Massimo Mazzucco Luogo Comune 29/9/2008
Per chi le segue da vicino, le elezioni americane si sono trasformate da un normale esercizio di analisi socio-politica in puro e semplice divertimento collettivo. Il motivo di questo cambiamento si chiama Sarah Palin.
Scelta a sorpresa contro un pool di candidati decisamente più preparati e legittimi, Sarah Palin ha inizialmente “infiammato” la base repubblicana, con un discorso di presentazione alla Convention che ha fatto tremare i democratici di tutto il paese: fondamentalista religiosa che implora Dio perchè l’Alaska abbia il suo oleodotto, contraria all’aborto anche nei casi di incesto e violenza sessuale, la cacciatrice di caribù con tailleur di Valentino ha fatto impazzire i beer-bellies (i panzoni gonfi di birra) del Sud razzista e maschilista, che indossavano orgogliosi dei distintivi elettorali con il volto della Palin e la scritta “Hottest VP“ (“la più bollente vicepresidente”).
McCain – che era stato messo abilmente in corner da Obama con la scelta di Joe Biden - veniva acclamato come “genio” della propaganda elettorale, e i sondaggi nazionali lo vedevano scavalcare Obama, prendendogli un vantaggio di addirittura 4 o 5 punti in un colpo solo. Roba che in tempi normali si ottiene soltanto con due settimane di dura campagna elettorale, visitando almeno una dozzina di stati diversi.
Ammutoliti, i commentatori democratici si guardavano esitanti, e solo i più coraggiosi osavano suggerire che “forse, passato l’entusiasmo, scopriremo veramente quanto vale questa Palin”.
Ebbene, l’entusiasmo è passato, anche perchè nel frattempo c’è stata l’esplosione della bolla finanziaria – quanto casuale?, si domandano alcuni – a riportare tutti con i piedi per terra. E nel frattempo Sarah Palin, dopo aver resistito a lungo con scuse diverse, ha finalmente dovuto accettare di essere intervistata da qualcuno. Una cosa era recitare a memoria un discorso pieno di paroloni inutili, di fronte ad una convention tutta repubblicana, ben altro è affrontare giornalisti come Charlie Gibbons oppure Kathie Couric, che l’hanno letteralmente fatta a pezzi.
Il primo scivolone si è avuto nell ’intervista iniziale, quando Gibbons ha chiesto alla Palin “che cosa pensa della dottrina Bush?”
La Palin ha sfoderato un sorrisetto malizioso, si è aggiustata sulla sedia e ha chiesto: “In che senso, Charlie?”
“Me lo dica lei, in che senso – ha replicato impietoso Gibbons, che in quel momento aveva capito che lei non sapesse minimamente di cosa si stava parlando - Che cosa intende lei per dottrina Bush?”
La Palin ha farfugliato qualcosa di impreciso, dopodichè Gibbons le ha letteralmente spiegato, con tono da maestro elementare, che per “dottrina Bush” si intende il diritto di iniziare una guerra preventiva, contro un avversario che si ritiene possa attaccarti.
Ma l’uscita più grandiosa è arrivata subito dopo, quando Gibbons ha chiesto alla Palin che esperienza potesse vantare in politica estera.
“Lo sa – ha risposto furbetta la Palin – che dal mio paese io posso vedere la Russia?”
“In che senso?”, ha chiesto spiazzato Gibbons.
“Nel senso che noi siamo i primi a tenere d’occhio i russi. Li vediamo, fisicamente.”
Impossibile descrivere la faccia di Gibbons a quel punto, ma basti sapere che da quel giorno circolano in America battute di questo tipo:
- Lo sai che io da casa mia vedo il mare? Quindi vorrei fare il ministro della marina.
- Io invece vedo un’autostrada, e vorrei fare il ministro dei trasporti.
- E allora io, che dal mio cortile vedo la Luna? Posso fare l’astronauta?
Dopo una magra del genere, ci si aspettava che gli “allenatori” della Palin avessero preparato per lei una risposta di emergenza, in vista del momento – inevitabile - in cui la domanda fosse stata posta di nuovo.
Ed infatti la domanda è stata posta, di nuovo, da Kathie Couric della CBS, due giorni fa:
“La settimana scorsa lei ha citato come esperienza internazionale il fatto che dal suo paese si vede l’Alaska. Può spiegarmi cosa intendeva esattamente”?
Invece di uscirne con eleganza, dicendo ad esempio “era stata solo una battuta”, la Palin ha mostrato che i repubblicani di ferro non sbagliano mai, ed ha insistito nella sua posizione. Praticamente la sua esperienza internazionale – ha risposto la Palin - deriva dal fatto che ”appena Putin alza la testa entra nello spazio aereo americano, ed è dall’Alaska che partono le missioni per tenerlo d’occhio”.
Un pò come dire “i panini per i militari li prepariamo noi”.
Per finire in bellezza, la Couric le ha domandato se poteva citare qualche referenza di John McCain in politica estera. Con il solito sorrisetto da gattina birichina, la Palin ha risposto:
“Mi dia il tempo di informarmi, e glielo faccio sapere”.
E il prossimo giovedì ci sarà addirittura il dibattito televisivo, in diretta nazionale, fra i due vice-presidenti, Joe Biden e Sarah Palin. Sul fronte repubblicano c’è addirittura chi suggerisce di sostituire la Palin con qualcun altro, prima che il disastro diventi definitivo. Sul fronte opposto si fanno invece scorte di birra e popcorn, in vista di una serata che rischia di diventare indimenticabile.
Qui però non si tratta più di essere repubblicani o democratici: si tratta di domandarsi se il mondo possa davvero permettersi il rischio – come si è chiesto pochi giorni fa Ahmadinejad alla CNN - che un giorno questa persona diventi presidente degli Stati Uniti.
E’ vero che dopo George W. Bush il detto “chiunque in America può diventare presidente” ha assunto un significato molto più ampio e letterale, ma almeno il cowboy “tutto cappello e niente mandria” era guardato a vista da Carl Rove e Dick Cheney. Ma se per caso McCain dovesse morire, la Palin chi la guarda?
Per ora McCain è in ottima salute, e nessuno gli augura di morire presto, che vinca o meno le elezioni. Ma nel primo caso il rischio diventa reale, e tutti sappiamo come possa capitare di morire anche a gente molto più giovane e sana di lui. Anche McCain questo non può non saperlo, e ciò significa che la scelta di Sarah Palin ci parla molto più del suo irresponsabile opportunismo politico, di quanto non ci stia parlando di lei.
Lei ci fa morire dal ridere, ma lui rischia davvero di farci piangere.
Intervista Gibbons - ABC
Intervista Couric - CBS
PS. Joh McCain NON E' nato in america, quindi non puo' fare il presidente .
John McCain nacque a Coco Solo nella zona del Canale di Panama controllata dagli Stati Uniti.
John McCain al David Letterman Show

Israel Shamir
Traduzione di Gianluca Freda
Sette anni dopo l’11 settembre, assistiamo ad un altro, più grande e ancor più godibile crollo, quello della piramide finanziaria americana. Ci sono voluti circa vent’anni per costruirla; ma il suo crollo ha richiesto solo poche settimane. Lasciamo da parte le chiacchiere ipocrite: è uno spettacolo meraviglioso, senza se e senza ma. I mercati azionari americani vivevano il loro boom durante i bombardamenti di Baghdad e Belgrado, prosperavano mentre derubavano Mosca e strizzavano sudore da Pechino.
Quando le cose andavano bene, avevano un sacco di soldi per invadere l’Iraq, minacciare l’Iran e strangolare la Palestina. In parole povere, quando andava bene per loro, andava male per noi. Che ora assaggino un po’ della loro medicina!
“Loro” non sono gli americani e “noi” non siamo il resto del pianeta. “Loro” sono un piccolo frammento della popolazione americana, la folla di “arricchisciti in fretta” che viene dalla parte est di Manhattan o da zone similari. Negli ultimi vent’anni abbiamo assistito ad un enorme spostamento di denaro verso l’alto, verso un branco sempre più piccolo di avide bestie.
Mentre la maggioranza degli americani perdeva la possibilità di mandare all’università i propri figli, questi pasciuti felini si compravano ville in Florida e case a Tel Aviv. Peggio ancora, spendevano i loro miliardi nell’acquisto dei media, allo scopo di sovvertire la democrazia americana e di mandare i soldati americani a combattere guerre in luoghi lontani. Una buona parte del denaro rubato è stata pompata verso Israele, dove i prezzi degli appartamenti sono arrivati alle stelle e sono tuttora in crescita.
Se la passavano bene; erano fieri del fatto che le mappe finanziarie degli Stati Uniti e del mondo venissero disegnate in una stanzetta da Henry Paulson del Tesoro, da Ben Bernanke e Alan Greenspan della Federal Reserve, da Maurice Greenberg della A.I.G.
Costruivano il loro mondo circondandosi di Lehman Brothers, Merrill Lynch, Goldman Sachs, Marc Rich, Michael Milken, Andrew Fastow, George Soros, e tutti gli altri. Il loro eccitante nuovo mondo di Lexus e Nexus veniva glorificato da Tom Friedman sul New York Times. Conferivano il Premio Nobel per l’Economia a Myron Scholes e Robert C. Merton, orgogliosi direttori dell’ormai tristemente celebre hedge fund denominato Long Term Capital Management, appena salvato dalla Federal Reserve Bank di New York per la cifra di 3,6 miliardi di dollari. Il presidente Bush li ha ricompensati per la loro inattendibilità liberandoli dal fardello della tassazione. Che ora paghino per tutto il divertimento che hanno avuto.
Hanno preso i vostri dollari veri e li hanno trasformati in moneta giocattolo: “Cambiali della Fed non redimibili e non portatrici di interesse, non sostenute da nient’altro che la fiducia dei creduloni”, per usare le parole dell’umorismo internettaro. La rovina della classe lavoratrice americana e della stessa classe media è ormai inevitabile. Le paure che il Large Hadron Collider sostituisse la Terra con un buco nero erano fondate su questa sensazione di affondamento, che vede le incredibili ricchezze degli Stati Uniti svanire nel buco nero da esse creato.
