Raniero La Valle Liberazione del 21/02/2009
La crisi del Partito Democratico

Il Partito democratico rischia di compiere un errore più grave di tutti quelli compiuti fin qui, e questo sarebbe definitivamente letale. Esso consiste nel ritenere che, accantonato Veltroni, si tratterebbe di continuarne la politica, di perseguirne ancora meglio "il progetto", di realizzarne "il sogno"; e al vederne la realizzazione sempre più lontana, l'errore starebbe nello scusarsi dicendo che per i grandi progetti ci vuole tempo, che bisogna non appiattirsi sull'oggi, come fanno i politicanti mediocri, anche se è proprio oggi che la casa brucia.
Credo che a Veltroni non si potrebbe fare offesa maggiore di questa: perché se il progetto era buono, tanto che proprio ora si potrebbe realizzare senza di lui, vuol dire che il disastro è avvenuto per colpa sua.
La stessa offesa si fece a Prodi, quando si è pensato che, tolto di mezzo lui, qualcuno sarebbe riuscito nella sua politica meglio di lui, mandando invece a fondo il Paese.
La verità è che "il progetto" è sbagliato, anche se il valore di Prodi e la seduzione di Veltroni lo hanno fatto apparire per un certo tempo attraente, fino all'inevitabile sconfitta; e neanche questa insegna qualcosa, se non viene imputata al progetto, ma sempre e soltanto a estranei infidi litigiosi e cattivi, come Bertinotti e Diliberto ieri, e Di Pietro oggi.
Il progetto sbagliato è quello dell'Italia bipolare, con due soli "grandi" partiti a contendersi il potere; e il sogno è che uno di questi due grandi partiti, capace di combattere e di vincere da solo, sia il Partito democratico.
Il progetto è sbagliato perché il suo presupposto è la riduzione della politica a gestione pragmatica e scorata dell'esistente, e la sua condizione è il leaderismo su cui convogliare le pulsioni emotive e ideali rimosse dalla politica. A questa riduzione e a questo cesarismo l'Italia non è pronta perché è stata patria di molte ideologie e passioni politiche, e perché dal fascismo è stata vaccinata contro il culto del capo. Neanche Berlusconi gode di culto, ma solo di piaggeria.
Questa è la vera ragione del tanto lamentato protrarsi della "transizione italiana"; quando questa dovesse concludersi secondo il suo verso, l'Italia sarebbe snervata, il fascismo potrebbe giocare di nuovo tutte le sue carte e Gelli avrebbe definitivamente ragione.
Questo esito non è quello previsto né voluto dai coltivatori del progetto. Essi hanno sbagliato sogno, hanno abitato il sogno di un altro. L'errore è stato un errore tipicamente cattolico, del tipo postridentino, in salsa secolare. Nella filiera di questo errore si trova infatti molto personale cattolico, anche avanzato, da Segni a Prodi a Parisi, a Tonini, a Ceccanti a Guzzetta. L'assenza di una sinistra cristiana ha impedito di vederlo. L'errore è quello di ritenere che se la contraddizione principale è quella tra bene e male, il mondo si divida in buoni e cattivi, e che a trionfare siano destinati i buoni. Così, divisa l'Italia in due parti, e costretti i cittadini a "premiare" una parte contro l'altra, l'idea è che a governare saranno i buoni. Veltroni ci ha aggiunto di suo che il Partito democratico ha la vocazione a riunire e a rappresentare in sé tutti i buoni, i quali lo voterebbero non per avere un governo secondo i propri gusti, ma per il gusto di avere in Italia, anche sconfitto, un partito così.
Senonché le cose non vanno affatto in tal modo. Come già aveva spiegato Sant'Agostino, gli uomini, e perciò i cittadini, non sono né completamente buoni né completamente cattivi, ragione per cui di lì a poco fu inventato il Purgatorio. In politica ciò vuol dire che bisogna tirare fuori il meglio degli uni e degli altri, ciò per cui ci vuole una cultura politica forte, capace di interpretare gli ideali e le speranze di molti, e un egocentrismo debole, cioè una virtù aggregativa sensibile al pluralismo e capace di alleanze oneste e ben congegnate con i diversi da sé. In termini istituzionali ciò vuol dire pluralità dei partiti come organi della società civile, rappresentanza delle diversità, proporzionale, centralità del parlamento.
Per il Partito democratico è avvenuto il contrario, perché ha avuto una cultura debole, residuata dall'abbandono della cultura marxista e della cultura cattolico-democratica delle due componenti che vi si sono dissolte, e ha avuto un narcisismo forte, presentando all'elettorato come un bene in sé il mandare via gli altri e il correre da solo.
Ora, per uscire dalla crisi, occorre semplicemente abbandonare il progetto e il sogno di un partito democratico come fine, e accettare l'idea di un partito democratico come strumento. In realtà l'ideale di "un grande partito riformista come in Italia non c'è mai stato", non fa sognare nessuno. Perché la situazione cui è pervenuta l'Italia e l'intera comunità mondiale è così critica, che non qualche ritocco riformista, ma una vera rivoluzione sarebbe necessaria, cioè una conversione delle dottrine e dei cuori. E finché tale rivoluzione non sarà possibile, o non sarà imposta dagli stessi eventi, la cosa più progressista che si può fare è di conservare e sviluppare le conquiste già ottenute lottando strenuamente contro il loro rovesciamento e contro la regressione al passato.
