Tom Bosco Nexus 28/04/2009
Non occorreva essere dotati di mirabolanti poteri paranormali per prevedere che il “cacciatore di bufale” per eccellenza, Paolo Attivissimo, non si sarebbe fatto sfuggire la ghiotta occasione della mia presenza a Lugano per cercare di mettere agli atti un nuovo, glorioso capitolo della sua crociata contro quelli che, con ironia di bassa lega, definisce “sciachimisti” (categoria dalla quale mi chiamo fuori, considerandomi semplicemente un giornalista che cerca, al meglio delle sue possibilità, competenze e professionalità, di raccogliere documentazioni e testimonianze e trasmettere queste informazioni al pubblico, che ne valuterà la consistenza e le relative implicazioni e deciderà in piena coscienza e libertà se accettarle o meno).
Leggo sul suo blog la “cronaca” della giornata trascorsa al 4° Congresso Internazionale sull’Ufologia e sullo Spazio 40 anni dopo lo sbarco sulla Luna, organizzato dal CUSI nella persona di Candida Mammoliti (che ringrazio per la sua splendida ospitalità, la grande competenza e una sensibilità decisamente fuori dal comune) infarcita, nel miglior stile di Attivissimo, di forzature, inesattezze, omissioni e facili ironie (come se io mi fossi divertito nel vedermi tagliare un buon quarto d’ora del tempo a disposizione, impedendomi quindi di approfondire adeguatamente alcuni punti della mia presentazione, o che un problema del computer abbia impedito il funzionamento di filmati o animazioni e il puntatore laser fosse scarico…) ma alla fin fine, rimane il fatto che alla sessione serale dedicata al dibattito e alle domande io ero presente, pronto e disponibile al confronto. Attivissimo, adducendo improbabili cedimenti alla noia dovuta a un prolisso approfondimento del caso Zanfretta da parte del Dr. Giorgio Pattera, se n’è andato, evitando convenientemente (per lui!) quello che avrebbe potuto essere un interessante e chiarificatore dibattito in merito alla questione delle scie chimiche e magari anche del caso Zanfretta che tanto lo diverte.
Mi sembra di capire che avesse addirittura in animo di organizzare un collegamento in diretta via telefonino col meteorologo Giuliacci, il quale dall’alto della sua posizione ufficiale avrebbe illuminato la platea sull’inconsistenza della questione delle scie chimiche, che altro non sono che normali scie di condensazione. Che disdetta! L’intervento di Giuliacci non è stato possibile, ed è un peccato, perché avrei voluto rivolgergli almeno una domanda, una sola:
“Fatto salvo che le scie di condensazione si formano in determinate condizioni atmosferiche, condizioni che notoriamente e solitamente sono presenti a partire dagli 8.000 metri di quota in su, come spiega i numerosissimi e documentati casi di scie dense e persistenti rilasciate da velivoli operanti a quote variabili fra i 5.000 e i 3.000 metri e talvolta anche più in basso?”
Insieme al decalogo di Giuliacci, ho notato di sfuggita sul suo blog un post relativo a una diatriba con Rosario Marcianò (la sua bestia nera, si direbbe) concernente alcune spettacolari foto tratte dalla nota rivista statunitense Life, illustranti i cieli letteralmente coperti da scie di condensazione emesse dai bombardieri e dai caccia alleati sul fronte europeo, durante le fasi finali del secondo conflitto mondiale. Effettivamente, a guardarle ricordano molto le innumerevoli foto scattate negli ultimi anni che mostrano i nostri cieli attraversati da decine e decine di scie chimiche, ed è su questa apparente equivalenza che gioca subdolamente Attivissimo, ignaro di scavarsi la fossa da solo.
Il punto è questo: le foto mostrano esattamente quello che dicono, cioè scie di condensazione rilasciate da velivoli operanti ad alta quota (all’epoca i caccia e i bombardieri alleati operavano generalmente tra gli 8.000 e i 10.000 metri, per tenersi lontano dalla portata dell’artiglieria contraerea tedesca) in condizioni climatiche adeguate (in una foto si nota neve sul terreno, quindi dev’essere stata scattata in inverno o all’inizio della primavera, quando le temperature, soprattutto in quota, sono assai basse). Sono numerosissime, dato che nel corso delle missioni di bombardamento sulla Germania, fra il 1944 e il 1945, si trovavano simultaneamente in cielo molte centinaia di velivoli (e in molte occasioni erano migliaia). Sono assai persistenti, e questo a causa dei potentissimi motori a pistoni che spingevano questi velivoli, motori spinti alle massime prestazioni nei voli di guerra, progettati per fornire potenza sufficiente alla maggior quota possibile (guarda caso anche con l’ausilio di additivi chimici, pur se per brevi periodi) ma non certo per essere “puliti”: la quantità di olio incombusto e altro particolato emesso dagli scarichi era impressionante per i nostri standard odierni (andatevi a guardare qualche filmato dell’epoca che mostri l’accensione dei giganteschi motori stellari di un B-17 o di un B-29 prima di una missione, e osservate cosa ne viene fuori…), quindi queste consistenti emissioni di particolato ad alta quota favorivano proprio la condensazione dell’umidità presente nell’atmosfera, fenomeno che, come noto, si verifica proprio in presenza dei cosiddetti “nuclei di condensazione”, e la conseguente formazione di cristalli di ghiaccio.
Detta in altri termini, le condizioni ideali alla formazione di numerosissime scie di condensazione particolarmente persistenti. Aggiungiamo pure che la qualità dei carburanti impiegati in tempo di guerra non era nemmeno lontanamente comparabile con quella odierna: era talmente bassa che si concepirono e applicarono svariati congegni catalizzatori per porvi rimedio, a cui si sono ispirati alcuni validi modelli oggi in commercio per l’installazione sui normali automezzi.
Dunque, come si può equiparare lo scenario appena illustrato, in particolare considerando la presenza simultanea nei cieli di parecchie centinaia (quando non migliaia) di aerei, con quello odierno, adducendo che si tratta solo delle scie di condensazione prodotte dal normale traffico commerciale? Forse un sano ragionamento unito alla presentazione di fatti incontrovertibili vale più di qualche masturbazione mentale, smania di protagonismo ed evocazione di improbabili “esperti”, unite al continuo utilizzo dello scherno e della ridicolizzazione per mascherare la pochezza dei propri argomenti (valga per tutte la storia degli improbabili ragni migratori quali responsabili della ricaduta di filamenti, in tutto e per tutto degna di quella a suo tempo formulata per spiegare i cerchi nel grano, prodotti dal convulso rincorrersi nei campi di coppie di ricci in amore...).
Una cosa è sicura: non mi farò trascinare in una sterile diatriba, come è accaduto al grande Massimo Mazzucco che ha sacrificato ore di sonno per ribattere punto per punto ad Attivissimo sulle varie questioni inerenti all’11 settembre 2001, senza cavarne un ragno dal buco (per quanto le campane a morto per Attivissimo siano suonate con la recente e scientificamente documentata scoperta di Termite estremamente sofisticata fra il pulviscolo raccolto a Ground Zero…); non so come si guadagni da vivere il signor Attivissimo e come riesca a conciliare il suo lavoro col grande dispendio di tempo e di energie che impiega nel tentativo di smontare, confutare, ridicolizzare e demonizzare questioni di importanza fondamentale come le scie chimiche, la manipolazione del clima e l’11 settembre (e financo gli UFO, se è per questo), sulle quali chiunque sia dotato di buona volontà, assenza di preconcetti, autonomia di pensiero e sano discernimento potrà trovare una quantità monumentale di documentazione e separare i fatti dalle supposizioni fantasiose, le verità dalla disinformazione, l’informazione dalla bufala. Io preferisco spendere il pochissimo tempo libero che riesco a ritagliarmi da un lavoro sempre più impegnativo in attività più positive e gratificanti dal punto di vista sociale.
