Aurora

Sito d'Informazione Internazionalista
domenica, 31 agosto 2008

«Caso Siemens» e affari di famiglia Prodi

Adesso sono al vaglio del pm di Roma Roberto Felici gli atti della parte di indagine arrivata dalla procura di Bolzano sul presunto giro di favori «familiari» dell'ex presidente del consiglio Romano Prodi, e nella quale sono inserite anche alcune intercettazioni telefoniche riguardanti il professore ed alcuni esponenti del suo staff. Il fascicolo è una costola dell'inchiesta sulla vendita di una consistente quota di Italtel (parte a sua volta dell'Iri) alla Siemens, a metà degli anni novanta, con Prodi alla presidenza del colosso di stato.
L'indagine del capoluogo altoatesino ruota su una tangente di 10 miliardi di vecchie lire pagata dalla Siemens all'Iri per agevolare i rapporti in vista dell'affare, e non coinvolge l'ex premier. Ascoltando le telefonate del suo collaboratore Alessandro Ovi, i pm di Bolzano speravano di trovare i destinatari della ipotetica tangente. Invece sono incappati in una serie di conversazioni, anticipate ieri da Panorama, in cui Ovi appare come un consigliere d'affari per alcuni parenti dello stesso Prodi, il nipote Luca, e il consuocero Pier Maria Fornasari.
Tre i filoni delle intercettazioni. Il primo riguarda gli affari di Fornasari, primario all'ospedale Rizzoli di Bologna, mentre cerca di organizzare un incontro con gli allora ministri Livia Turco, (Sanità) e Fabio Mussi (Università) per convogliare finanziamenti verso le proprie iniziative scientifiche.
Un secondo filone riguarda invece le attività di Luca Prodi, figlio di Vittorio, che ha il 20% della azienda chimica Cyanagen. Per aiutare le sorti dell'azienda, Romano invoca l'intervento di Claudio Cavazza, presidente del colosso farmaceutico Sigma Tau (e finito più volte in carcere per corruzione). Luca deve però prima liberarsi di un socio, la Euroclone. È a questo proposito che, parlando con Ovi, Prodi pensa di suggerire al nipote di svuotare la società in comune all'insaputa del socio: «Intanto tirano via tutto quello che non hanno brevettato», dice.
Infine, a chiedere favori, secondo Panorama, sarebbe stato lo stesso Cavazza, in cambio di una sponsorizzazione per un sondaggio delle primarie del nascente Partito democratico.

ilmanifesto.it 30.08.08

domenica, 31 agosto 2008

Monicelli: l'Italia è alla deriva, e il '68 fu una sciagura

Monicelli, la freschezza a 93 anni. Il grande vecchio del cinema alla Mostra presenta un corto sul quartiere in cui vive. "Ci arrivai quando c'era il fascismo, che ora sta tornando in abiti nuovi". "Ma l'Italia ora è alla deriva".
Intervista di Claudia Morglione, La Repubblica

VENEZIA - L'Italia di oggi? "Una barca alla deriva, dominata dal pensiero unico". Il Sessantotto? "Divertente qui alla Mostra del cinema, ma per il resto fu una sciagura". La situazione politica attuale? "Sta tornando il fascismo, sotto altre forme". Il cinema di casa nostra? "Garrone e Sorrentino sono bravi, e tra vent'anni li celebrete come adesso fate con me". E' un fiume in piena, Mario Monicelli. Classe 1915, maestro indiscusso della settima arte, porta una ventata di freschezza al Lido. Con la sua lucidità intatta, la sua verve, le sue battute da toscanaccio. Ma anche con il suo cinema: il cortometraggio Vicino al Colosseo c'è Monti, presentato oggi fuori concorso e da lui diretto, è stato adorato da pubblico e critici. Un omaggio al rione romano in cui il regista vive da tanto tempo, nato da un'idea di sua moglie, Chiara Rapaccini.

Monicelli, è davvero così affezionato a Monti?
"Sì, ci sto da anni. Anzi, la prima volta ci sono stato negli anni Trenta - lei non ci crederà, ma allora avevo già l'età che ha lei adesso. Trovai in affitto una camera ammobiliata: aveva l'ingresso scala, cioè indipendente, in modo da poterci portare anche persone non frequentabili. E poi ancora adesso, entrando nei negozi del rione, tutti mi accolgono in modo civile, senza particolare riguardo, e senza pretendere nulla da me. Mentre giravamo gli abitanti sono stati molto collaborativi, ma senza smancerie".

La Roma di oggi è tanto diversa da quella della sua gioventù?
"E' più grande, più affollata, con più divertimenti. Quando ci arrivai io, negli anni Trenta, dopo le nove e mezzo di sera era già tutto buio".

Allora c'era il fascismo, come descriverebbe la situazione politica attuale?
"Forse il fascismo sta tornando: non esplicitamente, ma con un altro vestito. E sta tornando anche la povertà di allora: ma allora eravamo tutti poveri, oggi la povertà non viene accettata".

Torniamo un momento sulla situazione politica italiana.
"L'Italia è una barca che due generazioni di classe dirigente hanno ormai portato alla deriva. Per salvarla ci vorrebbe un nuovo equipaggio. Dalla generazione precedente abbiamo ereditato la corruzione, che si prolunga fino a ora. Non c'è più musica, non c'è più letteratura, non c'è danza, c'è solo qualche sussulto al cinema. Ma in generale non c'è più nulla".

Pensa che ci vorrebbe un altro Sessantotto, di cui quest'anno ricorre il quarantennale?
"No. Quella è stata una rivolta dei figli contro i padri: i genitori insegnavano loro a rispettare la scuola, a tirare la cinghia, mentre i ragazzi hanno detto 'basta, divertiamoci, consumiamo'. E' stata quella la generazione che ci ha trascinato nel consumismo attuale: la gente, invece di imparare a lavorare, pensa a comprarsi la Ducati".

Eppure lei c'era, alla protesta sessantottina qui alla Mostra di Venezia.
"Sì, c'ero. Facevo parte dell'Anac, l'associazione degli autori che contestava la gestione dell'epoca. Facemmo una manifestazione alternativa, volevamo fare un cinema diverso. Fu divertente: ricordo Zavattini trascinato via, i distinguo di Pasolini... Allora almeno era un'Italia molto combattiva, oggi c'è il pensiero unico".

E il cinema di adesso? Oggi qui a Venezia in concorso c'è il film di Ferzan Ozpetek...
"Lui è una persona stimabile, e poi la Sandrelli ha dichiarato che il suo è un film 'potente': un aggettivo meraviglioso".

Eppure, finora, qui al Lido le opere più applaudite sono state il suo corto e quello di un regista centenario, Manoel De Oliveira.
"Aspettiamo che diventino vecchi anche Garrone e Sorrentino, ho visto i loro ultimi film, belli, o Virzì, Marra, Amoruso: e vedrete che applaudirete anche loro. Bisogna avere pazienza, ci vogliono altri vent'anni. Certo, non tutti i film possono venir bene: io ne ho fatti 65 ma ne vengono ricordati al massimo due, quindi 63 non erano buoni. Il problema è anche la distribuzione, gli esercenti sono dei bottegai. Insomma, siamo in mano ai salumai".

