Sette persone uccise dai gruppi armati nel Bajo San Juan
A Sud 24 maggio 2008
Abbiamo appena ricevuto la notizia che ha invaso le nostre anime di amarezza e mancanza di speranza. Il compagno Ovidio Málaga, extragovernatore di Puerto Pisario, nel Basso San Juan, e altri cinque compagni afrocolombiani, sono stati assassinati. I corpi sono stati trovati a García Gómez, territorio collocato tra il Chocó ed il Valle.
Il governatore uscito per andare dal fratello, insieme a Rodrigo López, un afrocolombiano, non è tornato a casa. La comunità non ha informazioni su chi possano essere i responsabili. Quello di cui si è certi è della grande mobilitazione dei gruppi armati nella zona del Basso San Juan.
Ieri si ha avuto notizia dell’omicidio di altri cinque compagni afrocolombiani nella zona. Ma al momento non si conoscono i dettagli.
La fonte d’informazione dice che “questa è una zona militare, sotto il controllo delle Forze Amate”. Il municipio si trova vicino a Bahía Málaga, un megaprogetto portuario ed una grande base militare dello Stato Colombiano. A Puerto Pisario, territorio delle Comunità Nere, esiste una base militare. Nei territori indigeni e afro, dove si sono commessi i delitti, si sta progettando il passaggio di un oleodotto. Il territorio coinvolto si trova a sud del Chocó e nelle vicinanze della Valle del Cauca.
Oggi verrà riportato il corpo del leader della Madre Terra, “Nel dolore. Siamo confusi. L’omicidio di un leader indigeno costituisce la morte di un processo e di una comunità”, ha detto il portavoce di San Juan.
Di fronte a questi fatti, la comunità esige dal governo un’inchiesta che faccia luce sull’accaduto e che compia giustizia. L’importante è che l’impunità non vinca anche in questa dolorosa situazione. “Esigiamo il sostegno della ONIC, del CRIC e delle altre organizzazioni indigene e agli organismi dei diritti umani. Speriamo che non ci lascino soli visto che gli assassini e gli usurpatori contano sul silenzio”.
L’Associazione dei Capi Indigeni del Nord del Cauca, rifiuta con forza questo crimine che compie per l’ennesima volta l’aggressione sistematica contro i popoli indigeni e afrocolombiani. Ci addolora e ci preoccupa la situazione di questi popoli che non hanno commesso nessun reato e che si oppongono alla guerra e difendono la vita. La questione principale è che questa gente vive nei territori di grosso d’interesse economico. Ed è per questo che li uccidono e li terrorizzano, come è successo in tutto il territorio nazionale. Ci uniamo all’esigenza e alla richiesta di solidarietà e sostegno attivo. Invitiamo il movimento indigeno ed afrocolombiano e tutte le organizzazioni sociali e popolari in Colombia, di appoggiare la comunità di San Juan in questo momento doloroso.
Ci facciamo eco delle parole del portavoce Wounann il quale, nel dolore ha manifestato: “siamo pacifici, sappiamo perché abbiamo il territorio”.
Sappiamo che abbiamo il territorio per la pace e la vita e dobbiamo unirci per impedire che chi vuole sfruttarlo, uccidano ed espellano le nostre sorelle e fratelli.
Staremo attenti. Per adesso ci uniamo nel dolore e nella tristezza e chiediamo di seminare di vita e solidarietà la terra irrigata dal sangue innocente ed esigiamo giustizia. I colpevoli devono essere scoperti e rispondere per le loro colpe.
