Aurora

Sito d'Informazione Internazionalista
sabato, 31 gennaio 2009

"Io, Gelli e la strage di Bologna"

Il personaggio. Dopo 13 anni di carcere parla Francesco Pazienza
L'uomo dei misteri d'Italia rivela: lingotti per aiutare Walesa

"Che fine ha fatto?" mi chiedo guardando la foto su un catalogo che sto per buttare. Il suo nome era comparso sui giornali nel 1982 con la qualifica di "faccendiere". Le ultime tracce le trovo su internet: uscito dal carcere di Livorno, sta scontando gli ultimi mesi di pena presso la Pubblica Assistenza di Lerici. Francesco Pazienza ha scontato 10 anni per depistaggio alle indagini sulla strage di Bologna, altri 3 per il crac Ambrosiano e associazione a delinquere. Amico di Noriega, frequentatore dei servizi segreti francesi, americani e sudamericani, nel 1980 è a capo del Super Sismi.
Braccio destro di Licio Gelli, il suo ambiente è il sottobosco di confine fra l'alta finanza e l'alta criminalità, l'alta politica e il Vaticano. Protagonista delle vicende più tragiche della storia italiana degli anni '80, è depositario di informazioni mai rivelate, altre raccontate a modo suo. Laureato in medicina a Taranto, non ha mai indossato un camice. Negli anni '70 vive a Parigi e fa intermediazioni d'affari per il miliardario greco Ghertsos. Poi l'incontro con il capo del Sismi, Santovito. Grandi alberghi, yacht, belle donne, sigari rigorosamente cubani e tagliasigari d'oro... Un'altra epoca. Adesso ha 62 anni e fuma le Capri, mentre cammina da uomo libero sul lungomare di Lerici.

Cominciamo dall'inizio: come avviene l'incontro con Santovito?
"Me lo presentò l'ingegner Berarducci, oggi segretario generale dell'Eurispes. Santovito era suo zio, e mi chiese di fare il suo consulente internazionale".

E perché Santovito le dà questo incarico senza conoscerlo prima?
"Sa, io parlavo diverse lingue e avevo un sacco di relazioni in giro per il mondo. Normalmente non avviene così, ma all'epoca era quasi tutto improntato all'improvvisazione".

E in cambio cosa riceveva?
"Rimborso spese. Siccome non avevo bisogno di soldi, era quello che volevo: se volevo andare a New York in Concorde, andavo in Concorde. Mi sembrava tutto molto avventuroso".

Si dice che lei sia stato determinante nella sconfitta di Carter contro Reagan.
"La storia comincia con Mike Ledeen a Washington, che mi aveva presentato Santovito; lui dirigeva il Washington Quarterly e faceva capo ad una lobby legata ai repubblicani (e alla Cia-ndr). Così gli dico: "Guarda che quando c'è stata la festa per l'anniversario della rivoluzione libica, il fratello di Carter ha fraternizzato con George Habbash", che era il capo del Flp. E a quel punto disse: "Se tu mi dai le prove , noi possiamo fare l'ira di Dio"".

E le prove come se le era procurate?
"Attraverso un giornalista siciliano, Giuseppe Settineri, che io mandai con un microfono addosso ad intervistare l'avvocato Papa, che faceva il lobbista e aveva partecipato alla festa di Gheddafi. Lui raccontò per filo e per segno tutto quello che era successo. Le foto dei festini me le avevano fornite Michele Papa e Federico Umberto D'Amato, la testa degli affari riservati del Viminale".

Il Viminale ha dunque interferito nelle elezioni di un paese alleato?
"Sissignore, però la débacle ci sarebbe stata ugualmente, ma non in misura così massiccia".

Lei, che non è un militare, diventa capo del Super Sismi. Cos'era?
"Il Super Sismi ero io con un gruppo di persone che gestivo in prima persona".

Marzo 1981, le Br sequestrano l'assessore campano Cirillo. Lei che ruolo ha avuto?
"Un ruolo importante. Fui sollecitato da Piccoli, allora segretario della Dc. Incontrai ad Acerra il numero due della Nuova Camorra Organizzata di Cutolo, Nicola Nuzzo. Mi disse che in dieci giorni Cirillo sarebbe stato liberato, e così è stato".

Chi ha pagato?
"Non i servizi. Il giudice Alemi disse di aver scoperto che furono i costruttori napoletani a tirar fuori un miliardo e mezzo di lire, che finirono alle Br".

Piccoli cosa le ha dato per questa consulenza?
"Niente, assolutamente niente, eravamo amici, non c'era un discorso mercantilistico". (Del miliardo e mezzo, alle Br finiscono 1.450 milioni. Chi ha imbustato i soldi del riscatto sarebbe Pazienza, che, secondo vox populi, avrebbe taglieggiato le Br tenendo per sé 50 milioni).

A gennaio 1981 sul treno Taranto-Milano viene piazzata una valigia con esplosivo della stessa composizione di quello usato nella stazione di Bologna... Ci sono dei documenti intestati a un francese e un tedesco, indicati dai servizi come autori di stragi avvenute a Monaco e Parigi. Si scoprirà poi che si trattava di depistaggio.
"Il depistaggio è stato fatto dal Sismi per non fare emergere la vera verità della bomba di Bologna. Secondo l'allora procuratore Domenico Sica c'era di mezzo la Libia, e coinvolgerla in quel momento avrebbe voluto dire tragedia per la Fiat e per l'Eni. Vada negli archivi delle sedute parlamentari: il 4 agosto 1980, Spadolini in persona presentò un'interrogazione parlamentare in cui attribuiva la bomba di Bologna a origini straniere mediorientali".

Ma qual era l'interesse mediorientale?
"L'Italia non poteva sottrarsi agli obblighi Nato, e quindi doveva fare un accordo con Malta, per proteggerla in caso di attacchi del colonnello Gheddafi. L'accordo fu firmato, e Gheddafi fece la ritorsione. Ustica porta la stessa firma. Me lo ha raccontato Domenico Sica. Quando tolgono il segreto di Stato la verità salterà fuori".

Lei è stato condannato a 10 anni per depistaggio, qualche prova a suo carico evidentemente c'era, i servizi segreti li comandava lei.
"Le prove a mio carico erano dovute al fatto che sono stato il braccio destro, mandato dagli americani, per sostituire Licio Gelli alla guida della P2. E siccome Gelli era il motore primo del depistaggio, io che ero il suo braccio destro, automaticamente...".

Quando è scoppiata la bomba a Bologna dov'era?
"A New York".

84 morti e 250 feriti, nel suo paese. Lei è consulente del Sismi, non ha pensato: "Adesso bisogna trovare chi è stato"?
"Io no. Perché non è mio compito. I servizi segreti sono come un'azienda. Giusto? Se tu ti occupi di una cosa, non è che dici "adesso parliamo di Bologna, parliamo di Ustica"...".

1982. Calvi viene impiccato sotto un ponte. Si è parlato di un suo coinvolgimento.
"Sì, e qual era il mio interesse? Io non sono stato mai neanche indagato nell'omicidio Calvi. La sua morte è un mistero anche per me, comunque non si uccide Calvi a livello di Banda della Magliana... E non mi venga a dire che l'MI5 non sapesse che Calvi si trovava a Londra da giorni! I giochi di potere erano molto più grossi. Capisce cosa voglio dire?".

No.
"La morte di Calvi e lo scandalo del Banco Ambrosiano avrebbero imbarazzato pesantemente il Vaticano, che insieme all'Arabia Saudita voleva Gerusalemme città aperta a tutte le religioni, e Israele era contrario. Poi c'era lo scontro politico interno italiano, c'erano i comunisti, che hanno preso una valanga di soldi dal Banco Ambrosiano. Non è così semplice dire è A, B o C".

Di chi erano i soldi che andavano verso la Polonia?
"Arrivavano dai conti misti Ior-Banco Ambrosiano. L'organizzatore era Marcinkus d'accordo con papa Wojtila. Sono stato io a mandare 4 milioni di dollari in Polonia".

Ma come ha fatto tecnicamente?
"Vicino a Trieste, abbiamo fatto preparare una Lada col doppio fondo e dentro c'erano 4 milioni di dollari di lingottini d'oro di credito svizzero. Era aprile 1981, un prete polacco venne a ritirare questa Lada e la portò a Danzica. Qual era il discorso? Agli operai in sciopero non potevamo dare gli zloty, né i dollari perché i servizi segreti polacchi se ne sarebbero accorti. Anche perché lei può fare il patriota come vuole, però se a casa ha 4 bambini e non ha come farli mangiare, lo sciopero non lo fa. Giusto?".

