Aurora

Sito d'Informazione Internazionalista
mercoledì, 27 agosto 2008

Armadio della vergogna 2, arrivano le prime prove

Sulla questione dei criminali di guerra italiani torniamo a segnalare il recente, prezioso testo di Davide Conti "L'Occupazione italiana dei Balcani" che contiene tra l'altro:- approfondimenti sul lavoro della Commissione Gasparotto, menzionata anche nell'articolo che segue- elenco di 422 persone ricercate dalle autorità alleate - stralcio della "Relazione n.45" della Commissione di Stato jugoslava (Grgic-Nedeljkovic) per la constatazione dei crimini degli occupatori italiani e dei loro coadiuvatori, riguardante l'internamento dei familiari dei partigiani nel campo sito nell'isola di Melara (Zara) e la richiesta di estradizione ei militari e dei fascisti accusati di crimini contro i civili (6 aprile 1945)- e numerosa altra documentazione d'archivio spesso inedita.

La documentazione nel palazzo dove fu occultato per 60 anni il primo
Franco Giustolisi
il manifesto 12 Agosto 2008

Un vecchio faldone scuro, alto una decina di centimetri. Roso dal tempo, sbrecciato, polveroso. Ha un'età ragguardevole, poco meno di 60 anni. A fatica si legge l'intestazione: «Criminali di guerra - Proced. (sta per procedimenti, ndr) contro Roatta ed altri» (seguono i nomi di altri 32 imputati, ndr).
Altra documentazione che si scova nel cinquecentesco palazzo di via degli Acquasparta, in Roma, dove hanno sede i vertici della giustizia militare e dove fu trovato, nel giugno del 1994, l'armadio della vergogna, che nascondeva i fascicoli delle stragi commesse dai nazifascisti, nel nostro paese, dall'8 settembre del 1943 al 25 aprile del '45. Decine e decine di migliaia di morti, all'enorme maggioranza dei quali si deve ancora giustizia, che la memoria tende a dimenticare e che la storia fatica ancora ad inserire nel suo tabellino di marcia.
Ora di questo secondo armadio della vergogna di cui ho già parlato sul manifesto di circa un mese fa, e che è figlio o padre del primo, come cercherò di spiegare più avanti, si individuano le prime tracce per via di questo faldone. Contiene riferimenti alla Commissione d'inchiesta presieduta dal senatore, antifascista di lunga data, Luigi Gasparotto. Fu nominata il 6 maggio del 1946 da un governo che oggi chiameremo di centrosinistra e che più di un anno dopo un governo di formazione opposta, un berlusconiano di destra diremmo oggi, si incaricò di annullare in ogni modo, nascondendo i risultati agghiaccianti.
Riguardavano le imprese compiute dai generali fascisti nei territori aggrediti dal fascismo: Jugoslavia, Albania, Grecia, Unione Sovietica, Etiopia. Fu una gara, tra loro e i nazisti, SS comprese, a chi si distinguesse in bieca crudeltà.

I due armadi
Italiani brava gente? No: italiani brutta gente.
Ho alluso ad una stretta parentela tra i due armadi perché in quegli anni il primo governo che si richiamava alla Resistenza e alla lotta partigiana, quello presieduto da Ferruccio Parri, voleva rendere giustizia alle vittime dei nazifascisti. Ma anche jugoslavi, greci, albanesi, sovietici esigevano giustizia per i massacri compiuti dalle truppe inviate da Mussolini per «conquistare terre al sole». Allora un governo che non aveva fascisti in senso organico nel suo seno, ma che fascista era d'animo, e che io ho individuato nel mio libro «L'armadio della vergogna», nel primo o nel secondo governo De Gasperi di centrodestra, si distinse per uno sporco lavaggio di mani: si vogliono perseguire gli aguzzini nazifascisti responsabili degli eccidi in Italia, non si possono non perseguire coloro che hanno commesso crimini della stessa natura all'estero.
La decisione finale: tutto fu annullato, tutto fu occultato, tutto fu fatto dimenticare. Ma alla fine i nodi, come si usa dire, vengono al pettine. E' vero, c'è voluto più di mezzo secolo, ma che vogliamo farci, questa è l'Italia.
Nell'immediato dopoguerra faceva sparire brutalmente quel che serviva a bloccare la giustizia, oggi uomini che vengono dal niente si inventano il lodo, che è un dolo, per arrivare agli stessi risultati. Bisogna dare atto ai «nuovi» della loro maggiore eleganza rispetto ai «vecchi»: ci mettono persino l'avallo del Parlamento.