Resta il fatto che il sano e onesto confronto pubblico non c’è stato, e non sono stato io (né il Dr. Pattera, se è per questo) a mancare all’appuntamento. Non sarà che fra tutte quelle che sta cercando, in fondo la più grande bufala sia proprio lui?
Il leader della sinistra radicale tedesca invita gli operai a seguire i francesi
Uno spettro s’aggira per l’Europa, lo spettro della protesta violenta operaia contro la crisi e i licenziamenti. E la nuova lotta di classe adattata all’epoca della crisi. Una tattica inventata dalla base sindacale militante francese: il sequestro di manager nelle aziende dove i posti di lavoro sono a rischio.
Minaccia di fare scuola nel Mitteleuropa, il cuore industriale del Vecchio continente. Mentre dirigenti Fiat venivano sequestrati in Belgio, e dopo che da ogni angolo della Quinta Repubblica erano venute notizie di dirigenti aziendali presi in ostaggio da scioperanti infuriati, il più popolare leader carismatico della sinistra radicale europea, cioè il tedesco Oskar Lafontaine, è sceso in campo con tutto il peso del suo carisma incitando gli operai tedeschi a seguire l’esempio di Oltre Reno: a rapire cioè i loro capi e padroni nelle fabbriche minacciate da tagli all’occupazione.
Quello di Oskar Lafontaine, copresidente della Linke (il partito di sinistra radicale nato dall’unione di dissidenti antiriformisti della socialdemocrazia, spd, e della Pds, il partito postcomunista erede del regime della Ddr, Germania orientale) è un appello che preoccupa, tanto più con le elezioni politiche di settembre alle porte. «Quando i lavoratori francesi sono arrabbiati», ha detto «Oskar il rosso» all’emittente pubblica Wdr, «sequestrano i loro manager. Io desidero che ciò avvenga anche qui da noi, affinché i manager si rendano conto della rabbia dei dipendenti e capiscano che la gente teme per la propria esistenza». Ancora una volta, Oskar Lafontaine fa tremare l’establishment. La cancelliera ha reagito con estrema durezza: ha condannato come «assolutamente irresponsabile ogni appello a diffondere panico e a incitare a proteste violente». Il leader della confederazione sindacale (Dgb), Michael Sommer, e la candidata spd alla presidenza della Repubblica, Gesine Schwan, hanno sottolineato di temere conflitti sociali, pur prendendo le distanze da Lafontaine.
Tensioni e sequestri, intanto, si diffondono. In Belgio gli operai della Italian automobile company, legata alla Fiat hanno sequestrato per ore tre dirigenti. In Francia prendere i manager in ostaggio è ormai una tradizione: Il 15 marzo è toccato al direttore locale di Sony, poi a Caterpillar France. Gli operai Continental hanno devastato la prefettura di Compiegne. E ora la Germania e l’Europa intera si chiedono col fiato sospeso in quale azienda arriverà la prossima presa d’ostaggio, la nuova lotta di classe nel mondo globale investito dalla crisi.
Andrea Tarquini Repubblica 26.04.2009
Manager sequestrati, torna di moda il regicidio
Parigi - I “bossnapping”, accettati dalla maggioranza dei francesi, sembrano dare anche risultati. Un’inclinazione a rifare il 1793, si dice a destra. Senza mediazioni, i lavoratori sono indotti a fare da sé. La pratica ha una lunga tradizione
Forse è un vocabolario un tantino esagerato, ma il moltiplicarsi dei riferimenti alla Rivoluzione francese nel dibattito sulla crisi economica la dice lunga sul clima sociale che da qualche tempo si è instaurato in Francia. Sequestri di manager in seguito a piani sociali lacrime e sangue. Azioni di boicottaggio più o meno violente e occupazioni di fabbriche. Il tutto accompagnato da un sostegno deciso dell’opinione pubblica alle posizioni dei sindacati – anche loro presi un po’ alla sprovvista – che si è manifestato fra l’altro in occasione dei due scioperi nazionali di gennaio e marzo che hanno portato in piazza fra i due e i tre milioni di lavoratori. Nonostante i segnali di malessere si traducano sempre più spesso in azioni clamorose, il presidente della repubblica non sembra però incline a ulteriori iniziative.
Per Sarkozy quello che si doveva fare è già stato fatto col piano anticrisi del governo di François Fillon. Punto e basta. Eppure è dalla sua maggioranza che continuano a essere evocati i rischi dell’immobilismo di fronte ad una situazione sociale sempre più degradata. L’ex premier Dominique de Villepin ha osservato che “in Francia esiste un rischio rivoluzionario”.
Il capogruppo della maggioranza all’Assemblea nazionale, Jean François Copé, ha constatato “l’inclinazione dei francesi a voler fare in continuazione il 1793”. Anche Sarkozy ha dovuto ammettere che è difficile governare un “paese regicida”, ma questo non lo ha spinto a fare qualcosa in direzione dei lavoratori. Senza mediazioni, lasciati soli di fronte ad una crisi che si manifesta giorno dopo giorno con nuovi annunci di chiusure e licenziamenti, i lavoratori sono allora indotti a fare da sé. Privi di interlocutori politici, senza un dialogo sociale degno di questo nome e di fronte alla rigidità delle aziende, si stanno diffondendo così le azioni dirette che spesso scavalcano i sindacati. Ad esempio i lavoratori di due filiali di Edf e Gdf, in sciopero da diversi giorni per rivendicare aumenti salariali, sono passati a tagliare gas e elettricità. Circa 70mila cittadini hanno subito black out momentanei e i sindacati hanno preso le distanze da queste azioni.
Ma le iniziative più spettacolari sono stati i bossnapping, i sequestri dei manager. In poco più di un mese se ne sono contati almeno sei. Dopo la Sony, 3M, Caterpillar, Scapa, Faurecia, la scorsa settimana è stato il turno della Fm Logistic, cinque dirigenti della quale sono stati sequestrati per una giornata intera nella sala riunioni del sito di Woippy, a est di Parigi. Obiettivo: costringerli a riprendere il negoziato sulle condizioni di licenziamento. L’azienda ha infatti deciso di chiudere il sito entro il 2010 e di sopprimere i 489 posti di lavoro. Come in quasi tutti i bossnapping precedenti i lavoratori non contestano la sostanza dei piani sociali, ma solo il numero dei licenziamenti e le indennità.
Le “operazioni”, bisogna dire, finora hanno funzionato e in quasi tutti i negoziati i lavoratori hanno ottenuto un aumento delle indennità di licenziamento e, come nel caso della Caterpillar, la diminuzione dei posti soppressi. Il che fa pensare che se il governo non si muoverà, i sequestri continueranno. Due settimane fa Sarkozy aveva condannato i bossnapping, ma le sue minacce non sono servite a fermare il fenomeno né a invertire l’appoggio dell’opinione pubblica. Interrogato dai sondaggisti, il 45 per cento dei francesi ha infatti dichiarato di ritenere “accettabile” il sequestro come metodo di contestazione sociale. Se poi il 30 per cento approva in pieno, è il 63 per cento che giudica quello dei sequestri come un comportamento “comprensibile”. Sulla stessa lunghezza d’onda sono anche i sindacati. Bernard Thibault, segretario generale della Cgt, ha parlato dei sequestri come di “epifenomeni” e ammesso che, “anche se la Cgt non li incoraggia”, spesso “sono organizzati sul territorio in un quadro sindacale”.
