Aurora

Sito d'Informazione Internazionalista
mercoledì, 01 luglio 2009

Riprendiamoci il nostro corpo

Piotr - Ripensare Marx 

0. Premessa.
La fase politica attuale si fa sempre più drammatica. Le categorie solite usate dalla sinistra per districarsi nel reale o si rivelano essere fatte dello stesso materiale dei sogni, come diceva Shakespeare, o ripropongono percorsi che si sono rivelati fallimentari o sono inattuabili. Le caratteristiche e la gravità della situazione non consentono più eclettici affastellamenti di desideri, atteggiamenti e ipotesi.
La situazione è grave e quindi richiede di essere affrontata in modo serio: qual’è la natura della crisi che stiamo attraversando? Da questa risposta dipendono concreti atteggiamenti politici, concrete scelte che possono divergere moltissimo anche se la differenza iniziale può sembrare leggera. Se si pensa che siamo di fronte alla “crisi del capitalismo” (aspettata almeno ogni trent’anni dal 1848), si agirà in un certo modo puntando tutto su qualche forma presunta del conflitto capitale-lavoro.
Se si pensa che siamo di fronte alla crisi del neo-liberismo, si trarranno alcune conseguenze specifiche (ad esempio un ritorno al keynesismo sociale e all’economia mista). Ovviamente c’è chi fa ancora più confusione e pensa che il neo-liberismo sia uno stadio finale del capitalismo, così che la sua crisi è di fatto la crisi del capitalismo (che non si capisce mai bene se abbia motivazioni sociali, economiche o ecologiche, oppure in che modo, in che misura e con quale diffusione queste motivazioni eventualmente si intreccino).
Se si pensa invece che il neo-liberismo e la globalizzazione siano stati un tentativo di gestione della ben più ampia crisi della capacità statunitense di far sistema globale, cioè di coordinare ed egemonizzare i meccanismi mondiali di accumulazione del capitale, l’attuale congiuntura sarà valutata come la crisi di uno strumento, crisi quindi che necessariamente fa riemergere di prepotenza la contraddizione di fondo che si cercava di gestire con quello strumento, che è una crisi di assetti di potere internazionali tra competitor che hanno come necessari referenti differenti stati-nazione. Se così è, come penso che l’evidenza storica, quella teorica e quella dei fatti testimonino, occorre rivedere i presupposti su cui si è mossa per anni la sinistra “alternativa” o “radicale” o “no-global”.
Rivedere presupposti che hanno contraddistinto intere storie collettive e personali,le nostre storie collettive e personali, non è cosa semplice e costa molta fatica, specialmente psicologica e relazionale. Ma è un lavoro che va fatto, per onestà e per necessità, perché siamo giunti a degli snodi estremamente delicati e gravidi di conseguenze.
Ad ogni modo, per le ragioni che ho esposto, ho poca propensione per la categoria di “tradimento” in senso specifico. I tradimenti in senso specifico esistono, ma sono limitati e circostanziati nelle persone e nei fatti.
Utilizzo invece prevalentemente, per capire come vanno le cose, le categorie aristoteliche di “generazione e corruzione”. Cioè tento di comprendere la “corruzione” (dell’anima in questo caso) come l’esito di un processo. E’ in quest’ottica che ho concepito le note che seguono.

1. Durante il recente “Gay Pride” di Genova, le cronache raccontano che il corteo si è fermato in silenzio per un minuto per ricordare i “morti per la libertà” in Iran. Non ci è dato di capire quanto sia stato vasto e consapevole questo minuto di silenzio, ma una cosa si riesce a capire benissimo: la deriva politica alla quale è arrivata la sinistra italiana, specialmente nelle sue componenti sedicenti “di classe”, “libertarie”, “alternative”.
Non mi interessa niente dei convincimenti intimi della signora Luxuria: al contrario di altri non vado a ficcare il naso nella vita privata dei personaggi pubblici. Benché non creda, come altri, ad una intrinseca predisposizione alla “rivoluzione” dei transgender e dei gay - i miei amici omosessuali, oltre ad essere indispettiti da certi atteggiamenti esibizionisti sono persone che più che altro ricercano una vita normale (e la normalità contempla anche battaglie) - sono comunque al loro fianco se combattono discriminazione codine o, ancor più, se rivendicano il diritto di non dover temere per la loro incolumità fisica.
Non è questo di cui si sta parlando. Ciò su cui penso che valga la pena riflettere è come certe istanze particolari che per lungo tempo sono state descritte come “libertarie” o addirittura “rivoluzionarie”, si rivelino invece in questa congiuntura come momenti a sé stanti che una volta privati di un “habitat ecologico protettivo” caratterizzato da obiettivi politici più vasti ma anche espressi in modo generico (parliamo in generale di lotta al capitalismo e all’imperialismo), si sono rivelati essere espressioni di interessi particolari di ceti particolari o anche di “lobby” particolari - d’interesse materiale o più spesso solo culturale.