E di De Oliveira, cosa pensa?
"E' la mia ossessione: è più vecchio, più bravo di me, e ha fatto anche più festival. E più sveglio e attivo, perché viene dal circo equestre: non vedo l'ora che scompaia (scherza)! Io invece vengo dalla portineria, e faccio fatica anche a camminare a Monti".

Ha altri progetti dietro la macchina da presa?
"Per adesso non sto lavorando. Ma spero ancora di realizzare un'idea che ho in mente da cinquant'anni, senza riuscire mai a farla. Non ho voglia però di parlarne, sembrerei presuntuoso".

Un consiglio ai giovani cineasti?
"Scegliere storie di una semplicità elementare, che è la cosa più difficile. Non mettere troppe cose e troppi personaggi nel tentativo di renderle interessanti. Sono le storie semplici che nel tempo continuano a emozionare".

La Repubblica, 30 agosto 2008

giovedì, 28 agosto 2008

Jericho e la fiction americana dopo l’11 settembre

Mauro Quagliati LuogoComune 28/8/2008
Avviso: nell’articolo viene parzialmente rivelata la trama del telefilm

La scorsa settimana si è conclusa, completamente in sordina, la trasmissione di uno dei telefilm più coraggiosi e interessanti degli ultimi anni. Perché spendere parole su un serial televisivo made in USA (trasmesso dalla CBS)? Perché Jericho è il miglior esempio del corto-circuito tra fiction e realtà che caratterizza la cultura americana post - 11 settembre, oltre ad essere un ottimo prodotto, girato con pochi mezzi.
La storia mette in scena il più inquietante degli incubi americani, l’olocausto nucleare, vissuto dal punto di vista di una piccola cittadina del Kansas (Jericho, appunto). Ma non si tratta di un attacco missilistico, bensì di un atto terroristico coordinato in cui vengono esplosi contemporaneamente una ventina di ordigni nucleari nelle più importanti città americane. Gli Stati Uniti collassano: i territori scampati alla distruzione e alle radiazioni sono falcidiati dalla fame; razzie, sciacallaggio e bande para-militari imperversano per il paese. La nazione precipita nell’anarchia, ma dalle sue ceneri nascono due autorità in conflitto: ad Est ciò che rimane del governo federale, ad Ovest una nuova coalizione, gli “Stati Alleati d’America”.
Chi è il nemico? Chi è il responsabile del più grande attacco terroristico della storia, compiuto (non casualmente) nel mese di settembre? Questo è l’interrogativo che anima la prima stagione del telefilm, e che troverà una risposta grazie alle informazioni messe in campo dal personaggio chiave della storia, un agente della CIA in incognito, rifugiatosi a Jericho con la famiglia pochi giorni prima che scoppiassero le bombe. Egli infatti sapeva in anticipo ciò che sarebbe successo.
Il telespettatore navigato a cospirazioni atlantiche non fatica molto ad intuire che qualcosa non quadra nella versione dei fatti trasmessa dalla televisione. La verità ufficiale governativa, secondo cui Corea del Nord e Iran sarebbero i mandanti degli attentati, si rivela ovviamente falsa. Già, ma quale governo si fa vivo dopo mesi di black-out? Dopo che la piccola comunità di Jericho ha dovuto affrontare l’inverno isolata dal mondo ed è stata costretta ad ingaggiare battaglia contro una cittadina vicina per l’accaparramento dei campi coltivabili?
L’ordine viene ristabilito nell’area dalle forze militari e para-militari del neo-governo degli Stati Alleati dell’Ovest. Ma il comportamento delle nuove autorità appare ben presto sospetto ai protagonisti della vicenda. La ricostruzione e l’amministrazione sono gestite da una grande corporation appaltatrice della Difesa, la sicurezza e la giustizia sono affidate ai dipendenti senza scrupoli di una società privata di “contractors” dell’esercito (già operativa in Afghanistan e Iraq). La matrice eversiva del nuovo governo è manifesta persino nei nuovi testi di storia per le scuole, informati ad un revisionismo di estrema destra. La propaganda dei nuovi leader del paese attribuisce la caduta degli Stati Uniti alle “arrendevoli” politiche del passato: “Un nuovo secolo americano sta per cominciare…”
In un colpo di scena finale, viene scoperto che gli attacchi nucleari sono stati eseguiti secondo le modalità descritte in uno studio strategico riservato che era stato redatto dieci anni prima proprio dagli esperti della Jennings & Rall, l’azienda che sta ricostruendo il nord America a sua immagine, e che si è ormai sostituita allo stato in tutte le sue funzioni.
E’ fin troppo chiaro. La sceneggiatura di Jericho è un condensato di tutto ciò che le teste pensanti hanno imparato sugli attentati “false flag” dell’11 settembre 2001. Che il Pentagono menta su una gran numero di questioni concernenti la “Homeland Security” è un leit-motiv che conoscevamo fin dai tempi di X-files. Ma la conferma che elementi criminali del governo di Washington pianifichino stragi per ottenere i loro obiettivi strategici è una faccenda che è diventata palese solo nel XXI secolo. Obiettivi che peraltro erano già noti in anticipo, poiché pubblicati nel famoso documento “Project for the New American Century”.
L’estrapolazione fanta-politica di Jericho è immediata ed efficace, poiché resuscita il fantasma della guerra civile americana, portando alle estreme conseguenze gli elementi della crisi che sono, in questi anni, sotto gli occhi di tutti. L’apparato statale gestito da Entità fuori dal controllo dei cittadini. Guerre scatenate e crimini contro l’umanità perpetrati, non per gli interessi nazionali, ma per foraggiare i bilanci di certe società multinazionali. Operazioni militari sempre più gestite da privati (i consulenti della Casa Bianca al posto dei generali, i “contractors” al posto dei soldati). Leggi speciali anti-terrorismo promulgate in nome della Sicurezza Nazionale. Il collasso del tessuto sociale americano di fronte a crisi improvvise (l’esperienza dell’uragano Katrina), che rivelano la storica assenza di ogni forma di solidarietà nazionale.
Anche il piano dei nuovi padroni degli Stati dis-Uniti post-atomici, che sembra del tutto folle, autolesionista e fantascientifico (decine di milioni di morti e le grandi metropoli americane rase al suolo), proviene in realtà dalle lezione della storia. Le vicende del ‘900 ci insegnano la più desolante verità sullo scopo ultimo delle guerre moderne: distruggere per poter ricostruire. L’assetto economico capitalista obbligato nelle sue fasi alterne di crescita e recessione ha bisogno di resettare periodicamente la situazione per riprendersi. La Prima e la Seconda Guerra Mondiale sono state scatenate scientemente dai gruppi di potere finanziario che ancora oggi determinano le sorti dei governi, e in molti frangenti sono state combattute dagli stati maggiori seguendo una strategia che ha portato a massimizzare le perdite.
Gli sceneggiatori di Jericho hanno preso tutto questo e l’hanno dato in pasto al pubblico americano, inserendovi però un messaggio di speranza: la solidarietà di una piccola comunità che fa fronte comune ad avversità estreme, laddove molti altri cedono allo sciacallaggio o alla legge marziale. La lealtà alla bandiera di uomini dell’esercito che rifiutano di prendere ordini da superiori illegittimi e criminali.
Purtroppo, la risposta in termini di ascolto non è stata soddisfacente per il network, per cui, la serie viene abortita dopo 7 episodi della seconda stagione. Anche in Italia la programmazione del telefilm, che l’anno scorso veniva annunciato su Rai2 con tutti gli onori, è stata retrocessa dalla prima alla seconda serata, e infine relegata a mezzanotte. Evidentemente il grande pubblico americano è più interessato alle storie di fantasmi e di serial killer che troviamo in serie ben più fortunate, piuttosto che essere messo di fronte ai mostri reali generati da un governo ormai fuori dal controllo democratico.

