Garbage live I think I'm Paranoid
Tutto è grottesco nella corsa elettorale che si sta consumando sotto il sole di questa canicola prematura di fine maggio. Ad iniziare dal merito delle elezioni stesse, un parlamento europeo di cui al di là della facile mangeria si fatica assai ad evincere il senso e delle amministrazioni provinciali che a breve potrebbero ritrovarsi a non amministrare più nulla, se la soppressione delle province da tempo ventilata finirà per andare in porto.
Preso atto della scarsa salienza della consultazione, ciò che più risulta avvilente sono i toni ed i contenuti espressi dalla sarabanda dei partiti politici, con l’unica eccezione costituita dalle piccole formazioni politiche (di destra come di sinistra) che comunque sono già state deprivate a priori dal parlamento della possibilità di tramutare in rappresentanza politica i voti dei propri elettori.
I “partiti che contano” o sperano di contare stanno affrontando la campagna elettorale con lo stesso spirito con cui ci si da vita ad una sonora scazzottata al bar dello sport, in merito al contestato rigore della domenica. Lo sfrenato egotismo ed il diffuso malanimo, stanno producendo fra PD e PDL ed i piccoli partiti a loro satelliti, una serie infinita di risse verbali, attacchi alla persona e insulti gratuiti del tutto fini a sé stessi, funzionali solamente alla volontà comune di non entrare nel merito delle gravi problematiche che affliggono il paese e l’Europa tutta.
Neppure una parola riguardo al Trattato di Lisbona, alla perduta sovranità monetaria, all’Europa dei burocrati tesa ad annientare il valore aggiunto costituito dalle peculiarità delle comunità che si vorrebbero ogni giorno di più sradicate dai propri territori e dalle proprie tradizioni. Silenzio totale in merito all’Europa della precarietà, dove si cannibalizzano i diritti dei lavoratori, depauperando oltre mezzo secolo di conquiste sociali
Neppure una proposta concreta attraverso la quale affrontare la vera crisi (non l’ologramma della crisi finanziaria) di un modello di sviluppo prossimo a defungere, per effetto della quale nel corso dei prossimi anni sempre più ampi strati della popolazione si vedranno privati della possibilità di realizzare un reddito che possa consentire loro una sopravvivenza dignitosa, a dispetto di tutti i cabalisti a pagamento che pronosticano la fine della crisi senza essere in grado di produrre una sola ragione in virtù della quale l’ipotesi dovrebbe realizzarsi. Neppure un minimo cenno di autocritica per avere dato vita ad un processo di globalizzazione tanto insensato quanto controproducente, a solo beneficio dei profitti di banche e corporation. Nessuna volontà di procedere ad una riflessione in merito allo strapotere dell’oligarchia finanziaria, i cui risultati in termini di disoccupazione, povertà diffusa e progressivo annientamento dei diritti, iniziano a farsi sentire in maniera devastante.
I partiti che contano non gradiscono parlare di politica, trattandosi di temi troppo complessi all’interno dei quali è facile scivolare. Immaginate Antonio di Pietro che ha reclutato in tutta Italia una marea di candidati “sensibili ai problemi ambientali” alle prese con temi come l’incenerimento dei rifiuti, la cementificazione del territorio e le grandi opere di cui si è sempre fatto portatore. Immaginate la Lega Nord posta di fronte al tema del trattato di Lisbona che cozza violentemente con i presupposti che sono alla base della sua stessa nascita. Immaginate Franceschini che oggi domanda finanziamenti a pioggia per i disoccupati, ma in due anni di governo si è guardato bene dal destinare loro un solo euro. Immaginate lo stesso Berlusconi chiamato a sostanziare le ragioni per cui i cittadini dovrebbero rimanere ottimisti di fronte alla chiusura generalizzata delle aziende e all’aumento della cassa integrazione di oltre il 300%. Per non parlare di SL di Nichi Vendola che ha reclutato all’interno della propria formazione politica perfino i Verdi in fase di dissoluzione, pur sostenendo apertamente il TAV, i rigassificatori e l’incenerimento dei rifiuti o dell’UDC di Casini/Caltagirone impegnato a sostenere la “famiglia” attraverso l’innalzamento dell’età pensionabile ed i valori cristiani per mezzo dell’aumento delle capacità militari europee.
Accantonata la politica che è scomoda e non fa chic, meglio allora fare proprio il modello “Amici” e “Buona Domenica”, dove la rissa verbale, l’insulto, la zuffa condita dai peggiori epiteti, conseguono un’ottima resa in termini di audience e se trasposti altrove possono rappresentare la falsariga di una campagna elettorale condotta unicamente “contro” l’avversario, senza l’ambizione di effondersi in alcuna proposta politica degna d’interesse. Ultimo esempio, ma solo in ordine di tempo, di quanto grottesca sia la classe politica italiana, lo ha reso ieri il leader pro tempore del PD Franceschini che impegnato ad attaccare Berlusconi, pur avendo migliaia di argomenti legittimi e concreti attraverso i quali poterlo fare, ha preferito le offese a livello familiare, con la conseguenza di ottenere una brutta figura e fare scendere ancora più in basso il livello di questa già avvilente campagna elettorale.

Marco Cedolin 29/5/2009
Il Corrosivo
E' il 27 maggio 2009, secondo le varie testimonianze, tra le 11,30 e le 12:04 in diversi centri urbani (Firenze, Scandicci, Gattatico, Carpi, Modena, Pisa, Bologna, Lama Mocogno, Pavullo nel Frignano) uno o più assordanti boati hanno creato panico ed allarme. In alcuni casi è stata segnalata addirittura la rottura dei vetri delle finestre. Alcune scuole sono state evacuate.
Come ormai consuetudine, le autorità si sono subito affrettate a fornire la solita banale spiegazione: "Si è strattato del bang sonico provocato da due caccia in missione di scramble" e questa volta l'aeronautica militare ha voluto strafare, fornendo un dettagliato resoconto dei fatti. Leggiamo il testo riportato sul sito dell'Aeronautica militare e poi vediamo insieme quali sono le numerose incongruenze in questa ennesima storia di disinformazione.
DUE CACCIA EUROFIGHTER INTERCETTANO UN VELIVOLO DEL MONTENEGRO
Il velivolo militare, un Cessna 551, in volo da Cannes (Francia) a Vienna (Austria) è stato intercettato mercoledì 27 maggio in seguito al transito sullo spazio aereo nazionale senza adeguata autorizzazione
Mercoledì 27 maggio alle ore 11,49 locali due caccia Eurofighter del 4° Stormo di Grosseto sono decollati, su ordine di ‘scramble’ dal Comando Operativo delle Forze Aeree (COFA)/CAOC 5 di Poggio Renatico (Ferrara) e sotto il controllo del 21° Gruppo Radar A.M. di Poggio Ballone (Grosseto) e dell’11° Gruppo Radar A.M. di Poggio Renatico, per intercettare un velivolo militare Cessna 551 del Montenegro in volo da Cannes (Francia) a Vienna (Austria) che attraversava lo spazio aereo nazionale senza l'adeguata autorizzazione. Per raggiungere il velivolo in transito è stato necessario percorrere dalle 11,55 alle 12,04 un tratto a volo supersonico tra la zona a sud di Firenze e Reggio Emilia.