I media fanno un gran rumore. I giornali gli danno un gran risalto, ma in realtà in pochi ricordano che il sequestro dei dirigenti da parte dei lavoratori è una pratica che in Francia ha una lunga tradizione. Poco sindacalizzati, e con un dialogo sociale che non è mai stato realmente tale, i lavoratori francesi hanno storicamente un rapporto stretto con l’azione diretta. L’unica differenza tra ieri e oggi sta nel fatto che mentre un tempo si sequestrava per rivendicare i diritti, in questi mesi i lavoratori usano l’arma del bossnapping come strumento difensivo, mossi da un sentimento d’ingiustizia e spesso di disperazione.
“Il sequestro è una pratica ricorrente, che risale ai tempi del Fronte popolare e che è stato ripreso in particolar modo negli anni che hanno seguito il ’68”, ricorda il politologo e specialista del movimento sindacale René Mouriaux. Rispetto a quello che sta accadendo in questi giorni, solo le ragioni e il contesto sono differenti. Negli anni 70 le azioni erano “offensive, per la conquista di nuovi diritti” nel contesto della crescita dei “Trenta gloriosi”, il trentennio del boom. La radicalizzazione che si può costatare oggi è invece dovuta alla difesa del lavoro. “Si tratta di conflitti difensivi in una congiuntura economica molto degradata in settori di attività e in bacini di lavoro a loro volta degradati”, spiega il sociologo Jean Michel Denis. Azioni della “disperazione” quelle alla Caterpillar o alla Sony, in linea col conflitto alla Cellatex, dove nel 2000 i lavoratori avevano minacciato di far saltare la fabbrica di Givet, nelle Ardenne, per ottenere un aumento delle indennità di licenziamento.
Qualcosa è evidentemente successo però, perché negli ultimi dieci anni “le lotte si erano intensificate ma non radicalizzate”, dice Jérome Pélisse, specialista dei conflitti del lavoro dell’università di Reims. Tra il 2003 e il 2004 ad esempio, i sequestri o le minacce di distruzioni di beni non hanno rappresentato che l’un per cento dei conflitti. “Al contrario tra il ’98 e il 2004 sono aumentati gli scioperi brevi e le forme di lotta senza interruzione del lavoro: petizioni, rifiuto degli straordinari e così via”. Secondo l’esperto i sequestri di questi giorni servono per “ridare un corpo e una figura a chi prende le decisioni. I luoghi del potere si erano diluiti e i salariati non avevano più presa su chi decide”. I sequestri tendono a confutare allora la convinzione che si era diffusa negli ultimi anni che nessuno era più veramente responsabile delle decisioni economiche, “come se esse si fossero imposte automaticamente”.
Per Pelisse la violenza simbolica esercitata sul manager non è allora che la risposta alla violenza che subiscono i lavoratori quando vengono licenziati, “una violenza sociale e invisibile”. Sequestrare il padrone, dice Isabelle Sommier, direttrice del Centro di ricerche politiche della Sorbona, “appare allora come un sussulto di dignità per attirare l’attenzione sulla propria sorte ingiusta”. Per Michel Ducret della Cgt il bossnapping è “la forma d’azione dei lavoratori che sono, alla fine, senza fiato”, e, aggiunge Nicolas Benoit, della Cgt Catarpillar, “noi sindacati siamo un po’ scavalcati da questa collera che monta”.
Secondo Guy Groux, ricercatore del Centro studi sulla vita politica francese, non ci sono dubbi che “con la successione di piani sociali questo tipo di pratiche si estenderà, tanto più che può rivelarsi efficace”. Se le grandi manifestazioni di piazza e gli scioperi nazionali indetti unitariamente dai sindacati non smuovono il governo di un passo, “le lotte radicali localizzate, frutto della disperazione”, finora hanno ottenuto risultati concreti.
Luca Sebastiani Rassegna 25.04.2009
Carlos lo sciacallo, per la prima volta davanti a un magistrato italiano, detta la risposta in lingua francese: «La strage del 2 agosto, a Bologna, non è opera dei fascisti».
Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, così come Luigi Ciavardini, i neofascisti condannati per la bomba alla stazione coi suoi 85 morti e i duecento feriti, non avrebbero nulla a che fare con la terribile esplosione al tritolo che nell'estate del 1980 sbriciolò la sala d'aspetto di seconda classe e investì il treno Ancona-Chiasso in sosta sul primo binario.
Ascoltato per rogatoria dal pubblico ministero bolognese Enrico Cieri, entrato alle nove di venerdì col funzionario della Digos Marotta nell'austero Palazzo di Giustizia parigino che guarda in faccia le punte della cattedrale di Notre Dame e taglia in due la Senna, il terrorista internazionale di origini venezuelane non batte ciglio e ripete: «A mettere la bomba a Bologna non sono stati né i rivoluzionari né i fascisti...».
Allora chi è stato, insiste il magistrato aggiustandosi gli occhiali sul naso.
Ma Carlos, in camicia rossa, ben sistemato nei suoi sessant'anni in arrivo il prossimo 12 ottobre, va per i fatti suoi: «Io voglio parlare davanti a una commissione ministeriale, non a un magistrato... comunque quella è roba della Cia, i servizi segreti italiani e tedeschi lo sanno bene. Il guaio è che l'Italia è una semicolonia degli Stati Uniti, ragion per cui nel vostro Paese non si possono risolvere i tanti misteri... L'Italia dal 1943 è metà pizzeria e metà bordello degli americani, per questo non si risolve nulla... e lo stesso vale per la Germania, semicolonia americana dal 1945».
Carlos, il cui vero nome è Ilich Ramirez Sanchez, detenuto nel carcere francese di Poissy e famoso per l'assalto al quartier generale dell'Opec nel 1975, spiega anche perché «non possono essere stati i neofascisti» a mettere la bomba alla stazione di Bologna.
«In quegli anni — detta — il traffico di armi ed esplosivi attraverso l'Italia era cosa soltanto nostra. Col beneplacito dei servizi italiani, coi quali noi rivoluzionari trattavamo personalmente, i compagni potevano attraversare l'Italia, così come la Grecia, con tutte le armi in arrivo da Saddam Hussein. Per questo posso certamente dire che in quei giorni mai ci sarebbe potuto sfuggire un carico di T4 grande come quello fatto esplodere a Bologna. Non sarebbe sfuggito a noi e di certo non lo potevano avere in mano i neofascisti italiani. Quel tritolo viene dai militari... Tra i rivoluzionari palestinesi e l'Ori (l'Organizzazione dei rivoluzionari internazionali, quella di Carlos, ndr) — puntualizza il terrorista — i patti con i servizi segreti italiani erano chiari: in Italia traffico di armi sì, attentati no... E noi abbiamo mantenuto la parola».
Quindi Carlos demolisce anche la tesi di Cossiga, quella dello scoppio accidentale dell'esplosivo in transito: «Conosco bene quel tritolo, non suda, non si muove... per farlo saltare serve per forza l'innesco».
A fianco di Carlos, portato in tutta sicurezza al primo piano del tribunale circondato dalla Gendarmeria, ci sono gli avvocati Sandro Clementi e Isabelle Coutant. Con loro l'interprete Sophie Blanco.
Davanti al terrorista, a far domande, stanno seduti il giudice istruttore Yves Jannier (che ha sostituito Brughier) e il pm Cieri, l'ufficiale di collegamento italiano in Francia, Forcella, e il magistrato italiano di collegamento a Parigi, Camelieri. Prima di iniziare «lo sciacallo» li fissa negli occhi uno per uno, prende carta e penna e chiede a ognuno di loro nome e cognome. Non tutti rispondono. A un tratto il magistrato bolognese tira fuori un album fotografico e chiede a Carlos se conosce Abu Saleh Anzeh, rappresentante in Italia del Fronte popolare per la liberazione della palestina (Fplp). Sorride, «lo sciacallo».
Prima di diventare segretario a Damasco di George Abbash, Anzeh era il suo uomo delegato ai rapporti con i servizi segreti militari. «Del resto noi eravamo organizzati militarmente — spiega Carlos — per questo subito dopo lo scoppio a Bologna ho ricevuto un rapporto scritto. Noi, prima di tutti, volevamo capire cosa fosse accaduto».