Non è certo la prima truffa nella storia degli USA: Jay Gould e Joseph Seligman, alla fine del 19° secolo, provocarono il crollo del mercato azionario del “venerdì nero”, mentre Jacob Schiff provocò il famoso panico del “giovedì nero” che portò alla depressione economica nazionale [1].
Seligman fu anche l’artefice dell’”affare Panama”, un imbroglio azionario che in Francia divenne proverbiale. L’imbroglio fu orchestrato da due ebrei di origine tedesca, Jacques Reinach e Cornelius Herz, che corruppero alcuni parlamentari. Mentre Reinach si lavorava l’ala destra, i “Repubblicani” dei suoi tempi, Herz si lavorava i “Democratici”. Wikipedia cita una frase di Hannah Arendt, la quale scriveva che i mediatori tra il mondo degli affari e lo Stato erano quasi esclusivamente ebrei. Questo caloroso abbraccio fra lo Stato e gli affari è stata la ricetta per il disastro.
Ovviamente da allora le cose sono cambiate e oggi i seguaci di Mammona appartengono a varie scuole di pensiero, perfino cristiane, come Hank Paulson, il cui patrimonio è stimato intorno ai 700 milioni di dollari e la cui carriera nella Goldman Sachs (presidente dal 1998 al 2006) lo ha reso la scelta più ovvia per la posizione di ministro del Tesoro. Solo la loro devozione al dio dell’Avidità è rimasta costante. Nel mondo del capitalismo ideale (“economia di mercato”) che costoro hanno tanto glorificato, oggi dovrebbero pagare un prezzo. Nel divertentissimo romanzo Carter Beats the Devil di Glen David Gold, il loro antenato spirituale veniva ricoperto di catrame e di piume da alcuni determinati popolani del Connecticut (intorno al 1670) per aver acquistato un intero carico di prodotti importati per arricchirsi in fretta, facendo crollare il mercato e defraudando i suoi simili. Oggi un criminale del genere riceverebbe una medaglia dal neoliberale Milton Friedman Fund, una citazione del JINSA e verrebbe additato come esempio da seguire dalla Harvard Business School.
Oggi costoro vogliono sfruttare il loro controllo sul governo per scaricare le loro perdite sui comuni cittadini americani. Che quest’atto venga chiamato “nazionalizzazione”, “privatizzazione” o “salvataggio”, il succo è che molti americani si ritroveranno in miseria e che tutti gli americani dovranno sopportare un enorme fardello fiscale. Ma i fondatori della piramide la faranno franca; si ritireranno nei loro castelli e nei loro investimenti sicuri e protetti, come hanno sempre fatto in precedenza.
Gli americani sono stati fatti fessi: sono stati ripuliti tanto facilmente quanto lo furono i rozzi albanesi pochi anni or sono. Peggio ancora: gli albanesi, almeno, presero le armi e diedero la caccia ai rapinatori; gli americani hanno deciso di subire in silenzio. Ma il meccanismo è sempre lo stesso.
Gli americani hanno il diritto di sapere chi ha derubato loro e i loro figli: sono stati gli uomini che sono diventati così vergognosamente ricchi durante gli ultimi due decenni. Costoro dovrebbero pagare il prezzo dei loro crimini. E se il governo, il Presidente, il Congresso e il Senato, i Democratici e i Repubblicani sono riluttanti a sostenerli, i comuni cittadini americani dovrebbero fare ciò che fecero i loro antenati del Connecticut: applicare catrame e piume in grande libertà. E se non basta, impiccare quei bastardi ai lampioni.
Questo è il momento più opportuno per ricordarsi perché i Padri Fondatori dell’America inserirono il diritto del popolo a possedere e portare armi nel Secondo Emendamento della Costituzione. Grazie a Dio, l’ADL non lo ha ancora abrogato. Queste armi non servono a difendere i rapinatori: servono a fare giustizia quando tutti gli altri mezzi hanno fallito. Alle armi, alle armi, come dissero i francesi mentre davano ai loro truffatori ciò che si meritavano. L’America ha una grande tradizione di giustizia diretta e immediata, il richiamo occidentale dell’Impiccalo Più in Alto. E’ ora di ascoltarlo!
Che i soldati americani vengano richiamati dalle guerre inutili e dalle remote basi sparse in tutto il mondo: il vero nemico si trova all’interno del loro paese. Per usare le squillanti e ancora attuali parole di Lenin, trasformiamo la guerra imperiale in una guerra civile, contro questi avidi bastardi. Invece di dissanguare i contribuenti, trasformiamo gli Stati Uniti in una zona libera da miliardari! I miliardari, questi avidi topi di fogna, hanno guadagnato molto con la Grande Piramide: impoveriamoli! Annulliamo i loro conti in banca. La sparizione di trilioni di dollari dai loro depositi elettronici riporterà in alto il valore del dollaro; il vostro stipendio tornerà ad essere denaro vero!
Se poi teniamo conto del fatto che oltre la metà dei miliardari sono fieri esponenti della Lobby Ebraica, questo potrebbe risolvere anche il problema del Medio Oriente. Per andare sul sicuro, confischiamo tutti i beni dei costruttori di Piramidi; di Paulson e Bernanke, degli amministratori di Merril Lynch e Goldman Sachs, e del presidente Bush, che ha permesso che avvenisse tutto questo. Otterremo la pace in Palestina, Afghanistan e Iraq; gli americani potranno tornare a essere fieri del loro paese. Questa confisca di massa ripristinerà la democrazia negli USA: i prossimi candidati alla presidenza non dovranno più andare dall’AIPAC col cappello in mano a dichiarare la propria fedeltà. La sconfitta dell’Avidità volgerà nuovamente le persone verso Dio; l’eliminazione della zavorra permetterà che vi siano un servizio medico nazionale, una pensione e un’educazione gratuita per tutti. Più che un disastro, il collasso finanziario è un’opportunità unica per guarire i mali dell’America. Non sprecatela!
Parlando invece al vasto mondo che è al di fuori dell’America, dirò questo: non scambiate una buona moneta con una cattiva. Rifiutate le seducenti moine di Washington. Considerate già perduti i vostri investimenti negli USA. Se riuscite a recuperare qualcosa, bene: ma non sprecate denaro ed energie nel tentativo di recuperare ciò che è perso. C’è un bene di assai maggior valore che potrete ottenere in cambio di quelli perduti: la vostra libertà e la vostra indipendenza. La distruzione del dollaro significa che la vostra economia sarà al sicuro. Il crollo della Piramide vi renderà liberi!
[1] Benjamin Ginsberg, The Fatal Embrace: Jews and the State (L’abbraccio fatale: gli ebrei e lo Stato), University of Chicago Pres, Chicago 1993, p 73
G.P. Ripensare Marx 29 settembre 2008
Di che si lamentano Liberazione e il Manifesto? Sono anni che ravanano nelle casse dello Stato, cioè nelle tasche dei contribuenti, soldi pubblici per continuare a propinarci le loro meschinità politically correct; roba da vigliacchi in piena regola (considerati i tempi che corrono), nefandezze da “gauche caviar”, da salottieri e pigiamapartysti espressione delle deiezioni bertinottiane e di tutto il becero armamentario ideologico di una sinistra verminosa, sempre più vittima del suo culturalismo d’accatto.
E quando la questua statale non bastava o si andava a piangere dal popolo, sul quale si versavano lacrime di coccodrillo per una democrazia messa alle corde, oppure, se proprio non c'era verso di scucire quattrini, si ammiccava ai finanzieri della peggior risma.
Andate a bussare da Geronzi, l’amico “interdetto” di Valentino Parlato, come già avete fatto in passato, per farvi rimpinguare il borsello, senza ammorbare noi con il requiem sulla libertà di pensiero e di stampa, questa maledetta libertà rigorosamente aggettivata in tutte le salse dominanti (“borghesi”, si sarebbe detto un tempo).
Dalla lotta di classe, che pure ha avuto un senso ed ha portato a grandi vittorie in altri momenti (potenza dell’eterogenesi), alla neutralizzata “questione sociale” dei tempi nostri, con la quale vi riempite la bocca ad uso e consumo dei cretini sinistrati che ancora vi leggono, è tutto un incedere per luoghi comuni mal assestati (la parte più bassa del “comune” che ancora vi resta) e di “innocue” parole d’ordine che puzzano di zolfo e delle quali sono piene zeppe le vostre testate da educande: nonviolenza, diritti civili, libertà democratiche ecc. ecc..
Già Marx aveva vomitato rabbia (e se avesse avuto mitragliatori anche quelli avrebbe scaricato) quando nel programma di Gotha si sostituì, per opera dei lassalliani, alla lotta di classe la fumosa e ambigua questione sociale, con la quale si abdicava alle istanze rivoluzionarie del movimento operaio.
Oggi che nemmeno il conflitto Capitale vs Lavoro è una chiave adeguata, non dico per comprendere il mondo, ma almeno per spostare i sedimenti accumulatisi in superficie, le false battaglie civiche (ci mancano ormai i referendum per sapere dove “far pisciare i cani”) nelle quali si sono lanciati i sunnominati giornali, servono solo a far apprezzare lo stile dei tanti pennivendoli a la page (che si incensano solo tra loro), il cui unico scopo è schiaffeggiare reiteratamente l’intelligenza umana, facendo ingrossare la piena di merda politica che da tempo travolge tutti quanti.
E mentre loro galleggiano su questo mare magnum nauseabondo c’è qualcuno, in questo paese con le pezze al culo, che va perennemente a fondo.
Tutto questo “buon senso” scivoloso e viscido, veicolato con un linguaggio imperiale e “lealista”, non fa vendere loro abbastanza copie per pagare gli stipendi ai giornalisti? Cazzi che non ci riguardano, si vede che non meritano di essere letti, nemmeno dai padroni che li foraggiano.
