Roma 30 marzo 2009
RAINews24
Gilad Shalit, il caporale israeliano catturato il 25 giugno 2006, dai miliziani palestinesi nella Striscia di Gaza sarà cittadino onorario di Roma.
Lo ha annunciato il sindaco Gianni Alemanno, preannunciando la presentazione di "una mozione" al Consiglio comunale di Roma.
(AGI) - Roma, 30 mar.
Benjamin Netanyahu "potra' essere l'uomo della pace". Ne e' convinto il ministro degli Esteri Franco Frattini che, parlando con i giornalisti a margine della cerimonia di premiazione in occasione delle celebrazioni dei 60 anni di Israele, ha spiegato: "il suo pragmatismo lo ha dimostrato in altre occasioni, nessuno avrebbe mai detto che Sharon avrebbe smantellato gli insediamenti ma lo ha fatto".
Per Frattini, "dobbiamo incoraggiare il nuovo Governo israeliano a fare del 2009 l'anno della pace."
Alla domanda se dovesse sentirsi imbarazzato nell'incontrare il prossimo ministro degli Esteri israeliano Avidgor Lieberman ha risposto: "non sono per niente imbarazzato, l'ho gia' incontrato a Bruxelles e mi colpi' una frase 'se dovesse servire me ne andrei dal mio insediamento abusivo', uno cosi' non puo' che voler la pace".
Qualche domenica fa ci eravamo meravigliati di veder partire (?) sul Tg1 delle 13,30, una rubrica di stroncature, “Libri da non leggere”, all’interno di Benjamin, l'ultraveloce rassegna settimanale, curata da Gianni Riotta. E culminata, appunto, nella demolizione di due libri di Canfora, pubblicati dalla potentissima Laterza. Casa editrice che prima di inviare i libri per recensione richiede due lettere di presentazione. Dopo di che se esce una recensione negativa ti confina nel libro nero. E se non è così, poco ci manca.
Bene, dicevamo, un sussulto di orgoglio: Riotta si è svegliato. Dal momento che - e lo sappiamo per esperienza personale (purtroppo) - le rubriche, diciamo così, "stroncatorie", sono sempre sconsigliate dai direttori e caporedattori, perché servono solo a crearsi nemici: "Ma Carlo lascia stare, questo è un amico, quest'altro è potente, quella è l'amica dell'amica..." .
E invece oggi che scopriamo? Che Gianni Riotta è diventato direttore del Sole 24 Ore. E quindi questo spiega il suo finto sussulto di libertà. Riotta sapeva di dover andare via e ne ha approfittato per regolare qualche conto arretrato con Canfora e Laterza.
Probabilmente più con la Casa Editrice Laterza che con lo storico stalinista, magari - avanziamo un’ ipotesi - perché rifiutatasi qualche anno fa di pubblicargli un saggio.
Questa è gente che purtroppo cade sempre in piedi.
Adesso, Riotta, che di economia capisce meno di Brunetta, dopo aver normalizzato il Tg1, in chiave veltron-obamiana, va al Sole 24 Ore a fare gli interessi, per carità leciti siamo in democrazia, di Confindustria…
E pensare che aveva iniziato al Manifesto … Però ha fatto una bella carriera. In livrea.
Carlo Gambescia 31.03.2009
(NEL SENSO DI “QUEL CHE AVANZA DELLA DEMOCRAZIA”)
Alba grigia su Firenze. Stanotte sono stato sveglio a lungo, seguendo su una delle reti di mediaset la versione quasi integrale del discorso ufficiale di Silvio Berlusconi al Congresso di fondazione del Popolo della Libertà. Su un’opinione pubblica e una società civile diverse dalla nostra, lo spettacolo di un livello d’intelligenza e di libertà degno della dirigenza bulgara degli Anni Cinquanta avrebbe fatto uno straordinario effetto-boomerang e oggi ci sarebbero i picchetti per le strade. Ma, siccome le cose stanno andando altrimenti, a questo punto s’imporrebbe una riflessione seria su come nel Bel Paese la gente viene informata a proposito di quanto accade.
Berlusconi ci ha informato tranquillamente del fatto che in fondo tutto va bene e che l’importante è continuar a investire e a produrre, come se la crisi non esistesse e come se nulla di quanto gli ha spiegato a non dir altro il suo ministro Tremonti fosse degno d’interesse. Ci ha illustrato bontà sua sinteticamente le sue strategie politico-protagoniste che presto lo porteranno a guadagnare il 51% dei consensi e quindi inaugurare la fase cruciale della Dittatura del Berlusconariato: ma la bassa cucina politicastra delle tattiche di alleanza e degli scambi di favore tese a procurarsi maggioranze stabili non apparteneva alla roba che un tempo i politici discutevano neppure in aula, ma nel “transatlantico” o alla buvette? All’opinione pubblica dovrebbero interessare le idee e i programmi, non i metodi parlamentari messi in atto al fine di perseguire un fine?
Ci ha comunicato che entreremo senz’ombra di esitazioni nell’ennesima campagna di collaborazionismo militare con gli Stati Uniti senza nemmeno un’ombra di sospetto sul nuovo “atto di terrorismo annunziato” che è recentissimamente purtroppo servito al presidente Obama come alibi per annunziare una nuova fase della sciagurata occupazione dell’Afghanistan. Ha reso omaggio ai nostri caduti di Nassiriyah dimenticando che la responsabilità prima per la fine della loro vita ricade non sui sia pur spregevoli individui che ne hanno offeso la memoria raffigurandoli sulle piazze come manichini, bensì sul governo da lui presieduto che li ha mandati a morire in una guerra ingiusta, fondata su una menzogna (quella della detenzione di armi di distruzione di massa da parte del regime di Saddam Hussein), risolta in una destabilizzante aggressione di un paese membro dell’ONU ed estranea al reale interesse nazionale degli italiani (a parte qualche petroliere, alcuni speculatori, vari imprenditori-esportatori e parecchi mercenari armati in cerca di consistenti, redditizi ingaggi). Ci ha anche messi in guardia contro il persistente pericolo del comunismo.