E se nuove culture forti non sono all'orizzonte (né a quello laico né a quello religioso), una cultura forte di cui può dotarsi il Partito democratico esiste già, ed è la cultura dei diritti; non una cultura d'occasione, ma una cultura sistemica, capace di produrre un nuovo modello di Stato e una nuova democrazia delle nazioni; e per capire di che cosa si tratta basta leggere i "Principia iuris" di Luigi Ferrajoli.
Se il Partito Democratico avrà una cultura forte e tornerà in società (nella società delle altre famiglie politiche, a cominciare da quelle alla sua sinistra), potrà riprendere vita, e dare vita al Paese. Altrimenti sequestrando e paralizzando la sinistra dello schieramento bipolare, edificherà con le sue mani le basi di un lungo potere della destra, come inevitabile destino dell'Italia. Ma non era proprio questo il vero progetto della "seconda Repubblica"?

Ripensare Marx 27 febbraio 2009
Fortunatamente l’epopea dei partitini comunisti in Italia sembra essere definitivamente arrivata al capolinea. La rissosità delle varie correnti e dei suoi leaders, gli estremismi infantili e meramente estetici, le scissioni a catena, i tatticismi vacui e pretestuosi, sono soltanto piccoli e fastidiosi detriti sfuggiti all’impietosa polverizzazione operata dalla mola della Storia. Nonostante sia lapalissiano che un’epoca si sia del tutto conclusa, questi poveri decerebrati continuano a cianciare di rifondazioni comuniste, di occupazione degli spazi di emancipazione, di ritorno alle origini, di libertà civili e bla bla bla bla….
Potrei farvi un programma comunista in soli cinque minuti, inanellando i soliti luoghi comuni sul mondo che cambia e sulla necessità che i comunisti siano partecipi di questo cambiamento, aggiungendovi, ad ogni punto programmatico, le consuete e consunte paroline magiche che fanno tanto radicalismo clamoroso, utile solo ad infervorare i pochi militonti rimasti: recupero della conflittualità nella società e nei luoghi di lavoro, antagonismo di classe, centralità del mondo operaio, antiglobalizzazione, e via vaneggiando all’infinito.
Una vera e propria passerella degli zombies e degli orrori, una bottega di anticaglie inservibili da vendere, a carissimo prezzo, a quei poveri di spirito (la bbbbbbbbase) che hanno tanta buona fede e sempre poca volontà per rimettersi a pensare.
In questi anni ne abbiamo viste davvero di tutti i colori, con predominanza della tonalità rosso-vergogna. Ancora qualche mese fa Paolo Ferrero, nuovo segretario di Rifondazione Comunista, era afflitto da un dubbio amletico: candidare o no Vladimir Luxuria alle europee?
Poveretto Paolo, mentre lui si ingarbugliava nella “contabilità elettoralistica”, per una possibile resurrezione parlamentare, perché “tiene partito” oltre che famiglia, la signorina Luxuria aveva in mente esclusivamente lo star system e le passerelle modaiole di Valeria Marini, già amica del cuore di Sir Fausto Bertinotti. A questo sono ridotti i comunisti in Italia e vorrebbero pure essere presi sul serio.
Proprio non ne hanno a sufficienza quelli che ancora pretendono di essere “comunisti”? La domanda che si pone La Grassa non è poi così retorica. Questi qui non si faranno mai da parte finché qualcuno non si deciderà ad organizzare una vera e propria pulizia etnico-identitaria contro di loro. I nostri compiti sarebbero abbastanza chiari ma non si vede all’orizzonte la formazione di quel blocco sociale capace di agire come una ruspa per sgombrare definitivamente il campo da tutti i rimasugli del passato, aprendosi finalmente un varco verso la nuova fase.
di G.P. Ripensare Marx 24 febbraio 2009
E’ vero che gli americani ci hanno sempre definiti i neri dalla pelle più chiara, ma questa nuova moda italica, dell’abbronzatura politico-mediatica, comincia ad essere davvero stucchevole.
Dopo lo “s-barack-kamento” di Veltroni - il quale più anelava a ripercorre l’ascesa e le gesta dell’attuale Presidente degli USA (descritto da qualcuno che lo conosce bene come un gran “realista”, legato ai principali gruppi della Finanza americana) e più si avvicinava a Nando Mericoni (il personaggio di Albero Sordi nel film “Un americano a Roma") - ecco che, da Firenze con tremore, arriva l’ennesimo frutto acerbo della “Obamania” culturale, lanciata in Italia dall'ex perdente di successo (oggi solo perdente) Uolter.
Questi qui, dopo gli stornelli romani e lo spargimento a go-go dei buoni sentimenti veltroniani, vorrebbero infinocchiarci con la “supercazzola brematurata” e lo “scappellamento a centro-sinistra”, il che farà sicuramente effetto tra gli stolti identitari che assiepano le sezioni del PD, ma che di certo non servirà a gabbare ancora una volta gli elettori italiani, i quali continueranno a suonargliele di santa ragione in ogni tornata elettorale.
