Antonella Beccaria - Xaaraan. Intervista a Gianni Lannes. 4 Novembre 2009
Mettetevi comodi prima di iniziare a leggere questa intervista. E fatelo per due ragioni: la prima, preliminare, perché l’intervista è lunga. La seconda perché, proprio per il dettaglio delle risposte, vi racconterà un pezzo di storia che sui giornali leggete di rado. Dovete andare a cercarvela, questa informazione, tra le rare incursioni sui quotidiani nazionali o nelle colonne della stampa quasi di nicchia.
Eppure Gianni Lannes, il giornalista che parla nelle righe che seguono, a qualcuno dà fastidio. Dà fastidio al punto che nei giorni scorsi ha subìto una nuova – e non di scarso rilievo – intimidazione. Come scrisse il giornalista Andrea Purgatori nella sceneggiatura del film Il muro di gomma, il racconto della sua indagine sull’abbattimento del DC9 dell’Itavia sui cieli di Ustica, «la notizia è finita a pagina 16, ma qualcuno l’ha letta». Non occorre conquistarsi le aperture delle prime pagine per dimostrare la propria professionalità. E non occorre conquistarsele nemmeno per vedersi minacciati di morte.
Insomma, prendetevi il tempo che vi serve per leggere quanto vi viene raccontato. Fatelo “a puntate”, nel caso non possiate farlo in un fiato, ma arrivate fino in fondo. Perché ci sono aspetti della vostra vita che non vi vengono raccontati. Eppure qualcuno paga per tutti scontando la “colpa” di ricostruirli, quei fatti. Paga anche per voi.
Un’auto incendiata a luglio, promesse di morte arrivata via mail e nei giorni scorsi l’esplosione della seconda vettura. Ma cosa stai scrivendo che dà così tanto fastidio?
Non ho bisogno e non mi interessa fare pubblicità, ma ho appena pubblicato un libro intitolato Nato: colpito e affondato relativo a una quasi sconosciuta Ustica bis – anche se ne avevo anticipato in sintesi i contenuti esplosivi il 4 novembre 2008 sul quotidiano La Stampa – relativa ai trattati segreti fra il nostro Paese e gli Usa, ma soprattutto l’Alleanza atlantica. Il 2 luglio mi sarei dovuto recare a Napoli per intervistare il professor Giulio Russo Krauss, docente all’Accademia navale di Livorno, all’università Federico II, nonché consulente giudiziario. Ma qualcuno ha pensato bene di disintegrare l’autovettura di mia moglie sotto la mia abitazione sconosciuta ai più.
Un errore di valutazione, un’intimidazione? Un altro dato è certo: 3 giorni prima avevo ricevuto un e-mail con specifiche minacce di morte. Per conto della Rai, o meglio della trasmissione La storia siamo noi del collega Minoli, sto realizzando un servizio televisivo sul caso del peschereccio “Francesco Padre”, legato da un solido filo rosso alla vicenda del Moby Prince, del Cermis, di Ustica e del duplice omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Insomma, roba di poco conto, nell’Italia di papi e delle veline: traffico di armamenti tra Stati, giochi di guerra nei mari italiani, segreti militari, sovranità limitata e perfino smembramento a tavolino della Jugoslavia.
Tanto che proprio recentemente, il presidente del consiglio ha pensato bene di sigillare le nefandezze della Nato che riguardano il Belpaese, addirittura attraverso la promulgazione del decreto 12 giugno 2009, pubblicato con tanto di omissis in Gazzetta Ufficiale il 6 luglio scorso.
Purtroppo, quasi nessuno si è accorto del bel gesto: forse le sedicenti grandi firme dello Stivale erano in vacanza. Il 23 luglio quando ignoti hanno sabotato i freni della mia auto mi sarei dovuto recare alla procura della Repubblica di Trani per la disamina di documentazione giudiziaria attinente gli intrecci appena indicati. Il 5 novembre ho trascorso gran parte della mattinata al tribunale di Lucera (una sorte di porto delle nebbie in scala locale), in provincia di Foggia, per visionare un fascicolo impolverato e dimenticato, concernente il caso della nave nipponica “Et Suyo Maru” abbandonata con il suo carico letale di rifiuti pericolosi il 16 dicembre 1988 nel mare Adriatico.
Infatti recentemente sotto impulso di numerose associazioni del Gargano e dell’opinione pubblica pugliese, ho ripreso le inchieste sulle famigerate navi dei veleni. Del fenomeno avevo iniziato ad occuparmene al termine degli anni ‘80. Nel 1998 (La Nuova Ecologia) e nel 1999 (Avvenimenti), un mensile ed un settimanale a tiratura nazionale avevano pubblicato i miei primi approfondimenti in materia. Nel 2006, dopo 3 anni di lavoro in prima linea per conto del settimanale Famiglia Cristiana, con inchiesta di spessore internazionale, dopo aver concordato con il direttore la pubblicazione di un’approfondita inchiesta sulla delicata questione, ho appreso da colleghi che il mio lavoro non sarebbe mai uscito.
Dunque hai lavorato per nulla?
Così è stato: nel 2006 il noto periodico mi ha pagato una lauta cifra per un’inchiesta scottante affinché rimanesse sigillata in un cassetto. Ho tentato invano di chiedere spiegazioni a don Antonio Sciortino, ma il prete si è rifiutato addirittura di parlarmi al telefono. Così il 23 febbraio 2007 dopo aver ulteriormente approfondito il tema ho pubblicato quel lavoro sul settimanale Left. A dirla tutta, prima ancora sono stato costretto ad abbandonare in tutta fretta Roma, dove ho vissuto e lavorato per lunghi anni, dopo aver pubblicato sul quotidiano Il Manifesto, l’inchiesta “Il secondo omicidio di Ilaria e Miran. Targato Taormina”. Come è noto il penalista di fama a capo della commissione di inchiesta ha sostenuto la inverosimile convinzione che Ilaria e Miran fossero andati a trascorrere le vacanze in Somalia. Purtroppo, per sfortuna dell’avvocato Taormina, ho smontato il suo sgangherato teorema.
Un particolare non ancora pubblicato: qualche anno prima che il principe del foro esternasse urbi et orbi la sua convinzione sul caso, mi era capitato di intervistarlo in più occasioni nel suo studio di via Cesi. In un archivio ben protetto e al sicuro all’estero, è custodita la registrazione delle intervista al legale nella quale ancora prima di presiedere la suddetta commissione parlamentare ed avviare le indagini rivelava al cronista tale tesi preconfezionata.
Perché cercare di ridurti al silenzio?
I moventi per ammazzarmi potrebbero essere innumerevoli: ho tanti nemici, soprattutto istituzionali. Nel settembre 2007, dopo aver mutato rapidamente domicilio ed essermi trasferito da un capo all’altro dell’Italia, ho ricevuto una lettera anonima in cui c’era scritto: “Gianni Lannes sei morto”. Ero a Catania per una conferenza sui disastri di Sigonella (già pubblicati dal mensile Narcomafie e dal settimanale Left) quando ho appreso dalla mia compagna la funerea notizia. Ho prontamente denunciato l’accaduto alla Dda dopo essermi consultato con alcuni magistrati amici e quindi cambiato ancora una volta repentinamente casa.
Dal settembre 2008 sono a contratto con il quotidiano La Stampa e dopo aver pubblicato innumerevoli inchieste di un certo spessore (basta scorrere al dettaglio l’intera annata), ho ricevuto un primo inspiegabile stop dopo aver toccato alcuni interessi del governo italiano in Egitto e poi la Barilla (vedi inchiesta dell’11 ottobre 2008), controllata in parte dalla famiglia elvetica Anda, di noti trafficanti bellici e sono stato congelato. A tale proposito è inquietante l’aver concordato con questo giornale inchieste mai pubblicate: una di queste riguarda il presidente del Senato Schifani. Il cittadino onorario di Corleone ha sponsorizzato in Sicilia, una superstrada inutile e deleteria – già bloccata alcuni anni fa – che farà scempio della bosco della Ficuzza. A dicembre dello scorso anno, quando era in fase di pubblicazione il reportage, il suo segretario personale mi ha invitato alla festa del ventaglio al Senato. Ci sono andato come un pesce fuor d’acqua alla presenza di tanti illustri colleghi che bivaccano comodamente in Parlamento a stagioni alterne. Schifani ha voluto conoscermi, stringermi la mano e chiedermi conto in particolare di questo mio interessamento. Fatto sta che dopo una successiva visita lampo alla redazione del quotidiano torinese (febbraio 2009) quel lavoro come altri concordati non è mai uscito. Dulcis in fundo: l’allora direttore Giulio Anselmi col quale avevo già lavorato al settimanale L’Espresso è stato allontanato con una promozione all’Ansa.
Leggendo ciò di cui ti stai occupando adesso e di cui ti sei occupato in passato, potrebbero essere varie le fonti delle intimidazioni. Tu quali ritieni siano le più probabili?