Questa sequela di menzogne, di sciocchezze e d’infamie non ha provocato un brivido d’indignazione nell’assemblea di fanatici, di dipendenti partitico-aziendali e di astuti tattici politici pensosi del loro immediato “particulare” che lo attorniava e lo applaudiva: al contrario, ha suscitato un uragano di freneticamente bulgari applausi. E non ha procurato alcun contraccolpo in un’opinione pubblica ormai completamente narcotizzata. Ma fra i politici e l’opinione pubblica c’è un ceto professionale che dovrebbe far da mediatore di notizie: tutti quelli che lavorano, a qualunque titolo, nei mass media. In una “democrazia sana”, come si usa dire, giornalisti e opinion makers dovrebbero aver la funzione di una coscienza critica certo non monolitica, forse fatalmente non equidistante, ma quanto meno sveglia e ben conscia di dipendere senza dubbio dai datori di lavoro del singolo professionista dell’informazione, ma prima di tutto dall’opinione pubblica. E un pochino, diciamolo pure, dal fantasma della Liberta. E della Verita.
E allora: dove stiamo andando a finire, se non ci svegliamo? A che punto e la notte?
“Questa e la stampa, baby, e tu non puoi farci proprio nulla”. La conoscono tutti, questa battuta: una splendida stoccata dell’America di celluloide ancora in bianco-e-nero, quando si era convinti che i giornali fossero pieni di cavalieri senza macchia in lotta contro i draghi del potere e del danaro e che alla fine i buoni vincessero sempre.
Ebbene sì, babies, questa è la stampa: e non possiamo farci nulla. E anche la TV e tutto il resto dei mass media. E ancora nulla potremo farci in seguito, a meno che la crisi che ci sta arrivando addosso non sia davvero tanto seria da travolgere almeno alcuni degli equilibri ormai consolidati tra i “poteri forti”, la classe dirigente reale e i due principali ceti executives, cioe i “comitati d’affari” dei politici e i gestori dei mass media a cominciare dalle TV per finire alla carta stampata. Ma il nostro è un paese eccezionale: perchè, a parte la Paperopoli di Walt Disney che però è immaginaria, per quanto si sia da tempo cessato di ritenerla inverosimile, in nessun altra contrada del mondo, nemmeno nell’Africa centrale e in America latina, esiste un Presidente del Consiglio che sia proprietario anche di un grande network televisivo, di alcune case editrici e testate giornalistiche e addirittura padre-padrone di una squadra di calcio. Forse in qualche emirato del Golfo persico esistono situazioni mutatis mutandis simili: ma nemmeno là il Presidente-Proprietario è al tempo stesso plurinquisito, multincriminato, polisospettato e maxichiacchierato e continua a governare, a sfornar battute di spirito e a far la primadonna in TV informandoci perfino delle sue performances sessuali come se nulla fosse, ben certo che l’opinione pubblica del suo e purtroppo anche nostro paese è ormai narcotizzata a un punto tale da non riuscir neppure a ricordarsi che in fondo, fino a tempi poi non troppo lontani, un politico sospettato di qualcosa – anche se e quando la sua innocenza era più che palese – usava tirarsi in disparte e dimettersi o autosospendersi, a seconda dei casi, finchè, come si usava dire, “piena luce non fosse stata fatta”. Macchè: Berlusconi farà perfino il capolista onnipresente alle prossime elezioni europee, alla faccia delle normative che vietano a chiare lettere a un Presidente del Consiglio in carica di venir eletto al Parlamento Europeo: e quindi è ovvio che chi non può essere eletto non ha il diritto di candidarsi.
Stando così le cose in un paese considerato “a democrazia avanzata”, viene davvero il sospetto che tale espressione vada intesa nel senso di “un paese nel quale vige ormai quel che avanza della democrazia”. Probabilmente, se a questo punto da qualche parte nascesse un forte movimento di protesta, il governo potrebbe reprimerlo senza sollevare speciali rimostranze: e magari trattando da “guerriglieri” chi si fosse azzardato a protestare. Ma non ce ne sarà bisogno: dal momento che la nostra società civile non è affatto migliore – e qui aveva ragione Romano Prodi, quando si esprimeva con amara sincerità alla fine del suo infelice mandato - della classe politica che riesce ad esprimere, utilizzando fra l’altro senza far una grinza una legge elettorale costituzionalmente parlando sospetta come l’attuale, che accorda praticamente alle segreterie dei partiti il diritto di designare i candidati ai due rami del Parlamento e relega l’elettorato attivo a un puro ruolo di legittimazione formale. La legge istitutiva della camera dei Fasci e delle Corporazioni del ’38, che quanto meno lasciava intatto il meccanismo delle preferenze, era un tantino piu democratica di questa: a parte che la segreteria del PNF era una sola, mentre oggi le segreterie sono una manciata (ma a quanto apre concordi quando si tratat di elaborar le regole di spartizione della torta).
Stando cosi le cose, mentre sappiamo bene – oltre a Berlusconi, ai partiti politici, alla Confindustria, a De Benedetti, a Caltagirone e a qualcun altro – da chi dipendano sia le TV sia la carta stampata, parlare dei rapporti tra mass media e democrazia diviene ozioso: a meno che non s’intenda far dell’umorismo macabro.
In effetti, di solito e nel parlar comune il termine “democrazia” si contrappone a “dittatura” e/o a “totalitarismo”. Può darsi che ai tempi di Hannah Arendt le cose sembrassero star più o meno così: ma ormai sappiamo che non è vero. Le dittature, e addirittura i sistemi totalitari, non si fondano – a differenza delle oligarchie e dei sistemi autoritari “classici”, a la Horty – sulla demobilitazione delle folle o delle masse (o della “gente”, come si preferisce dire oggi; o delle “moltitudini”, a dirla con Antonio Negri), bensì al contrario sulla loro continua mobilitazione e sull’esercizio di un consenso che soltanto lo schematico e manicheo ottimismo di certi “sinceri democratici” può finger di credere sia e/o sia stato sempre ottenuto con i mezzi dell’intimidazione e della repressione. Al contrario di quel che si crede, tra “democrazie” e “totalitarismi” ( diciamo pure tirannidi), esiste un continuum, sia pure imperfetto e fatto di continue grandi e piccole rotture. Dopo alcuni mesi passati tra le dolci verdi colline e i boschi resinosi del Vermont. che somiglia tanto a certe contrade russe, Soljenitzin capì tutto di quell’Occidente che continua a essere incompreso a molti che ci sono nati e ci vivono “da sempre”: e non esitò a dichiarare che la differenza tra Unione Sovietica e beati Stati Uniti d’America (e con loro tutto il beato occidente) era che per far star zitto qualcuno la bisognava metterlo in galera, o spedirlo in manicomio, o ammazzarlo; mentre qua bastava staccargli il microfono. E tener ben attaccati, d’altronde, altri microfoni: quelli di chi ai bei tempi del “Questa e la stampa, baby” era o comunque dava l’impressione di essere (e spesso ci credevano essi per primi, e sinceramente) al servizio del pubblico, della “gente”, mentre oggi chi lavora in TV o nei giornali, anche se è megadirigente galattico (anzi, soprattutto in quel caso), sa benissimo di dover stare al servizio del suo datore di lavoro: e il peggio è che tutti accettiamo questa realta come se fosse ovvia, “normale”.
