Aurora

Sito d'Informazione Internazionalista
domenica, 29 giugno 2008

Finis Italiae: Emilia-Romagna - Una generazione che ha smesso di sognare

Benvenuti nel Paradiso della Sinistra- Alessandro

Giornate da precari, notti in discoteca. Viaggio da Bologna alla Riviera, alla scoperta di una generazione che ha smesso di sognare

Una colonna di taxi bianchi, al "Marano", aspetta impaziente. Attorno, seminata tra la sabbia nocciola e l'asfalto nero, una distesa di auto spente, con le luci rosse accese. L' alba è tramontata. Oltre il fiume che separa Rimini da Riccione, il mare riprende impercettibilmente a muoversi. I buttafuori sprangano i nuovi disco-bar e le vecchie discoteche. La nottata partorisce genitori esausti e impauriti. Passano in pigiama, o mandano, a ritirare i figli. Vivi: l' unico dovere settimanale, chiusi l' "Opera" e il "Cocoricò", è compiuto. Nessuno fiata. «Vuoi un consiglio per capire come stiamo? Lascia perdere».
Laura Vittori ha 18 anni e indossa una canottiera gialla con la scritta «Chiedimi se sono felice». Un ragazzo, steso accanto sul marciapiede, invia gli ultimi sms: «Brioche al 47». Laurea in giurisprudenza, master, attende il dottorato a Urbino. Il call center, 400 euro al mese, lo ha licenziato: troppo qualificato. I bagni, sull' Adriatico, servono le colazioni nella stanchezza, profonda stanchezza di ognuno, dell'aurora ventosa. Solo nel silenzio della notte, quando l' universo degli adulti scompare nelle percussioni, possono i giovani accendere il loro fuoco. Un' energia misteriosa, tra Emilia e Romagna, trascina qui da tutta Italia la folla della vita quotidiana sempre connessa online.
«Verifichiamo - dice Sabina Boari - com' è tutto in realtà». Lo scontro estremo e sotterraneo che dissangua il Paese, si consuma in questo buio. è la lotta di un popolo svuotato, spaventosamente invecchiato che combatte contro la drammatica, residua adolescenza che potrebbe cambiarlo. «I giovani - dice a Bologna Andrea Cammelli, direttore di AlmaLaurea - sono una specie in via di estinzione e pure spietatamente attaccata. Il nostro Paese non bada più a loro. La politica si riempie la bocca di gioventù, capitale umano, merito, ricerca, innovazione, competitività, futuro. Fa come i liceali con la ragazza: parlano tanto di ciò che manca».
A 40 anni dal Sessantotto, nella culla della contestazione, nella capitale studentesca del continente e nel paradiso dei divertimenti, la generazione che voleva cambiare il mondo scopre di non avere figli, né nipoti. I grandi movimenti di protesta, esplosi nelle università, sono ridotti a piccole proteste in movimento, consumate nei pub. Il sacrificio dei giovani è compiuto. L' Italia, per adolescenti e istruzione, è l' ultimo gradino della scala europea.
Dal 1988 i ragazzi tra i 19 e i 24 anni sono calati del 42%. Solo un italiano su sei ha meno di trent' anni. Nessuno, nemmeno un genio privo di mezzi, può studiare gratis. Lo Stato, per ogni studente, spende un quinto di quanto si investe nella Ue: 12 mila euro all' anno in meno rispetto agli Usa. I dirigenti laureati sono il 20%. Gli under 35 al potere lo 0,1%: in Germania sono il 14%, in Cina il 29. Solo 18 italiani su cento, prima dei 50 anni, raggiungono posizioni di responsabilità. Tre giovani su dieci, a un anno dalla fine degli studi, hanno un lavoro. Di questi, tre su quattro sono precari. A un anno dalla laurea, lo stipendio medio è di 993 euro netti al mese: 1342 dopo cinque anni, 1424 dopo dieci. La metà dello stipendio di un neolaureato europeo.
«I nostri studenti - dice il sociologo Marzio Barbagli - non sono mammoni, o bamboccioni. Sono attenti, interessati al mondo: se potessero, fuggirebbero da case vuote e famiglie distrutte». Una tragedia nazionale, sommersa e sistematicamente nascosta: l' eliminazione culturale dei giovani, oltre che dal futuro, dal presente della società. A Bologna, in piazza Verdi, con un caffè al mese gli universitari possono studiare insieme sui tavolini. Nella Nutelleria all'angolo di via Righi, i liceali cenano con 2 euro. «In Italia soltanto il mercato - sostiene Umberto Galimberti - si interessa ai teenager. Però sono costretti a consumare non solo gli oggetti, presto obsoleti, ma la vita: che non offre un futuro capace di promesse».
Carlo Garreffa, 21 anni di Forlì, per diventare magistrato la sera pulisce uffici nel quartiere Masini. «Ogni volta - dice - si conclude che sui giovani non si può generalizzare e che l'adolescenza è da sempre un' età di sofferenza interiore. Non si vede che una crisi nuova ha corroso le vecchie giustificazioni. Stiamo male tutti, non qualcuno. Le adolescenze non iniziano a 13 anni e finiscono a 24: ormai sono illimitate, mostruosamente spinte prima degli 8 anni e oltre i 40».
Si scopre così che dal 1998 i minorenni che delinquono (italianissimi, non d'importazione) sono aumentati del 38%: 52875 reati, nel 2007. Il 96% degli under 34 passa oltre quattro ore al giorno davanti alla tivù. Il 98% trascorre il tempo libero a chattare in internet con amici e sconosciuti. Il 51% fa uso di droghe, il 46% abusa regolarmente di superalcolici. Due alunni su dieci, alle medie, si sballano almeno una volta alla settimana. Gli universitari di Bologna bevono in media 6 bicchieri di birra al giorno. I primi rapporti sessuali sono anticipati a 12 anni.
«Il problema - dice Ivana Summa, preside del liceo Minghetti - non sono i ragazzi, ma le condizioni di vita in cui sono costretti a vivere. Pur di non restare soli in appartamenti deserti, in attesa di silenzi e liti tra i genitori, mi hanno chiesto di tenere aperta la scuola fino alla sera. Le famiglie, per giustificare la propria assenza, difendono figli che non conoscono regole. Sotto un velo di spensieratezza cova un mare di disperazione, a cui sono esposti fin da bambini e ogni classe sociale».
Bologna, l'Emilia e la Romagna, laboratorio d'avanguardia a livello mondiale per l' attenzione ai giovani, non sfuggono all' indifferenza che soffoca gli adolescenti. Nel capoluogo, 70 mila studenti su 350 mila abitanti, i quartieri attorno all' ateneo sono popolati per un 43% di universitari. In tre anni gli episodi di "vandalismo grave", nella regione, sono aumentati del 62%. Aggressioni e pestaggi, contro immigrati e anziani, crescono del 39%.
«Invece di criminalizzarci nei convegni e sui giornali - dice Marco Mazzoni, 23 anni, fondatore del mensile studentesco «BLOGmag» - gli adulti dovrebbero ascoltarci e rispettarci. Discutono sempre del loro universo fondato sui soldi e non accettano il nostro mondo costruito sull' amicizia». La pubblicazione, gratuita e scritta dagli studenti, è un caso clamoroso. Nata tre anni fa dalla fusione tra giornalini di classe, diffonde mezzo milione di copie nelle scuole di tutta Italia (oltre due milioni di lettori) e ha 27 edizioni locali. Gli argomenti, attraverso votazioni on-line, sono scelti dai ragazzi. «Se sentiamo puzza di bruciato - dice Laura Bartolussi di San Lazzaro - cancelliamo il file. Adulti senza morale, profi con l' alito che puzza, pretendono di fare prediche mentre discutono con il commercialista di come non pagare le tasse. Solo tra noi possiamo parlare di cose importanti: la compagna uccisa dall' anoressia, i fidanzati morti in motorino per la fretta di incontrarsi, il sedicenne scappato di casa con la pagella impresentabile, la cugina che decide di vivere in una missione, il fratello più carismatico suicida dopo l' arresto per qualche pasticca».
