Licio Gelli: "Solo Berlusconi può andare avanti..."
*PS Non si è mai abbastanza piduisti, che simpatico vecchietto, no?
Un camion carico di spranghe e in piazza Navona è stato il caos
La rabbia di una prof: quelli picchiavano e gli agenti zitti
di CURZIO MALTESE Da Repubblica - Ottobre 29, 2008
AVEVA l'aria di una mattina tranquilla nel centro di Roma. Nulla a che vedere con gli anni Settanta. Negozi aperti, comitive di turisti, il mercatino di Campo dè Fiori colmo di gente. Certo, c'era la manifestazione degli studenti a bloccare il traffico. "Ma ormai siamo abituati, va avanti da due settimane" sospira un vigile. Alle 11 si sentono le urla, in pochi minuti un'onda di ragazzini in fuga da Piazza Navona invade le bancarelle di Campo dè Fiori. Sono piccoli, quattordici anni al massimo, spaventati, paonazzi.
Davanti al Senato è partita la prima carica degli studenti di destra. Sono arrivati con un camion carico di spranghe e bastoni, misteriosamente ignorato dai cordoni di polizia. Si sono messi alla testa del corteo, menando cinghiate e bastonate intorno. Circondano un ragazzino di tredici o quattordici anni e lo riempiono di mazzate. La polizia, a due passi, non si muove.
Sono una sessantina, hanno caschi e passamontagna, lunghi e grossi bastoni, spesso manici di picconi, ricoperti di adesivo nero e avvolti nei tricolori. Urlano "Duce, duce". "La scuola è bonificata". Dicono di essere studenti del Blocco Studentesco, un piccolo movimento di destra. Hanno fra i venti e i trent'anni, ma quello che ha l'aria di essere il capo è uno sulla quarantina, con un berretto da baseball. Sono ben organizzati, da gruppo paramilitare, attaccano a ondate. Un'altra carica colpisce un gruppo di liceali del Virgilio, del liceo artistico De Chirico e dell'università di Roma Tre. Un ragazzino di un istituto tecnico, Alessandro, viene colpito alla testa, cade e gli tirano calci. "Basta, basta, andiamo dalla polizia!" dicono le professoresse.
Seguo il drappello che si dirige davanti al Senato e incontra il funzionario capo. "Non potete stare fermi mentre picchiano i miei studenti!" protesta una signora coi capelli bianchi. Una studentessa alza la voce: "E ditelo che li proteggete, che volete gli scontri!". Il funzionario urla: "Impara l'educazione, bambina!". La professoressa incalza: "Fate il vostro mestiere, fermate i violenti". Risposta del funzionario: "Ma quelli che fanno violenza sono quelli di sinistra". C'è un'insurrezione del drappello: "Di sinistra? Con le svastiche?". La professoressa coi capelli bianchi esibisce un grande crocifisso che porta al collo: "Io sono cattolica. Insegno da 32 anni e non ho mai visto un'azione di violenza da parte dei miei studenti. C'è gente con le spranghe che picchia ragazzi indifesi. Che c'entra se sono di destra o di sinistra? È un reato e voi dovete intervenire".
Il funzionario nel frattempo ha adocchiato una telecamera e il taccuino: "Io non ho mai detto: quelli sono di sinistra". Monica, studentessa di Roma Tre: "Ma l'hanno appena sentito tutti! Chi crede d'essere, Berlusconi?". "Lo vede come rispondono?" mi dice Laura, di Economia. "Vogliono fare passare l'equazione studenti uguali facinorosi di sinistra". La professoressa si chiama Rosa Raciti, insegna al liceo artistico De Chirico, è angosciata: "Mi sento responsabile. Non volevo venire, poi gli studenti mi hanno chiesto di accompagnarli. Massì, ho detto scherzando, che voi non sapete nemmeno dov'è il Senato. Mi sembravano una buona cosa, finalmente parlano di problemi seri. Molti non erano mai stati in una manifestazione, mi sembrava un battesimo civile. Altro che civile! Era stato un corteo allegro, pacifico, finché non sono arrivati quelli con i caschi e i bastoni. Sotto gli occhi della polizia. Una cosa da far vomitare. Dovete scriverlo. Anche se, dico la verità, se non l'avessi visto, ma soltanto letto sul giornale, non ci avrei mai creduto".
Alle undici e tre quarti partono altre urla davanti al Senato. Sta uscendo Francesco Cossiga. "È contento, eh?" gli urla in faccia un anziano professore. Lunedì scorso, il presidente emerito aveva dato la linea, in un intervista al Quotidiano Nazionale: "Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand'ero ministro dell'Interno (...) Infiltrare il movimento con agenti pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto della polizia. Le forze dell'ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti all'ospedale. Picchiare a sangue, tutti, anche i docenti che li fomentano. Magari non gli anziani, ma le maestre ragazzine sì".
È quasi mezzogiorno, una ventina di caschi neri rimane isolata dagli altri, negli scontri. Per riunirsi ai camerati compie un'azione singolare, esce dal lato di piazza Navona, attraversa bastoni alla mano il cordone di polizia, indisturbato, e rientra in piazza da via Agonale. Decido di seguirli ma vengo fermato da un poliziotto. "Lei dove va?". Realizzo di essere sprovvisto di spranga, quindi sospetto. Mentre controlla il tesserino da giornalista, osservo che sono appena passati in venti. La battuta del poliziotto è memorabile: "Non li abbiamo notati".
Dal gruppo dei funzionari parte un segnale. Un poliziotto fa a un altro: "Arrivano quei pezzi di merda di comunisti!". L'altro risponde: "Allora si va in piazza a proteggere i nostri?". "Sì, ma non subito". Passa il vice questore: "Poche chiacchiere, giù le visiere!". Calano le visiere e aspettano. Cinque minuti. Cinque minuti in cui in piazza accade il finimondo. Un gruppo di quattrocento di sinistra, misto di studenti della Sapienza e gente dei centri sociali, irrompe in piazza Navona e si dirige contro il manipolo di Blocco Studentesco, concentrato in fondo alla piazza. Nel percorso prendono le sedie e i tavolini dei bar, che abbassano le saracinesche, e li scagliano contro quelli di destra.
Soltanto a questo punto, dopo cinque minuti di botte, e cinque minuti di scontri non sono pochi, s'affaccia la polizia. Fa cordone intorno ai sessanta di Blocco Studentesco, respinge l'assalto degli studenti di sinistra. Alla fine ferma una quindicina di neofascisti, che stavano riprendendo a sprangare i ragazzi a tiro. Un gruppo di studenti s'avvicina ai poliziotti per chiedere ragione dello strano comportamento. Hanno le braccia alzate, non hanno né caschi né bottiglie. Il primo studente, Stefano, uno dell'Onda di scienze politiche, viene colpito con una manganellata alla nuca (finirà in ospedale) e la pacifica protesta si ritrae.
A mezzogiorno e mezzo sul campo di battaglia sono rimasti due ragazzini con la testa fra le mani, sporche di sangue, sedie sfasciate, un tavolino zoppo e un grande Pinocchio di legno senza più una gamba, preso dalla vetrina di un negozio di giocattoli e usato come arma. Duccio, uno studente di Fisica che ho conosciuto all'occupazione, s'aggira teso alla ricerca del fratello più piccolo. "Mi sa che è finita, oggi è finita. E se non oggi, domani. Hai voglia a organizzare proteste pacifiche, a farti venire idee, le lezioni in piazza, le fiaccolate, i sit in da figli dei fiori. Hai voglia a rifiutare le strumentalizzazioni politiche, a voler ragionare sulle cose concrete. Da stasera ai telegiornali si parlerà soltanto degli incidenti, giorno dopo giorno passerà l'idea che comunque gli studenti vogliono il casino. È il metodo Cossiga. Ci stanno fottendo".

Resistenze.org - 27-10-08 - n. 247
Cronache dal profondo nord. Inchiesta / seconda puntata
di Diego Negri da Politica e Classe - Bologna
Dopo la prima puntata dedicata al fenomeno politico-sociale leghista, continuiamo questo percorso interno alla questione settentrionale.
E’ ormai da 20 anni che si parla della “questione settentrionale” come fenomeno politico nazionale. La “questione settentrionale” esplose dentro le profonde mutazioni geopolitiche ed economiche alla fine degli anni 80. Cambiamenti che ovviamente avevano una radice più antica (1), ma che si manifestarono in tutta la loro ampiezza con il disfacimento della cosiddetta prima repubblica. La questione settentrionale è oggi posta sullo stesso piano della questione meridionale, e addirittura la sorpassa per importanza rispetto all’opinione pubblica, anche grazie alla nascita di movimenti politici che si sono fatti portatori di questa istanza. Questi movimenti che possiamo definire di “destra”(2) hanno di fatto accelerato un processo ormai in atto, travolgendo in gran parte i vecchi paradigmi di sinistra o in alcuni casi sussumendoli. Il punto su cui questa questione settentrionale assume maggior rilievo è la divisione che esiste tra produttori e non-produttori, produzione che non va letta unicamente sotto il profilo industriale ma di sviluppo e ricerca. In questo senso la questione settentrionale rompe con la dimensione unitaria nazionale, non sopportando più le diverse velocità del paese, e non vergognandosi più del suo potere e benessere diffuso, anzi questo elemento viene messo al centro di una strategia dentro un nuovo contesto geopolitico mondiale: il benessere va difeso con ogni mezzo necessario, a costo di ridisegnare gli equilibri geopolitici nazionali.