Ma lei perché si portava su un aereo dei servizi segreti un ricercato per tentato omicidio, braccio destro di Pippo Calò, capo della banda della Magliana?
"Lei sta parlando di Balducci. Io sapevo che era uno strozzino, ma non è mai salito su un aereo dei servizi. Usava lo pseudonimo di Bergonzoni e una volta lo feci passare a Fiumicino mentre proveniva da Losanna. Era un favore che mi chiese il prefetto Umberto D'Amato, suo amico intimo". (Per questo "favore" Pazienza fu condannato per favoreggiamento e peculato: fu accertato che aveva trasportato, su un aereo dei servizi , il latitante Balducci sotto falso nome).

Nell'84 lei deposita da un notaio un documento intitolato "operazione ossa". "Ossa" starebbe per Onorata Società Sindona Andreotti. Che cos'era?
"All'epoca c'era il pericolo che Sindona potesse inventare dei coinvolgimenti di Andreotti in questioni di crimini organizzati. Bisognava capire cosa volesse fare Sindona per tirarsi fuori dai guai prima di rientrare in Italia quando si trovava nel carcere americano di New York".

Ci siete riusciti?
"Non c'è stato bisogno di fare nessuna misura attiva, ne abbiamo fatta una conoscitiva".

La misura attiva qualcuno l'ha fatta quando è finito nel carcere italiano...
"Qui parliamo del 1986. Nel carcere italiano ha bevuto un caffè di marca Pisciotta...".

Lei in quante carceri ha soggiornato?
"Alessandria, Parma e alla fine a Livorno. Complessivamente ho fatto 12 anni di carcere gratis".

Non si ritiene colpevole di nulla?
"Zero. Le racconto una cosa, 30 marzo 1994: un maggiore della Dia, nome M. cognome M. mi dice: "Lei è un uomo informatissimo, ci deve raccontare di come portava le lettere di Fabiola Moretti (compagna di De Pedis, componente della banda della Magliana, coinvolto nel rapimento di Emanuela Orlandi-ndr) al senatore Andreotti, nel suo ufficio privato. Sa, fra poco esce la sentenza di Bologna, e noi la mettiamo a posto". Io gli ho detto: "A me di Andreotti non importa niente. Il problema è che quel che lei mi chiede di ricordare non è vero". Avevo il microfono addosso. Sa qual è la cosa comica? Che molti pensano che io sapessi di questo e di quell'altro e che non ho detto niente perché sono un duro. Non ho detto niente perché non sapevo. Capisce la differenza?".

Quando è uscito dal carcere dove è andato?
"A casa dei miei genitori, comunque non è un problema ricominciare da capo".

Cosa fa ora per sbarcare il lunario?
"Il consulente per transazioni internazionali. Sto trattando un cementificio in Africa".

Come pensa di ricostruirsi una credibilità?
"La storia non è finita, sta cominciando il secondo tempo".

Erano 25 anni che volevo incontrare il grande faccendiere. Una curiosità tutta personale, volevo vedere in faccia l'uomo che ha fatto da cerniera in tutti i misteri profondi di questo paese. Ci vuole grandezza anche per essere protagonisti di grandi drammi. Invece si incontrano delle comparse, figure che si dimenticano. Sembrano scelte apposta.
Cosa ricordo io di quel 2 agosto? Ero andata a prenotare delle cuccette. Nell'atrio tanta gente che andava e veniva, in un sabato di ferie, e i ragazzini che fanno sempre un gran casino, fra la biglietteria e il marciapiede del binario 1. L'immagine successiva non ha sonoro: è quella di un luogo irriconoscibile coperto dalla polvere. E poi il bianco di un lenzuolo che attraversa la città, appeso alle porte di un autobus. Per qualche anno, ho avuto paura tutte le volte che andavo in stazione. Da 15 anni prendo un treno tutte le settimane, vado di fretta, e non guardo mai lo squarcio coperto da un vetro, non guardo mai l'orologio fermo alle 10.25. Ogni anno il 2 agosto osservo da lontano la gente che si raduna per commemorare. Qualche volta mi viene da piangere.

Milena Gabanelli Repubblica 30.01.2009

Il mandante di Bologna ha un nome, Gladio. Pazienza mantiene il suo giuramento, fatto agli ufficiali della CIA. Notare per chi scrive la Gabanelli, Barnarda ha ragione. - Alessandro

giovedì, 29 gennaio 2009

Arrigoni - Una risposta a Lorenzo Cremonesi

Gaza: massacro o nani e pummarole? Una risposta a Lorenzo Cremonesi

"Il sangue che imbrattava il pavimento del pronto soccorso, in realtà non era sangue. Ma pummarola. A' pummarola napuletana", ci dice un pizzicagnolo travestito da medico dell'ospedale Shifah che non vuole assolutamente essere citato, è a rischio la sua vita.
"Le vittime negli obitori? non sono corpi umani, sono manichini. Andate a controllare nei negozi del centro. Hamas li ha saccheggiati di manichini e ci ha riempito i cimiteri" Ci dice commosso un commesso che non vuole assolutamente essere citato, è a rischio la sua vita.
"I corpi dei bambini morti? Non erano bambini. Erano dei nani. Degli aguerrittissimi nani da combattimento reclutati dalle brigate Al Qassam" ci dice un beccamorto che non vuole assolutamente essere citato, è a rischio la sua vita.
"Le donne trovate cadaveri sotto le macerie non erano donne, ma mujeaddin di Hamas che avendo saputo preventivamente dell'attacco erano corsi dal barbiere eppoi a farsi un'operazione a Casablanca" ci dice un visagista che non vuole assolutamente essere citato, è a rischio la sua vita.
"Il fosforo bianco in realtà non era fosforo, odorava di eucalipto e veniva buono per farci delle inalazioni. A me ha curato il raffreddore" ci dice un farmarcista che non vuole assolutamente essere citato, è a rischio la sua vita.
Lorenzo Cremonesi, inviato del Corriere della Sera, ha molto da insegnare alle nuove leve del giornalismo,col suo articolo pubblicato il 21 gennaio, pure troppo.
Io che non ho mandanti se non una morbosa ricerca della verità, io che non sono un giornalista prefessionista, non scriverò mai per il corrierone, poco male, mi evito di intrattenere relazioni con redazioni che mi imboccano il pezzo, specie quando il boccone è così indigesto.
Per la casacca che indossato durante tutto il massacro, con ricamata non la scritta PRESS ma bensì l'emblema della mezza luna rossa, dico a Cremonesi che le bugie hanno le gambe corte, in questo caso peggio, ce le hanno amputate.
Anche io posso benissimo trovare persone disposte a dirmi che è stato hamas e non l'esercito israeliano ha sterminare più di mille palestinesi, e vi assicuro che ve ne sono, specie fra coloro che mangiavano nel piatto ricco dai corrotti di Fatah e ora sono a dieta. Sta ad un serio ricercatore distinguere una fonte attendibile da un attentato all'informazione.
Nessuna ambulanza durante questi 3 settimane di tragedia è stata utilizzata da ai miliziani di Hamas e ai loro alleati della Jihad islamica. Ne sono assolutamente certo, perchè sulle ambulanze c'eravamo io e i miei compagni dell'ISM.
Su quella ambulanze abbiamo rischiato la pelle, e un nostro amico paramedico, Arafa, ci è rimasto. 14 paramedici sono stati uccisi. I soldati israeliani sparavano alle ambulanze certi di quello che facevano, ovvero uccidere civili. Non abbiamo mai concesso ad un solo membro dell'almukawama, la resistenza palestinese, di salire a bordo di uno dei nostri mezzi. Quelli che ci provavano, venivavano spintonati giù, anche quando (ed è accaduto ) il guerrigliero era il marito di una donna che portavamo di corsa in una clinica a partorire. All'ospedale Al Quds sono tutti di Fatah. lo sanno pure i muri (le pareti infatti sono tapezzate di Arafat. Neanche una icona di Ahmed Yassin), così come allo Shifa. Al Awada di Jabilia invece parteggiano quasi tutti per il Fronte Popolare. E' una impresa trovare personale medico pro-hamas lungo tutta la Striscia, prova è che quando Fatah chiamò allo sciopero generale, incrociarono le braccia l'80% dei dottori. Se la resistenza avesse utilizzato gli ospedali come postazioni per combattere i medici li avrebbero fatti evaucare subito, rifiutandosi immediatamente di curare i feriti. Un atteggiamento come quello descritto da Cremonesi nel suo pezzo equivarrebbe ad un suicidio politico per Hamas, e Hamas non vuole suicidarsi, non ha fretta di andare in paradiso, è un movimento ben radicato sulla terra, che desidera ampliare i suoi consensi, quantomeno non disperderli. Scudi umani? A Tal el Hawa durante il massacro io c'ero, e nella zona abita il mio migliore amico, Abu Nader. Suo padre e i suoi amici in effetti sono stati usati come scudi umani, ma non da hamas, bensì dai soldati israeliani che giravano casa per casa a caccia di combattenti (
lo hanno già fatto in passato, è una prassi).
Il conto delle vittime è possibe dimunisca di qualche decina di unità, come è possibile che invece aumenti. Nel raccogliere i dati che puoi riportavo nelle mie corrispondenze da questo inferno non aspettavo certo l'imboccata di hamas, come non accetterai mai l'imboccata di un giornale quando impone che si scriva contro il movimento radicale islamista per porre in secondo piano l'aberrante massacro appena accaduto. Le mie fonti erano le stesse utilizzate dai giornalisti palestinesi e dagli attivisti per i diritti umani locali: fonti ospedaliere indipendenti. Se poi i morti saranno anche cento in meno, non mi metterò a stappare bottiglie di champagne ne derubricherò questo massacro come meno efferato. Al momento ci pensa l'esercito israeliano a smentire Lorenzo Cremonesi: un suo portavoce ha infatti dichiarato al Jerusalem Post che le vittime palestinesi dell'offensiva "Piombo Fuso" su Gaza sono circa 1.300.
5 giornalisti palestinesi sono stati uccisi durante i bombardamenti, diversi i feriti.
Distrutta la sede della televisione Al Aqsa, il palazzo al centro di Gaza City che ospita Reuters CNN e Al Jazeera più volte attaccato.
Si dice che la verità è la prima a morire durante una guerra.
C'è qualcuno in via Solferino che si cimenta nella profanazione del suo cadavere.
Restiamo umani.

