Afganistan: «Non spari sui civili? Allora sei un disturbato mentale»
Notiziario del Campo Antimperialista – 29 luglio 2008
Cronaca su due piloti che, al contrario di certe portavoci dell'esercito italiano, novelle 'soldato Jane', non trovano fantastico 'sorvolare' l'Afghanistan con l'elicottero - Alessandro

Fatto sta che il 10 luglio scorso, dopo che una pattuglia italiana subisce un’imboscata, due elecotteri mangusta si alzano in volo all’inseguimento dei guerriglieri. E’ sera, la visibilità quasi nulla. Un equipaggio apre il fuoco nonostante il rischio di ammazzare dei civili, l’altro, invece, si rifiuta. I due elicotteristi spiegano di non avere sparato, appunto, per non fare vittime innocenti. Avrebbero quindi rispettato, almeno un po’, il mandato con cui sono stati inviati in questo martoriato paese.
Il comando italiano di stanza ad Herat smentisce questa versione, liquida l’evento come un fatto clinico, ovvero, prima ricovera in infermeria i due elicotteristi poi decide addirittura di rimpatriarli per farli curare al Celio. Malati di che? Affetti dalla PTSD, ovvero della cosiddetta Sindrome post-traumatica da stress. Ovviamente nessuno ha creduto al Comando italiano il quale, facendo passare gli ufficiali per disturbati, non ha fatto che copiare i comandi militari americani. Questi ultimi, infatti, si sono trovati alla prese, sia in Afganistan che in Iraq, con innumerevoli gesti di disobbedienza, tutti o quasi fatti passare, appunto, come casi della misteriosa PTSD.
La verità è che il Comando italiano, spingendo le proprie truppe a partecipare a missioni di guerra, straccia il proprio mandato ISAF, per aderire invece a quello unilaterale nordamericano di Enduring Freedom. Quello dei due soldati italiani disobbedienti è infine una spia del malumore che serpeggia tra le truppe d’occupazione. La Resistenza antimperialista in Afganistan ha fatto passi da gigante negli ultimi anni, riuscendo a colpire ben al di là delle zone considerate dagli occupanti a rischio. Proprio secondo i recentissimi dati forniti dai comandi dell’ISAF solo nell’ultima settimana di giugno ci sono stati ben 218 “episodi cinetici”, ovvero attacchi della guerriglia.
Sull’ultimo congresso di Rifondazione Comunista
Notiziario del Campo Antimperialista – 29 luglio 2008
E’ certo un bene che il VII. Congresso del PRC si sia concluso con la momentanea sconfitta dell’ala destra Bertinotti-Vendola. Ci auguriamo che questa «svolta a sinistra» non sia solo di facciata, che aiuti a ricostruire un fronte non solo anticapitalista ma anche antimperialista. Questa svolta è il segnale che la maggioranza di questo partito, per quanto eteroclita, ha tuttavia sconfitto la frazione il cui grado di compattezza è pari alla sua eteronomia. Non v’è infatti alcun dubbio che dietro al velo delle iperboliche contorsioni semantiche (terreno sul quale Vendola riesce addirittura a superare l’inFausto) si nasconda non solo l’introiezione della controrivoluzione culturale postmoderna, quanto dell’agenda politica e istituzionale bipolare e postdemocratica che da questa consegue. Bastava dare una sbirciata a tutti (tutti!) gli organi di stampa capitalisti per farsi un’idea di chi fossero gli sponsor di Vendola: nessuna testata esclusa tutte hanno esecrato l’elezione di Ferrero.
Che la sgangherata maggioranza che ha eletto Ferrero a segretario possa reggere l’assalto che le verrà portato dal vasto fronte post-anti-comunista noi, però, dubitiamo. Non è sufficiente un raddrizzamento tattico, ci vorrebbe una radicale svolta strategica, ma questo implica essere profondamente rivoluzionari nell’animo ed il coraggio di liberarsi da una tradizione politica opportunista e incartapecorita. Due qualità che che i momentanei reggenti sono ben lungi dal possedere.
Tra i concitati momenti del Congresso, uno su tutti è infatti spiccato per la sua emblematicità: quando l’inFausto, brandendo il proprio carisma, è salito sul palco a compiere il suo esorcismo. Ebbene, malgrado l’assenza di ogni autocritica, nonostante lo sfrontata reiterazione del cupio dissolvi, ovvero della richiesta dell’autodisfacimento, egli è stato accompagnato da una ossessiva e bipartizan standing ovation che ha dato la misura di quanta carne viva e materia grigia la metastasi bertinottiana abbia divorato nel frattempo e di quanto la maggioranza sia politicamete inconsistente. Per un attimo il guru si è illuso che il suo rito gli riconsegnasse il partito, che offrendo ad esso il suo sangue si compisse l’atto conclusivo della trasmutazione. Il miracolo non c’è stato. I chierici lo hanno tradito. Ma questo non è l’ultimo atto dello psicodramma. Al posto di un partito ora ne abbiamo due. Lo scontro diventerà fatricidio e porterà il PRC prima alla paralisi poi allo spappolamento.