ASSOCIAZIONE DEI CAPI INDIGENI DEL NORD DEL CAUCA. ACIN (CXAB WALA KIWE)
Il governo canadese e la chiesa non sono mai usciti allo scoperto né ammesso quello che hanno fatto, con l'uccisione di milioni di persone «Unrepentant: Kevin Annett e il genocidio del Canada», un documentario di 105 minuti a firma di Louie Lawless, che racconta gli abusi avvenuti durante il dopoguerra nelle «scuole residenziali» su centinaia di migliaia di aborigeni
«È necessario che il mondo sappia quello che è successo». Con queste parole, pronunciate tra le lacrime da una nativa canadese, si apre Unrepentant: Kevin Annett e il genocidio del Canada, documentario di 105 minuti a firma di Louie Lawless, veterano di Hollywood e residente a Vancouver Island. Il documentario racconta i raccapriccianti abusi subiti dai nativi canadesi nella seconda metà del XX secolo, nelle cosiddette «scuole residenziali», dove in centinaia di migliaia di aborigeni sono stati rinchiusi, dopo essere stati rapiti alle famiglie, e costretti a parlare solo inglese, a dimenticare la propria cultura e a professare la religione cristiana e cattolica. Qui avrebbero subito violenze fisiche e sessuali, elettroshock, sterilizzazioni e, in molti casi, la morte.
È stato il regista a contattare Kevin Annett, con cui ha scritto e prodotto il documentario. Insieme hanno poi deciso che Annett avrebbe fatto parte integrante del film, per fare identificare meglio i canadesi. Si tratta di un documentario low budget, dal costo inferiore ai 2000 dollari, ricchissimo di testimonianze, realizzato in un anno e mezzo con montaggio al computer. Racconta la storia di Kevin Annett, cacciato dalla United Church di cui era ministro e lasciato dalla moglie dopo aver perso il lavoro, per aver sostenuto la causa degli indiani nativi del Canada. L'ex reverendo, autore del libro Hidden from History: The Canadian Holocaust (Nascosto dalla storia: l'olocausto canadese) e diversi sopravvissuti tra i nativi, raccontano gli abusi subiti fino alla chiusura di queste scuole, cominciata nel 1969 e finita solo all'inizio degli anni Novanta. Secondo Annett, la responsabilità è del governo e della chiesa, compresa quella cattolica, che non hanno mai ammesso finora pubblicamente quello che è successo. Il film ha ricevuto numerosi premi, al New York Independent Film and Video Festival nel 2006 e come miglior documentario al Los Angeles Independent Film Festival nel marzo 2007, circola su internet ed è stato distribuito in dvd.
Nei giorni scorsi, il primo ministro canadese Stephen Harper ha annunciato che farà le scuse ufficiali del governo ai nativi il prossimo 11 giugno, nell'ambito del suo discorso dal trono, che si fa in Canada ogni anno per la chiusura dell'anno parlamentare. Dallo scorso settembre, quasi 2 miliardi di dollari sono stati già distribuiti a oltre 64mila nativi sopravvissuti agli abusi. Hanno chiesto il compenso in oltre 92mila, rivendicando di aver subito danni mostruosi in una delle 132 scuole residenziali aperte in Canada nel secolo scorso. Le scuse dovrebbero seguire la creazione di una Commissione per la Verità e la Riconciliazione, che verrà inaugurata il 1 giugno.
Tutto questo è avvenuto a quasi due anni dalla produzione del film, in cui Annett parla di genocidio e di olocausto. «Nella storia non si ricorda niente del genere - afferma l'autore, originario della provincia canadese dell'Alberta, raggiunto telefonicamente nella sua abitazione di Vancouver, in British Columbia - solo nella West Cost canadese c'erano 2 milioni circa di nativi, ne sono stati uccisi tra il 95 e il 99 percento. In tutto il Nordamerica ne sono morti circa 10 milioni, una cifra inaudita, oggi sono solo 20mila i nativi rimasti».
A febbraio Kevin Annett e la sua organizzazione, Hidden from History hanno spedito una lettera a papa Benedetto XVI, chiedendo aiuto per identificare dove siano stati sepolti migliaia di bambini. «Secondo noi - sostiene Annett - la chiesa cattolica dovrebbe avere le documentazioni dei luoghi di sepoltura. Ma ancora non abbiamo ricevuto nessuna risposta. Anche per questo voglio venire in Italia».
Annett sarà a Roma a settembre, sostiene, dove vuole anche tenere una veglia di fronte al Vaticano in memoria dei bambini morti nelle scuole indiane cattoliche in Canada. Di lui, Noam Chomsky ha detto che merita il premio Nobel per la pace più di molti tra coloro che lo hanno ricevuto in passato.