Vik Guerrilla Radio 28.01.2009

Contatto e donazioni: guerrillaingaza@gmail.com
telefono: 00972(0)59 8378945
siti della missione:
http://www.freegaza.org/ e www.palsolidarity.org

(PS. un sentito, caldo, palpitante, grazie!, dal mio sanguinante cuore malconcio a tutti coloro che una donato una somma in sostegno ai diritti umani dei palestinesi che coi compagni dell'ISM ci sforziamo di salvaguardare)

martedì, 27 gennaio 2009

Vendola scopre la socialdemocrazia

di Marco Sferini Lanterne rosse.it del 25/01/2009

C'è chi si batte il petto e confessa di avere qualche peccato di gioventù dalle colonne del quotidiano delle parole violente, del linguaggio spadaccino come Libero e, poi, c'è chi afferma di non avere alcun rancore verso Rifondazione, e chi, ancora, guarda all'immediato futuro e alle geometrie variabili della composizione dei piccolissimi pezzi dello strano puzzle di una sinistra impazzita che nell'essere sempre più piccola e residuale scopre il grande slancio, il volo (di Icaro?) verso nuovi lidi.
Per dirla con Rina Gagliardi, l'attesa dei compagni e delle compagne che hanno seguito Nichi Vendola a Chianciano nella micro-scissione che ha ufficializzato la recisione di qualunque rapporto col PRC da parte dell'area politico-culturale "Rifondazione per la Sinistra", è quella di vedere ben presto una implosione del Partito democratico, la sua separazione in due tronconi - uno di sinistra moderata e uno di centro - e trovare in Massimo D'Alema il leader naturale di un nuovo soggetto politico socialdemocratico.
Bertinotti, demiurgo dell'operazione e benedicente da lontano sia chi resta nel PRC sia chi va via, si limita a mandare un messaggio laconicamente chiaro: "La sinistra in Italia non esiste più". Come a dire: Rifondazione Comunista non la rappresenta e voi fate bene, siete dei coraggiosi avanguardisti del moderno progressismo che lascia dietro di sè un Novecento complicato, un ancoraggio a categorie di pensiero e a schemi che non permettono il dialogo col Partito democratico e la possibilità di stabilire intese di un qual certo spessore per gli appuntamenti elettorali che di qui a pochi mesi ci troveranno tutti coinvolti in una campagna elettorale che ragionerà forse più sulle soglie di sbarramento che sui problemi concreti della società.
Inutile il richiamo di Paolo Ferrero all'utilità dell'unità e alla gestione unitaria del Partito: "Sono sereno e non ho acrimonia verso il segretario di Rifondazione", dice Vendola aprendo i lavori di Chianciano.
Meno male. Perchè invece, a compensare l'imperturbabilità dichiarata del presidente pugliese arriva il fiele di Piero Sansonetti. Dalle colonne del quotidiano di Vittorio Feltri l'ex direttore di Liberazione ne ha per tutti: dalla Città al Mondo.
Da Ferrero che sarebbe solo un infelice produttore di battute al secolo novecentesco che conterrebbe una sola idea di "comunismo": quella che "ha fatto un errore essenziale: pensare che esistano valori che vengono prima della libertà. Per questo ha fallito". "Fidel Castro? Un dittatore". E, visto che gli argini sono rotti, Sansonetti aggiunge pure il carico da undici: "A partire da Hitler, sono contro tutte le dittature, fin da bambino". (Perchè da Hitler? - Alessandro)
Confessa solo una debolezza: essere stato simpatizzante di Mao Tse Tung: una colpa che redime oggi aderendo al movimento di Nichi Vendola e candidandosi con una lista civica a sindaco di Bologna. Almeno questa è la sua disponibilità. L'ex direttore di Liberazione lascia ovviamente tutta la libertà al movimento vendoliano di decidere in merito.
Per tutti i compagni e le compagne di Chianciano è l' "addio al grande sogno", a quel sogno di cambiamento radicale della società che univa libertà ed uguaglianza nel nome di un superamento del capitalismo che traghettasse gli uomini e le donne verso una società senza profitto. Loro dicono di credere in questa prospettiva, di volerla attuare: ma nel pragmatico odierno delle cose ammiccano a chi non vuole superare un bel niente, ma al massimo mitigare gli effetti nefasti del liberismo e dell'anarchia dei mercati, provando ad individuare una sostenibilità per la precarietà e per tutte le forme di trasformazione del lavoro in para-schiavismo moderno.
Far apparire tutto il resto un pezzo di incrostazione del passato, un insieme di adoratori feticisti di simbologie e nomi è facile. Davvero molto facile. Lo è proprio nel momento in cui si dice che chi vuole ancora coniugare insieme la "rifondazione" e il "comunismo" è solo uno che ha un torcicollo storico, che si volta indietro e non guarda ad Obama, non guarda al fallimento della sinistra, non guarda alle potenzialità che ha.
E, invece, ancora una volta, siamo davanti ad una separazione fatta sulla base di una non condivisione della linea politica di un partito. Se Vendola avesse vinto il congresso di Chianciano nel luglio scorso, avrebbe utilizzato lo stesso metodo che ha adoperato per convincere molti compagni e molte compagne a votare per la mozione 2 dicendo di "andare oltre Rifondazione" senza volerla sciogliere. Un ossimoro mai detto prima del congresso. E se, presentando il documento nei congressi di circolo si criticava questo aspetto, ci è sempre stata gettata addosso l'accusa di voler mistificare le volontà, di voler precorrere i tempi, di voler fare un processo alle intenzioni.
Come si può ben vedere, non erano intenzioni, ma precise, programmate e definite strade già costruite e pronte per essere solcate con tutta Rifondazione Comunista portata al suo scioglimento lento e indolore, mediante le parole mezze dette, infarcite di qualche calambour poetico, con giochi di parole che solo dopo la sconfitta congressuale si sono trasformati in quello che erano: velature verbali che nascondevano tutto il contrario di quello che esprimevano.
Gramsci diceva che fare politica vuol dire mettersi dalla parte della verità che "è rivoluzionaria". E' vero. E' proprio rivoluzionaria, perchè scuote le coscienze e dice pane al pane e vino al vino. Ma se Vendola e compagni avessero detto nei congressi di circolo che il loro intento era quello di portare il PRC alla fusione con Sinistra democratica, con una parte dei Verdi e con una microparticella del PdCI, avrebbero ottenuto quel 47% dei voti che si è registrato (anche grazie a un tesseramento molto libertino e per niente aderente alle regole democratiche stabilite dallo Statuto)? No. Avrebbero avuto molte percentuali in meno. Perchè si può condividere o meno la linea politica dell'attuale maggioranza del Partito della Rifondazione Comunista, ma chiederne il superamento, lo scioglimento lenito da dorate pillole parolaie, da anaestesie di concetti alti fatti di promesse di unità invicibile della sinistra di nuovo modello, avrebbe frenato moltissimi compagni e moltissime compagne.
Ed anche con questi trucchetti, il congresso ha definito una linea che è frutto di una sintesi tra posizioni diverse che si sono riconosciute in un documento finale che, tuttoggi, è alla base dell'agire politico e sociale del PRC: ricostruire, rafforzare e riposizionare nella società Rifondazione Comunista. Un partito che, lo si voglia o meno, resta tra i piccoli quello più radicato, più forte e capace di costruire mobilitazioni sui territori.
Le molte iniziative di queste settimane per Gaza hanno preso il via, in molte città, per iniziativa di Rifondazione e hanno visto il nostro Partito non proiettato alla direzione di queste manifestazioni di solidarietà con i palestinesi, ma ad assumere un ruolo paritetico con tutti coloro che hanno costruito momenti unitari di protesta per le azioni di guerra di Israele nella Striscia.
E' stato poi detto che uno dei motivi della scissione di Vendola - lo stesso presidente pugliese lo ha affermato a Chianciano ieri - risiede nella sostituzione del direttore di Liberazione: Dino Greco al posto di Piero Sansonetti. Sono piovute accuse di stalinismo contro il segretario nazionale, contro gli stessi compagni della Direzione nazionale. "Volete fare di Liberazione una 'Pravda', un bollettino di Partito". Chi ha letto e legge Liberazione in questi giorni può tranquillamente constatare che l'unica differenza tra la direzione Sansonetti e quella di Greco sta nel proporre ai lettori la linea politica di Rifondazione Comunista. Mentre Sansonetti aveva trasformato il quotidiano del PRC in quello che oggi potremmo definire il quotidiano di "Rifondazione per la Sinistra".
Credo, per chiudere queste riflessioni, che non anche noi, che rimaniamo e che vogliamo fare sempre più forte Rifondazione Comunista, dovremmo assumere un atteggiamento lontano da qualunque vizio competitivo con il movimento di Vendola, allontanando da noi odii e rancori, delusioni e incomprensioni.
Viviamo, ormai, in due progetti politici differenti. Prendiamone atto. Noi comunisti scegliamo di continuare a rifondare una pratica politica e sociale che, permettetemi di dirlo, non sceglie le fughe socialdemocratiche che intravedono in D'Alema il salvatore della sinistra, e non sceglie la socialdemocrazia come suo orizzonte identificativo e culturale su cui far poggiare le proprie azioni. Scegliamo il comunismo, ancora una volta, come "movimento reale che abolisce lo stato di cose presente". E che sia riconducibile alle sole esperienze del '900, beh... è questa una visione che risente di una mancanza di fiducia nella forza libertaria e liberatrice propria non delle utopie, ma delle straordinarie imprese, quelle difficili da farsi, da concretizzare.
In fondo, Vendola non inventa nulla di nuovo. Non scopre alcuna ricetta magica di ricomposizione della sinistra e di una sua resurrezione. Non c'è nessuna araba fenice pronta a riemergere dalle proprie ceneri.
E' una scelta politica con tanto di aggettivi: non esiste nessun percorso di costruzione di un movimento o di un partito che possa definirsi "senza aggettivi", privo di una specificità connotativa. Alla fine qualcosa si è, oltre che di sinistra. Grazie a Rina Gagliardi per averlo, finalmente, ben espresso.