E le dichiarazioni di Renzi (prossimo candidato del PD alle elezioni comunali di Firenze) raccolte qua e là su internet, oltre che rappresentare un ennesimo esercizio di maanchismo di bassa lega, sembrano davvero una supercazzola, con tanto di “terapia tapioco che stuzzica, che brematura anche. Ma allora io le potrei dire anche con il rispetto per l'autorità (ci mancherebbe, il rispetto per l’autorità prima di tutto, insieme a quello per la Costituzione verso la quale noi tutti ci prostriamo dando il culo al futuro) che anche soltanto le due cose come vice-sindaco, capisce?” (conte Mascetti-Tognazzi vero ispiratore di Renzi, non quale vice-sindaco ma addirittura sindaco!)
Certo che capiamo! Capiamo che più imbecilli di così non si può! Leggere e sentire per credere. Il neo candidato sindaco di Firenze ne ha già dette di tutti i colori, con predominanza del “rosso vergogna”, amplificando le sue banalità con l’uso della rete.
E allora vi propongo l’articolo di Marcello Foa, che per primo ha raccontato lo spessore politico di questo novizio attore della politica di sinistra.
Nel frattempo noi ci prepariamo a mandare “gli ispettori tombali” a Firenze, perché ne avranno presto bisogno.
Articolo di Marcello Foa (fonte Il Giornale)
Il settimanale americano “Time” non ha dubbi: Matteo Renzi è l’Obama italiano, l’uomo su cui il Partito democratico deve puntare per rinascere dopo il fallimento di Veltroni. Renzi è il presidente della Provincia di Firenze ora candidato sindaco. “Time” lo descrive così: ha fatto largo uso di Internet e Facebook per riuscire a trionfare alle primarie. E, come Obama, Renzi ostenta un atteggiamento pragmatico nei confronti della politica. «Sono un politico, non faccio miracoli - ha detto spesso - Ho solo cercato di lavorare ogni giorno un pò meglio». Figlio di un piccolo imprenditore toscano, Renzi è un cattolico praticante ma ha già dichiarato che non permetterà al Vaticano di «guidare la sua politica». Secondo “Time” rispetto al presidente americano Renzi è qualche volta «turbolento» ed ha ancora «una faccia da bambino».
Incuriosito, sono andato a cercare qualche video su You Tube. Ne ho trovati subito due, prodotti dallo stesso Renzi. L’astro nascente del Pd ritiene che Firenze ”debba puntare in alto, ma anche in basso“, che le “elezioni sono una sfida vinci o perdi e non ammettono pareggi”; seduce gli elettori affermando”che la città è gelosa del proprio passato e innamorata del proprio futuro“, ma “deve fare un salto di qualità“. Renzi stringe le spalle quando gli dicono che hanno costruito una nuova moschea “perchè tanto a Firenze ce ne sono tante” e ci illumina affermando che il più grande politico di tutti i tempi è Bob Kennedy (ma probabilmente voleva dire John Fitzgerald Kennedy). Il suo attore preferito è Jack Nicholson, e il film più gradito Blade Runner. La canzone prediletta? Naturalmente made in Usa.
Insomma, un vero “Americano a Firenze”, degno, più che di Obama, del miglior Veltroni. Ma giudicate voi stessi. Ecco i video:
YouTube Direkt
Che fiuto “Time” e che futuro, il Pd… Non c’è davvero nulla di meglio nel vivaio dell’Italia progressista?
Leonardo Mazzei Antiimperialista 18 Febbraio 2009
Niente poteva salvarlo
Eravamo stati facili profeti: neppure la legge salva-Veltroni, la caritatevole ciambella di salvataggio lanciatagli da Berlusconi con le nuove regole per le europee (vedi La porcatissima), poteva salvarlo. Le europee le vedrà da casa e nessuno lo rimpiangerà. O forse qualcuno sì: l’inquilino di Palazzo Chigi pare infatti assai turbato dalla prematura dipartita di un così utile “avversario”.
Un simbolo
Eppure Veltroni è stato un simbolo.
Da direttore dell’Unità tentò il rilancio del giornale fondato da Gramsci con la vendita delle figurine Panini. Fra i più convinti a saltare il fosso dopo l’89, ebbe la spudoratezza (o la sincerità?) di dire che “non era mai stato comunista”. Fu vicepresidente del primo governo Prodi (1996-1998), quello dei sacrifici di “sinistra” per l’euro. E quello dell’euro fu per lui un successo da decantare negli anni successivi.
Uscito di scena Prodi (ottobre 1998), effettuò uno scambio in corsa con D’Alema. Lui andò a fare il segretario dei Ds, D’Alema il primo ministro bombardatore della Jugoslavia. Mentre la Nato strangolava quel paese, Veltroni non fece mancare il suo appoggio organizzando una manifestazione a favore di quella guerra (aprile 1999), definita – come usava orrendamente allora – “umanitaria”.
Dopo il fallimento di D’Alema, e mentre si avvicinavano le elezioni politiche del 2001 con la previsione della vittoria di Berlusconi, il valoroso condottiero se la diede a gambe. Anziché affrontare l’avversario da segretario del principale partito del centrosinistra, cercò un posticino al caldo come sindaco di Roma. E qui si realizzò un altro scambio in corsa, questa volta con Rutelli: lui al posto del “bamboccione” alla guida della capitale, l’altro al posto suo a prendere le botte dal centrodestra vittorioso alle politiche.