A inviarlo, dice ancora, è stata Magdalena Cecilia Kop, nel 1980 una semplice militante poi diventata sua moglie, oggi ripudiata perché starebbe collaborando con il Bka, la polizia politica tedesca.
«Andate a chiederlo a lei cosa c'era scritto... I servizi sapevano bene che a Bologna quel giorno c'era Thomas Kram e farlo saltare in aria con la stazione sarebbe stato come mettere la firma dei palestinesi sull'eccidio... Così l'Italia si sarebbe staccata dai palestinesi e avvicinata agli israeliani. Ma Kram (già interrogato dal pm Cieri, ndr) si è salvato e l'operazione è fallita. Thomas era braccato passo passo dagli 007... In realtà era diretto a Perugia. Perché non tutti lo sanno, ma il '68 non è nato a Parigi, è nato a Perugia nel 1967».
Biagio Marsiglia Corriere 26.04.2009
Il sisma 'visto' da radon e ricerca studiosi Nasa
di Eleonora Sasso Ansa
PESCARA - L'aumento di concentrazione di radon, evidenziato dai rivelatori gamma del tecnico aquilano Giampaolo Giuliani nell'imminenza del sisma del 6 aprile, coincide con il picco di radiazioni infrarosse registrato nello stesso periodo da uno scienziato della Nasa, Dimitar Ouzounov. Quest'ultimo da anni studia, con un team internazionale di colleghi, la possibilità di prevedere terremoti grazie all'osservazione dal satellite di segnali elettromagnetici nell'atmosfera. Proprio una settimana prima dell'evento sismico che ha devastato L'Aquila il gruppo di scienziati, avvalendosi di tecnologie Gps e ionosonde, ha rilevato anomalie termiche e variazioni della ionosfera nell'area vicina all'epicentro.
A raccontarlo è lo stesso Giuliani, contattato il 7 aprile da Sergey Pulinets, vicedirettore del centro di monitoraggio spaziale di Mosca, che da dieci anni lavora con Ouzounov, docente alla Chapman University in California e attivo presso il Goddard Space Flight della Nasa. Ai due studiosi che gli chiedevano un confronto, Giuliani ha trasmesso ieri i grafici del flusso di radon rilevato, nel corso della settimana precedente il sisma, dalla sua rete installata nell'Aquilano.
L'incremento di radon, gas nobile la cui concentrazione negli strati superficiali della crosta terrestre può essere percepita dagli strumenti costruiti da Giuliani, è stato incrociato dai due scienziati russi con i risultati della loro osservazione. Il tutto è stato illustrato a Vienna al congresso della European Geosciences Union. La complessa ricerca di Ouzounov e Pulinets, racconta Giuliani "tiene conto del radon come precursore sismico, integrato con altri fenomeni osservati prima di un sisma, come la variazione dei parametri dell'atmosfera, l'elettricità nell'atmosfera e nella ionosfera" e secondo i due scienziati russi "dovrebbe dare una risposta a chi dice che i terremoti non si possono prevedere".
Nel 2007, su 25 allarmi generati dallo studio di Pulinets e Ouzounov, 21 sono risultati esatti; negli ultimi dieci anni, anche Giuliani, monitorando il territorio dell'Aquila e dintorni con la sua rete di 3 e poi di 5 rivelatori, ha riscontrato un'affidabilità del suo sistema superiore all'80%. "A questo punto - conclude Giuliani - spero di potere avviare un proficuo scambio di conoscenze e dati con i due studiosi: il mio unico obiettivo è far sì che non si debba più avere paura dei terremoti".
QuotidianoNet
'Il satellite aveva previsto il sisma'
Le rivelazioni dei fisici russi Pulinets e Ouzounova: calore e gas sono le spie. Segnali chiarissimi dall''occhio' in cielo, ma l'Italia non ha questo tipo di ricerca
di ALESSANDRO FARRUGGIA
Roma, 24 aprile 2009 - Che i fenomeni elettromagnetici associati all’attività sismica possano garantire una promettente linea di ricerca, tale forse da portare ad una previsione dei terremoti, è da tempo convinzione di un piccolo ma agguerrito gruppo di ricercatori. Tra loro i russi Pulinets — che ha avviato le ricerche nel 1994 e pubblicato i primi modelli nel 1998-2000— e Ouzounov, autori recentemente di studi pubblicati su "Physics and chemistry of the earth" (2006), su "Annals of Geophisics" (2007) e relazioni come quella presentata nel dicembre 2008 alla conferenza della American Geophisical Union. Sulle stesse linee di ricerca ci sono fisici americani, cinesi, indiani. E italiani.
Ad esempio il gruppo di Valerio Tramutoli, dell’Università della Basilicata e dell’Imaa/Cnr, che nell’aprile 2008 ha pubblicato sul prestigioso "Annals of Geophisics" uno studio sulla rilevazione satellitare dei precursori termici in occasione del terremoto in Umbria-Marche del 1997. Trovando anche in questo caso correlazioni positive.
IL CAMPANELLO d’allarme era suonato eccome. Se fosse stata creata una rete di osservazione dei precursori sismici basata sulle tecniche di rilevazione satellitare sarebbe stato possibile "leggere", anche in occasione del terremoto d’Abruzzo, dei chiari segnali precursori su scala regionale. Segnali ben più chiari del semplice radon rilevato da Giuliani e che avrebbero potuto utilmente allertare la Protezione civile.
Ma la rete non c’era e il segnale è andato tragicamente perso. A rivelarlo, dati alla mano, è il gruppo di fisici russi che ruota attorno a Sergey Pulinets (vicedirettore del centro di monitoraggio spaziale di Mosca, dopo essere stato all’Istituto di geofisica dell’università di Città del Messico e prima ancora all’Istituto per il magnetismo terrestre e la ionosfera Izmiran di Mosca) e a Dimitar Ouzounov (Nasa/Gsfc e Chapman university) che ieri ha presentato i dati in una comunicazione scientifica al congresso annuale della European Geosciences Union, in corso a Vienna.
"DA ANNI — sottolinea Dimitar Ouzounov — osserviamo preventivamente alcune zone ad altissima sismicità come il Messico, la California, Taiwan, il Giappone e la penisola della Kamchatka (Siberia) per raffinare la nostra teoria sui precursori dei terremoti e inviamo molto riservatamente ad una rete di colleghi scienziati degli ‘alert’ preventivi. Tra queste zone sotto osservazione non c’è l’Italia, ma dopo il terremoto in Abruzzo del 6 aprile, anche alla luce dell’allarme lanciato da Giuliani, abbiamo però voluto analizzare in retrospettiva i dati del sensore del satellite americano Noaa-Avrr che misura la radiazione infrarossa".
"ABBIAMO studiato i dati dal primo marzo al 15 aprile — prosegue Ouzounov — e abbiamo effettivamente riscontrato un picco di radiazione infrarossa nella notte tra il 31 marzo e il primo aprile, che poi è crollato a partire dal 3 aprile. E’ un picco coerente con gli altri previsti dalla nostra teoria che abbiamo storicamente riscontrato da cinque a un giorno prima di altri forti terremoti e che interessa un’area di circa 300 chilometri di raggio tra Abruzzo e Lazio. E l’area nella quale si è poi verificato il terremoto è proprio al suo interno". Il grafico, che pubblichiamo, parla da solo.