martedì, 27 gennaio 2009

Dalla mafia al fronte-De Magistris le ombre del "sistema" Genchi

Nell'archivio del tecnico nessun dialogo, solo analisi. Nel suo ufficio di Palermo da quindici anni lavora per le principali Procure


Berlusconi è pronto per il blitz (un decreto del governo in forma di legge?) che sottrarrà alle indagini giudiziarie l'ascolto telefonico e ai pubblici ministeri l conduzione delle inchieste (saranno "avvocati della polizia"). Per far ingoiare ai suoi alleati recalcitranti e all'opinione pubblica il provvedimento, intorbida le acque. Modifica i fatti. Capovolge la verità. Grida di "intercettazioni". Annuncia "uno scandalo che sarà il più grande della Repubblica".
Qual è l'"inquietante" novità che dovrebbe farci saltare sulla sedia? La vergogna sarebbe custodita nell'archivio di Gioacchino Genchi, un vicequestore della polizia di Stato (in aspettativa sindacale da un quindicennio), consulente di un rosario di procure e, per ultimo di Luigi De Magistris nelle inchieste Why not? e Poseidone. E' utile dunque, all'inizio di una settimana dove saranno raccontate rumorose "bufale", fissare qualche punto fermo, illuminare il lavoro di Genchi, avanzare infine qualche domanda.
Punti fermi, tre.
1. Berlusconi mente. Nell'archivio di Genchi non c'è alcuna intercettazione telefonica, ma soltanto analisi di tabulati telefonici. Per le due inchieste di De Magistris, e su sua delega, Genchi ha messo insieme 1.042 tabulati, un milione di contatti, 578 mila schede anagrafiche.
2. Berlusconi ritrova troppo tardi la parola e la memoria senza mai perdere la sua malafede. Non ha battuto ciglio quando si sono scoperti gli archivi illegali della Telecom dell'amico Marco Tronchetti Provera (anche lì, si raccoglievano abusivamente tabulati e si intercettavano mail).
Non ha emesso un fiato quando il suo nemico Romano Prodi è stato indagato proprio alla luce dell'analisi dei "dati di traffico della sim gsm 320740... intestata alla Delta spa presso la Wind, volturata il 1 aprile 2004, all'"Associazione l'Ulivo i Democratici" di Bologna, contratto trasferito il 17 febbraio 2005 a Roma in piazza Santi Apostoli 73, sede dell'Ulivo, e due mesi dopo alla Presidenza del Consiglio, via della Mercede 96, Roma". Scritto nero su bianco in una consulenza di Genchi. Dov'era allora l'indignazione di Berlusconi? Non ce n'era traccia. Quell'indagine poteva azzoppare il governo di centrosinistra e tutto faceva brodo. Anche il lavoro di Gioacchino Genchi.
3. I rumorosi strepiti di Berlusconi non rivelano nulla di quanto già non si conoscesse per lo meno da sedici mesi. "De Magistris ha acquisito migliaia di tabulati telefonici di cittadini le cui utenze (cellulari e di rete fissa) erano emerse tra i contatti di diversi suoi indagati - scrive la Stampa, il 4 ottobre 2007.
Nell'elenco ci sono tra gli altri, il presidente del Consiglio Prodi, l'ex-presidente del Consiglio Berlusconi, il ministro dell'Interno Amato, e della Giustizia Mastella; il viceministro dell'Interno Minniti; il presidente del Senato Marini, l'ex-presidente della Camera Casini, il segretario dell'Udc, Cesa, il vecepresidente del Csm Mancino. I movimenti dei numeri telefonici acquisiti riguardano anche il capo della polizia De Gennaro, il vicecapo vicario De Sena, il direttore del Sisde Gabrielli, il direttore del Servizio di polizia postale e telecomunicazioni Vulpiani, il direttore della Dia, Sasso, il generale di corpo d'armata Piccirillo, il presidente dell'Anm Gennaro, il procuratore aggiunto di Milano Spataro, il pm antiterrorismo di Roma Saviotti, quattro sostituti della procura nazionale antimafia, diversi membri della commissione parlamentare antimafia, deputati, senatori, questori della Camera, presidenti di commissioni di Palazzo Madama
".
L'elenco (sempre smentito da De Magistris) mostra più di tante parole la strumentalità della sortita allarmata di Berlusconi. Ma come c'è anche il suo nome in quella classifica abusiva e Berlusconi non dice una parola, non protesta, non chiede spiegazioni? E se non si preoccupava allora, perché oggi parla di "scandalo storico"?
Il Cavaliere oggi ha compreso che l'"affare Genchi" può essere la leva per scardinare le resistenze che An, Lega, Pd oppongono al suo progetto di cancellare le intercettazioni dagli strumenti di indagine e fare del pubblico ministero il "notaio" delle polizie. Se non si dice, dunque, di Genchi - chi è, che cosa fa, come lo fa, grazie a chi - non si comprendono le ambiguità possibili del suo lavoro.
Il vice-questore in aspettativa Genchi, 49 anni, va su tutte le furie quando si parla di lui come di "un personaggio misterioso". Anche se cede al narcisismo quando lo si incontra nel sotterraneo di 500 metri quadrati, ipertecnologico, di piazza Principe di Camporeale, a Palermo (è un tormento riuscire a incontrarlo). A Genchi piace mostrarsi seduto al suo scrittoio, tra gli schermi di cinque grandi computer.
Non è parco di parole. Il suo è un flusso verbale ininterrotto impastato di allusioni, suggerimenti, accenni, avvertimenti che risultano per lo più oscuri, indecifrabili. Si compiace del mistero che sollecita. Gli piace apparire un uomo che sa troppo cose indicibili, ma dicibilissime, se gli si sta troppo addosso. Se stimolato, Genchi racconta, ricorda, precisa a gola piena.
Spiega di come sia stato lui il primo, nella polizia, "nonostante la forte vocazione umanistica", a darsi da fare con l'informatica, l'elettronica, la topografia applicata e i primi "teodoliti al laser", che solo Dio sa che cosa sono (che giornalista somaro!). E' un fatto che Vincenzo Parisi (capo della polizia) nel 1988 gli affida la Direzione della Zona Telecomunicazioni del ministero dell'Interno per la Sicilia occidentale.
E' il suo trampolino di lancio, l'inizio di una parabola che lo porterà ad essere, prima con la divisa addosso poi da libero professionista, il ricercatissimo consulente delle procure, capace di "mappare" l'intera rete di relazioni telefoniche di un indagato. Controlla, per dire, quasi due miliardi di tracce telefoniche nell'indagine di via D'Amelio. Ricostruisce 1.651.584 contatti telefonici inseguendo una scheda utilizzata in 31 cellulari diversi per dimostrare i legami pericolosi di Totò Cuffaro, allora presidente della Regione siciliana.
"Oggi - racconta Genchi - non è che facciamo più intercettazioni di un tempo, quelli che sono aumentati sono i telefoni. Anni fa c'era solo l'Etacs, il cellulare era uno solo. Ora per trovare un numero che interessa se ne cercano tanti, senza considerare il roaming degli Umts, con schede che si possono spostare da telefono in telefono e tanti gestori diversi dove si possono agganciare gli utenti con servizi telefonici diversi - messaggi, immagini, fax, video - ecco perché le richieste si sono moltiplicate".
Le richieste.
E' questo lo snodo. Non c'è nulla di illegale nel lavoro di ricerca svolto da Genchi se è il pubblico ministero a chiederle per una necessità dell'indagine perché, prima o poi, dinanzi ai giudici e agli avvocati della difesa, il pm dovrà rendere conto dei suoi passi. Decisivo è allora il rapporto che Genchi crea con il pubblico ministero responsabile dell'inchiesta. O meglio, che il pm crea con il consulente.
Genchi ha un'alta opinione di se stesso e del suo lavoro. Non tace che le sue perizie sono "già pezzi di sentenza". Gli piace, nei suoi resoconti alle procure, argomentare l'accusa, suggerire deduzioni, indicare nuove ipotesi investigative, chiedere il coinvolgimento nell'indagine di questo o di quello.
Non tutti i pubblici ministero abboccano al suo amo. Nel 1993, Ilda Boccassini, quando indagava sulla strage di Capaci, non gradì che quel tecnico del pool investigativo si attardasse intorno ai contatti telefonici privati di Giovanni Falcone, che nulla avevano a che fare con l'inchiesta. E quando nel febbraio di quell'anno se lo trovò davanti che proponeva di "trattare" le carte di credito del magistrato ucciso, se ne liberò senza stare troppo a pensarci su. "O me o lui", disse.
"Il fatto è - racconta ancora un altro pubblico ministero - che Genchi arriva da te con un elenco di numeri di telefono che sono entrati in contatto con il cellulare o il telefono fisso del suo indagato. Ti chiede una delega per verificarli. E tu che diavolo ne puoi sapere se tra quei centinaia di numeri ce n'è uno che non ha nulla a che fare con il tuo "caso" e molto con le curiosità di Genchi? Questo è il motivo per cui preferisco non lavorare con lui, che è certamente il solo in Italia a sapere fare quelle analisi dei dati".
Conviene ripeterlo: tutto si decide nel rapporto tra il pm e Gioacchino Genchi. L'affare che Berlusconi vuole trasformare nel "più grande scandalo della storia della Repubblica" si riduce a queste domande: Genchi ha tradito la fiducia di Luigi De Magistris analizzando dati di traffico telefonico per cui non aveva ricevuto la delega del pubblico ministero? O ha tradito la sua fiducia facendogli firmare deleghe per numeri di telefono estranei all'inchiesta?
O non è avvenuto nulla di tutto questo e le deleghe erano legittime e legittimi l'analisi dei dati e gli scrutinati? Lo deciderà ora la procura di Roma che, con ogni probabilità, ha ricevuto le "carte" da Catanzaro perché l'indagine coinvolge anche Luigi De Magistris, oggi giudice a Napoli (Roma è competente per i giudici di Napoli).
In attesa del can can spettacolare che Berlusconi organizzerà nei prossimi giorni, questa storia ci dice fin da ora una verità che non dovrebbe piacere a Berlusconi. Ci indica quanto pericoloso sia separare il lavoro del pubblico ministero dall'attività della polizia giudiziaria. Una polizia, libera dal controllo della magistratura, potrà avere mano libera per ogni forma di spionaggio illegale. Naturalmente, nel caleidoscopio delle verità rovesciate di Berlusconi, questo è una ragione per privare il pm della responsabilità delle inchieste.