Al massimo, ci ripetiamo cinicamente che “è sempre successo”. No. Non è sempre successo; e anche se lo fosse, sarebbe giunta ormai l’ora di voltar pagina. Ma allora, dal momento che non possiamo aspettarci una democrazia garantita “dall’alto”, nella quale proprietari e padri-padroni graziosamente concedano ai loro subalterni di parlar alto e chiaro anche contro gli interessi di ditta o di bottega, non ci resta che sperare – “con disperata speranza”, come baroccamente si usa in questi casi dire – in una garanzia rivendicata e tutelata dal basso. E non è che non ce ne sia qualche segno. Dalla palude d’un popolo italiota i prevalenti interessi del quale – eterno calcio a parte – amano focalizzarsi su nobili obiettivi quali la mamma di Cogne, il delitto Meredith di Perugia, le vicende avvincenti dell’Isola dei Famosi e della Fattoria e i fini dibattiti moderati dalla signora Maria Filippi in Costanzo o del di lei consorte, con la domenica mattina gastronomica e il consueto Angelus da Piazza San Pietro, giunge qua e là qualche lontano brusio. Aumentano i sodalizi fondati sul volontariato, si muovono spontanei (o almeno auguriamoci lo siano) sodalizi di cittadini e, come dice Berlusconi, di “consumatori”, si registra un boom d’interesse fra gli studenti delle scuole medie per il problema della sete nel mondo e della commercializzazione dell’acqua potabile da parte di certe multinazionali. Si oserebbe affermare (e sperare?) che, nella misura in cui progredisce la crisi e la sua ombra si allunga inquietante sull’Europa, si riduce lo spazio del disinteresse, dell’alienazione, della tendenza a delegare senza esercitare un controllo sulla gestione delle deleghe accordate.
In Italia, molte cose non vanno. Promesse mai mantenute, lavori pubblici avviati e mai portati a compimento, grandi e piccoli drammi individuali e collettivi sui quali è caduto il generale disinteresse. Poi arriva un programma televisivo popolare e per giunta in una TV berlusconista, Striscia la Notizia. Le cose non vanno: Capitan Ventosa, pensaci tu. E l’avventuriero-reporter improbabilmente abbigliato piomba sugli Assessorati, plana sulle Sovrintendenze, si butta in picchiata sulle cosche di palazzinari e di usurai. Ma non c’è punto della penisola che non appartenga a una circoscrizione elettorale: non c’è metro quadro del Bel Paese sul quale arrivi Capitan Ventosa che non sia formalmente interessato dalla tutela di un parlamentare. Ebbene: dov’è l’onorevole, che cosa stanno facendo il senatore o la senatrice sul cui territorio c’è un ingorgo d’immondizia o le cui coste sono state invase da un’inattesa colata di cemento? Perchè lasciano l’avventuriero-reporter abbigliato da water a combattere da solo? Ecco: qua e là, un numero sempre piu alto di cittadini alza gli occhi dalla TV, stacca le orecchie dal telefonino, e se lo chiede. Chissà che la nuova democrazia partecipata non ricominci da qui.
Franco Cardini 28.03.2009

E’ difficile valutare con oggettività politologica la nascita e i futuri sviluppi del Pdl, partito per ora imposto e dominato da Silvio Berlusconi. Proviamoci.
In primo luogo, è nata una forza politica post-moderna. Siamo davanti non al classico partito novecentesco, ideologico, ma a un partito degli interessi. E soprattutto leaderistico, cioè fondato sul carisma bonapartistico del leader.
Questi due elementi ( interessi e leaderismo) costituiscono al tempo stesso la forza e la debolezza del Pdl. Perché gli interessi vanno e vengono, come i leader. E venendo meno uno dei due fattori il Pdl, rischia di implodere.
In secondo luogo, dal momento che il Pdl è privo di una sua ideologia, sarà costretto a procedere a tentoni, puntando sugli umori del suo leader, quasi sempre legati ai sondaggi. Il che non depone a favore della continuità di linea politica. In realtà, se Berlusconi si trova tuttora al potere, la principale responsabilità politica può essere fatta risalire alla debolezza della sinistra italiana, priva di solide tradizioni sia riformiste, e peggio ancora, rivoluzionarie.
In terzo luogo, se processo di accentramento sociale e politico, vi sarà, questo sarà dovuto all’acuirsi della crisi economica. Di regola, le emergenze sociali come le catastrofi ambientali le crisi economiche, le guerre, eccetera provocano l'estensione dei poteri pubblici. Un processo che potrebbe favorire la trasformazione del Pdl in un vero e proprio Partito-Stato.
Potrebbe... Usiamo il condizionale, dal momento che non possedendo una ideologia precisa, se non quella genericamente libertarian, il potere di Berlusconi, tra l’altro legato agli umori del leader e al suo particolare rapporto con le folle - folle bonapartiste e dunque pronte a fare un passo indietro, revocandogli il potere - rischia di sciogliersi come neve al sole.
Detto questo, non possiamo non chiarire quest'ultimo punto. Segnalando, a proposito di Partito-Stato, un pericolo. Quale? La parola è forte: quello del possibile rischio di un Colpo di Stato. Perché se per un verso crediamo che il golpismo non appartenga alla cultura, sostanzialmente pragmatica, individualistica e antistatalista di Berlusconi, per l'altro riteniamo invece che sia nel Dna di Alleanza Nazionale, partito ora confluita nel Pdl.