Basta pensare che oggi il premier della Repubblica italiana è prima di tutto un milanese, e dopo un italiano. In quanto milanese può amare Napoli, Bari, la Sicilia e anche Roma, ma rimane comunque un milanese. Questo può apparire una valutazione semplicistica ma in realtà offre un chiaro esempio di quella rottura che c’è stata nel paese, dove il potere politico era essenzialmente unitario e dopo si ramificava nel territorio, oggi questo è invertito. Non è un caso che i maggiori deficit di consenso politico esistano proprio a sinistra e in alcune formazioni di destra che ancora oggi hanno uno schema unitario. Lo stesso dibattito che attraversa il PD è sintomatico, posizioni come quella di Cacciari, sono forse minoritarie sotto il profilo organizzativo, ma hanno un indiretto appoggio di tutto l’arco amministrativo del PD del nord. Il filosofo-sindaco di Venezia è da diverso tempo che si pone il problema di ridisegnare una strategia per la “sinistra” del nord, sotto il suo influsso rientrano le recenti torsioni dell’area dei centro sociali del nord est, che hanno di fatto teorizzato una “lega di sinistra”, non è raro vedere sventolare sui centri sociali del nord est bandiere rosse…ma con il simbolo del leone di San Marco.
La dicitura specifica di “questione settentrionale” è in realtà nata anni fa. Fu creata polemicamente in contrapposizione alla dominante “questione meridionale”. Un primo elemento del perché si iniziò a parlare di una questione settentrionale fu il problema della disoccupazione, che era visto sotto il profilo squisitamente unitario e quindi con una lettura “meridionale”. La disoccupazione veniva considerata “strutturale”, ma sarà proprio lo sviluppo del nord a rompere questo meccanismo attraverso il boom degli anni 60.
Ricerca e formazione di manodopera, immigrazione e congestione urbana, nuove esigenze di dotazioni infrastrutturali, le prospettive del macchinismo e dell’“automazione” porteranno a sovvertire gli stessi termini della “questione meridionale” vista essenzialmente come “questione agraria” ossia legata alla redistribuzione della terra. Se esisteva ed esiste una macroscopica questione meridionale in Italia, questa ha però falsato o reso parziale il piano di lettura per le modificazioni al nord. Un esempio è il flusso negli anni 50-60 dell’immigrazione meridionale e ciò che comportò nel tessuto autoctono settentrionale e nelle rispettive culture e organizzazioni politiche e sociali.
Nella versione più attenta della sinistra il cambiamento era visto con gli occhi di chi arrivava e non di chi vedeva l’arrivo, questo meccanismo era per lo più legittimo in quanto erano proprio quelle fasce sociali immigrate che davano gambe allo sviluppo del nord e anche sotto il profilo squisitamente di classe erano le dirette avanguardie del cambiamento sindacale e politico. Tuttavia il non aver analizzato lo sguardo di chi vedeva arrivare ha fatto si che alcune contraddizioni siano rimaste sottotraccia, ma non sopite, e sono bastati alcuni anni perché queste riemergessero. Contraddizioni che hanno inglobato i precedenti flussi e hanno prodotto una nuova comunità sociale del nord, dove non è ovviamente sul piano razziale che si trova il principale legame, ma in quello produttivo e di sviluppo legato ad un preciso territorio.
Troppo spesso la ricerca rispetto alla questione settentrionale è stata misconosciuta dalla sinistra e dai marxisti. Gli intellettuali e i gruppi che si porranno il compito di investigare la questione settentrionale saranno pochissimi, e spesso osteggiati dai grossi blocchi politici . Possiamo ricordare il contributo della rivista “Ragionamenti”, un gruppo di intellettuali cresciuti sotto l’influenza di Adriano Olivetti,
Successivamente fu Giangiacomo Feltrinelli a promuovere un Centro di Ricerche Economiche, irritando lo stesso leader del PCI Palmiro Togliatti, centro che iniziò ad approfondire la nuova realtà di sviluppo e trasformazione industriale e tecnologica del Nord Italia. In questa breve carrellata non possiamo non ricordare il contributo di Raniero Panzieri e il gruppo intorno a lui i Quaderni Rossi, che diedero dentro il nuovo contesto industriale del nord Italia nuove teorizzazioni ideologiche per la nascente nuova sinistra. Un autore nato dentro questo nuovo contesto di ricerca fu Danilo Montaldi (3). Montaldi fu un politico e un ricercatore eretico. Fu uno dei pochi autori della nuova sinistra nato dentro la cultura politica della sinistra comunista italiana e dalle correnti neo-consiliari francesi (4). La sua lente di ricerca era rivolta verso quel macroscopico mondo post contadino che viveva nelle province. Non era quindi unicamente la metropoli, la grande industria del nord ad essere analizzata ma le valli, gli uomini del Po, le piccole cittadine della val padana (5).
Vi sono almeno due libri che in modo superlativo descrivono con gli occhi del nord i cambiamenti e le mutazioni in atto nel paese negli anni 50-60: Autobiografie della leggera(6), e Militanti politici di base(7). I due testi sotto il profilo squisitamente statistico non possono essere considerati scientifici, tuttavia vi è una capacità di lettura profonda dei mutamenti in atto, attraverso la viva voce dei protagonisti. Vengono descritti, nei due libri, i diversi atteggiamenti di fronte alle modificazioni repentine del nord, con la relativa rottura delle precedenti comunità sociali e politiche. I protagonisti dei due saggi sono gli emarginati dai cento incerti mestieri e dall’esistenza precaria, sono i militanti politici della bassa padana, contadini e operai inseriti in piccole unità produttive. Scriviamo questo non perché innamorati della memoria storica del nord, ma perché vi è stato un miope atteggiamento della sinistra che basandosi unicamente sulla “questione meridionale” si batteva per riannodare i fili della storia di classe del sud Italia, difendendo le tradizioni più nobili di tale terra, ma lasciava praticamente cadere nel dimenticatoio lo stesso fenomeno che avveniva al nord. La difesa dei dialetti, della cultura contadina veniva vista come “difesa di classe” unicamente sotto il profilo meridionale.
Non è un caso che i fenomeni recenti di politicizzazione della questione settentrionale non partano dalla grandi città metropolitane, che hanno di fatto centrifugato tutto e tutti, ma dalle valli e dalle diverse “basse”. Inoltre queste zone “periferiche” hanno visto negli ultimi anni un poderoso sviluppo produttivo, di fronte ad una contrazione delle zone propriamente metropolitane del vecchio triangolo industriale (GE-TO-MI) creando una vera e propria “megalopoli padana” dove tuttavia la velocità di immagazzinamento e omologazione di una città metropolitana è diluita in un territorio più vasto smorzandone gli effetti. L’importanza economica e politica di una simile area creava quindi il presupposto per lo sviluppo di una nuova tensione settentrionale.
E’ in questo senso che riappare dentro la questione settentrionale il problema non unicamente simbolico dell’identità. Dentro questo nuovo spazio, la “megalopoli padana”, acquisisce importanza la tradizione e le diverse anime del nord. Tutto questo sarà di fatto raccolto quasi unicamente dalla “destra” nel nostro paese.
Un discorso a parte meriterebbe l’analisi del PCI sulla questione settentrionale, e nello specifico rispetto alla problematica emiliana. Togliatti attraverso l’Emilia, renderà pratica la sua “via italiana al socialismo”. Non è nostra intenzione dare un giudizio sulla bontà di questo progetto, ci interessa in questa sede osservare come di fronte ad un determinato territorio il PCI svilupperà una sua originale via al socialismo.
Tuttavia il PCI rimarrà rispetto alla questione settentrionale complessiva schiacciato dentro la dinamica della questione meridionale e al massimo studierà i fenomeni dentro le metropoli del nord, spesso rincorrendo sul piano teorico la nuova sinistra italiana, nata per lo più dentro la sinistra socialista. Non avrà la capacità di analisi complessiva rispetto al mutamento delle diverse Italie. Questo ritardo lo pagherà caro sia nei convulsi anni 70 sia nello scioglimento della sua esperienza alla fine degli anni 80. L’Emilia invece rappresenterà una anomalia rispetto al piano d’analisi del PCI riuscendo a teorizzare un modello che gli sopravviverà, anche se è ormai in fase calante. Ci ripromettiamo nella terza puntata di “cronache dal profondo nord” di investigare nello specifico la questione emiliana.
