Aurora

Sito d'Informazione Internazionalista
sabato, 29 novembre 2008

Cronaca di un massacro annunciato

Massimo Mazzucco Luogocomune 29/11/2008

Hemant_karkareBasta risalire di un paio di settimane, nelle notizie che riguardano il Pakistan, per trovare l’annuncio degli attentati di Mumbai fra le righe di questo articolo della Reuters, nel quale il capo della CIA Hayden diceva: "Il fatto che Al-Quaeda operi dalle zone tribali protette del Pakistan rimane il maggiore e più chiaro pericolo per la sicurezza degli Stati Uniti”, e poi aggiungeva che “gli Stati Uniti si sentono frustrati dall’incapacità dei pakistani di eliminare i militanti”.
A conferma del prevedibile “gioco di sponda”, il Daily Times di Islamabad ieri titolava: “L’India guarda male il Pakistan”. [“India gives Pakistan a dirty look”].
La Press Trust of India [equivalente della nostra ANSA] nel riportare il titolo commentava: “Nel mettere in guardia dal gioco delle colpe sugli attacchi terroristici di Mumbai, i media pakistani hanno detto venerdì che Islamabad non va ritenuta responsabile del massacro nel centro finanziario indiano, e che il processo di pace [fra i due paesi] non deve essere lasciato deragliare. Il quotidiano pakistano ha aggiunto che India e Pakistan fronteggiano la stessa minaccia terroristica, e dovrebbero mettere a punto una strategia di coperazione”.
Contro chi, il Daily News non lo ha specificato. E i giornalisti indiani hanno saggiamente evitato di domandarselo.
Le investigazioni in corso – concludeva l’articolo - hanno rivelato che alcuni attacchi terroristici, che erano stati attibuiti alternatamente al Pakistan o agli indiani musulmani, erano in realtà opera di reti terroristiche hindu”.
Nero docet, of course.
In tutto questo, si incastra alla perfezione la notizia della strana morte del capo dell’antiterrorismo indiano (ATS), Hemant Karkare, che ha ricevuto tre proiettili nel petto, durante l’assedio del Taj Hotel.
Da circa un mese Karkare era diventato il bersaglio di una feroce campagna stampa, dopo aver scoperto – appunto – che un recente attentato, inizialmente attribuito ai musulmani, era invece opera di un gruppo terrorista hindu.
La stampa indiana aveva parlato di “shock nella nazione”, e ne aveva ben motivo: è come se gli israeliani un giorno scoprissero che gli attentati attribuiti ai palestinesi sono in realtà opera degli stessi sionisti.
Le indagini di Karkare avevano sollevato in India una vera e propria tempesta politica, e l’intera ATS era finita sotto il torchio, ricevendo accuse e insinuazioni di ogni tipo.
E così Karkare, mercoledì sera, ha indossato il suo giubbotto antiproiettile, mentre dirigeva le operazioni intorno all’Hotel Taj, ma è stato abbattuto da tre pallottole al petto “partite da un’auto della polizia, che era stata probabilmente sequestrata dai terroristi”.
Bisogna dire che il destino, a volte, è davvero crudele.

venerdì, 28 novembre 2008

Nella Sinistra ora si fanno sogni coi baffi

Alessandro De Angelis Il Riformista 21 -11- 2008

Giordano spera che D'Alema facciala guerra a Veltroni. E i suoi: «Se facesse la socialdemocrazia staremmo lì». Ferrero: «L'ex segretario non ha il senso del ridicolo». Bertinotti resta cauto sul Pd.
E così anche una parte di Rifondazione - anzi una parte dell'area di Nichi Vendola - ha un sogno proibito. Che si chiama Massimo D'Alema. Certo, dicono in molti, anche lui ha dei limiti: è volubile, più attento alla tattica che al tema dell'identità. Ma Massimo è Massimo: uno tosto, che viene dal Pci. Mica un gruppettaro di Democrazia Proletaria alla Ferrero. E ieri l'ex segretario Franco Giordano il suo I have a dream l'ha consegnato al manifesto: «Nel Pd ci sono due linee politiche, è il momento di farle emergere». Praticamente: Massimo, facci sognare.
Giordano & Co. la partita grossa se la vogliono giocare dopo le europee. Quando nel Pd - almeno così pensano - D'Alema aprirà il fuoco su Veltroni. Per ora si sono attestati sulla linea del "né né" (né nel col Pd né con Ferrero): «Non serve - ha detto Giordano - una sinistra identitaria e nostalgica, e non serve neanche una sinistra che fonda la sua cifra sull'impostazione di governo e sul condizionamento di un partito che si definisce di centro».
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la lettera di Veltroni a Galli della Loggia sul Corriere di due giorni fa. Dicono gli uomini vicini all'ex segretario: «Walter ci aveva dato segnali di apertura ma quando Coirfindustria gli ha presentato il conto dicendogli niente alleanze, lui si è sdraiato come uno zerbino». Massimo, invece, è fatto di tutt'altra pasta. Qualcuno a microfoni spenti si lancia: «Se ci fosse un partito socialdemocratico di stampo bersaniano, noi faremmo la sinistra lì dentro. Sarebbe bene che D'Alema dicesse in pubblico quello che dice in   privato».   Patrizia Sentinelli, a microfoni accesi, va cauta: «Certo che ci interessa di più una linea che abbandoni la strategia neocentrista. Ma la discussione deve partire dai contenuti: scuola, lavoro, difesa del contratto nazionale dopo l'attacco di Berlusconi a Epifani».
Per ora D'Alema, in privato, ha blindato Vendola in Puglia. Non sono infatti in pochi - nel Pd - quelli che vorrebbero un cambio di cavallo in vista delle prossime regionali. Ma il leader maximo ha fatto sapere che «Nichi non si tocca».
Dentro Rifondazione, se Giordano ha cucinato il messaggio politico, la riflessione "alta" l'ha fatta Bertinotti ai suoi: «Se la Cgil tiene sul conflitto sociale il Pd non regge, si può rompere. A quel punto si apre un'altra fase». Per questo ha frenato sulla scissione di Rifondazione spostando avanti l'obiettivo: «Va ricostruita la sinistra. E i tempi non sono brevi. Di certo la scadenza non sono le europee» è quello che ripete come un mantra e su cui ha scritto una riflessione approfondita su Liberazione, aprendo un dibattito col fior fiore dei ragazzi del secolo scorso, da Mario Tronti a Rossana Rossanda. Fausto però sul Pd è più cauto. Oggi farà uscire un articolo, sempre su Liberazione, firmato da Alfonso Gianni, la sua ombra, e Alfiero Grandi (Sd) in cui la proposta è «una lista di coalizione della sinistra per le europee». Praticamente una sorta di Arcobaleno che non cancelli i simboli dei singoli partiti. Ovvero, un altro modo per dire no alla scissione.

