitto, ammanettati tanto stretti da arrestare il flusso sanguigno [...] ammanettati al suolo in posizione fetale per più di 24 ore di seguito, lasciati senza cibo né acqua, e lasciati a defecarsi addosso; un detenuto trovato con un mucchio di capelli accanto; apparentemente se li era letteralmente strappati durante la notte [...] avvolgere un prigioniero in una bandiera israeliana [...] uso di cani senza museruola che ringhiano per spaventare, e che almeno in un caso hanno morso davvero e ferito gravemente un detenuto [...] segni di bruciature sulla loro schiena [...] detenuto lasciato in un ospedale iracheno, comatoso, con trauma cranico massiccio, bruciature sulle piante dei piedi causate da elettricità, lividi sulle braccia [...] oltre cento detenuti sono morti durante interrogatori…
La morte di due prigionieri in Afghanistan: uno da “traumi da corpo contundente alle estremità inferiori che hanno complicato una malattia coronaricaâ€; un’autopsia ha mostrato che le gambe erano tanto danneggiate che sarebbe stata necessaria l’amputazione; l’altro prigioniero soffriva di un trombo polmonare inasprito da un “trauma da corpo contundenteâ€...
Calci all’inguine e alle gambe, detenuti spinti o sbattuti contro muri e tavoli, introduzione di acqua nella loro bocca finché non riuscivano più a respirare... [...] Le sue mani erano state ammanettate dietro la schiena ed era sospeso per i polsi – “Le sue braccia erano estese così malamente che ero sorpreso non saltassero fuori dalle articolazioni. †[...] costretti a masturbarsi mentre venivano fotografati e videoregistrati [...] sette iracheni nudi ammucchiati uno sull’altro in una piramide [...] detenuto picchiato sul petto con tanta violenza da andare quasi in arresto cardiaco [...] detenuti maschi costretti ad indossare biancheria intima femminile.
Il rapporto del generale Taguba ha scoperto che fra ottobre e dicembre 2003 ci sono stati numerosi casi di “abusi criminali sadici, palesi e ingiustificati†nel carcere di Abu Ghraib in Iraq, compreso rompere una lightstick per versarne il liquido fosforico sui detenuti, minacce di stupro a detenuti maschi, sodomia di un detenuto con una lightstick e forse con un manico di scopa, stupro di prigionieri di sesso femminile...
Diciotto giorni nudo e solo in una cella, spesso con le mani e i piedi legati, spesso picchiato [...] “Mi ha agganciato il braccio con il suo e tenendomi per la nuca mi ha sbattuto la testa contro le porte delle celle†[...] Le sue mani e i suoi piedi venivano infilati fra le sbarre di metallo della porta della cella e poi legati insiemi.
Sei settimane dopo la sua liberazione dice di aver perso la voglia di vivere. Si vergogna anche di farsi vedere dai suoi amici e dalla famiglia e non ha visto la sua fidanzata né le ha parlato. Il matrimonio è sospeso. “Prima ero un uomo, ma ora mi hanno tolto la virilità. Da quando mi è successo questo mi considero morto. Sento che la mia vita è finita.â€
I prigionieri iracheni sono stati costretti a strisciare attraverso vetri rotti e a indossare assorbenti igienici [...] due addetti all’interrogatorio ubriachi hanno tirato fuori dalla sua cella una prigioniera irachena e l’hanno denudata fino alla cintola [...] una donna irachena di oltre 70 anni è stata bardata e cavalcata come un asino [...] i detenuti venivano spinti a denunciare l’islam, o alimentati forzatamente con maiale o liquori...
Jamadi è morto un’ora dopo il suo arrivo ad Abu Ghraib ai primi di novembre del 2003; era stato picchiato mentre era sotto la custodia della CIA e poi appeso per i polsi, con le braccia incrociate dietro la schiena. Le guardie dell’esercito americano nella prigione poi hanno impacchettato il cadavere nel ghiaccio e hanno posato con il cadavere in fotografie beffarde.
“Ci hanno costretto a camminare come cani sulle mani e sulle ginocchia [...] e dovevamo abbaiare come cani, e se non lo facevamo cominciavano a picchiarci forte sul volto e sul petto senza pietà.†[...] “Non credi in niente? †chiedeva il soldato. “Gli ho detto, ‘Io credo in Allah.’ Allora ha detto, ‘Ma io credo nella tortura e ti torturerò’.â€
Portati fuori e legati a un palo, gli sono state sparate contro pallottole di gomma; li hanno fatti inginocchiare nel sole finché non sono crollati [...] “Mi hanno legato le mani con i piedi dietro la schiena. La mano sinistra con il piede destro e la mano destra con il piede sinistro. Ero steso faccia in giù e mi picchiavano così†[...] carcerati tenuti in gabbie di filo di ferro con il pavimento di cemento e nessuna protezione dagli elementi.
“In effetti ci hanno detto: ‘Qui non avete diritti’. Dopo un po’ abbiamo smesso di chiedere i diritti umani – volevamo i diritti degli animali†[...] croci rasate sul cranio o sui peli corporei [...] gli hanno slogato le braccia, lo hanno picchiato sulla gamba con una mazza da baseball, gli hanno schiacciato il naso, e gli hanno messo in bocca una pistola scarica e hanno premuto il grilletto [...] Sei prigionieri kuwaitiani hanno detto di essere stati gravemente picchiati, torturati con scosse elettriche e sodomizzati dalle forze USA in Afghanistan...
Il detenuto afgano è stato catturato in Pakistan insieme a un gruppo di altri afgani. La sua connessione con al Qaeda o il valore delle informazioni che possedeva non è mai stato accertato prima della sua morte. “Probabilmente era collegato con persone che erano collegate con al Qaeda,†ha detto un funzionario del governo americano. [...] numerosi tentativi di suicidio...
Ed ecco George W. nel 2004: “Il mondo sta meglio senza Saddam Hussein al potere. Il mondo sta meglio perché lui è in una cella carceraria. Perché abbiamo agito, le sale di tortura sono chiuse, le sale per gli stupri non esistono più. †[15]
Brian Whitman, portavoce del Dipartimento della difesa USA, 2005: “Gli Stati Uniti trattano tutti i detenuti in loro custodia con dignità e rispetto. †[16]
Andrebbe notato che la CIA fin dalla sua fondazione ha trattato gli oppositori (reali e presunti) dell’imperialismo americano con rispetto e dignità analoghi. [17] Polizia e carcere all’interno degli Stati Uniti torturano da ancora più tempo. [18]
E ora, per le buone notizie: l’amministrazione Bush, cercando di rafforzare l’appoggio per le sue procedure da corte marziale, ha telegrafato alle ambasciate USA istruzioni secondo le quali non saranno ammesse prove ottenute mediante la tortura. Ma prove ottenute mediante un trattamento considerato “crudele, inumano e degradante†devono essere accettate.[19]
George Bernard Shaw usava tre concetti per descrivere le posizioni degli individui nella Germania nazista: intelligenza, decenza, e nazismo. Sosteneva che se una persona era intelligente, e nazista, non era decente. E se era decente e nazista, non era intelligente. E se era decente e intelligente, non era nazista.
Suggerisco al lettore di fare l’ovvia sostituzione: “sostenitore di Bush†al posto di “nazistaâ€.