Così mentre erano tutti intenti a stendere lunghi tappeti di servilismo, dall’America alla greve penisola schiava di Washington (e giù con gli osanna ad Obama, a H. Clinton, alla Betancourt, alla Bhutto ecc. ecc.) perorando l’equilibrismo “integrato” tra i brutti ceffi del sistema e i poveri perennemente sotto il giogo dei potenti, hanno perso il polso del paese e di quelli che volevano rappresentare.
Non vengano a raccontarci storie, hanno fatto i megafoni dell’impero occidental-democratico affossando quei pochi nel mondo che ancora non cedono all’ordine planetario nordamericano (Chavez, Morales, Castro, Putin).
Adesso tocca a noi stendere su di voi un velo pietoso, ma solo per soffocarvi meglio. Come disse il Presidente: “bastona il can che affoga”.
William Blum Killing hope 5.09.08
Traduzione per Comedonchisciotte.org a cura di LUCA TOMBOLESI
Mi dispiace dire che penso che John McCain sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti. Dopo la lunga notte dell'orrore di Bush qualsiasi democratico dovrebbe vincere facilmente, ma i democratici la stanno mandando in vacca e McCain nei sondaggi sta andando più o meno in pari con Barack Obama. I democratici dovrebbero fare la loro campagna con lo slogan “Se Bush vi è piaciuto, adorerete McCain”, ma questo sarebbe troppo franco, troppo diretto per la smidollata Nancy Pelosi e per il suo partito smidollato. Oppure “Se vi è piaciuto l'Iraq, adorerete l'Iran”. Ma la leadership democratica non si è pubblicamente e categoricamente opposta a nessuno dei due conflitti.
Né, sembra, i democratici hanno il coraggio di sollevare il problema del fatto che McCain non è nato negli Stati Uniti come la Costituzione richiede. Né di interrogarlo sulle accuse dei suoi compagni prigionieri americani quanto alla sua notevole collaborazione con i vietnamiti che lo fecero prigioniero. E nemmeno una parola sul ruolo estremamente possibile di McCain nella brutale invasione georgiana dell'Ossezia del Sud il 7 agosto. (Su quest'ultimo punto vedete più avanti.)
Obama ha perso buona parte del cospicuo voto liberale/progressista per via del suo spostamento al centro-destra (o il suo smascheramento come uomo di centro-destra), e ora potrebbe aver perso anche il suo punto forte di essere contrario alla guerra con più forza di McCain – se in realtà lo è davvero – nominando Joe Biden come suo candidato alla vicepresidenza. Biden da tempo è un falco sull'Iraq (come sul resto della politica estera USA), avendo chiesto un invasione già nel 1998. [1] Nell'aprile 2007, quando in un'intervista fu incalzato sul suo voto a favore della guerra nel 2003, Biden ha detto: “È stato un errore. Rimpiango il mio voto. [...] perché ho saputo di più, come chiunque altro ha saputo, su cosa, in realtà, ci era stato detto.” [2]
Questa è stata una scusa comune dei sostenitori della guerra negli ultimi anni quando l'opinione pubblica ha cominciato a essere loro contrari. Ma perché milioni e milioni di americani marciarono contro la guerra nell'autunno del 2002 e all'inizio del 2003, prima che cominciasse? Cosa sapevano che Joe Biden non sapeva? Era chiaro per i dimostranti che George W. Bush e Dick Cheney erano bugiardi abituali, che nulla poteva importare loro meno degli iracheni, che il popolo indifeso di quell'antica civiltà sarebbe stato mandato all'inferno a forza di bombardamenti; i dimostranti sapevano qualcosa sui bombardamenti del Vietnam, della Cambogia, del Laos, di Panama, della Jugoslavia, dell'Afghanistan; sapevano del napalm, delle bombe a grappolo, dell'uranio impoverito.
Biden non sapeva nessuna di queste cose? Chi marciò sapeva che la guerra imminente era qualcosa che una persona morale non poteva appoggiare; e che era totalmente illegale, un caso da manuale di “guerra di aggressione”; non bisognava essere un esperto di diritto internazionale per sapere questo. Joe Biden ci pensava a qualcuna di queste cose?
Se McCain ha avuto un ruolo nell'invasione da parte della Georgia della regione secessionista dell'Ossezia, questo sarà stato organizzato con l'aiuto di Randy Scheunemann, principale consigliere di politica estera di McCain e fino a poco tempo fa principale lobbista della Georgia a Washington. Scheunemann, come capo del neoconservatore Committee for the Liberation of Iraq nel 2002, è stato uno dei principali sostenitori americani dell'invasione dell'Iraq. Uno degli imbonimenti alle primarie di McCain è stato il sottolineare la sua presumibile superiore esperienza in questioni di politica estera, che – ancora una volta presumibilmente – significa qualcosa in questo mondo. McCain è costantemente davanti a Obama nei sondaggi sulla “prontezza ad essere comandante in capo”, o sciocchezze simili. Le ostilità fra Georgia e Russia sollevano – nei mass-media e nella mente di massa – il problema degli Stati Uniti che hanno bisogno di una persona esperta in politica estera per gestire una “crisi” del genere, e, standard in ogni crisi – un cattivo come nemico.
Tipico dei media è stato il Chicago Tribune che ha lodato McCain per le sue opinioni da statista sull'Iraq e ha affermato: “Quello che l'invasione russa della Georgia ha mostrato è che il mondo è ancora un posto assai pericoloso,” e la Russia è una “minacia incombente”. Oltre a usare l'espressione “invasione russa della Georgia”, l'articolo del Tribune faceva anche riferimento all'“invasione russa dell'Ossezia del Sud”. Nessuna menzione dell'invasione georgiana dell'Ossezia del Sud che ha dato inizio alla guerra. [3]
In un articolo del Washington Post sugli eventi georgiani la seconda frase era: “La guerra era cominciata, i jet russi avevano appena bombardato la periferia di Tbilisi [la capitale georgiana].” L'articolo poi parla dell'“orrore” dell'“invasione russa”. Nel pezzo non può essere trovato neanche il minimo accenno a qualsiasi azione militare georgiana. [4] Naturalmente qua e là si può trovare una notizia che menziona o almeno implica di passaggio che è stata un'invasione ad opera della Georgia a suscitare il caos. Ma ancora devo trovare nei mass media americani una notizia che in realtà sottolinei questo punto, e certamente nessuno che lo metta nel titolo. Il risultato è che se oggi fra gli americani venisse condotto un sondaggio, sono sicuro che la maggioranza di chi ha un'opinione sarebbe convinta che i cattivi russi hanno cominciato tutto loro. [5]
Quello che abbiamo qui nei media americani è semplicemente la procedura operativa standard per un ODE (Officially Designated Enemy, [nemico ufficialmente designato, n.d.t.]). Quasi appena cominciati i combattimenti, Dick Cheney ha annunciato: “L'aggressione russa non deve restare senza risposta.” [6] I media non hanno avuto bisogno di ulteriori istruzioni. Sì, è così che funziona in realtà. (Vedi Cuba, Zimbabwe, Venezuela, Iran, Bolivia, ecc. ecc.)
Il presidente della Georgia, Mikhail Saakashvili, è un lacchè degli americani a un livello che imbarazzerebbe Tony Blair. Finché i loro 2.000 soldati non sono stati richiamati in patria per questa emergenza, il contingente georgiano in Iraq era il più grosso dopo quelli di USA e Regno Unito. Il presidente georgiano chiacchiera di libertà e democrazia e guerra fredda come George W., dichiarando che l'attuale conflitto “non riguarda più la Georgia. Riguarda l'America, i suoi valori”. [7] (Devo confessare che finché Saakashvili non lo ha sottolineato non avevo realizzato che nei combattimenti fossero coinvolti “valori americani”.) Il suo governo ha pubblicato pochi giorni fa un'inserzione a tutta pagina nel Washington Post. Il testo completo, scritto in verticale, era: “Lenin... Stalin... Putin... Arrendersi? Quando è troppo è troppo. Appoggiate la Georgia... sosgeorgia.org” [8]
Il primo ministro britannico Gordon Brown ha affermato che il riconoscimento russo dell'indipendenza delle due regioni georgiane secessioniste dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia era “pericoloso e inaccettabile.” [9] Alcuni mesi fa, quando il Kosovo ha dichiarato unilateralmente la sua indipendenza dalla Serbia, il Regno Unito, insieme con gli USA e con altri paesi alleati, lo ha rapidamente riconosciuto malgrado i diffusi avvertimenti che legittimizzare l'azione del Kosovo poteva portare alla dichiarazione di indipendenza da parte di varie altre regioni nel mondo.
L'ipocrisia di Brown appare semplicemente come la routine per un politico se paragonata a quella di John McCain e George W. relativa ai combattimenti in Georgia: “Sono interessato a buoni rapporti fra Stati Uniti e Russia, ma nel 21° secolo le nazioni non invadono altre nazioni,” ha detto McCain [10], il saldo sostenitore delle invasioni USA di Iraq e Afghanistan e uno dei campioni di punta di un'invasione dell'Iran.
Ed ecco Mahatma Gandhi Bush che medita sull'argomento: “La prepotenza e l'intimidazione non sono modi accettabili di condurre la politica estera nel 21° secolo.” [11]
Un'ipocrisia di questa portata impone il rispetto. Batte al confronto il motto sulle targhe automobilistiche dell' stato del New Hampshire fatte da carcerati: “Vivi libero o muori”.
Il nostro amato presidente è stato anche spinto ad affermare che il riconoscimento russo dell'indipendenza di Ossezia del Sud e Abkhazia è stato una “decisione irresponsabile”. “L'azione della Russia non fa che inasprire le tensioni e complicare i negoziati diplomatici,” ha detto. [12] Belgrado, stai ascoltando?
Andrebbe osservato che Ossezia del Sud e Abkhazia, linguisticamente e storicamente distinte, erano state regioni o protettorati autonomi russo/sovietici dall'inizio del 19° secolo al 1991, quando il governo georgiano abolì la loro autonomia.