2. Quella italiana sembra che sia l’unica sinistra occidentale che in toto abbia preso una netta posizione a favore della “rivoluzione colorata” istigata dagli USA. Qui le categorie di “impostura” e di “complotto” si applicano eccome, ma anche in questo caso a mio modo di vedere devono essere limitate a determinati gruppi e personaggi, per altro ben noti a tutta la sinistra mondiale tranne che a quella italiana (a parte rarissimi casi, come la componente “L’Ernesto” di Rifondazione).
Infatti, anche se nel momento puntuale dell’emergenza che ci obbliga a denunciare questa famigerata manovra statunitense (il proseguimento delle guerre di Bush con altri mezzi - e voglio far notare la grande intelligenza di Obama che ha mantenuto un ineccepibile basso profilo accettando di incassare critiche durissime: ha ragione Samir Amin quando dice che Obama è forse più pericoloso di Bush), anche se in questo specifico intervallo della congiuntura iraniana è necessario guardare al pericolo principale e lasciare i distinguo per dopo, sono tuttavia convinto che la categoria di “complotto” non debba essere estesa a tutti i supporter di Mousavi, dentro e fuori l’Iran.
Altro discorso per la categorie di “impostura” che si salda con quella aristotelica di “corruzione”. Mentre il complotto è una categoria totalmente soggettiva (non esistono in natura “complotti oggettivi”), quella di “corruzione” (ripeto: in senso aristotelico) ha un lato oggettivo e sovrapersonale e un lato soggettivo. Entrambi concorrono a formare la categoria di “impostura”. Le firme in calce all’appello pro-rivoluzione verde di Chomsky e Balibar, non sono un “tradimento” ma più propriamente una “impostura intellettuale”, dovuta a varie ragioni: una visione superficiale dei fenomeni e dell’imperialismo, una voglia di dover essere sulla cresta dell’onda, o la necessità di mimetizzarsi o di compiacere determinati ambienti. Non sono ingredienti di un “tradimento”, bensì del composito processo di “corruzione”.
E poi “tradimento” di cosa? Della “classe” quando non facciamo più riferimento teleologico alla “classe”? Della lotta per il Comunismo (o per il Socialismo) quando non sappiamo ancora se e come ridefinirli? O dei razionali della lotta contro l’imperialismo che noi stessi abbiamo faticato a sviscerare nel tempo (e su cui abbiamo ancora molto da capire e da lavorare - e da confrontare)? Ma il “tradimento” della comprensione razionale ha altri nomi (superficialità, infingardaggine, stupidità, ignoranza, ...). Sono fenomeni dovuti alla posizione sociale del soggetto (ruolo accademico, intellettuale, appartenenza sociale)? Può essere benissimo (io sono convinto che spesso sia così).
Tuttavia non abbiamo una “appartenenza sociale” di riferimento, come ad esempio una volta era il “proletariato” (nei suoi aspetti sociologici e mitologici) che ci permetta di parlare per genere e differenza specifica di “tradimento”, di “essersi posti al di fuori dal ...” (cosa che comunque anche ai “tempi d’oro” veniva fatta in base a identità prestabilite e in funzione di poteri costituiti il cui “correlativo oggettivo” era per l’appunto una tassonomia-gerarchia socio-mitologica).
Su che base possiamo allora fustigare le persone, le loro convinzioni, le loro scelte? E fustigare è proprio ciò che dobbiamo fare? O abbiamo un compito differente? Tutti i riferimenti a Lenin sono azzeccatissimi, nella misura in cui mettono in evidenza palesi errori politici e di prospettiva (a volte sono impressionantemente attuali). Ma noi non siamo Lenin: non abbiamo un Partito, non abbiamo un programma rivoluzionario e non abbiamo una classe come riferimento storico e teleologico dell’uno e dell’altro. Non abbiamo in pratica nulla, se non una teoria parziale e una capacità di analisi che reputiamo meglio messa a fuoco di altre.
Con questi elementi si polemizza, si dialoga, ci si accapiglia, ma non si possono additare “nemici del popolo”, né si possono evocare gli “infelici ribelli di Kronstadt”.
Sarò tacciato di buonismo, ma anche se siamo in ritardissimo sui tempi più che di fustigatori mi sembra che ci sia bisogno di demiurghi e di scontri e di confronti. Severissimi, rigorosissimi, capaci di accogliere altre istanze ma con nessuna propensione al compromesso (non ce lo permettono i tempi); non plotoni di esecuzione.
E torniamo all’Iran.