Mister Annett, per sostenere questa causa, lei è stato licenziato dal suo posto come ministro di Dio nella United Church, che nel film racconta ha offerto a sua moglie di pagarle il divorzio, quindi ha perso anche la sua famiglia, perché lo ha fatto?
All'inizio è stato un dovere, perché ero un ministro di Dio. Poi una cosa ha portato all'altra e mi sono reso conto che il problema diventava di sempre maggiore portata e più urgente. Ho assistito a numerosi funerali di persone che si erano uccise per quello che era successo. Volevo trovare un modo per aiutare i sopravvissuti e le loro famiglie. Il fatto che ho perso la mia famiglia mi ha aiutato a capire di più la loro situazione, cosa era accaduto e come per loro non fosse più possibile avere una vita «normale».
Di cosa si occupa ora?
Faccio molto lavoro nella comunità, consulenze ai nativi, parlo pubblicamente del problema e organizzo workshop nelle scuole per aiutare queste persone a guarire dalle terribili ferite fisiche e morali che hanno subito, faccio ricerche, aiuto come posso, per tutto il Canada. Sto anche lavorando a un altro libro e a un nuovo documentario, entrambi proseguimento dei primi. Saranno sulle condizioni di oggi nel mondo dei nativi. Perché il tasso di morte è ancora molto alto. Circa 500 donne sono scomparse negli ultimi 15 anni a Vancouver e in tutta la BC, quasi tutte native.
Cosa ne pensa delle scuse del primo ministro Harper ai nativi? E del denaro pagato loro come compenso per i danni subiti?
Non è abbastanza. È come dire, non volevamo farlo, non abbiamo colpa. Se veramente il governo e la chiesa volessero fare qualcosa, avrebbero aperto un'inchiesta e individuato cosa sia veramente successo. Gli indennizzi economici che sono stati dati non sono serviti a niente. Molti di quelli che li hanno ricevuti li hanno spesi in droga e alcol, i problemi più diffusi tra le First Nations. E sono morti persino prima. Il governo canadese e la chiesa non sono mai usciti allo scoperto per ammettere veramente quello che hanno fatto.
Che dovrebbero fare chiesa e governo, secondo lei?
Prima di tutto dovrebbero non solo riconoscere che c'è stato un crimine, ma anche aprire un'inchiesta seria. Perché questo dovrebbe essere considerato diversamente da altri crimini? Trattano il problema come se qualcun altro fosse colpevole, non loro. Noi aspettiamo che le Nazioni Unite prendano una posizione, cosa che non è ancora accaduta. Abbiamo mandato materiale e informazioni già dieci anni fa, comprese prove della sterilizzazione delle donne e delle morti, ma non hanno fatto niente.
Se potesse tornare indietro o se la United Church la riaccettasse, tornerebbe con loro?
No, perché non vorrei essere associato con una chiesa che non solo ha fatto tutto questo, ma neanche lo vuole confessare e ha continuato a negare e a seppellire la verità per tutti questi anni.
Perché lo hanno fatto, secondo lei?
Per prendersi la terra. Il governo voleva occupare il Paese e controllare chi già si trovava qui.
Che potrebbero fare oggi i nativi per recuperare la loro identità e la loro cultura?
È un'operazione molto, molto difficile. La percentuale di morti tra gli indiani è 15 volte più alta dei canadesi non aborigeni. Inoltre, c'è una grande pressione per imparare l'inglese e integrarsi.
Cosa ne pensa del fatto che il film verrà visto in Italia?
Di recente un paio di persone nel Parlamento europeo hanno sollevato il problema, a quanto mi è stato riferito. È incoraggiante. Ad agosto e settembre io sarò in Europa e parlerò del film. A settembre sarò in Italia, Inghilterra sicuramente.
Ha paura per la sua vita?
A volte. Può succedere. Ma penso che più parlo pubblicamente e più mi espongo e meno rischi corro. Io non ho paura.
