1. Un lettore ha commentato il mio ultimo post intitolato “Pseudo-communist generation”, iniziando con un “Siamo al delirio” e finendo con un “Avete messo Marx sotto i piedi, come al solito”, perché non avrei tenuto conto delle condizioni materiali che hanno portato alla “rivolta” in Iran.
Val la pena di rispondere non con un contro-commento ma con un post, perché è il genere di accuse che implicitamente o esplicitamente mi rivolgono pressoché tutti i compagni con cui finora ho condiviso il percorso politico e con i quali condivido ancora molte idealità di fondo. Ragion per cui mi sento in obbligo di non essere sbrigativo.
2. Perché sarei “al delirio”? Non ho forse detto e ripetuto in più occasioni che esistono “spinte materiali” reali che hanno fornito la base per il tentativo di rivoluzione colorata iraniana (perché tale è stata, con tanto di finanziamenti)?
Il delirio sta allora nell’aver osato rilevare che queste spinte materiali sono quelle degli strati medio-superiori della classe media urbana? Perché “delirio”? Chi abita a Teheran Nord, epicentro unico ed esclusivo della “rivolta”? E’ colpa mia se Teheran Nord sono i Parioli della situazione?
Ciò nonostante ho anche detto che il governo iraniano dovrà tener conto di questo segmento di popolazione, perché seppure minoritario è importante a livello sociale. Ho dovuto però ricordare che il “twitter segment” punta proprio a quel tipo di globalizzazione che è stata un’arma letale nelle mani degli Stati Uniti (ammissione esplicita di Kissinger) i quali in combutta con l’FMI hanno fatto dei Paesi che riuscivano ad acchiappare terreno di pirateria finanziaria e di subordinazione al sempre più asfittico e quindi sempre più famelico d’aria impero americano.
3. Mai stato ad esempio in India? Io ci vado tutti gli anni per il mio lavoro scientifico. Certo, con gli intellettuali indiani sono a casa mia. Ma solo chi ha le fette di salame sugli occhi non riesce a notare che gli strati medio-superiori della classe media indiana moderna (che solitamente non include i ceti intellettuali, più interessati al lato culturale della globalizzazione ma spesso avversari di quello materiale, così come lo sono gli strati medio-inferiori) è quella che ha i mezzi per acquistare le case nei nuovi quartieri residenziali costruiti sui fertili terreni espropriati ai contadini che li lavoravano, che sono così mandati a calcioni ad ingrossare gli slum delle infernali periferie delle megalopoli.
E lì non c’è distinzione governo di destra-governo di sinistra che tenga. Tanto è vero che l’intellighentsia di sinistra del Bengala Occidentale, Stato governato dal Left Front sotto la leadership del Partito Comunista Indiano Marxista, in maggio ha votato compatta per un partito di centro-destra pur di togliersi dai piedi questo governo corrotto e incrostato al potere come nemmeno la Democrazia Cristiana, e per di più dedito ai massacri dei contadini che resistono agli espropri, con contorno di stupri delle loro donne e delle loro bambine (vogliamo parlare dell’universalità dei diritti umani di cui è portatrice la classe media?).
La “coscienza infelice” dell’intellighentsia di sinistra bengalese ha così avuto un sussulto, un moto di sdegno “di classe”. Lì, per le condizioni specifiche di quel Paese, è ancora possibile.
4. Da noi i moti di sdegno della coscienza infelice della nostra intellighentsia di sinistra (intellettuali, studenti, professori, giornalisti) non ha più nessun connotato “di classe”. E’ solo un riferirsi in modo generico ai “diritti umani”, il che non è in sé un errore (chi è in disaccordo con questi diritti?), ma soprattutto alla loro presunta universalità (e questo è quanto di più non marxista si possa concepire).
Se ci si limitasse a difendere i “diritti umani” come fanno i preti, si arrecherebbero alcuni benefici e si farebbero meno danni. E invece no, ovviamente! Bisogna dargli un significato politico e quindi uno sbocco politico, solitamente “internazionalista” e quindi per forza di cose universalista. E così si finisce per assumere né più né meno che il punto di vista di Bush quando li usava come transponder per i suoi bombardieri e come fa e farà la sua metamorfosi democratica Obama. I “diritti umani” si usano, consapevolmente o meno, come arma geopolitica. Non è un caso che su questo la sinistra e l’ultrasinistra siano in sintonia con i Radicali, ovvero con i più conseguenti sostenitori degli Stati Uniti e di Israele.
Lo sanno anche i sassi (persino la RAI che ci ha fatto un servizio) che ci sono centri, istituti, organizzazioni no-profit e ONG dedicati proprio a questo, ma la coscienza infelice dell’intellighentsia di sinistra italiana mette la testa nella sabbia per evitare di fare i conti con gli errori di parallasse che la disorientano e che si aggravano sempre di più man mano che l’impero americano perde terreno e lo scontro imperialistico si inasprisce.