L’intercettazione è avvenuta alle ore 12,10 a 15 miglia ad ovest di Rovereto (Trento), dove il velivolo è stato identificato. I caccia Eurofighter hanno scortato poi il velivolo fino al confine dello spazio aereo nazionale, a circa 30 miglia a nord di Belluno, per far successivamente rientro al 4° Stormo dove sono atterrati alle ore 13,03 locali.
Lo “scramble” è in gergo tecnico il decollo immediato di caccia intercettori che sotto la guida dei controllori della difesa aerea si dirigono verso un velivolo “sospetto” per accertare visivamente l’identità e per scortarlo fino ai limiti dello spazio aereo italiano. Nella maggior parte dei casi, si tratta di aeromobili che non rispondono a prestabiliti requisiti, non hanno le previste autorizzazioni al sorvolo dello spazio aereo nazionale o perdono le comunicazioni con gli organi del controllo del traffico aereo o divergono dalla rotta prevista senza validi motivi.
L'Aeronautica Militare assicura la sorveglianza e la difesa dello spazio aereo nazionale per 365 giorni all’anno, 24 ore su 24, tramite un sistema di radar, velivoli e sistemi missilistici, integrato sin dal tempo di pace con quelli degli altri paesi appartenenti alla NATO. Oltre che dal 4° Stormo di Grosseto, il servizio di decollo immediato e di intercettazione nei casi di allarme è svolto dal 36° Stormo di Gioia del Colle (Bari), pure equipaggiato con aerei Eurofighter, dal 5° Stormo di Cervia e dal 37° Stormo di Trapani, dotati invece di aerei F-16.

Consideriamo ora le varie anomalie.
1) I caccia intercettori hanno percorso in 9 minuti (secondo le dichiarazioni ufficiali) circa 100 km tra Firenze e Bologna e circa 300 km tra Grosseto e Rovereto (Trento). In pratica i due Typhoon hanno compiuto l'intero tragitto ad una media di 845 km/h e quindi ben al di sotto della velocità necessaria (1.200 km/h circa) per la produzione del bang sonico. Inoltre i 100 chilometri percorsi tra Firenze e Bologna in 9 minuti, sempre attenendosi alle dichiarazioni ufficiali, dimostrano che i due intercettori hanno percorso tale distanza ad una velocità media di 666 km/h. A maggior ragione, nemmeno in questo caso, se mai hanno volato davvero due Typhoon, i caccia possono essere stati la causa delle deflagrazioni.
2) Il Cessna 551 è un velivolo di tipo "Executive" che raggiunge una velocità di crociera di 746 km/h. Ammettendo anche un notevole ritardo nella procedura di scramble (pur sempre deprecabile), non si comprende come sia possibile che il Cessna 551 sia stato raggiunto solo una volta arrivato sui cieli di Rovereto, visto che gli intercettori, secondo quanto dichiarato, hanno raggiunto e superato la velocità del suono. In pratica ha percorso indisturbato mezzo nord Italia. Se fosse stato un caccia ben più veloce? Avrebbe potuto compiere il giro dell'intero terrtorio italiano!
Anche sullo schierato e fazioso forum di MD-80.it sono stati inseriti alcuni interventi in cui si esprimono delle perplessità.
sblanzio il 27 mag 2009, 19:17 scrive:
"Se il Citation è entrato "senza adeguata autorizzazione" nello spazio aereo italiano provenendo da Cannes, anche senza conoscere nel dettaglio la rotta dell'a/m secondo la logica l'ingresso dovrebbe essere avvenuto al confine con la Francia meridionale.
Possibile che con i nostri "potenti mezzi" non siamo riusciti a intercettarlo prima che arrivasse su Trento? Se la destinazione era Vienna, praticamente si è fatto 3/4 di volo indisturbato. E se invece fosse stato un volo dirottato con intenzioni non propriamente pacifiche?"
support_5 (sedicente controllore di volo) il 27 mag 2009, 21:45 osserva:
"Anche se è partito da Cannes avrà comunque fatto un piano di volo con congruo anticipo, quindi quel volo si conosceva ancora prima che partisse. Se il piano di volo "scappa" senza che nessuno se ne accorga, i dati di quel volo vengono comunque ricevuti da milano acc almeno 10 minuti prima dell'ingresso nella fir, quindi quel volo poteva essere intercettato ben prima di quanto lo sia stato realmente.
Particolari tipi di voli, per attraversare il territorio italiano hanno bisogno di un'autorizzazione. Può accadere che tale autorizzazione non sia stata richiesta, quando tutto funziona a dovere l'aereo senza autorizzazione non viene proprio fatto entrare nello spazio aereo italiano, nel senso che la difesa aerea, vedendo che il piano di volo di quel particolare velivolo interessa l'Italia e non ha autorizzazione, nega allo stesso l'ingresso. A volte succede che il piano di volo non viene analizzato attentamente e quindi non ci si accorge della mancanza dell'autorizzazione. Poco male, perchè i dati di quel volo vengono trasferiti al primo acc italiano almeno 10 minuti prima dell'ingresso, quindi la difesa ha tutto il tempo per accorgersene ed agire di conseguenza. Onestamente stamattina non so cosa si sia inceppato nel meccanismo, questo è il motivo per cui ho detto che, a mio avviso la difesa non ci ha fatto una bella figura".
3) L'aeronautica montenegrina dispone dei seguenti velivoli:
Attack J-22, G-4, Mi-24, SA.342 GAMA
Fighter MiG-29, MiG-21Bis
Interceptor MiG-21Bis
Reconnaissance MiG-21M, MiG-21R, IJ-22, INJ-22, SA.341 HERA
Trainer Utva 75, G-4, NJ-22
Transport An-2, An-26, YAK-40, Falcon 50, Learjet 25, Mi-8
Air Force of the Federal Republic of Yugoslavia / Serbia and Montenegro

Come potete notare, l'aeronautica del Montenegro non possiede alcun Cessna 551. Come la mettiamo?
A queste semplici osservazioni aggiungiamo un'importante testimonianza:
"Caro [...], cercherò di essere concisa. Ti segnalo questa cosa perchè mi ha particolarmente turbata ed alla quale non sono in grado di dare una spiegazione.
Ieri mattina, al parcheggio del supermercato, in un cielo quasi blu per il vento della notte precedente, vedo due scie enormi salire in verticale verso il cielo. La sensazione è come se fossero partite da terra, andavano velocissime, ma soprattutto non riuscivo a vedere l'aereo che le generava.
Ho provato a fotografare col mio telefonino nuovo, del quale non conoscevo ancora l'utilizzo. Mi sono poi accorta di aver registrato un video, in cui trovi alcuni fotogrammi chiari.
1) Le due scie che salgono (da zona collinare Reggio-Parma)
2) A circa 30 secondi le due scie hanno iniziato a viaggiare in orizzontale per poi avvicinarsi moltissimo tra loro. Ad un certo punto, nel fotogramma, vedi che una scia perde di intensità fino a sparire. Nel punto in cui ha perso di intensità si è sentito un gran botto, seguìto poi da un secondo botto dopo pochi secondi.