Il leader del Prc: «Non vedo tutte queste differenze tra D'Alema e Veltroni sui contenuti»
Il "né né" (sottotitolo: aspettando D'Alema) è quasi un "bye bye" a Claudio Fava: una lista solo con lui dentro Rifondazione ormai sono in pochi a volerla fare. E dentro Sd sono sull'orlo della crisi di nervi. Per gli ex ds il nuovo soggetto unitario («La sinistra») s'ha da fare, senza se e senza ma, in vista delle europee.
Spiega il leader di Sd Fava: «Nel paese c'è bisogno di una sinistra. L'accelerazione è nei fatti e i dirigenti dei partiti non possono fingere che il processo non sia in corso. I gruppi unitari stanno nascendo ovunque. Non si tratta di una sinistra collocata a metà tra Rifondazione e il Pd come teme Bertinotti ma al di sopra dì quésta geografia politica. Non dico che le europee sono l'autobus della storia ma quasi».
Uno che la socialdemocrazìa non la vuole - nemmeno con i baffi di D'Alema - è Paolo Ferrero: «Giordano non ha il senso del ridicolo. Da una posizione di debolezza vuole pure dare consigli su come si fa la scissione nel Pd. Vedo le differenze tra D'Alema e Veltroni sull'organizzazione del sistema politico ma sui contenuti no».
Ferrero si muove in tutt'altra direzione. In questi giorni sta incontrando i vari segretari dei partiti della sinistra (ieri il segretario del Pdci Diliberto) per lanciare la sua idea di un coordinamento di tutte le forze di opposizione. Ma guai a chi tocca falce e martello: «Non sono un nostalgico - prosegue - ma se uno non sa chi è non va da nessuna parte». Ma dentro Rifondazione avanza la socialdemocrazia targata D'Alema.

venerdì, 28 novembre 2008

"SI METTA IL COTONE NELLE ORECCHIE, SIGNORA"

Miguel Martinez Kelebek 27.11.2008

Il Ministro della Difesa Ignazio La Russa in prima linea

Questo orrore mi era sfuggito, anche se sicuramente la maggioranza dei lettori ne sarà al corrente.
A Villafranca Padovana, il sindaco, la signora Beatrice Piovan dell'Udc, ha chiesto alle scuole di saltare un giorno di lezione per festeggiare la pugnalata alle spalle che il governo italiano - senza consultare il proprio parlamento - commise ai danni dell'impero austroungarico; l'uccisione di seicentomila italiani per ordine dello stesso governo, nonché di un numero imprecisato di austriaci, ungheresi, croati e sloveni; le decimazioni dei militari che si rifiutavano di uccidere e di farsi uccidere; la prigionia di 600.000 italiani in condizioni tremende, considerati in blocco "disertori", con tanto di sequestro dei beni dei loro familiari e processi di massa; il furto di terre non italiane, o che comunque non avevano alcun desiderio di finire sotto l'Italia. E una battaglia, quella di Vittorio Veneto, vinta con tonnellate di gas iprite francese, contro un nemico il cui stesso stato si era dissolto alcuni giorni prima.[1]
A questa apologia di crimini contro l'umanità, il sindaco affiancava un alzabandiera (ricordiamo che il Veneto fu regalato dalla Prussia nel 1866 a un'Italia sconfitta), una messa (sì, c'era anche un prete per celebrare quella che Benedetto XV definì "l'inutile strage") e - a dispetto di ogni cronologia - pure una cerimonia in onore degli occupanti italiani uccisi in un'azione di resistenza in Iraq. Quelli che avevano come motto, "Luca annichiliscilo!" [2]
Il consiglio dell'istituto comprensivo di Villafranca Padovana "non ha deliberato l’interruzione delle attività didattiche per far partecipare tutta la scuola alle celebrazioni (non ritenendo neppure opportuno imporre un rito religioso cattolico agli studenti non cattolici della scuola), ma è stata lasciata libertà di scelta, tanto che sette – quattro terze medie e tre quinte elementari – hanno comunque deciso di prendere parte alle iniziative."
Conseguenze di questa mitissima presa di non posizione?
Prima di tutto, sono arrivati alla scuola i carabinieri.
Poi il sottosegretario all'ambiente (?) ha chiesto la rimozione della direttrice scolastica.
I giovani di Alleanza Nazionale hanno tappezzato la scuola di bandiere tricolore.
Il Ministero della Pubblica Istruzione ha mandato un ispettore; e se interpreto le parole poco chiare del Mattino di Padova, persino la Cgil, la Cisl e la Uil hanno chiesto le dimissioni della direttrice scolastica.
Poi, come probabilmente sapete, è intervenuto anche il ministro della difesa Ignazio La Russa. Un signore che conosciamo per prodezze poco militari, ad esempio alla discoteca Twiga dove il Vieux Fasciste fa il cretino tra le Jeune-Fille:
"Difficile fare una lista dei personaggi famosi che fanno tappa al Twiga. Facendo una violenta sintesi possiamo ricordare Aida Yespica, Alba Parietti, Elena Santarelli, Eleonora Pedron, Emilio Fede, Eros Ramazzotti, Ignazio la Russa, Marco Balestri, Marco Predolin, Stefano Masciarelli, Susanna Messaggio ed infiniti altri.
La discoteca Twiga rappresenta un must nelle calde estati della Versilia ed è meta assolutamente imperdibile per chi ama giornate all'insegna del lusso in mezzo alla clientela più "in" che si possa trovare in Italia
."
Ignazio La Russa non ha combattuto né a Vittorio Veneto né a Nassiriya; ma in compenso ha condotto una dura lotta contro la polizia di Milano, in difesa del diritto dei proprietari di discoteche a turbare l'ordine pubblico.
Scrive una lettrice di Repubblica:
"Sono stata ai Navigli, c' erano anche gli onorevoli Ignazio La Russa e De Corato. Ho cortesemente chiesto al dottor La Russa cosa intendesse fare contro il disturbo alla quiete pubblica causato dalle discoteche. La risposta è stata: «Si metta il cotone nelle orecchie signora".
Ma, come dice De Andrè,
Spesso gli sbirri e i Carabinieri
al proprio dovere vengono meno
ma non quando sono in alta uniforme
A Villafranca, per affermare tutta la potenza del governo contro la scuola timidamente insubordinata, Ignazio La Russa è andato di persona.
Estorcendo, peraltro, il pubblica pentimento della direttrice didattica peccaminosa, che pare abbia acconsentito a celebrare il massacro.

Note:
[1] L'uso dei gas tossici in guerra fu introdotto dai tedeschi, ma imitato con entusiasmo dagli italiani. Segnaliamo tra le imprese che hanno mostrato più patriottismo in questo campo la Società Elettrochimica Italiana, lo stabilimento di Rumianca dell'ingegner Vitale, la Società Italiana Prodotti Azotati, la Società Elettrochimica Pomilio, gli stabilimenti Caffaro di Brescia, la Società del Cloruro di Calce di Collestatte, la ditta Candia e Solona di Milano, nonché l'Istituto di chimica farmaceutica e tossicologica dell'università di Napoli del professor Arnaldo Piutti che, a differenze del suo collega tedesco, il dottor Mengele, si è guadagnato anche l'onore di una strada a Udine.
Per chi fosse interessato ad approfondire l'argomento: Filippo Cappellano, Basilio Di Martino, La guerra dei gas. Le armi chimiche sui fronti italiano e occidentale nella Grande Guerra, Gino Rossato Editore, Novale, 2006.
[2] Preciso che non considero delinquenti i ragazzi che a vent'anni decidono di arruolarsi tra i parà o altrove e che in situazioni di stress usano le armi che altri hanno messo loro in mano. Delinquente è chi ce li manda.