Insomma, neanche un giorno da disoccupato nonostante le perdite inflitte alla ditta.
Da segretario dei Ds fu protagonista del congresso del 1999, in cui ci lasciò queste due perle: “Comunismo e libertà sono inconciliabili”, “Il Novecento sta finendo e noi lo consegniamo volentieri alla storia”.
Da sindaco di Roma divenne famoso più che altro per le notti bianche e le feste del cinema, con il simpatico corollario di spese non proprio esigue che andavano a rimpinguare l’allegro debito miliardario della capitale.
Una carriera del genere sarebbe già stata più che sufficiente a farne un simbolo: quello della degenerazione e della scomparsa della sinistra. Intendiamoci, degenerazione e scomparsa non sono fatti solo italiani, ma il caso italiano merita una certa attenzione. Certo, sarebbe ingiusto addossare a Veltroni responsabilità che appartengono ad un’intera classe politica. Ma sarebbe altrettanto ingiusto non vedere nella persona di Walter Veltroni i segni distintivi più caratterizzanti di questa degenerazione.
Riconosciamolo allora come simbolo, e seguiamolo nelle sue mosse successive dove darà il meglio di se.
La chiamata divina
Le sue gesta romane si interruppero con la chiamata (primavera 2007) del nascente Partito Democratico: la credibilità del centrosinistra stava andando a picco ed i principali azionisti (Ds e Margherita) avevano perciò deciso di cambiare nome alla ditta. Una bella fusione (il Partito Democratico) da mettere nelle mani di un nuovo amministratore delegato.
Veltroni fu scelto – vedi che la comodità di certi posti al calduccio viene quasi sempre utile – proprio in virtù della sua sostanziale “estraneità” alle scelte politiche che avevano riportato Prodi al governo nel 2006. Il suo arrivo alla guida del Pd era dunque un segnale di rottura, il “nuovo” (fa ridere, ma è così) con il quale ci si preparava a fare le scarpe al bofonchiante Prodi.
Nel frattempo – il lupo perde il pelo ma non il vizio – si preparava un altro scambio in corsa, ancora una volta con Rutelli. C’era infatti da lasciare la poltrona di sindaco di Roma, ma colui che l’aveva già occupata per due mandati (1993 – 2001) era pronto a riprendersela lasciando la vice presidenza del Consiglio dei ministri. Poi qualcuno si chiede come mai sia entrato nell’uso comune il termine “Casta”...
La chiamata alla guida del Pd ebbe una preparazione mediatica straordinaria: in arrivo non c’era un segretario, ma un “salvatore”. Ed il messia prese il suo posto il 14 ottobre 2007 nelle finte (visto che volutamente non c’erano veri competitori) primarie indette per la sua incoronazione. Di lì a poco la situazione prese a precipitare, la maggioranza che sosteneva Prodi si incrinò sempre più fino all’implosione del gennaio 2008.
Il resto è storia recentissima: la scelta di rompere con la sinistra della coalizione sfidando Berlusconi in una lotta persa in partenza, l’illusione di un bipolarismo bipartitico, la perdita di Roma (a volte negli scambi in corsa ci si rompono le ossa...), l’incapacità di svolgere un minimo di opposizione, la crisi di credibilità, l’emersione della corruzione “democratica” (vedi Il partito dei cacicchi), l’impossibilità di gestire le primarie in periferia, fino all’uno-due delle regionali in Abruzzo ed in Sardegna.
Nel mezzo l’illusione della passeggiata romana di ottobre (vedi Ridiamoci su) che aveva il vantaggio di poter giocare non su numeri contati, come alle elezioni, bensì su numeri dichiarati e fantasiosi, come da tempo avviene per le manifestazioni.
A questo punto ci sono ancora dei dubbi sul fatto che Walter Veltroni deve essere assolutamente riconosciuto come simbolo della degenerazione e scomparsa della sinistra in Italia?
L’autobiografia della sinistra
Se Silvio Berlusconi non è un accidente della storia ma l’autobiografia di una nazione, e temiamo che sia proprio così, perché non vedere il percorso di Walter Veltroni come l’autobiografia della sinistra di questa stessa nazione?
Con Veltroni l’americanizzazione della politica non è stata solo praticata, è stata anche lungamente teorizzata e preparata. Il Pd non è certo l’unico partito atlantico del nostro continente, ma è l’unico che ricalca anche nel nome uno dei due partiti del sistema americano. Le stesse primarie, dalle quali stanno venendo fuori non a caso personaggi tipici dell’estrema personalizzazione della politica (vedi Firenze), sono un prodotto doc del Pd italiano che non ha riscontro in nessuna altro paese europeo.
Ma dove il Pd ha fallito completamente è stato l’approccio alla crisi economica. Una crisi imprevista, che ha visto il partito rimanere muto ed incredulo, limitandosi a dire qualcosa sull’inefficacia delle risposte del governo. Ma se non è difficile concordare su quest’ultimo punto – le ricette del governo Berlusconi sono veramente penose oltre che inique – resta il fatto che la crisi non è italiana bensì mondiale, che le fondamenta del sistema capitalistico ne sono scosse, che le terapie adottate dai governi (non solo quello italiano) fanno acqua da tutte parti, limitandosi a trasformare una quota dell’enorme debito privato in debito pubblico, con quali conseguenze future non è difficile immaginare.