 La diffusione dell'estraneità, la rabbia e il disprezzo, giustificherebbero la prima rivoluzione generazionale del Duemila. Ma invece di ribellarsi, i giovani, ormai se ne fregano. «Nessuno si è accorto - dice Lara Grossi, barista di Cesenatico - che sulla rete siamo in piazza tutti i giorni. Quando torniamo dall' estero, dove i giovani sono ormai protagonisti delle scelte, spaccheremmo la faccia a tutti. Il sistema italiano, senza saperlo, è già crollato nei nostri blog. Qualcuno li legge? Voi parlate dell' ostia ai divorziati, noi dello choc per i compagni più importanti della vita che, finita la scuola, in pochi giorni, si perdono per sempre».
Un solco invalicabile, scavato non solo dalla velocità tecnologica. Il caso del tema di maturità, segnato dall' errore su Montale, è esemplare. Adulti disperati ed epurazioni ministeriali. Adolescenti interessati, invano, a capire la differenza sessuale di una dedica. Esibizionismo retorico contro ricerca di identità. Una terribile, pubblica confessione: l'Italia non è un paese per giovani. «La tragedia - dice a Modena Ernesto Caffo, presidente di Telefono Azzurro - è non riconoscere che sono loro i grandi aggrediti del presente, il vero soggetto a rischio del Paese. Sono violentati dalla famiglia, dai media, dalle aziende. Un processo fuori controllo. La crisi dei figli è quella che sconvolge i padri. La casa è il nuovo fronte di una guerra spietata, detonatore di tutte le incompiutezze. Dobbiamo prendere atto che è esplosa una progressiva, impressionante, violenza fisica e mentale».
L'allarme dell' Oms è chiaro: in Italia, da sette anni, la depressione dilaga anche nei bambini. Otto under 29 su dieci ricorrono a psicofarmaci e droga. Secondo le ricerche, «non vedono la possibilità di un futuro»: istruzione per ricchi, anni per trovare un lavoro, precarietà occupazionale, stipendi prossimi alla soglia di povertà, mutui usurai, impossibilità di avere una casa, emarginazione sociale, relazioni personali fragili. «Ci si occupa di intercettazioni - dice Nicola Torri, 24 anni, chimico di Rimini - di impunità del potere e di federalismo fiscale. Parlamento e sindacati dimenticano che quando potremo pensare al matrimonio e a una famiglia, sarà troppo tardi».
Perché una società vecchia, ancora organizzata per un mercato interno, ma consegnata anche economicamente nelle mani dei giovani, investe così poco sulla sua unica risorsa aperta alla globalità? A Ravenna, nelle scuole, si chiedono banchi, computer, docenti aggiornati e fissi. AlmaLaurea, a Bologna, ricorda che nove aziende italiane su dieci non conoscono nemmeno la differenza tra laurea breve e lunga: e che la riforma ha fatto precipitare i soggiorni "Erasmus" all'estero.
L'Emilia Romagna resta un gioiello dell'istruzione pubblica, l'85% dei giovani dichiarano di essere «soddisfatti». Un record. Se il sistema vacilla anche qui, significa che nel resto del Paese affonda. «I giovani - sostiene Alessandro Cavalli dello Iard - non sono più i protagonisti del cambiamento. Sono sul banco degli imputati, giocano da soli, ma il vero problema è il colossale spreco di talenti. Non va sottovalutato che la maggioranza della popolazione giovanile italiana dichiara il proprio disgusto per la politica. Si può temere che le basi su cui poggia la democrazia non siano più così solide».
Sulla costa adriatica, per i ragazzi, le istituzioni sono le forze dell' ordine. Etilometri, perquisizioni, sequestri. La notte tra sabato e domenica i posti di blocco ricordano quelli di un Caucaso in guerra. Tra la "Duna degli Orsi" a Marina di Ravenna, il "Papete" di Milano Marittima, il "Rock Island" di Rimini e l' "Echos" di Riccione, sono schierati centinaia di agenti. Un Paese senza famiglie dato in appalto alla polizia.
«Gli adolescenti - dice lo psichiatra Vittorino Andreoli - non percepiscono più il futuro, ostaggio degli adulti. Espropriati del desiderio, sono senza speranza. E' drammatico. Essendo dei "nessuno", mascherano il dolore con la violenza, per passare dall' esclusione del banale all' identità dell' eroe. Non si piacciono fisicamente, non si accettano psicologicamente. L' estetica ha sostituito l' ideologia. Non resta che la fuga nella diversità, confusa con la possibilità di un cambiamento: droga e alcol sono il rifiuto di se stessi. Senza il coraggio di rifondare il significato di educazione, stiamo scrivendo una storia italiana nuova e disastrosa».
Al "Santafè" di Cesenatico, preferito perché si può sedere o ballare gratis, Alessio Reno e Lara Calvisi sono al settimo cocktail. Bevono tanto «solo perché così ci si diverte di più». Impossibile fendere la ressa, sudata, aggredita dalle zanzare e in realtà pressoché immobile. Una ragazza-sandwich, seriamente larga, esibisce il consiglio: «Astenersi incompetenti e perditempo». Si ride molto e «si parla così senza pensarci».
L' impressione è che gli adolescenti preoccupino molto gli adulti e che questi inquietino molto i primi. Due galassie estranee, reciprocamente spaventate da una scoperta: la scienza non contribuisce necessariamente alla felicità. è il crollo di una fiducia messianica: nemmeno nella rete c' è quello che si cerca. «I giovani sorridono - dice il sociologo Silvio Scannagatta - ma li attraversa la tristezza. Grazie alla tecnologia dispongono di un eccesso di prospettive, ma nessuna ha la forza di un progetto. Accettare la cultura della precarietà, l'effetto-spot, è l'ultima implosione di un suicidio sociale: irresistibili necessità immediate, noia precoce, disperazione cronica».
La profondità di Bologna, fonte della superficialità apparente della Riviera, è lo specchio del disagio culturale che scuote i ragazzi italiani. Ridotti a buco nero del Paese, invecchiano parcheggiati tra le aule di via Zamboni e il "Bagno 47". «Ormai parlano solo di miti - dice lo scrittore Enrico Brizzi - perché sono gli unici piedi di porco capaci di scardinare la mediocrità della vita. Ma sono indignati con gli adulti e sognano di andare a far volare l' aquilone nel prato che c' è dall' altra parte».
E' il primo pomeriggio d' estate e anche a Santarcangelo c' è il sole. Antonella Pesaresi e Simone Torri, usciti dalla sala giochi, evitano di andare al mare e si infilano nel centro commerciale. La notte è lontana. Se non escono presto, come una volta, «i vecchi si mettono a quizzare». Una piada interrompe la visione di due film all' i-max. Fino all'una, farsi vedere sulle piste del "Marano", è da «maragli smanettoni».
Genitori e figli indifferenti al tempo ma ossessionati dagli orari: due eserciti nemici prigionieri del sospetto, liquidi informi versati nel nulla. «O ricostruiamo un patto storico di fiducia tra generazioni capaci di concordare riferimenti etici e civili - dice l' economista Renzo Orsi - o l' Italia non avrà gli strumenti per governare epocali cambiamenti».
L' oste Chilone, a Misano, non sa quando si chiuda la stagione infinita dell'incertezza. Mentre frigge i bianchetti guarda passare i motorini sparati verso i templi notturni della techno, poi i Suv mandati a riprendere i reduci dagli acidi. Lo vede che «i nostri ragazzi stanno male perché i loro genitori sono malati». Gli esce, non si sa come, la parola «egocentrismo». «In ogni caso - taglia corto - scelgo i giovani. Solo loro sono il disastro che disperatamente serve al Paese».
Si riferisce, forse con Steiner, a una pioggia di stelle sul deserto.