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mercoledì, 27 agosto 2008

Armadio della vergogna 2, arrivano le prime prove

Sulla questione dei criminali di guerra italiani torniamo a segnalare il recente, prezioso testo di Davide Conti "L'Occupazione italiana dei Balcani" che contiene tra l'altro:- approfondimenti sul lavoro della Commissione Gasparotto, menzionata anche nell'articolo che segue- elenco di 422 persone ricercate dalle autorità alleate - stralcio della "Relazione n.45" della Commissione di Stato jugoslava (Grgic-Nedeljkovic) per la constatazione dei crimini degli occupatori italiani e dei loro coadiuvatori, riguardante l'internamento dei familiari dei partigiani nel campo sito nell'isola di Melara (Zara) e la richiesta di estradizione ei militari e dei fascisti accusati di crimini contro i civili (6 aprile 1945)- e numerosa altra documentazione d'archivio spesso inedita.

La documentazione nel palazzo dove fu occultato per 60 anni il primo
Franco Giustolisi
il manifesto 12 Agosto 2008

Un vecchio faldone scuro, alto una decina di centimetri. Roso dal tempo, sbrecciato, polveroso. Ha un'età ragguardevole, poco meno di 60 anni. A fatica si legge l'intestazione: «Criminali di guerra - Proced. (sta per procedimenti, ndr) contro Roatta ed altri» (seguono i nomi di altri 32 imputati, ndr).
Altra documentazione che si scova nel cinquecentesco palazzo di via degli Acquasparta, in Roma, dove hanno sede i vertici della giustizia militare e dove fu trovato, nel giugno del 1994, l'armadio della vergogna, che nascondeva i fascicoli delle stragi commesse dai nazifascisti, nel nostro paese, dall'8 settembre del 1943 al 25 aprile del '45. Decine e decine di migliaia di morti, all'enorme maggioranza dei quali si deve ancora giustizia, che la memoria tende a dimenticare e che la storia fatica ancora ad inserire nel suo tabellino di marcia.
Ora di questo secondo armadio della vergogna di cui ho già parlato sul manifesto di circa un mese fa, e che è figlio o padre del primo, come cercherò di spiegare più avanti, si individuano le prime tracce per via di questo faldone. Contiene riferimenti alla Commissione d'inchiesta presieduta dal senatore, antifascista di lunga data, Luigi Gasparotto. Fu nominata il 6 maggio del 1946 da un governo che oggi chiameremo di centrosinistra e che più di un anno dopo un governo di formazione opposta, un berlusconiano di destra diremmo oggi, si incaricò di annullare in ogni modo, nascondendo i risultati agghiaccianti.
Riguardavano le imprese compiute dai generali fascisti nei territori aggrediti dal fascismo: Jugoslavia, Albania, Grecia, Unione Sovietica, Etiopia. Fu una gara, tra loro e i nazisti, SS comprese, a chi si distinguesse in bieca crudeltà.

I due armadi
Italiani brava gente? No: italiani brutta gente.
Ho alluso ad una stretta parentela tra i due armadi perché in quegli anni il primo governo che si richiamava alla Resistenza e alla lotta partigiana, quello presieduto da Ferruccio Parri, voleva rendere giustizia alle vittime dei nazifascisti. Ma anche jugoslavi, greci, albanesi, sovietici esigevano giustizia per i massacri compiuti dalle truppe inviate da Mussolini per «conquistare terre al sole». Allora un governo che non aveva fascisti in senso organico nel suo seno, ma che fascista era d'animo, e che io ho individuato nel mio libro «L'armadio della vergogna», nel primo o nel secondo governo De Gasperi di centrodestra, si distinse per uno sporco lavaggio di mani: si vogliono perseguire gli aguzzini nazifascisti responsabili degli eccidi in Italia, non si possono non perseguire coloro che hanno commesso crimini della stessa natura all'estero.
La decisione finale: tutto fu annullato, tutto fu occultato, tutto fu fatto dimenticare. Ma alla fine i nodi, come si usa dire, vengono al pettine. E' vero, c'è voluto più di mezzo secolo, ma che vogliamo farci, questa è l'Italia.
Nell'immediato dopoguerra faceva sparire brutalmente quel che serviva a bloccare la giustizia, oggi uomini che vengono dal niente si inventano il lodo, che è un dolo, per arrivare agli stessi risultati. Bisogna dare atto ai «nuovi» della loro maggiore eleganza rispetto ai «vecchi»: ci mettono persino l'avallo del Parlamento.

Dove sono le carte?