Che i chierici, dopo aver per anni osannato alle mirabolanti profezie del vate, sappiano sopravvivere senza di lui ed evitare l’autodissoluzione ne dubitiamo. I chierici evocano una modestissima rinascita, un ritorno a prima del congresso di Venezia. Che in punto di morte Ferrero, Russo Spena e Mantovani facciano ammenda per essere stati tutti culo e camicia con l’inFausto quando con le Tesi di Venezia demolì anche sul piano formale la tradizione comunista, fa loro onore, ma un ritorno a prima di Venezia è solo un pietoso ritirar fuori dall’armadio un vestito dal rosso appena un po’ meno sbiadito. Il PRC non si impantanò nel riformismo, ovvero non divenne un partito-protesi del sistema istituzionale imperialistico, tra gli acquitrini lagunari. Il PRC, riformista, ci nacque, e il suo movimentismo bertinottiano era solo un opportunistico e momentaneo camuffamento per raccattare consensi elettorali, proprio al fine di rientrare con più forza nelle stanze dei bottoni. Per questo la maledizione dell’inFausto alla fine si invererà, Rifondazione, dopo il supplizio del 13 aprile, è destinata a tirare le cuoia. Ogni accanimento terapeutico, ogni tentativo di tenerla in vita artificialmente fallirà. E’ come frustare un cavallo morto.
La domanda che ci si deve porre è un’altra: cosa prenderà il suo posto? A contendersi eredità, spoglie e spazio non sono in pochi, dentro e fuori questo partito. Ne vedremo delle belle! Anzitutto l’eredità, che è stata il vero oggetto del contendere del VII. Congresso. Se se le son date di santa ragione, se i colpi bassi sono stati numerosi (fino al punto che la fase congressuale pareva una squallida pantomima di quelli correntizi della vecchia DC), non era tanto per nobili ragioni politiche, quanto, appunto, per stabilire a chi spettasero i gioielli di famiglia, ovvero chi dovesse tenersi simbolo, cassa, contributi, sedi, assessorati, e chincaglieria varia.
Ed è sempre questa disputa che può spiegare il labile spessore programmatico delle cinque mozioni, precipitato addirittura sottoterra a Chianciano Terme.
Alcuni si son quindi incazzati per la parole di Nunzio D’Erme, che ad un cronista avrebbe confessato: «E’ meglio di Vendola, no? Pure se a me non è che frega un c... So’ ubriaco e sto qui solo perché mi pagano l’albergo». Invece varrebbe la pena di riflettere su queste parole le quali, apparentemente demenziali e dissacratorie, sono un metro infallibile per misurare fino a che punto di cinismo siano giunti, oltre i riformisti d’ogni parrocchia, le loro appendici antagoniste.
Se scroccare tre giorni di pensione a Chianciano val bene la rottura di coglioni di un congresso, fino a che punto questi potranno arrivare per arraffare voti e tornare prima possibile nelle istituzioni come stampelle e goderne quindi delle prebende?
Claudio Negrioli LuogoComune 30/7/2008
Finita vittoriosamente l'estenuante corsa per la "nomination", il 46enne Barack Hussein Obama, l'amerikano negro quasi bianco, comincia a calare le sue carte sul tavolo del grande gioco della politica mondiale.
Chi si aspetta di vedere carte e combinazioni nuove rimarrà deluso, infatti sono le stesse vecchie logore carte che ha in mano anche il suo finto rivale, John McCain.
Nel suo recente tour blindato partito da Kabul, dove intanto che digeriva il pranzo presidenziale offerto dal fantoccio Karzai i suoi compatrioti "bravi ragazzi" in divisa uccidevano per "errore" nove poliziotti Afghani più quattro civili e tre bambini per contorno, Obama, recandosi in visita nella base Usa di Bagram, dove precisando che vincere in Afghanistan è fondamentale, così commentava con i giornalisti: "Vedere che persone così giovani stanno svolgendo un lavoro così eccellente, con tale dedizione dà buone sensazioni sul Paese. Voglio assicurarmi che tutti quelli a casa comprendano con quanto orgoglio lavorano le persone che sono qui e quanti sacrifici stanno facendo. E' eccezionale".
Via dal turbolento Afghanistan si è recato poi nell'altrettanto torbido Iraq dove ha incontrato l'altro fantoccio Nuri-al-Maliki, al quale ha confermato la sua volontà - se sarà eletto 44esimo Presidente Usa - di non ritirare le truppe americane fino alla completa vittoria contro gli "enemy combatant" locali infiltrati da Al-Queida.