Giampaolo Visetti La Repubblica 28.06.2008

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sabato, 28 giugno 2008

Congresso di Rifondazione: ultima spiaggia?

Resistenze.org - 24-06-08 - n. 233
di Sergio Ricaldone
 
C’è un tarlo che mi rode da quando la Sinistra Arcobaleno è stata travolta dal catastrofico risultato elettorale il 13 aprile scorso. Mi domando come una coalizione che si era autoaccreditata, per bocca del suo leader, di una percentuale del 10/12%, si accorge, a conti fatti, di avere perso, dopo 15 anni di sostanziale fedeltà, i tre quarti dei suoi elettori. Le prove elettorali successive al 13 aprile, in Sicilia, Sardegna e Valle d’Aosta confermano la sua scomparsa anche dalle istituzioni regionali e locali. Di male in peggio. Una disfatta di tali proporzioni evoca le “geniali” intuizioni degli strateghi che decisero lo sbarco alla Baia dei Porci e fa nascere cattivi pensieri su chi ci ha pilotato in questi anni. Solo incompetenza? Dalle varie dichiarazioni e dai materiali prodotti direi che stiamo annaspando dentro uno scenario in cui recitano personaggi clowneschi simili al teatro dell’assurdo delle commedie di Becket.
Da modesto militante di Rifondazione mi sarei aspettato spiegazioni plausibili dai brillanti dirigenti del mio partito, soprattutto da parte del suo subcomandante, cioè da chi ci ha guidato e trascinato in questo immane disastro. Ma è stato come aspettare Godot. Il leader massimo, dopo anni di straripante presenza televisiva e mediatica, si è improvvisamente dileguato fino a sembrare scomparso nel nulla. Per riapparire dopo qualche tempo, con un articolo sulla sua rivista “Alternative”, nel quale, da inguaribile narciso egocentrista, difende con aulico linguaggio salottiero le letali scelte politiche e ideali postcomuniste che ha imposto al suo partito e scarica a destra e a manca, con ineffabile disinvoltura, le colpe dell’immane disastro.
Il gruppo dirigente che lo ha sostenuto e iconizzato in questi ultimi 10 anni si divide e offre, quale occasione di riscossa, un congresso e due documenti, in apparenza diversi, ma in entrambi i quali la parola comunismo, intesa come sostantivo, ossia come modello di società e di percorso per conquistarla, viene praticamente declassata ad aggettivo di un partito ormai in sala di rianimazione.
Quello scritto da Niki Vendola, benché reso affascinante dalla vena poetica del suo autore, propone, con l’autorevole sostegno di Giordano e Bertinotti e con desolante tendenza all’autolesionismo, di riprovare l’esperienza fallita dell’Arcobaleno e riapre con approccio subalterno al traballante partito democratico di Veltroni. Pù o meno come i verdi di Pecoraro e la sinistra democratica di Mussi.
L’altro documento di Ferrero, Russo Spena e Grassi, trabocca, a prima vista, di buone intenzioni radicali, classiste, anticapitaliste, movimentiste, no global. E’ tuttavia difficile credere alla buone intenzioni di chi, dopo avere condiviso e seguito fino in fondo la linea suicida del governismo, continua a concepire la cosiddetta “rifondazione” come una rottura con il comunismo storicamente inteso e con gli oltre cento partiti, tuttora operanti nel mondo, che ad esso si ispirano. Quello che però lascia maggiormente interdetti è che, a fronte di tante conclamate e pur condivisibili nozioni, si opponga un secco rifiuto alla sola opzione che renderebbe possibile un loro convincente ricupero, ossia l’unità dei comunisti quale precondizione per ricostruire l’unità della sinistra. Unità che, dopo il bagno di sangue del 13 aprile, non può essere concepita come esclusivo tentativo di salvare ciò che resta della propria litigiosa famiglia e, men che meno, stando rinchiusi dentro un contenitore che sta facendo acqua da tutte le parti e continua ad essere gestito da coloro che hanno condiviso la linea suicida del congresso di Venezia.
La linea di Ferrero appare dunque in sostanziale continuità con scelte decise ben prima degli esiti letali del 13 aprile, in sintonia con altri partiti fondatori della Sinistra Europea che, guarda caso, in Francia e Spagna sono arrivati, nel breve spazio di un sospiro, sulla soglia dell’estinzione anticipando, nel peggio, i risultati della Sinistra Arcobaleno.  Se questi rimangono ancora i modelli di riferimento non è difficile percepire l’intenzione che anche Ferrero e compagni, anziché continuare a ribadire il proprio “essere comunisti” si pongano invece l’interrogativo del principe di Danimarca: “essere o non essere comunisti”. La cui risposta risulta fin troppo scontata.
Insomma, dopo la lettura dei primi due documenti congressuali si ha l’impressione di essere diventati prigionieri di una realtà in cui le nostre ragioni di comunisti non sembrano più in grado di essere la chiave di lettura della società e del mondo contemporaneo. Scaduti i valori del passato ci si muove in una dimensione affatto nuova, ma sicuramente inquietante perché insondabile, in attesa di una non definita affermazione di un'altra realtà. E’ come se sui comunisti gravasse una sorte indecisa e terribile. Sembriamo sempre più destinati ad un drammatico isolamento e perciò condannati al perenne, doloroso ripensamento di concetti e decisioni che appaiono al momento innovative e coraggiose ma vengono poi regolarmente travolte da una misteriosa entità, in apparenza metafisica, che ci fa scivolare ai margini della vita politica e ci separa dalla nostra classe sociale di riferimento.
Che fare dunque per offrire ai compagni delusi e indecisi un via d’uscita da questo tenebroso labirinto kafkiano? Come ricostruire una fiducia sulle possibilità che il comunismo possa ripiantare le sue radici e ricrescere anche in questa parte del mondo?
Un primo e parziale tentativo di risposta a questo drammatico interrogativo è quello offerto dal documento 3, cosiddetto dei 100 circoli. Risposta che, ridotta in estrema e grossolana sintesi, sostiene che nessuna ipotesi “rifondativa” è possibile se blindata dentro un PRC ormai giunto alla sua ultima spiaggia e con un gruppo dirigente nettamente contrario all’unita dei comunisti. Unità che, viceversa, va perseguita come confronto aperto da realizzarsi attraverso una fase costituente allargata e trasversale a tutti i soggetti politici interessati. Senza discriminazioni e cominciando a raccogliere il pressante invito dei Comunisti italiani.
Chi sono, quanti sono, dove sono i comunisti che, dopo anni di dubbioso consenso ai simboli della falce e martello, hanno deciso, il 13 aprile, di negare il voto alla Sinistra Arcobaleno? Senza azzardare statistiche o indugiare sulle analisi dei flussi e riflussi, limitiamoci a ricordare le decine di migliaia di compagni transitati negli ultimi 10 anni, per brevi soggiorni, in Rifondazione o nei Comunisti italiani, e poi usciti delusi, per immaginare quale ampiezza potrebbe avere nel futuro in Italia, il bacino di utenza di un nuovo partito comunista unificato.
Fino a qualche mese fa sembrava che la battaglia politica contro le destre ciascuno dovesse combatterla nel proprio partito restando divisi per chissà quanto tempo ancora, sicuramente per anni. Poi, improvvisamente, la situazione è precipitata e il 13 aprile la sinistra cosiddetta di alternativa (ormai già disponibile all’alternanza) è entrata in collisione con il micidiale iceberg della sconfitta. E ora, anche se l’orchestrina continua a suonare il valzer dell’Arcobaleno, il Titanic sta affondando. Il momento è molto delicato ma ci rimane una scialuppa che, benché nel mezzo di un oceano ostile, ha issato la bandiera dell’unità dei comunisti e offre qualche speranza di sopravvivenza. Ma, per alcuni, c’è un problema: dobbiamo condividere la navigazione remando insieme a personaggi dai quali ci siamo a suo tempo divisi e poi duramente scontrati. E poiché certe acredini col tempo sedimentano e sono dure a morire, si sentono pronunciare insofferenti distinguo: io con quelli? mai e poi mai! E allora non ascoltiamo, non interloquiamo e non ci accorgiamo che nel frattempo tutti siamo cambiati, nessuno è più quello di prima. Così fingiamo di non sapere che quella è l’unica alternativa alla nostra estinzione e che il tempo sta per scadere. Davanti non abbiamo anni ma settimane, al massimo qualche mese.
Quel che rimane di politicamente accettabile del nostro capitale di risorse umane organizzate da investire nell’impresa di riunificare i comunisti è molto poco. Non credo sia il caso di fare gli schizzinosi. Quel poco è composto da compagni, dirigenti e non, che negli ultimi 10 anni hanno (abbiamo!) compiuto tantissimi errori. Io stesso appartengo a quella storia e me ne faccio carico. Quando penso che mi sono limitato a rispondere con la leggerezza del gambo di un fiore, quando invece occorreva la clava, alle ripetute iniziative di Bertinotti di trascinare il PRC fuori dal comunismo storicamente conosciuto (tentativo peraltro riuscito), mi rendo conto che per rimediare ad un simile tonfo di infantile ingenuità non basterebbero tre secoli di espiazione autocritica.
Non credo però che il modo migliore per rimediare agli errori passati sia quello di mantenere gli occhi puntati solo sullo specchietto retrovisore. Guardiamo piuttosto alla lunga strada che abbiamo davanti e diamoci una mossa.