Recentemente di fronte ai bruschi mutamenti politici e produttivi del paese e nello specifico del nord Italia è apparsa una nuova letteratura rispetto alla questione settentrionale. Il testo che maggiormente ha riscosso successo, almeno negli ambiti di sinistra, è il saggio di Aldo Bonomi: Il capitalismo molecolare. La società al lavoro nel Nord Italia (8). Attorno a questo ricercatore si è creata tutta una schiera di autori, che hanno iniziato a descrivere la fine del triangolo industriale e lo sviluppo della “megalopoli padana”. Il libro offre spunti interessanti e per molti versi corretti rispetto ai cambiamenti in atto e alle nuove figure sociali e comunitarie che si andavano a costituire nel nord, ha tuttavia un grosso difetto di fondo. Non è una ricerca sulle contraddizioni in atto, ma una celebrazione di questi cambiamenti. Questa testo uscì all’inizio degli anni 90 dentro un contesto contraddistinto da una feroce campagna liberista, sulla spinta della new economy, che metteva al centro del suo ragionamento la fine della storia e quindi della lotta di classe. Si creò l’illusione di un mondo sempre più pacificato e si prevedeva l’avvento di una ridistribuzione economica grazie alle possibilità del mercato finanziario.
La cosiddetta epopea del “piccolo e bello” del popolo delle partite iva prese a nuovo soggetto di cambiamento ha di fatto dato forza unicamente a gruppi politici che, dentro una visione neo-comunitaria, hanno sviluppato nuove forme di razzismo e neo-colonialismo, desiderose di difendere il proprio a scapito dell’altro. L’aver posizionato la lente d’inchiesta su un contesto preciso ha fatto dimenticare il contesto mondo su cui questi processi avvenivano e le relative controtendenze. Non è un caso che oggi siamo di fronte ad un silenzio imbarazzante rispetto ai processi di crisi in atto dentro la megalopoli padana.
In questo senso la questione settentrionale ha liberato gli “spiriti animali” sopiti per anni, ma sempre presenti dentro la società italiana. La storia del popolo delle valli e del grande fiume si è tramutata in un arma per esercitare il diritto a mantenere il potere e un benessere economico nato anche grazie allo sfruttamento selvaggio di altre zone.
Oggi dentro a nuovi e sempre più veloci cambiamenti geopolitici dovuti ad una sempre più pressante crisi finanziario-produttiva è colpita anche la megalopoli padana, questo mentre vi sono profondi mutamenti nella composizione sociale, basti pensare ai nuovi flussi migratori e alla precarietà diffusa.
La questione settentrionale tuttavia non può essere accantonata, in quanto oggi si gioca un partita importantissima dentro questo contesto territoriale, che rappresenta ancor oggi la parte più ricca del paese. Non basta difendere lo Stato di fronte agli “spiriti animali”, in quanto alcune delle contraddizioni emerse sono profondamente reali, ma bisogna riuscire a porsi il compito di cementificare l’unità delle fasce popolari attorno a progetti e organizzazioni che mettano al centro lo sviluppo di una nuova via pubblica e in questo la nefasta utopia del piccolo è bello va abbandonata nel museo della storia. Per almeno un decennio c’è stata da parte della sinistra una mitologia attorno a questo slogan, ampliata dal fenomeno zapatista, oggi lo stesso continente sud americano ci pone di fronte a nuove sfide attraverso la nascita di nuove dinamiche trasnazionali come dimostra il laboratorio degli Stati che hanno fatto proprio lo slogan del socialismo del XXI secolo.
Parliamo di questo non per accontentarci di modelli precostituiti, ma come esempio di come le contraddizioni devono essere risolte su un piano generale e non meramente comunitario. Può essere azzardato un simile parallelismo, ma ci sembra che possa cogliere nel segno, rispetto ad un certo atteggiamento della sinistra, qui intesa nelle sue varie sfaccettature, nel provare a governare la complessità del presente. Bisogna riuscire a scoprire e intervenire dentro tutti quei momenti dove si materializza una nuova dimensione di classe che rompe con il particolarismo e pone sul piano degli interessi immediati una nuova cementificazione e organizzazione di classe. La sfida che oggi pongono le principali forze del sindacalismo di base e sociale oggi in Italia va in questa direzione.
Note
1) Possiamo individuare tre momenti in cui la questione settentrionale assumerà connotati precisi in termini di dibattito e ricerca, vi è un primo momento legato al processo di unificazione dell’Italia a cavallo dell’800-900, un secondo dentro il miracolo economico negli anni 60 e in fine un terzo momento con la fine della prima repubblica alla fine degli anni 80.
2) Sul carattere di destra e l’ampiezza trasversale del fenomeno Lega rimandiamo al nostro precedente intervento: Il popolo leghista. Epopea, mito e realtà del “partito del popolo del nord”. Il materiale è consultabile sul sito: Contropiano.org e su Politica e Classe
3) Rimandiamo alla raccolta di saggi di Danilo Montali: Bisogna Sognare, 1952-1975, edito dal Centro di Iniziativa Luca Rossi, 1994, Milano
4) Per sinistra comunista italiana si intende quel filone che prende origine dal fondatore del PCdI nel 1921 Amadeo Bordiga, Per neo-consiliarismo, anche se la dicitura è sicuramente deficitaria, si intende l’esperienza della rivista francese Socialisme ou Barbarie e di vari gruppi ed intellettuali degli Stati Uniti. Per maggiori informazioni rimandiamo ai seguenti siti: Quinterna.org e Autprol.org
5) Questa attenzione non limitò tuttavia la capacità di inchiesta rispetto alle nuove contraddizioni del nord e alla nuova classe operaia che si stava costituendo come dimostra il saggio: Milano, Corea. Inchiesta sugli immigrati, scritto da Montaldi con Franco Alasia nel marzo del 1960
6) D.Montaldi, Autobiografie della leggera, Torino, Einaudi, 1961
7) D.Montaldi, Militanti politici di base, Torino, Einaudi, 1971
8) A.Bonomi, Il capitalismo molecolare. La società al lavoro nel Nord Italia, Torino, Einaudi, 1997
La prima puntata: Il popolo leghista. Epopea, mito e realtà del “partito del popolo del nord”. Il materiale è consultabile sul sito: Contropiano.org e su Politica e Classe
Massimo Mazzucco Luogo Comune 31/10/2008
Avevo già avuto in passato più di uno scontro con Paolo Barnard, sia in Internet che alla radio, riguardo all’undici settembre, e purtroppo la stessa dinamica si è ripresentata sul nostro sito, in occasione del suo articolo "No, così non va cari studenti", da noi pubblicato di recente.
Il fatto non sarebbe degno di nota, se non fosse lo stesso Barnard a proporsi continuamente, e a volte in maniera persino invadente, come “duro e puro” del giornalismo nazionale, eroe solitario da tutti ripudiato, solingo gladiatore in una battaglia per la Giustizia e per la Libertà che – a quanto pare – solo lui starebbe combattendo.
Note sono le sue pubbliche lamentele sul trattamento che avrebbe ricevuto da Milena Gabanelli di Report, che Barnard non ha esitato a diffondere ai quattro venti, chiedendo – e presumo ricevendo – una forte solidarietà da parte del popolo della rete. (Luogocomune non appoggiò ufficialmente quella sua richiesta, in quanto ritenni che le dispute di quel tipo si possano valutare – se mai risultasse interessante farlo - solo in presenza della versione completa di ambo le parti).
In ogni caso, sappiamo che la stessa redazione di Report non ha mai messo in dubbio le capacità professionali di Barnard, e questo ci dovrebbe bastare.
Il problema nasce quando una persona come Barnard cerca di inserire il personale sopra il professionale, al punto da voler “colorare retroattivamente” la propria carriera alla luce di un singolo evento – come l’allontanamento da Report - o di più eventi dello stesso tipo.
Ecco cosa scrive Barnard di sè: “Chi come me si può permettere di perdere fama, carriera, amicizie in alto, editori importanti, e le infinite serate cui mi invitavano in tutta Italia (tutto documentato) per rimanere un libero pensatore, non è un fallito. E' uno con coraggio, una tenuta fuori dal comune, e soprattutto un attaccamento all'etica come prima condizione di vita.”
In altre parole, Barnard ci dice che nessuno lo vuole più perchè lui è “un libero pensatore”, ma in realtà questo presunto ostracismo verso di lui potrebbe anche avere delle cause diverse, molto più semplici e banali. Se infatti le cose stessero come dice lui, resta da spiegare come abbia fatto Barnard a raggiungere “fama, carriera, amicizie in alto ed editori importanti” in primo luogo. Ha forse tenuto nascosto di essere un “libero pensatore”? Ha finto di scrivere pezzi “di sistema”, e di adeguarsi alla logica del potere, pur di guadagnarsi l’accesso ai piani alti, solo magari per “venire sgamato” da qualche potente più astuto degli altri?