Con una specie di "salto quantico" si è poi traslato nel vecchio continente, toccando le capitali più importanti, Berlino-Parigi-Londra, saltando Roma evidentemente non giudicata degna. Nella sua ultima tappa a Londra, che lo ha accolto piuttosto freddamente, a differenza di Berlino che gli aveva tributato un bagno di folla, ha dichiarato: "Sono convinto che molte delle questioni che dobbiamo affrontare in patria non potranno essere risolte efficacemente se non abbiamo forti alleati all'estero".
Riferendosi allo scambio di vedute con Gordon Brown ha esternato alla stampa: "Si è trattato di un incontro importante per me, non solo per sottolineare come la situazione internazionale abbia un impatto sulla nostra economia nazionale, ma anche per dare alla gente a casa, oltre che ai leader degli altri paesi, un'idea di dove potrebbe portarli un'amministrazione Obama per quanto riguarda la politica estera”.
“A Dowing Street, con Gordon ho parlato per due ore di argomenti che vanno dal Medio Oriente ai cambiamenti climatici, dal terrorismo ai mercati finanziari”, ha aggiunto.
Non va sottovaluta l'importanza della tappa intermedia, quella di Sderot, Israele, dove dopo aver messo la testa a posto, anzi a "Kippah", ha incassato dal capo dello stato sionista Shimon Peres un: «Lei dev’essere un grande presidente degli Stati Uniti, perché il mondo ha bisogno di una visione e di una leadership».
La premessa, ovviamente, è che Obama sia eletto. Ma lui, una mano sul cuore, non ha palesato incertezze. Ha detto di "essere qui per riaffermare l’asse israelo-americano, con la speranza di diventare un partner effettivo, sia da senatore che, eventualmente, da presidente".
Ha poi sorriso ammiccando ai fotografi, alle telecamere e alle assistenti dell’anziano leader laburista, che ne hanno commentato il fascino con un «Eizeh Khatikh!», che fusto!
Naturalmente non ha degnato di un cenno i poveri Palestinesi che vivono nel recinto di Gaza, limitandosi a una laconica dichiarazione resa al presidente Abu Mazen, altro dubbio personaggio, che suona banalmente così: «I palestinesi hanno diritto a uno Stato in grado di vivere». Sottinteso vivere da schiavi, dal momento che il senatore dell'Illinois ha ripetutamente affermato che "Gerusalemme deve essere capitale indivisibile dello stato ebraico".
Non tutti gli Arabi gradiscono, tanto è vero che sono apparse a Ramallah, in contrapposizione alla maglietta indossata a Sderot dal neo-simpatizzante Giudeo, quella con la scritta «I love Sderot», magliette arabe mostranti il suo volto sovrapposto a quello di Bush e McCain... un pò come il nostro Veltrusconi, insomma.
Naturalmente non poteva restare fuori l'Iran e la minaccia che rappresenta per Israele e il resto del mondo, che va "sventata senza indugio e con ogni mezzo".
Bene, sia come sia, se sarà eletto, il primo presidente negro americano, finito che avrà di strusciarsi con Zion e l'apparato industrial-militare che evidentemente gli ha dato luce verde, dovrà fare i conti con una spaventosa recessione che giorno dopo giorno diventa sempre più mortale, unita alla sconfitta che verrà, indipendentemente dal suo sciocco ottimismo, dai campi di battaglia che vedono impegnato il suo Paese che sognava ma ora delira nell'incubo sanguignolento irakeno, afghano e prossimamente iraniano, svegliato di tanto in tanto dai rumori di incendi e tempeste che come anticipo di punizione divina martoriano quello stanco paese che ancora crede di essere il centro del mondo.
Obama, se eletto Presidente, si rivelerà se possibile ancora peggiore di W. George Bush, consolidando la tradizione che vuole i presidenti democratici ancora più guerrafondai dei repubblicani.
Proprio, in piccolo, come avviene da noi con il famigerato Veltrusconi, che gli ha copiato il motto e che per questo è stato citato per plagio dallo staff del senatore nero ma quasi bianco.
Dio o chi per Lui abbia pietà dell'America.
G.P. Ripensare Marx 29 luglio 2008
I comunisti hanno tenuto il loro congresso alle terme di Chianciano, e dove sennò, c’è forse luogo migliore per lenire i malanni della senilità e trovare sollievo dall’artrite, dai nervi che saltano, dal decadimento mentale e da tutto ciò che un corpo piagato e piegato dallo scorrere del tempo è costretto a sopportare?
I tentativi bertinottiani di rifare il trucco al decaduto comunismo storico, avranno forse spinto sempre più in alto la sua carriera istituzionale (o, anche, quella di qualche suo enfant prodige, tutto chiacchiere e distintivo proletario), ma non hanno impedito al cadavere di andare in decomposizione.
