Ecco, dopo "soltanto" 11 giorni, la prima testimonianza in Italia sul massacro di Thskinvali: quello che ha fatto precipitare la guerra (insieme ai rapporti Europa-Russia); quello che il presidente georgiano Saakashvili, difeso dalla NATO, giustificava in diretta come "ripristino dell'ordine costituzionale".
In realtà, di tali testimonianze ce ne sono state altre, in TV, e con tanto di immagini: solo che i commentatori lasciavano capire trattarsi di quelle di Gori (o addirittura di Tbilisi) "bombardata dai russi", badando bene a tagliare dal video il logo della tv russa dalla quale erano state tolte.
Abbiamo persino assistito a una nonnina piangente davanti a quel che restava della sua casa. Le immagini venivano da un servizio della tv russa, in cui la donna spiegava di aver perduto il figlio nella precedente operazione di pulizia etnica georgiana (1991), e che questa volta, bruciando la casa, del figlio aveva perduto persino le ultime fotografie. In Italia, senza alcuna vergogna, la vecchietta è diventata georgiana, "bombardata" dai russi malvagi. Siamo alla fantascienza.
L'Ordine dei Giornalisti, naturalmente, resta coraggiosamente a guardare davanti a una delle pagine più nere della nostra "informazione".
Vorrei spiegare il retroscena della breve intervista a seguire. La signora, un'interprete della lingua italiana, ha cercato un contatto con la stampa del nostro Paese, che lei ama molto e ritiene popolato da gente onesta, sotto la pressione di due spinte: il massacro della sua famiglia a Thskinvali e l'orrore che vi ha visto in prima persona; e il fatto che conoscenti italiani "informati" dai nostri media le telefonavano, e le dicevano: "Vergognatevi, voi russi, cosa avete fatto!".
Credo non occorrano altri commenti.
Stefano Serafini
Uno squarcio sulla guerra
di Lorenzo Bianchi Il Resto del Carlino/La Nazione/Il Giorno, 19 agosto 2008
Gli orrori del conflitto, nella loro spoglia crudezza, vengono direttamente dal campo e da una osseta del sud, Svetlana Kozaeva, 45 anni, originaria di Tskhinvali, laureata in lettere all’Università di Mosca, poliglotta, grande appassionata dell’Italia. “Con mio fratello Ruslan, 43 anni, commerciante di prodotti alimentari, siamo arrivati in auto a Tskhinvali alle 17 circa dell’undici agosto. Avevamo già visto tre cadaveri abbandonati lungo la strada. Sapevamo che nell’attacco erano morti mio cugino Dimitri, 40 anni, e mia zia Anna Zaseeva, di 73.
Dall’alto ci si è parata davanti agli occhi una città fantasma, un mare di macerie e di palazzi distrutti. Ho visto mio fratello piangere, non era mai successo. La prima immagine che mi è rimasta scolpita negli occhi è quella di una carcassa di auto, consumata dal fuoco al punto che non si riusciva più a leggere la targa. Vicino c’erano quattro corpi carbonizzati, due erano piccolissimi”. Svetlana e Ruslan raggiungono la casa della zia. Volevo partecipare ai funerali, ma il cimitero era completamente distrutto. L’hanno seppellita nel cortile. Come molti altri. Qualcuno, più fortunato, è finito nel giardino di casa. Mia nipote Elina, 26 anni, mi ha raccontato che si erano nascosti in cantina in dieci. Sono sopravvissute solo sei persone.
L’attacco iniziale è durato 24 ore, senza un minuto di pausa. I carri armati georgiani passavano da una casa all’altra e sparavano uno, due o tre colpi in direzione degli scantinati. Sapevano che lì era rintanato chi non era riuscito a fuggire, bimbi, donne, anziani. Il rifugio di mia zia e di mia nipote non è stato risparmiato. Sono rimasti chiusi nel sotterraneo per tre giorni e per tre notti, vegliando i quattro cadaveri che cominciavano a puzzare. Fuori c’era un gran caldo, fra 32 e 34 gradi. Non avevano né luce, né acqua, né cibo. L’unica compagnia era una tribù di topi. Ma erano terrorizzati dall’idea di mettere fuori il naso”.
Perché? “Un’anziana signora della quale ricordo solo il nome, Maria, stava scappando con i suoi due nipotini. Un tank georgiano li ha raggiunti e schiacciati. Capisce? Non si è preso neppure la briga di sparargli. Mi hanno raccontato, che a Muguti, a 10 chilometri dalla capitale, la popolazione si era rifugiata nella piccola chiesa. Due carri georgiani hanno aperto il fuoco. I morti sono stati 12”. Svetlana è tornata a Mosca alle 14 del 13 agosto. Il marito è ancora nella capitale dell’Ossezia del sud. “Le cantine – rabbrividisce - sono piene di cadaveri. E’ stata una pulizia etnica. I georgiani sono arrivati a livelli che non hanno toccato neppure i tedeschi nella seconda guerra mondiale. La Cnn e la Bbc trasmettono immagini di Tskhinvali e dicono che vengono da Gori. Ho riconosciuto con i miei occhi un falso. In un servizio da Gori c’era una strada della mia città di origine, quella intitolata agli eroi, la via “Geroev”. Perché i media occidentali giustificano il presidente georgiano Mikhail Saakashvili e il suo regime criminale?”.
Credo che tutto ciò sia sufficiente ad indicare chi sia l'aggressore e chi sia l'aggredito, in Caucaso; di certo non basta per quegli stronzetti di sinistra, che sotto la mascherata di un Sub Marcos o l'immaginetta del Che, nascondono la propria russofobia e il proprio servilismo verso Usraele. - Alessandro
