Mercante di Venezia 24 Giugno 2009
Marco Rizzo è fuori dai Comunisti italiani. La decisione è stata messa a verbale oggi dalla commissione di Garanzia del partito. L’accusa è quella di aver tenuto ”comportamenti ostili” al Pdci durante l’ultima campagna ufficiale. Tradotto: di aver aiutato l’Italia dei Valori, e questo nonostante fosse anche candidato nelle liste dei Comunisti italiani.
Rizzo, infatti, avrebbe dato il suo aiuto a Torino a Gianni Vattimo in corsa per Strasburgo, nelle liste del partito di Di Pietro. Una versione assai diversa da quella fornita dall’espulso: ”Diliberto mi ha espulso - spiega infatti - perché ho osato chiedere conto di incontri con massoni ex P2”. Incontri che però, è la controreplica, erano occasioni pubbliche, nelle quali erano presenti i personaggi piu’ disparati. Alla fine comunque tutto finirà in tribunale: il segretario del Pdci ha infatti intenzione di querelare l’ex compagno di partito.




Le risposte di Marco Rizzo alle 10 domande
Mercante di Venezia 28 Giugno 2009

Riceviamo e volentieri pubblichiamo le risposte di Marco Rizzo alle dieci domande che gli abbiamo posto
1- Da quanto tempo conosci Oliviero Diliberto?
Dal 1992 quando ero segretario di rifondazione a Torino e membro della direzione nazionale
2- Dubitavi di questa persona anche quando il PdCI era parte del Governo del Paese due anni fa?
No, ero però critico sulla politica di partecipazione diretta al governo (cioè con ministri e sottosegretari, avevo proposto che i nostri "ministri" si fossero chiamati abolizione della legge 30 e della controriforma Moratti), ma fui messo in minoranza.
3- Da quanto tempo avevi il sospetto che Diliberto potesse avere contatti con la P2?
Come ho spiegato pubblicamente ne sono venuto a conoscenza pochi giorni prima della campagna elettorale del 6/7 giugno.
4- Perchè hai continuato a fare parte di un'organizzazione politica pur sapendo che il suo segretario aveva ormai da anni incontri pubblici con una persona legata alla P2?
Non ho avuto manco il tempo di riflettere, visto che sono stato espulso meno di un mese dopo.
5- Perchè all'ultimo Congresso hai deciso di sottoscrivere la mozione con il tuo segretario che da anni asserisci avere rapporti continuativi con la P2?
Ripeto non so se Diliberto faccia parte di associazioni segrete, non sapevo nulla all'epoca del congresso dove non ho presentato alcuna mozione perchè aveva vinto la mia linea, quella dell'unità dei comunisti che è stata poi mal gestita e ci ha portato alla sconfitta. Ricordo che fui l'unico nel gruppo dirigente ad esser contro la sciagurata scelta dell'Arcobaleno.
6 -Perchè non hai fatto una mozione alternativa a quella di un presunto massone?
Ho già risposto nella domanda precedente.
7- Perchè sei stato zitto per tutto questo tempo: avevi una qualche convenienza?
Già risposto, lo avessi saputo prima lo avrei certamente detto per fermare l'Arcobaleno.
8- Se non ti avessero espulso per quanto altro tempo ancora avresti continuato a tacere?
Avendolo saputo a ridosso della campagna elettorale ho chiesto chiarimenti al dopo elezioni. Avete presente cosa sarebbe accaduto fosse uscito questo dibattito durante la campagna? altro che il 4%
9- Ritieni che un problema politico di questa natura potesse essere risolto per mezzo di colloqui privati tra te e Diliberto tenendo all'oscuro il resto del Partito?
Ripeto lo ho detto solo a lui per un rapporto di lealtà col segretario di un partito che era ancora il mio, appena fatte le elezioni assieme a molti compagni ho chiesto la convocazione del comitato centrale allargato ai segretari di federazione e di sezione, in quella sede avrei posto la questione, sono stato, credo appositamente, espulso prima.
10- Sei disposto a giurare di non avere contribuito all'organizzazione dellla campagna elettorale per Gianni Vattimo (Italia dei Valori)?
Sono stato falsamente accusato ( senza alcuna prova e sono pronto ad andare di fronte ad un qualunque giurì d'onore per verificarlo) di aver fatto la campagna elettorale non solo per Vattimo ma anche per Ferrando, sarebbe stato un pò difficile essendo il sottoscritto candidato a sindaco a Collegno e a presidente della provincia a grosseto col simbolo del partito ed il mio nome sulla scheda. Facevo campagna contro me stesso? Giuro di non aver fatto campagna per Vattimo quanto so per certo che alcuni compagni "a me vicini politicamente" hanno fatto campagna per lui. Esiste forse la proprietà transitiva in politica? se sì , Diliberto sarebbe dovuto esser cacciato da tempo, non scelse forse lui il ministro Bianchi che, appena finito il governo Prodi, passo al PD? non ho inoltre problemi a dire di esser felice della elezione di Vattimo che per me resta un compagno. So che il suo primo incontro dopo le elezioni è stato fatto con l'ambasciatore di Cuba.
Un caro saluto Marco Rizzo

LA VALIGETTA MISTERIOSA - COMMENTO DI GIULIETTO CHIESA
Vero Sudamerica 30 giugno 2009 (orario Honduras)
Ore 11:00am – L’ONU condanna ufficialmente il colpo di Stato in Honduras. L’assemblea generale delle Nazioni Uniti approva all’unanimità e per acclamazione il progetto di risoluzione proposta per l’Honduras. La risoluzione prevede di non riconoscere nessun governo che non sia quello legittimamente eletto di Manuel Zelaya, e ne chiede il suo “immediato rientro”.
I paesi patrocinatori della risoluzione erano: Antigua e Barbuda, Belize, Bolivia, Cuba, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Nicaragua, Rep. Dominicana, San Vicente y las Granadinas, Brasile, Venezuela, Costarica, Perù, Messico, Cile, Uruguay, Argentina, Paraguay e Siria. Successivamente si aggiungevano anche: Stati Uniti, Canada, Colombia, Capo Verde, Barbados, Guyana e Bosnia Erzegovina.
Ore 10:30am – Anche la Spagna del presidente Zapatero si unisce ai paesi latinoamericani e ritira il suo ambasciatore in Honduras. La Spagna chiede agli altri membri dell’Unione Europea di ritirare i rispettivi ambasciatori, non riconoscendo il governo illegittimo di Micheletti.
Ore 10:00am – La presidente argentina Cristina Fernandez de Kirchner annuncia che accompagnerà giovedì il presidente Zelaya nel rientro in Honduras insieme al presidente dell’OEA, José Miguel Insulza, e al presidente ONU. Cristina K. forse tenta di recuperare smalto a livello internazionale dopo la bocciatura nelle elezioni della scorsa domenica in Argentina dove il suo governo ha perso la maggioranza nelle due Camere.
Si ricorda che il presidente illegittimo, Roberto Micheletti, aveva dichiarato che nel caso Zelaya fosse rientrato in Honduras, sarebbe stato arrestato.
Ore 9:00 am – La polizia nazionale hondureña blocca 70 autobus diretti a Tegucigalpa e ne detiene i manifestanti che pretendevano il ritorno di Manuel Zelaya alla legittima presidenza della Repubblica di Honduras.
Ore 8:00 am – La università “Nacional Autónoma de Honduras” sospende le lezioni sino a prossimo ordine.