"La radiazione termica (calore, ndr) — spiega il professor Sergey Pulinets — è causata durante la condensazione del vapore acqueo sugli ioni prodotti dalle emissioni di gas radon emesso dal sottosuolo in condizioni di stress sismico. Il riscaldamento raggiunge di media i 5 gradi Celsius ed è chiaramente osservabile dal satellite. Per evitare falsi allarmi, per esempio a causa di condizioni meteo particolari, noi integriamo i dati sul riscaldamento con tutta una serie di altri parametri, come il contenuto di elettroni nella ionosfera e la concentrazione di radon a terra. E i risultati sono molto buoni. Nel periodo marzo-giugno 2007, su 25 alert rilasciati, 21 erano esatti e 4 falsi allarmi". Eppure i fisici russi sono cauti e non parlano ancora di previsione.
"PER POTER avere una tecnica pienamente affidabile — osserva Ouzounov — dovremmo affinare ulteriormente il processo per almeno un paio d’anni. E farlo lavorando assieme ai colleghi italiani. Ce ne sono di molto qualificati". Già, ma i soldi? "Non serve molto — ribatte Pulinets — per partire basta un laboratorio con 5 ricercatori, una linea dati ad alta velocità, un collegameto ai sensori già esistenti e dei team da inviare sul territorio". Su 8 miliardi di euro già stanziati per l’emergenza Abruzzo, qualche spicciolo per avviare anche in Italia una linea di ricerca innovativa e promettente parrebbe cosa saggia. Ma chissà.
Ma almeno lo hanno letto?
Domenico Losurdo 16 aprile 2009
Un gruppo di redattori di «Liberazione» inserisce un mio libro nell'Indice dei libri proibiti, senza neppure averlo letto! Senza apportare alcuna prova, ma sulla base solo di una sua (avventurosa) supposizione, Bonanni mi accusa di aver giustificato «molti anni fa» - ma non ha un suono sinistro questa formulazione? - la distruzione dei «monasteri tibetani» a opera delle «Guardie Rosse».
In realtà, come risulta dai miei scritti, considero tale distruzione (alla quale hanno partecipato anche Guardie Rosse tibetane) come una delle pagine più nere della Rivoluzione Culturale, una pagina fortunatamente superata dalla successiva evoluzione della Cina, che ha restituito al loro antico splendore i monasteri devastati. Della mostra rievocata da Bonanni ho criticato piuttosto la trasfigurazione del Tibet lamaista, di una società che condannava la stragrande maggioranza della popolazione alla schiavitù, al servaggio e a una morte assai precoce: «l'età media dei tibetani è di trent'anni» - riferisce Harrer, istruttore e amico del Dalai Lama. Abbellire questa società e tacere sulle sue infamie: in questo caso chi sono i «negazionisti» ?
Dino Greco e Guido Liguori mi rimproverano invece uno «storicismo giustificatorio». E' una critica ovviamente legittima, ma è fondata? A proposito di Katyn, il mio libro parla di «crimine» e precisa che questo crimine è «ingiustificabile» (p. 259). Si aggiunge soltanto che gli Usa non possono ergersi a maestri di moralità per il fatto che, nel corso della guerra di Corea, si sono resi responsabili di una Katyn su scala più larga. E' lecito smascherare l'ipocrisia dei vincitori?
Più in generale, dopo aver sottolineato l'influenza dello stato d'eccezione nella tragedia della Russia sovietica, il mio libro osserva che «indubbio è anche il ruolo svolto dall'ideologia» e dai «ceti intellettuali e politici» espressi dal bolscevismo (pp. 104-5). Solo che l'ideologia da me presa di mira è l'«utopia astratta», e cioè l'attesa messianica del dileguare dello Stato, della religione, della nazione, del mercato, della moneta (si pensi al peso funesto che la pretesa di cancellare ogni forma di mercato e di circolazione della moneta ha avuto nella Cambogia di Pol Pot). Liguori difende invece l'utopia da me criticata in quanto «astratta» e prende di mira altri bersagli, ma non spiega perché il mio approccio critico dovrebbe essere più «giustificatorio» del suo.
In realtà, viene agitata contro di me una categoria di cui non è mai chiarito il senso. Gramsci «giustifica» il giacobinismo; su «il manifesto» e su «Liberazione» spesso è stata «giustificata» la Rivoluzione culturale: darebbe prova di dogmatismo chi, senza entrare nel merito dei capitoli di storia di volta in volta discussi, attribuisse a se stesso lo storicismo autentico e lo «storicismo giustificatorio» a coloro che non sono d'accordo con lui!
Certo, il mio libro respinge l'immagine di Stalin oggi propagandata sui grandi mezzi di informazione, ma questa immagine è ben diversa a sua volta da quella che emerge dalle grandi opere della cultura occidentale. Per fare solo un esempio, secondo il grande storico inglese A. Toynbee, a rendere possibile Stalingrado e la disfatta inflitta alla barbarie nazista fu il percorso compiuto dall'Urss «dal 1928 al 1941».
Restano fermi gli angosciosi dilemmi morali che caratterizzano le grandi crisi storiche. Ma essi non si pongono solo per l'Urss di Stalin. Vediamo in che modo un eminente filosofo statunitense, M. Walzer, giustifica i bombardamenti terroristici degli angloamericani nel corso della seconda guerra mondiale, pur riconoscendone il carattere criminale: il pericolo di trionfo del Terzo Reich determina un'«emergenza suprema», uno «stato di necessità»; ebbene, occorre prendere atto che «la necessità non conosce regole».
Certo, bombardamenti che mirano a uccidere e terrorizzare la popolazione civile del paese nemico sono un crimine, e tuttavia: «Oso dire che la nostra storia verrebbe cancellata, e il nostro futuro compromesso, se non accettassi di assumermi il peso della criminalità qui e ora»; i dirigenti di un paese «possono sacrificare se stessi al fine di difendere la legge morale, ma non possono sacrificare i propri connazionali» . Walzer è citato con favore e spesso intervistato su «il manifesto»: perché, nella loro campagna contro lo «storicismo giustificatorio» , i miei critici non se la prendono in primo luogo con il filosofo statunitense?
Come ricorda il mio libro, nel 1929 Goebbels individua in Trotskij colui che «forse sulla sua coscienza ha il numero di crimini più alto che mai abbia pesato su un uomo» (p. 231); più tardi, nell'ideologia dominante Stalin diventa il mostro gemello di Hitler, mentre oggi riscuote un enorme successo il libro (di Chang e Halliday) che bolla Mao Zedong come il più grande criminale di tutti i tempi!
E basta leggere la stampa statunitense per rendersi conto che analoghi capi d'accusa vengono costruiti nei confronti di Tito, Ho Chi Minh, Castro ecc. Per essere al riparo dall'accusa di «negazionismo» ovvero di «storicismo giustificatorio» dovremmo sottoscrivere questi «bilanci»? E' contestando la criminalizzazione della storia del movimento comunista nel suo complesso, ma sviluppando al tempo stesso una doverosa riflessione autocritica a proposito sia dell'Urss che della Cina e dell'Indocina, che io ho scritto Stalin.
Storia e critica di una leggenda nera.
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Stormy Six - Stalingrado La Fabbrica
Gideon Levy Haaretz 19/4/2009
Alyan Abu-Aun giace nella minuscola tenda, accanto alle sue stampelle. Fuma sigarette e ha lo sguardo fisso nel vuoto. Tiene in braccio il suo bambino. Nella tenda, che ha le dimensioni di una piccola stanza, si accalcano dieci persone. È la loro casa da tre mesi. Non rimane nulla della loro precedente abitazione, distrutta dalle bombe dell'Esercito di difesa israeliano durante l'Operazione Piombo Fuso. Sono profughi per la seconda volta; la madre di Abu-Aun ricorda ancora la sua casa a Sumsum, una cittadina che un tempo si trovava vicino ad Ashkelon.