E allora qual era lo scopo dell'invasione georgiana dell'Ossezia se non servire la campagna elettorale di John McCain, un uomo che potrebbe essere il prossimo presidente USA ed essere così molto obbligato verso il presidente georgiano? Saakashvili avrebbe potuto voler rovesciare il governo osseto per rincorporarlo nella Georgia, allo stesso tempo con la speranza di promuovere la causa della richiesta georgiana di diventare un membro della NATO, che guarda di traverso a nuovi membri con territori disputati o installazioni militari appartenenti a stati non membri come la Russia. Ma la natura dell'invasione georgiana non si adatta a questa tesi.
I georgiani non hanno fatto nessuna delle cose che chi organizza un colpo di stato ha tradizionalmente trovato indispensabile. Non si sono impadroniti di stazioni radio o TV, o dell'aeroporto, o di importanti edifici pubblici, o di installazioni militari o della polizia. Non hanno arrestato membri chiave del governo. Tutto quello che i militari georgiani armati e addestrati da gli USA/Israele hanno fatto è bombardare e uccidere, civili e soldati del contingente di pace russo, questi ultimi legalmente presenti da 16 anni ai sensi di un accordo internazionale.
A che pro tutto questo se non per incitare un intervento russo?
L'unica ragione per la quale gli Stati Uniti non hanno attaccato a loro volta con forza le forze russe è che un preminente principio degli interventi militari americani è non prendersela con qualcuno capace di difendersi davvero.
Antichi veterani della guerra fredda ora si preoccupano dell'espansionismo russo, avvertendo che l'Ucraina potrebbe essere la prossima. Ma dei numerosi miti che circondano la guerra fredda, uno dei maggiori fu certamente l'“espansionismo comunista”. Dobbiamo ricordarci che nello spazio di 25 anni le potenze occidentali invasero la Russia tre volte – la prima guerra mondiale, l'“intervento” del 1918-20, e la seconda guerra mondiale, infliggendo una quarantina di milioni di perdite solo nelle due guerre mondiali. (L'Unione Sovietica ha riportato in guerre internazionali perdite considerevolmente maggiori sul proprio territorio rispetto che all'estero. Non ci sono molte grandi potenze che possano dirlo.)
Per effettuare queste invasioni l'occidente usò l'Europa orientale come una strada maestra. Dovrebbe causare meraviglia che dopo la seconda guerra mondiale i sovietici fossero determinati a chiudere questa strada maestra? Senza l'atmosfera e l'indottrinamento da guerra fredda la maggior parte della gente non avrebbe avuto problemi a vedere l’occupazione societica dell'Europa orientale come un atto di autodifesa. Né il caso dell'Afghanistan appoggia l'idea dell'“espansionismo”. L'Afghanistan visse accanto all'URSS per più di 60 anni senza alcuna intrusione militare sovietica. È solo quando gli Stati Uniti intervennero in Afghanistan per sostituire un governo amico di Mosca con uno aggressivamente anticomunista che i russi invasero per dare battaglia ai jihadisti islamici appoggiati dagli USA.
Durante la guerra fredda, prima di intraprendere un nuovo intervento militare, i funzionari americani solitamente dovevano considerare come avrebbe reagito l'Unione Sovietica. Questo freno fu rimosso con la dissoluzione dell'Unione Sovietica nei primi anni '90. Tuttavia potremmo assistere adesso all'inizio di un nuovo tipo di polarizzazione nel mondo. Un numero crescente di paesi nel Terzo Mondo – con l'America Latina come esempio principale – ha rapporti più fraterni con Mosca e/o Pechino che con Washington. L'ex ambasciatore all'ONU di Singapore ha osservato: “La maggior parte del mondo è sconcertata dal moralismo occidentale sulla Georgia” [...] Mentre l'opinione occidentale è che il mondo “dovrebbe appoggiare il più debole, la Georgia, contro la Russia [...] la maggioranza appoggia la Russia contro l'occidente prepotente. Il divario fra la narrazione occidentale e il resto del mondo non potrebbe essere più chiaro.” [13] E il Washington Post ha riferito: “Saif al-Islam Gaddafi, l'influente figlio del leader libico Moammar Gheddafi, ha fatto eco al piacere espresso in buona parte dei mezzi di informazione arabi. ‘Quanto è successo in Georgia è un buon segno, che significa che l'America non è più l'unica potenza mondiale che stabilisce le regole del gioco [...] c'è un equilibrio nel mondo adesso. La Russia sta risorgendo, il che è buono per noi, per l'intero Medio Oriente’.”[14]
Intrighi alla convenzione?
Sono l'unico a essere un tantino sospettoso su quanto è accaduto alla convenzione democratica il 27 agosto? Perché Hillary Clinton ha chiesto una sospensione dell'appello quando si era arrivati a New York e ha chiesto che Barack Obama venisse scelto dalla convenzione per acclamazione? Molti delegati avevano lavorato per fare votare la gente alle loro primarie e volevano l'opportunità di annunciare pubblicamente il conteggio dei delegati. Che male ci sarebbe stato a permettere a ogni stato di votare?
E perché, dopo la mozione di Clinton, la Speaker della Camera dei Rappresentanti Nancy Pelosi ha gridato immediatamente: “Tutti quelli a favore, dicano Sì”, seguita da un grande ruggito, e poi ha gridato: “Tutto quelli contrari dicano No”? È impossibile dire quanto sia stato forte il No perché il tempo trascorso fra questa richiesta della Pelosi e la sua dichiarazione “La misura è approvata” non è stato più di uno o due nanosecondi. Letteralmente non ha permesso che si sentisse un No.
Né sono riuscito a trovare una documentazione del voto effettuato prima di arrivare a New York.
Qualcun altro trova qualcosa di strano in tutto questo?
Tutte le coscienze sono uguali, eccetto che alcune coscienze sono più uguali di altre
L'amministrazione Bush ha proposto protezioni più forti per il lavoro di medici e altri operatori sanitari che rifiutano di partecipare ad aborti per obiezioni religiose o morali. Sia i sostenitori che i critici dicono che le nuove regolamentazioni sono tanto ampie da permettere a farmacisti, medici, infermiere e altri operatori di rifiutarsi di fornire pillole anticoncezionali, pillole del giorno dopo e altre forme di contraccezione, e permettono esplicitamente ai dipendenti di non dare informazioni su tali servizi e di rifiutarsi di indirizzare i pazienti altrove. “La gente non dovrebbe essere costretta a dire o fare cose che credono siano moralmente sbagliate,” ha detto il ministro della sanità Mike Leavitt. “Gli operatori sanitari non dovrebbero essere costretti a fornire servizi che violano la propria coscienza.” [15]
È difficile essere contrari a una filosofia del genere. È anche difficile essere coerenti al riguardo. Leavitt e altri nell'amministrazione Bush estendono questo concetto ai militari? Se un soldato in Iraq o in Afghanistan è profondamente disgustato dal suo coinvolgimento nell'eseguire l'orrore quotidiano dell'occupazione americana e chiede di essere congedato dalle forze armate come obiettore di coscienza, il Pentagono onorerà la sua richiesta perché “la gente non dovrebbe essere costretta a dire o fare cose che credono siano moralmente sbagliate”?
Il fatto che il soldato si sia arruolato volontariamente non ha alcuna attinenza. La coscienza di una persona si sviluppa da esperienze di vita e da una continua riflessione. Chi può dire in che preciso momento nel tempo la coscienza di una persona deve ribellarsi contro il commettere crimini di guerra perché l'obiezione sia considerata legalmente o moralmente valida? La firma di un contratto non è una ragione per essere costretti a uccidere la gente.
Può un operatore sanitario fortemente contrario alle brutali guerre americane rifiutarsi di curare un soldato ferito che è stato direttamente coinvolto nella brutalità? Negli USA può uno psicologo, un farmacista o un medico civile rifiutarsi di curare un soldato perché se aiutasse a ristabilire la sua salute sarebbe rispedito al fronte di guerra a continuare ad ammazzare?
Si può permettere agli attivisti pacifisti di trattenere la parte delle loro imposte sul reddito che supportano le forze armate? Stanno cercando di farlo da decenni senza alcun appoggio dello Stato.
National Pentagon Radio
La stazione radiofonica WAMU, affiliata per Washington, DC alla National Public Radio (NPR), ha chiesto ai suoi ascoltatori di scrivere per dire per che cosa la usano come fonte. Alcuni di quelli che hanno risposto sono stati invitati per un'intervista registrata, e un nastro di parte dell'intervista è stato mandato in onda. Ho inviato loro la seguente email:
13 giugno 2008
A mysource@wamu.org
Carissimi,
io uso WAMU per ascoltare All Things Considered. Uso All Things Considered per avere il punto di vista del Pentagono sulla politica estera USA. È grandioso ascoltare dei generali in pensione che spiegano perché gli USA hanno appena bombardato o invaso un altro paese. Non sono disturbato da nessun ingenuo contestatore contrario alla guerra. Ricevo la verità ufficiale diritto dalla fonte. È un grande paese questo, o che altro? Spero che stiate preparando qualche altro grande generale in pensione per dirmi perché abbiamo dovuto bombardare l'Iran e uccidere migliaia di altre persone. Solo assicuratevi di non farmi ascoltare nessuno di sinistra.
Sinceramente,
William Blum, che dovrebbe essere sul Diane Rehm Show, ma non sarà mai invitato
[seguito da alcune informazioni sui miei libri]
Non mi aspettavo alcun tipo di risposta positiva. Immaginavo che se non l'avesse fatto la mia lettera, allora sicuramente i titoli dei miei libri avrebbero rivelato che in realtà non sono un amante delle forze armate americane o delle loro guerre. Ma non voglio davvero credere il peggio dei media mainstream. È troppo scoraggiante. Così è stata una sorpresa piacevole quando qualcuno alla stazione mi ha invitato a venire per un'intervista. È durata più di mezz'ora ed è andata benissimo. Ho espresso senza mezzi termini molti dei miei sospetti sulla copertura fatta dalla NPR della politica estera USA.