Daniela Sanzone ilmanifesto.it 29.05.08
Io non porto tatuaggi, né grandi nè piccoli. Neanche quello del Che. E sì che mi piace molto l'icona ricavata dalla celeberrima foto di Alberto Korda.
E non piace solo a me. Diversi anni fa il Fronte della Gioventù tappezzò Roma con immagini del Che, che in qualche modo era diventato uno di loro. Insieme a Maurizio Gasparri e Ignazio La Russa.
Ieri il Che ha avuto in Italia un nuovo momento di gloria. Credo che non ci sia quotidiano che oggi non esibisca l'avambraccio di Dario Chianelli, il capataz del raid squadrista del Pigneto, con tanto di tatuaggio del Che.
Ci si è affrettati a dire che contrariamente alle aspettative Chianelli è di sinistra, nonostante lui stesso abbia detto di non essere né di destra nè di sinistra, e di non essersi mai occupato di politica. Si era fatto tatuare il Che sull'avambraccio, questo si.
Ma non è stata un'aggressione a sfondo razzista, no. A parità di condizioni il raid sarebbe stato compiuto ugualmente anche contro un concessionario di BMW dalla pelle bianchissima, o del direttore di un albergo a cinque stelle. Come no? E' stato solo un caso che di mezzo ci sono andati degli immigrati.
L'avvocato si affretta a dichiarare: "Abbiamo avuto un colloquio corretto con gli investigatori della Digos ed e' stata chiarita la posizione di Chianelli, non si e' trattato di alcun episodio di razzismo e questo e' importante sia per tutto il quartiere che per i familiari del mio assistito".
Questo è molto importante, dato che con i precedenti di Chianelli, se si aggiunge l'aggravante dell'odio razziale stavolta buttano via le chiavi della cella. L'avvocato deve essere stato molto chiaro a questo riguardo con il suo cliente prima che questi si costituisse.
Nessun raid a sfondo razzista, solo una questione personale. Complicata tutt'al più dall'intervento improvvido e del tutto casuale al momento dell'aggressione di un manipolo di ignoti squadristi. Passavano di lì mentre andavano per i fatti loro.
Niente razzismo, assolutamente.
Tutto sommato non è successo niente.
Gianluca Bifolchi Achtung Banditen 30.05.08
Massimo Mazzucco Luogocomune 28/5/2008
Nella nostra società, il lavaggio collettivo della coscienza è un fenomeno tanto ricorrente quanto inevitabile: per ogni crimine che la società commette, in modo più o meno cosciente, c’è sempre un momento in cui la Storia ritorna per presentare il conto. E per quanto lo si sia riuscito a negare inizialmente, prima o poi quel crimine deve essere riconosciuto da tutti come tale, se lo si vuole davvero superare e mettere per sempre alle spalle.
Il problema sorge nel momento in cui, invece di affrontare, rivalutare, ed eventualmente espiare quella colpa con i giusti parametri, si crede di liberarsene con un semplice discorso di circostanza, un’anonima cerimonia cittadina, o al massimo la costruzione di un qualche monumento “alla memoria” delle vittime.
E purtroppo, nel mondo dell’informazione rapida e globale, questo accade sempre più spesso: è appena successo con Ratzinger, che ha creduto di liberarsi dei fantasmi della pedofilia clericale accennandovi – in modo nemmeno tanto contrito, oltretutto - nel suo recente viaggio in USA, ed è successo ieri con la Germania, che evidentemente si è illusa di cancellare la macchia di certe persecuzioni naziste con un “monumento in onore delle migliaia di omosessuali perseguitati dai nazisti fra il 1933 e il 1945”.
Naturalmente questa operazione solleva più problemi di quanti ne volesse mai risolvere. Prima di tutto, non si comprende perchè vada onorata la memoria degli omosessuali perseguitati e uccisi durante il nazismo ma non, ad esempio, quella dei Rom che fecero la stessa fine sotto lo stesso regime.
Il fatto poi che l’operazione sia stata sponsorizzata dal sindaco gay di Berlino, Klaus Wowereit, ne riduce ulteriormente la valenza storica. (Se per caso non fosse stato gay, il "pentimento" non ci sarebbe stato?)