I moventi riconducibili ai 3 attentati e alla mail intimidatoria potrebbero scaturire da mie inchieste pregresse. Mi sono occupato di traffico di armi a livello planetario e sfruttamento di risorse naturali in Africa (Congo: coltan). E ancora: per conto dei settimanali L’Espresso e Panorama ho pubblicato inchieste sulla Somalia (sequestri di pescherecci oceanici). Ho seguito le guerre in Jugoslavia e il martirio dei profughi. Ho raccontato in diretta la strage della nave albanese “Kater I Rades” affondata da nave Sibilla della Marina militare italiana, nonostante il carico umano. Ho descritto per anni le rotte e gli intrecci affaristici dei trafficanti di esseri umani nel Mediterraneo. Soprattutto mi sono occupato di ecomafie.
Più recentemente, dopo aver dato vita al giornale online Italia Terra Nostra, ho accentrato l’attenzione della mia testata su un fenomeno singolare che ha investito la provincia di Foggia: ben 54 impianti industriali (dai 50 ai 120 milioni di euro a progetto che intercetteranno finanziamenti pubblici) saranno costruiti per produrre energia “rinnovabile”. In teoria niente di strano, ma a ben guardare si tratta di progetti mascherati, ovvero fasulli. È impossibile proporre in Italia la realizzazione di inceneritori di rifiuti senza suscitare la doverosa protesta dei cittadini, conseguenzialmente il cavallo di troia per penetrare nel territorio è la centrale a biomasse di varia potenza termica e natura elettrica.
Che bisogno ci sarebbe di questi impianti?
La Puglia – dati ufficiali alla mano – vanta un surplus energetico del 48 per cento, dunque non ha bisogno di produrre altra energia, anzi non riesce a distribuire efficacemente neanche quella attualmente prodotta a causa della vetustà delle reti. 54 impianti di tale natura – eludendo Via e Vas – se risultano concentrati in un unico territorio che vive prevalentemente di agricoltura e turismo. Vuol dire una sola cosa: nei piani alti del potere hanno deciso che questo angolo del Mezzogiorno sarà trasformato in breve tempo in un inferno industriale. Ecco alcuni esempi a portato di binocolo. Il cosiddetto “termovalorizzatore” che il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia intende costruire – con denaro pubblico – nella più pregiata area agricola dell’intera Puglia, ovvero a Borgo Tressanti (1000 anime di contadini indifesi) senza una rigorosa valutazione di impatto ambientale e valutazione ambientale strategica, come impongono le normative in materia, calpestando la volontà popolare e il semplice buon senso. Oppure il termovalorizzatore delle società Enterra di Bergamo e Stilo a Borgo Eridania (a metà strada tra San Severo e Foggia), a 30 metri dalle case di numerosi bambini e anziani. Oppure a Carapelle, dove la Caviro di Faenza erigerà un’altra “centrale a biomasse” a 500 metri dal paese, contro la volontà popolare già espressa al presidente Vendola, le leggi di protezione sanitaria. L’80 per cento dei comuni dell’antica Daunia ospiterà impianti di tal fatta, sponsorizzati da aziende del nord, sovente infiltrate dalla criminalità organizzata. Ecco un altro documentato riferimento, ovvero il cementificio (una sorta di mega inceneritore a cielo aperto e senza controlli) osteggiato dalla popolazione ad Apricena del gruppo veneto Grigolin (investimento pari a 100 milioni di euro).
Dove ti sta portando tutto questo lavoro?
Sto tentando semplicemente di mandare a monte questi piani speculativi. Il Mezzogiorno non è una colonia. L’hanno scorso, grazie alla mobilitazione popolare che ho suscitato, è stato possibile bloccare la realizzazione di una immensa discarica di rifiuti pericolosi provenienti anche dall’estero – autorizzata illegalmente, come ha poi sanzionato il Tar e il Consiglio di Stato, dalla provincia allora a guida del centro-sinistra col beneplacito della regione – che il patron dell’Agecos Spa (con impianti in Romania, Puglia, Basilicata e Sicilia), tale Rocco Bonassisa (poi arrestato il 4 giugno 2008), stava realizzando, addirittura sulle condutture idriche e i pozzi dell’acquedotto pugliese.
Due episodi non fanno statistica, ma almeno esperienza. Qual è stata la risposta delle forze dell’ordine e della magistratura di fronte agli avvertimenti di cui sei oggetto? Ti verrà assegnata una scorta?
Quando si finisce nel mirino delle mafie istituzionali vuol dire che attraverso l’approfondimento giornalistico si stanno intaccando interessi economici notevoli e sedimentati sul territorio, punti di contatto tra la criminalità organizzata, pezzi delle istituzioni e della politica. Le mafie dai colletti inamidati in odore di massoneria deviata non scherzano. Il prefetto di Foggia Nunziante il 6 novembre ha detto testualmente all’europarlamentare Sonia Alfano che “la scorta non mi serve”. Insomma, devono ammazzarmi affinché poi qualcuno possa retoricamente strapparsi i capelli. Comunque, a filo di memoria, rammento che il marcio è allocato proprio in prefettura. Prove alla mano, basta rileggersi quanto ho scritto e pubblicato – nel settembre 2007 – sul mensile Narcomafie di don Luigi Ciotti, a proposito di tale Michele Di Bari, intoccabile ed eterno vice prefetto. In quella specifica inchiesta giornalistica è spiegato proprio tutto. Ecco perché non intendono proteggermi. Francamente non so a che punto sia l’indagine dell’autorità giudiziaria sugli attentati che ho subito.
Forse è in alto mare o magari è a buon punto. A me non hanno comunicato nulla e nessuno si è fatto vivo, se non un onesto e qualificato ufficiale dei carabinieri il quale mi ha riferito che il mio caso è in fase di valutazione in merito a un’eventuale protezione.
Non ci tengo a fare una vita blindata. Amo muovermi liberamente e poi chi parlerebbe con un investigativo del mio calibro accompagnato dalla scorta? Il nodo cruciale è probabilmente un altro: abbiamo smarrito il buon senso. Al di là del mio caso personale vi sembra normale che interi territori della penisola non siano più controllati dallo Stato? È pacifico che cittadini, magistrati, esponenti delle forze dell’ordine, giornalisti e chiunque faccia quotidianamente il suo dovere debba rischiare la vita? In Italia vi è ancora uno Stato di diritto?
A tutti è noto il caso di Luigi De Magistris, un integerrimo magistrato costretto a gettare alle ortiche la toga perché i poteri forti in seno allo Stato gli hanno impedito concretamente di seguitare a svolgere il suo prezioso lavoro. E la gogna mediatica, ma non solo, a cui è stato sottoposto Gioacchino Genchi, già valido collaboratore di Giovanni Falcone, appartiene già al passato remoto di un Paese allo sbando sociale e politico? E il defenestramento dal Corriere della Sera di Carlo Vulpio solo perché ha toccato nervi scoperti come lo spieghiamo?
Quale invece la reazione dei colleghi, degli altri giornalisti? E delle tue fonti, delle persone con cui sei in contatto per scrivere le tue storie?
A parte gli amici, soltanto i colleghi del TG 3 nazionale della Rai hanno realizzato un servizio sulla mia vicenda. Tanti altri pennivendoli hanno preferito il silenzio assordante.
Per fortuna, le mie fonti informative non si lasciano intimidire. Col tempo mi sono conquistato fiducia e credibilità professionale in Italia e soprattutto all’estero: i colleghi di Der Spiegel – il più importante settimanale d’inchiesta attualmente operativo in Europa – e gli amici di Libération sono sconcertati dalla disattenzione della categoria.
Nella provincia, lontano dai riflettori dei media nazionali, capita spesso che i cronisti siano oggetto di intimidazioni? Di recente si è parlato del caso di Calabria Ora e del suo direttore, Paolo Pollichieni, oppure di Pino Maniaci e di Telejato. L’impressione però è che emerga solo una minima parte della pressione a cui sono sottoposti i giornalisti che lavorano alla periferia dell’impero. È corretto?
Esistono numerosi bravi colleghi assolutamente non famosi che solcano le periferie del Belpaese in assoluta solitudine. Praticano sul campo questo nobile mestiere e spesso lavorano senza guadagnare granché, anzi ci rimettono, come tanti free lance, i più sfruttati in assoluto. Non ho mai sentito né visto l’ordine professionale prendere posizione. Solo a scrutare la Sicilia potrei citare il caso di Gabriele Orioles e Graziella Proto, oppure Federico Orlando o Dino Paternostro e Lirio Abbate.
A qualcuno hanno bruciato l’auto. Ad altri hanno fatto una telefonata. Alcuni sono stati selvaggiamente picchiati o minacciati a mano armata. In questi ultimi 5 anni i segnali di insofferenza nei confronti di cronisti impavidi o ficcanaso ce ne sono tanti, troppi.
Al di là dei temi che stai seguendo tu e delle conseguenze che subisci, quali sono al momento secondo te i temi che la stampa nazionale dovrebbe trattare e invece non racconta?
L’agenda dei mass media in Italia è dettata attualmente in massima parte in Italia dai potentati finanziari che influenzano anche la politica e siedono nei consigli d’amministrazione editoriale, non solo direttamente nelle redazioni che contano. Il conflitto di interessi del presidente Berlusconi è certo eclatante, ma dov’era l’opposizione quando l’unto del signore ha assemblato in un baleno un partito di sudditi a suo uso e consumo e si è candidato?