L'intervistatore ha detto che era molto contento. Si aspettava che sarebbe stato un pezzo interessante da trasmettere per la stazione. Ma è andata a finire che questo è stato quanto. Non ho mai più avuto notizie dalla stazione, e la mia intervista non è stata mai trasmessa.
Un paio di mesi dopo ho inviato una mail all'intervistatore chiedendo se l'intervista sarebbe stata mandata in onda. Ho potuto verificare che l'aveva ricevuta, ma non ho avuto risposta. Penso che l'intervistatore fosse stato sincero, ed è per questo che non ne faccio il nome. Qualcuno al di sopra di lui deve aver ascoltato il nastro, ricordato nei confronti di chi è la vera lealtà della radio “pubblica” (verso il suo finanziatore, il Congresso), e ha messo il veto sul tutto.
La mia (mancanza di) fede nei mass media americani non è stata messa alla prova. E chi lavora nei mass media continuerà a credere in quello che pratica, qualcosa che chiamano “obiettività”, mentre io continuerò a credere che l'obiettività non è un sostituto dell'onestà.
Gli ascoltatori danno il loro contributo alla sindrome. I consumatori di notizie, se alimentati abbastanza a lungo con cibo spazzatura sull'eccezionalismo americano finiscono per sentircisi in casa propria, a identificarlo con l'obiettività, e a identificare l'obiettività con l'avere un quadro completo ed equilibrato, ovvero la “verità”; appare neutrale e imparziale, come il sofà del salotto su cui stanno seduti mentre guardano la NBC o la CNN. Vedono i “media alternativi”, con uno stile piuttosto diverso da ciò a cui sono abituati, come non abbastanza obiettivi, dunque sospetti.
Il presidente della NPR, incidentalmente, è un signore che si chiama Kevin Klose. In precedenza ha aiutato a coordinare tutte le trasmissioni internazionali finanziate dagli USA: Radio Free Europe/Radio Liberty (Europa centrale e Unione Sovietica), Voice of America, Radio Free Asia, Radio/TV Marti (Cuba), Worldnet Television (Africa e altrove); tutti creati appositamente per diffondere presso un target di ascoltatori notizie mondiali passate attraverso il prisma delle convinzioni e degli obiettivi della politica estera americana. È stato anche presidente di Radio Free Europe/Radio Liberty. Sarebbe ingiusto dire che adesso gli americani sono diventati il suo nuovo target di ascoltatori? Tutto inconsapevole naturalmente; è questo che rende i mass media così efficaci; credono davvero nella propria obiettività. Per non parlare della propaganda consapevole.
NOTE
[1] Vedi Stephen Zunes, “Biden, Iraq, and Obama's Betrayal”, Foreign Policy in Focus, 24 agosto 2008
[2] “Meet the press”, 29 aprile 2007
[3] Chicago Tribune, 28 agosto 2008.
[4] Washington Post, 31 agosto 2008, p. B1.
[5] Per un'ulteriore discussione del problema georgiano, vedi Robert Scheer, “Georgia War a Neocon Election Ploy?”, The Huffington Post, 14 agosto 2008; Pat Buchanan, commento di Creators Syndicate del 22 agosto 2008; Robert Dreyfuss, The Nation blogs, 21 agosto 2008.
[6] Reuters, 10 agosto 2008.
[7] Washington Post, 9 agosto 2008. p. 1.
[8] Washington Post, 28 agosto 2008, ripetuto il 1 settembre.
[9] The Guardian (Londra), 1 settembre 2008.
[10] Vedete e ascoltate queste stesse parole che escono veramente dalla vera bocca di quest'uomo
[11] National Public Radio (NPR), 15 agosto 2008.
[12] Associated Press, 27 agosto 2008.
[13] The Guardian (Londra), 28 agosto 2008, commento di Seumas Milne, che cita l'intervista dell'ambasciatore Kishore Mahbubani nel Financial Times (Londra) del 21 agosto.
[14] Washington Post, 30 agosto 2008, p. 18.
[15] Associated Press, 21 agosto 2008, Washington Post, 22 agosto 2008.
Rainews24.it 26.09.08
Stava chiudendo casa quando un ordigno è esploso ferendolo. Zeev Sternhell è ora ricoverato in ospedale. Il 73enne professore all'Università di Gerusalemme è un personaggio molto noti in Israele. Sternhell è considerato dall'ultradestra un nemico di Israele, e la conferma della mano che sta dietro l'attentato è nei volantini che la polizia ha trovato sul luogo: offrivano 1 milione di shekel, circa 220mila euro, a chiunque uccida i militanti di Peace Now "traditori" della 'sacra causa di Israele'.
Fonti dei coloni replicano che il testo dei volantini "appare falso" e lasciano intendere che potrebbe trattarsi di una provocazione a loro danno.
Il professore di Peace Now!
Noto soprattutto per essere uno dei maggiori esperti di fascismo (in Italia è uscito il suo "Nascita dell'ideologia fascista") Sternhell è anche collaboratore del quotidiano progressista isrealiano Haaretz, nonchè membro autorevole di Peace Now!, un'associazione che riunisce molti pacifisti e che da anni combatte contro gli abusi sui palestinesi, contro il muro e gli insediamenti illegali costruiti dai coloni, spesso con il benestare del Governo, in quelli che dovrebbero essere territori dei palestinesi.
Quest'anno ha ricevuto il Premio Israel, maggiore riconoscimento dello Stato ebraico, cosa che ha sollevato indignazione negli ambienti di estrema destra. L'attentato a Sternhell - che oggi sarà dimesso dall' ospedale, è stato condannato da tutti i dirigenti politici israeliani. La polizia teme che esso sia stato compiuto da un gruppo eversivo di estrema destra, che lo avrebbe pedinato per diverso tempo per colpirlo al momento opportuno.
Un nemico del sionismo e della destra ortodossa
Sternhell è un pugno in occhio per gli ultra nazionalisti, movimenti vicini al Gush Emunin, che riunisce i coloni che credono ancora nell'idea della "Eretz Israel", la grande Israele che nel sogno dei sionisti andava dal Mediterraneo al Mar Morto, dove quindi lo spazio per i palestinesi non esiste. Persone legate dal mito di Theodor Hertzl, che nel 1904 diede voce al desiderio degli ebrei di avere una nazione lì dove risiedeva la loro storia, di una "terra senza popolo, per un popolo senza terra".
Ideologia attaccata e decostruita proprio da Sternhell che in "Nascita di Israele, miti, storia e contraddizioni" analizza tutto l'evolversi del pensiero politico ebreo intorno alla nascita di una nazione.
G.P. Ripensare Marx 26 settembre 2008
Nella vicenda Alitalia si riassumono tutti i difetti di un “povero paese” che da più di un quindicennio, diciamo dallo scoppio di tangentopoli in poi, sta andando letteralmente alla deriva. Appurato che in un sistema di tipo capitalistico le imprese devono essere produttive, cioè agire, in primo luogo, secondo le regole della razionalità strumentale (ovvero, devono essere in grado di combinare in maniera ottimale i fattori produttivi, capitale e lavoro, per ottenere profitti sempre più elevati) - a prescindere dalla forma giuridica della proprietà, sia essa pubblica o privata – per alcune di queste, soprattutto per quelle che si trovano ad operare in settori determinanti per l’intero sistema-paese, diviene cruciale essere in grado di legare le proprie scelte industriali ad un altro tipo di razionalità.
Questa razionalità è quella strategica, intesa come insieme di opzioni orientate all’efficacia, ricadenti in un ambito non puramente economico che richiedono sinergie tra decisori (politici, economici, culturali) di una stessa formazione capitalistica. Attraverso queste ampie convergenze strategiche, volte ad organizzare la difesa delle proprie imprese di punta dall’aggressività dei competitors stranieri (i quali sono portatori degli interessi e delle istanze di altrettante formazioni nazionali particolari), si deve fortificare il Sistema-Paese, finalizzando al meglio le sue specificità e facendole valere contro i “concorrenti”. In questi frangenti, le confluenze tra tali attori devono orientarsi al bene (cioè al rafforzamento) di dette imprese, operando affinché le stesse non vengano a trovarsi in posizione di svantaggio, sia sul mercato interno che su quello esterno. Se si perde il controllo di settori particolarmente importanti sotto il profilo industriale e tecnologico, è lo stesso Sistema-Paese che si depotenzia, essendo quindi costretto a rimodulare al ribasso le sue strategie per mancanza di mezzi economici.
Per Alitalia cos’è, allora, accaduto? E’ accaduto che, essendo questa in mano a decisori politici del tutto incompetenti (ricordiamo che il socio di maggioranza della compagnia di bandiera è proprio il Tesoro) e servili, nonché a manager direttamente espressione delle aree partitiche che appestano l’Italia da ormai troppo tempo, si è fatto esattamente tutto l’opposto di quanto appena detto. E’ risaputo che gli attacchi contro l’Alitalia, nel suo momento di maggiore difficoltà, sono stati portati proprio dall’interno dell’UE. A livello europeo si sono creati degli interessi trasversali con i quali si è cercato di sostenere alcuni vettori piuttosto che altri, in rispondenza a rapporti di forza tra paesi membri che hanno visto l’Italia svolgere un ruolo del tutto ancillare.
I nostri politici si sono piegati all’oligarchia europea che agitava lo spettro delle sanzioni ogni qual volta veniva presentato un piano industriale di risanamento (mentre venivano accettati, senza colpo ferire, quelli delle compagnie di altri paesi ugualmente finanziati con soldi statali), subito bollato, da detta oligarchia, quale aiuto di stato e quindi inammissibile nell’ottica del libero mercato comunitario.
In secondo luogo, la summenzionata classe politica nazionale ha agito deprimendo la compagnia, utilizzandola come valvola di sfogo per i propri interessi di casta, ad esclusivo appannaggio della sua riproducibilità sistemica, come accaduto per tanti altri settori, oggi ugualmente in piena decadenza.