3. Mentre su diversi siti della sinistra statunitense ed europea si pubblicano le distinte dei versamenti dei servizi di intelligence e delle loro succursali “non-profit” ai “democratici” iraniani, da noi si discetta se per caso l’Iran non sia alle soglie di un 1789, cioè di una rivoluzione antifeudale, mentre c'è chi addirittura pensa di poter trasformare la “rivoluzione verde” in un 1917, facendo leva sul conflitto capitale-lavoro (sto facendo riferimento al contraddittorio a cui ho dato vita sul blog del segretario di Rifondazione Comunista). Che nei confronti politici pre-elettorali - da tutti gli osservatori descritti come liberi e privi di condizionamenti - tra Ahmadinejad e Mousavi, quest'ultimo abbia metodicamente criticato tutte le iniziative del presidente uscente a favore degli strati sociali più deboli e che gli abbia rinfacciato le solite accuse da Fondo Monetario Internazionale (deficit pubblico, inflazione, ecc ...), non ha fatto suonare nessun campanello d’allarme. Che le critiche siano le stesse con le quali l’FMI ha imposto ai Paesi del Sud i rapinosi e famigerati “aggiustamenti strutturali”, non è importante. L’importante è poter criticare l’oscurantista Ahmadinejad.
Similmente, che i recenti attacchi internazionali a Berlusconi siano di chiara matrice imperialista e reazionaria non ha importanza alcuna. L’essenziale è che si abbatta il Bandana (che dal canto suo dà un immeritata patente di “comunista” ai propri avversari, dato che non ha ancora capito la differenza tra difendere i propri interessi e difendere quelli del Paese, anche quando per sbaglio lo fa; se e quando metterà a fuoco questa differenza diventerà uno statista, ma credo che ormai sia troppo tardi).
Che negli anni in cui Mousavi è stato premier la sinistra laica e islamista iraniana sia stata sterminata non ha imbarazzato nessuno (incidentalmente, anche Ahmadinejad è un risultato politico di quello sterminio, e ciò è da considerare quando si passerà alla successiva analisi di grana più fine, cioè quando si potrà tener conto dei livelli intermedi tra individuo e formazione sociale particolare, che è oggi il fuoco dell’attenzione). Che il “Gandhi iraniano” (tipica connotazione da “rivoluzione colorata” studiata a tavolino dai centri di disinformazione) sia stato un perno del sordido inciucio CIA-Mossad-Contra, non ha fatto venire in mente alcun dubbio. Che il suo sponsor Rafsanjani sia concordemente considerato uno degli uomini più ricchi e corrotti del Medio Oriente, non ha suggerito nessuna prudenza.
L’importante era rispecchiarsi nelle “istanze libertarie” descritte con abilità da esponenti di una classe media che quando ha avuto mano libera ha prodotto proprio quei guai, quella polarizzazione delle ricchezze e quei disastri sociali, contro i quali si va liturgicamente a protestare durante le riunioni dei G8. Ma che il Cielo ci scampi e liberi dal fare 2+2=4 o 2-2=0!