La carta stampata, quando non è imbottita miseramente di pubblicità, è fotocopia indecente di pseudo narrazioni. La tv è anche peggio. I giornali italiani arrivano sempre ridicolmente in ritardo, sempre a fatti compiuti, a rimorchio degli eventi. Indosso gli abiti del lettore medio (su dieci cittadini, uno soltanto legge i quotidiani): ci fanno assistere solo all’ultimo atto della tragedia, e l’eccitazione si spegne presto, in attesa della prossima catastrofe ventura. Altro che specchio della realtà come dovrebbero essere gli organi di informazione. Ogni giorno va in onda e in pagina la disinformazione, con qualche modesta eccezione.
Quello che preme, a cui dedicare pagine e pagine, è il chiacchiericcio politico, la cronaca del palazzo per lo più basata sul nulla. I giornalisti dovrebbero tornare a calcare il territorio, ad ingoiare polvere come facciamo noi free lance, tanto per cominciare. Non si può lavorare comodamente dietro una scrivania e cucinare pezzi copia e incolla. È ridicolo, oltreché vergognoso. E poi lo sfruttamento dei giovani pagati in nero, quando sono fortunati e magari dopo tre mesi, con compensi da fame. Dove sono i sindacati e la casta dell’Ordine?
Ecco un altro esempio documentato. Ad aprile sono stato tra i primi a raggiungere nel cuore della notte l’Abruzzo martoriato dal terremoto. Per una settimana ne ho scritto per La Stampa. In quel frangente alcuni colleghi del Corsera mi hanno chiesto di realizzare dei servizi fotografici per corredare il loro lavoro. Così è stato. Mi sono fidato sulla parola. Risultato: il Corriere della Sera ha pubblicato le mie foto, ha omesso il mio nome e a tutt’oggi non mi ancora neppure pagato. Recentemente ho scritto al direttore De Bortoli, ma niente. A costo di essere irriso come ingenuo, provo a indicare sommariamente cosa dovrebbe finalmente capire la nostra cultura e come dovrebbe comportarsi la stampa. Serve a poco l’informazione accidentale, improvvisata e sussultoria: è necessario che la stampa dia un’informazione costante e incessante, assumendo un compito formativo, orientativo, educativo, oserei dire pedagogico dell’opinione pubblica e di stimolo fortemente critico verso politicanti e amministratori pubblici.
Quanto c’entra l’autocensura in questo caso? Quanto la solitudine, la paura per la propria incolumità fisica e per quella delle proprie famiglie finisce con lo zittire i giornalisti?
Nel mio caso l’autocensura non ha alcun significato. Se non fossi stato in grado di difendermi anche dalle aggressioni fisiche e perfino a mano armata non sarei ovviamente ora a discuterne, ma in un ridente camposanto o sotto forma di cenere in mare. Pesa più di tutto la solitudine, il vuoto attorno, anzi il deserto. Gli affetti delle famiglie hanno il loro peso specifico, ma non credo che il timore di ritorsioni riesca a zittire i giornalisti autentici. Un dato oggettivo: i giornalisti italiani non godono di alcun tipo di protezione, nemmeno dal rispettivo ordine professionale e meno che meno dallo Stato; eppure sono sulla carta il quinto potere.
Perché tu non te ne stai zitto, come molti altri, non obbedisci alle regole non codificate del silenzio, tiri a campare (magari pure meglio)? Sei un eroe? Saviano diceva davanti alla telecamera di Carlo Lucarelli parlando dei casalesi: «Sì, ce l’ho con loro, è un fatto personale. Hanno avvelenato e offeso la mia gente. E sì, scrivo per rancore, perché così facendo vogliono rovinare anche la mia vita rovinando quella della mia terra». Qualcosa del genere lo pensi anche tu?
È impossibile mettermi a tacere. Basterebbe scorrere il dna della mia famiglia. Sono nato in Italia, ma la mia discendenza è francese. Un mio antenato, Jean Lannes, di umili origini si è guadagnato i galloni sul campo combattendo al fianco di Napoleone. Il generale Lannes è sepolto al Pantheon accanto a Voltaire e Rousseau, tra i grandi di Francia. Gli amici d’Oltralpe mi hanno offerto ospitalità e protezione, ma io resto nel Gargano dove sono nato e non mi trasferirò in Corsica o nel boulevard Lannes di Parigi, dove sarebbe agevole vivere e lavorare alla luce del sole. Sono un uomo che non si piega ai compromessi.
L’anno scorso ho fatto arrestare un ras delle ecomafie (Rocco Bonassisa) che aveva tentato di comprare il mio silenzio con 600 mila euro e la testa di alcuni politicanti corrotti. L’ho denunciato e fatto incastrare dalla Guardia di Finanza. Sono abituato a combattere in prima linea. Nel 1993 da solo ho bloccato la realizzazione di una superstrada che avrebbe massacrato il promontorio garganico.
Non sono un eroe e non temo la morte. Tante volte, soprattutto durante l’assedio di Sarajevo, l’ho sfiorata. Ho vissuto sotto i miei occhi carneficine di esseri umani e habitat naturali. Ho paura, certo non sono un automa, ma solo dell’incomprensione umana in questo tempo del disamore. Scrivo per passione, per amore della verità, anche se l’obiettività è solo un mito a cui tendiamo. Appartengo a una specie in via di estinzione. In Italia non esistono più editori puri e non si investe realmente in questo tipo di attività, soprattutto per i conflitti di interesse dei padroni del vapore.
Continuerai a fare il tuo lavoro? Sei sempre dell’idea che ne vale la pena?
Sono innamorato del giornalismo: ho fatto tanta gavetta, mai raccomandato, anzi. Faccio fatica a far quadrare i bilanci economici perché pagano dopo mesi, eppure non saprei rinunciare a questa vita professionale. Non mollerò mai. Se pensano di intimidirmi così, perdono tempo. Possono soltanto ammazzarmi. Devono però colpire solo me, magari al cuore e lasciare in pace la mia famiglia, tanto le istituzioni rimangono assenti e silenti. Allora: su la testa.
Nato: colpito e affondato
La tragedia insabbiata del Francesco Padre
Gianni Lannes La Meridiana Pagine 224 Anno 2009 ISBN 978-88-6153-108-6 € 15,00 €

Il 4 Novembre del 1994 nell'Adriatico orientale cinque uomini e il loro cane pescano come sempre. Il "Francesco Padre", la loro barca, ora è un rantolo contorto e i loro corpi giacciono in fondo al mare. La vicenda rientra tra quelle su cui vige il segreto di Stato. Quella notte, in quelle acque, era in corso l'operazione della Nato "Sharp Guard".
di Andrea Cinquegrani [ 29/05/2009]
L'alter ego di Silvio Berlusconi, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, e' indagato dalla procura di Potenza per una sfilza di reati che vanno dalla turbativa d'asta alla corruzione (articoli 416, 110, 353, 354 e 640 bis del codice di procedura penale). Altri inquisiti eccellenti il casertano Mario Morcone, capo dipartimento per le Liberta' Civili e la Immigrazione al ministero degli Interni, e i fratelli Chiorazzo, Angelo e Pietro Francesco, potentini, a capo di una vera e propria holding che ha fatto della "solidarieta" (trovando ora la manna nei centri d'accoglienza per immigrati) il suo grande business.
Il procuratore capo di Potenza, John Woodcock, ha raccolto una impressionante mole di documenti, verbalizzazioni, intercettazioni, poi trasmesse per competenza al tribunale dei ministri di Roma. Che, a quanto pare, ha chiesto al pm anglo-napoletano gia' autore di inchieste al calor bianco, ulteriori approfondimenti, vista la delicatezza dei temi trattati e soprattutto per le cariche istituzionali ricoperte da alcuni indagati.
A cosa porteranno questi approfondimenti? Si andra' a rapidi stralci ed eventuali archiviazioni in istruttoria? Oppure l'inchiesta si allarghera' ulteriormente e poi portera' alla richiesta di rinvii a giudizio? Noi qui proviamo a ricostruire lo scenario, che vede in campo pezzi da novanta dell'establishment istituzionale, politici di livello nazionale e locale, perfino vip del Vaticano, fino a una ciurma di lacche' e faccendieri secondo il piu' consumato costume nostrano.
LA PROVA DEL 49
«La vicenda e' tanto piu' inquietante perche' arriva non solo a toccare la vicepresidenza del consiglio - c'e' chi fa notare al ministero della Giustizia - ma anche gli Interni, proprio in queste settimane alla prese con la patata bollente dell'immigrazione e con il prolungamento della permanenza nei cosiddetti CIE (gli ex CTP) e CARA fino a sei mesi, il che significa un affare che s'ingrossa per chi gestisce quei centri». Al Viminale, comunque, fin da novembre era allarme rosso. Quando gli 007 del Noe (nucleo operativo ambiente) fanno irruzione proprio negli uffici del dipartimento per le “Liberta' Civili” (sic) con una precisa richiesta di esibizione atti”: in sostanza, dopo il provvedimento governativo che decideva in tutta fretta di aprire - per la solita, comoda “emergenza” - 49 centri provvisori di accoglienza, gli inquirenti decidono di verificare se tutti gli atti amministrativi sono a posto, a partire dalla scelta (a quanto pare del tutto discrezionale) delle societa' che devono gestire i centri, fino all'acquisizione delle strutture, per finire con i servizi e tutto quanto fa “business immigrazione”.