L’aspetto più preoccupante, a nostro avviso, è l'incredibile linea di credito di cui oggi gode Gianfranco Fini, e soprattutto a sinistra. Dove, per dirla fuori dai denti, in modo totalmente imbecille si contrappone Fini a Berlusconi. Magnificando rispetto al Cavaliere, le grandissime doti democratiche del delfino di Giorgio Almirante. Insomma, per ragioni bassamente politiche (come una futuribile un'alleanza An-Pd...), si finge di ignorare di quale cultura antidemocratica sia portatrice An. Dando così per scontata l’evoluzione democratica di un ambiguo personaggio politico che fino a qualche anno fa celebrava il "Fascismo del Duemila", applaudito dagli stessi colonnelli missini che oggi sono al governo del Paese.
A differenza di Forza Italia, partito leggero, libertarian (certo, all'italiana), e degli interessi concreti per eccellenza, Alleanza Nazionale, grazie all’eredità missina e fascista, resta invece una forza politica portatrice di un’ideologia potenzialmente golpista, o quanto meno legata all’ideologia della dittatura commissaria.
E in una situazione di crisi, legata all'improvvisa scomparsa di Berlusconi e/o alla grave emergenza economica, Fini e i suoi colonnelli, forti del retaggio ideologico fascista, potrebbero grazie al vuoto ideologico del nuovo partito di estrazione berlusconiana tirare fuori di nuovo il manganello, con la stessa flemma con cui oggi celebrano la democrazia. E metterlo al servizio dei poteri forti. O, ancora peggio, del potere politico tout court. Il loro.
In questo senso, visto che la sinistra è morta da un pezzo, si deve sperare, paradossalmente, che Berlusconi viva a lungo. Perché al peggio non vi è mai fine.
Carlo Gambescia 30.03.2009
«Rabbia populista» o nuova «lotta di classe»? Ieri sulle pagine dei più grandi quotidiani nazionali campeggiava questa domanda: un nuovo spettro si sta aggirando per il globo? Commenti preoccupati e cronache inquiete s'interrogavano sul reale significato delle notizie provenienti dagli Stati uniti, dalla Francia e dalla Gran Bretagna.
A New York, dopo l'arresto del magnate della speculazione finanziaria Maddof e la minaccia del Congresso di tassare con un'aliquota del 90% i bonus padronali, i dieci manager più pagati del colosso delle assicurazioni mondiali Aig, tra i più coinvolti nel crack delle Borse, hanno restituito i bonus milionari ricevuti come premi per i loro disastri. Per farli rinunciare a un po' della loro famelica avarizia è bastato un fine settima di picchetti organizzati da manifestanti davanti alle loro megaville blindate e con l'immancabile piscina.
A Edimburgo, in piena notte, il villone di Sir Fred Goodwin, l'amministratore delegato che ha portato al collasso la Royal bank of Scotland, per poi andarsene serenamente in pensione con un bonus di 16,9 milioni di sterline, alla faccia di migliaia correntisti ridotti al lastrico per aver creduto nei portafogli azionari offerti dai servizi finanziari dell'istituto di credito, è stato assalito da un gruppo di attivisti che hanno rivendicato l'azione con la sigla Bank bosses are criminals, «I banchieri sono dei criminali». Motto che riecheggia quello delle curve da stadio di mezza Europa, All cops are bastards, «Tutte le guardie sono bastarde».
Nel centro della Francia, a Pithiviers, Luc Rousselet, amministratore delegato della 3M, società farmaceutica americana in procinto di licenziare 110 dei suoi 235 dipendenti, è stato "trattenuto" negli uffici dell'azienda per oltre 30 ore dagli operai che era venuto ad incontrare. I lavoratori esigevano dei negoziati con l'azienda sulle modalità del piano sociale che dovrà accompagnare la brusca riduzione di personale. Ovviamente per gli operai non si è trattato di un «sequestro», com'è stato scritto sposando il punto di vista "padronale", ma di un imprevisto prolungamento d'orario della giornata di lavoro del loro capo, uno straordinario giustificato dall'eccezionalità della situazione venuta a crearsi. I 2700 lavoratori della 3M France, società ripartita su 11 siti diversi, conosciuta per la produzione di "post-it" e del nastro adesivo "Scotch", sono in sciopero illimitato dal 20 marzo.
Un episodio analogo era già accaduto il 12 marzo scorso, quando il presidente-direttore generale di Sony France, Serge Foucher, era stato anche lui costretto a uno "straordinario notturno" in compagnia delle sue maestranze in lotta. Lo stabilimento di Pontonx-sur-l'Adour, nelle Lande, impiega 311 persone e la sua chiusura è fissata per il 17 aprile prossimo. Al direttore della Continental, invece, è toccato in sorte un fitto lancio di uova da parte dei 1120 addetti dell'impianto di Claroix, che proprio ieri sono stati ricevuti in delegazione da un consigliere di Sarkozy all'Eliseo.
Questa volta gli operai non sono isolati, hanno alle spalle il sostegno dell'opinione pubblica, indignata di fronte alla notizia dei megacompensi attribuiti ai manager d'imprese che licenziano o di banche in deficit dopo aver sperperato il denaro dei clienti. La rabbia è montata di fronte alle parole di Laurence Parisot, presidente della confindustria francese, che si era detta indisponibile di fronte alla richiesta del presidente della repubblica d'intervenire sui consigli d'amministrazione affinché i manager rinunciassero ai premi elargiti in varie forme. Il primo ministro ha dovuto annunciare il varo di un decreto per vietare l'attribuzione di questi bonus e stock options per le aziende che ricevono aiuti dallo Stato. A questo punto, dopo le resistenze iniziali, Gerard Mastellet e Jean-Francois Cirelli, presidente e vice presidente di Gdf-Suez, il gigante francese dell'energia, hanno dovuto rinunciare «per senso di responsabilità» ai loro compensi supplementari.
I titoli tossici immessi nei circuiti finanziari stanno forse scatenando la reazione di sani anticorpi sociali, come avviene nel corpo umano aggredito da virus e bacilli?
All'estero, certo non in Italia, l'ira popolare sta cambiando bersaglio? Dalla «casta» alla «Borsa», dai «politici» ai «padroni»? Che la barba di Marx stia di nuovo spuntando? Quanto sta accadendo all'estero, e in particolare al di là delle Alpi, ma purtroppo non ancora in Italia, mostra quanto devastante sia stata la prolungata stagione del giustizialismo con il suo corollario d'ideologia penale e vittimismo, seguiti alle ripetute emergenze giudiziarie. Il decennio 90 si è accanito contro i corrotti della politica assolvendo i corruttori dell'economia. Vinse alla fine il partito azienda.