A rendere ancora più risibile l’intera operazione, ci viene spiegato che “il memoriale consiste di un monumento di cemento [nella foto del titolo], con una finestra da cui si possono vedere due uomini che si baciano”.
Ovvero, si vorrebbe riconoscere l’ingiustizia con cui è stato negato agli omosessuali il diritto di comportarsi come credono, amandosi apertamente fra di loro, ma invece di mostrarli nel farlo finalmente in modo aperto e legittimo, li si può vedere solo “attraverso una finestra” che ricorda fin troppo da vicino quelle dei Sex-Shop del Quartiere a Luci Rosse di Amburgo.
Roba da prendere in mano il dizionario e riscrivere daccapo la definizione di “ipocrisia”.
Forse coscienti, loro stesse, della inadeguatezza del gesto, le autorità tedesche si sono premurate di far sapere che “il monumento è costato ben 600.000 Euro”. Peggio la toppa del buso, quindi, nuovamente: visto che gli omosessuali perseguitati o uccisi dal nazismo sono stati circa 55.000, fanno poco più di 10 euro per ogni omosessuale. Non era meglio insultarli direttamente uno per uno, a questo punto?
E poi, quanto ci vorrà prima che qualcuno si domandi quanti soldi hanno ricevuto mediamente gli ebrei, come risarcimento per i danni subiti durante il nazismo? E che cosa diranno invece i Rom, quando magari un giorno si vedessero “onorati” con un monumento che li valuta solo 5 euro ciascuno?
E’ chiaro che nel momento stesso in cui si mette una qualunque somma di denaro, non importa se grande o piccola, al posto del vero processo di catarsi collettiva, si introduce una graduatoria fra le minoranze che paradossalmente finirà per replicare, nel tempo, le stesse differenze che già costarono loro le persecuzioni in primo luogo.
Tutto questo per non parlare della cosiddetta “Pink Swastika”, ovvero del fatto che il nazismo stesso ebbe origine nel noto gruppo di omosessuali di Monaco che frequentavano il Bratwurstgloeckl, il gay bar fra cui si notavano già da allora personaggi come Adolf Hitler, Ernst Roehm, Rudolf Hess, Joseph Goebbles ed Hermann Goering. Ma questo naturalmente è un altro discorso ancora.
Fonte BBC
Il libro completo “The Pink Swastika”
Nella Germania guglielmina, militarismo e omosessualità andavano a braccetto. Agli inizi del '900, un generale morì in tutù, in mezzo ai suoi 'commilitoni'. Almeno a quanto ho potuto leggere in una biografia dei Krupp.
L'omosessualità era diffusa, praticata e accettata (e non era mica considerata una pratica spirituale e casta, come suggerisce qualcuno, tutt'altro!)
Roehm era notoriamente, nel suo ambiente, conosciuto per quel che era; fatto sta che doveva essere liquidato non perchè 'gaio', ma perchè così volevano gli junker, i generali, i magnati dell'industria e delle banche, e le banche internazionali angloamericane; che dopo anni di rifuti, concedettero crediti e prestiti a Hitler, subito dopo la sua elezione.
Condizione per questi sostegni: eliminazione del KPD, in continua ascesa (18% dei voti nel novembre 1932) e emarginazione delle correnti di 'sinistra' del NSDAP o della sinistra nazionalista (Fratelli Strasser, tendenze 'nazionalbolsceviche', lo stesso Roehm). Difatti le SA erano costituite da piccoli borghesi, operai, disoccupati, ecc. Tutta gente che voleva una sistemazione (garanzie sociali, protezionismo, investimenti nell'industria leggera, controllo delle banche, sostituzione dell'esercito con le milizie di partito), e tutto ciò avrebbe portato a creare uno stato a tutt'altro dedito, che non alle avventure belliche.
Ma la guerra produce affari e viceversa, l'investimento nell'industria pesante permetteva di assorbire rapidamente maggiori quote di disoccupati (keynesimo militare) e faceva contenti i magnati industrial-bancari che vedevano profilarsi copiosi profitti.