Ieri si sono registrati più di 160 feriti ed un morto in seguito alla repressione militare sulla resistenza civile che chiede il rientro del presidente Zelaya.
Coprifuoco, repressione, caccia all’uomo in Honduras, alla chiusura di questa nota ogni minuto la situazione appare più grave. Abbiamo raccolto nuove testimonianze da Tegucigalpa mentre il lavoro encomiabile di “Telesur” continua a mostrare dal vivo (al mondo, ma non agli honduregni ai quali è stata oscurata) immagini dalla capitale a chiunque abbia onestà intellettuale e occhi per vedere.
Gennaro Carotenuto

Quelle che abbiamo raccolto sono le voci di dirigenti e militanti in clandestinità e come tali possono essere meno informate di chi ha una visione d’insieme, ma ci raccontano del successo dello sciopero generale, della resistenza pacifica e attiva al golpe, delle cariche dell’esercito, delle bombe lacrimogene. Lo sciopero generale a tempo indeterminato sarebbe sostenuto soprattutto dai dipendenti pubblici che stanno impedendo il funzionamento degli uffici.
Sono voci che narrano di un popolo che resiste ma anche che viene represso, di pattuglie che, dopo avere avuto come primo obbiettivo sequestrare urne e schede elettorali per impedire il referendum stanno ora perseguendo in tutta la capitale, e presumibilmente in tutto il resto del paese, i dirigenti popolari. Ci sono sicuramente molti arresti ma si ignora la sorte di chi è stato catturato nelle ultime 36 ore.
Le persone che abbiamo sentito (né nomi, né luoghi please) parlano di barricate che si stanno alzando nei dintorni del palazzo presidenziale (ma Telesur ha mostrato come alcune di esse siano state spazzate via dai golpisti) e di continue violazioni pacifiche del coprifuoco da parte di migliaia e migliaia di persone. Ci raccontano dunque di una partita aperta nella quale si confrontano nel paese due forze comparabili, l’esercito golpista e la popolazione civile, senza che una delle due possa prevalere sull’altra. Un passaggio che rende ancora più importante la solidarietà internazionale.
L’elettricità, rispetto a ieri, quando i militari avevano lasciato al buio il paese, va e viene. Come nei film western sono state messe delle taglie sulla testa degli oppositori. Ricompense sarebbero state promesse direttamente in un discorso alla nazione dal presidente di fatto Roberto Micheletti che nel paese è già stato ribattezzato Pinochetti. I media monopolisti in mano ai golpisti parlano di tranquillità, di situazione normale, di feste nel paese, nulla informano sul rifiuto internazionale del golpe e sulla resistenza popolare ma si contraddicono quando poi parlano di ricompense, taglie, nascondigli da rivelare in cambio di soldi. E’ un dettaglio che la dice lunga sulla qualità umana delle oligarchie golpiste che hanno preso il potere in Honduras per evitare “la deriva chavista”.
Fin qui il racconto da Tegucigalpa. Cosa c’è di più simbolico dei militari che percorrono le vie dell’Honduras a caccia di schede elettorali? Quel referendum consultivo e non vincolante per l’Assemblea Costituente non si doveva tenere ad ogni costo. A nessun costo può essere accettata dall’oligarchia un’Assemblea costituente dove il popolo scriva per la prima volta la propria costituzione. A nessun costo le oligarchie del paese erano, sono, disposte a una democratizzazione reale del paese, anche a costo dell’isolamento internazionale.
Il golpe appare senza futuro e Roberto Micheletti appare destinato a passare alla storia come il Carmona honduregno, dal nome dell’effimero dittatore venezuelano del 2002 rovesciato dalla mobilitazione di milioni di militanti bolivariani. Micheletti è il Carmona honduregno ma può fare ancora molto male al paese e soprattutto a quei militanti che sono caduti in queste ore nelle mani dei suoi squadroni. La vita di questi militanti, non illudiamoci, è a rischio e hanno bisogno della massima solidarietà internazionale, ora, non domani.
Proprio l’isolamento internazionale del golpe è senz’altro uno dei fatti politici di queste ore. Non sono solamente i governi integrazionisti latinoamericani ad aver condannato il golpe ma sono tutte le organizzazioni internazionali, l’ONU, la OEA, la UE, oltre alle organizzazioni regionali, Alba, Unasur, Mercosur ad averlo fatto. Anche le parole scelte da Barack Obama e Hillary Clinton sono inequivocabili. Aspettiamo i fatti e la rinuncia “senza condizioni” dei golpisti, così come pretesa dalla OEA, ma ci troviamo di fronte a una lieta sorpresa: la politica, anche quella bizantina delle diplomazie sta battendo un colpo usando parole chiare. E’ che l’America latina del 2009, anche se a qualcuno dispiace, è definitivamente un’altra anche rispetto a quella del 2002 nella quale fallì il golpe venezuelano.
Chi invece appare irredimibile anche sull’Honduras è l’informazione. Dalle pagine di Giornalismo partecipativo abbiamo denunciato il caso del quotidiano spagnolo di centro sinistra “El País”. Ancora adesso, nonostante Barack Obama, nonostante l’ONU, nonostante l’UE, il quotidiano spagnolo se pur ha dovuto utilizzare il termine “colpo di Stato” che per giorni aveva negato, continua a spalleggiare il dittatore Micheletti che continua a definire semplicemente “il nuovo presidente”. La vergogna di “El País” è comparabile a quella della “Sociedad Interamericana de Prensa” (SIP) il massimo organismo continentale che raggruppa editori e rappresentanti dei maggiori mezzi di comunicazione degli Stati Uniti e dell’America Latina, sempre pronta ad attaccare i governi progressisti latinoamericani ma che solo pochi minuti fa ha emesso il primo comunicato nel quale non denuncia la chiusura di media in Honduras ma si limita a chiedere il rispetto della libertà di stampa “alle nuove autorità”. E’ che i media chiusi dai golpisti sono piccoli e poveri in un paese piccolo e poveri, addirittura sono radio comunitarie, media partecipativi, webradio. Cosa importa alla SIP la chiusura di media che non fatturano milioni di dollari?
Intanto anche in Italia l’Honduras trova spazio. Ma in che forma? Di fronte al caso inaudito dei tre diplomatici sequestrati e picchiati ci si rende conto di trovarsi di fronte a pseudogiornalisti che non sono capaci di valutare la gravità delle notizie che hanno di fronte, che probabilmente non sanno nulla di inviolabilità delle sedi diplomatiche o di immunità diplomatica come poco o nulla sanno dei temi dei quali scrivono. E allora “La Repubblica” appare affascinatissima dal fatto che Micheletti suona come un cognome italiano e ci tiene tanto a farci sapere che il padre del dittatore, date le origine bergamasche, sarebbe tifoso dell’Atalanta (sic). “La Stampa”, come altri, sembra molto più preoccupata da eventuali reazioni di Hugo Chávez (e l’ingerenza umanitaria? e l’esportazione della democrazia?). Sembra che la sola possibilità di un intervento venezuelano basti a redistribuire le colpe mentre il TGCOM è arrivato a parlare di “golpe dei giudici” forse in omaggio alle fobie del padrone di Mediaset.