4. Che queste elementari operazioni aritmetiche siano un ostacolo insormontabile non è un caso, perché pur non essendo io né un pauperista, né un dogmatico della “lotta di classe” (concetto che, al contrario, penso debba essere radicalmente rivisto - proprio se si è marxisti e non officianti della messa in Latino), tuttavia sto constatando, come ho già avuto modo di dire, che il momentaneo e spesso apparente ritiro della marea imperialista statunitense (quella esplicita), ha fatto emergere il sostrato arrugginito di molte istanze “libertarie” e “anticapitaliste” che hanno contaminato in questi anni i movimenti e i partiti della sinistra cosiddetta antagonista e tutto un ambiente culturale. E ha fatto emergere la loro composizione sociale e la sua intima ancorché inintenzionale connessione con l’ombrello protettivo politico, militare e ideologico statunitense.
E’ questo il caso anche di un’altra “istanza settoriale” contigua a quella che abbiamo visto a Genova: il femminismo. Un fin troppo furbo articolo di Sofri su Repubblica, metteva in chiarissima evidenza l’origine sociale dei manifestanti pro Mousavi, proprio descrivendone antropologicamente la sua componente femminile: “Prenderò parte alle dimostrazioni domani. Può darsi che si facciano violente. Può darsi che mi succeda di essere fra quelli che verranno ammazzati. Sto ascoltando la musica che amo, anzi voglio mettermi a ballare con qualche canzone. Ho le sopracciglia sottili: può darsi che passi da un salone di bellezza domani, prima...”. Un’ammissione preterintenzionale riguardo, per l’appunto, la “composizione di classe” della “rivoluzione colorata” (strano che sia sfuggito a Sofri che pure quando era di Lotta Continua questo concetto lo avrà usato chissà quante volte).
Ora, io non so se le grandi masse di lavoratrici dei tappeti alle quali Ahmenadinejad ha dato un minimo di sicurezza sociale per la prima volta nella loro storia, facendo ovviamente stracciare le vesti a Mousavi come ci racconta Robert Fisk sull’Independent, siano habitué dei saloni di bellezza. Posso dubitarne. E non è un dubbio populista: è facile dare del populista quando non sono i propri interessi ad essere in ballo. Ed è facile dare del populista anche ad Ahmenadinejad.
Per la destra è più che evidente che lo sia; per la sinistra il giudizio deriva da un passaggio intermedio: il non dichiararsi laico e se possibile socialista da parte del presidente iraniano. Solo un socialista laico può fare riforme a favore delle classi inferiori o delle minoranze, altrimenti si è dei puri e semplici populisti (e talvolta nemmeno basta: si pensi a Chavez che inizia ad essere tenuto in conto di dittatore anche da spezzoni della “sinistra antagonista”).
L’importante è come ci si dipinge e soprattutto che il dipinto sia gradevole ai nostri criteri occidentali liberal e sinistrorsi che alla fine dei conti si rivelano essere banalmente kautskyani, ovvero positivistici. Nemmeno ci si ricorda che il FLN algerino di Ben Bella cercava di introdurre elementi di socialismo facendo leva sulla prassi e sui principi musulmani. E che la stessa cosa la facevano i rivoluzionari russi nelle regioni islamiche. Certo, lo so anch'io che Ben Bella era meglio di Ahmadinejad anche ideologicamente. So anche però che era un momento storico del tutto particolare dove ogni movimento di liberazione nazionale si dichiarava - e per forza di cose - “socialista”; come so che in questo preciso momento storico, l’indipendenza nazionale dell’Iran attaccata dagli USA è invece difesa da Ahmadinejad, che mi piaccia o no. E’ necessario rendersi conto di questo per parlare di antimperialismo, di mondo multipolare, di anticapitalismo o anche solo per discutere l’ipotesi di Samir Amin di una nuova Bandung, ovvero di un nuovo movimento dei non-allineati, come si è iniziato a fare recentemente.