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sabato, 28 giugno 2008

SALVADOR ALLENDE*

26 de junio, 1908 - 100o Cumpleanos

Una celebracion para quien
hace 35 anos se ha inmortalizado.
Heroe de Chile, habias probadol
a posibilidad del socialismo
sin revolucion armada, cuando
el pueblo voto' su concienciay su deseo de justicia social.
Muchos te siguen el paso.
!Mira la descendencia de la democracia que dejaste en la nueva Latinoamerica!
Desde el Paraguay hasta la Venezuela
el pueblo vive tu sueno hecho realidad.
Pero los gavilanes del Norte
avanzan con su furibunda
ambicion capitalista y siguen
mintiendo hipocritamente
sobre el verdadero sentido
de la democracia popular.
Sin embargo, nosotros vigilamos,
y seguimos firmes en la revolucion
votando siempre por el socialismo
hasta la victoria, siempre.

TERESINKA PEREIRA
*Salvador Allende, elegido presidentede Chile el 25 de mayo, 1973 y asesinado a mandodel dictador General Pinochet durante el Golpe de Estado, el 11 de septiembre

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giovedì, 26 giugno 2008

Le elezioni in Nepal

200805_Latuff_Nepal

Le elezioni in Nepal

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mercoledì, 25 giugno 2008

Croazia: I giornalisti scendono in piazza

Da Osijek, scrive Drago Hedl 11.06.2008   

Osservatorio Balcani

 

Manifestazione a Zagabria dei giornalisti croati dopo la brutale aggressione contro il collega Dušan Miljuš, di Jutarnji List, noto per le sue inchieste su mafia e politica. Sconcertanti dichiarazioni del ministro dell'Interno. La cronaca del nostro corrispondente

 

Più di trecento giornalisti croati hanno protestato venerdì scorso davanti al palazzo del Governo, irritati dall'inattività dalle forze di polizia, incapaci di trovare i colpevoli dei sempre più frequenti attentati contro di loro. La brutale aggressione al noto giornalista del quotidiano Jutarnji List, Dušan Miljuš, colpito con spranghe di metallo nell'atrio del palazzo in cui si trova il suo appartamento e finito in ospedale con una mano fratturata, commozione cerebrale e contusioni al volto, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, e i suoi colleghi hanno perso la pazienza. Generalmente divisi e finora impreparati a simili azioni, i giornalisti si sono decisi a scendere in piazza e a dimostrare, ritenendo che comunicazioni e appelli, alla luce dei recenti attentati, non siano più sufficienti.

Dušan Miljuš è un noto giornalista di Zagabria e uno dei più informati sul crimine organizzato e sul connubio tra mafia e politica. Alcuni mesi fa, sul famoso quotidiano zagabrese Vecernji List, esponenti della malavita della capitale hanno pubblicato la sua epigrafe, nella rubrica in cui i giornali inseriscono gli annunci mortuari a pagamento. Si è trattato di un chiaro avvertimento a Miljuš su ciò che gli potrebbe accadere nel caso in cui si mettesse a scrivere sugli affari loschi e illegali della malavita, spesso intrecciati con l'alta politica. Miljuš non ci ha fatto caso, così come non si è curato delle minacce telefoniche che gli sono state indirizzate.

Domenica primo giugno due persone dall'identità sconosciuta, in moto e con i caschi in testa, l'hanno seguito nel suo percorso usuale, dalla palestra fino al suo appartamento, dove hanno cercato di ucciderlo prendendolo a sprangate. Se non fosse riuscito ad alzare il braccio e a pararsi dal colpo alla testa, e se i vicini non fossero intervenuti, probabilmente non sarebbe rimasto in vita.

“Ora non gli resta che uccidermi. Non c'è una terza possibilità. Sono contento di essere ancora vivo, ma non mollerò”, ha fatto sapere Miljuš dal letto d'ospedale.

I giornalisti si sono particolarmente indignati per il fatto che il ministro dell'Interno Berislav Roncevic, quando gli è stato chiesto quali provvedimenti prenderà dopo l'attentato a Dušan Miljuš, ha risposto con un'altra domanda: “Chi è Miljuš?”.

Il giornalista di Jutarnji List Hrvoje Appelt, sdegnato dall'ignoranza del ministro, si è chiesto: ”Se il ministro della polizia non è a conoscenza del fatto che in Croazia c'è un giornalista che da 20 anni scrive sulla realtà del crimine organizzato nel paese, la domanda è quanto il ministro conosca questa realtà e soprattutto in che modo stia lottando contro i criminali.”

In rivolta contro tale disinformazione da parte del ministro Roncevic, che non conosce il nome di uno dei principali giornalisti che si occupa del crimine organizzato, degli scandali di corruzione e della mafia – quindi proprio di ciò che è di sua competenza – alla protesta i giornalisti indossavano una maglia con scritto “Chi è Roncevic?”, una chiara allusione alla sua incompetenza.