Infine tutti ma proprio tutti accettano pedissequamente la giustificazione golpista: “siamo intervenuti perché Zelaya voleva farsi rieleggere” con una palpitazione paragonabile a dire “siamo intervenuti perché Zelaya voleva farsi l’atomica”. A nessuno viene in mente di ribaltare l’onere della prova e magari pensare che "i golpisti sono intervenuti…" come intervengono da che mondo è mondo i golpisti: “per impedire il cambiamento”. Neanche una parola si trova sull’Assemblea Costituente nella stampa italiana che, evidentemente, non solo non ha alcun corrispondente in centroamerica ma ha costruito le proprie cronache su fonti mainstream straniere non verificate. E meno male che Obama non ha lasciato adito a dubbi. Altrimenti staremmo festeggiando il paisà tifoso dell’Atalanta che ha fatto fuori il burattino di Chávez!

Il popolo hondureño, 24 ore dopo il ribaltamento della democrazia, continua la lotta per evitare violazione dell’ordine democratico del paese. Purtroppo però i canali d’informazione internazionali rimangono oscurati. Accanto a quello politico è in atto anche un colpo di stato mediatico che esclude dal diritto d’informazione buona parte della popolazione.
L’esercito e la polizia nazionale stanno intraprendendo una repressione violenta nei confronti della pacifica resistenza civile che chiede il rientro del presidente Zelaya, legittimamente eletto.
E’ purtroppo forte il rischio di una regressione politica che creerebbe un pericoloso precedente a livello continentale. Per evitarla tutti i paesi latinoamericani uniti e senza eccezioni si schierano a difesa della democrazia in Honduras e nelle Americhe.
Si è creato un fronte unico latinoamericano senza precedenti. Lottare per la democrazia in Honduras oggi è una misura dovuta e di carattere preventivo per assicurare la stabilità democratica in America Latina.
Anche il presidente Usa, Barack Obama, così come l’Unione Europea, dichiara illegale il colpo di stato militare che ha portato alla “presidenza” Micheletti. Si spera che il governo degli Stati Uniti dimostri un cambio reale rispetto al passato assicurando il rispetto della democrazia in Honduras. Quale occasione migliore per rompere con l’oscuro passato.
Aggiornamenti in tempo reale
Manuel Zelaya annuncia che giovedì, dopo la sua visita agli Stati Uniti per pronunciare un discorso davanti alla ONU, rientrerà in Honduras accompagnato dal presidente dell’OEA, José Miguel Insulza e dai presidenti latinoamericani che accetteranno l’invito ad accompagnarlo.
Obama si compromette, si schiera apertamente e dichiara “illegale il colpo di stato in Honduras”. “Il presidente Zelaya continua a rappresentare il presidente legittimo della Repubblica di Honduras”.
Il gruppo di Rio, l’ALBA, SICA, tutti i paesi uniti e unanimi e senza eccezioni da Managua Nicaragua ritirano i loro ambasciatori in Honduras e sospendono attività economiche, politiche, finanziarie e di cooperazione sino al ripristino dell’ordine democratico e al ritorno di Zelaya alla presidenza.
Nessun governo riconosce il presidente illegittimo hondureño, Roberto Micheletti.
La repressione militare nei confronti dei manifestanti, e la registrazione della violazione di diritti umani nei confronti di politici e attivisti detenuti.
Il presidente illegittimo Micheletti dichiara che governerà in Honduras nonostante la condanna internazionale.
L’arresto e il sequestro per poche ore di giornalisti e reporter di Telesur, unico canale televisivo a trasmettere in diretta le immagini della repressione militare a Tegucigalpa.
La prima vittima della resistenza civile, un sindacalista travolto da un veicolo dell’esercito.
Inizio dello sciopero generale indetto dalla resistenza pacifica e civile al colpo di Stato.
Il colpo di stato sembra già avere le ore contate.
Lo scandaloso caso della stampa occidentale
Campo Antimperialista 26 Giugno 2009
Embedded è l’appellativo con cui vengono definiti i giornalisti di guerra al seguito delle truppe d’aggressione americane, e quindi posti sotto la loto tutela. Giornalisti simili, com’è ovvio, possono raccontare solo ciò che i comandi militari fanno vedere loro, forniscono quindi un’informazione a senso unico, quella desiderata dall’esercito che accompagnano. Non sapevamo che il termine venisse dal mondo informatico e che sta per “sistema incapsulato o specificamente dedicato”. Un sistema embedded, diversamente da un normale calcolatore che può svolgere mansioni differenti, è concepito per assolvere compiti predeterminati e solo quelli. Mai analogia fu più azzeccata. Quello di come si stia comportando la stampa occidentale davanti all’attuale crisi iraniana è un caso di embeddeddismo raddoppiato, ovvero oltre il confine dell’indecenza.
Non c’è infatti un’aggressione, una guerra in atto, delle truppe d’invasione a cui fare da amplificatori. Eppure gli organi di stampa occidentali, come se fossero membra di un unico corpo, come se ubbidissero ad un unico grande e diabolico cervello, come innumerevoli diffusori allacciati al medesimo amplificatore, suonano la stessa musica, un uguale spartito. Non c’è affatto bisogno di essere complottisti per ritenere che questa centrale unica di disinformazione strategica esista. La musica, o meglio il rumore, è composto dagli stessi ritornelli: Ahmadinejad è un dittatore, ha vinto le elezioni coi brogli; a conferma del primo assunto e del secondo sta soffocando nel sangue la legittima rivolta popolare. Se è falso liquidare Ahmadinejad come un dittatore, questa assordante campagna non è riuscita a dimostrare né che i brogli avrebbero pregiudicato la vittoria di Mousavi, né che per le strade di Tehran ci sarebbero stati “decine di morti ammazzati”.
Il meccanismo non è nuovo. Esso fu ben collaudato in almeno altri tre casi clamorosi. Nella primavera del 1999, poco prima dell’attacco NATO-USA alla Jugoslavia. Tutti ricorderanno le accuse al governo di Belgrado, accusato di applicare un piano sanguinoso e premeditato di pulizia etnica in Kosovo. Il secondo, dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001, quando i Talibani vennero accusati senza alcuna prova di essere corresponsabili della strage di New York. Il terzo infine, non meno sfrontato, che l’Iraq di Saddam Hussein avrebbe posseduto armi di distruzione di massa. In tutti e due questi casi i media occidentali scatenarono campagne formidabili d’intossicazione.
Lo scopo fu subito evidente: si dovevano satanizzare gli avversari allo scopo di abbindolare l’opinione pubblica occidentale affinché accettasse come “atti dovuti”, come azioni “umanitarie e/o democratiche”, le devastanti aggressioni imperialistiche. Tre gigantesche campagne mediatiche, tre guerre. In tutti e tre i casi la spada fu preceduta dalla penna, la guerra vera e propria con le armi fu preparata da quella più insidiosa consistente nel più colossale lavaggio internazionale di cervelli. Le stesse tecniche di propaganda del nazista Gobbels, lo stesso principio del Gaulaiter per cui “una menzogna ripetuta tre volte diventa una verità”.
Saremo accusati di dietrologia dal momento che sospettiamo che siamo al quarto atto della medesima tragedia? Se anche in questo caso, come nei due precedenti, la virulenta campagna di sputtanamento del governo iraniano e di Ahmadinejad, questo pervasivo lavaggio del cervello, faccia da apripista ad una nuova aggressione (che non necessariamente seguirà le forme delle tre che l’hanno preceduta)?
Vogliamo oggi soltanto mostrare la sfacciataggine e l’insulsa disinvoltura della stampa italiana. Dalla mazzetta estraiamo La Stampa di Torino, un giornale circondato dall’aureola di “sobrietà, obbiettività e pacatezza informativa”. Titolo di scatola: “Si parla di numerosi morti e feriti. L’IRAN PRECIPTA NEL CAOS. Brutale attacco ai manifestanti”.