3) Alla fine del filmato, vedi solo una scia orizzontale nel cielo che va in direzione Mantova.
Insomma, ieri mi è preso un vero colpo.
Ciao e grazie
(Lettera firmata)
Reggio Emilia"
In conclusione possiamo affermare, con assoluta certezza, che anche l'episodio del 27 maggio nei cieli tosco-emiliani non è da ascriversi ad un semplice bang sonico. I dati lo confermano. Inoltre l'area di percezione dei boati è spostata ad ovest dell'autostrada A1 e quindi si evidenzia che il punto d'origine della deflagrazione si trova a circa 50 miglia dal percorso ideale compiuto, secondo l'Aeronautica militare italiana, dai caccia intercettori.
Quale ipotesi possiamo formulare alla luce dei frequenti episodi simili che in questi mesi occorrono in varie parti d'Italia, ma anche all'estero?
La testimonianza sopra riportata, il filmato nonché altre testimonianze raccolte in questi ultimi mesi, in relazione ad altri fatti analoghi, sempre "giustificati" come bang sonici, ci inducono a pensare che i velivoli droni impegnati nelle missioni di aerosol clandestine vengono abbattuti in volo, allorquando presentano dei problemi che metterebbero a rischio la segretezza delle operazioni. Ciò si è probabilmente verificato sulla Sila, sui cieli liguri pochi giorni fa ed in occasione di altri episodi che la cronaca ha descritto in passato come bang sonici.
Si ringrazia M.R. per la fattiva collaborazione, per il materiale e per le indagini in loco compiute. Tankerenemy
Valerio Evangelisti Carmilla
Domenico Losurdo, Stalin. Storia e critica di una leggenda nera. Con un saggio di Luciano Canfora. Carocci editore, 2008, pp. 386, € 29,50
Questo libro ha suscitato nei giorni scorsi, su Liberazione, un acceso dibattito. Alcuni redattori del quotidiano hanno giudicato troppo favorevole una recensione del libro firmata Guido Liguori, e hanno vivacemente protestato, contro il recensore e contro il direttore del giornale. In realtà si tratta di un autogol, inquadrabile nelle beghe interne al Partito della Rifondazione Comunista. La recensione non era affatto elogiativa. Salvava il salvabile, del saggio di Losurdo, ma era molto critica, a tratti assai duramente. I contestatori, chiaramente, non l’avevano letta tutta, o, peggio, si erano fermati al titolo (del libro, non dell’articolo). Una forma di malcostume niente affatto infrequente, specie se dei giornalisti scelgono un bersaglio intermedio per regolare i loro conti con la direzione dell’organo su cui scrivono.
Ma veniamo ai contenuti del libro. L’intento di Losurdo non sembra essere una completa riabilitazione di Stalin, o almeno non è quello lo scopo dichiarato. Si limita invece a smentire presunte menzogne accumulatesi sull’operato del dittatore, tuttora correnti, sulla base di ciò che chiama “metodo comparativo”.
A tratti riesce nell’intento. E’ molto efficace quando, in polemica col rapporto di Chruscev al XX congresso del PCUS, smentisce la supposta “passività” di Stalin nel corso della seconda guerra mondiale, e ne dimostra, al contrario, l’abilità strategica. E’ convincente quando confuta il presunto “antisemitismo” del dittatore, leggenda nata al tempo del cosiddetto “processo dei medici”, e in contrasto con l’assunzione di ebrei a cariche di alta responsabilità o con il riconoscimento fin troppo rapido dello Stato d’Israele. Riesce a persuadere di quanto, nel considerare i metodi e non i fini, la figura di Stalin e quella di Hitler siano state accostate artificiosamente, soprattutto da Hannah Arendt, mentre l’agire dell’uno e dell’altro appaiono incommensurabilmente distanti.
Ciò che invece non convince per nulla, nella dimostrazione di Losurdo, è (a parte il sorvolare su temi come la grande repressione del 1937, condotta sulla base di quote di persone da eliminare, e affidata a “trojke” che dovevano raggiungere un determinato risultato, si trattasse di colpevoli o innocenti; o l’accennare appena alle tragedie della collettivizzazione forzata delle campagne) la metodologia cui si ispira. Da un lato uno scoperto determinismo storico, del tipo “La situazione era quella, Stalin non poteva fare altro”. D’altro lato il famoso metodo comparativo, che si traduce nella proposizione: “Certo, Stalin ha fatto questo, ma altri hanno fatto di peggio”. Presupposto che si risolve in una collezione, da fonti disparate, di crimini occidentali o anche precedenti la nascita di quello che intendiamo oggi per Occidente: carestie indotte in Irlanda dagli inglesi, stragi coloniali in Canada e in Australia, linciaggi nel Mississippi degli anni ’20, massacri in Indonesia e in Vietnam, pagine raccapriccianti dal diario di Churchill, ecc. Un bric-à-brac di ritagli (la bibliografia che correda il libro è tanto ampia quanto raccogliticcia) che dovrebbe ridurre l’impatto delle fosse di Katyn o dei processi fasulli, staliniani e post-staliniani. Fino a rasentare il surreale quando, nell’evocare una quantità di episodi atroci, collocati in varie epoche, Losurdo arriva a “ridimensionare” persino l’operato di Pol Pot.
Un libro parziale o inutile? Non direi. A parte l’ottima postfazione di Luciano Canfora, sono interessanti proprio i brandelli di criminologia occidentale che Losurdo accumula a casaccio: se ordinati e visti alla luce di una qualche filosofia della storia, che qui manca, comporrebbero un efficace “libro nero del capitalismo”. Quanto a Stalin, proprio il contestato Liguori si è posto l’unica domanda sensata: perché mai chi propugnava una teoria liberatrice e umanistica come il socialismo ha finito per fare del patibolo, delle prigioni, delle deportazioni e dei massacri i suoi mezzi? Davvero la pressione delle minacce contingenti giustifica tutto?

Massimo Mazzucco Luogocomune 27/5/2009
Con grande visibilità l’ANSA ha “dato la notizia” che un suo giornalista, Paolo Cucchiarelli, ha pubblicato un libro sul caso di Piazza Fontana. Come dire, facciamo tutto in casa, ma facciamo finta che sia una cosa seria.
Questa, secondo l’articolo dell’ANSA, la tesi del libro di Cucchiarelli: “Alla Bna, quel 12 dicembre 1969, non c'era una sola bomba, ma due. Una piazzata dagli anarchici, presumibilmente da Pietro Valpreda, con un timer tarato per farla esplodere dopo la chiusura della banca, perché l'obiettivo era quello di un'azione dimostrativa che non doveva fare vittime; ed è questa la bomba che conosciamo da quattro decenni. L'altra, molto più potente, era realizzata con esplosivo di diversa origine e fu occultata dentro una borsa sportiva nera dai neofascisti di Ordine Nuovo, che sapevano dell'azione degli anarchici e decisero di renderla mortale. Fu questa seconda bomba che, esplodendo anticipatamente, con un meccanismo a miccia, determinò la strage che il ballerino anarchico non voleva né poteva realizzare. Due borse, due bombe, dunque. E una regia che per anni ha occultato la realtà per coprire i veri responsabili della strage.”