Torniamo all'armadio della vergogna numero due, la cui esistenza fu prospettata al Consiglio della magistratura militare dall'ex procuratore militare di Padova Sergio Dini, ora passato, come circa la metà dei suoi colleghi, alla magistratura ordinaria. Dini poneva il problema: dove sono finite le carte della Commissione Gasparotto? S'è voluto eludere la giustizia? Misteri, ancora misteri, sempre misteri. «La prego, perlomeno per quel che riguarda l'oggi, non mi riferisco evidentemente ad un lontano passato, che lei ha illustrato nel suo libro, non usi il termine misteri - dice Alfio Massimo Nicolosi, procuratore generale militare presso la Corte di Cassazione, in breve la massima autorità della giustizia in stellette - lei dice misteri, ma per quel che ci riguarda non ce ne sono. Non appena ho ricevuto l'esposto del procuratore Dini ho immediatamente incaricato il qui presente capo della segreteria, dottor Alessandro Bianchi, di cercare per ogni dove quello che lei ha definito l'armadio della vergogna numero 2. Ma la montagna, e lo dico senza facile ironia, ha scoperto solo un topolino, cioè il faldone di cui stiamo parlando. Conteneva soltanto o prevalentemente corrispondenza sul tema crimini di guerra asseritamente compiuti dall'esercito italiano in terre straniere.
Da una prima sommaria e superficiale visione ho accertato che si tratta di documentazione che potrebbe avere solo un valore storico. C'erano timbri di riservatezza, di segretezza, eccetera. Ne ho chiesto l'eliminazione ai ministeri competenti, la Difesa ha già acconsentito, debbono ancora rispondere gli Esteri e gli Interni: Ed io sto provvedendo ad inviare tutto questo materiale al Consiglio della magistratura militare che deciderà cosa farne e se, eventualmente, aprire un'altra inchiesta come fece tra il 1996 e il 1999 per l'armadio della vergogna numero uno
». Ma dove sono finite le conclusioni dell'inchiesta condotta da Gasparotto?
«Ah, questo proprio non lo so, può fare tutte le ipotesi che vuole... Un momento, dimenticavo una cosa: in quel faldone c'è anche una sentenza, mi sembra che risalga al 1951. E trattandosi di una sentenza che non può essere soggetta ad alcun segreto, ne può fare richiesta ed ottenerla».
Dottor Bianchi, lei che è il ritrovatore degli armadi, individuò quello che conteneva i fascicoli delle stragi commesse dai nazifascisti con già annotati i nomi dei criminali che le avevano compiute, ha faticato più questa volta o la precedente?
«Senz'altro la prima volta, chi poteva pensare, così, di prima intenzione, che quell'armadio seminascosto potesse contenere carte così interessanti: girai, girai, sinchè alla fine mi decisi a vedere anche lì... Questa volta è stato molto più semplice. Ho pensato che poteva trovarsi, quel materiale, soltanto nell'archivio dell'ex procura generale presso il tribunale supremo militare, che ormai non c'è più. E alla fine, ho trovato quel faldone inserito tra tanti altri in una delle incastellature metalliche.. .».
Ma non è possibile che le risultanze della Commissione Gasparotto siano occultate da qualche altra parte in questo enorme palazzo?
«Tenderei ad escluderlo perché tutti i locali sono stati rinnovati e, poi, dopo la ricerca dell'armadio che lei ha definito della vergogna, ogni angolo era stato ispezionato. Se c'è, è da qualche altra parte, non da noi». Dove, per esempio?
«Presumo al ministero della Difesa, il cui ministro a suo tempo nominò la Commissione ed è logico pensare che i risultati siano stati consegnati allo stesso ministero...» .

«Condanniamoli tutti, poi...»
Ma non è da escludere, e questa è una mia supposizione, che sia finito al ministero degli Esteri, dato che dalla documentazione del passato emerge la sua presenza più di una volta nello scambio di informazioni con la procura generale militare in tema di stragi nazifasciste e il suo interesse d'ufficio nelle richieste degli stati invasi dal fascismo di ottenere l'estradizione dei criminali di guerra italiani. Ricordo una lettera, scovata dagli storici Filippo Focardi e Lutz Klinkammer, in cui l'allora ambasciatore a Mosca Pietro Quaroni suggeriva al presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, con il massimo possibile del cinismo, questa via d'uscita: «Condanniamoli tutti, a morte, all'ergastolo, poi li faremo uscire alla chetichella. ..».
«Non mi sembra - spiega Bianchi - che ci sia corrispondenza di questo tipo. In quel faldone ci sono soprattutto lettere inviate e ricevute dal procuratore generale del tempo, credo Umberto Borsari, ai ministeri della Difesa, degli Esteri, degli Interni e viceversa. Fanno riferimento al problema dei crimini di guerra di cui furono accusati molti generali e altri ufficiali italiani».
In attesa che il «malloppo» sbuchi fuori da qualche parte passiamo alla sentenza di cui ho detto e che mi è stato relativamente facile ottenere al prezzo di cancelleria di euro 4,65, compreso il diritto d'urgenza. Una sentenza curiosa per vari motivi. Anzitutto perché, con mia relativa sorpresa, viene vistata dal vice procuratore generale militare Tringali, lo stesso, se ben ricordo, che aveva inviato una sorta di circolare sulla strage delle Ardeatine, per quel che riguardava gli altri colpevoli, oltre a Kappler, questa la conclusione: «...non sembrando conveniente turbare ancora una volta l'opinione pubblica riportando alla ribalta il triste episodio...».
Nella sostanza: lasciamo perdere, non facciamo piangere ancora chi ha già pianto. E la giustizia? Non aveva ingresso.
Come capita oggi, del resto, per altri versi. Fu quella circolare che mi arrivò in forma anonima nei primi mesi del '96 al giornale dove allora lavoravo, fogli ingialliti dal tempo, sbrecciati, in parte illeggibili, a convincermi ad iniziare l'inchiesta sull'armadio della vergogna.
Ma la sorpresa maggiore mi è venuta perché nella sentenza non ci sono i fatti cui conseguirono le imputazioni, solo alcune date che non si comprende a cosa si riferiscano. Non credo che si tratti di motivi di sintesi: la burocrazia se si è distinta in questo campo, lo ha fatto sempre per il motivo opposto. Quindi tacere, nascondere, far finta di niente. Vengono riportati soltanto i motivi di carattere generale delle imputazioni: «Concorso in uso di mezzi di guerra vietati, concorso in rappresaglie ordinate fuori dai casi consentiti dalla legge (mi sfuggiva che alcune rappresaglie erano legislativamente consentite, ndr). La premessa si riferisce alle «relazioni del nuovo governo jugoslavo contenenti un lungo elenco di persone ritenute criminali di guerra. Queste relazioni inviate in Italia, vennero esaminate da una Commissione d'inchiesta per i presunti crimini di guerra (leggi Commissione Gasparotto, che aveva ritenuto queste relazioni, quanto meno, fondate, ndr) istituita presso il ministero della Guerra. Accogliendo le proposte di tale Commissione d'inchiesta, il ministero presentava le seguenti richieste di procedimento. ..».
Segue un elenco di 33 nomi, tanti evidentemente, ma assai inferiore agli oltre ottocento denunciati dalle nazioni aggredite dal fascismo. In questa sentenza, come si vedrà, quasi tutti gli imputati avrebbero dovuto rispondere dei loro crimini commessi in Jugoslavia. Mancano però, i nomi di tutti gli altri, non si sa se per loro sono state emesse sentenze di altri tribunali militari dopo le inchieste della Commissione Gasparotto. «Roatta Mario, Comandante della II. Armata; Robotti Mario, comandante dell'XI. Corpo d'Armata e, successivamente della II. Armata; Bastianini Giuseppe, governatore della Dalmazia; Magaldi Gherardo, presidente di un Tribunale Straordinario in Dalmazia; Serrentino Vincenzo, membro di detto Tribunale; Giunta Francesco, governatore della Dalmazia, Alacevich Giuseppe, segretario del Fascio di Sebenico; Rocchi Armando, comandante della sezione di Sabbioncello; Pirzio Biroli Alessandro e Zani Francesco, il primo Governatore del Montenegro ed il secondo comandante di una grande unità in Montenegro; Gambara Gastone, comandante dell'XI Corpo d'Armata; Coturri Renato, comandante del V. Corpo d'Armata; Grazioli Emilio, Alto commissario per la provincia di Lubiana; Dal Negro Pier Luigi, Sestili Gualtiero, Fais Giovanni, Sartori Giuseppe, Viscardi Giuseppe, Delogu Giuseppe, già in sevizio in Jugoslavia; Barbara Gaspero, prefetto di Zara, Brunelli Roberto e Spitalieri Salvatore, già in servizio in Montenegro; Testa Temistocle, prefetto di Fiume; Fabbri Umberto, comandante del V. Raggruppamento g.a.f.; Roncoroni Alfredo e Gaetano Giuseppe, in servizio alle dipendenze del Comando dei Carabinieri della Dalmazia; Viale Carlo, comandante la Divisione "Zara"; Manutello Fabio, ufficiale della Divisione "Bergamo", David Tommaso, comandante della 28. Compagnia M.v.a.c.; Scalchi Ivan, comandante della 107. Legione M.v.s.n. in Zara; Mauta Eugenio, Commissario civile di Cabar; Cassanego Emilio, Commissario civile del Distretto di Ornomeli; Giorleo Armando, comandante del I. battaglione del XXVI. G.a.f; Magaldi Gherardo, quale presidente di un tribunale militare in Atene».
Ma di questa sentenza quel che più colpisce è la chicca finale: «Tutti non punibili per mancanza di parità di tutela penale da parte dello stato nemico (dimenticando persino un ex davanti a quel nemico, ndr)». Il tutto sulla base di una «comunicazione del ministero degli Esteri», espressamente citata: «Gli stati ex nemici di cui trattasi non garantiscono la parità di tutela penale allo Stato italiano ed in pratica ciò ha portato ad assicurare l'impunità a molti stranieri responsabili di gravi delitti contro combattenti e prigionieri italiani», che non va dimenticato, erano gli invasori. Il tutto firmato da: «Giudice istruttore militare, ten. gen. B. Olivieri».
Sembrano affermazioni di leghisti e fascisti che dicono: nei paesi islamici non vogliono far costruire chiese e noi non faremo costruire moschee. Quella comunicazione del ministero è datata 2 luglio 1951, la sentenza è del 30 luglio dello stesso anno, esattamente 29 giorni dopo. Nessuno mi toglierà dalla testa che i giudici militari prima di esprimersi hanno atteso il «la» politico del governo attraverso il ministero degli Esteri. E appena sette giorni dopo, precisamente il 6 agosto, una grande scritta, a margine della sentenza, con tanto di firme e timbri, annuncia: «La presente sentenza è definitiva». Una specie di lodo Alfano, insomma, che io preferisco chiamare dolo.