E’ dal dodici giugno che i media italiani ed occidentali, oltre che parlare di scontri tra “manifestazioni moltitudinarie” e forze di polizia (da tutti i video amatoriali visti sin qui di moltitudini non c’e traccia - si tenga conto che solo Tehran ha circa dieci milioni di abitanti) suonano gli stessi tasti.
Notate anzitutto il “si parla”, ossia: si dice, si mormora, si vocifera... Da giorni vengono fatti titoli sul sangue che scorrerebbe per le strade di Theran, basati dunque sui “si sentito dire”. Sentito dire da chi? Ma è ovvio! Dai sostenitori di Mousavi, oppure dagli esuli iraniani in America e in Europa che degli avvenimenti ne sanno poco più che un fico secco, e le cui denuncie vengono invece prese per oro colato. Per adesso abbiamo la prova solo di una donna uccisa (per altro in circostanze poco chiare), la famosa e sfortunata Neda. Tantè che si ha notizia di un solo funerale, visto che di quello annunciato da Mousavi in onore “dei martiri uccisi” non si è avuta più notizia. Come mai? Tutta la prima pagina de La Stampa è un affresco sul “massacro iraniano”, ma anche la seconda e pure la terza.
Ora, prendiamo pure per buona la notizia che in due settimane sarebbero stati uccisi dodici manifestanti. Dodici manifestanti uccisi in quattordici giorni fa meno di una vittima al giorno.
Ora, se avete tra le mani La Stampa, passate a pagina 16 (Estero). Accanto ad un titolo sul prossimo incontro di Obama col Papa, se vi sforzate, potete vedere, con le dimensioni di un francobollo, questa istruttiva e agghiacciante notizia: Titolo: «Drone USA in Pakistan: Missili sul funerale ottanta morti». Il testo ha questo incipit: «Nuovo tragico incidente nel nordest del Pakistan. Un missile sparato contro un covo di ribelli ha colpito in pieno un funerale di civili radunatisi per il funerale di un capo taliban ucciso poche ore prima da un altro drone».
Un caso da manuale per capire la tecnica della menzogna informativa occidentale*. Giorni e giorni di prime pagine sui presunti assassinii compiuti dalla polizia iraniana. Spazio di un francobollo all’ennesimo attacco terroristico americano, compiuto sempre da quelle parti, ma che ha fatto una strage vera. Quante migliaia di afghani e pakistani sono morti sotto le bombe americane negli ultimi anni? Non è dato sapere. E perché non lo è dato? perché lì “c’è la guerra contro il terrorismo”, nel cui nome tutto si giustifica, tutto si comprende, anche lo scempio contro un mesto funerale. E come si giustifica questo crimine, questo massacro di civili inermi? Affermando che è stato un incidente, e insinuando pelosamente (poiché prove se ne fregano di portarle come sempre) che i partecipanti al funerale forse erano inermi, ma non propriamente innocenti, dato che, se non amici di un talibano, si erano permessi di onorare e accompagnare le sue esequie.
In quell’inferno se solo sfiori o sei solidale con un “terrorista” ti becchi come minimo un missile lanciato da un drone. Nel paradiso occidentale aspettati un fragoroso arresto e una bella richiesta di condanna a quindici anni come “fiancheggiatore”, per 270 bis, ter, quarter, quinquies, sexies ecc., lanciata non da un drone a stelle e strisce, ma da uno zelante e tricolorato pubblico ministero.
Cè forse qualche Tribunale penale internazionale che si occupi dei reiterati atti terroristici americani o NATO? Certo che no! Certi Tribunali si occupano dei “crimini contro l’umanità”, non della bassa macelleria contro iracheni, palestinesi, afghani o pakistani. Quelli non fanno parte dell’umanità, sono bestie da macello, belve che meritano di finire a Guantanamo, di essere torturati e umiliati ad Abu Ghraib o Baghram.
Non troverete nella stampa occidentale queste nostre accuse. Essa è infatti una stampa libera, democratica, obbiettiva, mentre quelle nostre sono solo malignità prevenute, elucubrazioni, accuse per partito preso. Gli embedded invece non agiscono per partito preso, non ubbidiscono ad un padrone. Il giornalista in Occidente è libero. E’ vero infatti che non deve più attendere la velina del politico per scrivere il suo pezzo. Siamo ormai giunti allo stadio per cui la simbiosi e l’empatia tra servo e padrone è giunta a tal punto che è il primo che detta la velina al secondo. La gerarchia è mutata, il quarto potere è salito di rango, e se non è diventato il primo della scala, certamente è montato sulle spalle dei replicanti politici.
*PS - Va detto che quel che vale per La Stampa e per i principali quotidiani del paese, vale anche per i giornali di sinistra.
Il Manifesto del 25 giugno titola "Dalla parte dell'Iran" sotto un'enorme foto centrale di Obama, mentre a pagina 2 il titolo di testa è "Colpo di Stato in una notte".
Fin qui l'Iran, e la strage americana in Pakistan?
Per trovarla ci vuole pazienza e lente d'ingrandimento. La notizia è finita nelle "brevi" scritte in piccolo a pagina 9. Titolo: "Waziristan, drone Usa uccide 45 persone" (in realtà più di 80, ndr). Viene riportata in poche righe la notizia così come fornita dai servizi pachistani. Il Manifesto non ha da fare commenti...
Ed in questo caso anche noi possiamo astenerci dal commentare il comportamento del Manifesto, dato che si commenta abbondantemente da solo.
Campo Antimperialista 28 Giugno 2009
A tutto c’è un limite.
Pontificano da quarant’anni su quel che dovrebbero fare i comunisti e la sinistra, con l’unico risultato di aver contribuito all’attuale campo di rovine. A volte criticano il bipolarismo, ma sempre l’accettano ritagliandosi un angolino in cui sopravvivere.
Negano il ruolo delle resistenze popolari all’imperialismo. Si esaltano per Obama, enfatizzando i sui discorsi ed occultando le sue guerre.
Ce ne sarebbe abbastanza. Ma ora, con la loro partecipazione alla campagna di demonizzazione dell’Iran, hanno davvero passato il segno.
Il Manifesto è completamente schierato con la propaganda occidentale. Nei suoi articoli non c’è il minimo spazio per l’altra parte – i due terzi dell’Iran – né c’è posto per il minimo dubbio.
Nei suoi articoli non c’è traccia delle mire occidentali, né di quelle sioniste, e neppure degli interessi rappresentati dal clan mafioso che fa capo a Rafsanjani. C’è solo il comodo chiaroscuro di manifestazioni di “giovani e donne” contrapposte ad un cupo regime clericale.
Avevano iniziato nel 2005, in perfetta sintonia con il resto del circo mediatico, chiamando “antisemitismo” l’antisionismo di Ahmadinejad. Ma ora si assumono una responsabilità ancora più grande, avallando una campagna che prepara la guerra.
Per il Manifesto Ahmadinejad è un dittatore, mentre le elezioni sono state certamente falsate da brogli colossali orditi dal regime degli Ayatollah. Che a quel regime siano più interni Rafsanjani e Moussavi, piuttosto che Ahmadinejad, al Manifesto non interessa proprio. Magicamente, controllando un apparato che non controlla, Ahmadinejad avrebbe fatto apparire dal nulla almeno 11 milioni di voti.
E milioni sarebbero i manifestanti. Come quelli del PD nell’ottobre 2008, viene da chiedersi?