«L'inchiesta e' partita dalla procura di Potenza - c'e' chi spiega in via Arenula - perche' a Policoro, nel materano, e' stato aperto in tempo reale un centro. La Auxilium che fa capo ai Chiorazzo ha infatti ottenuto l'assegnazione dell'appalto per la gestione di quel centro ancor prima di aver presentato documenti e certificazioni necessarie». Solite storie di appalti aggiudicati a societa' che nascono il giorno dopo; fatto sta che le antenne di Woodcock si drizzano ugualmente in tempo reale e si arriva al blitz nelle ovattate stanze del Viminale.
La notizia ha scarso rilievo sui media nazionali, poche righe nelle cronache locali di Stampa e Corsera. Qualcosina in piu' trapela circa tre mesi fa, a meta' marzo, quando Repubblica Bari parla dei fratelli Chiorazzo indagati per la gestione del Cara di Bari, sulla cui aggiudicazione provvede a mettere la mano sul fuoco il prefetto del capoluogo pugliese Carlo Schilardi. «Agli atti - precisa il quotidiano diretto da Ezio Mauro - ci sono centinaia di telefonate dei tre indagati (il terzo e' un dipendente del gruppo Auxilum, Salvatore Manolascina, ndr) con dirigenti del ministero degli Interni: non a caso a Roma e' indagato Mario Morcone, l'attuale capo del dipartimento immigrazione». Dell'imputazione per Letta neanche un cenno; si' perche' il nome del possibile, prossimo capo dello Stato (Cavaliere permettendo) finisce nella lunga lista dei “telefonisti”, nella mole di intercettazioni che vedono costantemente da un capo del filo un Chiorazzo (o uno della band) e dall'altro pezzi da novanza dei palazzi (da Clemente Mastella alla segreteria di Giulio Andreotti, fino al sindaco di Roma Gianni Alemanno e al suo vice ed ex senatore di An Mauro Cutrufo), anche sull'altra sponda del Tevere (un nome su tutti, quello del cardinal Tarcisio Bertone, il vice di Ratzinger).
O' VATICANISTA
Il nome dei Chiorazzo - raccontano nel Palazzaccio della Cassazione a Roma - comincia a far capolino nelle cronache giudiziarie anni ‘80: alcune vicende relative ai soliti appalti “solidali” finite nell'altrettanto solita bolla di sapone. I fratelli, del resto, hanno spalle forti e, soprattutto, amicizie che contano, soprattutto in ambienti politici vicini alla Curia, tanto che il numero uno della dinasty potentina, Angelo, veniva soprannominato ‘o vaticanista. I nomi piu' gettonati? Giulio Andreotti, Gianni Letta e Clemente Mastella. A quanto pare, e' proprio lui, l'Angelo delle mense per immigrati, a organizzare piu' di un incontro fra l'ex ministro della Giustizia e il cardinal Bertone. E' proprio lui uno dei superaficionados al seguito del leader ceppalonese nella celebre trasferta su Airbus presidenziale per il gran premio di Monza. E' lui, del resto, uno dei principali referenti al Sud (e non solo) per Comunione e Liberazione, gomito a gomito con Antonio Saladino, l'altro faccendiere legato a CL e inquisito numero uno della maxi inchiesta Why Not portata avanti (e poi scippatagli) dall'ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris.
CHIORAZZO CHI?
Ma diamo uno sguardo all'impero societario targato Chiorazzo. Al vertice della piramide il “Consorzio Gruppo La Cascina”. Da brivido le cifre: un fatturato annuo che supera i 200 milioni di euro; oltre 6 mila dipendenti (localizzati soprattutto al Sud, quasi la meta'); 1 milione 800 mila i pasti erogati attraverso le strutture societarie; superfici immobiliari “trattate” (cosi' viene precisato nel sito del gruppo) pari a ben 30 milioni di metri quadrati. Il tutto attraverso un agguerrito drappello di sigle: Vivenda spa (che puo' contare sul contributo pubbico e allegro di Sviluppo Italia, che concorre al 30 per cento delle azioni), Cascina Global Service (secondo alcune fonti la vera cassaforte dei Chiorazzo), NAER (che a sua volta controlla La Cascina scpa), Cater Bio srl (tanto per un tocco di biologico), Villa Ombrellino srl (stavolta per un tocco glamour, essendo specializzata in “Doney Ricevimenti”).
Insomma, un pacchetto completo, una full list per immigrati, diversamente abili, disadattati, minoranze e ladies: da accudire, servire, ristorare e, soprattutto, mungere come vacche d'oro, visto che - per fare un solo esempio, come spesso e volentieri sottolineato dai Chiorazzo nelle disinvolte conversazioni telefoniche - «per ogni pasto giornaliero ci mettiamo in tasca 49 euro». Che moltiplicato per il numero dei centri e degli immigrafi fa una cifra letteralmente astronomica.
Il principale capo di imputazione individuato dalla procura di Potenza a carico di Letta, Morcone e dei Chiorazzo sarebbe quello di aver messo in piedi un'associazione a delinquere finalizzata a reati come turbativa d'asta e corruzione, in grado di operare sul territorio nazionale. Punto di partenza, la decisione di aprire a settembre 2008 il Centro di Accoglienza per i Richiedenti Asilo politico (C.A.R.A.) di Policoro. Negli stessi giorni veniva stipulata una convenzione tra la prefettura di Matera e la Auxilium, sottoscritta in data 12 settembre 2008. Lungo questi passaggi ci sarebbe stata l'intromissione illecita di Gianni Letta e del prefetto Morcone per favorire l'assegnazione della gestione del CARA di Policoro alla Auxilium dei Chiorazzo. Una scelta che sarebbe addirittura stata imposta.
E tanto per precisare meglio, piu' avanti, si parla di “regia impositiva” svolta da Letta, di “procedura illecita, clientelare e contraria agli interessi della pubblica amministrazione”, organizzando in epoca antecedente all'8 agosto 2008 l'affidamento diretto della gestione del centro CARA di Policoro a favore della Auxilum. Un rilievo di tutta valenza politica, visti i tempi e i modi di mettere in campo i provvedimenti sull'immigrazione.
Una catena d'interessi, abusi e collusioni, quella che viene ipotizzata alla Procura, con i fratelli Chiorazzo e le loro societa' in veste di monopolisti delle attivita' economiche connesse all'emergenza immigrazione per ricavarne illeciti profitti.
E che il business sia consistente, lo dicono le cifre: il gruppo La Cascina-Auxilium e' all'opera presso i centri Cara di Bari (circa 1200 immigrati), Policoro (circa 200) e Taranto (400 immigrati, di prossima apertura). Il giro d'affari viene per giunta ammantato da intenti caritatevoli e solidali. Tanto solidali che i Chiorazzi avevano cercato di ottenere anche la gestione dei Cara di Crotone e Foggia, benche' quest'ultimo fosse gia' gestito dalla Croce Rossa.
NON SOLO CARA
Non solo i “cari” centri per immigrati tra i business dei Chiorazzo. La clientela e' vastissima e variegata, per catering e servizi. Si va dalle piu' prestigiose sedi istituzionali (dalla Presidenza del Consiglio al Senato, passando per la bouvette del Campidoglio e le scuderie del Quirinale, fino a Regione Lazio e Comune di Roma, Comune di Genova, Regione Basilicata) ai piu' celebri centri d'arte (Palazzo Ducale di Venezia, Arena di Verona, Reggia di Caserta, caffetteria di Palazzo Pitti a Firenze), dalle piu' rinomate Universita' e accorsate Scuole (La Sapienza di Roma, Superiore di Sant'Anna a Pisa, Marymount International School, St.George's e St.Stephen's English School) ai centri sanitari pubblici e privati (San Raffaele e Luigi Sacco a Milano, Gesu' Bambino, Fatebenefratelli e Sant'Andrea a Roma, San Carlo a Potenza), oltre ad una sfilza di societa' e sigle di grido e non. Tra le prime, Pirelli, Ansaldo Energia, Johnson e Johnson, eBay.
Tra le seconde spicca il Castello di Utveggio, a Palermo, il luogo dei misteri nella strage di via D'Amelio, sede del Cerisdi, organismo dei servizi segreti, appena passato sotto la guida di Elio Cardinale: ma che cosa ci fa la Auxilium al Cerisdi? Fornisce pasti o quali altri “servizi”?
Puo' aver peso la circostanza che Angelo Chiorazzo risulti appartenente ad una loggia massonica? Staremo a vedere, dovra' essere la maxi inchiesta potentina a chiarirlo.
Ed e' proprio nelle pagine dei faldoni investigativi che farebbero capolino svariati altri affaire. Nel mirino ci sarebbero i rapporti con la Agenzia delle Entrate, con il municipio della Capitale, una gara d'appalto al ministero della Difesa, un appalto Policlinico Gemelli di Roma. Ancora, i rapporti con un magistrato in servizio al tribunale di Roma, e gare alla Asl 1 di Venosa e all'azienda ospedaliera San Carlo, entrambe nel potentino.