Quanto sia stata inopportuna per il governo Sanader l'infelice dichiarazione del ministro dell'Interno, dopo l'attentato al giornalista Miljuš, è testimoniato anche dal tacito consenso della polizia a permettere ai giornalisti ciò che agli altri cittadini è vietato. Trecento giornalisti, cioè, hanno letto la propria lettera di protesta al premier e al presidente del parlamento di fronte al palazzo del Governo, sulla piazza di S. Marco a Zagabria, dove gli incontri pubblici e le dimostrazioni dei cittadini sono vietati per legge.

“Andiamo davanti alla loro porta!” ha detto Ivan Zvonimir Cicak, noto difensore dei diritti umani, per molto tempo presidente del Comitato di Helsinki per i diritti umani, che scrive editoriali sulle pagine di Jutarnji List. La polizia ha evidentemente ricevuto l'ordine di non intervenire, consapevole che il tentativo di fermare con la forza la protesta pacifica dei trecento giornalisti di fronte alla sede del Governo avrebbe provocato il malcontento dell'opinione pubblica. Dopo che i giornalisti hanno letto indisturbati le loro richieste davanti alla porta della sede del Governo, i poliziotti hanno ripreso a mettere in pratica la legge. Hanno impedito a due pirotecnici ventenni, che lavorano come sminatori in quelle che un tempo erano zone di guerra, di dimostrare di fronte al Governo perché insoddisfatti delle condizioni di lavoro e dei plurimi mesi di ritardo della paga.

I giornalisti vogliono che la polizia trovi i responsabili dell'attentato a Miljuš, convinti che il mandante sia qualcuno della malavita. Negli ultimi tempi ci sono stati alcuni episodi di violenza nei confronti dei giornalisti croati, ma la polizia non ha trovato nessun responsabile. Lo stesso per quanto riguarda le minacce ai giornalisti, che la polizia non prende in serio conto, così che quando queste si traducono in violenza, non trova gli attentatori.

Il giorno successivo all'attentato a Miljuš, il premier Ivo Sanader ha subito ricevuto i rappresentanti delle organizzazioni dei giornalisti e ha promesso loro che il Governo, nella persona del ministro dell'Interno, farà di tutto per trovare i responsabili. Il premier ha dato disposizioni a Roncevic – lo stesso che ha affermato di non sapere chi è Miljuš – di fare il possibile per risolvere il caso. Per dare prova della sua attività, la polizia ha subito messo sotto protezione alcuni giornalisti che negli ultimi mesi sono stati esposti a serie minacce, ma gli attentatori di Miljuš, una decina di giorni dopo l'aggressione, non sono stati trovati.

Tra i principali giornalisti croati in questi giorni si parla anche di un possibile sciopero generale, così da boicottare l'uscita dei quotidiani per un giorno e ridurre al minimo le trasmissioni televisive e radiofoniche. Questo per attirare l'attenzione, dell'opinione pubblica, sulle condizioni in cui lavorano i giornalisti croati e, inoltre, per fare pressione sul governo affinché si trovino coloro che li aggrediscono.

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mercoledì, 25 giugno 2008

Il faccendiere Vaticano che non ha mai detto la veritĂ 

Caso Emanuela Orlandi. La Santa Sede difende il «morto che non può rispondere» alle accuse. Ma non dice nulla di quello che sa

Il morto interrogato non rispose. Chiamano in causa i defunti le ultime rivelazioni di Sabrina Minardi, la compagna del boss della Magliana Enrico De Pedis detto Renatino, sul rapimento di Emanuela Orlandi. E nella calura di questo inizio estate c'è il rischio che l'improvviso incendio venga spento come fuoco fatuo.
Un morto illustre spicca su tutti, l'arcivescovo Paul Casimir Marcinkus, deceduto il 20 febbraio di due anni fa. L'atletico prelato americano, per lunghi anni disinvolto presidente dello Ior, ora accusato dalla donna come mandante del rapimento della ragazza, non potrà replicare. In sua difesa interviene la Santa sede.
«Si divulgano accuse infamanti senza fondamento nei confronti di monsignor Marcinkus morto da tempo e impossibilitato a difendersi», dichiara il direttore della Sala stampa Federico Lombardi che prosegue: «Colpisce l'amplissima divulgazione giornalistica di informazioni riservate non sottoposte a verifica alcuna, provenienti da una testimonianza di valore estremamente dubbio». Il padre gesuita sembra alludere alla incongruenza di date già emersa dalle rivelazioni di Sabrina Minardi secondo la quale il cadavere di Emanuela, assassinata, sarebbe stato impastato nel cemento di una betoniera a Torvajanica insieme a quello dell'undicenne Domenico Nicitra che in realtà fu trucidato diversi anni dopo.
Il Vaticano, pur contestando il «sensazionalismo» della stampa, assicura di «non voler in alcun modo interferire con i compiti della magistratura nella sua doverosa verifica di fatti e responsabilità».
Marcinkus, da parte sua, non si mostrò molto loquace neppure da vivo quando, nel 1987, si avvalse dell'immunità vaticana per sottrarsi al mandato d'arresto spiccato dal giudice istruttore Renato Bricchetti per il crack del Banco Ambrosiano, lo scandalo esploso nel 1981 e già costato la vita al banchiere Roberto Calvi. Nella ricostruzione fornita dalla donna i due gialli si intrecciano. La verità del rapimento Orlandi andrebbe cercata in quel groviglio di ricatti e interessi finanziari, anziché nei depistaggi delle piste bulgare, dell'attentato al Papa e del Lupo grigio Ali Agca. La versione di Sabrina Minardi converge «in parte» con quella offerta dal pentito della banda della Magliana Antonio Mancini. Identica l'accusa ad Enrico De Pedis di aver ucciso Emanuela, figlia di un commesso di Casa Pontificia e cittadina vaticana, rapita all'uscita della scuola di musica il 22 giugno del 1983. Minardi punta più esplicitamente il dito contro l'arcivescovo che, sentendosi ormai perduto, avrebbe tentato di ricattare il papa per costringerlo a non mollarlo. Negli ambienti vaticani preferiscono far credere invece ad un ricatto della mafia per riavere i soldi persi nel fallimento dell'Ambrosiano. Ma non è finita. Senza bisogno di addossare a Marcinkus addirittura la responsabilità di un rapimento emergono altre inquietanti supposizioni. Secondo alcuni giornali l'allora vice capo del Sisde Vincenzo Parisi, in una nota rimasta riservata fino al 1995, avrebbe fornito un identikit del famoso "amerikano" delle telefonate anonime alla famiglia durante il sequestro che corrisponderebbe alle caratteristiche del capo dello Ior.
Marcinkus è morto in una sorta di esilio a Sun City in una parrocchia dell'Illinois, ormai lontano dai soldi e dai poteri di curia. Enrico De Pedis, il capo banda della Magliana, fu ucciso dai suoi in un regolamento di conti a Campo de' Fiori e sepolto beato per declarati meriti di donazione ai poveri nella basilica papale di Sant'Apollinare, onorato come un non comune mortale in piena proprietà pontificia grazie a misteriosi ordini superiori. Quel sepolcro di criminale in terra sacra resta immobile come un colossale interrogativo sui misteri di curia, per lo meno sulle vere ragioni che spinsero don Piero Vergari, rettore della basilica retta dall'Opus Dei, a benedire Renatino con tanta devozione. Nessuno rimuoverà la tomba. Nel 2005, infatti, il Vicariato di Roma spiegò che «per il rispetto che si deve ad ogni defunto» ci si doveva rassegnare a pregare accanto alle spoglie del capo della Magliana.
E' ormai morto anche il padre della povera Emanuela che, stando alle ultime rivelazioni, avrebbe visto in Vaticano carte che non doveva vedere e per questo sarebbe stato colpito con il sequestro della figlia. Una tesi che la famiglia respinge in modo categorico.
Dietro le mura apostoliche in queste ore sembra riaffacciarsi un incubo. Di nuovo Marcinkus: credevano di aver chiuso il capitolo agli inizi degli anni Novanta. Il banchiere di Dio che giocava a golf e faceva girare soldi a palate dallo Ior a società con sede nelle Bahamas, come la Overseas fondata insieme a Roberto Calvi, l'arcivescovo che giocava capitali a Wall Street e ingigantiva la borsa vaticana, aveva terminato la sua corsa. Inseguito dal crack della finanza "amica" dell'Ambrosiano - che ha travolto capitali della banda della Magliana - lo Ior ha dovuto sborsare almeno 250 milioni di dollari per tacitare i creditori. Licio Gelli, alla sua morte, giurò di non aver mai conosciuto Marcinkus, ma c'è poco da credergli visti i contatti tra massoneria P2, Michele Sindona, Roberto Calvi e Ior dell'epoca.
Marcinkus in fondo se l'è cavata con poco. Sostituito nell'incarico nell'89 da un interregno di monsignor Donato De Bonis, che ne era stato collaboratore, è tornato negli Usa. Secondo Francesco Cossiga quel suo ritiro dimostrerebbe quanto fosse umile il monsignore. In realtà Marcinkus fu allontanato dopo quarant'anni trascorsi in Vaticano. Era nato a Cicero, vicino a Chicago, nella stessa città di Al Capone. Paolo VI lo fece vescovo nel 1969 e due anni dopo lo promosse dalla sezione inglese della Segreteria di stato alla direzione dell'Istituto opere di religione, lo Ior appunto.
Con Wojtyla per lui, americano di origini lituane, fu un vero cursus honorum e per poco mancò la berretta cardinalizia. Organizzò 35 viaggi papali all'estero e una volta a Manila lanciò il suo robusto corpo per proteggere il pontefice da un attentato. Ma sembra proprio che tra le sue benemerenze agli occhi del papa polacco ci fossero gli aiuti finanziari a Solidarnosc contro il regime del Poup in Polonia. Il banchiere di Dio giocò la sua spregiudicatezza anche in America Latina che in quegli anni era dominata dalle dittature di destra. E non faceva certo favori all'opposizione. D'altra parte lo Ior aveva prescelto la finanza mondiale. Solo alla fine, quando il Vaticano dovette mettere mano al portafoglio per saldare i contraccolpi dell'era Marcinkus, Wojtyla si decise a riformare lo Ior. Angelo Caloja, il banchiere cattolico che ha guidato questo processo e che tuttora sovraintende alla banca vaticana, ha tuttavia avallato l'immagine di un Marcinkus senza peccati mortali, soltanto «facilone, pressapochista, mal consigliato», tuttavia «onesto».
Un quadretto rassicurante per una delle figure più imbarazzanti della storia pontificia recente. E non soltanto per quei suoi modi yankee che infastidivano la felpata discrezione curiale.