All’occidente piace la democrazia dove vincono gli amici. Se invece perdono si urla ai brogli. Ci dimentichiamo del Venezuela? E che dire delle elezioni in Palestina, dove si è bellamente deciso di riconoscere come legittimo il governo Quisling di chi era stato sconfitto?
Ricordare tutto ciò al Manifesto è evidentemente tempo perso.
Ma qui è in gioco la sovranità e l’integrità di un paese. Anche se al Manifesto sembrano non saperlo è in ballo una guerra.
E allora, a chi esibisce come un’icona la foto un po’ troppo perfetta di una giovane manifestante uccisa, ci permettiamo di ricordare le “fosse comuni di Timisoara” costruite con la riesumazione di cadaveri che lì giacevano da tempo, l’inesistente pulizia etnica del Kosovo, le fantasmagoriche armi di distruzioni di massa di Saddam Hussein, la leggenda del “cormorano incatramato” costruita dalla Cnn per mostrare un Iraq pronto ad inquinare il mondo intero pur di non arrendersi. E potremmo continuare.
Ma al Manifesto non guardano al passato. Loro sono immersi nel presente. Le guerre americane non sono più cattive come ai tempi di Bush, la cui principale colpa – viene da pensare – era per costoro la sintonia con Berlusconi. Le guerre americane di oggi sono buone. E se i droni di Obama fanno quasi cento morti al colpo tra i civili afghani o pachistani poche righe nelle pagine interne sono più che sufficienti. Questo sì che è giornalismo! E di sinistra!
A tutto c’è un limite. E quelli del Manifesto l’hanno superato. Lasciamoli al loro destino. Politicamente sono morti, ma possono ancora fare dei danni.
C’è solo una piccola azione di igiene politica e mentale da compiere: smettere di comprargli il giornale. Hanno Obama e la sinistra sionista dalla loro e non hanno dunque bisogno degli antimperialisti. Ma quel che è certo è che gli antimperialisti e chi si sostiene le lotte ed i diritti dei popoli non hanno bisogno di loro.
Vero Sudamerica 29 giugno 2009
Davide Bonechi, un cittadino italiano residente per motivi di lavoro in Honduras, ci aggiorna con la sua testimonianza diretta sul colpo di stato in atto.
Sappiamo tutti degli ultimi sviluppi sul colpo di Stato in Honduras, com’è ora la situazione nelle città? Tu sei a Tegucigalpa, qual è la reazione del popolo hondureño? C’è una resistenza civile a favore del presidente Zelaya?
Ti rispondo solo ora perché ieri tutta la capitale è rimasta senza elettricità ed anche internet non funzionava. Ieri saremmo stati circa 2000 persone davanti alla casa presidenziale, la manifestazione era pacifica. Non ci sono stati scontri, salvo quando alcuni manifestanti calorosi hanno attaccato una camionetta di militari facendola scappare, l'esercito ha così sparato in aria provocando la dispersione della folla. Nella notte una parte dei manifestanti ha dormito davanti a casa presidenziale (200- 300 persone tra sindacati, sinistra, ragazzi del UD e del Part. liberale), nonostante la decisione del governo illegittimo di Micheletti di dichiarare un coprifuoco dalle 21 alle 6 per le prossime 48ore.
A che livello è la presenza militare in città?
La presenza militare è forte a protezione di tutti i ministeri e del Congresso. Stamattina lo schieramento è anche triplicato, in particolare per controllare le manifestazioni davanti alla casa presidenziale.
Dalla mattinata qual è il livello dei servizi? Elettricità, internet?
Ieri non c’è stata l’elettricità in tutta la capitale, oggi energia ed internet sembrerebbero essere regolari.
Come si sono schierati i media ed in particolare le televisioni? E’ possibile per il cittadino hondureño avere una informazione chiara sugli ultimi avvenimenti?
Molte radio non trasmettono, ed i giornali nazionali non fanno nessun riferimento al colpo di Stato. El Heraldo, La Tribuna e El Tiempo, i principali giornali nazionali, sono manipolati e fanno riferimento ad un normale riordino costituzionale. Canal 8, un canale televisivo vicino al governo Zelaya, è oscurato da ieri mattina così come Cnn in spagnolo e Telesur. Altri canali privati invece trasmettono cartoni animati e telenovele, facendo completo silenzio e rendendosi complici del colpo di stato. La popolazione, soprattutto nelle campagne non riesce bene a capire cosa stia succedendo e per questo che la resistenza popolare non è ancora sufficientemente numerosa.
Quali sono le sensazioni che hai sul futuro prossimo del paese?
La sensazione è che se i manifestanti non riescono a organizzarsi bene, se entro 1-2 giorni non riusciranno ad unirsi mi sa che il golpe possa arrivare in porto. Sarà importante l'appoggio internazionale. Purtroppo qui i gruppi di vera sinistra sono ridotti male, son pochi e mal organizzati, i mezzi d'informazione sono completamente manipolati dal “governo” Micheletti e la popolazione civile è impossibilitata ad informarsi bene. Stamattina la situazione nella capitale è relativamente tranquilla, le scuole e le università sono chiuse ma molta gente è regolarmente a lavoro. Micheletti è considerato dalla maggioranza della popolazione un grande corrotto, ma la mancanza d’informazione e la presenza militare per ora sta riuscendo ad evitare che la protesta popolare, soprattutto nelle zone territoriali che appoggiano al presidente Zelaya, riesca ad organizzare una solida resistenza civica. Qui la gente non immagina il rifiuto internazionale che ha ricevuto il colpo di stato per la mancanza totale di informazione. Oggi tornerò ad appoggiare i manifestanti davanti alla residenza presidenziale.
Grazie Davide, tienici aggiornati.
Massimo Mazzucco Luogo Comune 29/6/2009
(Vai alla I, II e III parte)
E’ disponibile su Arcoiris TV un documentario di circa 3 ore sulla vita e sulla morte di Ernesto Guevara de la Serna, l’intellettuale rivoluzionario argentino passato alla storia come Che Guevara.
E’ un documentario eccezionale, nel senso più letterale del termine, per più di un motivo. Si tratta prima di tutto di un inedito, uscito miracolosamente dagli scaffali di una sala di montaggio in forma chiaramente incompleta. La pellicola dai colori sbiaditi mostra ovunque il “macinamento” implacabile della moviola, mentre le giunte brutali, i salti di quadro, e il fuori-sincrono quasi costante confermano che si tratti di una copia-lavoro che non ha mai raggiunto la fase di finalizzazione.
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Ma in un certo senso, questo aspetto “crudo” e irrisolto del materiale filmico, girato nel 1973, rappresenta la perfetta metafora del suo contenuto, una “revoluciòn” latinoamericana che non ha mai visto la luce del giorno.
Girato da Roberto Savio, ex-regista della Rai, il documentario
Ci si rende conto infatti che nella “piccola” storia di 50 guerriglieri sperduti sulle Ande boliviane si riflette la storia di un intero continente, della sua oppressione e dei suoi frustrati aneliti di libertà.
Il meccanismo che si è mosso intorno a Che Guevara, e che ha portato alla sua cattura ed uccisione, ha replicato nel particolare ciò che avviene in tutto il Sudamerica, a livello macroscopico, da cento anni a questa parte.
Stiamo parlando prima di tutto dell’ingerenza continua, asfissiante e onnipresente degli Stati Uniti in tutto ciò che riguarda le faccende interne dei vari stati sudamericani. Ingerenza che naturalmente viene espletata sotto l’egida della più classica ipocrisia di facciata: quando si tratta di capire chi abbia deciso l’eliminazione fisica di Guevara, l’uomo della CIA risponde che “furono decisioni prese dall’Alto Comando della sovrana Repubblica di Bolivia”. Quando invece si tratta di vantarsi per la sconfitta della rivoluzione, agli stessi uomini CIA piace pensare che “senza il loro aiuto difficilmente i boliviani ce l’avrebbero fatta” .