Giuseppe D’Avanzo Repubblica.it 26.01.2009

Notare il linguaggio allussivo e minaccioso del giornalista; Genchi fa troppe domande, da fastidio, mettimoci di mezzo anche Demagistris, 'colluso' con Genchi; salviamo i gran capi (Prodi) e incolpiamo il nemico di tutto (Berlusconi). - Alessandro

martedì, 27 gennaio 2009

Il Maestro di Travaglio

La questione “Giustizia” scandalizza di nuovo i convinti democratici ed in particolare i “legalisti”. Da Beppe Grillo a Marco Travaglio ritorna la solita levata di scudi che poi prende le consuete strade, fino al nostro blog. Le vergini violate urlano per la deflorazione e invitano alla sollevazione il popolo tradito. Avanza il Regime, arrivano i Tiranni, fine della libertà. Peccato che questo modo di rappresentare la realtà sia falso, ed i suoi effetti utili unicamente al rafforzamento del Sistema. L’equivoco è generato dalla pubblicistica di Regime e dagli effetti del minculpop democratico che agiscono nelle teste di chi si scandalizza.
Da bimbo Travaglio si è sentito raccontare a scuola dal Maestro, quello unico, che l’Italia è una Repubblica democratica, dove tutti possono esprimere le loro opinioni liberamente e che la magistratura e le forze dell’ordine difendono gli italiani dai ladri, dai corrotti e dai tentativi di limitare la libertà personale. Travaglio, che è un ragazzo ottimista e fiducioso, giustamente si adira: ma come, la costituzione dice tutte queste belle cose e voi fermate la Procura di Salerno che indagava sugli insabbiamenti della Procura di Catanzaro? E così parte la campagna di indignazione: Aiuto, Regime, Fascisti, Dittatura, Pinochet, Berlusconi, Intercettazioni, Borsellino, Mancino, le Cavallette (John Belushi). Tutto frullato e riproposto in termini infantili, illusori, parzialmente vero e quindi falso. Il Maestro delle elementari e poi gli insegnanti di Travaglio avrebbero dovuto dirgli la verità, invece che raccontargli favolette.
Nel 1945 l’Italia ha perso la guerra ed è passata da un vero Regime Autoritario ed illiberale alleato con il Regime Nazionalsocialista tedesco, ad una finta Repubblica democratica. La sovranità italiana da quegli anni è limitata all’ordinaria amministrazione. I patti con la Mafia per il controllo del territorio sono stati sottoscritti direttamente dagli Stati Uniti e poi continuati dai loro rappresentanti “democratici”. Lo strapotere della Mafia e delle Mafie sono una diretta conseguenza delle politiche sociali ed economiche che in maniera scientifica lo Stato repubblicano ha praticato nel dopoguerra.
L’Italia non può disporre in toto del proprio territorio, perché basi militari straniere sono sul nostro “suolo patrio” senza legittimità politica e morale. I traffici di droga vengono tollerati grazie all’enorme mole di danaro che generano, grazie alle complicità tra istituzioni, mondo bancario e finanziario e delinquenza organizzata. Le stragi degli anni 60/80 sono state organizzate per rafforzare il Sistema ed impedire derive “comuniste”.
Tutta la magistratura italiana ha accettato di produrre sentenze false al solo fine di coprire le responsabilità dei servizi segreti italiani, della Cia e di ogni altra organizzazione, e che per Piazza Fontana, Bologna, Ustica, Italicus, Bologna-Firenze, Piazza della Loggia, ancora oggi non v’è stata Giustizia degna di questo nome. La classe politica italiana svolge una funzione subalterna e di totale dipendenza da quelli che vengono chiamati comunemente “poteri forti”. In cambio ottiene quei vantaggi e privilegi che conosciamo e sui quali è inutile tornare.
L’attuale Sistema tecnofinanziario, ovvero la dittatura bancaria che controlla e dirige la nostra società occidentale, si serve dei partiti e dei politici così come un manager dispone dei propri collaboratori. Ai politici italiani questo schema è chiaro, e nessuno di loro osa dubitarne, tanto meno in pubblico. Nei numerosi tentativi operati per fare esprimere leader di partito, parlamentari, ma anche giornalisti ed intellettuali, sul tema della Sovranità Monetaria, si ottengono risposte di questo tipo: “chi tocca quei fili, muore” oppure “non sono cose che noi possiamo modificare” o ancora “io non mi posso esporre trattando questi temi”. Hanno paura, e fanno bene. Chi ignora questa verità negata sa bene che la sua diffusione potrebbe rivelarsi tanto letale da determinare le condizioni per la fine del Sistema stesso.
Lo Stato italiano è prigioniero di un abuso anticostituzionale, illegittimo ed ingiusto e cioè che l’emissione monetaria è oggi affidata ad una società privata che pretende un pagamento per questa funzione, che se venisse espletata dallo Stato, non produrrebbe debiti e di conseguenza tasse. L’intero debito pubblico italiano è stato generato da questo abuso, non dalla cialtrona classe politica italiana e dai suoi sperperi. Tutto il debito pubblico italiano è figlio del costo che lo Stato italiano paga alla BCE (prima lo pagava alla Banca d’Italia), che sono società private controllate dalle banche. I politici non sono in grado di opporsi a questo Sistema. Se qualcuno di loro ci provasse, verrebbe immediatamente criminalizzato, intercettato, inquisito e distrutto politicamente e personalmente. Per poterli ricattare e facilmente eliminare a seconda delle necessità del momento, li lasciano apposta sguazzare nel fango delle piccole e grandi tangenti.