O forse ha avuto una tardiva epifanìa, ed è diventato “libero pensatore” soltanto dopo la scalata ai piani alti? In fondo, lui stesso scrive: “Se prima noi (attivisti, giornalisti 'contro', giovani antagonisti, intellettuali, contestatori, altermondialisti, studenti) non ci guardiamo dentro e se non accettiamo di vedere quanto in realtà replichiamo i difetti e le ipocrisie del Sistema, se non facciamo il durissimo lavoro di pretendere da noi stessi prima di tutto l'adesione all'etica senza eccezioni, noi tutti saremo fallimentari, e facilmente manipolabili dal Sistema”.
Sia chiaro, non ci sarebbe nulla di male se Barnard si fosse reso conto in ritardo di essere funzionale ad un sistema che credeva di combattere – meglio tardi che mai, ovviamente - ma in questo caso dovrebbe raccontare la sua storia per intero, e non solo la parte che gli fa comodo.
Su tutto questo si inserisce un problema di fondo, nella posizione di Barnard, che rappresenta il vero motivo per cui ho scritto questo articolo (non ho nulla contro di lui personalmente, ma combatto quello che lui ideologicamente rappresenta), ed è il suo “negazionismo” aprioristico sull’ipotesi dell’autoattentato nei fatti dell’11 settembre.
Barnard nega l’autoattentato alla radice, sostiene di essersi informato a fondo in materia, e rivendica il suo sacrosanto diritto di pensarla come vuole lui. Il problema è che non solo “la pensa come vuole lui”, ma attacca pesantemente chi invece sostiene la tesi dell’autoattentato, definendolo come chi “sta a casa col caffè a pigiare tasti”, mentre “al contrario di voi – ci dice Barnard - io ho ricercato, trovato e pubblicato le prove (fra cui inediti), gli smoking guns veri, di crimini imperialisti confronto ai quali l'11/9 è un tamponamento cittadino”.
Benissimo. E allora parliamo di questo insignificante “tamponamento cittadino”, in seguito al quale:
1 - L’intera mappa geopolitica del mondo è stata ridisegnata – con l‘invasione ingiustificata di Iraq e Afghanistan da parte degli americani - ponendo le condizioni per il rischio permanente di uno scontro nucleare.
2 - E’ stata scatenata una vera e propria guerra di religione, nella quale un miliardo circa di cristiani viene costantemente spinto all’odio – altrettanto ingiustificato - verso un miliardo circa di musulmani. Parimenti, milioni e milioni di arabi sono malvisti in tutto il resto del mondo, senza averne la minima colpa.
3 - Il prezzo del petrolio è schizzato alle stelle, favorendo in maniera vergognosa le compagnie petrolifere, e mettendo in ginocchio l’economia di dozzine di nazioni occidentali.
4 - Oltre un milione di innocenti sono stati uccisi, in maniera cruda e premeditata, in Afghanistan e Iraq. Sono più di 4 milioni i senzatetto.
5 - Lo stesso Iraq è stato trasformato in una landa desolata, sommersa dalla radioattività, mentre è stata cancellata ogni traccia della sua cultura millenaria.
6 - La produzione di oppio – praticamente congelata sotto i talebani – è stata fatta ripartire a livelli mai visti prima, raggiungendo il 140% del picco massimo mai toccato dall’Afghanistan nella storia.
7 - Nazioni sovrane come la nostra sono state obbligate a violare la propria costituzione, prendendo parte a questo genocidio mascherato da “missione di pace” e da “esportazione di democrazia”.
8 - Con la scusa del “terrorismo” i governi di mezzo mondo hanno potuto introdurre leggi e parametri “di sicurezza” che riducono drasticamente le già risicate libertà civili dei cittadini.
9 - Le società costuttrici di armi, insieme ai cosiddetti “contractors”, hanno letteralmente rubato centinaia di miliardi di dollari dalle casse pubbliche americane.
10 - E infine, last but not least, tremila innocenti sono stai uccisi a sangue freddo, inizialmente, per ottenere tutto questo.
Alla faccia del tamponamento.
Lo ripeto, teoricamente Barnard avrebbe il pieno diritto di non credere all’autoattentato, se solo si trattasse di esprimere una “opinione” come tante altre. Ci mancherebbe. Di fatto però è lui il primo a parlare dell’obbligo del giornalista di essere informato, e i fatti oggi accertati non permettono più ad una mente onesta di arrivare a quella conclusione.
Oggi esiste una serie di fatti accertati che portano necessariamente a concludere che l’undici settembre sia stato un autoattentato. Non sappiamo ancora in quale precisa misura, nè con la partecipazione specifica di chi, ma oggi sappiamo – e possiamo ampiamente dimostrare – che la versione ufficiale sia plateamente falsa, in molteplici occasioni.
Messo di fronte a queste prove concrete, Barnard non ha nemmeno provato a confutarle, e si è limitato a dire: “Io ho sempre detto che la versione ufficiale fa acqua da tutte le parti, solo un mentecatto vi crede ciecamente.”
In alte parole, Barnard vorrebbe dire che quelle non sono prove, ma solo indizi, e con questa comoda scusa evita di partecipare al coro mondiale che chiede giustizia rispetto a quei fatti criminali.
Dopodichè si è defilato dicendo: “Ora: al lavoro, con meno enfasi, ma con la giusta meta di scoprire cosa veramente accadde l'11/9.”
Noi il nostro lavoro lo abbiamo fatto, Barnard, per cinque anni, con tanta umiltà e senza enfasi. Il tuo dov’è?
I nostri lavori si chiamano Loose Change, Inganno Globale, Painful Questions, Confronting the Evidence, Il Nuovo Secolo Americano, e mille altri. I tuoi come si chiamano?
Dove sono le tue “indagini scomode” che osano disturbare i potenti, a punto da volerti escluso dalla professione tout court? Dove sono gli “smoking guns” che dici di saper trovare, quando non riesci nemmeno a riconoscere che l’intero Building 7 è uno smoking gun – letteralmente – grosso come una casa?
Oppure, se proprio vuoi sostenere la versione ufficiale, dove sono i tuoi lavori che smontano analiticamente, punto per punto, tutto quanto contenuto nei nostri?
La cosa curiosa è che la posizione di Barnard sull’undici settembre è molto simile a quella del “divo“ Travaglio che lui tanto vorrebbe criticare. Anche Travaglio, alla domanda “perchè non ti occupi mai dell’undici settembre?”, rispose qualcosa come “non sono quelli i veri problemi, l’undici settembre è una stupidaggine, rispetto ai veri problemi”. Poi però passa il suo tempo a parlare di Berlusconi, personaggio che probabilmente non esisterebbe nemmeno – almeno non nelle attuali dimensioni - se non ci fossero stati gli attentati di quel giorno.
Le risposte di Barnard e di Travaglio sono in realtà un modo poco coraggioso di svicolare il problema più grande di tutti, e il loro comportamento li rende complici – consapevoli o meno – del prolungamento nel tempo della colossale bugia dell’undici settembre, e di tutto quello che ne consegue.
Ogni volta che nel mondo viene perpetrata un’ ingiustiza in nome della “guerra al terrorismo”, tutti i giornalisti che non abbiano fatto finora il proprio dovere - di informarsi e di informare a fondo la gente - ne sono in parte responsabili.
E’ stato tramite i media che la bugia si è diffusa nel mondo, e solo attraverso i media questo danno potrà essere riparato fino in fondo. Se Barnard vuole davvero considerarsi un giornalista, sa bene da dove cominciare.
30.10.2008
La posizione del Coordinamento Progetto Eurasia sulla "riforma" della scuola e dell'università. Orientamenti generali.
Il Coordinamento Progetto Eurasia, senza entrare nel merito dei singoli dettagli della “riforma” della scuola e dell’università, ribadisce alcuni princîpi di carattere generale.
Alla scuola e all'università, in tutte le loro componenti, dev’essere restituita autorevolezza, in quanto luoghi deputati allo studio e perciò alla formazione della persona umana, in sé e in quanto facente parte di una comunità.
Tutto il contrario del diplomificio-parcheggio attuale, salvo poche e lodevoli eccezioni.
Tutto il contrario delle moderne "educazione" e "pedagogia" sessantottine e cattoliche.
Quindi, no alla scuola delle "tre I" (“inglese, internet, impresa”), sì a una scuola che formi cittadini consapevoli e che avvii sia al lavoro (vero, non quello "precario") sia all'università, a prescindere dal censo, per la reale formazione di cittadini preparati e, in particolare, la creazione di una élite finalmente "giovane", sulla base del principio secondo cui l’ignoranza significa esclusione dalla partecipazione.