Il deficit teorico e di prospettiva politica era ormai definitivo e non si trattava più di recuperare alla lotta (come molti militanti pensavano e pensano tutt’ora), quei settori sociali tradizionalmente di sinistra che si erano spostati a destra, né di tornare sul territorio per riprendere contatto con l’uomo della strada e, tanto meno, di schierarsi al fianco dei lavoratori in carne ed ossa (dopo averne snobbato le istanze più cogenti per sostenere esotiche e suggestive, ma del tutto immaginarie perchè lontane dal nostro contesto d'azione, soggettività terzomondiste e altermondialiste pronte alla “Revolución”).
In realtà, ci si può sempre risollevare dai terremoti epocali che fanno cadere l’impalcatura categoriale della propria visione delle cose (come quella del lavoratore collettivo cooperativo associato, quale soggetto rivoluzionario che si sarebbe formato naturalmente all’interno del processo produttivo, a fronte di una proprietà sempre più parassitaria), ma non è pensabile “stare al mondo”, dopo la produzione di detti eventi sconvolgenti, senza rimettere in funzione un rinnovato meccanismo teorico, con il quale fornire categorie e concetti più adatti a cogliere i movimenti (apparenti e non apparenti) della “realtà” (da sottoporre al costante “vaglio della pratica politica”). Se questo non avviene si crea un vuoto di senso nel quale prendono posto e si affastellano detriti e sedimenti ideologici di varia natura.
Questo vuoto teorico, in RC, è stato appunto riempito facendo appello all’identitarismo della tradizione estetico-romantica di sinistra (che ricomprende tutto l’armamentario resistenziale ed antifascista), allo spirito ecumenico-cristiano (l’empatia verso gli ultimi della terra e i diseredati di ogni specificazione) e all’introiezione di elementi passivizzanti dell’ideologia dominante, benchè dialetticamente capovolti (vedi le coppie concettuali “globalizzazione-globalizzazione dal basso”, “libera circolazione delle merci-libera circolazione degli individui”, dispersione dello strato operaio-movimento dei movimenti ecc. ecc.). Su questi fattori ha lavorato Bertinotti (aiutato dai professoroni che gravitano intorno al partito e che lasciano fare, tanto, nella peggiore delle ipotesi, ci penseranno le tendenze autoimplosive del sistema a rimettere tutto a posto), con più consapevolezza di quelli che lo hanno seguito, per la liquidazione sostanziale di una tradizione (che nei suoi punti più alti ha, comunque, raggiunto obiettivi di tutto rispetto), ormai ritenuta inservibile per il compito fissato: andare ad occupare lo spazio politico liberato dal PD.
Il gruppo dirigente di RC stava spingendo sempre più sullo sfondo l’identità comunista d'antan perché suo obiettivo precipuo era quello di dare rappresentanza al ceto degli assistiti di Stato, nonché a quella parte di sindacato che di questi ceti è l’espressione, rimasto sguarnito dopo la svolta pienamente liberaldemocratica del Partito di Veltroni.
Fine più ingloriosa non ci si poteva aspettare per un partito che, negli intenti, era nato per rifondare e rifondere il comunismo.
A Chianciano, dopo aver fatto fuori tutto il precedente gruppo dirigente, sono ora saliti in cattedra (o sarebbe meglio dire sul pulpito) i puristi della classe, quelli che dopo aver addebitato (ma non senza motivo), la debacle organizzativa ed elettorale a Bertinotti e soci, tenteranno di dar seguito ad una più forte opposizione sociale al capitalismo partendo da principi già smentiti dalla storia. A questo proposito non si può non dar ragione ad un reazionario come Geminello Alvi che sbarra da subito la strada alle velleità ferreriane:
“…E dopo liti e pianti tutti se n'andranno però con una stessa presunzione: che a sinistra, evoluto com'è al centrismo il Partito democratico, ci sia uno spazio enorme per loro. E non si sarà mancato di citare gli immigrati, e dire che sono loro il futuro della sinistra dura e pura. Altro errore. Perché a sinistra a fare concorrenza a Ferrero o Vendola c'è qualcosa di più serio di Diliberto o dei no global: c'è l'Islam più integralista. Non v'è religione più livellante, e con una rete di solidarietà più minuta, decisiva per conquistare ieri Bisanzio, oggi l'Islam moderato. L'elemosina obbligata, i sistemi di mutuo soccorso sono stati un modo formidabile per aggregare le masse più umili. Né manca l'anticapitalismo: ogni crescita della ricchezza, che derivi dagli interessi, viene esecrato. L'Islam avrà, temo, tra gli immigrati ben altro successo del comunismo in caricatura di Nichi Vendola e Luxuria. In conclusione: non ci hanno capito niente, ma seguiteranno, dalemianamente, a spiegarci tutto”.
E’ precisamente questo che non hanno ancora capito Ferrero e groupuscules trotzkisti alla perenne riscossa.