Fulvio Fania Liberazione 25.06.08

martedì, 24 giugno 2008

«Orlandi rapita per ordine di Marcinkus»

La testimonianza ai pm: «Sette mesi prima della morte di Emanuela la consegnai a un sacerdote in Vaticano» Portai la Orlandi in auto dai boss della Magliana

Emanuela Orlandi sui manifesti all'epoca della scomparsa. Nello stesso periodo si erano perse le tracce di un'altra quindicenne, Mirella Gregori
 (Ansa) ROMA - Emanuela Orlandi sarebbe stata uccisa e il suo corpo, rinchiuso dentro un sacco, sarebbe stato gettato in una betoniera a Torvaianica. La rivelazione è della donna che ebbe una relazione con il boss della banda della Magliana, Enrico De Pedis, detto Renatino, e che è stata sentita nelle scorse settimane dalla squadra mobile e dai magistrati che conducono le indagini. La donna ha detto anche che la ragazza sarebbe stata prelevata per ordine di mons. Marcinkus, all'epoca il presidente dello Ior, la banca vaticana. E nel suo racconto avrebbe parlato anche di una cena a casa di Giulio Andreotti. Intanto, la sorella della giovane, tuttavia, fa sapere che non crederà a questa nuova versione fino a che non avrà la possibilità di verificare le prove dell'avvenuto omicidio. «Non dò credito a nulla di quello che viene detto in queste ore - è il commento di Natalina Orlandi - finchè non si accerta per davvero quello che è accaduto e lo si possa provare».

«UN MESSAGGIO A QUALCUNO» - Il coinvolgimento di Marcinkus, secondo quanto riferisce l'agenzia Agi, è una delle ultime rivelazioni che la supertestimone ha fatto durante un colloquio investigativo con i dirigenti della squadra mobile, avvenuto il 14 marzo scorso. Sempre secondo quanto apprende l'Agi, alla specifica domanda, tramite chi Renato era stato delegato a prendere Emanuela, la donna risponde: «tramite lo Ior…quel monsignor Marcinkus…Renato ogni tanto si confidava». Sulle motivazioni del sequestro, afferma poi: «stavano arrivando secondo me sulle tracce di chi…perchè secondo me non è stato un sequestro a scopo di soldi, è stato fatto un sequestro indicato. Io ti dico monsignor Marcinkus perchè io non so chi c'è dietro…ma io l'ho conosciuto a cena con Renato…hanno rapito Emanuela per dare un messaggio a qualcuno». La testimone sottolinea di non sapere chi materialmente prese Emanuela: «Quello che so è che (la decisione, ndr) era partita da alte vette…tipo monsignor Marcinkus…È come se avessero voluto dare un messaggio a qualcuno sopra di loro. Era lo sconvolgimento che avrebbe creato la notizia». La donna fa un paragone con la morte di Roberto Calvi: «gli hanno trovato le mani legate dietro, perchè tu mi vuoi dare un messaggio».

«GUERRA DI POTERE» - In un colloquio successivo, del 19 marzo, la donna aggiunge: «Renato, da quello che mi diceva, aveva interesse a cosare con Marcinkus perchè questi gli metteva sul mercato estero i soldi provenienti dai sequestri». La teste, sentita successivamente dal procuratore aggiunto Italo Ormanni e dai pm Andrea De Gasperis e Simona Maisto, ipotizza come ragione della scomparsa della giovante una «guerra di potere»: «Io la motivazione esatta non la so - dice ai magistrati -, però posso dire che con De Pedis conobbi monsignor Marcinkus. Lui era molto ammanicato con il Vaticano, però i motivi posso immaginare che fossero quelli di riciclare il denaro».

INCONTRI PARTICOLARI - «...Io a monsignor Marcinkus a volte portavo anche le ragazze lì, in un appartamento di fronte, a via Porta Angelica - dice ancora la testimone ai magistrati -…Sarà successo in totale quattro o cinque volte, tre-quattro volte»…Lui era vestito come una persona normale». Secondo la donna, l'iniziativa partiva da Renato. «C'era poi il segretario - rivela -, un certo Flavio. Non so se era il segretario ufficiale. Comunque gli faceva da segretario. Mi telefonava al telefono di casa mia e mi diceva: «C'è il dottore che vorrebbe avere un incontro». Embè, me lo faceva capire al telefono. Poi, a lui piacevano più signorine («minorenni, no»)! Quando entravo, vedevo il signore; non che mi aprisse lui, c'era sempre questo Flavio. Mi facevano accomodare i primi cinque minuti, poi io dicevo: «Ragazze, quando avete fatto, prendete un taxi e ve ne andate. Ci vediamo, poi, domani»». La teste, rispondendo alle domande dei magistrati, precisa che le modalità in cui avvenivano questi incontri era diverse da quelle riferite sull'episodio del Gianicolo. «Mi ricordo che una volta - conclude - Renato portava sempre delle grosse borse di soldi a casa. Sa, le borse di Vuitton, quelle con la cerniera sopra. Mi dava tanta di quella cocaina, per contare i soldi dovevo fare tutti i mazzetti e mi ricordo che contò un miliardo e il giorno dopo lo portammo su a Marcinkus».