I DOCUMENTI SCOMPARSI
Armadio o «cassonetto», è sempre una vergogna

f. g.
ilmanifesto

Dino Messina sul Corriere della sera del 7 agosto, riprendendo il mio articolo apparso sul manifesto del 27 giugno intitolato «L'armadio della vergogna 2», dà la parola al procuratore militare di Roma il quale dice: «Si tratta di una invenzione giornalistica che non corrisponde alla realtà delle cose». Lo vuol chiamare comodino, etagere, cassapanca, comò, armadietto, si accomodi ma sempre della vergogna è.
Comunque, come avrà potuto leggere in questo articolo, altri suoi colleghi non sono d'accordo con i suoi concetti. In più il «carrello con alcuni faldoni che portano il segno degli anni», come scrive Messina, non contiene i risultati della commissione Gasparotto bensì alcune carte di processi, da cui ho ricavato quello che pubblico. Il procuratore cerca, su quel carrello, le carte della strage di Domenikon in Tessaglia, dopo l'esposto inviatogli dal suo ex collega Sergio Dini che gli ha fornito anche i nomi degli storici che diligentemente lui cita. Un tempo la magistratura militare era al servizio del potere, poi, dal 1980, non più. Come mai tanta cautela? Riemerge il fetido odore del passato?

STRAGI NAZIFASCISTE E MISTERI
ilmanifeto
Un faldone scuro e polveroso intestato «Criminali di guerra» riguarda 33 imputati, ma è pieno di omissis e timbri di segretezza. Fa riferimento alla commissione d'inchiesta Gasparotto del '46, i cui atti furono fatti sparire per nascondere le «imprese» compiute dai generali fascisti in Jugoslavia, Albania, Grecia, Unione Sovietica ed Etiopia. E intanto oggi si ricorda l'anniversario dell'eccidio di Sant'Anna di Stazzema

GLI IMPUTATI
Da Roatta a Biroli, le gesta dei comandanti fascisti
ilmanifesto
Mario Roatta, grande amico di Galeazzo Ciano, direttore del Sim, il servizio segreto militare che ideò e attuò l'assassinio dei fratelli Carlo e Nello Rosselli. Comandante della II Armata in Croazia, ordina ai suoi uomini di «applicare le mie disposizioni senza falsa pietà». E' rimasta famosa la sua invettiva contro le popolazioni aggredite da Mussolini: «Non dente per dente, ma testa per dente».
Arrestato nel dopoguerra per l'omicidio dei fratelli Rosselli, evase con l'aiuto del Sim e dei carabinieri. Mario Robotti, successore di Roatta nel comando della seconda Armata in Croazia. Spronava i suoi ufficiali con questa frase: «Qui ne ammazziamo troppo pochi». Di croati, s'intende.
Gastone Gambara, comandante dell'XI Corpo d'Armata. Invitava i suoi sottoposti a distinguere: «Questi sono campi di concentramento non di ingrassamento» .
Alessandro Pirzio Biroli, governatore del Montenegro. Durante l'invasione dell'Etiopia si distinse per il «giochino» che ordinava ai suoi: faceva legare una pietra al collo dei capitribù ribelli per poi farli gettare nel lago Tana.