Abu-Aun, 53 anni, è stato ferito nel tentativo di fuggire quando la sua casa di Beit Lahia, nella Striscia di Gaza, è stata bombardata. Da allora cammina con le stampelle. Sua moglie ha partorito proprio nel mezzo della guerra, e adesso il neonato vive con loro nel freddo della tenda. La tenda è volata via durante la tempesta che ha divorato la Striscia di Gaza mercoledì scorso, così la famiglia ha dovuto rimontarla. Ricevono acqua solo occasionalmente, in un container, e una piccola baracca di latta fa da bagno per le 100 famiglie di questo nuovo campo profughi, “Campo Gaza”, nel quartiere Al-Atatra di Beit Lahia.
Quest'ultimo finesettimana Abu-Aun era particolarmente amareggiato; la Croce Rossa ha rifiutato alla sua famiglia una tenda più grande. E non ne può più di mangiare fagioli. Per tre mesi, la famiglia Abu-Aun e migliaia di altre persone vivono in cinque accampamenti di tende costruiti dopo la guerra. Non hanno neanche cominciato a sgombrare le macerie delle loro abitazioni, figuriamoci costruirne altre. Migliaia di persone vivono all'ombra delle rovine delle loro case, affollando piccole tende insieme alle loro famiglie: decine di migliaia di persone rimaste senza un tetto, e alle quali il mondo non si interessa più. Dopo la conferenza dei paesi donatori, svoltasi in pompa magna a Sharm el-Sheikh un mese e mezzo fa con la partecipazione di 75 paesi che hanno deciso di stanziare un miliardo di dollari per ricostruire Gaza, non è successo niente.
Gaza è assediata. Non ci sono materiali da costruzione. Israele e il mondo stanno dettando condizioni, i palestinesi sono incapaci di formare il governo d'unità che sarebbe necessario, i soldi e il cemento non si vedono e la famiglia Abu-Aun continua a vivere in una tenda. Anche i 900 milioni di dollari promessi dagli Stati Uniti sono rimasti sotto chiave. Non si sa se verranno mai tirati fuori. La parola dell'America.
Sono passati esattamente tre mesi da quella guerra tanto discussa, e Gaza è stata ancora una volta dimenticata. Israele non è mai stato interessato al benessere delle sue vittime. E adesso anche il mondo ha dimenticato. Due settimane senza neanche un razzo Qassam hanno spazzato via Gaza dai principali temi di discussione. Se gli abitanti di Gaza non si sbrigano e riprendono a sparare nessuno si interesserà più alle loro condizioni. Non è certo una novità, ma è un messaggio particolarmente rattristante e doloroso in grado di scatenare il prossimo ciclo di violenza. E a quel punto di certo non riceveranno aiuti, perché staranno sparando.
Qualcuno deve assumersi la responsabilità per il destino della famiglia Abu-Aun e di altre vittime come loro. Se fossero state ferite in un terremoto il mondo probabilmente le avrebbe aiutate a riprendersi molto tempo fa. Perfino Israele avrebbe mandato subito convogli di aiuti della ZAKA, della Magen David Adom, perfino dell'Esercito di difesa. Ma la famiglia Abu-Aun non è stata ferita da un disastro naturale, ma da mani e carne e sangue israeliani, e non per la prima volta. Dunque: nessun indennizzo, nessun aiuto, nessuna riabilitazione. Israele e il mondo sono troppo preoccupati per ricostruire Gaza. Sono rimasti senza parole. Gaza, ricordate?
Dalle rovine della famiglia Abu-Aun nasce una nuova disperazione. Sarà più amara di quella che l'ha preceduta. Una famiglia dignitosa di otto persone è stata distrutta, fisicamente e psicologicamente, e il mondo si tiene a distanza. Non dobbiamo aspettarci che Israele risarcisca le sue vittime o ricostruisca le case che ha distrutto, anche se sarebbe evidentemente nel suo interesse, per non parlare dell'obbligo morale, argomento che non viene nemmeno toccato.
Ancora una volta il mondo deve rimediare ai disastri compiuti da Israele. Ma Israele sta ponendo un numero sempre maggiore di condizioni politiche per fornire urgente soccorso umanitario. Ricorre a vuote giustificazioni per lasciare Gaza distrutta e per non offrire l'aiuto che Gaza merita e del quale ha disperato bisogno. Gaza è stata lasciata ancora una volta alle proprie risorse, la famiglia Abu-Aun è stata abbandonata nella sua tenda, e quando le ostilità riprenderanno sentiremo parlare ancora una volta della crudeltà e della brutalità... dei palestinesi.
Traduzione di Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.
a cura di GLG Ripensare Marx 20 aprile 2009
<Usa, Italia, Israele e Germania non siedono al tavolo organizzato dall'Onu. L'Ue: "Reagiremo in caso di dichiarazioni inaccettabili". Il ministro Lieberman ritira il proprio ambasciatore dalla Svizzera che replica duramente: "Critiche ingiustificate"> [il tutto accaduto semplicemente per l’incontro tra il presidente elvetico e quello iraniano; nota mia].
Non partecipano ai lavori della Durban II nemmeno Canada, Olanda, Polonia e altri paesi ancora. Francia e Inghilterra sono pronte a lasciare se si dirà una sola parola di blanda critica a Israele, oggi il paese più razzista che ci sia, macchiatosi recentemente di azioni nettamente sanguinose contro il popolo palestinese. Non bastano quasi 2000 morti nella Striscia di Gaza contro 4 morti israeliani per i razzi Qassam; uccisioni tutte avvenute dopo il lancio dell’attacco israeliano (quindi come risposta).
L’Italia è stata fra i primi paesi a lasciare la conferenza e a condannare la bozza di risoluzione proposta, che nemmeno conteneva accuse specifiche a parte quella dell’apartheid. Una vergogna per questo governo, cui noi non abboniamo proprio nulla, pur non partecipando alle accuse lanciate demenzialmente contro una singola persona: Berlusconi, il Demonio e Male Assoluto (secondo i “rossi di vergogna” di sinistra), mentre il più filosionista di tutti, Fini, è vezzeggiato anche da questa malsana parte politica. Del resto, ci si citi una sola condanna della sinistra nei
confronti dell’abbandono della suddetta conferenza; in particolare da parte di quell’accozzaglia di mestatori e guastatori che risponde al nome di Idv (con i suoi alleati grillini). Ci vengano incontro: condannino il Governo per filosionismo e sprezzo dei crimini compiuti da Israele con il pieno sostegno degli Usa di Obama, che non a caso abbandonano anch’essi la conferenza per solidarietà con gli aggressori.
Questa l’autentica vergogna di tutto il mondo occidentale (con la UE sempre accodata agli Usa); lo si pagherà caro in tempi nemmeno troppo lunghi. Non si tratta soltanto di onta morale (comunque di pesantezza eccezionale), ma di autentica stupidità politica; come del resto sempre accade a tutti i servitori sciocchi e senza midollo spinale. Che pena! Questa sarebbe la civiltà che dovremmo difendere ad ogni costo?
Ahmadinejad: "Israele razzista" E i delegati europei se ne vanno
Momenti di tensione alla conferenza internazionale, già boicottata da Usa, Italia, Olanda e Germania per l'intervento del presidente iraniano. Sarkozy: "Intollerabile". Il presidente svizzero accoglie Ahmadinejad, Tel Aviv richiama l'ambasciatore
La conferenza di Ginevra contro il razzismo: il presidente iraniano Ahmadinejad (Epa) Roma, 20 aprile 2009 - Momenti di tensione durante il discorso del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad alla Conferenza internazionale sul razzismo in corso a Ginevra (Durban 2). I delegati dell’Unione europea e di altri Paesi Occidentali hanno abbandonato la sala quando il presidente iraniano Ahmadinejad ha criticato l’istituzione di “un governo razzista” in Medio Oriente dopo il 1945, alludendo chiaramente a Israele, pur senza nominarlo esplicitamente.
“Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, (gli Alleati, ndr) sono ricorsi all’aggressione militare per privare delle loro terre una nazione intera sotto il pretesto delle sofferenze degli ebrei”, ha affermato Ahmadinejad. ”Hanno inviato degli immigrati dall’Europa, dagli Stati Uniti e dal mondo dell’Olocausto per istituire un governo razzista nella Palestina occupata”, ha continuato il presidente iraniano facendo chiaro riferimento a Israele.
Ma il presidente Ahmadinejad ha ricevuto anche applausi dalla platea: la prima volta quando ha accusato “gli Stati occidentali di essere rimasti in silenzio di fronte ai crimini commessi da Israele a Gaza” e la seconda volta quando ha detto che occorre “rivedere le organizzazioni internazionali e il loro modo di lavorare”. Consensi al presidente iraniano sono arrivati anche quando ha parlato della crisi economica mondiale sottolineando che “continua ad aggravarsi e non ci sono speranze che possa essere superata”.
Tre persone che contestavano il presidente iraniano durante il suo discorso, sono stati espulsi dalla sala. I tre manifestanti, truccati da clown e con parrucche multicolori, hanno gridato più volte “razzista” al capo di Stato iraniano.
SARKOZY: 'INTOLLERABILE'
Il presidente francese Nicolas Sarkozy ha condannato come “un intollerabile appello all’odio razziale” il discorso tenuto dal presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad a Ginevra. Sarkozy ha chiesto all’Ue (la cui delegazione ha abbandonato la sala durante il discorso di Ahmadinejad) di dare mostra di “estrema fermezza.” Il ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner da parte sua ha affermato che “non è possibile alcun compromesso” di fronte alle dichiarazioni anti-israeliane di Ahmadinejad.
L'APERTURA DEI LAVORI
La conferenza si è aperta stamattina nel palazzo delle Nazioni Unite di Ginevra, in un’atmosfera vagamente surreale: danzatori africani e asiatici hanno rappresentato uno spettacolo con piroette e acrobazie sullo stesso palco su cui il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon e altri delegati assistevano rinchiusi nei loro doppiopetti scuri.
Poi Ban ha preso la parola e si è detto “profondamente deluso” per l’assenza di diversi paesi “che, d’ufficio, dovrebbero aiutare a creare la strada per un futuro migliore”. Il numero uno dell’Onu ha insistito sul fatto che il razzismo, incluso l’antisemitismo e l’”islamofobia”, vanno combattuti.
Ban, poco prima di dare il via ai lavori, ha diffuso attraverso il suo portavoce un comunicato in cui “condanna la negazione dell’Olocausto”. E a rendere il clima ancora più incandescente c’è stata la notizia che Israele ha deciso di richiamare il suo ambasciatore in Svizzera per consultazioni: ieri il presidente svizzero Hans-Rudolf Merz ha accolto Ahmadinejad al suo arrivo a Ginevra.
ASSENZE PESANTI
Lunghi negoziati e limature dell’ultima ora sulla bozza di dichiarazione finale non sono bastati a convincere paesi di primaria importanza - primi fra tutti gli Stati Uniti, ma anche Italia, Germania, Canada e Olanda - a partecipare. E così, mentre il Vaticano ieri ha confermato che parteciperà (con tanto di annuncio fatto dal Papa in persona davanti ai fedeli in Piazza San Pietro), e gli Stati Uniti hanno indicato che boicotteranno la conferenza sia pure “con rammarico”, l’Ue si spacca e va in ordine sparso: Berlino e Parigi hanno aspettato fino all’ultimo momento per comunicare la loro decisione.
Da un lato Italia, Olanda e Germania, che hanno preferito il boicottaggio; dall’altro Gran Bretagna e Francia, che hanno optato per inviare i loro ambasciatori sperando che la riunione serva almeno a fare progressi rispetto a quella del 2001, e promettono di vigilare sul corso dei lavori. Il ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner stamattina ha messo in guardia l’Iran e il suo presidente Mahmud Ahmadinejad, che ieri ha di nuovo attaccato Israele accusando “l’ideologia sionista” di essere “portabandiera del razzismo”.
L’Italia, che si era chiamata fuori dai negoziati lo scorso 5 marzo, ha confermato ieri sera che non parteciperà: i motivi sono innanzitutto il richiamo (nella bozza di dichiarazione, ndr) alle conclusioni di Durban 1, la riunione Onu che si tenne nel 2001 nella città sudafricana. Durban 1 condannò esplicitamente Israele, quindi un richiamo a quel testo nei fatti equivale a una conferma della condanna. Il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini aveva anche evidenziato perplessità sul “rispetto della libertà di espressione, non sufficientemente garantito".
In qualsiasi altro paese del mondo, Giuliani sarebbe un eroe e le sue ricerche sarebbero state immediatamente recuperate dalla scaffalatura polverosa dove Bertolaso e la Regione Abruzzo l'avevano archiviata. Con tante scuse, con una laurea ad honorem e con un ruolo di rilievo nella ricerca sulla prevenzione dei sismi.
Bertolaso dice che non sapeva, ma sapeva fin dal 15 maggio 2006. E insieme a lui sapevano gli oltre cento partecipanti del seminario pubblico tenutosi il 13 luglio 2005 presso i Laboratori Nazionali del Gran Sasso.
«I sistemi per prevedere un terremoto già esistono — dice Francesco Biagi, docente di Fisica all'Università di Bari —, è che mancano i soldi per perfezionarli. [...] Fu proprio Boschi, oggi nemico dei precursori, a fare la previsione del 1985. Nel 2005 abbiamo presentato un progetto alla Regione per l’installazione di 25 centraline per il rilevamento di radon e stazioni radio a bassa frequenza (alcune anche nel Gran Sasso). Per un punto siamo stati esclusi dalla graduatoria e le prime centraline sono state disattivate».
A qualcuno conviene sostenere che nessuno può prevedere i terremoti. Anche se il Giappone ci si mette di impegno, anche se gli scienziati russi confermano esattamente il contrario. E accusano i sismologi di non collaborare.
Perchè i sismologi non collaborano? Perchè Enzo Boschi, Presidente dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, sostiene che è impossibile prevedere un sisma, quando guardando i grafici online di Giuliani ci riesce perfino un bambino?
Chi produce sismografi in Italia? Di chi sono quelli acquistati dall'INFV? A cosa servono, se la notte tra il 5 e il 6 aprile la protezione civile, dopo l'ennesima scossa di mezzanotte, invitava tutti a tornare tranquilli a casa, perchè non c'era nessun problema? A cosa serve l'informazione, se la televisione e i giornali hanno invitato tutti a non credere ai ciarlatani? Chi, alla RAI, ha censurato un'intervista a Giuliani realizzata pochissimi giorni prima del terremoto? Un'informazione omertosa diventa un'informazione assassina.
Nessuno può prevedere un terremoto, è vero. I terremoti non si prevedono perchè non c'è n'è bisogno: si vedono benissimo così. Su un monitor. Ha funzionato per mesi, anni, con un'accuratezza nella previsione che supera l'80%.
Chi ha dato retta a Enzo Boschi e alla protezione civile adesso è morto. Chi ha ascoltato Giuliani è vivo. E ci racconta la sua storia.
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Intervista a Stefania Pace
Claudio Messora: «Stefania Pace, residente a Poggio Picense (AQ) e reduce dal grande disastro nella notte tra il 5 e il 6 di aprile. Stefania, tu conoscevi Giampaolo Giuliani. Puoi raccontarci la catena di eventi che ha condotto a quella tragica notte e come è accaduto che tu ti sia salvata?»