5. Credo che si inizi ad intravedere come mai temo che anche le istanze specifiche del femminismo sembrino essere d’ostacolo a questa comprensione. Sarò anche incappato in segmenti particolari dell’universo femminista, ma i toni di quell’articolo di Sofri condivisi, come vedremo, da storiche militanti mi fanno temere che al fondo ci sia proprio l’emergere di un sostrato di classe intrinseco a queste istanze, sostrato che la precedente marea montante dell’imperialismo statunitense dissimulava, perché permetteva a questo novello “anticapitalismo artistico” di confondersi con un “anticapitalismo sociale” e con un “antimperialismo internazionalista” di fatto solo immaginati e sognati, che non essendo in grado di elaborare una ipotesi politica con fondamenti scientifici, invece di riuscire ad egemonizzare gramscianamente il resto del movimento pacifista e no-global, se ne è lasciato totalmente condizionare, in termini antropologici, politici e ideologici.

6. E’ così che compagni della sinistra antagonista, proclamando di essere contro le ingiustizie e l’oppressione da ogni parte esse provengano (sembra di sentire il Telegiornale democristiano che tuona contro gli “opposti estremismi” negli anni Settanta), finiscono per mettere nell’asse del male Chavez, Ahmadinejad e, ovviamente, Putin (posso testimoniarlo). Con ciò esplicitando l’odierno pensiero in parte nascosto di Obama, che viene dipinto (ad esempio dal Manifesto) come “radicalmente diverso” da Bush (ed evito di ripetere il confronto tra questi comunisti e il vescovo di Baghdad, a tutto svantaggio dei primi).
In questo misero quadro, Mousavi è in dimensione asiatica quello che Fini è in dimensione italica. Se là si ripongono le speranze libertarie, laiche e di sinistra in un movimento suscitato da uno dei più grandi massacratori di laici, libertari, socialisti e comunisti che la Storia ricordi, qui, più modestamente, la sinistra ripone le sue speranze laiche, libertarie e antiberlusconiane in un signore che, vicepresidente del Consiglio di Berlusconi, durante il G8 di Genova coordinava nella sala operativa dei Carabinieri, i pestaggi “da macelleria messicana” dei dimostranti, laici, pacifisti, anti-liberisti, anti-imperialisti, eccetera eccetera.
Non è quindi sorpresa che le “anime libere” e soprattutto “belle” di questo Paese disgraziatissimo si fermino in un minuto di silenzio per commemorare i “morti per la libertà” pro-statunitense. Perché l’importante non è questo: l’importante, ci viene detto esplicitamente, è essere pro-genere e pro-transgenere. Che tutti si riprendano i propri corpi! Già: tutti. Tutti quelle e quelli di un certo giro ristretto che si immagina invece di essere vastissimo. Anzi: globale.
Che tutti si riprendano i propri corpi! Chi dice che dietro ci sono dei giochi imperiali o è un provocatore o è un demente retrogrado che non ha capito nulla. Il dottor Kissinger molti anni fa dichiarò senza peli sulla lingua che la globalizzazione era una strategia di potenza statunitense - e non una nuova fase del capitalismo come subito i marxisti per finta si sono precipitati a dire. Ma i marxisti per finta sono notoriamente più intelligenti di Kissinger, e infatti adesso non hanno gli strumenti per capire che l’odierna crisi non è la “crisi del capitalismo” bensì è proprio la crisi di quella strategia americana. E perciò non sono in grado di capire quali sono i giochi imperiali che sconvolgeranno la nostra epoca.
E quindi come stupirsi che a distanza di molti anni la nostra sinistra di classe e/o antagonista abbia ancora ignorato Kissinger il quale due settimane prima delle elezioni in Iran “prevedeva” che ci sarebbe stata una “rivoluzione verde”? Di conseguenza non dobbiamo nemmeno stupirci che ignori pure che l’altro giorno il sempre lucido Kissinger abbia dichiarato alla televisione che se la rivoluzione verde non vincerà, gli USA dovranno attaccare l’Iran (un avvertimento a Putin, ad Ahmadinejad?).
Ignoramus et ignorabimus. Alla faccia del pacifismo senza se e senza ma!
Ignoramus et ignorabimus: i giochi imperiali che stanno dietro a questa esaltante “lotta di liberazione” non sono assolutamente importanti. Che le donne (di una parte della classe media) iraniane si riprendano il loro corpo! come quelle due o tre che si sono tolte il burqa quando gli Americani hanno imposto con le armi il loro Quisling, Karzai, (per poi dedicarsi a bombardare matrimoni e funerali, sui quali nessuno ha mai speso una lacrima).
Riprendiamoci il nostro corpo! Questa è la parola d’ordine internazionalista che rimbalza nei siti femministi sull’onda delle ispirate e commosse parole di Lidia Menapace, colei che finanziava l’invasione dell’Afghanistan ma se la prendeva per il denaro dei contribuenti speso per far volare le Frecce Tricolori alla parata del 2 giugno. Come diceva Brassens: “E’ la coerenza che manca a quella gente lì”.
La coerenza sì, però l’ipocrisia non gli manca per nulla. Poi si meravigliano che il sottoscritto che li aveva mandati al parlamento per farci uscire dall’invasione dell’Afghanistan si sia scocciato che dilapidassero il suo denaro di contribuente. Riprendiamoci il nostro corpo! Questo è essenziale, o deficienti: “Viene fuori una lotta grandiosa per la liberazione gestita insieme tra donne molto diverse tra loro. [...] Si capisce o no che non si tratta di vedere se Obama ce la fa o se ce la fa l'Inghilterra, secondo logiche imperiali?”
Già, le logiche imperiali che stanno dietro non importano. 1.300.000 morti ammazzati iracheni il proprio corpo potranno pur sempre riprenderselo al momento della Resurrezione.