Soldi pubblici a scuola e università pubbliche, quindi, mentre le scuole private - che hanno il diritto di esistere - devono finanziarsi da sole.
Quanto alle manifestazioni di protesta contro il “decreto Gelmini”, il Coordinamento Progetto Eurasia invita a non “scambiare il dito per la luna”. Se questa “riforma”, al di là di singoli aspetti coi quali si può essere d’accordo o meno, sancisce un arretramento del “pubblico” rispetto al “privato” nell’ambito della scuola e dell’istruzione, è bene, prima di prendersela col ministro di turno, individuare nella mancanza di sovranità nazionale dell’Italia la radice del problema.
L’Italia, infatti, è una colonia degli Stati Uniti, i quali la occupano con oltre 100 installazioni militari e ne condizionano pesantemente la politica, l’economia e la cultura. Gli Stati Uniti fanno e disfanno i governi “italiani”, fanno e disfanno i partiti “italiani”, impongono questo o quel ministro “italiano”. Le “riforme” da essi dettate sono quelle che rafforzano loro e indeboliscono noi. Ecco perché la nostra università non deve funzionare e la nostra scuola deve andare allo sfascio! Il resto lo fanno dei nani politici che, incarnando ataviche tare degli italiani, pensano di fare l’“interesse nazionale” servendo l’America.
Il Coordinamento Progetto Eurasia approva perciò tutte quelle “proteste” di carattere propositivo che accolgano i suddetti, sintetici principi di carattere generale. Non approva invece il “ribellismo” fine a se stesso e le strumentalizzazioni di gruppi di “politicizzati”, “di destra” e “di sinistra”, che inscenando scontri fuori dalla storia svolgono il classico ruolo degli “utili idioti” ipermediatizzati da giornali e tv. Si auspica perciò che dal seno della scuola e dell’università emergano personalità che, rifiutando lo status di colonia imposto all’Italia dal 1945, elaborino idee e proposte che sanciscano una definitiva rottura con un modello di scuola e d’università estraneo alla natura, alla cultura e alla storia del popolo italiano.
Pino Cabras 29/10/2008
È un politico molto determinato, il giapponese Yukihisa Fujita.
Quest'anno ha portato in parlamento per ben tre volte la sua forte critica alle versioni ufficiali dell'11 settembre 2001, con crescente solennità e consenso.
Il suo discorso del 22 ottobre 2008 ha fatto spellare le mani dei colleghi parlamentari, specie quelli del MinshutĹŤ, il Partito Democratico del Giappone.
Questo partito è la principale forza di opposizione all'eterno Partito Liberaldemocratico, la Balena Bianca nipponica. Come il Partito Democratico nostrano, il MinshutĹŤ è nato dalla fusione di diverse formazioni socialiste e moderate.
Diversamente dall'omologo italiano, tuttavia, ha una politica estera molto coraggiosa e molto ferma contro la guerra.
La leadership del partito ha capito che smontare l'11/9 è la chiave di volta di una qualsiasi questione di pace. Perciò Fujita non è solo. Si badi, è importante. Il MinshutĹŤ non è un partitello dello zerovirgola. Ha perfino la maggioranza relativa (109 seggi su 242) alla camera alta (la Camera dei Consiglieri, o Sangiin), e da molti osservatori è ritenuto in grado di diventare alle prossime elezioni, per la prima volta, la forza trainante di un governo alternativo.
Il fatto che un partito con queste concrete ambizioni di governo non consideri la critica all'11/9 un argomento tabù, ma un tema da approfondire perentoriamente, deve fare riflettere.
Intorno a Fujita c'è molta attenzione e rispetto, anche da parte dei parlamentari di altri gruppi.
In questo clima, Fujita ha buon gioco per chiedere al governo di fermare il sostegno alle operazioni militari a guida statunitense nelle quali è coinvolta anche Tokyo.
Nel suo discorso, dopo aver presentato precisi dettagli sulle gravi perdite civili e militari in Iraq e Afghanistan, Fujita va a descrivere il dibattito sollevato al Congresso USA dalla richiesta di impeachment di Bush formulata dal democratico Dennis Kucinich, sostenuta nell'estate 2008 da una maggioranza di rappresentanti.
Il parlamentare nipponico ha inoltre riferito delle richieste espresse dal repubblicano
Ron Paul, favorevoli all'impeachment e a nuove indagini sull'11/9.
Fujita ha dapprima sottolineato che non c'è mai stata un'indagine di polizia sulla morte di 24 cittadini giapponesi uccisi nei mega-attentati di New York, e ha quindi parlato delle domande sollevate dai familiari delle vittime dell'11/9 al cospetto del governo, rimaste senza risposta.
La richiesta di aprire una nuova inchiesta è ampiamente sostenuta dal Partito Democratico ed è stata presentata ai membri di altri partiti.
Yukihisa Fujita è fortemente impegnato a formare una coalizione internazionale intesa a chiedere un'inchiesta indipendente e internazionale sull'11/9 ed è in contatto con esponenti politici in Europa e negli Stati Uniti.
Ecco il testo dell’intervento di Fujita:
“Nel novembre dello scorso anno ho chiesto alla Camera Superiore se il terrorismo fosse un crimine o uno strumento di guerra.
Il primo ministro Fukuda ha dichiarato che un tipico caso di terrorismo non costituisce un crimine.
Riguardo all’11 settembre, il Primo Ministro ha detto che gli attacchi mostravano un grande livello di capacità professionale e di pianificazione intenzionale.
Se prendiamo questo assunto per buono, e l’11 settembre mostra le caratteristiche di essere stato ben organizzato e pianificato, dobbiamo capire chi ha organizzato l’11 settembre per riuscire a capire come rapportarci con la guerra al terrorismo.
Voglio anche chiedere per chi e contro chi sta avendo luogo questa guerra. Per favore rispondete a queste domande con chiarezza.
Sono passati sette anni dell’11 settembre, e il Ministero di Giustizia americano non ha ancora incriminato bin Laden.
Sulla pagina [web] internazionale dell’FBI dei terroristi più ricercati al mondo, bin Laden appare ricercato solo come sospettato negli attentati alle ambasciate americane in Tanzania e Kenya, ma non in relazione agli attacchi terroristici dell’11 settembre.
Dopo l’11 settembre, il governo americano ha identificato i 19 principali sospettati, ma si è poi saputo che otto di loro vivevano come normali cittadini in Medio Oriente.
Queste contraddizioni sono state rese note dalla BBC, il servizio di informazione statale inglese.
Nel 2002 è stato riconosciuto dal capo dell’FBI che non vi fossero valide prove, che reggessero in un tribunale, contro i 19 sospettati dell’11 settembre.
Tutto questo però è stato il punto di inizio della guerra al terrorismo.
Non dovrebbe il governo giapponese pretendere risposte su questi fatti fondamentali da parte del governo americano?
Se non fosse possibile verificare questi fatti, diventa evidente che non vi siano le basi per cooperare in queste attività navali, che sono al centro del nostro dibattito.
Non dovremmo quindi interrompere immediatamente la nostra collaborazione [con gli Statui Uniti]?
Il governo parte dal presupposto che vi sia una giustificazione per il nostro coinvolgimento nella guerra al terrorismo, poichè 24 giapponesi sono rimasti uccisi [negli attentati].
La guerra al terrorismo non è soltanto un problema di altri, ma è anche un problema per il popolo giapponese. Voi questo lo avete espresso ripetutamente.
Ma in realtà il governo giapponese non ha quasi mai avuto contatti con le disperate famiglie di quelle 24 vittime degli attacchi dell’11 settembre.
In aprile il Vice Ministro della nazione Kimura ha dichiarato davanti alla Commissione della Difesa che non abbiamo ricevuto alcune richieste da parte dei familiari delle vittime su questa materia.
Ma io vi dico che ciascuna di quelle disgraziate famiglie che ho incontrato vuole che sia data una risposta a queste domande.
Non è forse la responsabilità del governo giapponese di assicurarsi che queste disgraziate famiglie possono porre le loro domande e ricevere le loro risposte?
Vi è ora la volontà di costituire una commissione di indagine?
Voi sapete che la seguente risoluzione è stata approvata e consegnata alla Commissione dei Servizi Legali della Camera dei Deputati americana l’11 di giugno di quest’anno?
L’articolo numero 2 della risoluzione dice: per giustificare una invasione illegale sono state create delle false minacce da parte dell’Iraq.
Intenzionalmente, con intenti criminali, l’11 di settembre è stato usato a questo fine. I motivi per questa guerra erano falsi e artificiali.
Il punto numero 2 della risoluzione dice: agli americani e al parlamento è stato fatto credere che l’Iraq avesse armi di distruzione di massa.
Al punto numero 8 la risoluzione dice: in violazione del trattato delle Nazioni Unite la nazione sovrana dell’Iraq è stata invasa.