La crisi ha messo a nudo il Pd, più degli scandali, più della strutturale incapacità di fare opposizione.
Essendosi lasciati alle spalle ogni idea di società diversa, avendo ridotto la politica a governance, la democrazia a rito elettorale, peraltro ben sterilizzato da leggi sempre più antidemocratiche (e Veltroni è stato un vero campione del maggioritario), al Pd non è rimasto niente da dire, al punto da presentarsi come super partes non solo tra Cgil e Cisl-Uil, ma tra Cgil e Confindustria.
Insomma, di fronte alla crisi niente. E’ un po’ troppo anche per un partito come il Pd.
Ed anche questo ci parla dell’autobiografia di una sinistra che ha smesso di guardare in faccia il capitalismo reale. Certo, qualcuno vorrà farci notare che c’è anche un’altra sinistra. Ce ne occuperemo a tempo debito. Magari ce ne occuperemmo un po’ più volentieri se quest’ultima smettesse di correre dietro al Pd, ma siamo certi che con la caduta di Veltroni quella corsa riprenderà con più slancio. Ed allora: “chi è causa del suo mal pianga se stesso”...
Cosa aspettarsi?
L’uscita di scena di Veltroni lascia in campo un bipolarismo zoppo. Da qui la preoccupazione berlusconiana. Preoccupazione che ha anche un altro motivo: se è naturale che la crisi economica abbia investito per primo il Pd, non fosse altro per la sua totale inconsistenza come forza di opposizione, non c’è dubbio che nei prossimi mesi essa scuoterà proprio le forze della maggioranza governativa. Il bipolarismo zoppo non va bene dunque neppure alla gamba più forte.
Guardando all’Europa viene in mente – fatte sempre le debite differenze – la situazione francese, dove la vittoria di Sarkozy ha portato ad una crisi senza fine del Partito Socialista. Una crisi che non ha toccato ancora il fondo, come ben difficilmente le dimissioni di Veltroni rappresenteranno il fondo della crisi del Pd. Chi scrive è anzi convinto che per i “democratici” il peggio debba ancora venire.
Una linea politica è stata sconfitta, ma forse ce n’è un’altra in grado di imporsi? E c’è una leadership in grado di proporla e praticarla? Se l’alternativa è il privatizzatore Bersani nel ruolo di facente funzioni di Massimo D’Alema possiamo immaginarci come andrà a finire...
Vedremo quali saranno i prossimi sviluppi, ma la crisi incombe e per riproporsi come gamba fondamentale del sistema bipolare i “democratici” dovranno correre, rischiando così di rompersi l’osso del collo. Corre forte chi è ben allenato, chi ha forze giovani, chi è in grado di darsi una meta, chi è incitato da sostenitori convinti. Tutte cose che mancano all’accozzaglia chiamata Pd.
Lo sbandamento è così grande che il solito manettaro molisano – pensate, forte di un 5% (cinque) alle regionali sarde! – ha ritenuto di autocandidarsi alla guida del centrosinistra. Ed anche questo ci conferma che il bello (“bello” o “brutto” è questione di punti di vista) deve ancora arrivare.

Marco Cedolin Luogo Comune 18/2/2009
Le dimissioni di Walter Veltroni che dopo 16 mesi abbandona la guida del PD, all’indomani della cocente sconfitta nelle elezioni regionali in Sardegna, rappresentano per molti versi il terminale inevitabile di una pessima operazione di “marketing politico”, iniziata con l’ormai famoso discorso d’investitura tenuto al Lingotto di Torino e naufragata mese dopo mese, elezione dopo elezione, fino ai disastrosi risultati che sono ormai sotto agli occhi di tutti.
Il totale sfascio di un progetto politico come quello del PD si presta naturalmente a molte chiavi di lettura e per forza di cose non può essere attribuito unicamente alla leadership di Veltroni, così come alla notoria propensione ad accapigliarsi fra loro manifestata dalle molteplici correnti del partito. Senza dubbio Veltroni non ha mai dato l’impressione di avere il carisma e l’autorità necessaria per guidare una formazione politica scarsamente omogenea e perennemente in balia delle lotte di potere, ma l’intera “operazione PD” è parsa fin da subito una scommessa persa, che sembra quasi nata con il fine di creare i presupposti della sconfitta.
Il PD fin dal momento delle primarie farsa, create per eleggere un segretario già eletto da tempo, è sempre stato un partito ombra. Un partito impegnato a scimmiottare ora Berlusconi, ora il modello americano, totalmente incapace di assumere delle posizioni politiche alternative rispetto a quelle del proprio avversario. Un partito con la velleità di essere vicino ai lavoratori, ma anche a Confindustria, amico dell’ambiente ma anche dei cementificatori, difensore dei giudici ma anche di chi attacca i giudici, preoccupato per gli italiani che non arrivano a fine mese ma anche per gli interessi di chi costruisce profitto sulle loro spalle, favorevole alla pace ma anche alle missioni di guerra. Tutto ed il contrario di tutto, all’interno di un minestrone proposto sulle note orecchiabili di “Yes we can” e totalmente privo di contenuti, appiattito sugli intoccabili dogmi del neoliberismo, arrancando sul terreno di Berlusconi per ritrovarsi, come un’ombra, sempre un metro indietro rispetto al proprio avversario.