Vedremo più in là se ha ragione L'Economist quando descrive, un po' alla Ballard, l'albeggiare di una rivoluzione del ceto medio proletarizzato, o se invece ci sarà invece un'irruzione di protagonismo del nuovo precariato sociale. Una cosa è certa: oltreconfine hanno individuato la contraddizione da attaccare. È tutta la differenza che passa tra allearsi contro i padroni o fare le ronde contro i romeni.
Paolo Persichetti Liberazione.it 27.03.2009

«L'inizio di tutto? Ho un ricordo netto, visivo, e quasi fisico: ero nel mio ufficio di presidente della commissione Antimafia, a Palazzo San Macuto, e stavo guardando i tigì di mezza sera. All'improvviso sentii dare questa notizia: "L'imprenditore Silvio Berlusconi ha deciso di appoggiare il leader dell'Msi Gianfranco Fini che, nella corsa a sindaco di Roma, è impegnato contro Francesco Rutelli, candidato del centrosinistra"... Beh: mai, prima di quel momento, c'era stato qualcuno così sfrontato nell'appoggiare un esponente di destra, e di una destra vera, autentica... che anno era?».
Era il 23 novembre 1993.
(Luciano Violante ha 68 anni ed è nato a Dire Daua: il padre, giornalista comunista, fu costretto dal regime fascista ad emigrare in Etiopia. Ma su questo non indugiamo: è pomeriggio tardi, dalle finestre del suo ufficio al terzo piano di via Uffici del Vicario si vede il sole venire giù su Roma. È un ufficio bello ed elegante come il rango di ex presidente della Camera impone. Naturalmente di Violante, ora nel Pd, occorre ricordare che fu anche magistrato di spicco e alto dirigente del Pci, e poi, ma questo è in molti libri di storia, uno dei pochi e sinceri amici di Giovanni Falcone).
Berlusconi - all'epoca padrone di tv e strepitoso presidente del Milan - decide di mettersi a fare politica: voi del Pds cosa pensaste?
«Pensammo ciò che pensò buona parte della classe politica italiana sopravvissuta a Tangentopoli: ma chi è questo? Cosa vuole? Come si permette di irrompere nella nostra politica in modo così sgrammaticato?».
Tutti sorpresi.
«No... forse non tutti. Ugo Pecchioli, che era presidente della commissione per i Servizi, qualcosa intuì».
Tipo?
«Lui era un politico assai rigido, rigoroso. Di pura cultura comunista. Ma ricordo che un giorno mi disse: "Attenti, le cose nuove, in politica, nascono così"...».
E i diccì? E i socialisti?
«Erano provati dalle vicende di Tangentopoli... Ma tipi come Martinazzoli e Cabras... e anche come Gargani...».
Cosa dicevano?
«Mah, è probabile che loro qualcosa, delle potenzialità di Berlusconi, intuissero. In fondo loro avevano frequentato Bettino Craxi, erano stati suoi alleati e perciò lo avevano incontrato in privato, con lui avevano trattato...».
E quindi?
«Beh, credo che una certa sua capacità di rompere gli schemi, in fondo, la ritrovassero anche in Berlusconi».
Voi, invece, rigidi.
«Non capimmo che cominciava una nuova era».
Perché?
«Aneddoto. Pranzo di Pasqua, a casa mia, in montagna, a Cogne: tra gli ospiti una signora che era funzionaria di Publitalia. La quale, ad un certo punto, fa: "Io ve lo dico...
guardate che quello sta fondando un partito"...».
E voi?
«Scettici. Pensando: e che un partito si fonda così?»
Ingenui.
«Ci credevamo poco. Mentre lui tesseva alleanze, stringeva patti con la Lega, con la destra... noi ironizzavamo».
Per esempio, quando?
«Quando si seppe che ai suoi adepti forniva un kit di ordini: lasciare i bagni puliti, essere sempre sbarbati...».
E quando, il 26 gennaio del 1994, Berlusconi registrò il suo primo messaggio televisivo, mettendo una calza da donna davanti all'obiettivo della telecamera per garantirsi così un effetto visivo più fascinoso?
«Pensammo fosse una roba poco seria. E sbagliammo. Perché lui, invece, aveva già intuito come la nuova società italiana stesse cambiando e, alla verità del merito, tipica della nostra storia comunista, si stesse sovrapponendo la verità della forma».
Achille Occhetto, avversario designato.
«All'ultimo match televisivo si presentò con un abito marrone in stoffa "occhio di pernice" piuttosto triste... Berlusconi, di fronte, come un manichino lucente...».
Ma lo sottovalutaste davvero a lungo. Veltroni, all'epoca direttore dell'«Unità », gli consentì addirittura di scrivere un editoriale in prima pagina per spiegare l'uso delle sue tivù. Vittorio Foa lo definì una «bolla di sapone»...
«Davvero Foa disse questo?... Se posso aggiungere, però, ricordo che D'Alema, almeno lui, non fu tenero. La verità è che Berlusconi, dopo che i suoi tigì avevano cavalcato Tangentopoli, si presentò dicendo "io sono il nuovo". Noi, automaticamente, diventammo il vecchio».
Eppure voi, fino all'ultimo, pensaste di vincere. Occhetto definì la vostra armata elettorale una «gioiosa macchina da guerra».
«Propaganda. Io dico che se ci fossimo alleati con i popolari di Martinazzoli avremmo vinto. Comunque, negli ultimi due giorni di comizi, capii che avremmo perso. A Palermo, a Caltanissetta....
Ci fu un suo incidente con Marcello Dell'Utri.
«Il quotidiano La Stampa mi attribuì frasi che io non avevo mai pronunciato. Occhetto mi costrinse alle dimissioni da presidente dell'Antimafia, seguì una querela... acqua passata, direi».
Oggi comincia il congresso di fondazione del Pdl.
«Il segreto di Berlusconi è che è sempre rinato. Ha vinto, perso, rivinto, riperso, e ancora rivinto. Ogni volta cambiando gioco e regole».
E stavolta?