Dove sono le carte?

Torniamo all'armadio della vergogna numero due, la cui esistenza fu prospettata al Consiglio della magistratura militare dall'ex procuratore militare di Padova Sergio Dini, ora passato, come circa la metà dei suoi colleghi, alla magistratura ordinaria. Dini poneva il problema: dove sono finite le carte della Commissione Gasparotto? S'è voluto eludere la giustizia? Misteri, ancora misteri, sempre misteri. «La prego, perlomeno per quel che riguarda l'oggi, non mi riferisco evidentemente ad un lontano passato, che lei ha illustrato nel suo libro, non usi il termine misteri - dice Alfio Massimo Nicolosi, procuratore generale militare presso la Corte di Cassazione, in breve la massima autorità della giustizia in stellette - lei dice misteri, ma per quel che ci riguarda non ce ne sono. Non appena ho ricevuto l'esposto del procuratore Dini ho immediatamente incaricato il qui presente capo della segreteria, dottor Alessandro Bianchi, di cercare per ogni dove quello che lei ha definito l'armadio della vergogna numero 2. Ma la montagna, e lo dico senza facile ironia, ha scoperto solo un topolino, cioè il faldone di cui stiamo parlando. Conteneva soltanto o prevalentemente corrispondenza sul tema crimini di guerra asseritamente compiuti dall'esercito italiano in terre straniere.
Da una prima sommaria e superficiale visione ho accertato che si tratta di documentazione che potrebbe avere solo un valore storico. C'erano timbri di riservatezza, di segretezza, eccetera. Ne ho chiesto l'eliminazione ai ministeri competenti, la Difesa ha già acconsentito, debbono ancora rispondere gli Esteri e gli Interni: Ed io sto provvedendo ad inviare tutto questo materiale al Consiglio della magistratura militare che deciderà cosa farne e se, eventualmente, aprire un'altra inchiesta come fece tra il 1996 e il 1999 per l'armadio della vergogna numero uno
». Ma dove sono finite le conclusioni dell'inchiesta condotta da Gasparotto?
«Ah, questo proprio non lo so, può fare tutte le ipotesi che vuole... Un momento, dimenticavo una cosa: in quel faldone c'è anche una sentenza, mi sembra che risalga al 1951. E trattandosi di una sentenza che non può essere soggetta ad alcun segreto, ne può fare richiesta ed ottenerla».
Dottor Bianchi, lei che è il ritrovatore degli armadi, individuò quello che conteneva i fascicoli delle stragi commesse dai nazifascisti con già annotati i nomi dei criminali che le avevano compiute, ha faticato più questa volta o la precedente?
«Senz'altro la prima volta, chi poteva pensare, così, di prima intenzione, che quell'armadio seminascosto potesse contenere carte così interessanti: girai, girai, sinchè alla fine mi decisi a vedere anche lì... Questa volta è stato molto più semplice. Ho pensato che poteva trovarsi, quel materiale, soltanto nell'archivio dell'ex procura generale presso il tribunale supremo militare, che ormai non c'è più. E alla fine, ho trovato quel faldone inserito tra tanti altri in una delle incastellature metalliche.. .».
Ma non è possibile che le risultanze della Commissione Gasparotto siano occultate da qualche altra parte in questo enorme palazzo?
«Tenderei ad escluderlo perché tutti i locali sono stati rinnovati e, poi, dopo la ricerca dell'armadio che lei ha definito della vergogna, ogni angolo era stato ispezionato. Se c'è, è da qualche altra parte, non da noi». Dove, per esempio?
«Presumo al ministero della Difesa, il cui ministro a suo tempo nominò la Commissione ed è logico pensare che i risultati siano stati consegnati allo stesso ministero...» .