Dopo le elezioni e la sconfitta elettorale il PD ha continuato la propria parabola discendente anche all’interno del Parlamento, manifestandosi completamente incapace di abbozzare una qualche forma di opposizione e finendo per calarsi ogni giorno di più nel ruolo di partito ombra della maggioranza, funzionale a validare le scelte, spesso scellerate, portate avanti dall’esecutivo. Mai durante quasi un anno il partito di Veltroni è stato pervaso da un qualche moto di orgoglio, mai è riuscito a trovare argomenti per contrastare l’azione del governo che prescindessero dalla sterile diatriba di facciata, mai ha tentato di farsi interprete del profondo malessere che attraversa larga parte dell’opinione pubblica. Perfino Antonio Di Pietro, la posizione del cui partito è da sempre allineata con gli interessi dei poteri forti, grazie all’ombra esercitata dal PD, ha trovato il modo di emergere in parlamento come l'unico partito di opposizione, dal momento che anche qualche svogliato mugugno finisce per sembrare un urlo qualora proferito nel silenzio più assoluto.
Proprio il silenzio, carico di condiscendenza, e l’incapacità di fare opposizione nei confronti di un governo con il quale condivide larga parte del proprio programma, hanno determinato la continua emorragia di consensi che ha portato il PD alle dimissioni del suo segretario pochi mesi prima dell’appuntamento con le elezioni europee ed amministrative. Elezioni che con tutta probabilità vedranno il consenso del PD in caduta libera, dimostrando il totale fallimento di un’operazione di marketing politico che ha generato una “creatura” incapace sia di governare che di fare opposizione e pertanto assolutamente priva di qualsiasi utilità.
Berlusconi naturalmente ringrazia e dopo il successo regalatogli da Romano Prodi si appresta a raccogliere anche l’omaggio di Walter, a vincere facile dopo un po’ ci si prende gusto.
Il filosofo francese Georges Labica, specialista nella storia della teoria marxista, militante anticolonialista e profondo conoscitore del mondo arabo, è morto giovedi a causa di una emmoragia cerebrale. Lo ha rivelato pubblicamente oggi, sabato (14 febbraio), la sua casa editrice "Les temps des cerises". Labica era nato nel 1930, fu professore in diverse università francesi ed ha insegnato filosofa politica all'università di Paris X. E' autore di numerose opere come Democrazia e Rivoluzione, Teoria della violenza e L'Opera di Marx un secolo dopo. Ha co-diretto il Dizionario del Marxismo. (...)
Massimo Mazzucco LuogoComune 13/2/2009
È finita la luna di miele fra Barack Obama e il sogno di riuscire a mandare avanti il paese con quell'appoggio realmente “bipartisan” che il presidente ha detto di voler cercare sin dal primo giorno della sua candidatura.
Dieci intense giornate di manovre e contro manovre, una legge sul rilancio economico che è andata e tornata più volte fra Camera e Senato, e alla fine Obama si è ritrovato a veder passare il suo “stimulus package” da 800 miliardi di dollari, con l’appoggio di tre repubblicani soltanto.
Questo non ha rappresentato un problema rispetto alla maggioranza numerica, che è nettamente dalla parte democratica, ma ha rappresentato uno smacco notevole per il neo-presidente, che ha dovuto lottare, paradossalmente, più con i suoi democratici che con gli stessi repubblicani.
È stata infatti Nancy Pelosi, capo del gruppo democratico alla Camera, a infarcire la nuova legge con così tanti progetti di tipo "sociale", che ha finito per rendere impossibile ai repubblicani di convergere su di essa, senza scavarsi la fossa a casa loro, per la rielezione.
I parlamentari americani infatti raramente votano secondo coscienza, mentre lo fanno quasi sempre in ragione della reazione che avranno i cittadini del proprio stato, che li hanno eletti, e che li aspettano al varco al turno seguente.
Era molto difficile quindi, per un repubblicano, votare un progetto di legge che contenesse miliardi di dollari destinati a ospedali o scuole pubbliche, quando sappiamo bene che i repubblicani, se solo potessero, ne farebbero a meno del tutto.
A loro volta i democratici non vedevano l'ora di tornare a casa ed esibire come trofeo qualche centinaio di migliaia di dollari ottenuti per la scuola locale. Ma una coperta che abbondi da ambeduie i lati non l'hanno ancora inventata, e Obama l'ha imparato sulla propria pelle.
In realtà la sua l'idea non era malvagia: investire pesantemente nelle infrastrutture - scuole, ospedali, uffici pubblici, ponti, autostrade - visto che questo può dare lavoro immediato a qualche milione di disoccupati, mentre i frutti di questo investimento tornerebbero comunque a vantaggio della nazione, nel corso del tempo.
Ma i repubblicani, come sappiamo, hanno la vista corta, e a loro del futuro, da dopodomani in poi, interessa molto poco. Alla fine Obama ha costretto la Pelosi a rinunciare ad alcuni dei suoi "sogni nel cassetto”, ma ha incassato soltanto 3 voti da parte dei senatori avversari.