«Stavolta, con il Pdl, l'obiettivo è quello di dare un nuovo ordine alla società italiana...».
Fabrizio Roncone Corriere.it 27.03.2009

Paola Di Caro "Corriere della Sera"
Se li ricorda tutti, uno per uno, quelli che «fecero l'impresa». Quelli che «nei sottoscala di Publitalia», come cospiratori perché «se lo avessero saputo, i magistrati ci avrebbero fatto a pezzi, come poi si è visto...», misero su in sei mesi un partito che a settembre del '93 non aveva ancora un nome e che il 27 marzo del '94 vinceva le elezioni e cambiava per sempre la storia italiana.
Quindici anni dopo, ancora un 27 marzo, quell'avventura visionaria diventa il Pdl, e con molti ricordi, processi, condanne, soddisfazioni e delusioni alle spalle, Marcello Dell'Utri racconta quegli inizi col tono di chi «da questa storia ha ricevuto, nonostante tutto, molto: perché ci ho perso in salute e tranquillità famigliare, ma ho contribuito a creare qualcosa dal valore inestimabile».
Cominciò quando Martinazzoli e Segni dissero no alla richiesta del Cavaliere di fare fronte moderato contro la sinistra: «"Marcello - mi disse - non c'è altra soluzione: dobbiamo fare un partito noi". "Come un partito?" "Lo fanno tutti, lo faremo anche noi..."».
Era determinato, il Cavaliere, a Dell'Utri che guidava Publitalia «e a 27 ragazzi del gruppo, tra loro Miccichè, Ghigo, Galan, Tortoli» affidò il compito di selezionare i candidati e «non li voleva politici di professione, tutte facce nuove dovevano essere», facce che interpellate cadevano dalle nuvole: «"Ma candidarsi a cosa?", perché noi non sapevamo ancora come si sarebbe chiamato il partito, e perché Berlusconi in pubblico negava tutto"».
«Avevamo tanti contro: in azienda erano terrorizzati, imprenditori che contattavamo ci scongiuravano: "Fallirete voi e pagheremo un prezzo pure noi"». Poi Berlusconi disse che tra Fini e Rutelli a Roma avrebbe votato Fini: «Macché uscita studiata, glielo chiesero e fu sincero: Rutelli neanche gli dispiaceva, scelse quello che gli sembrava il male minore».
Oggi la scelta è definitiva, partito unico, potenza sul territorio, strutture pesanti: «A pensarci allora, Berlusconi sarebbe impazzito: lui voleva una specie di comitato elettorale che provvedeva alla campagna elettorale e poi spariva. Al massimo, i 27 di Publitalia avrebbero dovuto gestire la "Cosa" come un'azienda. Finì che siccome non riuscivamo a completare le liste, anche loro furono buttati dentro, un minuto prima di chiudere le candidature: la loro carriera politica iniziò così».
E degli altri, quelli che fecero FI e oggi sono scomparsi, o scoloriti, che pensa Dell'Utri? «Faccia i nomi». Scognamiglio? «Oddio, me l'ero scordato. Il nulla, il nulla assoluto diventato seconda carica dello Stato». Urbani? «Lui non si dimentica, ha dato tanto al partito». Il generale Caligaris? «Sorvoliamo, grazie». Vittorio Dotti? «Velo pietoso. Il prossimo?». Tiziana Maiolo: «Gran donna, battagliera. È finita nelle retrovie per colpa di contrasti locali, merita di più».
Tiziana Parenti? «In quel momento fu importante per noi, dimostrò che non tutta la magistratura era asservita. Coraggiosa». Alessandro Meluzzi? «Ottimo psicologo, mestiere che giustamente è tornato a fare». Codignoni? «Straordinario professionista, mise assieme i Club, quando capì che il suo lavoro era compiuto, se ne andò. Oggi è amministratore delegato per la tv francese». Del Debbio? «Un intellettuale vero, di grande livello. Poteva essere ministro, ha scelto la cultura, ciò che davvero gli interessa».
Gianni Pilo? «Fantastico... Una vignetta disegnò Silvio affranto che si rivolgeva a lui: "Gianni, fammi una Diakron!", il nome del suo istituto di sondaggi. Quei numeri per Silvio erano davvero come una flebo». Erano veri? «Mai saputo, ma funzionavano... ». E poi Raffaele Della Valle: «Un signor avvocato, come fu un signore in Parlamento».
E Antonio Martino: «Un siculo-romano, troppo evoluto per stare con la massa. Ha un senso di superiorità anche giustificato, non si mischia col pollaio». E Alfredo Biondi? «Non ci sarà per la sua veneranda età, ma grande persona, brillante, generoso. Venne con slancio in FI con la bandiera dei Liberali: dietro c'era solo lui, ma fu una mossa che ci servì allora».
Delusioni? «Non quelli su cui ho puntato io». Sorprese? «Sinceramente, mi avessero detto dove sarebbero arrivati Schifani e Tajani, non ci avrei creduto. Ma è vero che la carica fa l'uomo, se l'uomo non è fesso». Come Frattini: «Piace molto a Berlusconi, dice sempre: "Gli chiedo la mattina di fare una cosa e la sera l'ha fatta". Ama quelli così». E per il futuro? «Gelmini, Alfano sono già una realtà. Ma dai trentenni arriveranno sorprese».
E lui, Dell'Utri, che di quella squadra del '93 si definisce «l'allenatore-preparatore atletico, Silvio era il presidente, gli altri tutti attaccanti perché così al Capo piacciono le squadre», lui che si candidò solo nel '96 «e solo per legittima difesa. Mi chiedevano: "Lei è deputato?", rispondevo "Veramente sono imputato"», lui adesso vorrebbe tornare a occuparsi «di cultura, nel nuovo partito ».
E alla Fiera di Roma ci sarà e si «commuoverà» ma mai quanto Berlusconi: «Lui sì che ci ha messo il cuore. E dire che qui non saremmo arrivati se la sinistra avesse sfruttato le occasioni che ha avuto». Quante? «Tante. Nel '95 sembrava tutto finito, nessuno di noi ci credeva più, nessuno. Solo Berlusconi. Forse».