Al punto 33 la risoluzione dice: prima dell’11 settembre furono ignorati avvisi ad alto livello sui terroristi, e le comunicazioni furono bloccate.
Al punto 35 la risoluzione dice: vi è stata un’ostruzione nell’indagine sugli attacchi dell’11 settembre 2001.
Tutto questo fa parte della richiesta di impeachment contro il presidente Bush.
La risoluzione è stata presentata dal deputato Kuchinic del partito democratico. E’ stata approvata con 251 voti, compresi 24 repubblicani, contro un totale di 156 voti.
L’ex-candidato presidenziale repubblicano Ron Paul era a favore della risoluzione.
Questa risoluzione non sembra aver avuto risultati ulteriori, ma nel frattempo è già avvenuto un importante cambiamento negli Stati Uniti.
Io penso che le politiche di guerra della presidenza Bush dovranno avere fine.
Da oggi in poi il futuro richiederà dei grandi cambiamenti negli Stati Uniti. Sono segnali che la gente sente in ogni parte del mondo.
Io voglio chiedere al primo ministro che cosa pensa di tutto questo.
Io pretenderò di sapere esattamente quello che i familiari delle vittime dell’11 settembre, e l’innocente popolo afgano, vogliono sapere.
Io chiederò ai tre ministri di rispondere per favore con parole loro, e non in modo burocratico.
Qui terminano le mie domande.”

In molti, tra cui tale Giovanni, hanno preso a cuore le sorti del loro leader, Uolter, e commentano stizziti il precedente post dedicato alla polemica che Feltri ha avviato sul suo giornale (Libero) a proposito delle incongruenze di un signore che si accalora sulla sorte della scuola pubblica e, per coerenza, manda la figlia (a libro paga del Berlusconi) a studiare a New York con (in più) la disponibilità di un appartamentino di 60 mq (pagato dal papà).
Bieco moralismo il nostro. Con l'aggravante di usare argomenti populisti della peggiore destra qualunquista.
Sarà!
Quello che non riusciamo a mandare giù' non sono le lecite esigenze di questo pezzo di borghesia che, giustamente, pensa agli affari suoi, quanto il fatto che un personaggio del genere ambisca a "guidare" processi di cambiamento nel nostro paese.
Uolter è il segretario di un partito di plastica che, con fatica, cerca una propria collocazione "ideologica" nel panorama politico italiano.
Un partito che arriva dalla storia del PCI. Di quel partito ricordiamo la stagione dei sacrifici e l'esaltazione che di quella fece il suo segretario, Berlinguer, per spiegare a milioni di militanti e di operai che con quelli avrebbero cambiato le sorti del paese e che, alla fine del viaggio, il ritorno per tutti avrebbe giustificato il percorso difficile fatto di rinunce.
Abbiamo visto come è andata a finire.
In questo momento i posti a destra sono saldamente occupati e, per mancanza di spazio, i suoi rappresentanti siedono nella parte sinistra del parlamento. Ma è solo questione di spazio, pensiamo noi.
Torniamo però, per un attimo, alla questione della casa.
E' vero, Uolter non abita in una casa dove paga un equo canone. Lui abita una casa dell'Inpdai in affitto al papà dal 1956. Ne aveva diritto.
Se non che gli appartamenti ad affitto agevolato, ad un certo punto, diventarono due: uno dove abitava lui e l'altro per la mamma.
A che titolo l'Inpdai ha dato un ulteriore appartamento, con affitto agevolato, ai Veltroni non lo sappiamo, e non ci interessa.
Nel 1994 lui dà indietro i due appartamenti (dell'ente pubblico) e va ad abitare in uno da 190 mq (sempre dell'ente pubblico).
Nel 2005 (mentre è sindaco di Roma) la di lui moglie acquista l'appartamento. Grazie a quella legge che "costrinse" gli enti a disfarsi del proprio patrimonio immobiliare.
Il prezzo pagato, per l'appartamento di 190 mq., è stato di 377.000 euro; contro una stima di mercato (dati 2006) che oscillava tra un minimo di 4.900 ed un massimo di 6.400 euro a mq nella zona interessata.
Diciamo che la gestione della questione, legittima formalmente, ci lascia pensare che il nostro è un gran mattacchione e che si sa fare i cazzi suoi.
Ora, si discute del fatto che in Italia (secondo i dati ocse) cresce il gap tra ricchi e poveri e che in fatto di mobilità sociale, possibilità per uno con pochi mezzi di scalare i gradini della scala sociale, siamo praticamente fermi.
Ma secondo voi con tali campioni a rappresentare le esigenze dei più, di quelli che fanno fatica e sono la maggioranza di questo paese, che speranze di cambiamento ci possono essere?
Questo pensa a se, ed alla sua tribu', più o meno come gli altri.
Tramontato Berlinguer, fatti i sacrifici e tornati alle pezze sul culo continuare ancora a farci prendere per i fondelli?
Saremo anche neocon comunisti, ma sempre meglio di coglioni riformisti.
Pensare in profondo 27.10.08
Stefano Cristiano* Liberazione del 26/10/2008
All'alba del 12 Agosto del 1944 reparti delle SS, accompagnati da spie fasciste, piombarono nel piccolo borgo di Sant'Anna di Stazzema trucidando a sangue freddo 560 persone, soprattutto donne anziani e bambini. Grazie anche alla scoperta nel 1994 in uno scantinato di Palazzo Cesi (sede della procura generale militare a Roma), del cosiddetto Armadio della Vergogna, che nascondeva da 40 anni documenti fondamentali per ricostruire dinamica e responsabilità delle stragi nazi-fasciste, il tribunale di La Spezia ha condannato all'ergastolo nel 2005 (con sentenza confermata in appello nel 2006 e in Cassazione nel 2007) 10 ex SS responsabili del massacro.
Per anni l'eccidio di Sant'Anna è rimasto sconosciuto ai più, nascosto dietro il muro di gomma della nostra democrazia, lo stesso muro su cui rimbalzano inesorabilmente i tentativi di individuare responsabilità politiche e materiali delle stragi di stato. Oggi il massacro è tornato agli onori della cronaca "grazie" al film di Spike Lee motivato più che dalla ricerca storica, dalla narrazione di una vicenda in gran parte lontana dalla verità processuale.
Ciò che indigna profondamente, non è tanto il film "Miracolo a Sant'Anna", quanto una serie di considerazioni inquietanti. Mi domando: perché in tutti questi anni nessun celebrato regista nostrano ha mai diretto un film su quell'evento così tragico? Perché dopo aver inondato la nostra Tv di "fiction" sulle biografie di papi, suore, prelati, carabinieri, poliziotti, santi poeti e navigatori, nessuno ha mai pensato di raccontare quella, come altre analoghe vicende? Perché il libro il "Sangue dei vinti" di Pansa sta per diventare un film, mentre l'eccidio di 560 persone trucidate da nazi-fascisti spietati, è rimasto chiuso nell'armadio delle nostre coscienze prima che in quello della procura generale militare?
Questo a mio avviso è il cuore del problema, e la risposta credo sia drammaticamente ovvia. Perché lo smantellamento definitivo della Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza antifascista, la Costituzione che ha creato le fondamenta per una democrazia avanzata, che grazie al contributo determinante delle forze democratiche uscite vittoriose dal ventennio fascista, con in testa il Pci, ha garantito diritti e tutele sociali ai lavoratori del nostro Paese, deve essere cancellata, e per farlo, per completare l'opera di restaurazione di un regime autoritario, si deve rimuovere ogni traccia di quella che è stata la vera religione civile del nostro Paese: la Resistenza e la lotta contro il nazi-fascismo. E i frutti di questo lungo lavoro li stiamo vedendo: oggi autorevoli esponenti del Prc definiscono "indicibile" l'aggettivo comunista e propongono un superamento della nostra organizzazione, e contestualmente un numero sempre più grande di giovanissimi che frequentano scuole, stadi, luoghi di svago ostentano senza pudore slogan, simboli e soprattutto cultura e ideologia che si rifanno al fascismo; oggi si tende a considerare con una qual benevolenza quei giovani che, abbracciando la Repubblica di Salò, avevano fatto una scelta sbagliata ma erano comunque mossi da forti ideali, contrapponendoli ai feroci partigiani (rossi) che finita la guerra sarebbero scorrazzati per le valli del centro nord, a consumare con freddezza e ferocia vendette o omicidi politici; oggi in un quartiere popolare della mia città, Pistoia, non riusciamo a rianimare uno storico circolo Arci, per altro dall'evocativo nome "1° Maggio", e a poche decine di metri apre "Casa Pound" con un numero preoccupante di giovani tesserati.