mercoledì, 26 novembre 2008

Osama, o Jarrad? Almeno uno dei video è falso

Massimo Mazzucco Luogocomune 26/11/2008

Dopo il video da psicanalisi di Al-Zawhari, il “rivoluzionario” razzista che se la prende con Obama perchè non si comporta abbastanza da negro, arriva una video-confessione del leggendario Ziad Jarrad, l’uomo che fece abbattere il 757 sui campi della Pennsylvania piuttosto che lasciarlo fare ai passeggeri in rivolta.
Come molti ricorderanno, infatti, la versione iniziale dei passeggeri che abbattevano l’aereo fu cambiata, quando le registrazioni del cockpit rivelarono la frase di Jarrad che diceva “Basta, facciamola finita!” (Evidentemente non ne poteva più delle urla di quei disgraziati che battevano alla porta, e volevano a tutti i costi arrivare da Allah prima di lui).
Jarrad è anche il genio incompreso che scrisse la lettera d’addio alla fidanzata, la sera del 10 settembre, commettendo un madornale errore che avrebbe permesso all’FBI di risalire a lui ed al suo gruppo, un mese dopo gli attentati. Dall’antica Sezione 9/11 leggiamo:
"
Addio con ricevuta di ritorno.
Ma la vicenda più curiosa di tutte è forse quella di Ziad Jarrad, ex-studente di medicina nella città di Bochum, in Germania, sospettato di essere alla guida proprio del volo caduto in Pennsylvania.
Jarrad aveva una fidanzata, in Germania, e la sera prima di morire ha voluto scriverle una commovente lettera d'addio. Ma per qualche strano motivo, oltre alla lettera Jarrad ha voluto inserire nella busta anche i manuali di volo del Boeing 757, che evidentemente non gli servivano più. Pur conoscendo la ragazza da oltre cinque anni, Jarrad ha purtroppo sbagliato a scrivere il suo indirizzo (dove lui stesso aveva vissuto a lungo!). In compenso si è premurato di inserire, come "indirizzo di ritorno", quello del motel in cui avrebbe passato l'ultima notte della sua vita.
Accadde cosi che la busta, dopo aver girovagato per mezza Germania, fu rimandata al mittente dalle efficientissime poste germaniche.
Proprio in quel giorno passava da quelle parti un agente dell'FBI, che si era recato al motel per sapere se per caso vi fossero novità sui terroristi che avevano dormito in quel luogo un mese prima. Fu così che si ritrovò in mano la busta appena rientrata dalla Germania, e dai manuali di volo che conteneva capì immediatamente che Jarrad doveva essere stato il dirottatore del Boeing precipitato in Pennsylvania.”

Aggiungiamo che la sera del 10 settembre, mentre Jarrad andava a spendere tutto quello che gli restava all’ufficio postale (avete un'idea di quanto pesi un manuale del Boeing?), i suoi compari Atta e al-Suqami affittavano una macchina per andare a Portland, nello stato del Maine, in modo da essere obbligati a prendere un volo di ritorno per Boston, la mattina dopo, con una coincidenza talmente stretta da far restare a terra la sua preziosa valigia. Che conteneva il testamento di Atta, l’immancabile Corano, e..... altri manuali del Boeing, naturalmente!
Pensate, hanno ripassato diligenti fino alla sera prima, ma in cabina i manuali non se li sono portati, nonostante nessuno di loro avesse mai pilotato un jet nella sua vita.
Iimmaginate la scena, durante il dirottamento:

Al-Suqami: Cos’è ‘sta levetta gialla, qui in mezzo?
Atta: Dove?
Al-Suqami: Questa qui lunga, che penzola un pò.
Atta: Boh, non mi sembra di averla vista, sul manuale.
Al-Suqami: Neanch’io.
Atta studia la levetta da vicino.
Atta: Boh, non c’è scritto niente.
Al-Suqami: Infatti, non vorrei che fosse qualcosa di delicato. Prova a darci un’occhiata, perfavore....
Atta: Ehmmmm, veramente...
Al-Suqami: Veramente cosa? Sbrigati piuttosto, che qui andiamo a sbattere!
Atta: Veramente... il manuale l’ho dimenticato in valigia...
Al-Suqami: In valigia??? Ma sei deficiente? Mi spieghi a cosa serve il manuale in valigia????
Jarrad, guarda sul tuo perfavore.
Jarrad (un filo di voce): Veramente, il mio l’ho spedito in Germania, ieri sera.
Al-Suqami: In Germania? Ma siete rincoglioniti tutti, qui dentro?
Jarrad e Atta, insieme: Pensavamo che non servissero più. Ormai, li avevamo imparati a memoria...

La poderosa “memoria” di Jarrad, fra l’altro, è la stessa che gli ha appena fatto dimenticare l’indirizzo della ragazza con cui aveva vissuto 5 anni. Voglio dire, con una memoria del genere rischi di entrare nel cesso dell’aereo convinto di trovarci la cloche del comandante, altro che “levetta gialla”. E portatelo dietro ‘sto manuale, no?
Comunque, torniamo al video “ottenuto dalla NBC”, che contiene “la confessione anticipata” di Jarrad, registrata addirittura un anno prima degli attacchi alle Torri Gemelle.
Il buon giornalista che lo presenta si concentra sul fatto che Jarrad rida, nel video, e ci spiega che probabilmente il futuro criminale “non era del tutto convinto dell’operazione”. “Ma questo video spiega anche – dice sempre l’acuto commentatore – fino a che punto Al-Queda fosse disposta ad andare, pur di reclutare terroristi”.
Non si capisce se si riferisca al potere ideologico di convinzione dei reclutatori, o al fatto che inizialmente Jarrad compaia con la classica sciarpa palestinese bianca e rossa, mentre più avanti la sciarpa diventa bianca e nera, poi bianca e rossa di nuovo. (Forse lo hanno convinto a partecipare offrendogli un guardaroba completo - un pò come la Palin, insomma).
Nel frattempo nessun giornalista al mondo – e dico NESSUNO – si è ricordato che Osama bin Laden, nella sua storica confessione “della barba parlante”, aveva detto che “nessuno dei partecipanti era stato messo a corrente del piano fino a pochi istanti prima di salire sull’aereo”.
Quindi, nessuno lo sapeva, ma Jarrad ha registrato la sua confessione addirittura un anno prima.
Quanti milligrammi di cervello occorrono, a questo punto, per capire che almeno uno dei due video deve essere falso per forza?

Il video di Jarrad

mercoledì, 26 novembre 2008

Stalin Santo Subito!

RUSSIA: STALIN DIVENTA ICONA IN CHIESA, PROTESTE FEDELI

(ANSA) - MOSCA, 26 NOV - La sempre viva popolarita' di Stalin varca le porte di una chiesa ortodossa russa trasformando il dittatore in un'icona da venerare, nonostante le sue terribili persecuzioni contro il clero ortodosso.
Il ''miracolo'' e' accaduto in una chiesa di Strelna, alla periferia di San Pietroburgo, dove un parroco ha esposto un'icona che, sullo sfondo della cattedrale di San Basilio, ritrae Stalin a figura intera nel suo cappotto militare accanto alla santa Matrona di Mosca: quest'ultima, secondo la leggenda, nel 1941 avrebbe rassicurato il dittatore sulla sconfitta dei nazisti. L'iniziativa pero' non e' stata gradita dai fedeli, le cui proteste hanno indotto il prete a spostare l'immagine sacra in un luogo piu' appartato della chiesa, come racconta il quotidiano 'Novi Izvestia'.
Ma la popolarita' di Stalin rimane viva in Russia, come confermano recenti sondaggi, compreso quello on line sul nome piu' rappresentativo della Russia, che vede il leader sovietico tra i dieci finalisti.
Da alcune parti sono state avanzate anche proposte di canonizzarlo, con la motivazione che in realta' Stalin era pio e devoto. E non solo da parte dei comunisti piu' oltranzisti di San Pietroburgo, che hanno deciso di far stampare 10 mila icone di carta con l'effige di ''Baffone''. Il primo a suggerire la canonizzazione fu uno dei piu' noti teologi della chiesa ortodossa russa, il defunto arciprete Dmitri Dudko, nonostante la sua condanna per attivita' antisovietica. Finora il patriarcato di Mosca non ha commentato la vicenda.
E' invece uscito allo scoperto il prete Mikhail Ardov, noto per le sue posizioni progressiste, che ha denunciato la debolezza della chiesa ''di fronte a queste istanze terribili di canonizzare Stalin''. (ANSA).

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mercoledì, 26 novembre 2008

Gramsci convertito in fin di vita?