La stessa ipocrisia viene replicata a livello locale, operativo: il maggiore Shelton, l’americano incaricato dell’addestramento dei contras boliviani, non riesce a nascondere che “fu proprio il battaglione che da noi aveva ricevuto il massimo dei punteggi a condurre in porto l’operazione contro Guevara”, ma subito sottolinea che loro (i militari USA) “hanno l’ordine di non allontanarsi più di cento chilometri dalla loro caserma, per cui quello che accade sulle montagne è completamente fuori dal loro controllo”.
Come se a quei tempi la radio non esistesse ancora.
Fu infatti via radio che arrivò l’ordine di eliminare Guevara, dopo una travagliata riunione ad altissimo livello che ebbe luogo a La Paz. Una volta catturato il leader rivoluzionario, infatti, bisognava decidere se tenerlo vivo oppure ucciderlo. La sua morte avrebbe sicuramente significato – come poi è avvenuto – la nascita di un mito internazionale, destinato a durare per decenni, ma metterlo in prigione avrebbe probabilmente creato una serie di problemi immediati non da poco. Il caso Debray, ricordato dai vari intervistati, è significativo.
Toccò così ad un giovane sergente dell’esercito boliviano entrare nella piccola scuola del villaggio di La Higuera, dove avevano legato Guevara, per ucciderlo. Guevara lo guardò, capì immediatamente, e gli disse: “Prendi bene la mira, codardo, e non sbagliare il colpo. Ricordati che stai uccidendo un uomo”. Nessuno fino ad oggi conosceva con certezza il nome di quel sergente, mentre la versione ufficiale dava Guevara “morto per emorragia interna e dissanguamento da ferite multiple, dovuto alla mancanza di una pronta assistenza sanitaria”.
Gli autori del documentario sono riusciti ad identificare il sergente, che rispondeva al nome di Mario Teràn, e nonostante questi fosse dato ufficialmente per morto due anni dopo, lo hanno anche rintracciato e intervistato.
Il segmento, da solo, vale tutto il film.
Più in generale, emerge dal documentario come la fine della guerriglia sia stata ottenuta grazie alla “collaborazione attiva” del pueblo. Già sapevamo, dal diario di Guevara, che “la rivoluzione sembra destinata a fallire per mancanza di appoggio popolare”. Oggi possiamo confermare che in tutta la Bolivia regnava il terrore assoluto, dovuto alle continue minacce e pressioni da parte dei militari contro chiunque fosse anche solo sospettato di aver aiutato i guerriglieri.
A riprova di questa devastante schiavitù psicologica sta il fatto che, a distanza di sei anni dagli eventi, nessun abitante del paesino in cui Guevara fu catturato ha voluto parlare di fronte alle telecamere. Nemmeno per dire che lo aveva visto da lontano. Soltanto un dottore ha parlato, ma a condizione che l’intervista avvenisse a molti chilometri di distanza dal paese.
Uno dei momenti più significativi del film è quando il contadino che ricevette 5.000 pesos per denunciare la presenza di Guevara in paese riceve la stessa identica somma dagli autori del documentario, per essersi fatto intervistare.
Mentre conta lentamente quei 5.000 pesos piovuti dal nulla, sembra porsi tutte le domande che la gente del sudamerica si è mai posta nella sua vita: chi comanda davvero? A chi devo obbedire? A chi mi conviene credere? Cosa devo fare, pur di riuscire a mettere in tavola un pezzo di pane per i miei figli?
E soprattutto si domanda: sarò mai libero davvero?
Il documentario infatti è girato in un momento storico molto particolare, dopo che Salvador Allende fu deposto ed ucciso, in Cile, dal golpe guidato da Augusto Pinochet. Noi conosciamo già, per altri percorsi, la pesante ingerenza degli Stati Uniti nella distruzione del primo progetto reale di socialismo in sudamerica. Quella che forse non conoscevamo è l’opinione di Allende su Che Guevara.
Questo breve spezzone, di raro interesse storico, sintetizza al meglio l’argomento di fondo che corre per tutto il documentario: il ruolo effettivo dei partiti progressisti, intesi come “organizzazioni che vogliono realizzare pacificamente il cambiamento politico”, rispetto ai rivoluzionari che invece credono sia necessaria la lotta armata. Sullo sfondo di un panorama politico internazionale che cambiava rapidamente (primo accordo russo-americano sul disarmo atomico, con conseguente dissociazione da parte di Mosca delle attività di guerriglia sostentate da Cuba) è doppiamente triste vedere sia Allende che il segretario del partito comunista boliviano sostenere, più o meno fra le righe, che “Guevara aveva torto, e noi abbiamo ragione”.
Avevano torto tutti, a quanto pare, nel senso che le forze dell’imperialismo americano hanno dimostrato, nel corso degli ultimi 40 anni, di essere tranquillamente in grado sia di (far) soffocare nel sangue qualunque rivolta popolare, sia di rallentare a tempo indeterminato quel tipo di crescita civile e culturale, nelle popolazioni locali, che è l’unica via per arrivare in modo stabile alla realizzazione di una società più giusta e progredita.
In considerazione del livello di disinformazione e su precisa richiesta dall’Honduras di chi resiste al golpe di far sentire la loro voce e non lasciarli soli si prega di far circolare il più possibile questa informazione, forse la prima testimonianza in italiano dal paese centroamericano. A questo link invece si trovano gli articoli via via pubblicati.
Gennaro Carotenuto
Testimonianza dall’Honduras: non credete ai media officiali, la gente vota e resiste!
Dopo ore di tentativi finalmente Giornalismo partecipativo riesce a comunicare con P. T. cooperante di un paese europeo residente da anni in Honduras. “E’ che il primo segnale che stava succedendo qualcosa è che i militari hanno staccato la luce in tutta la città. Solo da poco ci siamo procurati un generatore, ma abbiamo pochissima benzina perché è razionata, non si vende, e quindi posso restare collegata pochissimo tempo”.
Quando avete saputo del golpe? “in mattinata prestissimo si è saputa la notizia che hanno preso il presidente con la forza. La capitale ha iniziato a reagire, mentre dalle altri parti del paese si è animata la gente a continuare a votare per il referendum. Anzi le ultime notizie sono che anche nella capitale dove può sta votando in massa”.
Si sta votando che tu sappia? “Qui dove mi trovo sono arrivati i militari e hanno sequestrato le urne per impedire il voto. Nella capitale è successo in molti posti ma ho molte testimonianze che in tutto il resto del paese e anche in alcune zone della capitale la gente sta correndo a votare come forma di dire NO al golpe”.
I media funzionano? “Hanno spento tutto. Appena hanno sequestrato il presidente Zelaya hanno chiuso il Canal 8, l’unico favorevole al governo e poi anche tutti gli altri. Adesso credo funzioni solo una radio della destra golpista HRN”.
Che tipo di reazione c’è da parte dei movimenti? “ti dico solo che i popoli indigeni hanno iniziato una marcia a piedi verso la capitale. Inoltre molte persone sono andate al palazzo presidenziale. Ma non ho informazioni verificate”.
Riuscite a comunicare? “la mancanza di corrente fa che i cellulari sono quasi tutti scarichi. Qui dove sono li possiamo ricaricare ma le centinaia di persone nascoste non hanno maniera di farlo”.