La scelta quindi di convocare il primo Comitato regionale toscano del Prc a Sant'Anna di Stazzema non risponde semplicemente ad un seppur nobile afflato storico-identitario, ma vuole dare il senso di un Partito che ricomincia a farsi carico dell'iniziativa sociale e di quella ideale e culturale, cogliendo fra questi due elementi un nesso imprescindibile, perché è innegabile che il progressivo arretramento della sinistra sul versante delle conquiste sociali e dei diritti, sia stato accompagnato, per non dire favorito, dal contestuale arretramento sul versante dell'identità culturale e politica.
Infatti molti ragazzi che si avvicinano alla politica non chiedono semplicemente di imparare a gestire l'esistente, ma sono anche alla ricerca di senso, di prospettive ideali che vadano oltre il contingente, vogliono sentirsi parte di un progetto politico di trasformazione della società. Ecco quindi che la ricostruzione di un nuovo mutualismo per la rigenerazione di una rete solidaristica ormai sfilacciata, la ricostruzione di occasioni di lotta e vertenze territoriali, rischiano di essere inefficaci ed episodici se non sostenuti da una profonda motivazione ideale e dalla convinzione di appartenere ad una storia fatta di drammi e successi, di sogni e incubi, ma comunque di una storia grandiosa che dalla Comune di Parigi alle rivoluzioni del 900, alla lotta al nazifascismo, alla battaglia contro il colonialismo, fino alle conquiste degli anni 60 e 70, è una storia di riscatto dei soggetti sociali più deboli. Ed è su questo ceppo che possono rifiorire i rami un po' secchi di tutta la sinistra.
*segretario regionale Prc Toscana
Caro Cristiano, vedo che tu - dopo alcune considerazioni condivisibili sul revisionismo storico che monta nel nostro paese e punta a radere al suolo la civiltà costruita dalla Resistenza - paragoni Bertinotti ai giovani nazisti delle curve e a coloro che cercano di rivalutare il fascismo e l'hitlerismo per colpire la nostra democrazia e la nostra Costituzione. In sostanza dai del fascista a Bertinotti, cioè a una delle figure più prestigiose del movimento operaio e antifascista e della sinistra italiana del dopoguerra (e dai del fascista anche a me, credo, ma questo conta meno, per aver scritto quell'articolo sul nuovo soggetto della sinistra). Chiedo ai lettori, ma anche ai compagni del partito (certo a prescindere dalla mozione congressuale che hanno votato) e ai dirigenti del partito di Rifondazione comunista, che edita questo giornale (e del quale sei autorevolissimo dirigente) se a voi sembra normale questa degenarazione incivile del dibattito politico. Mi piacerebbe avere una risposta. E' normale secondo voi che il capo dei comunisti toscani dia del fascista a Bertinotti? Cosa sta succedendo in Toscana, nel partito di Rifondazione?
Piero Sansonetti 26/10/2008
Grazie alla grande manifestazione del Pd di ieri (25 ottobre) posso concludere la mia tenace ricostruzione veritiera delle cifre degli ultimi cortei contro i falsificatori di ogni genere. Chi ha avuto la pazienza di seguirmi in queste ultime settimane, è pregato di fare un ultimo sforzo perché ormai siamo vicini al raggiungimento di un criterio di verità. E' la verità delle proporzioni e dei confronti matematici.
Mi spiego. I due cortei principali che hanno composto la grande manifestazione di ieri del PD sono confluiti dentro un contenitore celebre, che non consente di ingannare sulla sua capacità numerica. Il Circo Massimo contiene al suo stracolmo 300.000 persone. Non si scappa. 72.000 metri quadrati, calcolando (criterio del Viminale) 4 persone al metro quadro (che ci vanno un po' strettine), fa 288.000 persone. Chè con quelli fuori e sopra il Circo e con un arrotondamento favorevole, si potrebbe arrivare alla cifra di circa 300.000.
Ma così tanti non erano ieri quelli Pd, perché non stavano così stretti e non debordavano sulle strade limitrofe, come invece accadde a marzo 2002, quando i manifestanti chiamati da Cofferati arrivavano anche alla Fao/inizio delle Terme di Caracalla, da un lato, e lungotevere/Bocca della Verità dall'altro (più quelli raccolti intorno al monumento di Mazzini, più quelli che ancora non erano arrivati).
Cofferati e soci dissero 3 milioni, io ho sempre accettato per quieto vivere il milione, ma la Questura ci ricorda saggiamente che erano sui 6-700.000. Bene, rettifico la mia stima di allora troppo positiva e mi conservo questa valutazione come una cifra preziosa, che può servire da pietra di paragone nel futuro.
Quelli del Pd, ieri, erano molto meno della metà di quelli di Cofferati nel 2002. Erano per l'appunto circa 200.000 (cifra ineccepibile data anche dalla Questura). Gli organizzatori e Veltroni hanno detto 2 milioni e mezzo e a sinistra nessuno ha osato contraddirli (Manifesto e Liberazione non avrebbero potuto farlo neanche se avessero voluto viste le loro menzogne sui cortei precedenti). A destra si stanno sbellicando dalle risate.
Antonella ed io che ci siamo trovati a fare andata e ritorno Orte-Roma con la A1 (per l'assemblea antirazzista), abbiamo visto sull'autostrada un paio di pullman all'andata e 5-6 al ritorno. Molto poco in giro per Roma. Se ci fosse stato uno spostamento di 2,5 milioni di persone (che, andando a braccio e senza guardare i dati statistici, mi pare grosso modo l'intera popolazione dell'Emilia), e fosse stata quindi una delle più grandi migrazioni interne della storia italica, qualche pulmino in più avremmo dovuto vederlo.
I Romani che non abitano fra il Colosseo e l'Aventino, si sono accorti veramente di questo spostamento biblico, equivalente a metà dell'Urbe e delle sue periferie? Pare di no.
Ordunque - come diceva Totò, che qui potrebbe farci veramente scompisciare dal ridere - possiamo risalire dal primo corteo di questo ottobre così manifestaiolo e vedere di arrivare ai 200.000 racchiusi nel contenitore di ieri. E scusatemi se mi ripeto.
Corteo antirazzista del 4 ottobre. Eravamo circa 8-10.000 (più 8 che 10mila). Cioè il doppio del corteo per il Libano del 30 settembre 2006, quando fummo 4-5.000. Purtroppo la Questura ci ha voluto regalare inspiegabilmente un 5-6.000 manifestanti in più, dicendo 15.000. Ciò ha messo in difficoltà gli organizzatori (tutti, meno il sottoscritto) che non se la sono sentita di smentire la Questura al ribasso.
E' stata così sprecata un'ottima occasione per dare un segnale di sincerità controcorrente, abbassando la cifra della Questura, invece di moltiplicarla come è consuetudine. si è detto quindi 15.000, anche se io mi sono dissociato in piazza, subito, e il giorno dopo, per iscritto, dicendo la vera verità: eravamo 8-10.000, più 8 che 10mila. Vi è stata quindi una moltiplicazione per 1,5 che, però, è un po' comprensibile, essendo stata indotta dalla Questura per ragioni che ignoro.
Corteo arcobaleno/Prc dell'11 ottobre. Erano il doppio del corteo antirazzista e la stessa quantità del corteo antiBush del 9 giugno 2007 (quando Bernocchi sparò 100-150.000). Quindi erano 20.000 circa (come ha detto anche la Questura, regalando sempre qualcosa, come ormai fa da tempo). Gli organizzatori, invece, hanno sparato 300.000 (pari all'invasione dei metalmeccanici negli anni '70, da me più volte citata). Moltiplicazione per 15.
Corteo dei sindacati detti "di base" del 17 ottobre. Erano 5-6 volte il corteo arcobaleno. Quindi 100.000 o poco più. Bernocchi ha prima moltiplicato per 3 (dal palco), poi, visto che in quel modo avrebbe ridicolizzato il calcolo di Rifondazione che s'era inventata la stessa cifra per l'11 (la sproporzione l'avrebbe vista anche chi non avesse voluto guardare), ha acconsentito a moltiplicare per 4-4,5, sparando la cifra inverosimile di 500.000.
Corteo del PD del 25 ottobre. Erano chiaramente il doppio del corto dei sindacati di base e quindi 200.000. Ma Veltroni non ha temuto di sfiorare il ridicolo, dicendo 2milioni e mezzo, quindi moltiplicando per 12-12,5.
Corteo della Cgil per la scuola del 30 ottobre. Il corteo deve ancora svolgersi. Ma chi mi ha seguito fin qui potrebbe già da ora indicare quanti saranno in piazza secondo gli organizzatori e quanti realmente. Il problema è solo nel moltiplicatore che si deciderà di adottare:
x 1,5 come il corteo antirazzista?
x 15 come il corteo arcobaleno/Prc?
x 4-4,5 come Bernocchi del 9 giugno 2007 e dello scorso 17 ottobre? (è probabile, però, che, trattandosi della Cgil, Bernocchi questa volta dividerà per due, come fece il 30 settembre 2006 per il Libano e il 4 ottobre scorso per noi).
x per 12-12,5 come Veltroni?