L'ennesimo falso scoop, stavolta del Vaticano. La Storia fatta con le barzellette
«La sai l'ultima? Gramsci si è convertito in punto di morte!» Sì, è proprio l'ultima! L'ultima barzelletta, in ordine di tempo. Perché quasi ogni giorno ce n'è una, di barzelletta sul comunista sardo. Tramontate le barzellette su Totti, le barzellette su Gramsci continuano a essere una moda nazionale. Non si tratta qui di riscrivere la storia, ma semplicemente di fregarsene, della storia. Di farne carne da porco. Basta spararne una "carina", che ovviamente abbia una qualche valenza anticomunista, e subito il "Corrierone" la rilancia sul suo sito, i giornali di destra ci faranno pagine e pagine, e qualche craxiano di ferro (esistono ancora) presto ci scriverà addirittura un libro («il libro delle barzellette su Gramsci»).
Così, dopo Gramsci che organizzava orge nel sanatorio russo in cui era ricoverato, dopo Gramsci che in carcere si iscrisse al Psi, dopo Gramsci che in realtà era liberale, dopo Gramsci che si è suicidato buttandosi dalla finestra della clinica Quisisana, dopo Gramsci che è stato ucciso da Togliatti e da Stalin mascherati da Diabolik nella stessa clinica (tutto questo - si badi bene - è veramente già stato detto!), ecco ora Gramsci che si è convertito alla religione cattolica nei giorni precedenti alla morte, avvenuta il 27 aprile 1937. Sempre alla Quisisana di Roma, ovviamente, un posto che avrebbe potuto ispirare Le Carrè o Agata Christie.
«Gramsci morì con i sacramenti. E chiese alle suore che lo assistevano di poter baciare un'immagine del Bambino Gesù», ha affermato, sprezzante del ridicolo, l'arcivescovo sardo Luigi de Magistris, penitenziere emerito della Santa Sede, in occasione della presentazione di un nuovo catalogo dei santini. Per anni si è accusato Togliatti e il Pci di voler fare di Gramsci un santino, ora lo si vuol fare entrare - sempre come santino - in un'altra squadra, neanche si trattasse di una figurina Panini. «Il mio conterraneo Gramsci - ha detto l'anziano presule - aveva nella sua stanza l'immagine di Santa Teresa del Bambino Gesù. Durante la sua ultima malattia, le suore della clinica dove era ricoverato portavano ai malati l'immagine di Gesù Bambino da baciare. Non la portarono a Gramsci. Lui disse: "Perché non me l'avete portato?" Gli portarono allora l'immagine di Gesù Bambino e Gramsci la baciò. Gramsci è morto con i Sacramenti, è tornato alla fede della sua infanzia», ha concluso De Magistris.
Fin qui le cronache, al limite della barzelletta, come si vede. Ma le barzellette, per essere gustose, devono essere nuove. Quella raccontata invece ieri in Vaticano è vecchia come il cucco, risalendo almeno al 1977. Già allora un gesuita, padre Della Vedova, anche in quella occasione ripreso e diffuso dal "Corrierone", cercò di perorare l'idea del Gramsci convertito in extremis. Spalleggiato da una certa signora Lina Corigliano, intervistata da Gente .
Già dieci anni prima, però, Arnaldo Nesti, un docente universitario fiorentino, aveva ricostruito con serietà la vicenda degli ultimi giorni di Gramsci, raccogliendo le testimonianze insospettabili di tre suore della Quisisana e del cappellano della casa di cura, Giuseppe Furrer. Senza inizialmente sapere bene chi fosse «il dottor Gramsci», il giovane sacerdote vi aveva riconosciuto una personalità fuori dall'ordinario e ogni pomeriggio, se le condizioni di salute del "prigioniero" lo consentivano (Gramsci riacquistò la piena libertà solo pochi giorni prima della morte, e comunque si alternavano intorno a lui squadre di poliziotti e carabinieri, che non lo perdevano mai di vista), amava trascorrere un po' di tempo conversando con lui.
«Il dottor Gramsci - testimoniò ammirato il sacerdote - rivelava una conoscenza specialistica dei padri della chiesa, specialmente di sant'Agostino, conosceva bene anche san Tommaso e in particolare Rosmini».
L'illustre malato non rinunciava a denunziare i limiti della chiesa cattolica, che così acutamente aveva indagato nei Quaderni, dicendo ad esempio al sacerdote: «Non posso capire che voi preti abbiate una conoscenza così limitata della vita umana... siete fuori della realtà».
Anche le tre suore rimasero colpite da Gramsci, in particolare dalla sua gentilezza. E cercarono ovviamente in tutti i modi di salvargli l'anima. Nel Natale 1936 due bambini vestiti di bianco fecero il giro delle stanze per far baciare la statuetta di Gesù. Gramsci - gentile sempre coi bambini - non si sottrasse. Certo, se avesse saputo che questo semplice gesto di quieto vivere sarebbe stato rivenduto settanta anni dopo come "conversione", ci avrebbe pensato due volte... Ma cosa si vuol rimproverare a un uomo ridotto allo stremo, sempre più vicino alla morte, ucciso piano piano dalla mancanza di cure a cui lo aveva condannato il Tribunale speciale e il regime carcerario?
Un altro testimone d'eccezione, allora ragazzo, Luciano Barca, in seguito dirigente del Pci, economista, deputato di lungo corso, ci ha fornito un racconto toccante della situazione di Gramsci, che egli incontrò alla Quisisana, dove si recava a trovare la madre ricoverata: «Quello che ci passa accanto senza dar mostra di vederci è un uomo basso, spettinato, con il corpo deformato da due gobbe. Cammina lentamente quasi facendosi guidare da un dito che striscia nel muro di fronte alle porte delle stanze... Arriva fino all'estremità del lungo corridoio, poi si gira e torna indietro. Noi intanto ci siamo spostati verso la sua stanza, incapaci di nascondere la nostra sfacciata curiosità e anche un po' di emozione. E questa volta non ci ignora. Prima di entrare nella stanza ci guarda e ci sorride».
Il 25 aprile 1937 il comunista sardo è colpito da emorragia cerebrale. Don Furrer e le tre suore si mobilitano, preparano il secchiello con l'acqua benedetta. «Non ricordo - scrive il sacerdote - se gli ho amministrato o meno l'assoluzione sotto condizione». Il che già dice tutto. Ma anche contro questi poveri tentativi di salvare l'anima al comunista sardo insorse Tania, la cognata di Gramsci, suo principale contatto con il mondo esterno in tutti gli anni del carcere (altra barzelletta: Tania carceriera di Gramsci per conto di Stalin... già sentita anche questa). E, aldilà dei ricordi dei testimoni, sempre da verificare, sempre da accogliere col dubbio dello storico, è proprio da Tania e dagli altri amici e parenti più vicini a Gramsci (la moglie Giulia a Mosca, il fedele amico Piero Sraffa, che viveva a Cambridge e che lo era andato a trovare più volte alla Quisisana, aiutandolo a redigere la domanda per potersi ricongiungere con la famiglia in Unione Sovietica, una volta riacquistata la libertà piena - cosa che avvenne solo pochi giorni prima della morte) che viene la conferma del fatto che la conversione di Gramsci sia una ipotesi senza fondamenti. Perché manca del tutto, nella loro corrispondenza privata, resa nota solo molti decenni dopo i fatti, un qualsiasi cenno a una conversione di Gramsci alla fede religiosa. Non vi è in archivio, cioè, una sola carta, un solo documento che vada in questa direzione, una lettera che contenga una qualsiasi confidenza, da sorella a sorella, da sorella ad amico. Persino il fratello Carlo, non inserito nel movimento comunista, fa cenno a nulla di ciò, scrivendo ad esempio ai parenti in Sardegna. Si è di fronte alla mancanza di una qualsiasi traccia.
Ma davvero - dirò qualcuno - si vuole fare noiosamente storia con i documenti, le testimonianze, le indagini serie? Ma questa è tutta roba da professori universitari, nuova genia di fannulloni e infingardi ormai quotidianamente additati al pubblico ludibrio. Molto meglio riempire con la fantasia i vuoti, veri o presunti, che la storia ha lasciato, le pagine bianche che la storiografia non sa riempire. Molto meglio raccontare barzellette. «La sai l'ultima? Gramsci...»

