Aurora

Sito d'Informazione Internazionalista
sabato, 16 agosto 2008

Aafia, uno spettro in aula

È il lato oscuro degli Usa  
Ferita e in catene, la «prigioniera 650» alla sbarra a New York

JOHN ANDREW MANISCO/LUCIO MANISCO ilmanifesto 13.08.08

«The Dark Side», «Il Versante Oscuro» di Jane Mayer, pubblicato il mese scorso negli Stati Uniti, documenta le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale, l'abrogazione del «Bill of Rights» e delle garanzie costituzionali perpetrate dall'amministrazione Bush dopo l'11 settembre sotto l'egida della lotta al terrorismo. Il titolo richiama la minacciosa battuta del vicepresidente Dick Cheney subito dopo l'attentato alle Torri gemelle: «Ora l'America dovrà entrare nel versante oscuro della sua storia».

In tribunale ferita e in catene
Abbiamo quindi avuto la guerra dell'Afghanistan e all'Iraq, Abu Grahib, Bagram, Guantanamo, la tortura istituzionalizzata sotto diverso nome dagli editti della Casa Bianca e il trasferimento segreto in carceri straniere dei sospettati di terrorismo a opera della Cia. Ma il dramma su cui si è levato il sipario il 5 agosto in un aula del tribunale federale del distretto di Manhattan sta rivelanto quanto tenebroso sia stato quel «versante» e quanto inarrestabile per disumanità sia stata «la discesa all'inferno degli Stati uniti d'America», nelle parole dell'avvocato Elizabeth Fink.
Davanti al giudice Ronald L. Ellis è stata portata una donna pakistana in catene di 36 anni, ferita alle spalle da due colpi di arma da fuoco, macilenta, tremante e in stato di choc: risponde al nome di Aafia Siddiqui.
Non è un nome nuovo alle cronache dell'antiterrorismo. L'ex ministro alla giustizia John Ashcroft la identificò nel 2004 come militante di Al-Qaida, latitante, coinvolta nell'attentato alle Due Torri e in altri complotti terroristici negli Stati uniti. Un breve profilo diffuso dal Fbi la descriveva come «nota scienziata» laureata in neurologia al Massachussetts Institute of Technology e alla Brandeis University negli Stati uniti, e madre di tre figli. La notizia della sua latitanza era stata apparentemente falsificata per motivare lo stato d'«allarme giallo» proclamato da Ashcroft: in realtà Aafia Siddiqui era stata catturata insieme ai tre figli a Karachi dai servizi segreti pakistani nel marzo 2003 e consegnata a personale militare statunitense che l'aveva trasferita nella famigerata prigione all'interno della base di Bagram, in Afghanistan.
La notizia del suo arresto era stata data dalle autorità pakistane, non era stata confermata da quelle americane che avevano mantenuto il silenzio assoluto fino ad una clamorosa smentita diramata lo scorso mese. E' stata questa smentita a provocare una vera e propria crisi diplomatica tutt'ora in corso tra Islamabad e Washington.
Diverse fonti negli ultimi cinque anni hanno attestato in termini terrificanti la sua presenza come «prigioniera numero 650» in quello diventato tristemente famoso come «il dipartimento torture» del carcere di Bagram. Imram Khan, l'ex campione pakistano di cricket presentatosi poi come candidato alla presidenza contro Musharraf, l'ha chiamata «la signora in grigio», «quasi un fantasma, uno spettro le cui urla e i cui pianti continuano a tormentare i sonni di chi li ascoltò».
Un detenuto riuscito ad evadere raccontò poi ad una stazione televisiva araba di avere visto più volte la donna mentre veniva trascinata in catene da soldati americani lungo un corridoio che portava alle latrine del carcere, «poi la riportavano nella sua cella e lei sembrava impazzita, piangeva e batteva freneticamente i pugni sulla porta».

«Torturata per cinque anni»
La sorella Fauzia residente a Karachi ha dichiarato: «E' stata violentata e torturata per cinque anni, non sappiamo nulla del destino dei suoi tre figli. Si tratta di un crimine inaudito, peggiore di qualsiasi altro crimine di cui possa essere stata mai accusata».
Nel tribunale di Manhattan il pubblico ministero Christopher L. Lavigne ha ribadito dal canto suo il 5 agosto, che «la signora Siddiqui fino al 22 luglio scorso, data del suo arresto, non era stata mai detenuta dalle autorità americane», ma la versione da lui fornita sulle circostanze della sua presunta cattura due settimane fa non è solo inverosimile ma sfida qualsiasi logica.
Dunque Aafia Siddiqui sarebbe stata arrestata davanti ad una stazione di polizia afghana e trovata in possesso di alcune fiale di sostanze chimiche sospette, di una lista di bersagli «sensibili» negli Stati uniti e del «manuale anarchico per la fabbricazione di bombe». Nessuna spiegazione fornita del perché una scienziata laureata in neurologia, nota per il suo estremismo islamico, passeggiasse con questo materiale nella borsetta davanti ad un commissariato di polizia.
Più incredibile il prosieguo della versione del pubblico ministero: due agenti del Fbi, due militari americani e due interpreti si presentano in una sede governativa per interrogare la donna e non si acorgono che lei si trova dietro una tenda da cui esce urlando «Allah è grande»; impadronitasi di un fucile mitragliatore appoggiato sul pavimento da un militare Usa, apre poi il fuoco senza colpire nessuno. Viene a sua volta abbattuta con due colpi di pistola automatica calibro nove da uno degli interpreti.
L'avvocato difensore Elizabeth Fink indica la donna gracile che non pesa più di quaranta chili, seduta in evidente stato di choc con un velo scuro sul capo e ammanettata nell'aula del tribunale e chiede al giudice: «Questa storia è palesemente assurda: lei come fa a crederci?». Arriva secca la replica del magistrato: «Non ho alcun motivo per dubitare dell'informazione fornitami dalla pubblica accusa». Vengono quindi respinte la richiesta di rilascio in libertà provvisoria e l'esigenza di cure speciali per le ferite riportate.

Oro colato, la versione ufficiale
Il giorno dopo i quotidiani britannici Guardian e The Independent dedicano intere pagine al caso di Aafia Siddiqui e si chiedono perché mai l'imputata non sia andata a finire a Guantanamo come «combattente nemica» e sia stata invece incriminata a New York per tentato omicidio di militari statunitensi, un reato punibile con sei o sette anni di reclusione. Più stringato e asettico il resoconto del New York Times che si limita ad osservare come altri casi di terrorismo siano stati affrontati da normali tribunali quando le prove di reati minori rendevano più certe le condanne. Nessuna menzione sul quotidiano newyorchese delle torture inflitte alla Siddiqui, in quanto vengono accolte come oro colato le smentite governative.

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"Questi non hanno speranza di morte e la loro cieca vita è tanto bassa che 'nvidïosi son d'ogni altra sorte".
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