Si sente già da lontano lo stesso odore di LIHOP che ha ammorbato per anni la questione 11 settembre. Il LIHOP è la splendida tesi del “let it happen on purpose” (lasciarlo succedere di proposito), che riesce meravigliosamente ad assolvere i veri mandanti, pur tenendo conto delle evidenti pecche della versione ufficiale. E’ la versione ideale per i salotti-bene della nostra “intellighenzia”, dove non puoi accusare apertamente lo stato di aver messo le bombe, ma non puoi nemmeno fare la figura di quello che crede alla favoletta della versione ufficiale.
Ma leggiamo prima nel dettaglio cosa ha “scoperto” l’autore del libro, che secondo l’ANSA è: “Una vera e propria indagine che presenta una serie di novità in parte scartate, in parte mai prese in considerazione dalla magistratura, oppure non valutate nella luce in cui le pone il libro. Cucchiarelli racconta che i neofascisti di Ordine Nuovo (ma non solo loro), infiltratisi tra gli anarchici e nei gruppi marxisti-leninisti a Roma e Milano già dal '68, idearono la strage-trappola per cercare di provocare una 'strettà del sistema democratico. Principale obiettivo politico di tutta l'operazione era Aldo Moro, che nel novembre del 1968 aveva varato la "strategia dell'attenzione" al Pci, a cui si rispose con la "strategia della tensione" a suon di bombe. Il progetto neofascista voleva far ricadere tutta la colpa della strage sugli anarchici e sull'editore di sinistra Giangiacomo Feltrinelli, a cui facevano capo diversi gruppi, tra cui quello neo anarchico dei coniugi milanesi Corradini e Vincileone. Le novità asserite dal libro sono molte. Tra le altre, il fatto che il 12 dicembre '69 , come confermarono proprio gli anarchici nella loro conferenza stampa del 17 dicembre, oltre a quelle di Piazza Fontana c'erano a Milano altre due bombe pronte a scoppiare: una vicino ad un grande magazzino, l'altra presso una caserma. Anche in quei casi gli anarchici non volevano provocare vittime. Ma l'inchiesta ipotizza che anche queste altre due bombe dovevano essere "raddoppiate" dai neofascisti per farle esplodere in anticipo e provocare altre stragi. La stessa cosa fu infatti realizzata anche a Roma alla Bnl (altra novità del libro) e si tentò di fare, non riuscendovi, all'Altare della Patria. Pino Pinelli, ferroviere anarchico, da tempo sull'avviso delle manovre in atto da parte di settori degli apparati dello Stato, intuì la trappola e nel pomeriggio del 12 dicembre cercò in ogni modo di fermare la strage. Ma non ci riuscì.”
Quindi avremmo i “sani fascisti“ di Ordine Nuovo che convincono “ballerini e ferrovieri anarchici” a fare degli attentati “ma senza fare del male a nessuno”, poi invece arrivano loro cattivi che mettono le bombe vere, “per far ricadere la colpa su di loro”?
Ma scusate, i “fascisti” non facevano prima a mettere le bombe vere, per poi stampare il classico ciclostile con la ”rivendicazione anarchica”? Perchè complicarsi la vita con questi dilettanti dell’esplosivo, quando puoi fare tutto da solo? E poi, perchè rischiare di andare DUE VOLTE alla banca, a mettere una bomba, raddoppiando così le possibilità di essere scoperti?
Più bella ancora è la storia di Pinelli, che era “da tempo sull'avviso delle manovre in atto da parte di settori degli apparati dello Stato”, ma che “intuì la trappola e nel pomeriggio del 12 dicembre cercò in ogni modo di fermare la strage”.
Ma scusate, se la trappola era di Ordine Nuovo, cosa c’entrano i “settori degli apparati dello stato”? E poi, come faceva un miserando “ferroviere anarchico” ad essere a conoscenza di tali manovre?
Veniamo infatti al “premio” con cui fu onorato Pinelli per aver tentato, con altissimo dovere civico e con devozione sprezzante del pericolo, di “fermare la strage all’ultimo momento”:
Pinelli, in questura, si vide attribuire la responsabilità di tutte le bombe del 12 dicembre e della strage. Da ciò un duro alterco, al quale seguì la caduta dell'anarchico, di spalle, dalla finestra della stanza dove si svolgeva l'interrogatorio.
Come, tu corri per evitare una strage, e ti vedi invece attribuire la responsabilità di “tutte” le bombe? E quando sei in questura non solo non riesci a spiegarti bene (è noto che i “ferrovieri anarchici” parlino solo un antico dialetto jugoslavo), ma cadi pure di spalle dalle finestre?
Durante l'interrogatorio, Pinelli ebbe la prova che nel gruppo anarchico c'era almeno un infiltrato neofascista, anche lui ferroviere, che gravitava tra Roma e Milano.
Quel neofascista doveva essere particolarmente astuto, perchè invece di infiltrarsi semplicemente negli anarchici, ha preferito fare il giro lungo: si è sorbito mesi e mesi di tirocinio nei depositi di locomotive della Centrale di Milano, si è fatto controvoglia mille bevute di barbera nelle “osterie” tipiche dei ferrovieri, ha dovuto cantare più volte in coro “Bella Ciao” con tutti loro, tutto questo per riuscire ad “avvicinarsi” a Pinelli senza destare sospetti in lui.
Interessante poi questa notizia, con cui chiude l’articolo dell’ANSA: “Il libro-inchiesta è corredato da una perizia del generale Fernando Termentini, che accredita l'utilizzo di 'accenditori' speciali, che permisero ai neofascisti di anticipare lo scoppio, causando così la strage”.
Questo sì che è importante.
Gentile Signor Cucchiarelli, perchè invece di fingere di fare una indagine “di 700 pagine” non ha scritto un semplice articolo di sette righe, che recitasse più o meno così:
Dal dopoguerra in poi l’Italia è schiava degli Stati Uniti, con il beneplacito del Vaticano. Da noi comanda la CIA, al punto che spesso i nostri Servizi devono chiedere a loro il permesso per agire (Calipari insegna: se sgarri paghi). I democristiani di Andreotti sono la facciata “laica” del potere religioso, e sono accomunati agli americani dal terrore del “comunismo”, che condividono fin dall’avvento di Stalin. Il ’68 li ha fatti letteralmente cagare sotto, e dal ’69 in poi – guarda caso - è partita la strategia della tensione. Il primo episodio fu quello di Piazza Fontana, e i meccanismi attuati per gettare la colpa sugli “anarchici” erano ancora rudimentali, al punto da partorire una versione ufficiale semplicemente ridicola.
Immagino infatti che il suo libro si sia dimenticato di spiegarci perche Valpreda abbia preso un taxi per fare 400 metri con una bomba in valigia, vero? (Un ballerino 400 metri li fa con cinque salti al massimo, caro Cucchiarelli, altro che “taxi”).
Se invece di prendere certe vicende dal lato degli “accenditori speciali” provasse a prenderli dal lato della Storia, vedrà che le torna tutto molto più facile.
Siamo al macchiettismo storico-giornalistico, alle indagini fatte per accontentare tutti (quelli che contano) e punire i nessuno (ovvero poveracci come Pietro Valpreda, tormentato anche nella tomba).