Guido Liguori Liberazione.it 26.11.08

martedì, 25 novembre 2008

LA TESTA SUL MURO

A. BERLENDIS Ripensare Marx 25 novembre 2008

Il sempre comandante Fausto Bertinotti si rivolterebbe nel cachemire. Ma come, una vita passata a riconoscere l'importanza planetaria di quel 9 novembre 1989 e l'ex onorevole del Prc Vladimir Luxuria affonda proprio sul Muro di Berlino?” Infatti il perfetto prodotto della sottocultura radical “Sulla lavagnetta Vladimir scrive «1985»”  (Elsa Muschella  Corriere.it  8 ottobre 2008)

Sappiamo oggi con ragionevole certezza che almeno uno dei pezzi di quel muro è caduto sulla testa (peraltro vuota) di un articolista di Liberazione che - nell’edizione odierna,oltre ad aver posto la foto del soggetto in prima pagina - ha scritto le seguenti parole:
Vladimir come Obama ? E' un po' esagerato, ma fatecelo dire. Con il primo presidente afroamericano che va alla Casa Bianca si rompe il pregiudizio che per più di un secolo ha tenuto un popolo lontano dalla più importante istituzione americana, con Vladimir all' Isola si rompe il tabù dell'eterosessualità a tutti i costi.” (Angela Azzaro ‘ForzaVladimir, hai vinto tu’
Liberazione.it  25 novembre 2008)
La spiegazione della schifosa e penosa degenerazione,  la troviamo nel nuovo libro di Bruno Vespa, ‘Viaggio in un’Italia diversa’, dove il  pvofessov (col contratto di associato all’Università di Perugia) Fausto Bertinotti ha vergato la seguente frase: il  “Comunismo è una parola indicibile. Se fermi qualcuno per strada e gli dici: io sono comunista, quello non ti capisce”.
Si, è proprio indicibile, se riferito ad esimi rappresentanti del genere, come  la vincitrice dell’‘isola dei famosi’ o il vincitore del premio ‘famosi sull’isola che non c’è’  (come ‘l’altro mondo possibile’). D’altronde il pvofessov Bertinotti aveva già superato l’allieva in direzione dell’allucinazione politicamente demenziale e offuscante per i dominati (i dominanti ringraziano ancora oggi…), quando di fronte alla criminale aggressione Usa all’Iraq si espresse  con le seguenti parole: “… si è sollevato un'opinione pubblica mondiale contro la guerra e che da un giornale come il New York Times è stata eletta a seconda superpotenza mondiale.” (Dichiarazione di voto di Fausto Bertinotti alla seduta della Camera dei Deputati del 19 marzo 2003 sugli sviluppi della crisi irachena come segretario del Prc).
Di costui Gramsci (di cui Liberazione aveva spudoratamente falsificato una frase posta nella testata arruolandolo nella sinistra) ne aveva già dato una definizione adeguata: “asino bardato”!

martedì, 25 novembre 2008

Tavaroli: “Luttwak,...che amava il doppio gioco..."

Tavaroli: “Luttwak, consulente TELECOM IN BRASILE CHE AMAVA IL DOPPIOGIOCO” - L’OSCURO LAVORO PER grandi aziende E PER IL Dipartimento difesa Usa E IL Sismi - “avanzava soldi da Colaninno CHE lo retribuiva con 1.000.000 di euro all’anno

Come definire Edward N. Luttwak? Il termine "politologo" è restrittivo. E a lui non piace, nonostante lavori da anni per uno dei maggiori think tank politici di Washington, il Center for Strategic & International Studies. Preferisce essere chiamato autore. O casomai analista. Comunque sia, in America è noto soprattutto per le sue provocazioni intellettuali. Tant'è che in più di un'occasione è stato definito un "iconoclasta". La più recente controversia l'ha suscitata nel maggio scorso con un editoriale sul New York Times in cui scrisse che, da cristiano figlio di un musulmano, Barack Obama sarebbe stato ritenuto un "apostata" dal mondo islamico.
Anche in Italia Luttwak è noto per i suoi commenti pungenti, a volte sarcastici, spesso discutibili, ma mai soporiferi. Insomma non c'è dubbio che con i suoi scritti, Luttwak sappia suscitare attenzione e dibattito. Parliamo dei suoi 16 libri (pubblicati in sette lingue, come tiene a sottolineare) e dei numerosissimi saggi e articoli.
Ma c'è un altro fronte della sua produzione letteraria che non è affatto pubblico. Anzi, fino a ora è sempre rimasto nascosto. Negli archivi di grandi aziende o di istituzioni governative come il Dipartimento della difesa Usa o il Sismi. Oppure in quelli di personaggi oscuri quali Pio Pompa, l'ex funzionario del Sismi collaboratore del direttore Nicolò Pollari, titolare dell'ufficio di via Nazionale dove per anni furono raccolti dossier, veleni e veline di ogni genere.
Il Sole 24 Ore è riuscito ad aprire uno squarcio nella produzione "riservata" di Luttwak, grazie al materiale recentemente depositato dalla Procura di Milano nell'ambito dell'inchiesta su Giuliano Tavaroli, l'ex capo della direzione Security di Telecom Italia. E tra le decine di migliaia di pagine di documenti, deposizioni, analisi e messaggi di posta elettronica, il nostro giornale ha potuto ricostruire il lato meno pubblico e appariscente di un personaggio molto pubblico e propenso ad apparire.
Partiamo dal testo di una delle deposizioni di Giuliano Tavaroli: «Luttwak era un consulente... che avanzava soldi da Colaninno, che lo retribuiva con una cifra pari a circa 1.000.000 di euro all'anno. Si propose come consulente sulla vicenda Brasile per darci una mano». La "vicenda Brasile", come viene chiamata da Tavaroli, è quella che altri hanno definito "guerra del Brasile", il violentissimo scontro per il controllo della società Brasil Telecom in cui per anni si affrontarono con tanto di colpi bassi, spie e controspie, Telecom Italia e gli altri soci: il finanziere brasiliano Daniel Dantas con il suo Opportunity Fund; gli americani di Citibank attraverso un veicolo chiamato Cvc; i fondi pensione brasiliani.
A presentare Luttwak a Tavaroli, e poi a gestire quel rapporto, fu tale Marco Savina, un altro consulente impegnato nella guerra del Brasile. Anche lui a metà strada tra l'analista e l'uomo di intelligence. In versione italiana. Può quindi essere utile conoscere la sua opinione sull'autore americano. Cominciamo da una proposta "strategica" che Savina invia a Telecom: «A mio personale parere, rompere l'attuale "accerchiamento" esistente significa per prima cosa farsi sentire e di conseguenza produrre documenti sensibili che possano stupire i riceventi. A loro l'eventuale onere della prova contraria... Abbiamo a disposizione Edward Luttwak. Utilizziamolo, ma ricordiamoci che va tenuto con le briglie molto strette. Lo conosco bene. Altrimenti si allarga e fa casino. Però è una grande macchina da guerra. Fedele, per quanto lo sia un mercenario. Ma tanto lo siamo tutti, chi più chi meno».
Di attestazioni di stima ne abbiamo viste di più generose. Ma non è nulla rispetto a quello che dice Tavaroli. Qui vale la pena leggere il testo dell'intero scambio che l'ex dirigente della Security ha con il magistrato.

Tavaroli: Io ho avuto casi di gente che, in questo mondo della sicurezza privata, lavorava per tre. E uno anche celebre: Edward Luttwak...

Gip: Questo mi sorprende. Sono un appassionato lettore dei libri di Luttwak.

Tavaroli: No, è un bravissimo professore, ma è... bizantino... a un certo punto, da Pollari ho trovato delle informazioni che aveva dato a me e che Pollari mi ridà. Erano informazioni che lui aveva già dato a me, perché Luttwak era nostro consulente, poi le aveva vendute al Sismi. Legate alla vicenda Brasile.