mercoledì, 27 agosto 2008

Criminali di guerra

Da Osijek, scrive Drago Hedl 07.08.2008 Osservatorio Balcani

Critiche alla Croazia per i funerali di Dinko Šakic, responsabile del campo di concentramento ustaša di Jasenovac. Scandalosa omelìa del sacerdote durante il rito funebre. Silenzio della Chiesa, condanna di Mesic
Nel giro di una settimana la Croazia è stata di nuovo investita da critiche internazionali per le modalità con cui si sono svolti i funerali di Dinko Šakic, ex responsabile del campo di detenzione degli ustaša a Jasenovac, e per il benvenuto euforico tributato a Zvonko Bušic, dopo 32 anni passati in carcere negli Stati Uniti a causa di atti terroristici.
Efraim Zuroff, direttore del Centro Simon Wiesenthal di Gerusalemme, ha espresso la propria amarezza al presidente croato Stjepan Mesic per il modo in cui sono stati organizzati i funerali di Dinko Šakic, il responsabile del campo di Jasenovac.
L’idea che l’ex capo di Jasenovac, indubbiamente uno dei peggiori campi di concentramento attivi in Europa durante la Seconda guerra mondiale, dove sistematicamente venivano uccisi molti innocenti (serbi, ebrei, croati antifascisti e rom) possa essere sepolto in divisa ustaša, nonché lodato da un prete come modello per tutti i croati, è un’offesa a tutte le vittime degli ustaša e alle persone di coscienza in tutto il mondo”, ha affermato Zuroff nella sua lettera a Mesic.
La reazione di Zuroff si è concentrata sullo scandaloso discorso del sacerdote Vjekoslav Lasic, che ha parlato di Šakic come di un eroe nazionale. Lasic ha dichiarato che la corte che ha condannato Dinko Šakic ha condannato anche la Croazia e il suo popolo, e inoltre ha aggiunto che “ogni croato onesto dovrebbe onorare il nome di Šakic”.
L’associazione dei giovani antifascisti di Zagabria ha inviato una lettera aperta al cardinale Josip Bozanic, protestando contro il discorso del padre Lasic sulla tomba di Šakic, e chiedendo inoltre il ritiro del suo permesso a svolgere le funzioni pastorali. “La Chiesa cattolica dovrebbe dimostrare che si è davvero liberata degli oneri del passato, e che non tollera più sacerdoti che celebrano i crimini commessi dagli ustaša, né la cosiddetta NDH (Nezavisna DrĹľava Hrvatska, Stato Indipendente della Croazia) di Ante Pavelic”, riporta la lettera, che non ha ricevuto alcuna risposta.
L'ufficio del presidente Mesic ha diramato un messaggio che ricorda “la netta condanna [da parte del presidente] dei crimini degli ustaša, espressa già innumerevoli volte, e la sua condanna del regime ustaša come criminale”. Il messaggio del presidente ricorda poi che “poiché i preti durante i servizi religiosi non si presentano come semplici privati cittadini, è impossibile interpretare le parole enunciate ai funerali di Šakic come un’opinione personale del sacerdote che ha svolto il servizio“.
Šakic (87 anni) è morto il 20 luglio scorso in un ospedale di Zagabria, nel quale è stato trasportato, a causa della sua salute precaria, dal carcere dove scontava una condanna a 20 anni. Fino al 1998 Šakic si nascondeva in Argentina. E' stato poi estradato in Croazia e processato per crimini di guerra e in seguito, nell’ottobre del 1999, il Tribunale circoscrizionale di Zagabria l’ha giudicato colpevole e l’ha condannato al massimo della pena prevista.
Il Tribunale ha accertato che Šakic ha commesso violazioni, torture e omicidi nel periodo in cui era a capo del campo di Jasenovac, e che inoltre non aveva fatto nulla per impedire tali violazioni e punirne i responsabili, ma aveva ucciso di persona, a colpi di pistola, quattro detenuti del campo oltre ad aver ordinato l’impiccagione di altre 22 persone.
Un altro scandalo è stato provocato dal ritorno in Croazia di Zvonko Bušic, l’uomo che, insieme ad un gruppo di immigrati croati negli Stati Uniti, nel settembre del 1976 aveva dirottato un aereo sulla linea New York – Chicago che trasportava 76 passeggeri. In precedenza, Bušic aveva collocato una bomba nella metropolitana di New York che aveva ucciso un poliziotto e ne aveva ferito un altro. Per questi reati nel 1977 Bušic è stato condannato all’ergastolo, ma nel luglio di quest’anno è stato graziato e rilasciato dalle carceri americane.
In Croazia una parte della popolazione lo considera un eroe. Di conseguenza, alcuni media si sono lasciati andare definendolo come “una persona che ha lottato per l’indipendenza e la libertà della Croazia” oppure chiamandolo il “Mandela croato”. Al pubblico Bušic è stato presentato come uomo che con i sui atti voleva attirare l'attenzione del mondo sulla difficile posizione della Croazia e dei croati all’interno dell’ex Jugoslavia, perché intendeva, sorvolando Londra e Parigi, lanciare dall’aereo dirottato manifesti che rivendicavano l’indipendenza della Croazia.
Anche se questa spiegazione è tanto ridicola quanto inaccettabile, ancor oggi una parte della popolazione ne rimane convinta. All’aeroporto di Zagabria Bušic è stato accolto da circa cinquecento persone, tra le quali DraĹľen Budiša, ex vicepresidente del governo e segretario del Partito social-liberale croato (Hrvatsko socijalno liberalna stranka, HSLS). All'aeroporto si è presentato anche il controverso cantante Marko Petrovic Thompson, contro il quale nelle passate settimane alcune ONG hanno sollevato una denuncia, con l'accusa di incitare i giovani a glorificare il nazismo e il movimento ustaša in Croazia durante i suoi concerti. Era presente anche Ivic Pašalic, ex consigliere per la sicurezza nazionale durante la presidenza di Tudman.
A spingersi ancora più in là sono stati i rappresentanti delle associazioni dei veterani di guerra di Zagabria, che hanno chiesto per Bušic lo status di difensore della Croazia, titolo assegnato a chi ha combattuto nella guerra croata dell’indipendenza (1991-1995). “Yasser Arafat ha ottenuto il premio Nobel per la pace, i membri del gruppo Bader Meinhof sono stati rilasciati, Che Guevara viene tutt’oggi glorificato. Perché sarebbero diversi o migliori, grazie alle loro convinzioni e ideologie, rispetto a chi ha lottato per la Croazia?”, ha chiesto il presidente della suddetta associazione, Ivan PandĹľa.
Il vertice dell’HDZ di Sanader (Hrvatska demokratska zajednica, Unione democratica croata), partito attualmente al potere, non si è espresso sulla vicenda e, quando l’ha fatto, ha usato parole molto caute, visto che condannare gli atti di Bušic come terroristici avrebbe potuto danneggiare il proprio consenso tra gli elettori. La reazione più dura è stata quella del segretario generale dell’HDZ, Iva Jarnjak, che ha dichiarato che Bušic lottava sì per la Croazia, ma, parafrasando Machiavelli, ha aggiunto: “Il fine non giustifica ogni mezzo”.

mercoledì, 27 agosto 2008

La Sicilia? Fu (e forse lo è ancora) un popolo di straccioni. Così la presenta Focus Storia