Così ci troviamo nella situazione che i cosiddetti salvatori di Alitalia sono gli stessi che si sono coperti di discredito in questi anni, chi più chi meno.
I giocatori di questa partita sono nell’ordine: il Governo, la Cai, i sindacati. Quanto al primo, la sua azione appare troppo debole e sbilanciata verso la cordata di pseudo-capitani coraggiosi che fino a ieri esprimeva le sue preferenze per l’altra parte dell’arco politico. Sotto questo punto di vista si capiscono i malumori della sinistra che sta facendo di tutto per far saltare l’accordo con il quale certi poteri economici, fino a ieri culo e camicia con i drappelli dirigenziali del PD, starebbero concedendo una inammissibile apertura di credito a Berlusconi.
La seconda, la Cai, è nata da un connubio di potenti banche e industriali indebitati che tentano di concludere l’ennesimo affare della loro vita, al fine di mettere una pezza alle loro disastrose avventure economiche o per fare incetta di un'altra fetta di Italia senza correre alcun rischio imprenditoriale.
Tuttavia, bisogna dire che il peso dell’operazione in corso è soprattutto politico, perché per la prima volta dalla fine della Prima Repubblica, Berlusconi diviene un interlocutore per i poteri forti appena richiamati, i quali fanno cadere quella conventio ad excludendum che vige dal 1994. Dal punto di vista delle finanze di Alitalia siamo, invece, di fronte ad una svendita in piena regola che allungherà i tentacoli della solita finanza dominante su un paese già sotto il suo giogo.
Infine veniamo ai sindacati. Questi giocano la solita parte disfattista, sebbene siano emerse delle contraddizioni all’interno della triade. La CGIL guida, ça va sans dire, il partito degli scontenti perché i suoi interessi aderiscono interamente con quelli dell’area politica di sinistra, oggi in piena crisi d’identità e di leadership.
Dopo avere, almeno a partire dagli anni ‘80, fatto concessioni su tutta la linea, deprimendo e smembrando le garanzie faticosamente conquistate dai lavoratori in anni di dure lotte, la CGIL fa adesso la voce grossa per ragioni che sono solo strumentali. I lavoratori sono nelle mani di questi gaglioffi che agiscono come una colonna portante della peggiore sinistra parassitaria e sfascista, principale causa del disastro nel quale siamo invischiati.
Insomma, comunque andrà a finire, con questa destra e questa sinistra a gestire i nostri problemi, per l'Italia non ne verrà nulla di buono.

Massimo Mazzucco Luogo Comune 24/9/2008
Se non avesse quel nome metafisico, potrebbe tranquillamente essere un nostro impiegato comunale, appena uscito – magari un pò brillo – dall’osteria sottocasa. Invece è il presidente di una delle più importanti nazioni del pianeta.
Mahmoud Ahmadinejad ieri sera si è divertito, di fronte alle telecamere della CNN, mettendo in scena la solita commedia del bambino buono che non ha fatto niente a nessuno, mentre “tutto il mondo ce l’ha con lui“.
Ha però anche offerto alcuni spunti interessanti, dando occasione di pensare a chi avesse ancora voglia di farlo, in un paese ormai colonizzato mentalmente dalla martellante propaganda mediatica: Iran male assoluto, Iran paese di terroristi, Iran minaccia atomica, Iran sterminatore di Israele, eccetera eccetera eccetera.
Quella che segue è una sintesi, fatta a braccio, dell’intervista di Larry King a Mahmoud Ahmadinejad, in occasione della sua visita di ieri alle Nazioni Unite.
L.K. - Come mai, secondo lei, c’è questa grande ostilità fra Iran e Stati Uniti?
M.A. - L’ostilità nasce da una parte sola. Noi non abbiamo niente contro gli americani. Sono loro che usano termini ostili nei nostri confronti, costringendoci a rispondere nello stesso modo. Ho anche scritto una lettera a Bush, chiedendogli di incontrarci di persona per discutere apertamente i problemi che ci dividono, ma non mi ha nemmeno risposto.
[Vale la pena di sottolineare che mentre Ahmadinejad parlava alle Nazioni Unite, tutti i diplomatici americani se ne sono andati, lasciando sul posto soltanto una dattilografa. Quando invece ha parlato Bush, Ahmadinejad è rimasto al suo posto fino alla fine].
L.K. - Chi preferisce che vinca le elezioni americane, Obama o McCain?
M.A. - Non mi interessa in modo particolare chi vincerà le elezioni, questa è una questione interna degli Stati Uniti, che va decisa dal popolo americano. A me interessa che il nuovo governo si comporti in maniera civile e che sia disponibile al dialogo con noi.
L.K. - E' stato contento di vedere che gli Stati Uniti hanno liberato il mondo da Saddam Hussein?
M.A. - Quando gli serviva, gli Stati Uniti lo sostenevano. Ora non gli serviva più, e l'hanno tolto di mezzo. Ma gli Stati Uniti non sono venuti in Iraq per quello, sono venuti per rimanerci, e per cercare di stabilire un loro caposaldo fisso in Medio Oriente.
L.K. - Cosa ci dice del programma atomico iraniano?
Di fronte a questa domanda, Ahmadinejad ha iniziato a rispondere seriamente, dicendo che l’Iran non ha nulla da nascondere, ma poi non ha saputo trattenere un sorriso, quando ha detto che:
M.A. - Chiunque si metta oggi a sviluppare armi atomiche è rimasto indietro di qualche decina d’anni. Oggi le armi atomiche non servono a nulla. Non sono servite alla Russia per evitare il proprio crollo, nè sono servite agli Stati Uniti per vincere le loro guerre in Iraq oppure in Afghanistan. Le armi atomiche fanno solo parte di una propaganda di vecchio tipo, che per noi non ha alcun significato.
Ahmadinejad non ha specificato quali siano le “vere” armi che contano oggi, ma Larry King, saggiamente, ha evitato di chiederglielo.
L.K. - Quindi voi sareste disposti a permettere agli americani di ispezionare i vostri impianti nucleari?
M.A. - L’Iran è il paese che ha offerto agli enti internazionali la maggior quantità in assoluto di informazioni sui propri programmi atomici nella storia. Nel frattempo ci sono altre nazioni che posseggono arsenali enormi - stiamo parlando di atomiche addirittura di terza e quarta generazione - che non vengono minimamente ispezionati. Le sembra giusto che lo stato sionista non debba essere sottoposto a questo tipo di verifiche? Esistono forse due pesi e due misure?
L.K. - Lei ha detto che vorrebbe cancellare Israele dalla mappa geografica. Lo conferma?
M.A. - Io non ho niente contro il popolo ebraico. Nel mio paese vivono moltissimi ebrei, che non solo non hanno problemi, ma sono addirittura rappresentati in parlamento secondo la giusta proporzione numerica. È lo stato sionista che deve scomparire, è il sionismo che è il male del secolo, ed è semplicemente ingiusto che questa gente sia arrivata ad occupare le case e le terre altrui, e ora li tenga sotto occupazione e sotto i bombardamenti continui, mentre dicono al mondo di volere la pace.
L.K. - Lei sarebbe disposto a sedersi ad un tavolo di pace con Israele?
M.A. - Non è mai servito a nulla sedersi a trattare con Israele, perché il loro unico interesse è quello di ampliare il loro dominio sul territorio. Bisognerebbe risalire prima alla radice del problema, e riconoscere che effettivamente si è trattato di una usurpazione illegale della terra altrui. A quel punto si potrebbe iniziare a discutere seriamente.
L.K. - Lei incontrerebbe Sarah Palin?
Nuovamente Ahmadinejad non è riuscito a mascherare quello che gli passava per la mente, e gli occhi gli brillavano di goliardia mentre diceva che sarebbe stato molto più interessante incontrarla quando ambedue erano semplici sindaci di una città.
Poi però non ce l’ha più fatta, e alla fine ha chiesto con finta sorpresa:
M.A. - Ma davvero lei potrebbe diventare presidente degli Stati Uniti?
di Massimo Mucchetti CORRIERE DELLA SERA 22 settembre 2008
Milano. Punta l'indice sul ritaglio del Financial Times con la sua ultima intervista e scandisce: «Non la mia immagine, ma quella di Tskhinvali ridotta in macerie dovevano stampare!».
E' l'unica volta che alza la voce in due ore di conversazione con il Corriere sulla Russia e le sue relazioni internazionali, all'indomani del trionfale concerto agli Arcimboldi dedicato a Prokofiev. L'emozione è comprensibile. Nato 55 anni fa a Mosca da genitori provenienti dall'Ossezia, il più grande direttore d'orchestra russo ha vissuto dai 5 ai 19 anni nella cittadina di Vladikavkaz che, dopo le divisioni postsovietiche, fa parte dell'Ossezia del Nord nell'ambito della federazione russa, mentre l'enclave osseta meridionale è finita alla Georgia.
Gergiev è il leader del Teatro Marijnsky di San Pietroburgo, la metropoli da dove provengono il presidente Dmitri Medvedev e il premier Vladimir Putin con i quali ha un'antica consuetudine. La sua partecipazione all'Economical Forum della città gli aggiunge l'alone, ancorché non autorizzato, del power broker.
Maestro, lei ha difeso l'intervento russo in Georgia. Eppure ricorda l'invasione sovietica di Praga.
«Quella fu un'invasione in nessun modo giustificabile. In questo caso, invece, l'Armata è intervenuta per mettere fine a una strage di civili russi. I cittadini di Tskhinvali erano andati a dormire fiduciosi. Erano i giorni delle Olimpiadi. Ma il giovane presidente della Georgia fece lanciare i missili per colpire da 20 chilometri di distanza. Mille cittadini di origine russa sono rimasti uccisi. Che differenza c'è con l'attentato alle Torri Gemelle? Nessuna. Tranne il fatto che l'Occidente di questo non ha saputo nulla subito. Americani ed europei non hanno visto in tv le rovine della città né ascoltato il racconto degli scampati. Né Putin né Medvedev sono stati ripresi e sentiti mentre visitavano gli ospedali. Solo immagini e parole del presidente georgiano. Come mai del terribile attacco terroristico alla scuola di Beslan avete visto tutto e questa volta niente?».