Uno di loro, Arlen Specter, ha detto di essere perfettamente cosciente che questo voto gli costerà la rielezione, a casa propria. (In fondo, Specter può anche permetterselo: è in pista dal 1963, quando inventò la teoria del “proiettile magico” che riuscì a salvare la Commissione Warren da una figuraccia, dopo che si era ritrovata con soli tre proiettili in mano, un assassino che non sapeva sparare, e almeno una dozzina di ferite da spiegare).
Alla domanda dei giornalisti, che gli chiedevano un commento su questo evidente fallimento della strategia bipartisan, Obama ha risposto che "ci vuole tempo. È difficile togliere alla classe politica certe abitudini che si trascinano da decine di anni, ma la strada rimane quella, e con il tempo ci riusciremo”.
Ma Obama da oggi viaggia con i piedi ben piantati per terra, e se non starà più che attento, nel fare mosse troppo ambiziose, l'uomo che voleva tornare a legalizzare la cannabis rischia di venire “fumato” dai suoi colleghi come una sigarettina qualunque.
«Il risultato delle urne allontana la pace con i palestinesi»
Il volto d’Israele uscito dalle urne. Vincitori e vinti. E un futuro nel segno dell’incertezza politica. L’Unità ne ha discusso con il più autorevole tra gli storici israeliani: Zeev Sternhell, docente di Scienze Politiche all’Università ebraica di Gerusalemme, autore di numerosi saggi tra i quali «Nascita di Israele. Miti, storia, contraddizioni» (Baldini Castoldi Dalai). Sternhell - che pochi mesi fa ha subito un attentato da parte di un gruppo dell’estrema destra israeliana - non nasconde il suo pessimismo: «Per quanto riguarda la pace con i palestinesi - afferma - quale che sia il governo che si formerà, non potranno esserci seri progressi». E sul crollo del Labour, annota: «I laburisti continuano a pagare il prezzo di una perdita di identità e del venir meno di quella rendita di posizione elettorale che gli derivava dall’essere percepito come il partito "anti-Likud"».
Professor Sternhell, come è possibile che Israele si trovi di nuovo, il giorno dopo le elezioni, senza una direzione politica sicura?
«Purtroppo questo è un problema strutturale nella democrazia israeliana, aggravato oltretutto dalla poca chiarezza del sistema che – in una situazione come quella scaturita dalle elezioni di ieri (martedì, ndr.) - lascia la possibilità di formare il governo sia a Netanyahu che alla Livni. E né l’uno né l’altro potranno presentare un governo in grado di confrontarsi veramente con le sfide di fronte alle quali si trova Israele. Buona parte di questo risultato è frutto di un sistema problematico e che esiste oggi solo in Olanda. Per quel Paese – dove sono vissuto per un anno e dove ho constatato che in tempo di elezioni i cittadini erano a malapena coscienti del fatto che si doveva andare a votare – va bene. Ma per Israele, no. È un sistema che ha il pregio di voler dare voce a tutti i settori della società ma che crea una frammentazione politica quasi ingestibile. Il sistema della elezione diretta del primo ministro è stato provato e si è visto che non è adatto per Israele, ma ci sono fra questo e il sistema presente, molte possibilità intermedie che vanno seriamente studiate. Il problema è che una riforma elettorale seria e che restringa il numero dei partiti, dovrebbe essere studiata, preparata e approvata da quegli stessi parlamentari che potrebbero poi esserne colpiti. Coloro che sono disposti a mettere in forse una loro futura rielezione alla Knesset, non sono poi molti».
In ogni caso, che significato ha il voto del 10 febbraio per il domani di Israele?
«Per quanto riguarda la pace con i palestinesi, quale che sia il governo che si formerà, non potranno esserci seri progressi: ci saranno sempre quelli che vorranno, quelli che non vorranno e quelli che non potranno. È triste, ma d’altra parte ciò rispecchia la società israeliana odierna: sa di avere grandi problemi, ma non sa decidersi chi dovrà risolverli e come; vuole in grande maggioranza la pace, ma non è disposta a dare carta bianca per far pagare il prezzo necessario per conseguirla. Saremo quindi costretti a continuare a stare nella stessa piccola palude dove lo spazio è molto ristretto. Non che questo sia così diverso da tanti altri Paesi, Italia compresa; ma nessun Paese al mondo si trova di fronte a problemi esistenziali come quelli di Israele.
Si temeva un calo della sinistra, ma è avvenuto un vero e proprio crollo. Come lo spiega?
«Per quanto riguarda il Meretz (la sinistra sionista, ndr.), ha commesso un fatidico errore: quello di volersi presentare come "Nuovo Movimento" laddove non c’era niente di nuovo e sicuramente non si trattava di un movimento. Gli elettori non hanno trovato alcun motivo valido per votare un partito che nella migliore delle ipotesi era la coda del partito laburista. Da parte sua, il Labour continua a pagare il prezzo di una perdita di identità e del venir meno di quella rendita di posizione elettorale che gli derivava dall’essere percepito come il partito "anti-Likud". Al di là della indubbia crisi di leadership, lo spostamento di voti degli ultimi giorni è stato in funzione della volontà di molti di bloccare la crescita della destra, soprattutto di Lieberman. Non è più il Labour ad essere percepito come baluardo contro la destra, bensì il Kadima di Tzipi Livni. Ma al di là del rammarico per il crollo dei partiti di sinistra, devo dire che il ragionamento dell’elettorato è stato del tutto logico: rafforzare Kadima, nella attuale congiuntura politica, è stato l’unico modo per mettere Netanyahu in difficoltà, rendendogli quasi impossibile qualsiasi alternativa di governo che preveda solo la destra. È stato in fondo un calcolo intelligente e maturo di un elettorato di sinistra che ha preferito spostare e concentrare le forze più al centro per arginare la destra rappresentata da Netanyahu. E il Partito laburista è stato quello che ha pagato il prezzo maggiore per questa operazione».