RIVELAZIONE A TAVOLA - Quanto all'episodio specifico dell'omicidio della Orlandi, l'ex compagnia di De Pedis ha spiegato come ne è venuta a conoscenza. «Renato mi portò a pranzo in un ristorante a Torvaianica, da «Pippo l'Abruzzese» - ha raccontato- lui aveva un appuntamento con questo Sergio (che, a suo dire, faceva da autista a Renato) il quale portò quel bambino: Nicitra; il nome non me lo ricordo. Portò, dice lui, il corpo di Emanuela Orlandi. Io non lo so che c'era dentro (i sacchi ndr) perchè rimasi in macchina. Dice che, però, era meglio sterminare tutto, lui la pensava così. Sterminare tutto così non ce stanno più prove, non ci sta più niente. Lui mi disse che dentro a quella betoniera ci buttò quei due corpi. Poi, non lo so, insomma».

LA RICOSTRUZIONE - Sollecitata a essere più precisa dal pm, la donna ha spiegato che «c'era un cantiere lì vicino, come dire, una cosa in costruzione. Noi riprendemmo tranquillamente la macchina e pensavo di dirigermi verso Roma. Lui mi disse: gira qui, vai li e andammo in questo…Disse: stanno costruendo. Dico: Che me devo fermà a fà?'. Dice: no, qui stanno a costruì delle case delle persone che conosco, sta a costruì un palazzo o a ristrutturare, non mi ricordo. E da lì a poco mi disse: fermate qua!. Mi fermai e arrivò Sergio con la sua macchina e ad un certo punto misero in moto la betoniera. Vidi Sergio con una sacco per volta…e dopo chiesi a Renato: aho, ma che c'era dentro a quel… Ah, è meglio ammazzalle subito, levalle subito le prove, dice. E chi c'era?. Dice: che te lo devo dì io! Poi, io andai a casa e spinta dalla curiosità, le dico la verità, lo feci pippà Renato, perchè poche volte l'ha fatto…sniffare, insomma. Però quando lo faceva ce stava due o tre giorni…spinta proprio dalla curiosità di voler sapere e lui me lo disse. Cioè lui mi disse queste cose».

LA CONVERSAZIONE - E ancora il pm: «dunque, esattamente le disse?» La donna: «Le prove si devono estirpare… Lui usava molto questa parola: dall'inizio, dalla radice. Non lo so se sta ragazza aveva visto qualcuno; non essendoci più nè i corpi, nè niente, era meglio togliere di mezzo tutto, la parola tua contro la mia, diceva lui». Il procuratore aggiunto Ormanni ha aggiunto: «Quindi, in questi due sacchi, in uno ci sarebbe stato il figlio di Nicitra e nell'altro ci sarebbe stata Emanuela Orlandi?». E la testimone: «Lo stesso giorno arrivò con questi due sacchi. Ce li aveva in macchina Sergio, dentro questa Audi bianca». Il racconto della donna andrà verificato, tra l'altro, per quanto riguarda le date, anche se la teste premette di non essere in grado di essere puntuale («le dico la verità, io sto in una comunità terapeutica, ho fatto uso per tanti anni di cocaina, psicofarmaci, insomma, un pò di tutto, non mi sono fatta mancare niente, per cui i miei ricordi sono anche…Cioè, io magari un giorno mi ricordo nitidamente una cosa, ci ripenso dopo qualche giorno e me la ricordo un pò così, poi mi ritorna in mente una frase...»). La donna ha riferito che la sua relazione con De Pedis iniziò nella primavera inoltrata dell'82 e andò avanti fino a novembre '84. Quindi, Renatino venne arrestato e lei lo avrebbe rivisto dopo la sua uscita dal carcere nell'87.

CONSEGNATA A UN SACERDOTE - La testimone ha poi rivelato di aver visto anche da viva la Orlandi, che sarebbe stata consegnata a un sacerdote prima della morte. Sarebbe stata proprio la donna, sei-sette mesi prima dell'episodio di Torvaianica, ad accompagnare in Bmw la ragazza dal bar del Gianicolo fino al benzinaio del Vaticano. La giovane, a dire della testimone, «non era assolutamente lucida», era «intontita». «Io arrivai lì al bar Gianicolo con una macchina - racconta - . Poi Renato, il signor De Pedis, con cui in quel tempo avevo una relazione, mi disse di prendere un'altra macchina, che era una Bmw e di accompagnare…Cioè arrivò questa ragazza, una ragazzina, arrivò questa ragazza e se l'accompagnavo fino a sotto, dove sta il benzinaio del Vaticano, che ci sarebbe stata una macchina targata Città del Vaticano che stava aspettando questa ragazza. Io l'accompagnai: così feci. Durante il tragitto…non so quanto tempo era passato dal sequestro di Emanuela Orlandi…la identificai come Emanuela Orlandi…Era frastornata, era confusa sta ragazza. Si sentiva che non stava bene: piangeva, rideva. Anche se il tragitto è stato breve, mi sembra che parlava di un certo Paolo, non so se fosse il fratello. Va bè, comunque, io quando l'accompagnai c'era un signore con tutte le sembianze di essere un sacerdote, c'aveva il vestito lungo e il cappello con le falde larghe. Scese dalla Mercedes nera, io feci scendere la ragazza: "Buonasera, lei aspettava me?'" "Sì. Sì, credo proprio di si"». Guardò la ragazza, prese la ragazza e salì in macchina sua. Poi, io, dopo che avevo realizzato chi era, dissi, quando tornai su, a Renato: A Renà, ma quella non era…'. Ha detto: Tu, se l'hai riconosciuta è meglio che non la riconosci, fatti gli affari tuoi.

TESTIMONIANZA DA CONTROLLARE - La testimonianza della donna presenta però diverse incongruenze relative alle date dei delitti. Di Emanuela Orlandi si persero le tracce il 22 giugno dell'83. Domenico Nicitra, il bambino di 11 anni, figlio di Salvatore, imputato al processo per i delitti commessi dalla banda della Magliana, scomparve invece il 21 giugno 1993 assieme allo zio Francesco, fratello del padre. E De Pedis a quell'epoca era già morto: venne ammazzato il 2 febbraio del '90.

PERQUISITA LA SEDE DELL'AGI - I magistrati devono rispettare il ruolo della stampa, ha affermato Franco Siddi, segretario generale della Fnsi a proposito della perquisizione nella sede dell'Agenzia Italia per la vicenda di Emanuela Orlandi. Siddi sottolinea che se un giornalista viene in possesso di notizie che riguardano uno dei principali misteri italiani, ha il dovere etico e professionale di informare il pubblico.