Per potersi infilare la testa nella buca, il “modo di produzione capitalistico” di Marx, da una parte viene degradato a “modello di sviluppo” (basta quindi, per lo meno concettualmente, sceglierne uno differente) e dall’altro è promosso da “descrizione concettuale determinata” a descrizione della concretezza del passato, del presente e, specialmente, del futuro di tutte le società capitalistiche ovunque esse siano, ovvero viene promosso a descrizione del mondo intero globalizzato e allisciato (nel senso dello “spazio liscio” di Deleuze e Guattari).
Che la società dei funzionari del capitale sia diversa da quella del capitalismo borghese (e proletario), nemmeno viene preso in considerazione: dobbiamo far riferimento a quella dicotomia per quanto ormai sia più simile ai racconti delle fate. Anzi, proprio perché è una “fairy tale”, così è ineffettuale e non crea problemi. Che il capitalismo cinese sia diverso da quello occidentale (tanto che uno studioso del calibro di Giovanni Arrighi lo ha chiamato “capitalismo smithiano” per distinguerlo da quello “marxiano”), non ci interessa nulla: dobbiamo appioppargli le caratteristiche del capitalismo senza se e senza ma, ivi compresa la tendenza all’imperialismo e al colonialismo come “base materiale” per le nostre giaculatorie universali da lamentatrici dei “diritti umani” (alias transporder, alias informazioni per i servizi di intelligence).
Siamo le attittadoras sarde dei diritti universali.
5. Per molti versi la situazione è quindi molto più netta e chiara nella “misteriosa” India, di quanto lo sia nell’allisciato Occidente. Che per me non è allisciato proprio per nulla ma i cui corrugamenti, che ne fanno uno “spazio striato” (termine di Deleuze e Guattari contrapposto al precedente), non siamo ancora stati capaci di analizzare se non al 5% ad esser larghi. Piuttosto che fare queste figuracce (che, lo ammetto, io rischio sempre) è allora meglio attenersi alla vecchia “lotta di classe”.
Così ci si toglie dall’imbarazzo di dover avere un “punto di vista di classe” (cioè rigorosamente antimperialista e anticapitalista) senza avere più una “classe” di riferimento (oh stupido di un Piotr che non te ne sei accorto!). Oppure, soluzione speculare e che spesso va a braccetto con la prima (vedi i partecipanti alla miserrima manifestazione a Piazza Farnese a Roma dove destra, sinistra riformista e propugnatori del conflitto capitale-lavoro gridavano insieme “Iran stato terrorista”), si assumono i “diritti umani” come assioma universale con cui deprecare i Cinesi per via dei monaci tibetani (e adesso - scommettiamo? - per via degli Uiguri telecomandati da centrali atlantiche, come avevo previsto in un libro pubblicato nel 2003 per nulla ostile a loro, anzi), Hugo Chavez perché è un “dittatore” (sentito con le mie orecchie da ultrasinistri DOC), Evo Morales perché non si è arreso alla tentata rivoluzione colorata in Bolivia (sempre basata sulla mitica classe media) e quindi “dittatore” anche lui, tiè, e i Russi perché c’è quell’antipatico di Putin che ha posto fine alla cleptocrazia di Boris Eltsin che tanto ci piaceva, ha fatto il cattivo in Cecenia (bloccando le manovre dei servizi turchi che soffiando sul fuoco di malesseri oggettivi seguiti al collasso dell’URSS, a spese delle popolazioni locali come al solito usate come esca viva per trappoloni geopolitici, pensavano di poter scorrazzare dal Mediterraneo a, per l’appunto, il deserto dello Xinjiang, via repubbliche turcofone centroasiatiche - ma sembra che le cose stiano cambiando persino in quell’Azerbaijan già infeudato da tempo alla Turchia - che la “rivolta” degli Uiguri sia il contrappeso sulla bilancia geopolitica a questi slittamenti?
non ci giuro ma è possibile) e soprattutto perché è amico di Berlusconi, come dimostra la copertina dell’ultimo “Micromega” che sembra l’illustrazione delle stizze geopolitiche statunitensi nei confronti dell’Italia.
6. Marx sotto i piedi, infine? Marx, no, ma forse il marxismo cattedratico e da breviario, ortodosso ed eretico, che ha accompagnato gli ultimi anni del fallimento storico del comunismo novecentesco sì. E vorrei ben vedere! Sarebbe criminale non farlo. Ed è ovvio che a mettere in discussione i breviari, il papa, i santi e la Madonna si passi per miscredente, indipendentemente dalla profondità della propria fede.
I cattolici dovettero aspettare il Concilio Vaticano II per poter avere il permesso di leggere da soli la Bibbia. Aspettarono un bel po’ ma ci arrivarono. I comunisti pare che alla libera interpretazione non ci debbano mai arrivare.
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Piotr Ripensare Marx 9 luglio 2009




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