In questa maniera il Sistema, che influenza buona parte della magistratura e del giornalismo italiano, opera quel controllo serrato ed efficace sulla politica, fatto di ricatti, allusioni, avvertimenti di tipo mafioso. I capri espiatori politici catalizzano l’attenzione generale attraverso la diffusione di opere tipo “La Casta” di Stella e Rizzo, oppure le battaglie sulle fedine penali di Grillo, e così i veri detentori del potere ed i reali conflitti d’interesse, quelli giganti, assoluti, vengono tenuti nascosti. Ce lo ha ben spiegato una lettrice della Voce del Ribelle, Nicoletta Forcheri: ”Funziona così: i riflettori si spostano dal vero scandalo e creano una questione morale - che per carità esisterà pure - ma come metodo per "bruciare" dei politici il cui "sacrificio" mediatico serve a coprire i veri responsabili e i veri centri di potere, spesso d’ oltralpe, e i veri meccanismi di potere tecnocratici”.
Questa pratica sistematica e corale produce l’effetto voluto dal Sistema, che è ben contento di sacrificare qualche politico, e perché no, qualche partito, così in pratica salva tutti gli altri, affinché l’analisi, la critica e l’attenzione generale rimangano sempre ad un livello mascherato della realtà. Chi non si occupa di questo livello di critica del Sistema e si tiene su un piano “basso”, lo fa perché è preoccupato, legittimamente, di morire ammazzato, di perdere la collaborazione alla Rai, o di essere costretto a dire delle cose finalmente di un certo livello.
Tutto comprensibile, nessuno può obbligare questi signori a fare sul serio, ma almeno si astenessero dal parlare di Regime e di farlo coincidere con Berlusconi o Veltrusconi o addirittura Alfano, dico Alfano, perché il vero Regime esiste da prima e ci sarà dopo Berlusconi e Veltroni, e controlla eserciti, governi, banche, istituzioni sovranazionali. Di fronte ad esso, al vero Regime, costoro appaiono come consiglieri di circoscrizione al cospetto di Capi di Stato. Non è questione di purezza o di corsa al massimo della purezza. E’ questione di coerenza. Quella mostrata da Paolo Barnard, che giustamente ci invita a non mendicare un metro di catena in più, ma a liberarci del tutto dalle catene.
La libertà non è fatta a livelli o compartimenti stagni, non si può essere contrari alla censura dei magistrati, pratica sulla quale è fondata la stabilità della Repubblica Italiana da decenni, e poi essere favorevoli o indifferenti all’esistenza del primo livello del potere, alla dittatura bancaria e tecnocratica. Riusciremo a rimediare all’ingenuità del Maestro di Travaglio e del suo allievo?
Riusciremo un giorno a sentire che Rothschild e Soros, attraverso De Benedetti e di conseguenza i veltroniani del PD (fonte: Rosacroce) hanno più potere in Italia di qualsiasi Ministro? E vi prego di non uscirvene con la storia delle “specializzazioni”.

Marco Francesco De Marco Movimento Zero 27.01.2009

martedì, 27 gennaio 2009

ASSOLUTAMENTE NO! NON IN LORO NOME, NON IN NOSTRO NOME

DI MICHAEL WARSCHAWSKI Alternative Information Center (AIC)

Ehud Barak, Tzipi Livni, Gabi Ashkenazi e Ehud Olmert-- non osate mostrare le vostre facce ad una qualche cerimonia in memoria degli eroi del ghetto di Varsavia, di Lublin, Vilna o Kishinev. E pure voi, leader di Peace Now, per cui pace significa pacificazione della resistenza palestinese con ogni mezzo, compresa la distruzione di un popolo. Quando sarò lì, farò personalmente del mio meglio per espellere chiunque di voi da questi eventi, perché la vostra stessa presenza sarebbe un immenso sacrilegio.

Non in loro nome
Non avete diritto di parlare in nome dei martiri del nostro popolo. Non siete Anne Frank del campo di concentramento di Bergen Belsen ma Hans Frank, il generale tedesco che affamò e distrusse gli ebrei della Polonia.
Voi non rappresentate alcuna continuità con il ghetto di Varsavia, perché oggi il ghetto di Varsavia è proprio di fronte a voi, preso di mira dai vostri carri armati e dalla vostra artiglieria, e il suo nome è Gaza. Gaza, che avete deciso di eliminare dalla mappa, come il generale Frank intendeva eliminare il Ghetto. Ma, a differenza dei ghetti della Polonia e della bielorussia, nei quali gli ebrei furono praticamente lasciati soli, Gaza non verrà eliminata perché milioni di donne e uomini dei quattro angoli del nostro mondo stanno costruendo un potente scudo umano che porta le due parole: Mai Più!

Non in nostro nome!
Assieme a decine di migliaia di altri ebrei, dal Canada alla Gran Bretagna, dall'Australia alla Germania, vi avvertiamo: non osate parlare in nostro nome, perché vi inseguiremo, se sarà necessario persino nell'inferno dei criminali di guerra, e vi ricacceremo le vostre parole in gola fino a che non chiederete perdono per averci coinvolti nei vostri crimini. Noi, non voi, siamo i figli di Mala Zimetbaum e Marek Edelman, di Mordechai Anilevicz e Stephane Hessel, e portiamo il loro messaggio all'umanità perché sia custodito nelle mani dei combattenti della resistenza a Gaza: "Noi combattiamo per la nostra libertà e per la vostra, per il nostro orgoglio e per il vostro, per la nostra dignità umana, sociale e nazionale, e per la vostra" (Appello del Ghetto al mondo, Pasqua Ebraica del 1943).
Ma per voi, leader di Israele, " libertà" è una parola sconcia. Voi non avete orgoglio e non comprendete il significato di dignità umana.
Noi non siamo "un'altra voce ebraica", ma la sola voce ebraica che possa parlare in nome dei santi torturati del popolo ebraico. La vostra voce non è altro che le vecchie urla bestiali degli assassini dei nostri antenati.