Il «Washington Post» l'ha criticata per aver scelto, nel concerto in memoria delle vittime di Tskhinvali, la sinfonia «Leningrad» di Shostakovich, inno della vittoria di Stalin…
«Ma quella non è solo musica patriottica contro Hitler, è molto di più: è musica contro il male che penetra nella vita degli uomini. Del resto, venne concepita già prima dell'assedio. E Shostakovich seppe anche, nei limiti dell'epoca, dissentire da Stalin. Si ricordi il suo Macbeth. Ho diretto molti concerti dopo le tragedie: dopo Beslan, lo Tsunami, il terremoto in Giappone. Oggi, la mia è la voce di un uomo che, essendo osseto, cerca anche di moderare le proprie emozioni. Ma a Tskhinvali non c'era più niente. Niente, capisce? Abbiamo suonato tra le rovine».
Come si spiega le critiche occidentali?
«Dovremmo parlare del ruolo della cultura, della musica. I grandi interpretano l'anima del proprio popolo. Tolstoj, Puskin, Ciaikovskij, Prokofiev sono la Russia. Ci sarebbero Verdi, Rossini e Puccini senza l'Italia e l'Italia senza di loro? La cultura può essere un ambasciatore migliore della politica e dell'economia. Il mondo potrà anche dire che Gorbaciov o Eltsin sono cattivi politici, non che Dostoevskij è uno scrittore mediocre. Lo stesso vale per i grandi interpreti. Mravinski, Oistrakh, Rostropovich, Maja Plisetskaya sono simboli di un Paese…».
E Valery Gergiev?
«Non mi posso collocare in quella cerchia. Loro sono già passati alla storia. Ma mi faccia dire ancora: Leonard Bernstein, benché nato in Russia, è americano. Tutto il mondo lo ascolta, e in lui sente l'America...».
Consumo globale e creazione nazionale?
«E' così. E Putin ha il merito di sostenere la cultura. Da 6 o 7 anni il governo sta investendo molto nella salvaguardia di musei, chiese, teatri, i simboli dell'anima russa…».
Non si rischia una cultura di regime?
«La cultura non può prescindere dal rispetto e dall'amore che presuppongono la libertà. Per eseguire Mozart devi amarlo e rispettarlo. Ai musicisti del Marijnsky ho sempre chiesto massima dedizione, non impegno politico. Certo, la guida di quel grande teatro mi ha portato a conoscere personalmente Gorbaciov, Eltsin, Putin, Medvedev. Ma quando il mio amico Anatoly Sobchak, il sindaco di San Pietroburgo, mi chiese di iscrivermi al suo partito, non accettai. Il mio impegno è la musica. L'orizzonte è il mio Paese, tutto, nel suo rapporto con l'umanità».
Il mondo si preoccupa per la deriva autoritaria della democrazia russa.
«Non potete dimenticare che Putin ha trovato la forza, che Eltsin non aveva, di evitare il collasso della Russia, la sua implosione sanguinosa per effetto dei conflitti etnici che per 70 anni erano rimasti sopiti e che poi, causa la fretta della perestrojka,
si erano andati manifestando con crescente violenza…».
Ha forse nostalgia dell'Urss?
«No. Nessuno in Russia vuol tornare indietro. Credo però che Gorbaciov abbia corso troppo, il Paese gli è sfuggito di mano e ha pagato un prezzo pesante. La Cina dimostra un senso della storia più profondo. Il suo regime politico può essere criticato. Ma con rispetto. Quanti morti, quali sofferenze ci sarebbero se la Cina, per inseguire modelli altrui, precipitasse nel caos? ».
Il Caucaso rischia di essere una nuova Jugoslavia?
«La Jugoslavia era assai più vicina all'Europa occidentale, che spingeva per il frazionamento. Nel Caucaso siamo ancora in tempo per evitare il disastro».
C'è chi paragona l'installazione dei missili sovietici a Cuba e l'adesione della Polonia allo scudo stellare americano.
«Se nel 1962 fosse stato possibile chiedere un'opinione ai cittadini sovietici, la grande maggioranza avrebbe risposto che installare missili a cento chilometri dalla Florida era una pessima idea. Credo che se oggi gli americani fossero adeguatamente informati sui missili in Polonia la penserebbero alla stessa maniera. Krusciov battè una scarpa sui banchi dell'Onu per farsi sentire. E fece male. Altri usano oggi un simile linguaggio, e non sono russi».
Una critica a Bush?
«Le rispondo così: Putin e Medvedev hanno ridato orgoglio alla Russia: rispetto di sé, del suo ruolo di potenza globale, accanto a Usa, Europa, Cina. Dio ha creato fiori di tanti colori, ed è la bellezza della natura. I giardini del mondo sono numerosi e diversi fra loro. Servono diversi giardinieri per curarli. Uno solo farebbe un cattivo lavoro».
Che cosa pensa dell'Europa sull'Ossezia?
«La Ue parla tre lingue diverse. Una estrema: tutti uniti contro la Russia. Un'intermedia: indaghiamo ancora che cosa sia in realtà accaduto. Infine la terza di chi ha ormai capito che è stata la Georgia a muovere all'attacco».
E l'Italia?
«L'Italia ha un premier ricco di esperienza che da 5-6 anni è molto impegnato nella costruzione di nuove relazioni tra Russia ed Europa. Chi costruisce non vuole poi distruggere perché altri glielo chiedono».
Sergio Romano, già ambasciatore a Mosca, dice: Russia e Ue dovrebbero fare un grande patto: energia contro tecnologie. Sarebbe la fine vera della guerra fredda. Come la Comunità del carbone e dell'acciaio, progenitrice della Ue, segnò la fine della storica rivalità franco-tedesca e della seconda guerra mondiale.
«E' una proposta assai rispettabile. Il migliore scenario possibile agli occhi di chi, come me, passa metà del suo tempo in patria e metà in giro per il mondo. Del resto, la Russia è già Europa. San Pietroburgo può dirsi una delle città italiane più belle, se i suoi palazzi più importanti li hanno progettati Rastrelli, Quarenghi e Rossi».
*Notare le 'domande' del giornalista, da perfetto piccolo commissario tirapiedi di Paolo Mieli cheerleaders di Bush.
Trophies - Epic Harvest in Georgia
Documentario della TV Russa sul coinvolgimento USA e occidentale nella Guerra del Caucaso dell'Agosto scorso.
http://www.youtube.com/watch?v=R-EIuAG0VCQ
http://www.youtube.com/watch?v=FtYoDqyUNE8
http://www.youtube.com/watch?v=t_ChR00SmFY
F. D'Attanasio Ripensare Marx 20 Settembre
Non c’è dubbio che la vicenda Alitalia sia da annoverare come una classica vicenda all’italiana. Se non fosse che viviamo in questo disgraziato paese ci sarebbe solo da ridere e divertirsi, ma purtroppo a noi italiani non ci resta che piangere. Non penso che in nessun altro paese dotato di un certo grado di rispettabilità in quanto a livello di sviluppo economico e produttivo, ma soprattutto sociale e culturale, si sarebbero potuto concretizzare fatti simili a riguardo, non di una impresa qualsiasi, ma della propria compagnia aerea di bandiera.
Certo non è questione degli ultimi mesi, ma la causa del tutto risiede principalmente nell’inettitudine ed incapacità delle classi dirigenti politiche che si sono alternate alla guida del paese negli ultimi dieci o quindici anni. Nessuno di queste ha avuto il coraggio, come è successo in altri paesi europei svariati anni passati, di prendere il toro per le corna quando effettivamente i tempi imponevano una svolta in termini di strategie industriali complessive con l’obiettivo di essere al passo dei tempi e dei concorrenti, per evitare poi di essere da questi ultimi definitivamente inghiottiti.
L’Alitalia ha rappresentato fino agli ultimi tempi il classico carrozzone italiano, vissuto da più o meno tutti (dal più semplice operaio fino all’amministratore delegato) come il rifugio o l’ancora di salvezza, il luogo della tranquillità, tanto lo stato avrebbe provveduto a tutto, sborsando soldi ad ogni evenienza. La classe politica chiaramente è stata connivente avendo avuto il suo bel tornaconto, ma adesso sembra sia venuto proprio il momento della débâcle definitiva, perché di questo penso proprio si tratterà al di là di come concretamente riusciranno in maniera definitiva a sistemare la situazione.
Sembra quasi inutile ribadire che in questo nostro paese non c’è possibilità alcuna di fare, come si suol dire, minimamente sistema; al di là delle chiacchiere, del sistema paese non interessa assolutamente a nessuno, si fa a gara a chi più può “arraffare”, dal mondo della politica a quello imprenditorial-finanziario passando per quello sindacale. Certo le classi dominanti fanno i loro interessi, il loro obiettivo primario non è quello di migliorare le condizioni di vita complessive di chi sta socialmente “sotto”, questi agiscono principalmente al fine di estendere e rafforzare il proprio potere, ma si dà il caso che l’organizzazione capitalistica della società impone, in via generale, l’estensione del benessere a gran parte delle classi sociali, seppur con differenze spesso anche notevoli.
Negli altri paesi non è che appunto i vari gruppi dominanti siano ben coesi e d’accordo su tutto, anche lì ci sono lotte spesso anche molto dure, ma rispetto a date situazioni e momenti storici prevale una certa compattezza altrimenti si finisce per essere schiacciati nella complessiva lotta intercapitalistica con conseguenze negative soprattutto per le classi subalterne.
Consideriamo ad esempio gli USA, rispetto all’attuale crisi finanziaria che per adesso sta colpendo maggiormente tale paese, mi sembra che più o meno tutti si trovino d’accordo col piano di salvataggio (tengo a precisare che detto piano di salvataggio, a mio avviso, produrrà certo un qualche risultato positivo come sperato, ma avrà fiato piuttosto corto) che sta per essere messo in piedi dall’attuale governo, contravvenendo completamente ai più sacri principi liberisti, considerati fino ad oggi assolutamente indiscutibili.