L'itaglia del 'volemose 'bbene', del tutti fratelli-coltelli, dallo sbarco del mercenario garibaldi a Marsala alle gesta del bandito giuliano, dalle blaterazioni sui retroscena sui fatti di Porzus alla esplosiva liquidazione di Mattei.
Ora ci si aggiorna, come nei programmi di storia alle superiori, e si arriva al 1969. Cos'altro si inventeranno? Già hanno fatto sfoggio letterario gli inquirenti sul caso del mostro di Firenze e quelli della bomba 'palestinese' a Bologna (sui cui inventori è bene stendere un pietosissimo velo), quelli dell'attentato al Papa organizzato dagli 'agenti del KGB' Agcha e Antonov al rapimento di Orlandi, sempre da parte del KGB (cosa in cui è maestro imposimato) per finire nella vergognosa tesi che ad organizzare l'eliminazione di Falcone siano stati soltanto due mafiosi truculenti, ma da quattro soldi, come i fratelli brusca.
Tutte teorie devianti e sconclusionate, elaborate da magistrati-coccodé', giornalisti-coccodé' e studiosi-coccodé', che hanno scelto come nemici non i complottisti (quelli veri, quelli che i complotti li fanno e li coprono) ma il senso del ridicolo e la ricerca della giustizia.
Cucchiarelli si è allegramente aggiunto a questo triste spettacolo: il circo Barnum della 'dietrologia di regime'.
Poi i pazzi e gli irresponsabili sono quelli che parlano di scie chimiche, ufo, 911 inside job, ecc.
Certamente gli attivissimo e gli aborti intellettuali del cicap, staranno ben attenti dall'esporre le loro 'scientifiche argomentazioni' contro questa ennesima 'teoria del complotto'. In questo caso non conviene essere 'razionali e scientifici'.... - Alessandro
I vertici nazionali del Popolo delle Libertà hanno detto oggi che chi dovesse partecipare a un'eventuale nuova giunta regionale "trasversale" in Sicilia, dopo che il presidente della Regione Raffaele Lombardo ha azzerato nei giorni scorsi il governo di centrodestra, è fuori dal partito.
In un comunicato firmato dai coordinatori nazionali e regionali del Pdl e dai capigruppo di Camera e Senato del partito del premier Silvio Berlusconi si rileva che "il presidente Lombardo ha annunciato l'intenzione di procedere alla nomina di un nuovo governo regionale, senza condividerla con la forza politica maggioritaria che lo ha eletto e che, in seguito, lo ha sempre sostenuto".
Una decisione, quella del leader degli autonomisti siciliani dell'Mpa, che il Pdl critica, spiegando di essere stato il "primo" a ipotizzare "il rilancio dell'azione del governo siciliano con un sereno confronto da sviluppare all'indomani delle Europee" (dove l'Mpa si presenta invece in una lista insieme alla Destra e ad altre due formazioni minori).
Il Pdl, invece, considera "inaccettabili modi e tempi prescelti dal presidente Lombardo, rivoltosi a pezzi di partiti e a chi ci sta', con un disegno di evidente rottura della maggioranza che lo ha eletto".
Di qui, dunque, l'avvertimento a esponenti interni dello stesso Pdl in Sicilia: "nessun suo aderente che voglia rimanere tale potrà accettare richieste di partecipazione a governi decisi con queste modalità".
La dichiarazione sembra suonare come una minaccia per il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianfranco Micciché, che viene da Forza Italia e che è da tempo considerato in rotta di collisione col partito in Sicilia.
Intanto, dicono i media, il tentativo di Lombardo di dare vita a una nuova maggioranza sta creando divisioni anche nel Pd siciliano, finora all'opposizione della giunta Pdl-Udc-Mpa.
Milton
L’attacco è partito, orchestrato, subdolo, prederterminato. Mancano poche settimane al G8, un’occasione imperdibile per incrinare significativamente l’immagine e il consenso del Presidente del Consiglio. Si è partiti con la polemica sulle veline e la loro presunta presenza nelle liste PdL per le elezioni Europee, per poi passare, con logica perversa, alla vicenda Noemi e alle dieci domande di Repubblica, ormai ridotto a rotocalco rosa con venature hard, ovviamente supportato dall'immancabile Guardian, evidentemente all’oscuro del ciarpame prodotto da alcuni ministri del governo Brown.
È arrivata poi la solita, puntuale sentenza pre-elettorale sul caso Mills del solito giudice terzo e indipendente, frequentatore di Social Forum, giudice che emette una sentenza su chi imputato non è, il tutto condito da allarmi democratici lanciati dall’opposizione e richiami istituzionali mirati, pronunciati con mirabile sincronia.
Nulla di nuovo si dirà. Abbiamo già visto Presidenti della Repubblica concordare con procuratori e direttori di giornali avvisi di garanzia (per reati poi rivelatisi infondati) da mandare al Premier, sono quindici anni che tutto ciò accade, ovviamente con particolare virulenza prima di appuntamenti elettorali e con l’aiuto della stampa liberal internazionale.Qualcosa di nuovo questa volta invece c’è. La strategia destabilizzatrice del Governo e del Premier è perseguita, neanche tanto nascostamente, non solo dai soliti poteri forti (qualcuno dia un’occhiata alla Stampa diretta da l’ex-capo redattore di Repubblica), ma anche da quella che ormai si autodefinisce la minoranza del PdL.
Abbiamo infatti appreso, di recente, dalla fustigatrice di veline, novella Torquemada dei buoni costumi, Sofia Ventura (in un’intervista di M.T. Meli sul Corriere), che il Presidente della Camera On. Fini rappresenta la minoranza all’interno del PdL, unico – dice lei - baluardo contro il cesarismo berlusconiano, che ha imposto nel partito “una struttura piramidale dove tutto dipende dall’alto”. Fini “contro il pensiero unico… rappresenta una prospettiva di cambiamento. Lui sogna una destra decente”, ovviamente contrapposta ad una destra indecente, rappresentata da Berlusconi. A tal proposito, On. Bondi, è questa la sana dialettica interpartitica a cui si riferiva qualche giorno fa, in un articolo sul Il giornale?
Di cesarismo, in verità, l’On. Fini aveva già parlato ancor prima delle ultime elezioni, per poi puntualmente accodarsi al novello Cesare nelle liste elettorali e guadagnarsi lo scranno di Montecitorio. Gli ultimi mesi, invece, sono stati un continuo ritornello di moniti, reprimende, richiami, apoteosi del politically correct della terza carica dello Stato, ad ogni sospiro del Presidente del Consiglio.
E veniamo alla cronaca di questi giorni. All’assemblea di Confindustria, Berlusconi ha definito (io c’ero) il Parlemento “pletorico e controproducente”, evidenziando la necessità di riformare gli ordinamenti parlamentari e ridurre il numero dei componenti. In definitiva ha detto, niente più e niente meno, quello che tutti pensano: due camere sono troppe, mille parlamentari sono un’enormità, gli iter legislativi sono lenti e sarà difficile che siano i parlamentari stessi a volersi autodistruggere. Dov’è lo scandalo? E invece no, apriti cielo!