Quel mondo oh-tanto-prezioso in cui le parole non hanno significato
xy-oNel dicembre del 1989, due giorni dopo aver bombardato e invaso il popolo indifeso di Panama, uccidendo tot migliaia di persone, il presidente George H.W. Bush dichiarò che il suo cuore “va alle famiglie di coloro che sono morti a Panamaâ€. [20] Quando un giornalista gli chiese: “Valeva veramente la pena di mandare alla morte della gente per questo? Per avere [il leader panamense Manuel] Noriega?â€, Bush rispose: “Ogni vita umana è preziosa, eppure devo rispondere: sì, ne è valsa la pena.†[21]
Un anno dopo, preparandosi per il suo successivo crimine contro l’umanità, l’invasione dell’Iraq, Bush Sr. disse: “La gente mi dice: ‘Quante vite? Quante vite puoi sacrificare?’ Ognuna è preziosa.†[22]
Alla fine del 2006, con il figlio di Bush ora presidente, il portavoce della Casa Bianca Scott Stanzel, commentando le morti americane in Iraq che hanno raggiunto quota 3.000, ha detto che Bush “crede che ogni vita è preziosa e si addolora per ciascuna di quelle che va perduta.†[23]
Nel febbraio 2008, con i morti americani che stanno per raggiungere i 4.000, e le morti irachene a un milione o più, George W. Bush ha affermato: “Quando eleviamo i nostri cuori a Dio, siamo tutti uguali ai suoi occhi. Siamo tutti ugualmente preziosi. [...] Nella preghiera cresciamo in pietà e compassione. [...] Quando rispondiamo alla chiamata di Dio di amare un prossimo come noi stessi, entriamo in un’amicizia più profonda con il nostro simile.†[24]
Ispirati da così nobili – oserei dire preziosi – discorsi dei nostri leader, alla macchina militare americana piace assumere guerrieri di idee simili. Ecco Erik Prince, fondatore del contractor militare Blackwater, i cui dipendenti in Iraq uccidono la gente come altri schiacciano una zanzara, in una testimonianza di fronte al Congresso: “Ogni vita, americana o irachena, è preziosa.†[25]