Michel Warschawski è un attivista anti-sionista israeliano un tempo alla guida del movimento anti-sionista e anti-capitalista Matzpen.
Alternative News 24.01.2009
Scelto e tradotto per
Comedonchisciotte.org da ALCENERO

lunedì, 26 gennaio 2009

Vendola: «Esco dal Prc, comunità snaturata»

di Angela Mauro Liberazione del 22/01/2009
La scissione nel prossimo weekend a Chianciano

«E' bene che chi considera il Prc una casa snaturata, si cerchi un'altra casa. Quella della sinistra che vuol dire curiosità per un mondo che cambia». A tre giorni dalla kermesse di Chianciano (sabato e domenica prossimi) Nichi Vendola annuncia ufficialmente il suo addio a Rifondazione Comunista. Il governatore della Puglia lo fa in una lunga intervista a Linea Notte del Tg3, ieri sera, e lo fa parlando a titolo personale. Sono noti gli altri nomi dell'area di minoranza "Rifondazione per la sinistra" (costituitasi al congresso di Chianciano a luglio dopo l'elezione del segretario Paolo Ferrero) pronti a lasciare il Prc. Tra loro, l'ex segretario Franco Giordano, l'ex capogruppo alla Camera Gennaro Migliore. Ma Nichi parla a titolo personale perché, spiega, «non chiedo un reclutamento, una leva militare. Ognuno deve fare i conti con la propria coscienza».
E infatti a Chianciano il prossimo weekend non ci saranno voti, nè documenti contrapposti, nè vincoli di maggioranza. Chi lo vorrà annuncerà il suo addio alla casa comune e la scelta di non rinnovare la tessera del partito. Per lavorare ad altro. Cosa? Chi si scinde da Rifondazione va certamente verso una lista comune per le elezioni di giugno con Sd, parte dei Verdi e parte del Pdci. Se l'aggregazione sarà da subito un nuovo soggetto a sinistra lo si discuterà a febbraio.
E' prevista infatti per la fine del mese prossimo un'assemblea pubblica a Roma che sarà un po' il secondo atto di quella tenuta all'Ambra Jovinelli a dicembre. Un nuovo ciak più concreto, a scissione fatta insomma. Quanto alla parte di "Rifondazione per la sinistra" che ha invece deciso di restare nel Prc, resta l'intento di continuare a lavorare per un nuovo soggetto a sinistra. «Meglio costruirlo da dentro - è il ragionamento rivolto a chi lascia - se ci saremo sbagliati, vi raggiungiamo». Intanto, indiscrezioni di partito dicono che due esponenti dei vendoliani che restano in Rifondazione potrebbero presto entrare nella segreteria di Ferrero.
Da parte sua, Vendola insiste. «Non si può vivere separati in casa in una situazione nevrotica, gli uni contro gli altri - dice il governatore pugliese - Dentro Rifondazione c'è ormai un corto circuito politico e di linguaggio. Vale la pena di prendere atto di questa situazione anche per ripristinare un dialogo più civile con coloro con cui abbiamo costruito Rifondazione». Ma è tempo di «elaborare un pensiero forte, di fronte a un mondo attraversato dalla crisi economica, da quella ambientale per presentarci non come portatori di vecchie mitologie ma come cercatori di futuro».
Alla Rifondazione che resta, Oliviero Diliberto rivolge ancora una volta lo stesso appello. «Rimettiamoci insieme», dice il segretario dei Comunisti Italiani a Ferrero nel giorno dell'anniversario della nascita del Partito comunista d'Italia (così si chiamava nel 1921) che si sarebbe poi trasformato nel Partito comunista Italiano. «E' la nostra proposta: la riunificazione dei Comunisti. Per lo meno, noi e Rifondazione Comunista che veniamo da una comune storia e abbiamo alle spalle una divisione, di cui io francamente non vedo più la ragioni già da qualche anno, proviamo a rimetterci insieme. È un'operazione politica ma anche di assoluto buon senso. Siamo fuori dal Parlamento. È la prima volta che accade nella storia repubblicana. Abbiamo ottenuto, tutti insieme, percentuali imbarazzanti. Veniamo da una clamorosa sconfitta, ma da una sconfitta si esce guardando avanti, cercando di rimettere insieme i cocci».

lunedì, 26 gennaio 2009

La guerra e il silenzio degli intellettuali

Di Angelo d'Orsi, su Liberazione del 17-01-2009
No, non intendo cominciare dalle ultime notizie da Gaza Hell. Le immagini che da quell'inferno ci giungono - carni martoriate, volti sfigurati, corpi carbonizzati - non debbono essere commentate. Bisogna che esse stesse parlino. Domani, non si potrà assolvere né chi sta perpetrando il massacro, né chi lo sta favorendo da complice o da spettatore.
E poi, quali sono le last news from Gaza? Non diverse dalle penultime, fatto salvo l'intensificazione di quella che si configura come qualcosa che assomiglia ad una soluzione finale della "questione palestinese". Dopo un embargo totale, che dura da due anni (una delle pagine più infami di Israele), l'attacco è la conclusione (per ora) di un'infamia lunga oltre un sessantennio. Che la leadership politica israeliana e l'Amministrazione statunitense, che da sempre la sorregge, giustifichino questa linea di condotta con la necessità di distruggere Hamas, non stupisce. Né sorprende che i governi di destra siano appiattiti sull'asse Washington-Tel Aviv. Neppure ci dobbiamo strappare le vesti quando sentiamo un Piero Fassino, ministro degli Esteri del "Governo Ombra" della Repubblica Italiana, parlare come il suo omologo in carica. No. Tutto questo non ci stupisce, anche se accresce l'indignazione.
Ciò su cui dobbiamo essere intransigenti è invece il silenzio complice dell'élite intellettuale, che dovrebbe essere contraddistinta dalla volontà di capire e di sapere, e dal dovere di suscitare e trasmettere tale volontà. Quello che avvilisce, più ancora delle farneticazioni di una Fiamma Nirenstein, dei commenti di Bettiza, Ostellino, Panebianco, Galli della Loggia; quello che avvilisce è non tanto il loro parlare - prevedibile, e persino già scritto - quanto il tacere altrui; un silenzio distratto o ipocrita; ovvero un balbettio che parla di "eccesso di legittima difesa" da parte degli israeliani; o che pur attribuendo loro qualche responsabilità, le spiega con la sovrappopolazione di Gaza, come se questa fosse una colpa dei suoi infelicissimi abitanti, e dunque ritiene "inevitabile" quell'effetto collaterale chiamato "vittime civili"; o ancora, si adopera, in disinformati o tendenziosi giochi di equilibrio tra gli uni e gli altri, quasi che fosse un match alla pari.
Se le new wars, le guerre del XXI sec., sono caratterizzate dall'asimmetria fra i contendenti, questa di Gaza diverrà per gli studiosi un caso di studio esemplare. Difficile pensare a una tale sproporzione, come testimoniano le cifre: cinque israeliani contro mille palestinesi (ma quanti sono diventati mentre scrivo?), circa metà dei quali sono civili; e occorre aggiungere il computo dei feriti. Quelli palestinesi (diverse migliaia) sono condannati a morire.
Gli ospedali, quelli non (ancora) bombardati, sono incapaci di riceverli, e sovente li rimandano a casa, a morire. Mancano medici, farmaci, strumentazioni sanitarie e chirurgiche; mancano energia elettrica, gas, acqua. Ma la differenza abissale è nella capacità offensiva: come si possono paragonare i razzi, quasi sempre artigianali, sparati dai militanti di Hamas (in risposta ai rapimenti dei suoi rappresentanti, agli omicidi mirati del tutto illegali), alla micidiale potenza di fuoco (da cielo, terra, mare) di uno dei più potenti eserciti del mondo (che fa uso tranquillamente di armi vietate)?
Né si può continuare a tacere sui giudizi liquidatori applicati ad Hamas, "gruppo terroristico che si è impadronito" di Gaza, dimenticando che questo fu l'esito di un golpe ordito, con la complicità israeliana, da Abu Mazen dopo aver perso le elezioni proprio contro Hamas: e si ignora che questo "gruppo terroristico" ha compiuto negli ultimi tempi un'interessante evoluzione che ce lo rende meno ostico da capire ed accettare, sia pure con le ovvie distanze culturali e ideali che da esso separano. Hamas incarna, lo si dica, la sola vera resistenza all'occupazione. Sta qui la vera, positiva, sproporzione.
Infine, se pure Israele avesse qualche ragione - fingendo di obliterare le due ferite storiche costituite dal 1948 (la costituzione dello Stato ebraico e la contemporanea "catastrofe" dei palestinesi, cacciati dalle loro terre e privati dei loro beni) e dal 1967 (la guerra dei Sei Giorni, con le annessioni di territori da parte di Israele, mai restituiti, e ulteriori espulsioni di abitanti arabi, andati ad accrescere il miserabile esercito dei profughi senza speranza) - ebbene, quelle ragioni di Israele sarebbero da tempo divenute nulle. Non solo per la politica genocidaria verso i palestinesi, ma per il disprezzo delle convenzioni internazionali, delle risoluzioni Onu (oltre 70 condanne per Israele, che risponde centrando con le sue bombe la sede della rappresentanza locale dell'organizzazione), per l'arroganza con cui lo Stato con la stella di Davide si comporta, ritenendo che lo statuto storico di vittime dia agli ebrei il "diritto" di diventare carnefici.
Davanti allo scempio del diritto (quello sancito da leggi internazionali), della morale e della storia (perché si negano in balorde "ricostruzioni sacre" i diritti dei palestinesi su quelle terre), occorre che chi crede nella verità e nella giustizia dica che è ora di finirla con l'uso politico della Shoa. E che una tremenda riproposizione della Storia, in forma rovesciata, vede un popolo perseguitato diventato persecutore. Giustificato dai suoi intellettuali.
Un esempio: l'articolo del solito Yehoshua - un campione del "dissenso" interno - per Le Nouvel Observateur e per La Stampa (8 gennaio). E' un testo che va letto per intero, e affidato ai posteri, a dimostrazione che il "tradimento dei chierici" è una costante amara, vergognosa. Ma un passaggio merita una citazione: chi deplora la sproporzione di mezzi tra israeliani e palestinesi, non tiene conto, per Yehoshua, della "capacità di sopportazione e resistenza" di questi ultimi, "infinitamente superiore" a quella dei poveri israeliani. Insomma, ai rozzi arabi, non basta qualche scappellotto, occorre il bastone (e che bastone!).
Involontariamente, però, una verità affiora. La capacità di chi resiste è superiore a quella di chi opprime. Nella storia è sempre stato così. Magari sui tempi lunghi. Ma i popoli sanno aspettare, quando le loro cause sono giuste.
Due appelli del mondo intellettuale (italiano e internazionale) sono sul sito
www.historiamagistra.it: le adesioni sono aperte.