E il generale Pollari, nell'ambito dei rapporti istituzionali per la tutela di Telecom, degli interessi italiani, mi dice: «Guardi, io ho una fonte che mi ha dato questo documento che riguarda il Brasile. Non interessa al Sismi, non ha nessuna rilevanza di segreto, però riguarda Telecom. Nel quadro dei rapporti corretti fra Telecom e Pirelli glielo do». Era lo stesso foglio che avevo già pagato a lui e che lui si era venduto pure al Sismi. A un certo punto, poi, fa il consulente per noi in Brasile e lavorava anche per la Cico (l'amministratore delegato di Brasil Telecom, alleata del nemico giurato Daniel Dantas, ndr). Abbiamo trovato le fatture quando... c'è stato il cambio di management...e la Cico è andata via... abbiamo trovato le fatture di Luttwak, che lavorava come consulente per me e consulente per... il mondo della sicurezza, mi creda, è un mondaccio. È veramente un mondaccio. C'è di tutto.
Per provare a spiegare un giudizio così tranchant abbiamo cercato di ricostruire gli sviluppi della consulenza di Luttwak per Tavaroli. Tutto ha inizio nel settembre del 2003.
Il 25 di quel mese, un giovedì, Savina scrive un email alla segretaria di Tavaroli: «Cara Maria Grazia,... le chiedo, come al solito una cortesia,... gentilmente può scrivere il seguente testo e inviarlo per fax al capo a Roma affinché lo firmi. O ancora meglio se il capo le dà l'autorizzazione può, come spesso accaduto, metterci lei una sigla... le fornisco una traccia del testo: "Gentile Professor Edward N. Luttwak, con la presente Le confermiamo l'incarico concordato di esplorazione sui temi geopolitici e geo-economici di interesse del nostro Gruppo e che riguardano l'area Brasile. Per tale scopo Le verrà riconosciuto l'importo di dollari Usa 100.000 (centomila)... Nell'attesa di un Suo cortese cenno di riscontro, cordiali saluti. Giuliano Tavaroli"».
Negli atti è poi inclusa una lettera, a firma di Tavaroli, con esattamente le stesse parole. L'incarico è piuttosto vago, ma gli email depositati in tribunale aiutano a mettere meglio a fuoco il lavoro svolto da Luttwak.
Il 30 settembre 2003, Luttwak scrive a Savina: «I pezzi di una azione efficace sia localmente che a New York stanno venendo insieme. Quando saranno insieme, non potrò più rimandare la questione success fee».
Il 15 ottobre, Savina scrive a Tavaroli: «Questa est la proposta di ENL (Luttwak, ndr) elaborata sulla base del mio ultimo assessment e utile per il rush finale sul complessivo della vicenda...

----- Original Message----
Subject: Da Luttwak . Update +Continuation A.
Accordo attuale copre monitoraggio di Dantas sia a NYC che a Rio... Ho 2 fonti gratuite + 1 fonte poco costosa + 1 fonte molto costosa, spostatasi a Rio per questo, ma che ha reso l'80% di tutto. Vedo strategia migliore come "triangolare"- agire localmente per persuadere Citi a ordinare a CVC di licenziare Dantas;... Mio unico buon contatto con Lula est industriale medio calibro che persuase altri impreditori ad appoggiare Lula... Mia possibile azione sarebbe molto limitata: cercare via amico... di persuadere Lula che... problema... est lato Dantas: ma vero scopo sarebbe persuadere Lula di comunicare con Citi e chiedere di estromettere Dantas da attività Citi».

Alle 21,50 del 15 ottobre, Luttwak manda un messaggio a Savina, chiedendogli di riferirne solo parte a Tavaroli. Savina esegue, e invia al capo della Security una versione redatta del piano d'azione di Luttwak: «Non si può agire da fuori su catena di comando... tanto meno azione esterna "high level", quindi visibile. Azione può partire solo da dentro, dal lato proprietario... Non posso fare niente senza... prendere un signore a bordo con costi relativi extra i 100.000 concordati. Lui dovrebbe essere pagato da voi separatemente (50$). Lui non ha nessun problema a mandarvi un foglietto con i nomi delle 2 persone interne con cui si vuole agire».
Come sempre in queste situazioni, il costo del signore da prendere "a bordo" finisce però con il lievitare. Lo si capisce da uno scambio di email tra Luttwak e Savina.
Da Luttwak: «Azione di associato a NY... est pronta... Amico a NY preferisce lavorare per zero cash ma success fee proporzionata».
Da Savina: «Ritengo opportuno meglio 100.000 US che success fee per questo eventuale secondo contratto».
Da Luttwak: «Ho proposto 100mila all'amico a NY che deve consumare sue relazioni per agire. Lui non capisce perché non preferiate zero + premio importante a risultati ottenuti. Ma è disposto ad agire per 100. Fammi sapere».
Dopodiché Luttwak scrive anche a Tavaroli: «Nessuna fretta da mio amico a NY... ma io impaziente perché ho mio contatto che forse funziona... Se non funziona, avrò bruciato... l'investment banker poiché si renderebbero conto che est campagna organizzata da interesse esterno».
Lo scambio di messaggi di posta elettronica, così come la consulenza, si interrompe bruscamente nel 2004. E tra le carte depositate in tribunale non abbiamo trovato nulla che spieghi i motivi dell'interruzione del rapporto. Come abbiamo riportato, nella sua deposizione Tavaroli lascia intendere di avere chiuso con Luttwak dopo aver scoperto che offriva i propri servizi anche ad altri.

Nel colloquio che ci ha concesso, Luttwak dice invece che la fine della sua collaborazione è da attribuire al fatto che non condivise la decisione dei vertici di Telecom Italia di affidarsi a Naji Nahas, un controverso mediatore brasiliano di origine libanese con problemi giudiziari e legami sospetti. Fatto sta che Luttwak prima passa a lavorare con l'ex nemico Dantas e poi addirittura riprende la collaborazione con Telecom Italia. Nel giugno del 2005 ottiene infatti un nuovo incarico per la realizzazione del progetto «Geopolitical and geoeconomical impacts of security activities». Un documento depositato in tribunale a Milano ne attesta l'importo: 275mila euro.
Ma sullo svolgimento di questo nuovo e altrettanto vago compito, nei dossier depositati in tribunale a Milano non abbiamo trovato email o documenti illuminanti. Peccato.