Che la Sicilia si possa offendere impunemente come ha fatto l’ex Ministro di stato Amato nel 2007 è cosa nota, che la Sicilia sia considerata terra di conquista e colonia italiana è cosa altrettanto nota.
Ma che adesso una rivista “italiana” spacci per storia una grottesca rappresentazione di un improbabile sbarco greco in Sicilia per “civilizzarlo” è il limite della decenza della pseudo cultura italiota.
Nel numero 22/2008, Focus Storia (?) , editrice Gruner e distribuito da Mondadori (un ritorno dopo la illuminante guida della Sicilia pubblicata nel 2007), presenta una copertina dedicata alla Sicilia che più che offendere l’Isola ed i suoi abitanti, offende il buon gusto e soprattutto dimostra come in questa “libera democrazia italiana”, artisticamente si può offendere e ridicolizzare chiunque spacciando una offensiva vignetta caricaturistica come libera interpretazione “artistica”.
Mondadori a pagina 25 della sua guida affermava che  “è una storia non siciliana, non generata internamente dall’isola ma sempre imposta dall’esterno. Anche i Sicani, gli Elimi e i Siculi … provenivano da fuori…”. E giù poi a dire che tutte le popolazioni che hanno composto l’identità siciliana non sarebbero state altro che “una successione di dominazioni."
Focus Storia fa di meglio. Presenta lo sbarco degli ateniesi come lo sbarco di Colombo in centro america, ma ricorda nell’insieme lo sbarco di Garibaldi a Marsala nel 1860, solo che la storia “scritta dagli stessi vincitori” ci ricorda che i marsalesi abbandonarono la città, e rappresenta il popolo siciliano come un popolo di straccioni privo di cultura ed intelligenza. Ma, cosa più allucinante, rappresenta le donne siciliane come “prostitute”, donnine facili o peggio ancora merce di scambio.
E già, perchè secondo Focus, Atene venne in Sicilia non solo per colonizzarla ma anche e soprattutto per civilizzarla e prendersi le donne siciliane, pronte a prostituirsi o a vendersi al civilizzatore. E se ci fossero dei dubbi sull’interpretazione della tavola di apertura, Focus Storia interviene precisando che “... i coloni greci scambiavano le loro merci con le donne siciliane” .
Secondo Focus Storia, i coloni greci (ma cosa c’entrano con i coloni i guerrieri greci raffigurati? ) sbarcano in Sicilia vestiti di tuniche che guarda caso riportano i colori della bandiera italiana (!) quando tutto il mondo sa che i colori predominanti nell’antica grecia erano il rosso, l’ocra e il blu. Un trittico di colori italiani che appare come un chiaro messaggio subliminale.
La scena rappresentata dalla tavola di apertura ci presenta gli ateniesi come un popolo di cultura elevata che incontra un popolo che vive nell’era preistorica. Rozzo e ignorante, pronto a vendere per uno specchietto le proprie donne sapientemente presentate seminude e provocanti. Insomma, un incontro tra la cultura, l’arte e l’intelligenza con l’arretratezza culturale profonda.
Niente di più inesatto. I greci , al contrario dei Fenici che con i popoli siciliani avevano stabilito lucrosi incontri commerciali fondando numerosi empori di scambio, occuparono “militarmente” la Sicilia utilizzando di volta in volta scuse per giustificare l’occupazione, vedi il viaggio di Ulisse e vari miti che coinvolgevano la nostra isola (un po’ come fanno oggi gli americani con l’Afganistan, con la scusa di liberare le donne dal burqa, o con l’Iraq e le armi di distruzione di massa fantasma) e furono tutto meno che portatori di cultura.
Appena i greci sono arrivati sulle coste siciliane la popolazione residente si ritirò progressivamente sulle montagne per l’atteggiamento belligerante di questi. Di certo coloro che pagarono il conto maggiore furono gli uomini di Siculi, Sicani ed Elimi, che quando non venivano uccisi divenivano schiavi. Trattamento di favore era riservato alle donne, che non erano barattate o comprate, quanto più che altro rapite a scopo “riproduttivo”, fatto questo documentato da numerose testimonianze archeologiche.
E’ fuor di dubbio che l’introduzione di parte della cultura greca contribuì notevolmente allo sviluppo dell’isola che, malgrado le potenziali divisioni dovute alla diversa etnia non solo dei popoli già residenti in Sicilia prima dell’arrivo dei greci ma anche delle varie “colonie” che si insediarono, ben presto superò la Grecia e la maggior parte dei paesi del mediterraneo in: cultura, scienza, produzione agricola e potenza militare. Basti ricordare la disastrosa spedizione ateniese contro Siracusa, ormai diventata più potente di Atene e Sparta messe insieme. Se poi vogliamo dilungarci sui “siciliani illustri” del periodo classico, nati dalla fusione delle varie etnie in terra di Sicilia, di cui nell’articolo non si fa assolutamente cenno, basterebbe ricordare solo Archimede siracusano e Diodoro siculo.
La descrizione storica all’interno dell’articolo, a parte qualche importante lacuna e qualche imprecisione, in particolare la questione del grano che non è stato importato dai greci ma che è presente, in Sicilia sin dal 3000 A.C. (le lontanissime origini della cerealicoltura, in Sicilia sono confermate da rinvenimenti archeologici di macine e di altri reperti, di industrie domestiche risalenti alla cultura di Stentinello, ed in generale è stato documentato con certezza il primato del ruolo del grano nella coltivazione e nelle abitudini alimentari dei siciliani, come ci testimonia Plinio il Vecchio, nel De Naturalis Historia), e l’attribuzione dell’origine delle prelibatezze della pasticceria siciliana agli arabi, dimenticando i dolci a base di mandorla e miele del siracusano-ragusano -catanese spiccatamente greci che appare come una analisi, alquanto grossolana e superficiale sulla cucina siciliana e totale mancanza di conoscenza della storia culinaria della Sicilia, si presenta sufficientemente valida (in termini scolastici un 6-) anche se l’Isola non è mai stata una piazzola di sosta ma crocevia delle culture che hanno dato vita a tolleranza e convivenza tranne che nel periodo di occupazione greca, e viene da chiedersi quale sia il vero obiettivo di tali volgari rappresentazioni del popolo siciliano.
Ne abbiamo parlato con Marco Casareto, vicedirettore di Focus Storia il quale si è detto meravigliato delle proteste siciliane che a suo parere non appaiono giustificate. La tavola di apertura, secondo Casareto, è una libera interpretazione dell’artista che così ha pensato di vedere lo “sbarco” dei greci.
Prendiamo atto e riferiamo ma questa libera interpretazione sembra esprimere solo reconditi significati razzisti e niente più.Meglio sarebbe stato che Focus Storia non avesse attenzione dell’Isola, ne avrebbe guadagnato il buon gusto e soprattutto la storia.

Autore:Ms/Ac ilvespro 26/08/2008

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categoria: mediterraneo, storia, sicilia, scienza, propaganda, informazione, societĂ , disinformazione, focus storia, italiota