Perciò, oggi difficilmente vedremo monumenti dedicati a operai, comunisti, e zingari vitttime del nazismo, poco politically correct, e più facilmente monumenti, assai più politically correct, dedicati a israeliti e omosessuali... in questi due casi, i ricchi abbondano...
Alessandro
COMUNICATO UFFICIALE
28 Maggio 2008
A seguito della drammatica situazione venutasi a creare in Cina e delle disperate condizioni in cui versa la popolazione colpita dal terremoto che si è abbattuto sulla regione dello Sichuan, il Consolato Generale della Repubblica Popolare di Cina in Milano, nella persona del Console Generale Dott. Zhang Limin, ha aperto un conto corrente specificamente dedicato per chiunque voglia fare una donazione e dare, così, il proprio contributo all'acquisto di medicinali, generi di prima necessità e, soprattutto, tende da campo.
Consolato Generale Repubblica Popolare Cinese
Via Benaco 4 - Milano.
Nella speranza che il maggior numero numero di persone possibile aderisca all'iniziativa, Vi preghiamo di voler fare anche solo una piccola offerta e di voler contribuire a diffondere questo messaggio e le coordinate bancarie relative al conto corrente.
Intestatario: Consolato Generale Cinese a Milano - Conto Speciale per Donazione Sichuan
Bank of China
Via S. Margherita 14/16 Milano
C/C 140581 0200 08
IBAN IT 27 T 03093 01600 140581 0200 08
SWIFT BKCHITMMXXX
CIN T
ABI 03093
CAB 01600
Vi ringraziamo sentitamente per la Vostra preziosa collaborazione.
Da lunedì prossimo entreranno in vigore in tutta Europa controlli restrittivi sui servizi offerti ai consumatori. Le nuove norme sono contenute in una direttiva dell'Unione europea ed equiparano per la prima volta le religioni e i ministri del culto a cartomanti, chiromanti, chiaroveggenti, astrologi, medium, commessi viaggiatori, piazzisti e venditori ambulanti. Lo scopo è impedire che il pubblico possa essere raggirato o confuso da pratiche commerciali scorrette.
In base a queste regole, per esempio, «i vescovi dovranno dire ai fedeli che ciò che offrono è solo una forma di intrattenimento, non provata scientificamente». Ciò significa, spiega il Times di Londra, che all'ingresso dei luoghi di culto dovranno essere affissi cartelli per avvertire i potenziali fedeli di non prendere la religione troppo sul serio. Avvertimenti analoghi dovranno comparire su pubblicazioni religiose e siti Internet, nonché su depliant e pubblicità in favore dell'8 per mille. I violatori rischiano una multa fino a un milione di euro se il caso finisce davanti a un tribunale civile, e fino a due anni di prigione per i casi recidivi dibattuti in sede penale. La direttiva minaccia di scatenare polemiche furiose da parte dei religiosi che non si sentono dei millantatori, per non parlare dei milioni di persone che pregano quotidianamente o si fidano più del Papa che della scienza medica.
«Chiederci di esporre cartelli che avvertano il pubblico che ciò che diciamo non è scientifico è contrario alla nostra fede! - protesta, con l'adrenalina che le cola dal naso, Penelope Pitstop, portavoce della Chiesa Anglicana Riformata e Accettata - E trasmette ai fedeli l'idea falsa che non crediamo in quello che diciamo! La religione usa un linguaggio simbolico. Ricevo lettere da filosofi, scrittori, professori universitari, tutti affascinati dalla religione. La religione funziona!». Dice al Times un sacerdote cattolico, Peter Paper, sorbendo un moscatello frizzante pigiato da grappoli abortiti: «Regolamentare una simile materia è come pretendere di poter imporre regole a Dio».