Quello del fisco e' un tasto che scotta. Ammonterebbe infatti a 150 miliardi di vecchie lire un debito nei confronti dell'Agenzia delle Entrate che i Chiorazzo vorrebbero risolvere nel modo piu' conveniente possibile. Per questo cercano di mettere in campo pezzi da novanta come Gianni Letta, il quale a sua volta sarebbe intervenuto sul direttore dell'Agenzia delle Entrate di Roma, Attilio Befera, per agevolare La Cascina riducendo e diluendo nel tempo l'ammontare della somma da pagare. Al punto che un deferente Befera avrebbe personalmente telefonato ai Chiorazzo per sollecitare un incontro transattivo.
Una vicenda che sta molto a cuore (e alle tasche) dei Chiorazzo, i quali pensano bene di mobilitare anche Mastella. E fu proprio al ministero della Giustizia, non presso l'Agenzia delle Entrate, che i Chiorazzo erano riusciti ad incontrare un funzionario dell'Agenzia. Ma come aveva avuto origine un'evasione cosi' colossale? Semplice. Non e' stata versata allo Stato l'Iva sulle vendite dal 2001 al 2005 (e tenuto conto del fatturato arcimilionario annuo fa presto a lievitare) e neanche le ritenute sugli emolumenti corrisposti ai dipendenti (basta calcolare 6.000 unita' e passa). Ma La stessa denuncia fatta dall'Agenzia delle Entrate alla Procura della capitale contestava solo il mancato versamento di ritenute per i compensi erogati dalla cooperativa nel 2004, vale a dire solo per circa 1 milioni e settecentomila euro. E la montagna degli altri 73 milioni e spiccioli? Dimenticata per strada? Chicca finale - sempre nel ramo fiscale - il gioco di prestigio inventato dai Chiorazzo relativo ai “rami d'azienda” trasferiti da La Cascina ad altre societa' del gruppo. Transazioni che secondo gli investigatori servivano per sottrarre ai creditori e all'erario i flussi dei pagamenti disposti da enti pubblici in favore di societa' del gruppo. E si parla di decine di milioni di euro.
SALDI E APPALTI
Sempre in tema milionario, passiamo ai rapporti con il comune di Roma. Anche stavolta si tratta di ottenere in tempi rapidi il saldo di una “fatturina” emessa da Vivenda spa - una controllata della solita La Cascina - nei confronti dell'amministrazione capitolina. L'amico del giaguaro, stavolta, si chiama Maurizio Cutrufo, senatore di An, all'epoca dei fatti vice di Gianni Alemanno in Campidoglio. Grazie agli ottimi rapporti con Cutrufo, Angelo Chiorazzo riesce ad incontrare, nel corso di una cena, il sindaco Gianni Alemanno. Passano appena 48 ore e Emilio Fusco Roussier, responsabile di Vivenda, fa sapere ad Angelo Chiorazzo di aver appena ricevuto una missiva firmata da Alemanno in cui viene sottolineato che per garantire la continuita' del servizio ristorazione scolastica, i crediti derivanti dalle prestazioni rese da settembre 2008 saranno gestiti nell'ambito dell'amministrazione ordinaria degli organi comunali. Un'utile e indispensabile garanzia - commentano in Campidoglio - di solvibilita' per Vivenda, tanto piu' perche' la societa' e' in attesa di un anticipo del credito da parte dello Sviluppo Italia Factoring.
L'AMICO
Sempre a Roma l'appalto per il servizio mensa al Policlinico Gemelli, che i Chiorazzo sarebbero riusciti ad aggiudicarsi grazie alla presentazione del sottosegretario Letta presso Amerigo Cicchetti. Per rimanere all'ombra del Cupolone e ritrovarci di nuovo in compagnia dei soliti Chiorazzo e del dinamico Cutrufo, eccoci alla “story” dei rapporti con una toga romana. Tutto parte da Giuseppe Sangiuliano, segretario particolare di Cutrufo, cui sta a cuore un procedimento giudiziario pendente davanti alla Corte d'Appello di Roma. Pensa bene, Sangiuliano, di contattare l'amico Angelo affinche' possa perorare la sua causa presso un giudice “amico”. Che si chiama, in questo caso, Vincenzo Vitalone. «La “cortesia” che sarebbe stata concessa da Vitalone a Sangiuliano - commentano a Potenza - per intercessione dello stesso Chiorazzo, dovra' poi essere ricambiata da quest'ultimo “sponsorizzando” presso un influente personaggio la candidatura di Vitalone ad un'ambita carica istituzionale». Nipote del piu' celebre Claudio Vitalone, il giudice Vincenzo e' stato in servizio presso la decima sezione del tribunale civile di Roma.
Nelle cronache giudiziarie il suo nome fa capolino fra i componenti della “fallimentare” (presieduta da Giovanni Briasco) tempo fa al centro delle polemiche e di un'indagine degli ispettori del ministero della giustizia, con l'accusa di essere un vero e proprio comitato d'affari per spartirsi la torta dei fallimenti.
Accuse finite nel nulla, come del resto e' capitato a Napoli dove la superchiacchierata “fallimentare” e' uscita candida come una mammola dopo una serie di inchieste (sic) superbollenti...
SORELLA CRI CRI
Una Thatcher in salsa abruzzese. Ma poi non troppo... Cosi' la etichettano in Abruzzo, Maria Teresa Letta. Una lady bifronte: sorella del gran ciambellano di Sua Emittenza, il sottosegretario Gianni Letta, e zia del Pd ed ex margheritino Enrico Letta. Come dire, una sintesi governo-opposizione, un mix che piu' consociativo non si puo'.
Tutto formazione e solidarieta', il suo credo: e' infatti in prima linea nel promuovere le sorti della super univerista' Sant'Anna di Pisa, una vera e propria enclave per studenti d'elite, fortemente sponsorizzata da uomini del calibro di Giuliano Amato, il dottor sottile caro a Bettino Craxi prima e a Massimo D'Alema poi, e Pierfrancesco Guarguaglini, plenipotenziario del colosso Finmeccanica.
Nel pedigree di lady Letta pero' spicca l'impegno speso in favore della Croce Rossa Italiana. E' infatti al vertice - in qualita' di presidente - della Cri abruzzese. Non senza suscitare dubbi e polemiche circa il suo operato. Ad accendere la miccia un maresciallo troppo zelante, Vincenzo Lo Zito, in servizio presso la direzione regionale della Cri. Il quale vuol vederci chiaro sulla gestione dei fondi, sulla firma dei mandati di pagamento, sui rapporti con le banche (come documentano una serie di esposti al calor bianco inviati a magistratura penale, contabile e amministrativa). Su Lo Zito arriva ben presto la mannaia: trasferimento (sede, Assisi, forse per riflettere meglio). A decretarlo i vertici Cri, ossia il direttore generale Andrea Des Dorides («il maresciallo Lo Zito da settimane svolge una grave e costante opera di denigrazione del proprio datore di lavoro», la motivazione) e il neo vertice Cri Francesco Rocca: voluto con forza da An, Rocca occupa la poltrona prima di Maurizio Scelli (il “liberatore” delle due Simone in Iraq, a suon di milioni di euro!) e poi di Massimo Barra, le cui gestioni avevano portato ad un buco contabile da 400 milioni di euro e passa.
Guarda caso, i rilievi di Lo Zito vengono ripresi pari pari dal direttore generale della Cri abruzzese, Maria Rita Salvetti, che quindi entra in rotta di collisione con lady Letta. Salvetti mette nero su bianco le «pesanti difficolta' operative incontrate nel corso della conduzione del comitato regionale Abruzzo, aggravate dalla chiusura a qualsiasi forma di collaborazione dimostrata dal vertice politico regionale». Nonche' dai vertici della Banca Toscana, che non vuol far chiarezza su tante, anomale transazioni di danaro. Non basta, perche' Salvetti chiede subito il reintegro in servizio di Lo Zito, il cui operato e' giudicato essenziale per «la specifica competenza». Niet.
Arriva il terremoto che squassa l'Abruzzo. Lo Zito lavora “da volontario” fra le macerie. A suo rischio e pericolo. Perche' doveva essere ad Assisi...
Fonte: La Voce delle Voci
I giornalisti dovrebbero criticare tutti a 360 gradi e fornire alla gente tutte le maggiori notizie possibili per poter scegliere liberamente.
Se il giornalista fa un trattamento di favore per qualcuno, non è più un giornalista, ma un manipolatore dell'opinione pubblica.
Travaglio ha per 2 volte dichiarato di votare per DiPietro, presentandolo come pulito, vero oppositore.
DiPietro è stato spesso ospite ad Annozero, dove Travaglio non gli ha mai chiesto conto di nulla, e nemmeno Santoro. Travaglio arriva pure a difenderlo e a minimizzare i suoi aspetti negativi, cosa che non fa per nessun altro.
Molta gente in buonafede ha seguito l'esempio di Travaglio, votando DiPietro.
E se questa gente fosse stata correttamente informata, avrebbe votato IDV? Io credo di no.
In questo video si pongono delle domande su fatti gravi a DiPietro, a cui lui non risponde.
“non taciamo quello che di marcio c’è nell’IDV, così come non taciamo su tutti gli altri…
Altrimenti si diventa manipolatori dell’informazione e dell’opinione pubblica!”