Le danze le ha aperte proprio la minoranza del PdL che per bocca del suo portavoce, per inciso anche Presidente della Camera, si è affrettata a difendere le prerogative del Parlamento dall’attacco della sopra definita destra indecente, prendendosi i complimenti dell’intera opposizione che lo ha eletto (parole di D’Alema) a “punto di riferimento per tutte le persone che amano la democrazia”. Bizzarie della politica: un ex-comunista lanciatore di molotov, che dà la patente di padre della democrazia ad un ex-fascista… dove andremo a finire!?
Tutto ciò, mentre il Partito Democratico chiama a raccolta Di Pietro e Casini (ricevendone un sonoro rifiuto) per sollecitare un incontro che si occupi di definire iniziative comuni contro “la reiterata manifestazione di disprezzo verso le prerogative del Parlamento” del Presidente del Consiglio. A quest’incontro, presumibilmente zeppo di statisti democratici, ci potete giurare, vorrebbe essere presente, almeno con il cuore, anche la destra decente, la nuova minoranza del PdL, unica garante contro la deriva autoritaria del Premier. Ma, in tutto questo, i coordinatori del PdL non hanno niente da dire? E lei, Presidente Berlusconi, cosa aspetta ad andare ad elezioni anticipate e a mandare tutti a casa, Presidente della Camera incluso?

L'Occidentale 25 maggio 2009
Un borghese illuminato, un aristocratico radicale, lo si sarebbe definito in altri tempi. Gore Vidal, anche da ottantenne, non ha mai perso il gusto di menare scandalo. Nei suoi romanzi ha raccontato tabù e chiusure mentali della società americana, ne ha messo a nudo la morale filistea. Gore Vidal è stato un fortunatissimo autore di saggi politici sulla storia del suo paese. Soprattutto durante i tempi bui dell'amministrazione Bush ha toccato il nervo scoperto del sistema politico americano, assai lontano dall'essere quel modello di democrazia perfetta tanto decantata.
Ha scritto parole roventi contro il meccanismo elettorale, un dispositivo infernale da cui possono uscire fuori veri colpi di Stato - quale fu l'elezione a presidente di Bush con un numero di voti in assoluto inferiori a quello dell'avversario. Gore Vidal non ha peli sulla lingua neppure quando descrive democratici e repubblicani come due schieramenti di uno stesso partito.
Oggi però c'è Obama. Cosa è accaduto e come è stato possibile che saltasse fuori una novità del genere?
Ci sono momenti in cui avvengono rivouzioni sociali che non possono essere controllate con processi elettorali. Prima dell'elezione di Obama c'erano tredici milioni di afroamericani che non avevano alcuna voce in capitolo nel governo del proprio paese. Questa è stata la prima occasione di poter votare uno di loro. E' stato un grande cambiamento simbolico e pratico al tempo stesso. Molto importante.
Io sono cresciuto a Washington D.C., la capitale, che a quel tempo era una città quasi completamente abitata da neri e dove la cultura nera era profondamente radicata. Una delle famiglie nere più influenti si chiamava proprio Jefferson in quanto i suoi appartenenti erano discendenti del presidente Jefferson. La cosa infastidiva molti bianchi. Io pensavo che non c'era nessuno scandalo che si chiamassero così e che anzi era giusto in quanto erano i discendenti del Jefferson presidente.
So che gli europei considerano gli Stati Uniti un esempio di democrazia perfetta, eppure ignorano quasi completamente il modo in cui è nata la nazione americana. Pochi sono a conoscenza di quanto gli autori della nostra Costituzione odiassero la democrazia. La consideravano la fonte di tutti i mali e non avevano alcuna fiducia nelle sue possibilità. Infatti la democrazia non ha mai preso piede negli Stati Uniti né politicamente né socialmente.
Nonostante le chiacchiere e le idiozie che si leggono qui in Europa sui giornali sulle meraviglie del sistema americano e sul fatto che l'America sia la prima democrazia nel mondo, la realtà è ben diversa. Comunque negli Stati Uniti la gente sa molto bene che se vuoi distruggere politicamente qualcuno c'è un espediente molto semplice. Ed è quanto stanno facendo contro Obama: dargli del socialista. In America equivale a un paragone col diavolo.
Quand'ero bambino tutti sapevano che la famiglia che si faceva chiamare Jefferson era discendente del presidente Jefferson. Lo sapevano anche i muri. Finché non fu chiamato a intervenire sulla materia uno storico bianco del sud che avrebbe dovuto smentire la tesi di questa discendenza come una bugia senza fondamento messa in giro ad arte da comunisti e anarchici. Questo storico sosteneva che non potesse essere possibile perché nessun gentiluomo bianco avrebbe mai potuto avere rapporti sessuali con una donna di colore. E visto che Jefferson era il primo dei gentiluomini era assolutamente al di sopra di ogni sospetto!
In effetti si dà molto credito alla tesi della democrazia perfeta senza conoscere il dibattito dei padri costituzionalisti. Lei si è occupato molto della storia del suo paese e dei fondatori che letteralmente inventarono una nazione americana che prima d'allora non esisteva affatto. Quale idea di democrazia avevano in mente gente come Benjamin Franklin, Hamilton e Jefferson?
E' tutto scritto nella Dichiarazione d'indipendenza e nella Costituzione. Benjamin Franklin è uno degli uomini più saggi che questo paese abbia mai avuto. Nel 1789, mentre la costituente era impegnata a scrivere la Costituzione americana - alla quale Franklin non partecipò direttamente pur seguendo da vicino i lavori - fu molto critico nei confronti della stesura. Era un uomo molto radicale, intelligente, con molti interessi come dimostrano i suoi esperimenti con l'elettricità. Criticava la costituente anche in pubblico, tanto che gli misero alle costole quattro studentelli perché lo tenessero a freno. Quando questi gli chiesero perché mai fosse così contrario al testo della Costituzione che si veniva scrivendo, Franklin rispose che non era quella Costituzione in particolare a preoccuparlo. Il suo timore era che sarebbe inevitabilmente fallita come ogni altra Costituzione.
Franklin conosceva molto bene i testi di Aristotele sui vari tipi di governo e sui rischi di corruzione inerenti a ciascuno di essi. Era convinto che tutte le Costituzioni, indipendentemente dal contenuto e dalla forma, erano destinate al fallimento a causa della corruzione del popolo. Quel giudizio fu come una ghigliottina. Al fondo di tutto c'è la paura del popolo, considerato per sua natura corrotto e corruttibile. Franklin era anche convinto che prima o poi c'è sempre qualcuno che ne approfitta e manda all'aria tutto. Come è successo con Bush che ha rappresentato il momento di massima corruzione del popolo americano.
Per pigrizia o per ignoranza la gente non si è reso conto di trovarsi davanti a un governo totalitario che qualsiasi paese decente avrebbe bocciato. Un governo che si preparava a lanciare una guerra perpetua per una pace perpetua, come ebbi modo di scrivere in un mio libro. Forse avremmo fatto meglio a scegliere la monarchia.
Quando Tiberio diventa imperatore, uno dei miei preferiti, il Senato gli garantì che avrebbe promulgato qualsiasi legge lui avesse proposto. Tiberio rispose: "ma siete impazziti? Non vi rendete conto del pericolo insito nelle vostre parole? Se io dovessi diventare folle come potreste avallare le mie richieste"? Tiberio, di fronte all'ostinazione del Senato, ne mise in dubbio la facoltà di giudizio collettivo. Era scioccato di quanto i senatori fossero ansiosi di essere suoi schiavi.