mercoledì, 27 agosto 2008

Un veleno chiamato Clinton

Segue: Possibile attentato a Obama?
Massimo Mazzucco
LuogoComune 27/8/2008

Se Barak Obama perderà le elezioni di novembre la colpa sarà stata certamente di Hillary Clinton, che non ha saputo digerire la sconfitta subita nelle primarie, rigurgitando tutto il suo veleno nell’attesissimo discorso che ha concluso poche ore fa alla Convention democratica di Denver. E’ avvenuto cioè quello che molti temevano ma nessuno osava confessare, e che rischia ora di dividere profondamente la base elettorale, regalando un altro quadriennio “gratuito” ai repubblicani.
Facciamo un passo indietro, per chi non avesse seguito da vicino tutto il melodramma democratico: grande favorita all’inizio delle primarie, la Clinton si è vista superare alle prime tornate dall’“underdog” Barak Obama, e da quel momento non è più riuscita a recuperare lo svantaggio, vedendo così svanire una presidenza che reputava già sua. Nel frattempo aveva però raccolto 18 milioni di voti, battendo il record assoluto nella storia delle primarie americane (Obama ne ha raccolto circa 300.000 in meno, ma ha comunque vinto la nomination grazie al complesso meccanismo dei delegati).
Incapace di perdere con eleganza, la Clinton ha trasformato l’ultima parte del confronto elettorale in una specie di rissa a senso unico, nella quale ha fatto di tutto per dipingere un’immagine negativa di Barak Obama, che ora si ritorce contro il candidato democratico: basti pensare che i repubblicani usano oggi, nei loro spot pubblicitari, gli stessi spot pubblicitari che la Clinton aveva lanciato contro Obama. Non contenta, alla fine della corsa la Clinton ha fatto comunque pesare la sua vittoria nel voto popolare, chiedendo – implicitamente, ma “a furor di popolo” - la vicepresidenza, mentre una grande quantità di suoi elettori faceva di tutto per farci sapere che “piuttosto che votare per Obama, avrebbe dato il voto al repubblicano McCain”.
Un ricatto vero e proprio, in altre parole, travestito da normale "sondaggio elettorale".
Obama ha tenuto duro, e saggiamente non ha scelto la Clinton, poiché sapeva bene che la vittoria - a quel punto praticamente certa - gli sarebbe costata l’ingombrante zavorra di Bill Clinton. (Un giorno, facendo una battuta in proposito, Obama disse “alla casa Bianca c’è posto soltanto per due persone, non per tre”).
A questo punto il “dovere“ della Clinton - come potente e responsabile leader del partito democratico - era di fare buon viso a cattivo gioco, e invitare comunque tutti coloro che avevano votato per lei a dare il voto di novembre a Barak Obama.
Ma c’era modo e modo di farlo, e purtroppo Hillary ha scelto il più velenoso e disastroso in assoluto: con un discorso apparentemente impeccabile, pieno di patriottismo e di “valori democratici”, in realtà la Clinton ha fatto di tutto per risplendere in prima persona, dimenticandosi che l’oggetto del contendere sono quei pochi milioni di democratici indecisi - in stati-chiave come l’Ohio o la Pennsilvanya - che a novembre minacciano di votare per McCain. (In realtà l’America non andrebbe divisa fra repubblicani e democratici, ma fra razzisti e non razzisti. Ma l’ipocrisia è ancora più feroce quando diventa trasversale, poichè diventa più difficile da evidenziare).
La Clinton ha esordito sul palcoscenico, curiosamente, con quella che avrebbe dovuto essere la conclusione del suo discorso, e cioè l’invito a votare tutti per Obama. Lo ha fatto subito, a freddo e senza vero entusiasmo, come se si trattasse di una formalità di cui sbarazzarsi al più presto, prima di affrontare il vero argomento che le stava a cuore, e cioè se stessa. A quel punto la Clinton è partita in una specie di auto-celebrazione del tutto fuori luogo, nella quale ha raccontato al mondo la storia del proprio successo personale, e solo in chiusura si è ricordata di ripetere l’invito a votare tutti per Obama, in maniera meccanica e poco convincente.
In altre parole, il discorso della Clinton si può sintetizzare così: “Io nella vita ho fatto questo e quest’altro, io credo in questi valori supremi e insostituibili, io sono brava bella e intelligente, e sarei stata un ottimo presidente. Voi mi avete dato un supporto eccezionale, e io vi ringrazio. Ah, a proposito, sappiate che anche Barak Obama sarà perfettamente in grado di fare quello che avrei fatto io."
Il discorso è sembrato, a prima vista, corretto e onorevole, ma nella sostanza era una micidiale arma a doppio taglio, intesa a far rimpiangere ai suoi 18 milioni di elettori una presidente che - almeno per il 2008 - non potranno avere.
Naturalmente, se “per caso” Barak non dovesse vincere il prossimo novembre, nel 2012 in prima fila ci sarà di nuovo lei. E questa volta senza nessun Obama accanto a romperle le scatole.

Possibile attentato a Obama?
Nel grande carnevale mediatico di ieri - i collegamenti con Denver, per l’attesissimo discorso serale della Clinton, sono iniziati già dal primo mattino - è passata una “notiziuola“ apparentemente innocente, ma forse tutt’altro che tale.
La scritta che appariva sullo schermo della CNN era “Possible Obama plot”, ovvero “possibile attentato a Obama”, ed era accompagnata dalle fotografie di tre “sciamannati” qualunque – ma brutti ma brutti ma brutti – di fronte ai quali Oswald, Earl Ray e Shiran sono tre principi della Casa d’Asburgo.
Ebbene, questi tre sarebbero stati arrestati a bordo di un’auto “che guidava in maniera pericolosa” (altrimenti non hai la scusa per fermarli – esattamente come per McVeigh), a bordo della quale è stato trovato – udite udite - un fucile con cannocchiale. A questo punto, chi non pensa a Dallas e al Book Depository?
E infatti, nonostante la polizia di Denver si sia affrettata a far sapere che “i tre personaggi arrestati non sono in alcun modo coinvolti con un possibile attentato a Obama, o a qualunque altro personaggio politico presente a Denver“, sullo schermo della CNN la scritta “Possible Obama plot” ha persistito immutata per una ventina di minuti almeno.
Nel frattempo si è saputo che “una persona di cui non si conosce l’identità aveva avvisato i servizi segreti, dopo aver sentito i tre scalmanati - che sono risultati essere degli spacciatori qualunque - che parlavano di uccidere Obama”.
Curioso, che tre persone che progettano di uccidere addirittura un possibile presidente si facciano ascoltare dal primo che passa, e altrettanto curioso che costui pensi ad avvisare i Servizi Segreti, invece di chiamare semplicemente la polizia. (Ma poi, se sono “segreti”, dove lo trovi il loro numero di telefono?)
A questo punto viene da chiedersi: sarà stata davvero una “strana notizia” e basta, o si è forse trattato di un “messaggio in codice“ per Obama – del tipo “Ragazzo, se per caso ti andasse bene, ricordati che ti teniamo d’occhio” – nel quale i tre disgraziati hanno svolto il ruolo di “potenziali assassini“ senza nemmeno saperlo?
In fondo, è strano che la cosa sia avvenuta proprio vigilia del suo discorso alla Convention - nel quale Obama accetterà formalmente la nomination per la presidenza – ed è ancora più strano che alla fine del segmento Wolf Blitzer, il noto giornalista della CNN, abbia commentato: “Certo che notizie del genere non lasciano dormire tranquilli i candidati minacciati”.

mercoledì, 27 agosto 2008

Garbage - Trip My Wire (LIVE)

Garbage - Trip My Wire (LIVE)

postato da trotzkij alle ore 00:23 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: musica, garbage, shirley manson


martedì, 26 agosto 2008

IL MIO GIORNALE

Pilade Cantini - 07/08/2008 - Essere Comunisti

Qualche anno fa, in una piccola edicola di provincia entrai per comprare il mio giornale: "Mi dà Liberazione? " chiesi.
"Liberazione non è arrivata, c'è Libero, è uguale?" rispose con candore la giovane giornalaia. "No, grazie, prendo il Vernacoliere..." e uscii sorridendo e scuotendo la testa.
In questi anni ho letto sul mio giornale di Cuba e della Cina, i veri inferni in terra della speranza che viene dall'America del nord di Togliatti con le mani insanguinate e giù dalla torre ci vola Berlinguer.
Non bisogna mai scuotere la testa di fronte alle giovani giornalaie di provincia.

Chi sono

Utente: trotzkij
Nome: Alessandro
"Questi non hanno speranza di morte e la loro cieca vita è tanto bassa che 'nvidïosi son d'ogni altra sorte".
Dante, versi 46-48, III canto dell''Inferno'


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