«Condanniamoli tutti, poi...»
Ma non è da escludere, e questa è una mia supposizione, che sia finito al ministero degli Esteri, dato che dalla documentazione del passato emerge la sua presenza più di una volta nello scambio di informazioni con la procura generale militare in tema di stragi nazifasciste e il suo interesse d'ufficio nelle richieste degli stati invasi dal fascismo di ottenere l'estradizione dei criminali di guerra italiani. Ricordo una lettera, scovata dagli storici Filippo Focardi e Lutz Klinkammer, in cui l'allora ambasciatore a Mosca Pietro Quaroni suggeriva al presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, con il massimo possibile del cinismo, questa via d'uscita: «Condanniamoli tutti, a morte, all'ergastolo, poi li faremo uscire alla chetichella. ..».
«Non mi sembra - spiega Bianchi - che ci sia corrispondenza di questo tipo. In quel faldone ci sono soprattutto lettere inviate e ricevute dal procuratore generale del tempo, credo Umberto Borsari, ai ministeri della Difesa, degli Esteri, degli Interni e viceversa. Fanno riferimento al problema dei crimini di guerra di cui furono accusati molti generali e altri ufficiali italiani».
In attesa che il «malloppo» sbuchi fuori da qualche parte passiamo alla sentenza di cui ho detto e che mi è stato relativamente facile ottenere al prezzo di cancelleria di euro 4,65, compreso il diritto d'urgenza. Una sentenza curiosa per vari motivi. Anzitutto perché, con mia relativa sorpresa, viene vistata dal vice procuratore generale militare Tringali, lo stesso, se ben ricordo, che aveva inviato una sorta di circolare sulla strage delle Ardeatine, per quel che riguardava gli altri colpevoli, oltre a Kappler, questa la conclusione: «...non sembrando conveniente turbare ancora una volta l'opinione pubblica riportando alla ribalta il triste episodio...».
Nella sostanza: lasciamo perdere, non facciamo piangere ancora chi ha già pianto. E la giustizia? Non aveva ingresso.
Come capita oggi, del resto, per altri versi. Fu quella circolare che mi arrivò in forma anonima nei primi mesi del '96 al giornale dove allora lavoravo, fogli ingialliti dal tempo, sbrecciati, in parte illeggibili, a convincermi ad iniziare l'inchiesta sull'armadio della vergogna.
Ma la sorpresa maggiore mi è venuta perché nella sentenza non ci sono i fatti cui conseguirono le imputazioni, solo alcune date che non si comprende a cosa si riferiscano. Non credo che si tratti di motivi di sintesi: la burocrazia se si è distinta in questo campo, lo ha fatto sempre per il motivo opposto. Quindi tacere, nascondere, far finta di niente. Vengono riportati soltanto i motivi di carattere generale delle imputazioni: «Concorso in uso di mezzi di guerra vietati, concorso in rappresaglie ordinate fuori dai casi consentiti dalla legge (mi sfuggiva che alcune rappresaglie erano legislativamente consentite, ndr). La premessa si riferisce alle «relazioni del nuovo governo jugoslavo contenenti un lungo elenco di persone ritenute criminali di guerra. Queste relazioni inviate in Italia, vennero esaminate da una Commissione d'inchiesta per i presunti crimini di guerra (leggi Commissione Gasparotto, che aveva ritenuto queste relazioni, quanto meno, fondate, ndr) istituita presso il ministero della Guerra. Accogliendo le proposte di tale Commissione d'inchiesta, il ministero presentava le seguenti richieste di procedimento. ..».