Ci sono le notizie di violenza? “Gira voce di almeno un morto, ma non posso confermartela. Le uniche violenze sicure che ho io sono quelle contro i medici cubani. Alcuni sono stati aggrediti, gli altri li stiamo nascondendo. Inoltre qui da noi quando hanno sequestrato le urne del referendum hanno detenuto tre persone ma sono stati costretti a rilasciarli quasi subito. Inoltre ho notizie di liste nere di dirigenti popolari che vengono ricercati, soprattutto quelli che hanno lavorato al referendum. Non ho notizie di persone precise arrestate. Ma centinaia se non migliaia di persone si sono dovute nascondere”.
Sei uscita? Com’è la città? Che idea ti sei fatta sui rapporti di forza? “Ho girato per il quartiere ma come straniera non mi sono avvicinata al punto dove si votava. I militari sono estremamente aggressivi, puntano le armi in faccia alla gente. La gente sta chiamando alla calma e cerca di parlare loro e si stanno facendo azioni pacifiche in tutto il paese. Il messaggio è calma, pace e non opporre altre forme di resistenza”.
Che messaggio puoi lasciarmi in conclusione? “Faccio un appello internazionale a non lasciare solo l’Honduras e a fare informazione su quello che sta succedendo in Honduras. Non credete ai media ufficiali”.
Sequestrati gli ambasciatori di Nicaragua, Cuba, Venezuela e il Ministro Patricia Rodas
Durante la riunione della OEA in corso a Washington è stato annunciato che gli ambasciatori di Nicaragua, Cuba, Venezuela e il Ministro degli Esteri dell’Honduras Patricia Rodas sono stati sequestrati da un gruppo di militari incappucciati che li avrebbero picchiati durante il sequestro. Al momento solo il Ministro degli Esteri del governo legittimo dell’Honduras rimane sequestrata in una base aerea delle Forze Armate golpiste mentre i tre ambasciatori stranieri sono stati rilasciati.
Manuel Zelaya in diretta dal Costarica, ecco cosa dice

Dalle 17.36 italiane il Presidente Zelaya è in diretta telefonica su Telesur dal Costarica.
TRASCRIVIAMO LE PARTI PRINCIPALI:
“E’ un complotto delle oligarchie delle forze armate che mi hanno tradito per lasciare il popolo come sta e fermare un processo democratico partecipativo”.
“Hanno sparato, rotto il portone di casa con le baionette, un sequestro brutale”.
“Mi hanno portato alla Forza Aerea, salito su un aereo e portatomi in Costarica”.
“Se gli Stati Uniti non sono dietro il golpe questi non resisteranno neanche 48 ore”.
“Domani parteciperò a Managua a una riunione di tutti i presidenti centroamericani contro il Golpe”.
“Mi vogliono rovesciare perché voglio la democrazia partecipativa”.
“Sento molta pena per il popolo nobile e pacifico dell’Honduras. I golpisti continuano con metodi del secolo passato”.
“Chiedo a tutte le forze progressiste del paese, alla chiesa cattolica che si pronuncino per lasciar parlare il popolo, adesso si sente solo la voce di un gruppo di militari. Faccio un appello al dialogo”.
“Un governo usurpatore non può essere riconosciuto da nessuno”.
“Anche l’ALBA si riunisce domani a Managua”.
“Non c’è maniera di comunicare con il popolo dell’Honduras perché i golpisti hanno interrotto tutti i mezzi di comunicazione”.
“Chiamo il popolo dell’Honduras alla resistenza non violenta al golpe”.
“Un gruppo delle Forze Armate che ha realizzato il golpe è manipolato dall’élite economica che ha il controllo sul parlamento”.
Honduras, Uruguay, Argentina, domenica di democrazia in America latina
Gennaro Carotenuto
Honduras: avrebbe giurato come presidente il dittatore Roberto Micheletti
Il presidente della Camera, Roberto Micheletti avrebbe giurato come presidente di fatto dell’Honduras dopo il colpo di stato che pretende di aver deposto il presidente legittimo Manuel Zelaya.
Oggi è una fredda domenica d’inizio inverno in sudamerica, ma è soprattutto una giornata di democrazia nel Río de la Plata e in Honduras dove si terrà il referendum per decidere se in novembre verrà eletta un’Assemblea Costituente che dovrà scrivere una Carta che metta fine a una lunga storia di disuguaglianza e ingiustizia sociale e fermare lo sfruttamento senza limiti del paese da parte delle multinazionali imposto dal Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti.
Tenere il referendum è la miglior risposta al tentativo di golpe messo in atto dall’esercito e dai poteri forti del paese centroamericano condannato dall’ONU, dall’Organizzazione degli Stati Americani (quindi Stati Uniti compresi), dall’Alba, ma non (stranezze della politica) dall’Internazionale Socialista o dall’Unione Europea. Quello honduregno sarebbe (ma la tensione è ancora alta) il secondo colpo di stato che fallisce nel XXI secolo in America latina per la reazione di massa della popolazione in difesa del governo democraticamente eletto dopo quello venezuelano dell’11 aprile 2002 ed è tanto più significativo che una reazione popolare così importante si registri nella regione più fragile, il centroamerica, della Patria grande che più lentamente del resto del Continente sta iniziando a cambiare.
Il perché il referendum di oggi abbia provocato addirittura un golpe è presto detto: sarà una pietra miliare nella storia del paese. In Honduras infatti ben il 30% del territorio nazionale è stato alienato a imprese straniere, soprattutto dei settori minerari e idrici. Le multinazionali quasi non pagano tasse in un paese dove tre quarti della popolazione vive in povertà. Così l’opposizione, al solo odore di una nuova Costituzione che affermi che per esempio l’acqua è un bene comune e che imponga per lo meno un sistema fiscale che permetta processi redistributivi, è disposta a spezzare il simulacro di democrazia rappresentativa che evidentemente considera utile solo quando sono i poteri di sempre a comandare.
Completamente diversa è la situazione in Argentina dove si svolgono elezioni parlamentari di metà mandato. E’ in ballo la maggioranza parlamentare per la presidente Cristina Fernández. Soffia un vento di destra, è stata una campagna elettorale particolarmente sporca dove i problemi reali del paese, la povertà estrema di troppi, restano sullo sfondo o sono banalizzati, tra un governo che si vanta di risultati migliori di quelli reali e un’opposizione che preferisce la deriva securitaria. La sfida più importante è a Buenos Aires dove l’ex presidente Nestor Kirchner si confronta con l’uomo della destra agraria più reazionaria, Francisco de Narváez, securitario a parole, narcotrafficante nella pratica. Dovrebbe farcela Don Nestor ma l’alternativa di sinistra tra il centro peronista e la destra arrembante è quella del Proyecto Sur di Pino Solanas, il grande regista da mezzo secolo testimone lucido della storia di un paese e di un continente.
Dall’altra parte del fiume, a Montevideo, un altro grande vecchio, José Mujica, el Pepe (nella foto), testimonierà la continuità delle ragioni di una vita di lotta. In Uruguay la metodicità delle regole democratiche è una religione. Tutti i partiti sono obbligati a tenere regolari elezioni primarie nello stesso giorno per scegliere un unico candidato alle presidenziali. El Pepe Mujica è il chiaro favorito nelle elezioni primarie del Frente Amplio (la coalizione di centro-sinistra al governo in Uruguay con Tabaré Vázquez che ha votato alle 8 di stamane nel quartiere popolare de La Teja) e sarà candidato del centro sinistra alle presidenziali di fine anno.