U.D.G. Unità 12.02.2009

G.P. Ripensare Marx 13 febbraio 2009
"Durante Tangentopoli accadde un fatto che merita di essere sottolineato. Premesso che non voglio denigrare la Magistratura nel complesso, perché la gran parte dei magistrati sono persone per bene [oserei dire, non proprio la gran parte, ndr] va detto però che c'erano, anche a causa delle correnti, delle protezioni che gran parte della Magistratura aveva avuto dalla sinistra, dal centro sinistra. Era un po' restia ad andare fino in fondo quando si toccavano i caimani o quando c'erano da toccare dei caimani di diverso colore, se mi si consente ancora questa espressione, o dei caimani interni" (Clementina Forleo).
Parole di magistrato…un po’ in ritardo rispetto ad una lezione storica che ormai passa silenziosamente di bocca in bocca, e che si tramanda di orecchio in orecchio, da qualche lustro.
La Storia ha bisogno di tempo per emettere le sue sentenze inappellabili ma quando queste arrivano, e, per giunta, così in anticipo rispetto ad una “normale” decantazione degli avvenimenti passati (che generalmente è nell’ordine di qualche generazione) vuol dire che il limaccio sta ben oltre il livello più alto della sentina.
Tuttavia, una sentenza storica non significa nulla se mancano i soggetti sociali e politici in grado di rendere esecutiva la punizione (una dose letale di calci nel culo a questi governanti), e poter così meglio traghettare l’Italia nella difficile fase che si va ad aprire.
Chissà perché la “coraggiosa” magistratura (entriamo nel campo delle congetture retoriche) si sia risvegliata repentinamente, dal suo torpore primo-repubblicano, solo allorquando gli equilibri internazionali erano già inesorabilmente saltati e gli intoccabili della politica - i protagonisti di una stagione lunga quasi mezzo secolo – perdevano di credibilità, dopo la fine del dualismo (freddo o caldo che fosse, a seconda dei gusti) tra superpotenze egemoni, che aveva avvantaggiato a lungo la loro gestione dello Stato.
Tangentopoli ratificò il cambiamento dello scenario politico italiano per via penale, grazie al lavoro servile del tanto lodato pool di Milano (mani troppo pulite e schiena eccessivamente ricurva per appartenenti alla razza Sapiens-Sapiens) nonché alla disponibilità, a coprire il vuoto istituzionale che di lì a breve si sarebbe determinato, da parte dei nematodi viscidi del Partito Comunista, i quali non ebbero alcuna remora a rinnegare il loro passato, presentandosi al grande pubblico come la soluzione migliore per rinnovare “le istituzioni”.
Tutti questi vermi dimenticarono presto di esser stati comunisti, ed alcuni fecero persino pubblica abiura giungendo a mostrar vergogna per una tradizione che avevano solo cavalcato a fini carrieristici. Ma il senso di ripugnanza si addice più al loro presente che non ad un passato, comunque nobile, che non gli è mai appartenuto realmente.
Dopo il terremoto giudiziario denominato “Mani Pulite” il popolo ingenuo si aspettava un altro rinascimento italico, ignaro che i grandi capi della Repubblica erano già in fila sul Britannia laddove, per poco amor patrio e tanto amor proprio, veniva messo all’asta il futuro della Nazione.
Svalutazione della lira, smembramento delle grandi imprese nazionali, privatizzazioni a manetta, riforma degli assetti economici e politici: Bazar Italia, tutto al prezzo giusto cioè in svendita.
Ma l’operazione di capovolgimento politico si realizzò solo in parte, come ribadisce Forlani in un’intervista rilasciata a Il Giornale di oggi: “[La strategia era] quella di una radicale contrapposizione al pentapartito, cavalcando l’onda che doveva portare a equilibri politici diversi. Ma le cose non sono andate secondo le loro previsioni: arrivò Berlusconi”.
Già, sempre lui, l’uomo nero di Arcore, il Cavaliere catodico che per via televisiva ha impedito alla “giustizia proletaria” di trionfare una volta per tutte.
Come ha ribadito La Grassa, nel suo articolo di ieri, l’antiberlusconismo è l’unico cemento unitario che tiene insieme questa accozzaglia di sinistrati senza programmi né idee. Essa vive solo perché alimentata dalla GF&ID, la parte più parassitaria del capitalismo italiano, quella che sta determinando l’attuale sfascio nazionale che la crisi aggraverà di molto. Sarebbe ora che qualcuno, con più coraggio e più senso della libertà nazionale, si muovesse prima che i caimani addentino pure le ossa della nostra "povera patria".




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