Ma darei ragione anche La Grassa quando dice che questa svolta fideistica accelererà la tanto sospirata tumulazione della salma. Del resto i pastori e i preti, valdesi o cattolici che siano, servono proprio a dare l’estremo addio.
ECCO LA SPIEGAZIONE
di GLG
Ha dichiarato Ferrero, il nuovo segretario di Rifondazione, che per lui la guida dell’agire politico dovrebbe essere la Bibbia. Apprezzo che l’abbia detto senza tanti giri di parole. Questo vi spiega perché ho scritto che, tutto sommato, è pur sempre meglio che abbia vinto lui il Congresso; per la verità con una maggioranza tanto composita che non so quanto affidamento dia di una congrua durata.
Se avessero vinto gli altri, c’era da temere che fingessero in qualche modo di adeguarsi al mondo moderno, e turlupinassero ancora qualche persona di buon senso. Adesso è invece chiaro: il comunismo che ha vinto il congresso è dichiaratamente cristiano, ma del cristianesimo con umori medievali, da “Fra Dolcino”. E’ il comunismo dell’“inginocchiatoio”, della penitenza per riscattare l’intera umanità dai suoi peccati; è il comunismo degli “scalzi” che andranno in giro a raccogliere ghiande per nutrire la “Classe”; e, oltre agli Uomini, salveranno gli Animali e la Natura tutta; parleranno con gli uccelli e “spargeranno la lieta novella” (non chiedetemi quale, mi piace il suono di queste parole).
Speriamo che la situazione non si ribalti, mi piace che restino in sella questi comunisti dello spirito. Siamo certo in Italia, paese di un’arretratezza scientifica da far paura, ancora in mano a lettori di Dante e ad organizzatori di egregie mostre pittoriche, ecc. Sia chiaro, ci vogliono anche queste cose, non debbono mancare! Magari però con l’aggiunta, e anche prevalente, di altre che ci proiettino nel mondo qual è attualmente. Malgrado questa arretratezza tutta italiana, tuttavia, il comunismo ferreriano è forse “troppo spinto”; abbiamo discrete prospettive di togliercelo di torno in qualche anno. La sua vittoria è la “ciliegina” che ci mancava. Adesso, speriamo; non troppo, ma speriamo. Lunga vita alla sua segreteria….. “tanto misericordiosa e pia” (anche qui, è il suono delle parole quello che conta: è piacevole, rassicurante).
Garbage - The Trick Is To Keep Breathing
John Pilger New Statesman 12.06.2008
Scelto e tradotto per Comedonchisciotte.org da ALCENERO
"Continuo a dire che Gerusalemme sarà la capitale di Israele". Lo ha affermato il candidato democratico Barack Obama a Sderot, nel sud di Israele, dove ha tenuto una conferenza stampa con il ministro degli Esteri, Tzipi Livni. [Repubblica del 23 Luglio]
Nel 1941 l’editore Edward Dowling scrisse: “I due più grandi ostacoli alla democrazia negli Stati Uniti sono, in primo luogo la diffusa illusione tra i poveri che abbiamo una democrazia e, in secondo luogo, il terrore cronico tra i ricchi che la potremmo ottenere”. Che cosa è cambiato? Il terrore del ricco è più grande che mai, e i poveri sono passati dalla loro illusione a quella di coloro che credono che quando George W. Bush finalmente, il prossimo gennaio, lascerà la carica, le sue numerose minacce al resto dell’umanità diminuiranno.
La inevitabile nomination di Barack Obama che, secondo un commentatore rimasto senza fiato, “segna un momento storico e veramente eccitante nella storia degli Usa”, è il prodotto della nuova illusione. In realtà sembra solamente nuova. Momenti storici e veramente eccitanti sono stati fabbricati in tutte le campagne presidenziali USA da che io mi ricordi, generando quella che può solo essere descritta come una stronzata su grande scala. Razza, genere, aspetto, linguaggio corporeo, spose e figli smorfiosi, persino scoppi di tragica grandeur sono tutti stati cooptati dal marketing e dalla “creazione dell’immagine”, ora magnificata dalla tecnologia “virtuale”.
Grazie a un sistema di collegi elettorali non democratico (o, nel caso di Bush, grazie a macchine per il voto manomesse) possono vincere solo coloro che tanto controllano quanto obbediscono al sistema. E' stato così dalla autenticamente storica ed eccitante vittoria di Harry Truman, il democratico liberale definito come un umile uomo del popolo, che si spinse a mostrare quanto era duro cancellando due città con la bomba atomica.