lunedì, 26 gennaio 2009

"La mia famiglia distrutta dal fosforo" i superstiti raccontano le armi proibite

ALBERTO STABILE Repubblica 26 gennaio 2009
"La mia famiglia distrutta dal fosforo" i superstiti raccontano le armi proibite

GAZA - A piedi nudi e a capo coperto, con le lunghe vesti che lambiscono l'acqua, le donne della famiglia Abu Halima cercano di cancellare i segni della devastazione che si è abbattuta sulla loro casa di Beit Lahiya. Ogni centimetro di pavimento, ogni palmo di parete vengono puliti con scope, spazzole e chili di detersivo, ma quell'odore che pervade le stanze resiste anche al vento che irrompe dalle finestre senza infissi. L'odore nauseante, dicono gli esperti, del fosforo bianco.
Sull'uso di questa sostanza, non vietato se adoperata in campo aperto, ma illegale se usata contro le persone o in ambienti densamente abitati, l'esercito ha annunciato l'apertura di un'inchiesta, affermando, tuttavia, di aver sempre agito nell'ambito della legalità. Amnesty international, invece, ha dichiarato di essere in possesso di "prove indiscutibili" che Tsahal abbia utilizzato ordigni al fosforo in modo indiscriminato. Da qui l'accusa di aver commesso "crimini di guerra".
Il governo israeliano ha subito reagito e, dopo aver imposto la censura sui nomi di soldati e ufficiali coinvolti nell'operazione, ieri ha annunciato di aver approvato uno scudo legale protettivo a favore dei militari israeliani nel caso dovessero essere chiamati a rispondere d'aver commesso violazioni dei diritti umani da qualche tribunale straniero. "Israele - ha detto Olmert - darà pieno sostegno ai comandanti e ai soldati che sono stati mandati a Gaza, così come loro hanno protetto noi con i loro corpi durante l'operazione". Il Guardasigilli e il ministro della Difesa, oltre ad un gruppo di legali, faranno parte di questo "ombrello" protettivo.
Omar Abu Halima, 18 anni, uno degli figli di Sabah e Sadallah Abu Halima, racconta quel pomeriggio d'inferno. I carri armati israeliani erano a un centinaio di metri dalla palazzina di famiglia di tre piani che sorge, allineata ad altre quattro o cinque case delle stesse dimensioni, nella zona chiamata Atara, dove finisce l'abitato di Beit Lahiya e cominciano le serre e i campi coltivati. Zona di fragole e agrumi, ma anche, qua e là, data la vicinanza al confine israeliano, di lanci di Qassam.
"Ero nella casa accanto, da un mio zio, quando abbiamo sentito tre o quattro esplosioni, una dietro l'altra. Mi sono precipitato. La nostra casa era avvolta da un fumo denso e bianco che non faceva respirare e dalle fiamme. Sono salito al secondo piano e ho visto mia madre avvolta nel fuoco. Nel corridoio c'erano i miei fratelli Abed di 14 anni, Said di 10, Hamza di 8 abbracciati a mio padre Sadallah, che di anni ne aveva 45. Bruciavano. Hamza diceva: voglio pregare, voglio pregare, ma subito dopo morì. Gli altri erano già morti. Mio padre non aveva più la testa".
Nel reparto ustioni dell'ospedale Shifa, dove è ricoverata Sabah Abu Halima, la madre, anche lei di 45 anni, il primario Nafez al Shaban, laureato a Glasgow, specializzato negli Stati Uniti, è certo che a provocare le ustioni subite dalla donna e da altri feriti sia stato il fosforo. Racconta di essersi trovato per la prima volta nella sua carriera di fronte a piaghe che continuavano a bruciare, anche dopo ore, emanavano un odore insopportabile e soprattutto resistevano al normale trattamento di chirurgia plastica. "Tanto che - dice - su suggerimento di colleghi giordani ed egiziani che avevano avuto esperienze simili in Libano, abbiamo dovuto amputare".
Una tragedia nella tragedia è rappresentata dalla mancanza di soccorsi, sia nel caso degli Abu Halima, che in quello della famiglia Abd Rabbo, nel villaggio di Jabaliya (vicino all'omonimo campo profughi). Per dirla in breve, morti e feriti della famiglia Abu Halima sono stati messi su due macchine e su un trattore. La macchina con i morti, secondo il racconto dei sopravvissuti, bloccata al primo posto di blocco israeliano, è stata capovolta da un caterpillar militare. I cadaveri sono rimasti per giorni sull'asfalto. Sabah Abu Halima, la madre ferita, ha potuto raggiungere l'ospedale su un carro trainato da un asino.
Inutile chiedere se in zona ci fossero miliziani di Hamas. "Qui siamo tutti al Fatah - dice Osam, un vicino che era inquadrato nell'Autorità palestinese e continua a prendere lo stipendio da Ramallah -. Se ci fosse stato qualcosa ce ne saremmo andati". Anche se la domanda: "Andati dove?", resta senza risposta.
A Gaza, in questi giorni, non si parla soltanto di armi proibite, ma anche di armi sconosciute, come il missile che ha ucciso otto ragazzi, tre femmine e cinque maschi davanti alla Educational School dell'Unrwa, in pieno centro. Un ordigno che diffonde una pioggia di schegge piccolissime, taglienti come rasoi, di forma quadrata, dal lato di due o tre millimetri come quelle che brillano controluce, nella radiografia del braccio e del ginocchio di Adib al Rais, che si è salvato perché era all'interno del negozio. Il missile, all'impatto, ha provocato un buco sull'asfalto largo dieci centimetri e profondo trenta. Ma sul muro distante tre metri, sulle porte di ferro del piccolo supermercato e sui corpi delle vittime hanno infierito le schegge, grandi come coriandoli.

lunedì, 26 gennaio 2009

L’altro Obama – Intervista a W.Tarpley

Massimo Mazzucco Luogo Comune 24/1/2009

Webster Tarpley è il principale propugnatore della teoria che vede Barack Obama come un prodotto di laboratorio, coltivato per lunghi anni dal gruppo politico di Zbigniew Brezinsky, e ora impostoci alla Casa Bianca con una sofisticata operazione di “marketing ideologico”, in cui la facciata del “cambiamento” serve solo a coprire una realtà di aggressione imperialista ancora peggiore di quella che abbiamo vissuto negli ultimi otto anni.
Sotto Obama – secondo Tarpley – l’America riporterà in auge quella politica di destabilizzazione globale il cui scopo ultimo è demolire una volta per tutte l’impero russo. Non potendo attaccarlo militarmente, questa strategia prevede inizialmente la frantumazione del Pakistan – alleato-chiave della Cina in Asia – e poi la riduzione dell’afflusso di petrolio africano verso la Cina, per obbligare quest’ultima a rivolgersi ai territori siberiani, alla ricerca di petrolio, trovandosi così in conflitto diretto con la Russia.
In questa intervista Tarpley spiega anche che la chiave di volta di tutta l’operazione è quella di riuscire a mettere l’Iran contro la Russia stessa, attraverso un’alleanza di cui farebbe le spese Israele, che finirebbe per ritrovarsi fortemente ridimensionato sullo scacchiere medio-orientale.
L’intervista è liberamente riproducibile in rete, purchè resti intatta dall’inizio alla fine, e ne venga citata la fonte.
Scarica QUI l’intervista completa (60 min. - mp3 - 115 mb)

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"Questi non hanno speranza di morte e la loro cieca vita è tanto bassa che 'nvidïosi son d'ogni altra sorte".
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