Segue un elenco di 33 nomi, tanti evidentemente, ma assai inferiore agli oltre ottocento denunciati dalle nazioni aggredite dal fascismo. In questa sentenza, come si vedrà, quasi tutti gli imputati avrebbero dovuto rispondere dei loro crimini commessi in Jugoslavia. Mancano però, i nomi di tutti gli altri, non si sa se per loro sono state emesse sentenze di altri tribunali militari dopo le inchieste della Commissione Gasparotto. «Roatta Mario, Comandante della II. Armata; Robotti Mario, comandante dell'XI. Corpo d'Armata e, successivamente della II. Armata; Bastianini Giuseppe, governatore della Dalmazia; Magaldi Gherardo, presidente di un Tribunale Straordinario in Dalmazia; Serrentino Vincenzo, membro di detto Tribunale; Giunta Francesco, governatore della Dalmazia, Alacevich Giuseppe, segretario del Fascio di Sebenico; Rocchi Armando, comandante della sezione di Sabbioncello; Pirzio Biroli Alessandro e Zani Francesco, il primo Governatore del Montenegro ed il secondo comandante di una grande unità in Montenegro; Gambara Gastone, comandante dell'XI Corpo d'Armata; Coturri Renato, comandante del V. Corpo d'Armata; Grazioli Emilio, Alto commissario per la provincia di Lubiana; Dal Negro Pier Luigi, Sestili Gualtiero, Fais Giovanni, Sartori Giuseppe, Viscardi Giuseppe, Delogu Giuseppe, già in sevizio in Jugoslavia; Barbara Gaspero, prefetto di Zara, Brunelli Roberto e Spitalieri Salvatore, già in servizio in Montenegro; Testa Temistocle, prefetto di Fiume; Fabbri Umberto, comandante del V. Raggruppamento g.a.f.; Roncoroni Alfredo e Gaetano Giuseppe, in servizio alle dipendenze del Comando dei Carabinieri della Dalmazia; Viale Carlo, comandante la Divisione "Zara"; Manutello Fabio, ufficiale della Divisione "Bergamo", David Tommaso, comandante della 28. Compagnia M.v.a.c.; Scalchi Ivan, comandante della 107. Legione M.v.s.n. in Zara; Mauta Eugenio, Commissario civile di Cabar; Cassanego Emilio, Commissario civile del Distretto di Ornomeli; Giorleo Armando, comandante del I. battaglione del XXVI. G.a.f; Magaldi Gherardo, quale presidente di un tribunale militare in Atene».
Ma di questa sentenza quel che più colpisce è la chicca finale: «Tutti non punibili per mancanza di parità di tutela penale da parte dello stato nemico (dimenticando persino un ex davanti a quel nemico, ndr)». Il tutto sulla base di una «comunicazione del ministero degli Esteri», espressamente citata: «Gli stati ex nemici di cui trattasi non garantiscono la parità di tutela penale allo Stato italiano ed in pratica ciò ha portato ad assicurare l'impunità a molti stranieri responsabili di gravi delitti contro combattenti e prigionieri italiani», che non va dimenticato, erano gli invasori. Il tutto firmato da: «Giudice istruttore militare, ten. gen. B. Olivieri».
Sembrano affermazioni di leghisti e fascisti che dicono: nei paesi islamici non vogliono far costruire chiese e noi non faremo costruire moschee. Quella comunicazione del ministero è datata 2 luglio 1951, la sentenza è del 30 luglio dello stesso anno, esattamente 29 giorni dopo. Nessuno mi toglierà dalla testa che i giudici militari prima di esprimersi hanno atteso il «la» politico del governo attraverso il ministero degli Esteri. E appena sette giorni dopo, precisamente il 6 agosto, una grande scritta, a margine della sentenza, con tanto di firme e timbri, annuncia: «La presente sentenza è definitiva». Una specie di lodo Alfano, insomma, che io preferisco chiamare dolo.