Il modo in cui verrà fatta rispettare la nuova normativa, peraltro, non è ancora chiaro. Commenta l'avvocato Heinz Felfe, dello studio legale David, Foster, Wallace & Gromit di Londra: «Le nuove direttive spingono verso la criminalizzazione di azioni che in passato sfuggivano a una censura legale. Non è colpa della religione se dietro questa pratica antica, nata agli albori dell'umanità, sono fiorite tutta una serie di attività che hanno più a che fare col plagio a fini di lucro che con la fede. E poi chi l'ha detto che c'è verità solo nel positivismo? Mettiamolo alla scienza il cartello che può essere una truffa, la scienza che asservita al tecnologico e all'economico sta distruggendo il pianeta. O tutti o nessuno».
Di parere diverso Alma Roodedraat, la scienziata olandese che da sempre si batte contro i raggiri a base di irrazionale: «Un cartello per avvertire che le religioni non sono cose serie? Mi sembra giusto. La gente va tutelata, c'è una responsabilità diffusa. Per esempio i telegiornali in Italia danno spesso notizia delle gesta del Papa. In questo modo si fa credere allo spettatore che nella religione ci sia qualcosa di fondato. La verità è che gli interessi economici in gioco sono enormi. A New York, qualche mese fa, la Chiesa cattolica ha costretto una galleria d'arte a chiudere una mostra in cui era esposto un Gesù di cioccolata. L'arcivescovo di New York ha detto: 'È oltraggioso fare Gesù con del cibo!' E le ostie allora? I cattolici in tutto il mondo mangiano ostie. La Chiesa vuole il monopolio degli snack?».
Daniele Luttazzi il Manifesto 28.05.08
Sharon Stone prende la sua posizione sul Tibet....I Gujjari chiedono iscrizione in Schedule Tribe
(ANSA) - NEW DELHI, 24 MAG - Almeno dieci persone sono state uccise in scontri fra polizia e appartenenti a una tribù durante una protesta nel Rajasthan. La tribu' dei Gujjari manifesta per ottenere l'iscrizione nella Schedule Tribe, l'elenco governativo di caste e tribù registrate dal governo alle quali sono destinate sovvenzioni, aiuti e riserva di posti governativi. La polizia ha aperto il fuoco sulla folla che ha dato alle fiamme la stazione di polizia di Sikendra, in risposta agli scontri di ieri.
Ecco, se questo fatto fosse accaduto in Cina, tutti gli stronzetti/e che ululano per la ‘democrazia’ in Tibet (ben inteso, democrazia lamaista…), non avrebbero perso tempo a sfogare i propri sentimenti razzisti anticinesi, che per cortesia politica, ‘à la Veltroni’, camuffano da ‘indignazione verso la feroce dittatura stalinista/capitalista/nazionalista della Cina’.
Ma siccome la repressione sanguinaria è accaduta per mano dello stesso governo che coccola (assieme all’Asse del Male CIA/Pentagono/Hollywood/ONG) la setta del dalailama, sicuramente i petomani pro-‘tibet libero’ non avranno nulla da eccepire al riguardo.
Due pesi e due misure, repressioni buone e repressioni cattive, a seconda di chi fa antipatia; come insegnano i nipotini di Himmler, in gramaglie arancioni…
Alessandro
La morte di Manuel Marulanda, che diede vita e organizzò le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc) negli anni 60, è il più duro colpo per il più anziano movimento ribelle dell'America Latina, già indebolito dagli attacchi dell'esercito.
Le Farc hanno poi confermato la morte del loro fondatore per un attacco di cuore avvenuta a marzo, secondo quel che risulta da un video trasmesso dal canale televisivo venezuelano Telesur.
Si erano già sparse altre volte notizie sulla morte o la malattia di Marulada, ma non erano mai state confermate. Marulanda aveva più di 70 anni e non è mai più stato visto in pubblico dai colloqui di pace falliti più di cinque anni fa.

Il Viale Zoran Djindjic a Belgrado, nella giornata odierna, è stato tappezzato lungo tutto il percorso con locandine con la dicitura: "Via Slobodan Milosevic". L'associazione "Iniziativa giovanile del Comune di Rakovica (Belgrado)" ha rivendicato l'azione svolta a Nuova Belgrado e Rakovica nell'ambito della campagna "Riabilitazione di Slobodan Milosevic".




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