Claudio Gatti ilsole24ore 23.11.08

martedì, 25 novembre 2008

UN LETAMAIO DEMOCRATICO

a cura di G.P. Ripensare Marx 25 novembre 2008

Vi proponiamo, in serie, tre articoli che secondo noi mettono ben in evidenza qual è lo stato delle cosiddette forze democratiche di sinistra in Italia. L’ecatombe politica, morale, programmatica e ideale di tutta la sinistra, da quella “normalista” a quella pseudo radicale, è il punto di arrivo di una tendenza rafforzatasi a partire dai primi anni ’90 (in questo preciso momento storico giunge a compimento, senza ombra di dubbio, un processo di metamorfosi radicale dell'arco politico italiano, sulla spinta della palingenesi degli assetti internazionali dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine della Guerra Fredda), con la solita manina d’oltre-atlantico a giocare un ruolo decisivo per la sostituzione della vecchia classe dirigente democristiana con i nipotini più imbecilli di Togliatti, nonchè figli diretti delle lacrime di coccodrillo occhettiane.
Le parole d’ordine sulla modernizzazione e sulla maggiore aderenza della classe politica di sinistra ai totem ideologici dominanti (globalizzazione, democrazia diffusa, pacifismo ad oltranza, ambientalismo ecc. ecc.) ha segnato una vera e propria variazione antropologica – dai mezzi uomini quali erano ai vermi striscianti che sono attualmente - della sinistra che ha potuto de-zavorrarsi di tutto il suo passato mistico-moralistico berlingueriano (questo per far capire che la sinistra in Italia è sempre stata un verminaio di traditori i quali, tuttavia, erano in passato capaci di un po’ d’intelligenza politica) per consegnarsi al pieno post-modernismo di matrice anglobalizzata e completamente svuotato di contenuto politico.
Il primo articolo è tratto da Il Giornale ed è a firma di Marcello Foa. Questi disegna puntualmente lo spettacolo di devastazione al quale la sinistra sottopone sé stessa e l’intero Paese, ma non è certo Obama - il creolo che rende appena più presentabili i sempiterni  e ineradicabili poteri forti americani (il solito rinnovamento di facciata al quale il mondo servo degli Usa abbocca come il più stupido dei pesci) - che porterà nuova linfa alla sinistra internazionale e alla politica criminale a stelle e strisce (basta guardare ai consiglieri di quest’ultimo per farsi un’idea di come tutto cambi per restare perfettamente uguale a prima).
L’unico vero regalo che Barack Obama ha fatto al mondo è stato quello di nominare Hillary Clinton quale Segretario di Stato. Almeno, la moglie di Bill non è precisamente un’aquila rapace come la Rice (donna di un’intelligenza criminale sopraffina e vera artefice della politica bushiana), per cui alla sostanza guerrafondaia subentrerà la solita fumosità dei buoni sentimenti (il che non vuol dire che gli Usa saranno meno impietosi in politica estera, anche se cincischieranno di più) dei sinistri finto-ambientalisti e pauperisti. Il secondo pezzo è del solito Caldarola, riformista coerente e per un certo tempo interno al Pd (quindi grande conoscitore del pollaio) che mette in evidenza l’assenza di spessore politico degli omuncoli democratici i quali sanno farsi la guerra solo per misere beghe personalistiche e identitarie. Infine, l’articolo del Campo Antimperialista sulle performance televisive luxuriane, innalzate dalla parte bertinottian-vendoliana e dal direttore di Liberazione “Sansionetti” a linea ideologica del nuovo corso spettacolar-comunistico. Bifo, Luxuria, Fagioli al posto di Marx, Lenin e Mao Tse e che altro volete dalla vita!

UNA DÉBÂCLE EUROPEA
Marcello Foa 
n. 281 del 2008-11-23 pagina 1

Ma dov’è la sinistra? Che cos’è la sinistra? Qualcuno risponde: è Obama. Sì, in America. Ma in Europa no e in queste ore proprio Obama sta dimostrando che non ha nulla da spartire con il socialismo europeo. Per chi conosce gli Usa non è una sorpresa: da tempo la sinistra americana ha imboccato la strada del pragmatismo, del mercato, di una gestione ragionevole dello Stato. Barack è stato eletto promettendo il cambiamento, ma nel costruire la squadra del governo ha scelto l'esperienza, l'affidabilità, la tradizione. Due terzi dei collaboratori selezionati finora provengono dall'Amministrazione Clinton, inclusa Hillary che guiderà la diplomazia Usa. E la nomina più significativa è quella del ministro del Tesoro, che non è un intellettuale anti-sistema e men che meno no global, ma il giovane presidente della Federal Reserve di New York, Timothy Geithner. Un uomo dell'establishment che dovrà far uscire l'America dalla crisi non rivoluzionando il sistema, ma correggendo le sbandate, riportando la barra leggermente al centro, ma di certo non a sinistra. La missione è chiara: Barack Obama non vuole essere un Chavez, né un Morales e nemmeno un leader socialdemocratico scandinavo; semmai un nuovo Bill Clinton, il presidente della rinascita economica degli anni Novanta. La rotta è definita ed è in piena sintonia con l'identità di un moderno partito riformista anglosassone.
Ed è questa la differenza con le sinistre europee continentali, che in questi giorni non solo dimostrano la loro inadeguatezza, ma sprecano l'occasione di una vita, perché una crisi economica violenta come quella che stiamo vivendo, avrebbe dovuto favorirle. E alla grande. Invece no. Spinge il centrodestra europeo, che anziché affondare, risorge; con dinamismo, immaginazione, flessibilità. E il centrosinistra? Tace, al più borbotta con lo sguardo rivolto al passato più che al futuro.
Il Partito socialista francese ha un nuovo leader. È una donna, bene. Ma si chiama Martine Aubry ed è colei che inventò le 35 ore settimanali. Sì, è l'icona della «gauche plurielle» di Jospin, che andava di moda dieci anni fa. È questo il nuovo corso di Parigi? Ma se avesse vinto Ségolène Royal, sconfitta per un manciata di seggi, il quadro non sarebbe stato molto diverso, perché «Ségo» rappresenta un cambiamento di sola immagine: le idee latitano; oggi, come un anno fa.
E dov'è finito il Partito socialdemocratico tedesco? Da un mese ha un nuovo leader, il ministro degli Esteri Franz-Walter Steinmeier, ma non ancora un programma, né una visione della società, né una vera ambizione politica, se non quella di rinverdire i fasti della vecchia socialdemocrazia.
La sua è una crisi identitaria grave, ma certo non paragonabile a quella del Partito democratico italiano, che non ha nemmeno una tradizione a cui richiamarsi. Anzi, il problema del partito di Veltroni è che non ha ancora fatto i conti con il proprio passato. A quale famiglia ideologica appartiene? A quella socialista o a quella democristiana? La lite sull'adesione al Partito socialista europeo non è strumentale, né episodica, ma forse è la più seria tra le tante che da mesi tormentano il Pd. Perché riguarda i valori, riguarda l'appartenenza, ovvero l'anima di un partito convinto fino a ieri che l'antiberlusconismo fosse una ragione sufficiente per vivere e che ora, per non sparire, si aggrappa a un altro mito: quello di Obama, il simbolo di un riformismo proiettato in un futuro indefinito le cui radici non sono né rosa, né biancocrociate. Come se davvero bastasse l'intenzione per trasformare un Pd cacofonico e debilitante in una realtà coesa ed evoluta guidata da un leader credibile, anziché dal solito Barack de noantri.