Corriere
24.06.08

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categoria: chiesa, terrorismo, massoneria, marcinkus, illuminati, cia , complotti, stragismo, segretiemisteri, sinarchia


lunedì, 23 giugno 2008

LA BANDA DEL BUCO

G.P. Ripensare Marx 23 giugno 2008

Ah quando c’era lui! Come si ballava spensierati per le strade sfavillanti del centro e quanta cultura si poteva respirare, tra una rassegna cinematografica e l’altra, tra una fiera del libro ed un concerto per “tromboni”.
Ah quando c’era lui! Che bontà e che moralità, una città tutta marzapane e miele, la pacatezza e la serenità di un luogo ordinato e pulito, una città normale in un paese normale come si può raccontare solo nei salotti sinistrati e semicolti di Fabio Fazio, incarnazione ricciuta del buonismo di questa sinistra melliflua ma cancerosa.
Ve c’hanno mai mannato…” C’era quasi da giurarci su quegli occhioni da giuggiulone, sull’ostentata tranquillità veltroniana da uomo nuovo di vecchia furbizia che non perde il vizio picciista di puntare al “core” dei “suoi” per meglio gabbarli. Gioco facile se gli stessi sono stati lobotomizzati prima,  incapaci ormai di vedere ad un palmo dal proprio naso. Buio pesto e nebbia fitta nella testa degli ultrà democratici, un popolo della fame imbellettato e agghindato di similcultura che non ha mai fatto caso alla manina di Walter protesa, non verso il sol dell’avvenire, ma nella direzione dei palazzinari della città e di tutti gli altri poteri forti.
Ma che volete, le ragioni del cuore hanno un senso nella letteratura e nella poesia, molto meno nella vita reale dove "nisciun e’ fess".
Semo gente de monno” noi, mecenati buonisti del XXI secolo, illuminati e benpensanti, mica come quelli dello “schieramento avverso”, brutti zozzi, rozzi e forcaioli, che sulle piazze romane vorrebbero tornare a farci le "marcette". A proposito, quanto è durato il clima di distensione promesso da Uolter? Il tempo di una sconfitta su tutta la linea. Così per risalire la china ha dovuto ritirar fuori il consunto spauracchio del babau mediatico che vuole farsi duce. E se poi i ministri berlusconiani giocano ai “welfaristi” sono solo degli irresponsabili che non sanno fare i conti o, quanto meno, dei populisti che raggirano la povera gente.
A chi il conto salato di tanta bontà ex-sindaco? Don’t worry, è o non è Veltroni lo zio d’America? We care, we can, you pay! E che saranno mai al giorno d’oggi 8 miliardi di “cambiali”, al massimo ci si fa qualche notte bianca e qualche serata di gala per il solluchero delle genti.
Lo dice pure la Standard&Poor's che ha prima minimizzato il debito capitolino e poi si è espressa con un rating di “solvibilità”. Sarà, ma non si tratta della stessa agenzia che solo pochi mesi prima dell’ormai storico crac della Parmalat aveva asseverato il buono stato di salute della multinazionale con sede a Collecchio? E la stessa Standard&Poor's non aveva aiutato la Parmalat, ormai fallita, a collocare sul mercato eurobond per un valore di 4,073 miliardi e private placement per 786 milioni?  E quale fu il rating dato all’azienda di Tanzi nonostante quelle operazioni spericolate? BBB con outlook “stabile” (passato subito dopo a positivo). Quell’azienda era così sana che dopo tre mesi ci sarebbe stato il più grande terremoto finanziario della storia d’Italia. L'agenzia di rating aveva anche lanciato comunicati rassicuranti al fine di non far precipitare il titolo. Del resto, avendo essa sottoscritto un bond da Parmalat per 500 milioni di dollari poteva mai dire agli investitori di non comprare tenendosi in mano il cerino acceso?

sabato, 21 giugno 2008

Garbage "Special" Lorely Festival 1998

Garbage "Special" Lorely Festival 1998

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categoria: garbage, shirley manson


venerdì, 20 giugno 2008

SE I COMUNISTI RIPARTONO DA LUXURIA

G.P Ripensare Marx 19 giugno 2008

Stendiamo un velo pietoso sull’analisi della sconfitta elettorale fatta dall’ex Presidente della Camera Fausto Bertinotti. Il testo integrale dello scritto del “Lider Minimo” sarà pubblicato dalla rivista “Alternative per il socialismo”, ma nel frattempo potete  leggerlo in anteprima qui.
Il nucleo attorno al quale ruotano le preoccupazioni dell’infausto comunistardo istituzionalizzato è quello dell’assenza dei comunisti dal dibattito parlamentare che favorirà una maggiore affermazione del pensiero unico ultraliberista, viaggiante a vele spiegate nelle teste bipartisan dei politici italiani.
Adesso che Bertinotti sente sotto il culo il gelo del marmo delle scale di Montecitorio scopre che destra e sinistra esprimono, sostanzialmente, le stesse tendenze politiche.
Ma il suo è solo un ragionamento ipocrita e volutamente indeterminato, avvolto in una pacatezza di circostanza, buona a prender tempo al cospetto di una marea di malcontento nel partito e nella base che minaccia di travolgerlo come un Tank.
In realtà, i suoi oppositori interni, anche’essi responsabili della deriva verticistica e burocratica dell’organizzazione, non hanno nessuna intenzione di cambiare la linea politica fallimentare concretatasi in quella creatura politicista e calata dall’alto chiamata sinistra arcobaleno, ma vogliono approfittare della situazione per sostituirsi al vecchio gruppo dirigente.
La prova sta nel fatto che si continua a stringere alleanze, in piena armonia, a livello territoriale, con quel Pd che li avrebbe traditi ma che pure non smettono di corteggiare per ragioni di mera sopravvivenza elettorale.
In due anni di governo Prodi l’accomandita rifondarola e i Bertinotti boys hanno tentato di far digerire alla “Classe” (questa parola ormai prosciugata di ogni significato storico, politico, sociale e teorico), tutte le istanze provenienti dai poteri forti (da quelle Fiat a quelle ancor più voraci dell’apparato banco-finanziario).
Si è scambiata la lotta sociale con gli slogan vacui della più becera tradizione di sinistra: quella del pacifismo, della nonviolenza, dell’ambientalismo e, cosa ancora più scandalosa, dei diritti civili (forma ideologica imperante che distrae dalla vera resistenza alle classi dominanti).
Infatti, il  partito, a dimostrazione della sua non volontà di rifondarsi seriamente (ammesso che ci sia ancora qualcosa da rifondare oltre al buon senso), riparte proprio da questi pretesti ideologici, mandando in avanscoperta il suo “uomo” migliore, Vladimir Luxuria. E quali sarebbero per costui i problemi dell’Italia? Naturalmente “l'aria xenofoba e omofoba che si respira ... In questo clima culturale clerico-governativo rischiamo un imbarbarimento incredibile”. L’unica barbarie che ci vediamo noi è quella di un gruppo politico, scandalosamente allo sbaraglio, che sta avvelenando quel poco che resta della dignità comunista.
Quel che emerge dalla loro autocritica è un turbinio astratto di vaneggiamenti ricadenti su altrettante circostanze aleatorie, improvvidamente definite “venti di destra”. E quando non si tratta di questo la colpa ricade sulla base elettorale che non avrebbe compreso in pieno il significato di una forza di sinistra che “lotta nel governo”.
Secondo la nostra “drag queen” i partiti comunisti hanno però la possibilità di tornare a marciare uniti, mano nella mano, come nel Quarto Stato. Oddio! Al posto dei diseredati dipinti da Pellizza da Volpedo, avremo un esercito di sciccosi voyer e bohemien in cashmere che sfilano come al gay pride. Sempre più in alto!

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Utente: trotzkij
Nome: Alessandro
"Questi non hanno speranza di morte e la loro cieca vita è tanto bassa che 'nvidïosi son d'ogni altra sorte".
Dante, versi 46-48, III canto dell''Inferno'


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