In Italia sono molto apprezzati i suoi saggi politici. E lei stesso nel suo libro autobiografico "Navigando a vista" si definisce come uno scrittore militante. Cosa risponde a chi l'accusa di mettere troppa politica nella letteratura?
La fazione opposta è armata fino ai denti. E' giusto che lo sia anch'io.
Molti suoi romanzi memorabili, come La statua di sale, hanno raccontato vizi e pregiudizi della società americana. Oggi è ancora possibile scandalizzare la gente?
Ci provo.
Di fronte alla crisi che ha colpito gli Usa si parla molto di un ritorno al New Deal. In tanti paragonano Obama a Roosevelt. Perché lei dà un giudizio non proprio esaltante su questo presidente del passato?
Il mio giudizio su Roosevelt è abbastanza complesso e non sempre viene compreso. Non lo apprezzo per vari motivi. Tanto per cominciare è uno che governò per decreto, in maniera quasi dittatoriale, come nell'antica Roma. Doveva affrontare una crisi esterna e interna. Aveva capito la novità di Hitler nel panorama politico dell'epoca e si rendeva conto che il mondo era troppo piccolo per contenerli entrambi. Per questo maturò la decisione di dover intervenire in guerra contro la Germania. E convinse il popolo americano a entrare in guerra. Una guerra assolutamente illegale, va ricordato. Spinse - sottolineo "spinse" - il Giappone ad attaccare gli Stati Uniti.
Avevo un cugino a quel tempo a capo della flotta del Pacifico. Chiese a Roosevelt perché avesse deciso di mantenere la flotta alle Hawaii piuttosto che trasferirla a San Diego, al quartier generale, dove sarebbe stata al sicuro. Roosevelt rispose semplicemente che la flotta doveva rimanere alle Hawaii. Sapeva che il Giappone aveva intenzione di attaccare Pearl Harbour e mise i giapponesi in condizione di poterlo fare. Quell'attacco gli diede l'opportunità di convincere gli americani a sostenere l'entrata in guerra.
Roosevelt era un fine conoscitore dell'animo umano, un acuto psicologo e deve aver capito molto bene la mente di Hitler tanto da spingerlo a dichiarare guerra agli Stati Uniti - cosa che puntualmente avvenne. Lì fu l'inizio della fine di Hitler.
Al di là del fenomeno Obama c'è anche un cambio di stile di vita nella società americana? Si è capito che l'America deve rinunciare a fare il gendarme del mondo e che non si può andare in giro a fare guerre?
Continuiamo a perderle queste guerre che facciamo. Almeno le vincessimo!
Potremmo raccontarcela come l'istinto naturale del predatore. In realtà non riusciamo a vincere una guerra dal 1945. Non produciamo più un generale decente. Si parla tanto di Petraeus, ma non è altro che un impiegato seduto alla scrivania che si limita a mandare fax.
Bisogna risalire ormai alla Guerra civile che ci donò i migliori capi militari che il mondo avesse mai visto, tant'è che gli inglesi ne erano terrorizzati. Gli Stati Uniti furono i primi a lavorare al progetto di un sottomarino anticipando tutti gli altri.
Tonino Bucci Liberazione 26/05/2009

A. Berlendis Ripensare Marx 25 maggio 2009
Assistiamo oggi ad una apparente strana divaricazione: da una parte è in atto una campagna di sostegno (che vede la sinistra in prima fila) della Fiat l’impresa simbolo della lagrassiana GF&ID, che è al centro di strategie geopolitiche Usa per il mantenimento dell’egemonia sull’Italia e, tramite essa, su paesi decisivi per un asse europeo. Dall’altro, un attacco concentrico su più piani a Berlusconi (che vede la sinistra in prima fila, con dietro l’amministrazione Usa attuale ed i gruppi della GF&ID ) accusato di essere un grande corruttore (di partiti politici, di giudici, ecc.) e di nascondere un vizio d’origine nella genesi delle sue imprese. Si deve invece riconoscere che, il torbido e illegale all’inizio dell’‘accumulazione originaria’, l’intreccio oscuro con gli agenti politici, interni ed esteri, e con gli apparati dello Stato, caratterizzano ogni impresa, non solo quelle dell’attuale premier.
In un libro dal titolo di per sé esplicativo, “Processo alla Fiat. Mazzette ai partiti, bilanci falsi e malaffari della prima azienda italiana. Una storia lunga e censurata, da Cesare Romiti a Luca di Montezemolo.”, si può (ri)scoprire che:
“nel 1908, appena nove anni dopo la nascita della Fabbrica Italiana Automobili Torino: Giovanni Agnelli il Vecchio e gli altri soci fondatori furono denunciati e rinviati a giudizio per falso in bilancio, aggiotaggio e truffa. Il processo si trascinò di rinvio in rinvio per quattro anni, con le tecniche immunitarie che sarebbero divenute usuali durante il fascismo: un giudice scomodo trasferito (…); il perito dell’accusa Vittorio Valletta che passò alla difesa (e poi alla guida dell’azienda); il ministro della Giustizia Vittorio Emanuele Orlando che scrisse ai giudici di fare in fretta e di non rovinare una bella azienda come la Fiat e poi, lasciato il governo, entrò nel collegio difensivo della Fiat. Alla fine i giudici capirono l’antifona e assolsero tutti."
Nel 1945 il Comitato di Liberazione Nazionale tentò di epurare il vecchio Agnelli (divenuto senatore del regno per volontà di Benito Mussolini) e il fido Vittorio Valletta (amministratore delegato) per collaborazionismo col regime fascista. Stavolta a salvarli intervennero gli angloamericani: tutti assolti.