Elio Veltri, stimato giornalista, ha notato come Travaglio sia omissivo nel giudizio su DiPietro, e non solo lui:
È stato fondatore dell’Italia dei Valori, la lista Di Pietro di cui divenne coordinatore nell'esecutivo. Si è in seguito allontanato dal partito ed oggi è uno dei più fermi avversari dell'ex magistrato, del quale denuncia i tanti procedimenti per corruzione a carico e lo scarso spazio che questi trovano sui principali organi di informazione.

Qui due video inchiesta su DiPietro
Dal sito di "Casadellalegalità" possiamo trovare un lungo dossier su scandali che coinvolgono DiPietro. Ecco qui una sintesi di comportamenti dei quali Travaglio non ha chiesto conto a DiPietro ad Annozero (grande media), nè su altri minori che io sappia:
Di Pietro e Il Giornale, a quale gioco stanno giocando?
giovedì 07 agosto 2008
Il Giornale è tornato a parlare di Antonio Di Pietro. Di Pietro è tornato a parlare de Il Giornale. Siamo ad un nuovo, perfetto, gioco delle parti che si inserisce perfettamente nel disegno di normalizzazione della politica, necessario a far dividere il Paese in due, facendogli credere che ci sia una contrapposizione, una differenza... una maggioranza ed un opposizione. Evitando, quindi, che i cittadini, stufi della situazione devastante in cui è stato trascinato il Paese, si organizzino in modo autonomo e libero dall'oligarchia politica e dalla commistione politica-affari che coinvolge tutti, ma proprio tutti, gli "attori" della politica italiana...
Perché diciamo questo? Semplice: Il Giornale non affronta la questione Di Pietro ed Italia dei "Valori" in modo corretto, ma funzionale alle non risposte di Di Pietro, garantendogli la facile via di fuga dell'urlare alla diffamazione ed alla calunnia. Il Giornale infatti non affronta notizie certe, inconfutabili... evita di parlare degli aspetti gravi e disdicevoli su cui Di Pietro evita efficacemente di replicare a quanti li pongono da tempo, come noi, DemocraziaLegalità, Elio Veltri e la Voce delle Voci ancora di recente [1].
Non è una novità. Infatti già Silvio Berlusconi soccorse Di Pietro non molti mesi fa, urlando, di punto in bianco "Di Pietro mi fa orrore", proprio mentre Di Pietro spiegava al GIP di Roma, in una dichiarazione spontanea, che lui era vittima di una persecuzione mediatica chiaramente finalizzata a colpirlo durante la campagna elettorale [clicca qui] [2]. Ed in questo gioco delle parti, non si parla, ad esempio, delle questioni etiche e morali per cui Di Pietro è chiaramente identico agli altri, per nulla diverso o alternativo. Proviamo a ricapitolarle.
1) Antonio Di Pietro è un amico di Cesare Previti. Non a caso è proprio presso lo studio Previti che incontrò Silvio Berlusconi, prima dell'insediamento del primo governo presieduto proprio dal già ben "noto agli uffici" (soprattutto a quelli da cui Di Pietro proveniva!) Silvio Berlusconi. Di Pietro ha sempre sostenuto che per lui l'amicizia è una cosa ed il lavoro è un altro, peccato che dovrebbe, a questo punto, spiegare come faceva a restare con i colleghi del Pool di Mani Pulite che indagavano sui casi Imi-Sir e Sme, ovvero sulla corruzione in atti giudiziari commessi da Previti per conto di Silvio Berlusconi, o sui famosi rapporti e tangenti tra Berlusconi e Craxi, ed essere al contempo amico e frequentatore di Cesare Previti.
2) Antonio Di Pietro ha costituito un associazione di tre persone denominata "Italia dei Valori". Oltre a lui siedono in questa: Silvana Mura (nominata da Di Pietro alla carica di tesoriere) e Susanna Mazzoleni (moglie di Di Pietro e titolare del dominio internet www.italiadeivalori.it, ma senza alcun ruolo all'interno del Partito). A questa associazione solo Di Pietro può ammettere altri soci, con apposito atto notarile, nessuno, infatti può altrimenti entrarvi. E' a questa associazione (dei tre) che viene versato il "rimborso elettorale", alias il finanziamento pubblico ai partiti (per il 2008 una cifra pari a circa 8 miliardi di vecchie lire [3]), e non al "partito" che partecipa alle tornate elettorali.
3) Secondo l'art. 10 dello Statuto del Partito [4], pubblicato sul sito dell'IdV, il presidente del partito Italia dei Valori è il presidente dell'Associazione "Italia dei Valori", ovvero Di Pietro, che per decadere dovrebbe dare le dimissioni o essere sfiduciato dalla moglie e dalla Mura. Nessun organo del partito può sostituire il Presidente. Il Bilancio del Partito è approvato dal Presidente e nessun organo interno può sindacarlo, come non è sindacabile qualunque altra decisione del Presidente. Come ha sottolineato Elio Veltri [5], in sintesi: se il Gran Consiglio del Fascismo fosse stato costituito come l'Associazione Italia dei Valori, Mussolini non sarebbe mai stato sfiduciato, rimosso e non sarebbe stato arrestato.
4) Antonio Di Pietro ha legittimamente costituito una società a responsabilità limitata a socio unico (lui) per la gestione di immobili. Si tratta dalla "Antocri" [6]. Con lui nel Cda sedevano inizialmente Silvana Mura (la tesoriera dell'associazione "Italia dei Valori" e del partito "Italia dei Valori") e Claudio Bellotti, che sarà e resta l'Amministratore della società, anche quando Di Pietro e la Mura, in coincidenza con l'elezione di entrambi, nel 2006, usciranno dal CdA.
5) L'Antocri acquista degli immobili. Uno di questi, acquistato dalla Pirelli Re, nello stesso palazzo del gruppo SINA di Marcellino Gavio, una delle principali società con rapporti d'affari con il Ministero delle Infrastrutture, retto proprio da Antonio Di Pietro (guarda tu le coincidenze!). L'Antocri di Antonio Di Pietro, secondo le dichiarazioni pubbliche, acquista gli immobili pagando una parte del valore con i soldi ricavati dalla vendita degli uffici di Busto Arsizio e coprendo l'altra parte con un mutuo.
I Bilanci dell'Antocri [7] dicono che le uniche entrate della società che permettono di pagare il mutuo sono i canoni di affitto.
E chi ha in affitto quegli immobili? L'Italia dei Valori. E quali introiti ha l'Italia dei Valori? Il rimborso elettorale, alias il finanziamento pubblico. Di chi saranno gli immobili acquistati dall'Antocri srl una volta concluso il pagamento del mutuo, che come abbiamo visto viene pagato attraverso le entrate degli affitti versati dall'Italia dei Valori che percepisce i rimborsi elettorali? Saranno del socio unico dell'Antocri, ovvero di Antonio Di Pietro.
6) Antonio Di Pietro ha anche aperto una società estera, in Bulgaria, la "Suko" [8]. Di Pietro qui è socio con Tristano Testa. Tristano Tesa è entrato nel CdA e poi anche nel Comitato Esecutivo della "Brebemi spa", mentre Antonio Di Pietro era al Ministero delle Infrastrutture. Questa società opera con i finanziamenti pubblici ed europei e grande sponsor della stessa è stato il Ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro, unitamente al "governatore" della Lombardia, Roberto Formigoni. Si leggono nei verbali del CdA della Brebemi le prodighe azioni di Di Pietro a sostegno della Brebemi, anche davanti ai dubbi sollevati dalla Commissione dell'Unione Europea, oltre che la soddisfazione per aver ottenuto, tramite i parlamentari amici, una modifica della legge Finanziaria a vantaggio delle casse della società. Da quando abbiamo pubblicato gli stralci di tali verbali, i nuovi documenti depositati dalla Brebemi sono "omissati" (guarda tu, il caso!).
7) Antonio Di Pietro ha attivato una partecipazione molto attiva alle lottizzazioni degli Enti e delle Società partecipate ove governa a livello locale, ma anche durante il suo ministero. Abbiamo realizzato una ricostruzione grafica di tali nomine e rapporti a cui rimandiamo integralmente [9]. Vediamo qui solo un esempio, quello dell'Abruzzo [10], dove dichiara - a seguito dell'arresto di Ottaviano Del Turco - che la "politica in Abruzzo del PD è marcia". L'Italia dei Valori era in quella Giunta presieduta da Del Turco, aveva visto nominati da Del Turco - e da quella "politica marcia" - diversi uomini dell'IdV nell'ente regionale (il Presidente, un Consigliere, un Revisore). Inoltre in quella regione dove la "politica del PD è marcia" il Partito di Di Pietro è in Giunta e Maggioranza in molteplici enti locali, da cui non pare si sia dimesso nessuno, nonostante gli annunci eclatanti di Antonio Di Pietro!
8) Antonio Di Pietro ha promosso ad esempio il suo legale - ed ex candidato dell'IdV - Sergio Scicchitano, nel consiglio di amministrazione dell'ANAS. Oltre a quanto già scritto [11] in merito al soggetto, è emerso il coinvolgimento di Antonio Di Pietro, proprio per il tramite di Sergio Scicchitano, nelle attività di Vittorio Cecchi Gori e nei contatti di questi con soggetti diversi, tra cui alcuni giudici, per la bancarotta fraudolenta della Cecchi Gori Group - Fin.ma.vi. Ciò emerge chiaramente dagli estratti dell'Informativa della Guardia di Finanza alla Procura che ha disposto l'arresto di Cecchi Gori [12], pubblicati, in stralci, da Repubblica. Ma anche su questo non se ne parla!