NOTE
[1] Central Intelligence Agency, “The Perfect Storm: Planning for Negative Consequences of Invading Iraqâ€, 13 agosto 2002.
[2] Nell’agosto del 2002 il vice primo ministro iracheno Tariq Aziz disse a Dan Rather: “Non possediamo alcuna arma nucleare o biologica o chimica.â€(CBS Evening News, 20 agosto 2002) In dicembre affermò a Ted Koppel: “Il fatto è che non abbiamo armi di distruzione di massa. Non abbiamo armamenti chimici, biologici o nucleari.†(ABC Nightline, 4 dicembre 2002). Il generale Hussein Kamel, ex capo del programma armi segrete iracheno, e genero di Saddam Hussein, disse all’ONU nel 1995 che l’Iraq aveva distrutto le armi chimiche e biologiche e i missili proibiti subito dopo la guerra del Golfo. (Washington Post, 1 marzo 2003, pagina 15).
[3] Washington Post, 11 luglio 2004.
[4] Comunicato stampa del Dipartimento di stato, 24 febbraio 2001.
[5] Washington Post, 22 febbraio 2008.
[6] Associated Press, 21 febbraio 2008.
[7] The Observer, 17 ottobre e 28 novembre 199.
[8] New York Times, 25 giugno 1999.
[9] vedi nota 7.
[10] Associated Press, 15 aprile 1986, “France Confirms It Denied U.S. Jets Air Space, Says Embassy Damagedâ€.
[11] Agenzia stampa Interfax (Mosca), 2 aprile 2003.
[12] CBS News, 9 aprile 2003.
[13] Los Angeles Times, 5 maggio 2004.
[14] Washington Post, 17 aprile 2007, p. 2.
[15] Comunicato stampa della Casa Bianca, 3 maggio 2004.
[16] Associated Press, 10 febbraio 2005.
[17] Vedi i manuali pubblicati dalla CIA dagli anni ’50 agli anni ’80 su quello che chiamavano “interrogatorioâ€.
[18] Vedi William Blum, Rogue State [ed. italiana Con la scusa della libertà, marco Tropea editore], capitoli 4, 5 e 27 per esempi e fonti su quanto sopra.
[19] Washington Post, 13 febbraio 2008, p. 3.
[20] New York Times, 22 dicembre 1989, p. 17.
[21] Ibid., p. 16.
[22] Los Angeles Times, 1 dicembre 1990, p. 1.
[23] Washington Post, 1 gennaio 2007, p. 1.
[24] National Prayer Breakfast, Washington, DC, 7 febbraio 2008.
[25] Testimonianza di fronte alla House Committee on Oversight and Government Reform, 2 ottobre 2007.
venerdì, 28 marzo 2008

Perché Sarkozy ha dovuto aspettare che Lazare Ponticelli* fosse morto

Perché Sarkozy ha dovuto aspettare che Lazare Ponticelli* fosse morto
Michel Collon 18.03.2008
Traduzione dal francese per Resistenze a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

lazareponticelli
Lunedì (17 marzo), Nicolas Sarkozy ha reso omaggio a Lazare Ponticelli, ultimo soldato vivente della Grande Guerra. Perché aspettare che morisse e che non potesse più rispondere?
Perché se Ponticelli fosse arrivato in Francia ai nostri giorni, immigrato povero e senza documenti, sarebbe stato ricondotto alla frontiera tra due gendarmi. Perché Lazare Ponticelli aveva denunciato l'assurdità di questa guerra che gli avevano imposto i Sarkozy dell'epoca. "Tutti questi giovani uccisi, non posso dimenticarli. Che disgrazia!"
E il suo compagno d'armi Louis de Cazenave, morto alcune settimane prima a 110 anni, denunciava la guerra e il patriottismo come una frode per far ingoiare qualsiasi cosa: "A che serve far massacrare la gente? Tutto ciò è ingiustificabile!" Cazenave aveva anche rifiutato le esequie solenni (1).
Perché come diceva il grande autore Anatole France: "ci si immagina di morire per la patria e si muore per gli industriali".
Perchè la guerra del 14 - 18 non aveva nulla a che fare con la "difesa della patria", come si legge nei libri di scuola. Le grandi potenze si battevano per il controllo dell'acciaio e del carbone (il petrolio dell'epoca), per il controllo strategico dei balcani, per la supremazia mondiale e la sovranità sulle colonie.
I Sarkozy dell'epoca hanno fatto massacrare dieci milioni di Lazare Ponticelli per gli interessi dei Bolloré, Bouygues, Lagardère ed Albert Frère dell'epoca.
Perché i Sarkozy di oggi se ne fregano di sacrificare i Lazare Ponticelli di oggi nelle nuove guerre coloniali che si pretendono "umanitarie" della Francia, con o senza l'aiuto degli Stati Uniti.
Lunedì, Sarkozy è stato un campione assoluto di ipocrisia.

(1) Citato in Addio Lazare, di Michel Porcheron

*Lazzaro Ponticelli, nato il 7 dicembre 1897, originario di Bettola (Piacenza) residente in Francia dal 1907, scomparso il 12 marzo 2008 [Ana] [n.d.t.]
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