Non assistiamo certo al “rimballo” delle responsabilità e delle accuse per questa situazione veramente delicata e difficile fra, ad esempio, i due candidati alle presidenziali, nonostante appunto che in campagna elettorale si usino tutti i mezzi per screditare l’avversario. In Italia invece si agisce in tutt’altra direzione, si va all’arrembaggio di quelle poche ricchezze e risorse rimaste, una vera e propria azione predatoria, il tutto in conformità alle strategie geo-politiche d’oltre atlantico che ci vogliono succubi ed ubbidienti.
E passiamo al ruolo dei sindacati, ai cui vertici si pongono burocrati da strapazzo assolutamente incapaci anche di abbozzare una minima, dico minima proposta, dato che appunto non è in gioco il destino di alcune migliaia di lavoratori ma di un’azienda strategica il cui forte ridimensionamento che inevitabilmente subirà, avrà ripercussioni negative generali su tutta l’economia italiana. Ad esempio il leader della CGIL Epifani, ha dato prova, diciamo così, di grande fantasia nell’esporre le ragioni alla base della scelta da parte della sua organizzazione, di non firmare gli accordi con la CAI; secondo il segretario generale per quanto riguarda piloti e assistenti di volo, non poteva prendere una posizione "per un problema di democrazia sindacale [corsivo mio]: decide il 51% dei lavoratori. E le sigle confederali, tutte insieme, hanno una rappresentatività di gran lunga al di sotto di questa soglia".
La posizione della Cgil rispetto al piano della Cai è stata quindi quella di aver "firmato per quello che riguarda la nostra rappresentatività, e ipoteticamente entro questi limiti firmeremo ancora". Avete capito cari lavoratori del settore privato, che in questi ultimi anni avete subito centinaia di accordi a perdere, accordi che il sindacato confederale vi ha fatto piombare sulla testa, senza che nessuno di voi abbia avuto la minima possibilità di esprimere uno straccio di parere? Fino all’altro ieri, questa maledetta democrazia (maledetta perché, come teneva a precisare Lenin, borghese) nelle posizioni ufficiali della CGIL e di tutto il sindacato confederale, veniva consacrata con il referendum approvativo degli accordi sottoscritti, pena la non validità degli accordi stessi.
Ora, il fatto che tutti gli ultimi referendum hanno convalidato gli accordi, perché comunque messi in atto con procedure tutt’altro che democratiche, ad esempio escludendo dalle varie procedure esplicative le sigle sindacali comunque contrarie agli accordi, è un altro discorso; ma va comunque rilevato come questi loschi personaggi siano abili nel trovare i più raffinati escamotage al fine di perseguire sporchi interessi di parte. Spero quantomeno che i lavoratori abbiano capito che la CGIL, come di consuetudine fa, abbia agito in accordo con il PD per cercare in tutti i modi di mettere in cattiva luce l’attuale governo; come si fa a non sottoscrivere un accordo che prevede ammortizzatori sociali per sette anni, quanto appunto la stessa CGIL firma accordi ovunque, specialmente nel settore privato, i quali di ammortizzatori sociali ne prevedono molto meno?
Ma questa volta, CGIL e PD, ho l’impressione abbiano valutato un po’ “maluccio” la situazione, tant’è vero che la stessa organizzazione sindacale sembra stia rimettendo in parte in discussione, in queste ultime ore, le proprie posizioni iniziali. Fatto sta che la commedia Alitalia andrà avanti ancora per un bel po’ e non penso che verrà fatta fallire, non è da escludere che possa addirittura essere nazionalizzata, senza che ciò peraltro venga accompagnato da una efficace ed energica ristrutturazione tesa a rilanciarla e a farla diventare una impresa sana come conviene a qualsiasi impresa gestita con i canoni dell’efficienza e della redditività, con le ben note conseguenze sulle nostre tasche.
Luca Telese ilgiornale 21.09.2008
Dedicato a chi, quando sente che Walter Veltroni è in procinto di andare al Polo Nord pensa sia uno scherzo. No, è tutto vero: Walter ha visto Into the Wild di Sean Penn e gli è piaciuto moltissimo (il film è già entrato nel prontuario di citazioni veltroniane), è rimasto colpito dalle ultime notizie sulla morìa degli orsi e sullo scioglimento dei ghiacci e ha spiegato a Marco Damilano de L’espresso: «Voglio fare un viaggio dove i ghiacci si stanno sciogliendo, dove si rischia una catastrofe ambientale». Quindi è solo sconcerto quello del blogger diessino Zoro, che su Il Riformista commenta: «Walter vuole vedere da vicino i drammi del mondo, vuole capire, vuole ascendere. In poche parole si è rotto il cazzo del Pd e viceversa».
Zoro non ricorre ai francesismi, come è noto. Ma rispecchia uno stato d’animo che serpeggia nel partito dopo questa ennesima settimana nera. I sondaggi danno il Pd «saldamente» sotto il 30% (al 28% in zona retrocessione-scissione, se sarà così alle europee); Carlo De Benedetti, l’editore più importante della stampa progressista, l’uomo che si era autoassegnato «la tessera numero uno» del Pd (prima che nascesse) ha gelidamente dichiarato (ora che è nato): «Non ho mai avuto, non ho, e non avrò mai, la tessera di alcun partito. Speravo che le battute fossero valutate come tali». È vero che di questa mitologica tessera aveva parlato Massimo D’Alema ad Antonello Piroso, proprio quella mattina - a Omnibus. Ma possibile che solo per coincidenza, questa «smentita» arrivi solo ora, due anni dopo la pubblicazione della notizia? Ovviamente no. E per capirlo bastava leggere l’ultimo numero de L’espresso che (guardacaso) proprio questa settimana confezionava un servizio a dir poco glaciale nei confronti del partito del Loft che fu (adesso lo hanno abbandonato), dal titolo a dir poco eloquente: «Processo al partito di Veltroni, ecco perché non decolla». Finito «il processo» (cinque pagine!) il settimanale di Largo Fochetti passa ai giovani. Ma per raccontare che sono spaccati in ben sette correnti a loro volta emanazione delle correnti dei «grandi», che è guerra fra la grintosa ministra-ombra Pina Picierno e il diessino che vuole contenderle la leadership (il sicilian-fassiniano Fausto Raciti) e tanti altri leaderini, fra cui il rutelliano Luciano Nobili (quello che ha portato nella lista «Giovani per Rutelli» Cristina Capotondi e nella Margherita Flavia Vento) e il franceschiano Gianluca Liorni (uno dei più stretti collaboratori di Dario Franceschini). Ai giovani democratici Veltroni a Cortona ha regalato parole algide: «Il vostro compito è riprendere lo spirito del pullman e delle primarie di un anno fa. Altrimenti vi spengo la luce», e - zac! - gesto di accompagnamento tutt’altro che rassicurante.
Però molti si chiedono che cosa passi per la mente del leader del Pd. Che già ad agosto parlava con toni strani delle prossime elezioni : «...temo che altri risultati elettorali dimostreranno quale risultato straordinario era quel 34% delle politiche, in un Paese europeo». Altri risultati? Ovvero molto peggiori. Tutti hanno pensato alle imminenti amministrative, a partire dal voto autunnale in Abruzzo a cui Antonio Di Pietro sta lavorando da mesi per un effetto-immagine bomba: il sorpasso sul Pd. Ed è per questo, che malgrado l’iperattivismo dell’Italia dei valori stupisce la passività del gruppo dirigente del Pd, forse accentuata dalla turbolenza interna fra dalemiani e veltroniani. Per dire: sembra ormai una vera e propria telenovela la storia dei due canali satellitari che fanno capo ai due leader storici del partito. Prima nati in concorrenza, poi destinati ad una unificazione «irenica», e ora di nuovo divisi e in concorrenza, come ha spiegato sul suo blog - riportato da La Stampa - Claudio Caprara, direttore di Nessuno Tv: «La tv delle Libertà, con mezzi molto più grandi di Youdem tv è fallita, perché un partito non può fare l’editore di una tv». Anche qui, come è chiaro, il grado dei rapporti tra le due correnti sta scendendo sottozero, con preoccupanti accenti di ruvidità. Come quando alla Festa Democratica D’Alema ha alluso a Veltroni. A chi gli chiedeva il perché dell’alleanza con Di Pietro rispondeva: «Questo deve chiederlo a quello che verrà dopo di me». Cioè «all’amico Walter». Intanto nel suo apprezzatissimo discorso di insediamento Concita De Gregorio dice che su la sua Unità non vuole vedere più «Titoli che iniziano per Veltroni due punti o D’Alema due punti», e spiega che l’ex ministro degli Esteri e Giulio Tremonti, a Ballarò (dove la De Gregorio ha assistito a una epica zuffa) sono «una compagnia di giro». Insomma, un quadro davvero frantumato, in cui fa notizia un altro strappo della neo-direttrice. Il discorso di Veltroni a Sinalunga è stato sì pubblicato, ma tagliato, e «a pagamento». Un segnale davvero clamoroso.
C’è stato un tempo, quando era in palla e vincente, in cui Veltroni portava la sua «bella politica» in giro per il mondo: andava in Africa, ad Auschwitz, al congresso di Blackpool del Labour, e tutti capivano che si allontanava per avvicinarsi, e in questo viaggio dava forza al suo messaggio. Ora sembra che il gioco si capovolga, tutti hanno notato che nel giorno della crisi Alitalia Veltroni era a firmare copie del suo libro a New York. E il viaggio al Polo Nord sembra un’ennesima fuga che allontana, piuttosto che una campagna che «avvicina». Tanto più che il primato dell’ecoambientalismo ce l’ha già Al Gore. E che a ben vedere ghiacciai in dissoluzione e orsi in via di estinzione ce ne sono anche in casa del Pd.



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