E l'ultima chance? «L'hanno avuta nel 2006, potevano fare il governo di salvezza nazionale che gli proponeva Berlusconi. Prodi avrebbe accettato, anche D'Alema credo. Ma quegli altri lo hanno impedito. Sarebbe cambiata la storia». Berlusconi non favorì il passaggio: «Berlusconi ha in testa il bene del Paese, il prestigio dell'Italia nel mondo, questo è il suo obiettivo, chi ci sta ci sta. Gli avessero teso la mano dall'altra parte, l'avrebbe stretta. Non l'hanno fatto. E lui va avanti da solo».

Prima di Berlusconi è stata la signora Melba Ruffo, in televisione a Domenica In, ad affermare che per uscire dalla crisi bisogna lavorare di più. La sua idea allora non riscosse un grande successo, non se ne colse la genialità. Non conosciamo le fonti che ispirano le acute intuizioni del Presidente del Consiglio, ma lui oggi ripete lo stesso concetto fornendogli quell'autorevolezza che prima mancava.
Lavorare di più per uscire dalla crisi, dunque. Bene, vediamo in concreto che significa, senza i soliti pregiudizi ideologici.
Immaginiamo che, prima di tutto, si pensi di far lavorare di più chi ha perso o rischia di perdere il posto, o chi è da lungo tempo in Cassa integrazione. Quindi i lavoratori della Fiat di Pomigliano, i tessili di Prato, le lavoratrici della Indesit di Torino, i cassintegrati dell'Alitalia, i precari pubblici e privati che rischiano di scomparire dal ruolino dell'occupazione, e tante e tanti altri. Secondo dati che il governo considera allarmistici, ma che tutte le fonti confermano, entro la fine dell'anno avremo oltre 500 mila cassaintegrati e altrettanti disoccupati in più. Far lavorare di più un milione di persone che non lavora affatto non dovrebbe essere difficile per il cavalier Berlusconi, visto che sulla promessa di un milione di posti di lavoro ha fondato la sua discesa nel campo della politica.
Ma come, dove? Sono lavori pubblici, quelli che vengono offerti? E' la costruzione del Ponte di Messina? E' la stanza in più nell'appartamento che ogni famiglia, anche nei palazzi a venti piani, potrà costruire secondo un'altra promessa del Presidente del Consiglio?
Una promessa che solo incalliti detrattori possono trovare in contrasto con le leggi urbanistiche e anche con quelle della fisica. E' un impegno che otterrà dalla Confindustria della signora Marcegaglia, che ha chiesto e ottenuto recentemente "soldi veri" dal governo? Non è chiaro.
A meno che il lavoro in più a cui potrebbe dedicarsi questo milione di persone non sia il lavoro nero, quello che secondo un altro acuto comunicatore, il ministro Brunetta, costituirebbe un vero e proprio ammortizzatore sociale.
Ma forse stiamo equivocando. Berlusconi parlava di far lavorare di più quelli che ancora lavorano. Qui facciamo fatica a capire come e cosa ci guadagnano i disoccupati, a cui governo e imprese non offrono lavoro dignitoso, se gli occupati lavorano di più. Secondo noi così si aggrava la crisi, ma il nostro è probabilmente un vecchio schematismo ideologico e anche matematico, che non crede che in economia si possano moltiplicare i pani e i pesci. Come invece hanno creduto coloro che hanno comprato i derivati e i vari titoli spazzatura e che erano convinti che l'economia non fosse più sottoposta ad alcuna legge.
Comprendiamo che alla parola legge il Presidente Berlusconi abbia una reazione stizzita. Ma stia tranquillo, la violazione delle leggi dell'economia non è reato da nessuna parte e anche coloro che negli Stati Uniti hanno pensato di poter vendere e comprare all'infinito il Colosseo, la stanno facendo quasi tutti franca.
Secondo noi, quando un'economia è depressa o in crisi, sarebbe necessario, prima di tutto, redistribuire il lavoro e i redditi, invece che accumulare disuguaglianza tra chi può lavorare e chi no e, ancor di più, tra chi è ricco e chi no. Però è difficile far intendere il concetto di redistribuzione a chi pensa che sia offensivo anche solo sospettare che i ricchi non siano tali per diritto divino.
Allora il cavalier Berlusconi provi a spiegarci in concreto come funziona il meccanismo per cui se io lavoro il doppio e tu lavori niente, abbiamo un lavoro per uno. Provi a superare il significato profondo del sonetto di Trilussa e magari potrà concorrere al Nobel per l'economia. In fondo, nel passato, quel premio l'hanno ottenuto persone che avevano idee più strambe e anche più dannose delle sue.
Giorgio Cremaschi Liberazione.it 25.03.2009
«Il concetto di massoneria è addirittura riduttivo». «Le indagini mi sono state sottratte illegalmente» «Siamo davanti a una gestione occulta del potere. Non si tratta più del solo condizionamento di un singolo politico o funzionario. E’ una metastasi». Parla Luigi de Magistris
Lei ha recentemente dichiarato che con le inchieste Why not e Poseidone vi siete avvicinati a una sorta di nuova P2. In continuità con quella più conosciuta, storicamente accertata?
Io penso assolutamente di sì. La continuità è evidente, del resto il “Piano di rinascita democratica” è stato in gran parte attuato, in altre parti è stato riformulato in modo più pertinente con le esigenze contemporanee. In particolare passa attraverso il condizionamento totale degli organi di controllo e dei presidi di legalità democratica che sono soprattutto la magistratura e la libera informazione.
Il controllo è in atto?
Direi di sì. L’informazione è in gran parte controllata. La magistratura è stata molto condizionata in questi anni anche per colpa di una parte della magistratura stessa. C’è una continuità anche di nomi, di personaggi, di ambienti. Credo che siano cambiate alcune formule di affiliazione, nel senso che fra la fine degli anni 70 e l’inizio degli anni 80 erano molto importanti anche i simbolismi. Non è che siano scomparsi, quelli sono facilmente identificabili attraverso un’attività di indagine giudiziaria. Per intenderci: l’accesso a Castiglion Fibocchi nel 1981 da parte dei giudici Colombo e Turone - che hanno lasciato entrambi la magistratura, e questo è un dato da non sottovalutare - era un atto non prevedibile. All’epoca, quindi, gli affiliati venivano iscritti manualmente, si trovavano compassi e grembiulini, c’erano rituali. Oggi non si sente più la necessità. O l’affiliazione è cosiddetta “all’orecchio”, ovvero si sa che uno appartiene alla massoneria, oppure ci sono altri modi.