9) Antonio Di Pietro ha sempre promosso scelte di persone estremamente dubbie. Anche su queste abbiamo scritto ampiamente [13] e ricordato anche del rapporto pubblico [14] con Franco La Rupa, ex Sindaco di Amantea (Comune sciolto per infiltrazioni mafiose [15]), già indagato per corruzione e poi arrestato per i suoi consolidati rapporti con le cosche della ‘ndrangheta. Ma sempre in Calabria, regione dove la massoneria è potente, molti sono gli uomini legati ad ambienti "indecenti" che Di Pietro ha promosso e promuove. Poi c'è la realtà della Campania [16]. Qui il consigliere regionale dell'IdV (anche responsabile provinciale di Napoli) è Nicola Marrazzo, il cui fratello aveva diverse società che operavano nella "partita rifiuti". A tali società è stata negata la certificazione antimafia, a seguito di indagini della DDA, in quanto le società della famiglia Marrazzo sono state indicate quali riconducibili al clan camorristico dei Casalesi [17]. Il Tar ed il Consiglio di Stato hanno confermato la decisione della Prefettura e negato le certificazioni. Recentemente abbiamo anche ricordato [18] dei rapporti tra uomini e donne di Di Pietro e dell'IdV con gli uomini di D'Alema e Burlando in Liguria, quali i soci della Ital Brokers portati alla ribalta dal libro "Il Partito del Cemento".
10) Anche i comportamenti di governo e parlamentari di Antonio Di Pietro e dell'Italia dei Valori sono stati abbastanza, crediamo, significativi. Quando i propri voti possono essere determinanti per fermare provvedimenti scorretti e pericolosi non si fa nulla, quando invece i propri voti non sono determinanti allora si può tranquillamente fare i "duri" e conquistare la fiducia di quanti ancora non hanno compreso che i due schieramenti (non solo PDL e PD, ma complessivamente i due schieramenti) sono in realtà complementari. Esempi? Quanti se ne vuole. Vediamone alcuni.
- Istituzione della Commissione Antimafia [19] nella passata legislatura. Nel voto parlamentare per impedire che condannati eletti potessero entrare a far parte nella Commissione d'inchiesta, l'Italia dei Valori (tranne un solo parlamentare) ha votato con i "nemici" per permettere anche ai condannati di entrare (come poi è stato [20]) nella Commissione Antimafia.
- Istituzione della Commissione d'Inchiesta sul G8 nella passata legislatura. Una Commissione che, alla luce del lavoro svolto dalla magistratura, accertasse anche la responsabilità politica della gestione delle "giornate" di Genova, come ad esempio: perché mentre il Prefetto dormiva nei suoi appartamenti per tutta la durata delle mobilitazioni anti-G8, l'allora Vice-Presidente del Consiglio, Gianfranco Fini, era in Questura, mentre il suo "colonnello" Bornacin era al Comando regionale dei Carabinieri? Od anche per capire quali siano state le responsabilità dei comandi assegnati ai reparti anti-sommossa durante le manifestazioni; capire quali responsabilità vi sono state nella gestione del Ministro degli Interni e delle Autorità di Pubblica Sicurezza nella dislocazione dei reparti (chi conosceva Genova nella "Zona Rossa" e chi non conosceva la città lungo le strade delle manifestazioni con conseguente disorientamento totale). Non quindi una sovrapposizione alla Magistratura, bensì l'esatto opposto: non delegare alla magistratura il compito della politica! Di Pietro e l'IdV si sono schierati contro la Commissione ed hanno votato insieme a Fini e Scajola!
- Grandi Opere e TAV [21]. Antonio Di Pietro, in qualità di Ministro dei Lavori Pubblici, dopo aver promosso tutti gli uomini della gestione Lunardi, ha deciso di sconfessare il Consiglio di Stato! Infatti l'organo giudiziario aveva dichiarato che i progetti, gli incarichi ed i costi delle opere assegnate dal Ministro Lunardi durante il Governo Berlusconi, potevano essere rescissi, per procedere ad una rivalutazione ed assegnazione con una gara d'appalto europea, garantendo anche costi inferiori. Di Pietro invece ha scelto di confermare i progetti, gli incarichi e gli elevati costi che Lunardi aveva fatto su tutte le Grandi Opere e sulla Tav, in piena linea con il voto parlamentare espresso a favore del Ponte sullo Stretto.
- Insediamento del Senato ed elezione del Presidente [22]- attuale legislatura. Senza che nessuno battesse ciglio, anche tra i banchi dell'Italia dei Valori, un mafioso accertato con sentenza definitiva, quale Giulio Andreotti, ha presieduto la seduta di insediamento del Senato. Ma non basta. La tanto rigorosa "opposizione" ha partecipato in buon ordine alla votazione di Renato Schifani alla presidenza del Senato, seconda carica dello Stato, nonostante fosse risaputo il suo passato di amicizia e affari con uomini d'onore di Cosa Nostra. Infatti, non solo il PD, ma anche l'Italia dei Valori, ha partecipato in silenzio alla votazione, votando scheda bianca, senza minimamente disturbare!
11) Non stiamo a ripetere quanto già scritto in merito ai rapporti con Cirino Pomicino [23] e Patriciello, quelli con la Pizzarotti [24], l'uomo dei Bingo in Sicilia [25],... è tutto nel dossier che abbiamo pubblicato [26] già dal marzo 2007 e via via aggiornato.
Ora, fatto questo sintetico - anche se necessariamente lungo - riassunto, ribadiamo:
perché di questi fatti non si parla?
perché di tutto questo il Giornale non parla?
perché su tutto questo Di Pietro non da risposte?
Semplice: il gioco delle parti prevede di consolidare due blocchi apparentemente contrapposti, da una parte Berlusconi e dall'altra Di Pietro. Si sollevano questioni penali che non c'entrano nulla, in quanto la questione centrale è quella etica, ovvero quella per cui Di Pietro si presenta come "simbolo", quando invece non lo è affatto!
Qualcuno potrà dire: ma perché nessuno parla di tutto questo? Semplice: perché Di Pietro fa le stesse cose che fanno gli altri, nulla di più, nulla di meno. Lo fa, come gli altri, perché in Italia non esiste alcuna legge sulla responsabilità giuridica dei partiti, tanto che i Bilanci di questi possono tranquillamente essere falsi - anche se il falso in bilancio fosse ancora un reato penalmente perseguibile nessuno potrebbe contestare nulla -. Il capo di un partito in Italia può comprare con i rimborsi elettorali appartamenti o yacht per se, i figli, la moglie o l'amante ed è tutto legittimo, non essendoci alcuna legge che stabilisce il contrario... questa, per fare un esempio molto concreto, è la questione in Italia. Se sollevassero tutto questo, quindi, su Di Pietro, si solleverebbe per tutti... ed il gioco delle parti non vuole rovinare il "gioco", vuole perpetuarlo! La disinformazione è anche questo: far credere, ciascuno ai propri, che lo scontro si fa duro, quando invece, è il banco che vince sempre, perché al banco sono seduti tutti... a perdere sono solo i cittadini, ma finché i cittadini non si svegliano - o per meglio dire: non vogliono svegliarsi - nulla potrà cambiare!
Fonte
Note (continua dopo le note)
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Quando ne parlerà Travaglio?
Fate il confronto con un suo articolo, in cui fa le pulci a Mastella:
Nel 2005 Il Campanile, secondo l'Espresso, versa a Clemente 40 mila euro per «compensi giornalistici»; 14 mila per pagare i panettoncini e torroncini della signora Sandra per i regali di Natale; 12 mila allo studio legale di Pellegrino; 36 mila in tre anni alla società assicuratrice dello stesso Pellegrino. Il giornale rimborsa molti viaggi aerei alla famiglia Mastella (compresi Pellegrino, Elio e Alessia). Altri 2 mila euro al mese vanno al benzinaio di Ceppaloni che fa il pieno al Porsche Cayenne di Pellegrino. Ora Elio lavora alla Selex, gruppo Finmeccanica, al modico stipendio - dice - di 1800 euro. Strano, perché ogni mese paga insieme al fratello una super-rata di 6700 euro per il mutuo acceso per acquistare uno dei sei appartamenti rilevati dalla famiglia Mastella nel centro di Roma a prezzi stracciati.
L'appartamento ex-lnail, in largo Arenula, ospita Il Campanile ed è della società omonima, intestata all'ex tesoriere Tancredi Cimmino e al segretario Mastella, poi girata ai due figli: 50% a Elio, 50% a Pellegrino. Valore dell'immobile: 2,4 milioni. Ma i giovanotti lo hanno per 1,45 milioni, grazie a un mutuo di 1,1 milioni con rata mensile di 6700 euro. Come lo pagano? Con l'affitto versato dall'Udeur, 6500 euro mensili, il doppio dì quello pagato allora all'Inaii. Come l'hanno garantito? Con due dei 4 appartamenti delle Generali comprati in contanti in lungotevere Flaminio: 2 da Elio, 2 da Pellegrino.