Piotr 30 giugno 2009

postato da trotzkij alle ore 13:20 | Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)
categoria: iraq, politica, terrorismo, letteratura, economia, unione europea, usa , storia, globalizzazione, memoria, internet, televisione, sinistra, propaganda, afghanistan, europa, iran, manifestazioni, giornalismo, elezioni, bush, aggressioni, gianfranco fini, diritti umani, geopolitica, resistenza, carta stampata, internazionalismo, impero, mass media, medioriente, internazionale, onu , informazione, guerre, guantanamo, democrazia, crimini, società, disinformazione, spionaggio, nato, pacifinti, prc , freedom house, occidente, bombardamenti, socialismo, illuminati, colonialismo, cia , ferrero, marxismo, strategia, capitalismo, complotti, servizi segreti, operai, golpe, antimperialismo, eurasia, pdci, mahmoud ahmadinejad, europarlamento, neocon, stragismo, lernesto, obama, italiota, segretiemisteri, barzellettieri ditalia, covert operation, killer economico, degenerati, quinta colonna



Commenti
#1    01 Luglio 2009 - 22:48
 
Praticamente il fallimento della “rivoluzione verde†della borghesia iraniana sta a significare che gli imperialisti angloamericani se vogliono impadronirsi dell’Iran dovranno combattere e sputare sangue… come in Irak e in Afganistan, anzi peggio!
Avranno il coraggio di fare questo passo?
Per Obama sta per giungere il momento più difficile, dovrà decidere se scatenare la terza guerra asiatica, la più terribile, prima di quelle che seguirebbero dopo (Corea, Cina, Russia?)
Intanto la sinistra invertita d’Occidente (italiana in particolare) continuerà a contemplare il proprio ombelico…
Parlando di cose serie, penso che la lotta di classe non sia da archiviare, ma che debba essere inquadrata nel contesto più ampio delle lotte dei popoli e delle nazioni che non accettano più la subalternità all’Occidente: questo è il contrasto fondamentale del nostro tempo, non quello tra capitale e lavoro intesi come universali statici e astratti.
In Iran come in America latina e in tanti altri paesi non è il capitalismo che schiaccia i â€dannati della terra†ma l’imperialismo che opera laggiù in simbiosi con la borghesia “compradoraâ€, affaristica, e sostanzialmente antinazionale.
Quindi il nazionalismo o il populismo in questi paesi, più che il socialismo classico, sono espressione di progresso, anche al di là dei loro confini.
La loro sconfitta non è auspicabile per nessuno: pensate all’Egitto dopo Nasser o all’Argentina dopo Peron!

Gracco
utente anonimo

#2    02 Luglio 2009 - 01:25
 
La sinistra è morta da tempo, ma la puzza della putrefazione è ancora insopportabile.

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