Non è possibile vedere Obama come un probabile presidente degli Stati Uniti senza comprendere le richieste in un sistema di potere essenzialmente immutato: di fatto un grande gioco dei media. Per esempio, da quando ho paragonato Obama con Robert Kennedy su queste stesse pagine, egli ha fatto due importanti affermazioni, le cui implicazioni non viene permesso si intromettano con le celebrazioni. La prima è stata alla conferenza della American Israel Public Affairs Committee (Aipac), la lobby sionista, che, come ha fatto notare Ian Williams “vi accuserà di antisemitismo se citate il suo stesso sito Web per quanto riguarda il suo potere”. Obama aveva già offerto la sua genuflessione, ma il quattro giugno si è spinto oltre. Egli ha promesso di appoggiare una “indivisa Gerusalemme” come capitale di Israele. Non un solo governo sulla terra appoggia l’annessione israeliana di tutta Gerusalemme, nemmeno il regime Bush, che riconosce la risoluzione Onu che designa Gerusalemme come città internazionale.
La sua seconda affermazione, largamente ignorata, è stata fatta a Miami il 23 maggio. Parlando alla comunità degli espatriati cubani – che nel corso degli anni ha prodotto fedeli terroristi, assassini e trafficanti di droga per conto delle amministrazioni Usa – Obama ha promesso di continuare contro Cuba un soffocante embargo che dura da 47 anni e che è stato dichiarato illegale dall’Onu anno dopo anno.
Ancora una volta Obama si è spinto più in là di Bush. Egli ha detto che gli Stati Uniti hanno “perso l’America Latina”. Egli ha descritto i governi democraticamente eletti di Venezuela, Bolivia e Nicaragua come dei “vuoti” da riempire. Ha sollevato il non senso dell’influenza iraniana in America Latina ed ha appoggiato “il diritto della Colombia di colpire terroristi che cercano rifugio oltre i suoi confini”. Tradotto ciò significa il “diritto” di un regime, il cui presidente e i cui maggiori politici sono legati agli squadroni della morte, di invadere i suoi vicini per conto di Washington. Egli ha anche appoggiato la cosiddetta "Iniziativa Merida" che Amnesty International e altri hanno condannato come il tentativo di portare la “soluzione colombiana” in Messico. Non si è fermato qui. “Dobbiamo anche fare ulteriori pressioni sul sud” ha detto. Nemmeno Bush ha detto ciò.
È tempo che coloro che si nutrono di illusioni crescano politicamente e discutano il mondo del grande potere per quello che è, non per ciò che sperano che sarà. Come tutti i candidati presidenziali seri, presenti e passati, Obama è un falco e un espansionista. Egli proviene da un’ininterrotta tradizione democratica, come dimostrano i presidenti Truman, Kennedy, Johnson, Carter e Clinton con le loro guerre. La differenza di Obama potrebbe essere che egli sente un bisogno persino maggiore di mostrare quanto sia inflessibile. Per quanto il colore della sua pelle faccia venir fuori tanto razzisti quanto sostenitori esso è irrilevante per il grande gioco del potere. Il “momento storico e veramente eccitante nella storia degli Usa” arriverà solo quando verrà sfidato il gioco stesso.
G.P. Ripensare Marx 22 luglio 2008
Non darei troppo adito alle escandescenze di Bossi nè ai suoi sussulti antinazionalistici, con tanto di dito medio rivolto al "cielo romano" e a tutto ciò che esso rappresenta.
A Roma la Lega ha lasciato, tanti anni or sono, la sua purezza originaria, quell’istinto padano con il quale aveva saputo incarnare le istanze di rottura regionalistiche avanzate dalla parte più laboriosa del popolo del nord, in un momento storico in cui la corruzione del sistema politico e le connivenze consociativistiche dei partiti emergevano come sempre più intollerabili.
La Lega seppe affermarsi sulla scena politica nazionale (erano gli inizi degli anni ’90) perchè in grado di catalizzare il malcontento generale dei produttori del Nord (tanto lavoratori che piccoli e medi imprenditori), riuscendo anche a tradurre tale insoddisfazione in slogan d'impatto ed in alcuni elementi di forte novità, incompatibili con le forme e i linguaggi, del tutto fossilizzati, di una Prima Repubblica ormai allo sfascio. Fu lo stesso La Grassa ad evidenziarlo, in un articolo di qualche tempo addietro, dovendo poi ricredersi rispetto a quella prima valutazione positiva, a causa dell’improvviso ammansimento del gruppo dirigente leghista, il quale non tardò a farsi incantare dalle sirene del riconoscimento sistemico-istituzionale.
La Lega era certamente un movimento nato dal basso che, con grande fortuna ed in tempi propizi (virtù e fortuna vanno sempre di pari passo), aveva saputo rompere l’oligopolio delle forze politiche preesistenti, portando sul tavolo del dibattito politico tematiche che non erano mai state all’ordine del giorno.
Non a caso, persino un federalista di spessore ed una testa pensante come Gianfranco Miglio, si avvicinò al movimento di Bossi (all’epoca Lega Lombarda) per collaborare al progetto federalista di costui. L’idillio tra lui e il “Senatur” però ebbe vita breve poiché l’ambizioso piano federale del professore comasco fu presto messo da parte dal partito del Nord, più propenso al piccolo cabotaggio e all’ottenimento di vantaggi immediati da esaltare dinnanzi al suo popolo.