Oppure si batterà ogni record, superando la soglia del x 15 che Rifondazione ha usato quest'anno, ma aveva usato anche il 20 ottobre dello scorso anno, quando 60-70.000 persone diventarono miracolosamente 1 milione?
A chi mi dovesse chiedere perché uno come me, che ha tante altre cose da fare (casa editrice, Utopia rossa, Fondazione Guevara, due figli, libri da scrivere, guadagnarsi da vivere e un orto da coltivare) perde tempo con questa storia dei numeri, risponderò sinteticamente: perché è una questione etica. Sì, etica: quella cosa strana che lo stalinismo fece scomparire brutalmente dal movimento operaio e che ormai è diventata ancor più importante del programma politico che ciascuno di noi proclama a viva voce di difendere o di respingere. Senza un ritorno di massa dell'etica (pura e senza aggettivi) siamo/sono tutti miseri fuscelli in balìa della bufera mediatica che soffia sempre più forte dall'ultratrionfante società dello spettacolo.
Que viva Zapata
que viva Che Guevara
y hasta la victoria siempre!!!
Marco Cedolin - il 27/10/2008
Sarebbe facile liquidare la grande manifestazione del PD al Circo Massimo, semplicemente ironizzando sul fatto che questa adunata dell'opposizione ombra, con il suo corredo di viaggi a Roma pagati dall'organizzazione e migliaia di bandierine ancora inamidate distribuite gratuitamente, somiglia drammaticamente a quella del dicembre 2006 organizzata da Berlusconi, stessa demagogia distribuita a piene mani, stessa ricerca della partecipazione oceanica (siamo 2 milioni), stessa ostentazione di una "diversità" assolutamente inesistente fra due forze politiche che da 15 anni si specchiano l'una nell'altra alternandosi nella spartizione delle poltrone che contano.
Ascoltando le parole di Walter Veltroni, leggendo gli slogan che adornano i manifesti coniati dal PD per l'occasione e gli striscioni srotolati dai manifestanti, non si tarda però molto a rendersi conto di come la commedia dell'assurdo messa in scena al Circo Massimo meriti qualche riflessione in più in virtù della veemenza con la quale Veltroni rivendica il diritto ad "uscire dall'ombra" per diventare opposizione, non soltanto di Berlusconi ma anche e soprattutto del suo stesso partito.
Dice Veltroni fra le tante cose: "Tornano indietro gli artigiani, gli operai. C'è stato un tempo in cui la fatica, i sacrifici e il talento, la specializzazione, davano dignità al lavoro e permettevano anche di metter su un laboratorio in proprio, e poi magari una piccola fabbrica. L'ascensore sociale funzionava, le condizioni di vita miglioravano. E comunque c'era la speranza che questo potesse accadere".
E poi ancora: "Oggi come vive un operaio che fatica tutto il giorno, e che troppo spesso in questo Paese sul lavoro rischia la vita, per 1.200 euro al mese? Che speranza può avere di poter star meglio, se deve invece preoccuparsi di essere messo in cassa integrazione, di arrivare in fabbrica una mattina e di leggere nella bacheca di servizio che fra sei mesi si chiude perché la produzione si ferma? Tornano indietro le aziende, rischiano di tornare indietro i piccoli e medi imprenditori. Quelli che sanno mettere a punto nuove tecniche e creare nuovi prodotti, e che così hanno fatto crescere il Paese".
E ancora: "Su un muro di Milano qualcuno ha scritto: non c'è più il futuro di una volta. E' la cosa più grave. Ieri a vent'anni e a trenta si raccoglievano i frutti dello studio o già si lavorava, e comunque si pensava al domani convinti che sarebbe stato migliore rispetto alla vita vissuta dai propri genitori. Oggi i giovani italiani sono prigionieri della gabbia del precariato. Sono storie umilianti, e sono tantissime. La risposta ad un annuncio su Internet e l'invio di un curriculum, le cuffie in testa e il microfono per rispondere alle telefonate, i 1.200 euro lordi promessi dai selezionatori che diventano 800 e cioè 640 netti considerando i giorni effettivi di lavoro. Quattro euro l'ora. Una vita precaria e i sogni mortificati per quattro euro l'ora. Ma si accetta, perché con il contratto a scadenza si è sotto ricatto. E si accetta".
Per concludere "la nostra è una delle società più diseguali dell'Occidente, siamo uno dei paesi nei quali la forbice tra chi ha tanto e chi ha poco o niente si è fatta più larga".
Poi cambiando argomento e parlando di ambiente: "Davvero non si capisce perché se la Germania è riuscita a creare, nel comparto delle fonti rinnovabili, duecentomila posti di lavoro negli ultimi dieci anni, da noi non possa avvenire qualcosa di simile. O perché non sia possibile seguire l'esempio della California, che puntando sull'efficienza energetica ne ha creati un milione e mezzo".
Leggiamo sui manifesti e sugli striscioni: "Stipendi e pensioni così non va", "Ospedali più efficienza meno liste d'attesa", "Ricercatori universitari no ai talenti svenduti", "Chi nega il futuro ai precari nega il futuro al paese", e poi ancora "NO Dal Molin si alla democrazia", "più trasporto pubblico più risparmio per le famiglie", "Italiani Sveglia!!", " Istruzione = -7,8 miliardi, 131 cacciabombardieri F35 = 11 miliardi, più chiaro che così", "Editoria libertà e pluralismo", "Meno inquinare più riciclare per un'Italia da salvare".
Tutti pensieri e slogan, in larga parte condivisibili, che meriterebbero la massima dignità qualora a pronunciarli fosse il leader di un partito che fa opposizione in parlamento e nelle amministrazioni locali insieme ai suoi sostenitori che portano nel Paese quella stessa opposizione. Tutti pensieri e slogan che lascerebbero intuire come il PD sia una forza politica che aspira a contrapporsi all'imperante modello neoliberista che costruisce precarietà, annienta la dignità dei lavoratori, impoverisce le famiglie e distrugge l'integrità dell'ambiente.
Ma Veltroni e il suo partito (integrazione di due partiti esistenti da molti anni come DS e Margherita) cosa hanno fatto fino ad oggi e cosa stanno facendo attualmente che li ponga in sintonia con le frasi e gli slogan che hanno composto la coreografia del Circo Massimo?
Nulla, assolutamente nulla, in quanto sono sempre stati e continuano a rimanere supinamente appiattiti su quel modello neoliberista che in maniera abbastanza ridicola oggi fingono di contestare.
Veltroni e la consorteria politica che lo contorna non arrivano da decenni di opposizione, magari extraparlamentare, ma sono stati al governo fino a sei mesi fa e governano ancora attualmente la maggior parte delle regioni del Centro- Nord Italia insieme ad un cospicuo numero di province e comuni.
Durante gli ultimi 2 anni di governo gli uomini del PD non hanno varato una riforma del mondo del lavoro che contribuisse ad eliminare la precarietà, continuando al contrario ad immolare i diritti dei lavoratori sull'altare della "competitività" dispensando crescenti regalie agli amici di Confindustria. Non hanno varato una riforma dell'istruzione finalizzata ad impedire la fuga dei cervelli, limitandosi a lasciare che la perversa riforma Moratti continuasse a fare il suo corso.
Non hanno riformato la sanità nel tentativo di rendere più efficienti gli ospedali e più brevi le liste di attesa, ma si sono limitati a tagliare i finanziamenti per la spesa sanitaria. Non hanno "aiutato" le famiglie ad arrivare alla fine del mese ma hanno preferito aumentare le spese militari e destinare 11 miliardi di euro all'acquisto di 131 cacciabombardieri F35.
Non si sono battuti per la libertà ed il pluralismo dell'editoria ma hanno tentato a più riprese d'imbavagliare l'informazione. Non si sono contrapposti alla nuova base militare americana Dal Molin di Vicenza, ma al contrario ne hanno deciso la costruzione.
Non hanno seguito l'esempio della California o della Germania, preoccupandosi invece di mettere in cantiere decine di forni inceneritori e centrali a carbone e turbogas, annientando anche in prospettiva la raccolta differenziata e ripristinando perfino (pochi giorni prima di lasciare il governo) quei contributi cip6 per gli inceneritori che di fatto riducono al lumicino i finanziamenti per le fonti energetiche rinnovabili.
Non hanno finanziato il trasporto pubblico per le famiglie, abbandonando il servizio ferroviario per i pendolari ad un triste destino da terzo mondo, preferendo invece investire decine di miliardi di euro pubblici nella costruzione delle tratte TAV.
Sicuramente quella del Circo Massimo, al di là delle bandierine inamidate è stata una bella manifestazione, ricca d'idee, di calore e di argomenti pregnanti, ma con tutto ciò il PD di Veltroni cosa ha a che fare?



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