Ricapitolando: il giovane metalmeccanico da 1800 euro possiede mezzo mega-appartamento in largo Arenula, un intero terzo piano comprato per soli 200 mila euro e un alloggio costato 67 mila euro. Sortino jr. si è fatto strada con le sue gambe, ha comprato casa con soldi suoi, a prezzi di mercato. Una vergogna nel Paese dei Ceppalones.
Provate a trovare un pezzo così su DiPietro.
E ancora:
Un tizio (vedi il link sotto) racconta che Silvana Mura (IDV) è stata messa da Travaglio in “Se li conosci li eviti” nella lista dei buoni (come ha fatto peraltro con Mr. Romano Prodi - Goldman Sachs,), e ce ne spiega le motivazioni:
Poi la lista "buoni" anch’essa bipartisan, fatta con chi ha dimostrato particolare , di chi si è opposto all’indulto, ai condannati in commissione antimafia o alla legge sulle intercettazioni: qui si citano Vizzini (FI), Giorgia Meloni (AN), Angela Napoli (AN), Silvana Mura (IDV), Nando Dalla Chiesa (PD), Bruno Tabacci (Rosa Bianca), Franca Rame e pochi altri.
Ma io ho un dubbio: Silvana Mura non solo non si è opposta ai condannati nella commissione parlamentare, ma addirittura votò a favore. Allora, quali sono i criteri per finire nella lista dei buoni? La Mura potrebbe aver fatto qualcosa di lodevole per finire nei “buoni”, ma è lodevole aver votato a favore dei condannati?
Ripeto: quali sono i criteri? Essere amici-padroni di Travaglio?
Silvana Mura ha votato “contrario” alla votazione n.14 e n.16, cioè contro l’emendamento 2.2 e 2.29, quelli che escludevano gli imputati per mafia dalla commissione antimafia. Ma marco l'ha infilata nella lista dei buoni.
Mi sto chiedendo: non è che il criterio è stato questo?:
Intervista al senatore Tancredi Cimmino raggirato da Di Pietro
Il Giornale - 22 gennaio 2009
«Marco Travaglio la scrisse sull’Unità quella falsità della cassa ("scappò con la cassa dell'Udeur"), e io lo querelai, certo di vincere. Avrei vinto 100mila euro. Ma ritirai la querela. Furono Silvana Mura e Antonio Di Pietro a chiedermelo. Prima rifiutai, ma poi mi convocarono al ministero, fecero pressioni, dissero “è un amico, lascia stare”».
Questi fatti sono successivi all'uscita di "Se li conosci li eviti", credo, ma che descrivano un sodalizio cominciato con la prima dichiarazione di voto di Travaglio?
Stiamo finendo. Segnalo solo un altro video su DiPietro e i suoi coinvolgimenti (presunti o certi) con piduisti e 'ndrangheta:
Dipietro e gli affari di famiglia
Qui c'è un video di Grillo quando palava di DiPietro. A proposito di editori, questo video venne trasmesso da "Tele+"; ma non era di Berlusconi?

Claudio Messora - Byoblu
Per gli organi di informazione, siete come bambini. I media autoritari decidono cosa dovete sapere, e se è il caso che lo sappiate. A L'Aquila, non dovevate sapere. Non avreste compreso. Vi sareste abbandonati ad uno sciame di urla isteriche, battendo i piedini, fuggendo in maniera scomposta, gettandovi dai balconi e passandovi l'uno sopra l'altro. Siete rozzi, incivili, completamente privi di ogni senso critico ed incapaci di qualsiasi autocontrollo. Non siete residenti di una società evoluta, siete sudditi di una tirannia che vi accudisce come pupe nei bozzoli. I saggi oligarchi centellinano le informazioni che le vostre menti sono in grado di recepire senza andare in tilt. Dovete essere grati a coloro che vegliano su di voi e sulla vostra invalidante mancanza di consapevolezza.
Per tutti questi motivi, rendiamo grazie ai nostri santi protettori. Ripetete con me.
IL MANTRA DEL TERREMOTATO GRATO
«Grazie Boschi, per averci detto che i terremoti non si possono prevedere, tutelando il nostro equilibrio psicofisico, e preservando le nostre menti dai dubbi attraverso i quali il demone Giuliani voleva corrompere la nostra purezza originaria.
Grazie Bertolaso, per averci detto che non c'era nessun pericolo, per averci rimandato tranquilli nelle nostre case dopo la scossa di mezzanotte e prima di quella devastante delle tre e mezza, in modo che molti di noi - tutti meno trecento - potessero evitare una notte all'adiaccio, nei parcheggi dove si erano recati spontaneamente, ed evitassero fughe scomposte.
Grazie Prefettura, per avere evacuato le vostre sedi di soppiatto, senza dire niente alla popolazione che sarebbe sicuramente caduta in preda al panico. Grazie per esservela data a gambe silenziosamente, per non disturbare il sonno dei cittadini sui quali voi, angeli benevolenti, vegliavate come una madre premurosa.
Grazie Berlusconi, per non avere sprecato denaro pubblico in esercitazioni collettive, per non avere sostenuto il costo di ingegneri che verificassero le strutture delle case dopo mesi di sciame sismico. Tu, che sei il più grande fra i grandi imprenditori, sai bene che trecento morti costano meno, infinitamente meno delle necessarie attività di prevenzione.
Grazie televisioni e grazie giornali, per avere osservato rigorosamente le direttive impartite dall'alto. Grazie per avere messo a tacere le voci dissonanti, per avere censurato le interviste rilasciate da Giuliani pochi giorni prima del terremoto, per averlo screditato definendolo un ciarlatano. Grazie per avere fatto da passacarte della Protezione Civile e di Boschi, e per avere esercitato la facoltà di pensiero in vece nostra. Ma cosa sarebbe mai successo se aveste indiscriminatamente riportate le dichiarazioni di un collaboratore Ente Ricerca? Cosa sarebbe accaduto se vi foste limitati ad assolvere al compito di informare i cittadini, senza decidere cosa era meglio che sapessero e cosa era più opportuno che ignorassero? Pensate solo a quanto traffico nelle strade avete evitato, a quanti incassi dei centri commerciali avete salvato, a quante telefonate sarebbero arrivate ai Vigili del Fuoco e ai Carabinieri! Se in Prefettura fossero stati occupati a rispondere al telefono, non avrebbero mai potuto mettersi in salvo...
Grazie dunque, grazie a tutti per esservi presi cura di noi.»
Adesso, però, iniziate a farvi un po' i cazzi vostri!
Giampaolo Giuliani
Voglio sapere perché.
Giampaolo Giuliani: «...certo che si misura il Radon sotto al Gran Sasso. Sempre! Il Radon viene monitorato lì dove può essere pericoloso per l'uomo. Si concentra nelle cantine male arieggiate, in particolare nelle case mal costruite. Rutheford l'ha detto sessant'anni fa, che il Radon insiste in alcune regioni più che in altre. In quelle regioni, in quei terreni, si deve costruire in maniera diversa.
In altri paesi viene osservato con una certa accuratezza perchè la vita dell'uomo è importante. Faccio un esempio: in america il limite di concentrazione del Radon sopportabile dall'uomo affinchè non sia dannoso per la salute è di 150 Becherel per metro cubo (150 Bq/m3). Non si capisce perchè in Italia sono 400 Becherel per metro cubo (400 Bq/m3). Il Radon, inalato in forte quantità, si fissa nei bronchi, nei polmoni e nel pancreas, e può produrre una leucemia fulminante in tre mesi. Questo non viene detto, eppure questa cosa è risaputa! Queste cose che vi sto dicendo non è che le ha inventate Giuliani, nel modo più assoluto. Si conoscono da sessant'anni.
Io poi comincio ad arrabbiarmi, perchè voi [ndr - rivolto ai giornalisti] dovreste essere i tutori della verità, dovreste portare queste informazioni che devono essere di aiuto per la popolazione [ndr - rivolto al suo avvocato: non mi dare calci agli stinchi perchè questo lo devo dire].
Voi mi dovreste spiegare perchè andiamo a costruire in luoghi estremamente pericolosi per l'uomo. Perché quelle persone devono essere condannate a morte senza saperlo? Voi, che fate questo lavoro e dovete essere attenti alle cose che vi raccontano, perché non l'avete detto prima? TV1 ha passato fino all'ultimo giorno il serpentono contro Giuliani, che i terremoti non possono essere previsti. Il signore prima ha detto "bisogna sentire più campane". Bene, vi ho chiamato perchè volevo intervenire in trasmissione e rispondere a quello che veniva detto, ho chiamato il direttore e gli ho detto "Ma cosa state dicendo?". Mi ha risposto "Ti richiamo io, non ti preoccupare...". E non mi ha richiamato.
Voi fino all'ultimo giorno avete continuato... [ndr - una giornalista gli dice che loro passavano le dichiarazioni della Protezione Civile] La Protezione Civile è una sola campana. Perché fino all'ultimo momento avete passato l'informazione che i terremoti non possono essere previsti? Perché non avete chiamato Giuliani e gli avete chiesto "Giuliani, ma tu che dici? Che cosa ti inventi?".»



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