L’aria della capitale si è dunque rivelata quasi subito fatale per il gruppo di comando leghista che ci ha messo davvero poco ad abituarsi allo sfavillio dei vituperati “palazzi romani”. E’ una legge storica ineludibile quella per cui le idealità potenzialmente rivoluzionarie di qualsiasi formazione politica sono destinate a spegnersi se non sono supportate, nella fase di consolidamento organizzativo, da un coerente progetto trasformativo della realtà sociale, soprattutto allorquando si mettono in moto i meccanismi di neutralizzazione sistemica.
Così l’entourage bossiano ha dovuto coprire tale perdita d’identità con un surplus ideologico assolutamente deleterio e di pura facciata.
Pertanto, non mi scandalizzo affatto per il vilipendio al tricolore o all’inno nazionale di Bossi, sia perché quest’ultimo è stato ormai abbondantemente inserito negli ingranaggi romani che dice di voler inceppare, sia perché la tanto decantata dignità nazionale svolazza al vento al pari dell’italica bandiera. E che dire poi del coro patriottico stonato dei troppi uomini valorosi solo a parole (i canti scaldano il cuore ma per far funzionare il cervello occorre ben altro) che si risvegliano solo se un esagitato minaccia la secessione?
Del resto, se Bossi è colpevole di aver offeso l’italico orgoglio, di cosa è responsabile allora tutta la marmaglia pseudodirigente di questo pauvre pays, la cui ispirazione di destra o di sinistra, riformatrice o conservatrice, liberale o socialdemocratica, non ha evitato il tracollo politico, sociale, economico del nostro sistema-paese; questo sì quotidianamente deturpato dagli omuncoli di infima caratura che si spacciano per protettori della patria? Ecco il termine giusto “Protettori” ma di un paese ridotto ad un bordello alle mercé del primo avventore. E quante forze politiche si sono distinte, in questi ultimi anni, dalla paccottiglia parlamentaristica che ha votato compattamente per operazioni militari a sostegno delle guerre degli altri che ci hanno resi più succubi di quanto già non fossimo?
Cerchiamo di essere franchi, irrita la retorica bossiana, ma ancor di più indispettisce il moralismo con il quale destri e sinistri ostentano indignazione, ben sapendo che il vero disprezzo per i valori nazionali deriva dalle loro non-scelte politiche che hanno eroso la nostra sovranità nazionale.
La verità è che alla retorica secessionista di Bossi si associa benissimo la retorica speculare dei portatori di questa finta croce nazionale, sempre pronti a dire signorsì allorquando il potente alleato d’oltreoceano scuote la ciotola piena di avanzi.
Karadzic, penso sia onesto proporre un'immagine di "minoranza" dell'uomo.
Nei primi anni '90 ebbi l'occasione di parlargli molte volte. In una affrontai il tema dei crimini di guerra di cui era accusato. Gli dissi "neanche mia moglie mi crede quando le dico che non mi sembri un criminale"; lui mi rispose che nei primi giorni della guerra civile "cittadini uccisero altri cittadini", e che nessuna autorità era abbastanza forte da fermare il massacro. Quando lui prese in mano la situazione i massacri furono fermati.
Per dare a mia moglie un messaggio concreto della sua buona fede mi consegnò un documento in cui mi permetteva di attraversare le linee serbe con bambini musulmani da portare in Italia per cure.
Quando i croati sfondarono il fronte occidentale migliaia di profughi serbi stavano scappando dai territori invasi. C'era una ragazza croata con un tumore in fase terminale che voleva morire tra le braccia di sua madre, abitante a Banja Luka. Per una croata viaggiare contro la corrente dei serbi in fuga era un grosso problema, e nemmeno importanti organizzazioni internazionali erano riuscite ad aiutarla. Io chiesi aiuto a Karadzic e lo ottenni. Degli amici veneti e triestini la misero su di un aereo per Belgrado; qui venne presa in carico da miei colleghi serbi che la nascosero per una notte in un ospedale, quindi iniziò il suo viaggio verso Banja Luka in una ambulanza messa a disposizione dai serbo-bosniaci.
Io la precedevo di qualche chilometro per trattare il suo passaggio ai vari posti di blocco. La ragazza era molto coraggiosa e strinse la vita tra i denti, rifiutandosi di morire prima di aver visto sua madre. Alla fine arrivò a casa della madre e poche dopo ore morì come aveva chiesto. I serbo-bosniaci mi diedero una medaglia quale segno di riconoscenza per aver dato loro l'occasione di mostrare la loro vera natura.