I DOCUMENTI SCOMPARSI
Armadio o «cassonetto», è sempre una vergogna

f. g.
ilmanifesto

Dino Messina sul Corriere della sera del 7 agosto, riprendendo il mio articolo apparso sul manifesto del 27 giugno intitolato «L'armadio della vergogna 2», dà la parola al procuratore militare di Roma il quale dice: «Si tratta di una invenzione giornalistica che non corrisponde alla realtà delle cose». Lo vuol chiamare comodino, etagere, cassapanca, comò, armadietto, si accomodi ma sempre della vergogna è.
Comunque, come avrà potuto leggere in questo articolo, altri suoi colleghi non sono d'accordo con i suoi concetti. In più il «carrello con alcuni faldoni che portano il segno degli anni», come scrive Messina, non contiene i risultati della commissione Gasparotto bensì alcune carte di processi, da cui ho ricavato quello che pubblico. Il procuratore cerca, su quel carrello, le carte della strage di Domenikon in Tessaglia, dopo l'esposto inviatogli dal suo ex collega Sergio Dini che gli ha fornito anche i nomi degli storici che diligentemente lui cita. Un tempo la magistratura militare era al servizio del potere, poi, dal 1980, non più. Come mai tanta cautela? Riemerge il fetido odore del passato?

STRAGI NAZIFASCISTE E MISTERI
ilmanifeto
Un faldone scuro e polveroso intestato «Criminali di guerra» riguarda 33 imputati, ma è pieno di omissis e timbri di segretezza. Fa riferimento alla commissione d'inchiesta Gasparotto del '46, i cui atti furono fatti sparire per nascondere le «imprese» compiute dai generali fascisti in Jugoslavia, Albania, Grecia, Unione Sovietica ed Etiopia. E intanto oggi si ricorda l'anniversario dell'eccidio di Sant'Anna di Stazzema

GLI IMPUTATI
Da Roatta a Biroli, le gesta dei comandanti fascisti
ilmanifesto
Mario Roatta, grande amico di Galeazzo Ciano, direttore del Sim, il servizio segreto militare che ideò e attuò l'assassinio dei fratelli Carlo e Nello Rosselli. Comandante della II Armata in Croazia, ordina ai suoi uomini di «applicare le mie disposizioni senza falsa pietà». E' rimasta famosa la sua invettiva contro le popolazioni aggredite da Mussolini: «Non dente per dente, ma testa per dente».
Arrestato nel dopoguerra per l'omicidio dei fratelli Rosselli, evase con l'aiuto del Sim e dei carabinieri. Mario Robotti, successore di Roatta nel comando della seconda Armata in Croazia. Spronava i suoi ufficiali con questa frase: «Qui ne ammazziamo troppo pochi». Di croati, s'intende.
Gastone Gambara, comandante dell'XI Corpo d'Armata. Invitava i suoi sottoposti a distinguere: «Questi sono campi di concentramento non di ingrassamento» .
Alessandro Pirzio Biroli, governatore del Montenegro. Durante l'invasione dell'Etiopia si distinse per il «giochino» che ordinava ai suoi: faceva legare una pietra al collo dei capitribù ribelli per poi farli gettare nel lago Tana.

postato da trotzkij alle ore 14:47 | Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)
categoria: politica, chiesa, terrorismo, mediterraneo, storia, africa, diritti umani, informazione, destra, fascismo, balcani, esercito, cia , capitalismo, complotti, stragismo, italiota, segretiemisteri, barzellettieri ditalia, covert operation



Commenti
#1   27 Agosto 2008 - 15:37
 
C'è sempre della munnezza sotto il tappeto.
...di tutti!
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente sacchett

#2   19 Novembre 2008 - 21:24
 
e pensare che a tuttoggi ci sono ancora persone che inneggiano al fascismo ignorando in mala fede le atroci sofferenxe subite da inermi innocenti vittime di una ferocia inaudita, bieca e assassina.
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La controinformazione non esiste é un invenzione, uno strumento che serve durante i regimi e in italia il regime non c'è. Noi dobbiamo formarvi come nuova classe dirigente e dovete affidarvi a ciò che vi viene detto dai quotidiani in classe, il resto non esiste.
Marco Tronchetti Provera 28.11.2005 a Firenze, durante l'incontro organizzato dall'osservatorio giovani-editori.


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