La massoneria è cambiata davvero, oltre ad aver mutato la sua simbologia?
Io tenderei a estendere il concetto stesso di massoneria. La definizione “massoneria” è perfino riduttiva. Qui siamo davanti a una gestione occulta del potere. Un potere nel potere. Questi sono pezzi importanti del Paese e delle istituzioni, delle professioni e della società che sono penetrati all’interno dei meccanismi economici istituzionali e politici e li governano di fatto dall’interno. Non si sa nulla all’esterno. È qualcosa di molto più pericoloso.
Qualcosa di più anche di un comitato d’affari?
Sì, certamente. Se si pensa che all’interno di questo circuito occulto una parte rilevante la occupa la criminalità organizzata, soprattutto Cosa nostra e ‘ndrangheta, che gestiscono un aspetto assai rilevante del Pil del nostro Paese, si può capire di che tipo di gestione stiamo parlando. Non è più il condizionamento del singolo parlamentare come era una volta o il condizionamento al singolo appartenente alle istituzioni. È qualcosa di molto più vasto.
Ma quando ha iniziato a indagare aveva già le sensazione di potersi trovare davanti a quella che lei definisce la nuova P2?
No. Sapevamo di toccare il cuore del problema andando a indagare sui meccanismi di gestione del denaro pubblico. Il grande problema della nostra democrazia. Mi sono reso conto molto presto, con le inchiesta Poseidone e Why not, che stavamo toccando qualcosa di più vasto, con ramificazioni che arrivavano ovunque.
Con dentro anche la politica, quindi.
Nelle inchieste che mi sono state sottratte illegalmente questo era evidente. C’erano esponenti della criminalità organizzata tradizionale da un lato, e dall’altro anche esponenti del mondo economico e politico espressione della criminalità. Un tutt’uno. Un’unica metastasi. Agiscono all’unisono per governare occultamente il Paese, soggiogandolo.
Pietro Orsatti e Sergio Nazzaro in edicola su Left dal 20 marzo
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Dopo dieci anni dai bombardamenti della Nato, la Serbia ricorda con le sirene e il silenzio le vittime del massiccio bombardamento dell'Alleanza Atlantica sulla Serbia. Nella giornata di oggi, i ministri del governo serbo poseranno le corone in diverse città, dove la sofferenza della guerra ancora si può avvertire negli edifici distrutti e della povertà della popolazione. Dinanzi al tempio di San Sava, a Belgrado, dieci atleti provenienti dalla Serbia e dalla Republika Srpska inizieranno la maratona dedicata alla memoria di tutte le vittime innocenti del bombardamento della NATO.
"Durante i tre mesi di bombardamenti di città e villaggi, sono stati uccisi 2.500 civili, tra i quali 89 bambini, 12.500 feriti. In queste cifre non sono compresi anche i morti di leucemia e di cancro causate dagli effetti delle radiazioni delle bombe ad uranio impoverito". Queste le parole di Boris Tadic dinanzi al Consiglio di Sicurezza della Nato, ricordando i 2.300 attacchi aerei, che hanno distrutto 148 edifici, 62 ponti, danneggiato 300 scuole, ospedali e istituzioni statali, così come 176 monumenti di interesse culturale e artistico. Molti i danni alle infrastrutture e alle aziende, con un danno di 30 miliardi di dollari, che nessuno è disposto a riconoscere e a risarcire.
Una guerra che si è rivelata totalmente inutile, ingiusta e sanguinosa, rompendo così la pace in Europa dopo il grande conflitto della Seconda Guerra Mondiale. "I bombardamenti NATO non hanno risolto il problema nel Sud della provincia per ristabilire la pace", afferma il Primo Ministro Cvetkovic, in una sessione speciale del governo serbo dedicato alla memoria delle vittime dei bombardamenti NATO. "Quelle conseguenze si sentono anche oggi, nonostante la Serbia abbia scelto la strada della ragione e della giustizia, per risolvere ogni problema a livello diplomatico", continua. Il Partito socialista serbo afferma invece che "la decisione della Nato di bombardare la Serbia è stata un'azione contro il diritto internazionale mai subita da un altro Paese al mondo: la Serbia non dimenticherà mai", come afferma Ivica Dacic.
Al contrario, dal Kosovo giungono parole di plauso per un intervento armato che "ha dato la libertà" ai kosovari. "Saremo sempre riconoscenti a Usa, Ue e membri Alleanza atlantica - afferma Hashim Thaci, continuando - l'attacco della Nato alla Jugoslavia è stato un grande evento storico per il Kosovo e per il mondo democratico. Il successo dell'azione della Nato ha aperto un nuovo capitolo nella nuova storia del Kosovo, un capitolo di libertà e di costruzione della democrazia". Ci chiediamo, oggi, come si può parlare di democrazia, e come si può creare "Stati democratici" su atti così crudeli, sul sangue di persone innocenti. Oggi parliamo di "Stato del Kosovo", diretto da un personaggio il cui passato erano noto a tutti, e ciononostante è stato accettato come un politico con potevamo aspettarci altro dai politici occidentali, che hanno stretto le mani a trafficanti e criminali in nome della pace e della stabilità della regione.
Cosa dire, poi, delle parole di Massimo D'Alema, il quale afferma oggi che "è stato un errore bombardare Belgrado", che era un atto non necessario. "Ero turbato dalla guerra. Sentivo la responsabilità di quello che accadeva, i civili che morivano... La mia preoccupazione era questa. Quando ci si trova coinvolti in avvenimenti così drammatici non ci si può preoccupare delle polemiche politiche interne", afferma l'allora Capo del Governo che ha dato il suo via libera all'intervento della NATO. Sono queste parole vuote, ipocrite e vane, perchè è stato bombardato uno stato sovrano, distrutto a livello mediatico un popolo, compiendo il più grande etnocidio che la civiltà europea ha commesso nella sua storia moderna. Quella non è stata una guerra umanitaria, ma una guerra di colonizzazione, orchestrata dalle lobbies e dai capitalisti senza scrupoli di Washington, che hanno i dollari nel cuore, e ti parlano sempre con il cuore in mano. Da parte nostra, possiamo ricordare quei tristi giorni di vergogna e di orrore, con delle immagini, nella speranza che possano essere da monito per le società future.
Rinascita Balcanica 25.03.2009



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