Stefania Pace: «Ho conosciuto Giampaolo Giuliani qualche mese fa, tramite un amico comune che lavora presso il laboratorio di fisica nucleare del Gran Sasso. Ci siamo tenuti in contatto nei giorni successivi e lui mi spiegava, a spanne, guardando i grafici, come fare per prevedere 6, 12 o addirittura anche 24 ore prima un evento sismico, addirittura sia come intensità sia a livello di localizzazione dell'epicentro. Ogni volta che successivamente si sono verificate delle scosse, io lo sapevo in anticipo perchè Giuliani mi ha sempre avvertito telefonicamente. Io guardavo il grafico, chiedevo e lui mi spiegava per esempio che ci sarebbe stata una scossa di magnitudo 2.5, e puntuale la scossa si verificava.
Quella sera, la sera del 5 aprile, verso le 20.30 ci siamo messi a cena ed è arrivata una scossa di terremoto. Ho acceso il computer, ho guardato il grafico e mi sembrava fuori da ogni ragionevole parametro, perchè raggiungeva picchi altissimi e ho addirittura ipotizzato che fosse rotto il rivelatore. Ho chiamato Giuliani, che al momento non era davanti al computer, e che dopo avere controllato mi ha confermato che la concentrazione di Radon era molto alta, e che avremmo dovuto aspettarci una scossa. Alle 23.00 si è verificata una scossa di magnitudo 4.5, se non ricordo male, al ché sono uscita di casa con mio figlio più piccolo - mio marito e l'altro figlio non erano in casa - e ho chiamato nuovamente Giuliani. Giuliani mi ha detto di non poter parlare più di tanto, purtroppo, perchè aveva il telefono sotto controllo e una denuncia a carico. Mi ha comunque rilevato che per mezzanotte attendeva una nuova scossa. Anche quella si è verificata puntualmente.
Dopo la scossa di mezzanotte c'erano tante persone che si apprestavano a trascorrere la notte in macchina. E' arrivata una persona della protezione civile di Paganica è ha detto a tutti di rientrare in casa, perchè non c'era pericolo, di stare tranquilli. La protezione civile assicurava che era tutto sotto controllo, la situazione era normale, non c'erano allarmi. Al chè la maggior parte delle persone che erano lì fuori sono rientrate, perchè la gente si fida della protezione civile.
Io invece ho richiamato Giuliani, prima dell'una, e lui mi ha detto che ci sarebbe stata una scossa più forte. Mi ha detto che avrei dovuto restare in macchina, di non rientrare. Io e la mia amica Patrizia abbiamo pensato che era il caso di avvertire tutte le persone che erano rientrate. Anche perchè ci trovavamo in località Il Colle di Paganica, un posto dove ci sono tutte case vecchie, in pietra, magari mai ristrutturate, per cui si sarebbero sbriciolate come poi è avvenuto. La mia amica e suo marito hanno cominciato a fare su e giù per i vicoli, cercando di tirare fuori le persone dalle case, suonando tutti i campanelli. Molte di loro si sono ancha arrabbiate, perchè dicevano "Ma come! La protezione civile ci ha detto di rientrare, e tu adesso ci chiami e ci fai uscire di nuovo di casa?".
Con vari escamotage Antonio, Patrizia e io siamo riusciti a farle uscire di casa, almeno quelle che ci hanno dato retta, tra cui tre o quattro famiglie macedoni con bambini piccoli. La mia amica ha inviato messaggi anche ai residenti delle località Sant'Antonio, una parte molto vecchia di Paganica. Le persone sono uscite di casa anche da lì. Alle tre c'è stata la scossa. Abbiamo visto le case che ci si sbriciolavano davanti agli occhi, i fili della corrente prendere fuoco. Un inferno, ma le persone che erano lì con noi erano vive.
Giuliani, indirettamente, ha salvato molte vite. Anche se lo hanno messo a tacere in questo caso è riuscito a dare un allarme e a salvare tantissime persone. Tutte quelle persone gliene sono grate, compresa me.
Eravamo disperati perchè non arrivava un'ambulanza, non arrivava una macchina dei Vigili del Fuoco. Non arrivava nulla. Cercavamo di chiamare i Vigili del Fuoco, le ambulanze, ma le linee erano intasate. L'unica telefonata che siamo riusciti a fare è stata al 118, ma ci hanno detto di non avere macchine, mezzi nè uomini e che appena si fosse liberato qualcuno l'avrebbero mandato. La protezione civile ha sempre cercato di non creare allarme, ma in realtà l'allarme c'era. Bastava soltanto far uscire le persone di casa almeno dai centri storici per non causare tutte quelle vittime. Poggio Picense è un paese di circa 700/800 abitanti. Ci sono stati cinque morti, tutti nel centro storico cioè vicino casa mia, tra cui tre bambini. Quello poteva essere evitato!
Avevo parlato, un paio di giorni prima dell'evento sismico catastrofico, con l'Assessore all'Ambiente di Poggio Picense, che tra l'altro fa parte della protezione civile di Poggio Picense, e gli ho detto che avremmo dovuto montare qualche gazebo, che avremmo dovuto iniziare a preoccuparci perchè quegli eventi sismici avrebbero potuto essere preludio di qualcosa di più grande. Lui lo sapeva che io ero in contatto con Giuliani, ma non mi hanno mai chiesto nulla. Per tutta risposta, si è messo a ridere e mi ha detto: "I terremoti non si possono prevedere! Nessuno è in grado di farlo.".
Ci sono state persone che comunque si erano preoccupate di avvisare le istituzioni e la popolazione che qualcosa stava succedendo. Nessuno ha dato loro retta. Io mi chiedo a questo punto chi pagherà per tutte quelle vite che sono state perse?
Claudio Messora: «Invece, nei giorni precedenti all'evento catastrofico addirittura sui TG regionali e sui quotidiani passava un messaggio...»
Stefania Pace: «Sì, passava il messaggio: "Non date retta ai ciarlatani! I ciarlatani dicono che prevedono i terremoti, e invece i terremoti non si possono prevedere".
Questo ci fa capire quanto l'informazione sia stata in qualche modo complice di tutte queste morti. Un'informazione che dice state tranquilli, ci sta dicendo che pure se c'è un terremoto del quarto grado non c'è bisogno di uscire di casa tanto non c'è nessun pericolo. Io mi ricordo di quando ero bambina e c'erano terremoti - nel nostro territorio ce ne sono sempre stati -, beh: appena si sentiva la scossa di terremoto si usciva in strada, si dormiva nelle macchine. E nessuno ti veniva a dire Dormite nella case perchè non c'è pericolo. La gente si è fidata. Sbagliando, si è fidata!
Claudio Messora: «Tu hai seguito gli eventi del caso di Sulmona per i quali Giuliani ha ricevuto l'avviso di garanzia? Sai com'è andata?»
Stefania Pace: «In quei giorni ci siamo sentiti spessissimo. Io so che lui non ha mai detto che ci sarebbe stato un terremoto fortissimo a Sulmona. C'era stato un sisma, mi sembra alle 11 o alle 13 di due domeniche precedenti al nostro, e Giuliani mi aveva detto per telefono che se ci fosse mai stato un altro evento, ma doveva ancora verificarlo, sarebbe stato di minore o di pari intensità. Stiamo parlando di magnitudo 4.3. Quindi non ha procurato nessun allarme perchè un terremoto di magnitudo 4.3 può causare qualche lesione ma nessun danno grave.»
Claudio Messora: «Sai se Giuliani ha benificato di fondi, per le sue ricerche?»
Stefania Pace: «Non ha beneficiato assolutamente di nulla, anzi io so addirittura che ha acceso dei mutui anche contro il parere dei suoi familiari. E' una persona assolutamente in buona fede, che agisce per il bene della collettività e non per interessi personalistici, a differenza di molti altri invece, tra politici e non.»
Claudio Messora: «Quindi se tanta gente, la notte tra il 5 e il 6, all'Aquila e dintorni si è salvata, lo si deve anche a Giuliani.»
Stefania Pace: «Credo proprio di sì... Credo proprio di sì!»

Fonte: ByoBlu 17.04.2009



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