Rive gauche Guerra civile in un partito ormai finito
di Peppino Caldarola

La guerra civile divampa nel Pd. Come negli stati africani post-coloniali disegnati a tavolino o nella Cecenia post-sovietica. Le etnie, faticosamente costrette negli stessi confini nazionali, si separano e si fanno guerra sanguinosamente. La pace nel Pd è impossibile. Il sogno dell’unico grande partito riformista è lacerato ormai da uno scontro senza precedenti. Villari, il senatore ribelle a capo della Vigilanza Rai, ha acceso la miccia. L’etnia veltroniana lo accusa di aver favorito il clan dalemiano. Quest’ultimo aveva sperato, infatti, che l’incursione del soldato Villari avrebbe fatto saltare lo stato maggiore avversario.
Come in tutte le guerre civili è difficile stabilire chi abbia sparato il primo colpo. Solo gli antropologi conoscono la risposta sul perché della guerra. Le due etnie, quella veltroniana e quella dalemiana, a cui si aggiungono gli irrilevanti clan di derivazione post-democristiana, si sono contrapposte fin dagli anni in cui erano tenute assieme nell’ultima stagione della grande entità comunista. L’etnia veltroniana si alimenta del mito della «diversità» inventato dal gran sacerdote Enrico Berlinguer per tenere assieme, di fronte all’assalto della modernità, un impero ormai a pezzi. Per l’etnia veltroniana il nome non conta, neppure la storia ha un senso, tutto viene frullato nel disegno di un popolo puro che si separa dagli altri perché ha una guida al di sopra delle altre. Fuori di metafora, il mito veltroniano supera il dilemma comunismo-anticomunismo in nome di una superiorità morale talmente prepotente da distruggere le proprie radici. Prima ancora di diventare un mito di popolo, si afferma come mito delle classi dirigenti del Paese, alcuni gruppi editoriali in primis, che vedono nella leadership di Veltroni il superamento della vecchia sinistra e la condanna morale della nuova leadership berlusconiana. Intellettuali di rango, cineasti, giornalisti televisivi, magistrati, lobby economiche della finanza cattolica individuano in Veltroni il sogno della messa fuori gioco sia della vecchia sinistra sia della nuova destra di governo.
L’etnia dalemiana rintraccia le proprie radici nella storia del popolo di sinistra. Offre a questa storia una leadership che persino nel suo tratto psico-fisico - asciuttezza dei modi, aristocrazia nel carattere, ieraticità, autoritarismo pronunciato - fa risuonare tutte le vecchie corde. L’etnia dalemiana rivendica l’essere di sinistra, ma lo declina con gli strumenti della modernità e si avventura lungo i territori impervi dell’economia moderna, le banche, il potere economico, l’intellettualità tecnico-scientifica. L’etnia dalemiana sa di non poter vivere senza l’altro da sé ed elabora strategie per stringere alleanze o per venire a patti anche con gli avversari più riottosi. Le due etnie cercano invano un punto di accordo. Il breve regno di Romano Prodi, che ora si allea con l’uno ora con l’altro, sembra trovare un fragile equilibrio. Caduto Prodi, la guerra civile divampa. Spietata e irrefrenabile.
Non stiamo assistendo in queste ore a uno scontro per la segreteria del Pd. C’è anche questo in ballo. La guerra civile ha un’altra posta in gioco. Se restiamo nella metafora cecena o dello Stato africano post-coloniale, stiamo assistendo alla fase finale della guerra per il nuovo assetto della sinistra. Il Pd, o comunque si chiamerà, è finito dopo appena un anno. Chiunque vinca costruirà un partito diverso da quello progettato. È probabile che non ci sarà neppure un vincitore stabile fino a che i due clan resteranno costretti nei medesimi confini. Ha ragione Baget Bozzo, lo ha scritto su questo giornale, solo una scissione salverà la sinistra.
Oggi si fronteggiano una ipotesi neo-socialdemocratica che fa capo a Massimo D’Alema e il partito radicale di massa a forte impronta dipietrista di Walter Veltroni. Non possono stare assieme, ma neppure possono sciogliersi pacificamente. Se lo scontro fosse tra una parte radicale e una moderata sarebbe più facile una separazione consensuale. Tuttavia le due etnie sono distinte ma vivono da troppo tempo sul medesimo territorio, troppi i matrimoni misti e il meticciato, per separare un organismo siamese. È per questo che la soluzione più probabile è una guerra civile prolungata, che si accenderà e si spegnerà in continuazione. Non ci sarà pace e non c’è spazio neppure per i «caschi blu». L’auto-epurazione deve fare il suo corso. La storia, si sa, è cinica.

Finalmente abbiamo capito a cosa serve Liberazione!
Vedi sotto

lunedì, 24 novembre 2008

Finalmente abbiamo capito a cosa serve Liberazione!

La Redazione Antiimperialista 22 Novembre 2008

Da tempo ci chiediamo a cosa serva Liberazione. Non che sia in cima ai nostri pensieri, ma neppure siamo i soli ad interrogarci sul mistero di questo giornale. Informazione poca, riflessione punta, italiano zoppicante, grafica da orticaria: a cosa serve Liberazione?
Molti lettori qualche risposta se la sono data, ed infatti hanno smesso di acquistarla. Al momento risultano soltanto 7mila acquirenti del Sansonetti-pensiero, ma il trend è tuttora verso il basso. La testata porta ancora la dicitura “giornale comunista”, ma il suo direttore dice espressamente che “si deve andare oltre”. Più che essere l’organo di Rifondazione, lo è della sua minoranza vendolian-bertinottiana. A cosa serva se lo stanno perciò chiedendo anche Ferrero e soci, che però devono tener conto degli equilibri interni, ed anche recentemente hanno deciso di allargare i cordoni della borsa per gettare un bel po’ di soldi nella voragine di questo quotidiano fallimentare.
A cosa serve, dunque, Liberazione? Finalmente, il 19 novembre, lo abbiamo capito.
Ed abbiamo anche capito che questi non hanno perso solo le elezioni. Hanno perso – ed è più grave – anche il senso del ridicolo.
Vladimir Luxuria in finale all’Isola dedica il successo a chi l’ha criticata”. Con questo titolo Liberazione ci informa: a) di un successo politico-culturale che ci era sfuggito, b) del valore culturale e sociale dell’Isola dei famosi (ed anche questo ci era sfuggito), c) del torto marcio che ricade su chi aveva osato criticarla.
Il pezzo porta la firma di un certo Boris Sollazzo, ma se ricordiamo bene tesi analoghe erano già state sostenute mesi fa dalla più nota Rina Gagliardi.
E così il programma più spazzatura della Tv spazzatura viene elevato al rango di evento culturale e democratico. Culturale, perché Luxuria sarebbe stata “capace di rompere schemi e moralismi”, “portando sull’Isola temi forti”, proponendo la sua identità sessuale “in una tv ed in una nazione omofoba”. Democratico perché il televoto, a differenza del voto di aprile, ha premiato Luxuria.
Ci sarebbe da restare di stucco: il voyeurismo televisivo esaltato anziché criticato, la partecipazione diretta anziché la presa di distanza, i ben retribuiti sottoprodotti dell’industria dello spettacolo (i “famosi”, appunto, tra i quali va certo ricompresa l’ex parlamentare del Prc) presi a modello e mezzo per “avanzate” operazioni culturali!
A volte siamo distratti, ma avevamo già avuto un vago sentore del degrado avanzante che pervade la “sinistra” e da tempo sappiamo che al peggio non c’è limite, ma l’elogio di questa porcheria ci pare davvero insopportabile.
A  qualcuno “porcheria” sembrerà troppo, a noi sembra troppo poco. Ieri Lina Wertmuller, parlando della conduttrice della trasmissione Simone Ventura, l’ha definita come una che “si occupa egregiamente in televisione di cose che ritengo abominevoli”. Ben detto!
Sollazzo, ad un certo punto del suo articolo, deve ammettere che Luxuria si è prestata alla perfezione ad un copione guardonesco e pettegolo (e per cosa l’hanno pagata, altrimenti!), ma è davvero divertente come l’argomenta.
Leggere per credere. Luxuria, scrive, “è anche caduta in qualche trabocchetto del gioco - nessuno è perfetto - come la gazzarra da cortile con la nemica Belén, in cui Luxuria si è fatta veicolo del pettegolezzo sul presunto adulterio della giovane sudamericana con Rossano Rubicondi, terzo marito di Ivana Trump, riproponendo l'irritante stereotipo dell'Eva contro Eva. Lo ha fatto per stanchezza, scarsa lucidità, irritazione. Ma proprio in quel frangente, forse, ha raccolto il suo maggior successo”.
Già, chissà perché proprio in quel frangente....!
Usare il cervello è un’attività che non ha mai fatto del male a nessuno, ma ci rendiamo conto che non possiamo pretenderla da un giornalista di Liberazione.
Ci rimane però un’inquietudine. Quel “dedico questa finale a chi mi ha criticato”.
Per favore, non ci dedichi niente. Intaschi la dovuta ricompensa (si dice circa 100mila euro già incassati per la partecipazione ed altri 200mila in caso di vittoria) e se ne vada su un’altra isola (con la minuscola). Per sempre.
In quanto al giornalista, comprendiamo che deve lavorare, ma il capitalismo per quanto orribile sia offre lavori senz’altro più dignitosi.
Siamo generosi e non vogliamo domandargli troppo: non gli chiediamo perciò di essere comunista, basterebbe fosse soltanto un po’ più serio. Ma dobbiamo essere onesti, il problema non è questo povero scribacchino, ma il giornale per cui lavora, degno prodotto del partito che ancora lo finanzia.
Detto questo, un merito glielo dobbiamo riconoscere. Sapevamo quanto Liberazione lavori al progetto vendolian-bertinottiano della “rifondazione della sinistra”. Già, ma quale sinistra? Ora lo sappiamo, quella dell’Isola dei famosi: a chi gli va, si accomodi.

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Nome: Alessandro
"Questi non hanno speranza di morte e la loro cieca vita è tanto bassa che 'nvidïosi son d'ogni altra sorte".
Dante, versi 46-48, III canto dell''Inferno'


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