Guerrigliero tupamaro, fondatore di uno dei gruppi armati più interessanti al mondo le ragioni politiche e culturali del quale sono esaltate oggi, ostaggio della dittatura per 13 anni, vari dei quali passati in un pozzo con l’acqua alle ginocchia, non si è mai fatto piegare. Ministro, grande polemista, raffinato politico e antipolitico (fino a poco tempo fa già deputato continuava a vendere fiori al mercato per vivere) allo stesso tempo, ricorre da sempre in lungo e in largo la riva orientale del grande fiume venendo accolto come uno di famiglia anche nei casolari più isolati. E’ favorito su Danilo Astori, Ministro dell’economista di stampo liberale nel governo di Tabaré.
In novembre Mujica si confronterà con due pessimi candidati della destra rappresentata dai partiti tradizionali. Il Partito Nazionale, los blancos, ripresenteranno il corrotto ex-presidente Cuqui Lacalle, simbolo di un rinnovamento impossibile dove Jorge Larrañaga, l’oppositore interno più presentabile e interessante è dato perdente. Ancor peggio il Partito Colorado, i tratti riformisti del quale si perdono oramai nella memoria delle vecchie generazioni e che presentano il figlio del dittatore, ieri ricorrevano 36 anni dal golpe del 27 giugno 1973, Juan María Bordaberry. Ma gli uruguayani, rispetto agli argentini, sembrano vaccinati.
El País: come ti nascondo il golpe in Honduras
Gennaro Carotenuto
Per carità, punti di vista… magari per qualcuno in Honduras è davvero l’esercito che sta salvando la patria dal comunismo (dove ho già sentito questa storia?) ma è indispensabile studiare come il quotidiano madrileno “El País”, l’unica fonte sulla quale in genere si forma l’opinione di molti “opinion makers” italiani sull’America latina, spiega quanto sta accadendo in queste ore a Tegucigalpa.
Come analizziamo nel dettaglio “El País” esce rapidamente dalla legittimità della diversità dei punti di vista, per entrare nel territorio del falso e del tendenzioso che ci mette di fronte a una vera imperdibile lezione di disinformazione offerta dal quotidiano spagnolo:
1) In primo luogo sparisce del tutto il colpo di stato. Il termine, l’idea stessa di golpe viene cancellata, non se ne parla, e cosa importa a “El País” che questo sia stato condannato come tale dall’ONU? Basta non parlare dell’ONU. Al contrario (come se non fosse la stessa cosa) è l’esercito che si mobilita in solidarietà con il proprio capo di stato maggiore ingiustamente destituito. A “El País” hanno evidentemente dimenticato il 23 febbraio del 1981 e si sentono di poter giocare e ingannare i lettori su cose così serie.
2) Nello stesso articolo sparisce del tutto che l’oggetto del contendere è un referendum che vorrebbe portare alla convocazione di un’assemblea costituente. Al contrario, testuale, semplicemente: “Manuel Zelaya vuole modificare la Costituzione per restare al potere” e quindi l’esercito, rispondendo a una vecchia concezione propria anche del franchismo al quale “El País” si opponeva, sarebbe il tutore dello Stato (per conto delle classi dirigenti) ed è quindi legittimato ad intervenire.
3) Per l’ennesima volta quando un dirigente latinoamericano democraticamente eletto vuole convocare un’assemblea costituente “El País” si schiera contro con un solo argomento: lo fa perché è assetato di potere. Come se in America latina le costituzioni del ‘900 avessero garantito democrazia, sviluppo, diritti, giustizia sociale.
4) Non può mancare l’ultimo ritrovato alla moda, Twitter. “El País” invita a seguire la crisi honduregna attraverso il canale twitter del quotidiano “La Prensa”, guarda caso, schierato contro il Presidente legittimo. Ovviamente non si preoccupa di specificarlo.
5) Non è quindi il generale Romeo Vázquez (si rimanda al mio articolo con… un altro punto di vista), capo di Stato Maggiore ad aver deciso di non compiere gli ordini del presidente ma il presidente ad averlo inopinatamente destituito per perseguire il proprio disegno “illegale” al quale il generale si è negato in nome della democrazia. Il fatto poi che il generale Vázquez, capo delle forze armate, abbia l’appoggio delle stesse e che le schieri per le strade contro il presidente che lo ha destituito, a “El País” non sfiora neanche che possa essere eversivo. E’ solo la dimostrazione che Zelaya ha torto. Quante divisioni ha Zelaya? Lo dicevano anche Pinochet, Franco e Stalin che la forza può più della ragione.
6) Zelaya stesso è descritto in maniera irridente come “un populista di famiglia bene” che starebbe dalla parte dei poveri per fame di potere. Seguono ulteriori dimostrazioni di uso della fisiognomica per denigrare il personaggio. “Sembra un mariachi”, “somiglia [all’ex presidente messicano Vicente] Fox”. Denigrare un personaggio pubblico per le proprie caratteristiche fisiche non è solo cattivo giornalismo. E’ anche puerile.
7) Il climax viene toccato quando la fama di incorruttibile di Zelaya viene sporcata dal buttar lì un’accusa di corruzione (non meglio specificata) di… Otto Reich. “El País” evita di ricordare ai lettori chi sarebbe quest’ultimo. Lo facciamo noi: ex-sottosegretario per l’America Latina di Ronald Reagan e George Bush padre, mandante di terroristi, organizzatore di colpi di stato, difensore di torturatori e delle peggiori dittature e violazioni di diritti umani. A “El País” sanno bene chi sia Otto Reich ma l’importante è tirare uno schizzo di fango sulla figura di Zelaya.
8) Se la difesa di Zelaya e la denuncia del golpe da parte dell’ONU viene censurata da “El País”, che non ne fa parola, a chi viene affidato il compito della difesa d’ufficio del “corrotto populista con i soldi affamato di potere” Mel Zelaya? Ma niente meno che a Fidel Castro! Chi meglio del vecchio dittatore cubano che da trent’anni “El País” descrive come il demonio in persona, può aiutare [a denigrare] la causa di Zelaya?
Non sappiamo come finirà la storia in Honduras, ma quanto abbiamo analizzato dimostra ancora una volta che il quotidiano "El País", lo stesso che in questi giorni crede di rifarsi una legittimità democratica attaccando quotidianamente Silvio Berlusconi, sta preparando i propri lettori di centro-sinistra a digerire un colpo di stato presentandolo come una soluzione legittima.
Non è la prima volta. Ha appoggiato il fallito colpo di stato in Venezuela dell’11 aprile 2002 restando spiazzato quando molto dopo perfino l’attuale ministro degli esteri di un governo che "El País" appoggia, Miguel Ángel Moratinos, denunciò il ruolo del governo di José María Aznar in quel crimine. Più avanti ha preso senza mediazioni la difesa di Felipe Calderón in Messico negando in tutti i modi che nelle elezioni del 2006 potessero esserci stati brogli e disinformando o negando informazione su milioni di messicani che (come in Iran in questi giorni) protestavano (a torto o a ragione) contro quei brogli. Infine, per restare ai casi più clamorosi, ha appoggiato a spada tratta l’eversione secessionista in Bolivia. Adesso torna a negare l’esistenza di un golpe e ad occultare ai propri lettori informazioni fondamentali come chi e perché appoggia Zelaya, a glissare su principi democratici fondamentali come quello che i militari possono solo obbedire ai governi civili, e a dimenticare completamente la più elementare deontologia giornalistica.
Se questa è informazione…



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