Nell’agosto 1971 un pretore alle prime armi, “…, s’imbattè per caso in una storia di corruzione e spionaggio interno alla Fiat. Perquisì le sedi di via Giocosa e corso Marconi, scoprendo 350 mila dossier e schedature illegali su altrettanti lavoratori, sindacalisti, giornalisti, insegnanti, comuni cittadini. E una cassaforte ricolma di buste imbottite di mazzette, pronte per essere consegnate a poliziotti e carabinieri corrotti, che fornivano alla Fiat notizie riservate. L’inchiesta passò alla procura della repubblica, e di lì ….scivolò a Napoli per ‘legittima suspicione’ a causa di fantomatici problemi di ordine pubblico. Cinque anni di attesa, poi, nel 1976 il processo: qualche misera condanna in primo grado, nel 1978; infine, in appello, ‘il reato è estinto per prescrizione’. Tutti assolti” (1)
Successivamente occorre ricordare che, a differenza dei vertici di altre imprese, la Fiat (analogamente a forze politiche come il Pci-Pds, che risultarono beneficiarie di quell’azione), non fu investita e travolta dal colpo di Stato giudiziario di mani Pulite. Nonostante fosse solo lambita di striscio: “I magistrati torinesi, inseguendo i reati di falso in bilancio, frode fiscale e finanziamento illecito ai partiti, sono inciampati su documenti e testimonianze che gettano una luce netta, fortissima, su come funziona un grande gruppo.” (2) Questo è stato sufficiente a ritenere che durante l’indagine che nessuno “nel 1992-93 poteva immaginare il verminaio che stava per scoperchiare. …Questo quadro a tinte fosche sarebbe emerso sotto gli occhi di tutti, se la Fiat si fosse fatta processare in un pubblico dibattimento. Ha scelto il rito abbreviato, ed è chiaro il perché”. (3)
(1)idem pag 19-20 Per chi fosse interessato alle torbide vicende del 1908 rinvio a Cipriani ‘Il vizietto degli Agnelli’ Per le vicende sulla raccolta illegale di informazioni: Bianca Guidetti Serra ‘Le schedature alla Fiat. Cronaca di un processo.’ Rosenberg & Sellier
(2)Griseri, Novelli, Travaglio ‘Processo alla Fiat’ pag 7
(3) idem pag 15
GLG Ripensare Marx 24 maggio 2009
L’editoriale di oggi de Il Giornale è scritto da una perfetta ignorante, il cui spirito “sfericamente” reazionario si manifesta sotto forma di completo sragionamento. La giornalista attacca – e senz’altro giustamente dal mio punto di vista – una sedicente sinistra ormai arrivata a bassezze intellettive e morali di cui non si ha ricordo. Solo che alla fine vuol spruzzare il suo furioso veleno, non dissimile nella sostanza (pur se opposto nelle forme dell’appoggio politico) a quello della sinistra che critica; quindi sostiene che quest’ultima usa il metodo leninista dell’attacco e calunnia personali.
Questa autentica ignorante non ha mai letto un rigo del grande rivoluzionario bolscevico. Prendiamo ad esempio un opuscolo che nel titolo sembra un attacco personale: La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky. Cito questo perché gli altri grandi scritti di Lenin – Che cosa sono gli amici del popolo, Lo sviluppo del capitalismo in Russia, Contro il romanticismo economico, Che fare, Un passo avanti e due indietro, L’imperialismo fase suprema del capitalismo, Stato e Rivoluzione, tutti gli scritti sulla Nep, ecc. – non hanno alcuna calunnia e offesa nemmeno nel titolo. Ebbene, anche l’opuscolo contro Kautsky è una polemica politica, e teorica, tutta piena di argomentazioni razionali e con tanto di prove documentarie atte a mostrare come Kautsky avesse abiurato le sue precedenti posizioni (teorico-politiche appunto), pur se invece, nell’opuscolo contro cui Lenin si scaglia (La dittatura del proletariato), pretendeva di esservi ancora fedele.
Si dà inoltre il caso che, all’epoca, la lotta interna alla II Internazionale e la rottura che avvenne nel 1914 non erano basate sul gossip. Le varie socialdemocrazie (in primo luogo quella tedesca, la più forte e prestigiosa) rinnegarono in quell’anno la posizione presa in comune contro la guerra (imperialista, tra capitalisti) e favorirono quindi l’inizio del primo grande massacro (di popoli) detto, giustamente, “mondiale”. Kautsky era ancora considerato il “marxista” e capo del “movimento operaio” occidentale più influente; pur astenendosi nel ’14 da un’esplicita posizione in favore della guerra, di fatto scivolò progressivamente verso posizioni “scioviniste” e di effettivo appoggio alla propria “borghesia”. Divenne quindi la personificazione del tradimento e del rinnegamento di ogni principio da parte della sinistra di allora, la socialdemocrazia: una sinistra che, come sempre in tutta la sua storia, era opportunista e ondeggiante.
Ovviamente, non si può paragonare la squallida sinistra italiana odierna a quella di allora: la prima si nutre delle operazioni (ad orologeria) di una magistratura ormai intollerabile, dà sfogo al suo basso livore con una polemica, questa sì esclusivamente personalistica e null’affatto politica, fondata sul pettegolezzo e le insinuazioni da giornalaccio di puro gossip. Essa è perciò enormemente più meschina e indecente di quella del 1914; quella, con il suo voltafaccia, appoggiò una tragedia, questa è ridotta all’ambiente di Signore e signori. Noi, dovendo polemizzare contro questa sinistra – e tacciandola di essere ormai un letamaio, un pozzonero, da ripulire da cima a fondo – non ci sentiamo Lenin che smascherò i rinnegati della tragedia, non quelli del più vile pettegolezzo pecoreccio. Tuttavia, se leggiamo un insensato articolista che vuol paragonare Lenin a simile sinistra, manifestiamo completa disapprovazione per il suo livore, tanto ottuso e meschino quanto quello della parte politica che critica.
Tenuto debito conto dei tempi vili che viviamo, siamo semmai noi ad essere su posizioni in qualche modo vicine a quelle leniniste (certo le nostre sono obbligatoriamente di conio meno pregiato), criticando tale sinistra che comunque ribadisce, pur al livello più basso, le posizioni tenute da detto schieramento sin dalla “prima ora”, in tutti i tempi, in ogni parte del mondo. Non ci si può però liberare di un autentico cancro, utilizzando i suoi avversari ridotti a sparare con saccente protervia le fesserie dell’odierno editoriale de Il Giornale. Abbiamo a che fare con ignoranti e arroganti, che rendono i loro lettori ancora più grevi e ignari della vera posta in gioco.
Ciò dimostra che non ci si può schierare; non almeno finché non sarà presente sulla scena uno schieramento capace di dire basta a tutti gli incompetenti, a tutti i veri calunniatori e fautori del semplice pettegolezzo. La sedicente sinistra va sicuramente combattuta senza remissione. Ma non certo dallo schieramento solo formalmente opposto, vero specchio che pone appunto a destra tutte le orride deformazioni che l’“altro viso” presenta sulla sinistra. Le deformazioni sono però le stesse, la vergogna intellettuale e morale non è differente solo per essere presente – nello specchio – dalla parte “opposta”. Dunque, né questa sinistra né questa destra. Certamente, ribadisco che la sinistra è oggi la peggiore; ma solo perché è lei ad aver dato vita a quel processo degenerativo che imputa invece ad una persona sola: a Berlusconi. Questi è solo l’effetto, la causa è la sinistra (e tutta intera, senza più salvarne una parte!). L’effetto non è tuttavia in grado di combattere la causa e di eliminarla. Occorre un rimescolamento delle forze in campo, la fine di quello che ho già più volte chiamato “gioco degli specchi” (ho scritto un libro con questo titolo).
Bisogna rompere gli specchi. Qualcuno di quelli che sono oggi presenti nell’arena politica è in grado di farlo? Se si, si faccia finalmente avanti. Altrimenti, bisogna che accada qualcosa di nuovo. In ogni caso, basta con destra e sinistra. Chi vuol risanare la situazione, che una sporchissima sinistra ha degradato in specie negli ultimi 15 anni, deve saper parlare ad un paese (cioè alla sua effettiva maggioranza). E le parole non dovrebbero essere carezze, bensì bastonate per gli “untori”, gli “infetti”. Tuttavia, non ci sono “portatori sani”; quindi non sarebbe difficile individuare quelli che provocano la malattia, isolarli ed eliminarli. Mancano le forze dotate di tale volontà.




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