Prima che la guerra volgesse in favore dei croati e dei musulmani la sacca di Bihac era assediata dall'esercito di Mladic e la gente stava per morire di fame. Io fui contattato da alcuni membri del Quinto Corpo d'Armata musulmano per una missione di soccorso alla popolazione di Bihac. Avevano riempito due camion con cibo, in particolare zucchero, ma non sapevano come passare attraverso le linee serbe. Nemmeno l'ONU era riuscita ad ottenere i permessi.
Io offrii una cena a Zagabria ad un membro dello stato maggiore croato e ottenni da lui il permesso di passare attraverso il territorio croato, fino al confine di Moscenica con la zona occupata dai serbi. Arrivai poi a Pale di sera e chiesi di parlare con Karadzic; era occupato con il Gruppo di Contatto europeo, e mi fu chiesto di aspettare. Nell'attesa molto lunga fui invitato a cena in una sala piena di soldati e funzionari del governo serbo-bosniaco.
A metà della cena mi accorsi che i presenti si irrigidivano, mentre alla mie spalle la voce di Karadzic: "cosa vuoi questa volta?" Io riuscii a malapena ad ingoiare un grosso boccone e balbettai: "i bambini di Bihac stanno morendo di fame, tu non li lascerai morire, vero?" Karadzic sospirò e mi diede il permesso di passare con i camion, ma mi raccomandò di fare attenzione perchè "quelli erano terroristi". Io ebbi il coraggio di rispondergli "è proprio quello che dicono di te". Così fui in grado di guidare i due camion con targa croata con due autisti musulmani attraverso la Croazia e la Republika Srpska.
Nessun osò torcere un capello ai miei autisti. Ebbi solo un problema con un funzionario dell'ONU che mi denunciò per violazione dell'embargo contro la Serbia, avendo io una tanica di benzina in macchina...
Poi i due camion riuscirono a passare dentro la sacca di Bihac, altri camion li seguirono nelle settimane seguenti, poi i musulmani cercarono di rapirmi, ma questa è un'altra storia.
Quando il Tribunale dell'Aja emise il primo mandato di cattura contro Karadzic la motivazione era quella di essere stato il comandante in capo dell'esercito serbo che si era reso responsabile di quei crimini. Chissà se qualcuno ricorda che una settimana prima di Srebrenica il giornalista del Piccolo di Trieste, Maranzana, aveva scritto un articolo in cui definiva Karadzic un presidente ormai praticamente spodestato (da Mladic, per ordine di Milosevic?) quasi prigioniero nella sua residenza di Pale.
La mia impressione è che il Tribunale, in ossequio a chi pagava lo stipendo ai suoi giudici, abbia emesso il mandato di cattura un po' frettolosamente, inventandosi gli unici crimini di cui Karadzic poteva certamente definirsi innocente.
Io non so se Radovan abbia rubato da bambino la marmellata o se abbia mai ordinato di uccidere qualcuno nella sua vita; posso solo testimoniare che l'uomo che io ho conosciuto mi ha sempre concesso di aiutare bambini di entrambe le fazioni senza alcuna discriminazione. Non ebbi mai l'impressione di parlare con un mostro.
Marino Andolina Pediatra (Trieste)
L'Iraq? Che spasso!
Sonia Mancini, quarant’anni, livornese.
Tenente della Riserva selezionata dell’Esericito Italiano, da oltre cinque mesi a Baghdad è il capo dell’ufficio Affari Pubblici nella missione NATO di addestramento delle forze di sicurezza irakene. In tale veste, è la portavoce del generale di divisione Paolo Bosotti, vice comandante della missione.
Dopo un corso di addestramente della durata di due mesi, svolto presso la Scuola di Applicazione ed Istituti di Studi Militari a Torino, ora fa parte del gruppo degli “esperti della Comunicazione”. L’Esercito può inviarla in un teatro operativo per un periodo complesivo di ventiquattro mesi.
Oggi lavora per lo più nella blindatissima Zona Verde di Baghdad, incontrando giornalisti iracheni e stranieri, accompagnando il generale Bosotti nelle riunioni con politici e militari, impartendo lezioni di comunicazione ad ufficiali, funzionari e dirigenti locali. Di notte, dorme in un container mimetizzato, coperto da sacchi di sabbia. Compagna di stanza un’ufficiale danese. I momenti di relax - con altri militari di vari Paesi, diplomatici, funzionari internazionali e contractors - li trascorre vicino alla piscina della vecchia ambasciata statunitense.
Quando va male, ci sono i bunker, dipinti di giallo fluorescente, che dice di non perdere mai di vista. A chi le chiede se tale situazione non sia un po’ claustrofobica, risponde: “Claustrofobico stare a Baghdad e volare su un elicottero Black Hawk ogni settimana? No, lo assicuro… E’ bellissimo!”.
Difatti, ora che sta scadendo il suo primo mandato, spera che le rinnovino l’incarico.
Ah, dimenticavamo. Nella vita fa la giornalista, a La7. Assunta a tempo parziale.
Byebye Uncle Sam 22.07.08



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