Aurora

Sito d'Informazione Internazionalista
domenica, 22 novembre 2009

A furor di popolo

A proposito dello schieramento antiberlusconiano

C'è una evidente accelerazione della crisi politica che investe la persona e il governo Berlusconi. Tutti con il fiato sospeso, da una parte e dall'altra. Il cosidetto partito delle libertà sta verificando la tenuta interna della coalizione, che viene scossa da questioni di politica economica e dalla eventualità di una o più condanne in giudizio del leader. Si cerca di fare buon viso a cattivo gioco e di mostrare che il dibattito è normale dialettica interna e che Berlusconi ha ragione da vendere nella difesa delle sue vicende personali. Ma ormai la partita a poker rischia di far saltare il banco. La sfida principale, dopo il lodo Alfano, è la proposta Ghedini sui tempi certi dei processi, una trovata per rimettere il discussione i tempi dei processi a Berlusconi. La sfida è da considerarsi però troppo alta e rischia di rendere impossibili ulteriori rilanci. Come dire, siamo alla frutta.
Certo, c'è da mettere in conto che l'attuale maggioranza non ha pudori politici nelle sue scelte. Il carattere fascistoide e razzista di questo governo è evidente e non possiamo dire che siamo in una situazione di normalità. Però le circostanze non permettono di arrivare alle leggi eccezionali, le uniche che potrebbero stabilizzare una maggioranza come questa aprendo un capitolo nuovo della storia d'Italia. Lo schieramento che si opporrebbe a scelte del genere è troppo ampio e anche trasversale. Anche Berlusconi ne è consapevole e quindi bluffa e poi gioca a fare il costituzionalista. Quindi è  probabile,di fronte ad un aumento delle contraddizioni, che si vada alla crisi del governo e a nuove elezion, di cui già parlano noti esponenti di maggioranza .
Rinasce così la speranza del fronte antiberlusconiano, su cui però ci corre l'obbligo di fare alcune considerazioni. Intanto dobbiamo dire: "abbiamo già dato". Ci riferiamo al governo Prodi che a suo tempo incarnò il fronte che aspirava a liquidare il governo della destra. Come risultato concreto abbiamo avuto una politica economica alla Quintino Sella, il raddoppio di Aviano e la guerra in Afghanistan.
Oggi il fronte antiberlusconiano si presenta in una veste ancora peggiore. Il perno della vicenda è Casini e un Bersani pronto a tutti i compromessi centristi pur di rompere l’assedio.
Sul palcoscenico si muovono anche altri personaggi, da Di Pietro alla costituenda sinistra di alternativa, ma il manico della vicenda è in ben altre mani. Per riaprire i giochi ci vorrebbe un moto popolare come nel luglio ’60 che faccia capire che il gioco dell’alternativa può prevedere altri scenari. Ma non ci sembra che la discussione su questo si sia aperta. Se Bersani gioca al ribasso, la sinistra sta ancora peggio. E intanto assistiamo a forme di repressione che stanno assumendo un carattere sudamericano.

Erregi Aginform 17 novembre 2009

venerdì, 20 novembre 2009

Camp Darby si allarga con l’aiuto del sindaco Pd

BASI USA IN ITALIA
Manlio Dinucci ilmanifesto 19 novembre 2009
 
La Regione Toscana e i comuni di Pisa e Livorno hanno dato il via, con un accordo di programma e 108 milioni di euro, al riassetto delle vie navigabili interne per «ottimizzare gli interscambi tra i siti logistici della Toscana». Davvero ottima iniziativa. Solo che tra i siti logistici maggiormente interessati c’è la base Usa di Camp Darby, che chiede l’ampliamento del Canale dei Navicelli che la collega al porto di Livorno. Il sindaco di Pisa Marco Filippeschi (Pd) ha chiesto al comando Usa una compartecipazione ai lavori «anche in vista di importanti prospettive dello stesso Camp Darby». Il comando ha «interesse ad allargare la darsena della base militare» così da manovrare due chiatte in contemporanea.
Soddisfatto, il sindaco conferma che «gli americani ritengono questo insediamento molto importante e vogliono continuare a investirci» e che, per tale progetto, c’è «disponibilità sia da parte del Parco che della Regione». Dimentica però lo «smemorato» sindaco del Pd che lo stesso Consiglio comunale di Pisa ha approvato, il 18 gennaio 2007, una mozione per «la dismissione e la riconversione a usi esclusivamente civili di Camp Darby».
La base, che rifornisce le forze terrestri e aeree nell’area mediterranea, africana e mediorientale, sta assumendo crescente importanza nel quadro del potenziamento delle basi Usa in Italia. Ha quindi necessità di velocizzare i collegamenti con il porto di Livorno e accrescere la capienza. Ciò può essere fatto creando, attraverso l’interporto livornese di Guasticce, un indotto che serva al transito e allo stoccaggio di materiali logistici, come gli «aiuti umanitari» della Usaid di cui la base costituisce il maggiore centro in Europa. In tal modo si può liberare, nella base, spazio per il deposito di altri armamenti.
Camp Darby intende quindi irradiarsi nel territorio e, a tal fine, è validamente aiutata dal sindaco Filippeschi che, mentre gioisce per le «importanti prospettive» della base Usa da cui partono le armi per le guerre, promuove un mese di iniziative sul tema «Pisa città per la pace e i diritti umani».
 


Gli aiuti umanitari USA pronti a partire dal cortile della regione più 'dirittoumanitaria' d'Italia.

lunedì, 09 novembre 2009

Nell'Europa dell'est cresce la nostalgia del comunismo

Reuters 9 Nov 09

Nelle fitte foreste dell'incantevole isola di Persin, nel Danubio, ultimo rifugio dell'aquila di mare in estinzione e del cormorano pigmeo, si trovano gli orribili resti di un campo di concentramento di epoca comunista. Tra il 1949 e il 1959, nel campo di Belene, centinaia di "nemici del regime" sono morti per le torture, la malnutrizione e lo sfinimento, e i loro corpi sono stati dati in pasto ai maiali.*
Vent'anni dopo la caduta del comunismo, Belene è un posto ormai dimenticato e soltanto una piccola targa di marmo ne ricorda la storia. Mentre la nostalgia del passato cresce nel piccolo paese balcanico e nell'ex blocco sovietico.
Il fallimento del capitalismo nel migliorare le condizioni di vita (della popolazione), nell'imporre lo stato di diritto e nell'arginare la corruzione dilagante e il nepotismo ha aperto la strada a ricordi irreali del tempo in cui il tasso di disoccupazione era a zero, il cibo era economico e la sicurezza sociale era alta.
"Le cose negative sono state dimenticate", dice Rumen Petkov, 42 anni, un tempo guardia e oggi impiegato nell'unica prigione che ancora funziona sull'isola di Persin. "La nostalgia è palpabile, soprattutto tra i più anziani" dice, davanti ai muri in rovina di un'altra galera aperta sul posto dopo che il campo di concentramento venne chiuso nel 1959. I comunisti qui, negli anni Ottanta, vi hanno rinchiuso decine di persone di etnia turca, che si erano rifiutate di 'bulgarizzare' i propri nomi.
Alcuni ragazzi della povera cittadina di Belene, unita all'isoletta da un pontile, rievocano il passato: "Un tempo vivevamo meglio", dice Anelia Beeva, 31 anni. "Andavamo in vacanza al mare e in montagna, c'erano abiti, scarpe e cibo in abbondanza. Mentre adesso spendiamo quasi tutto il nostro stipendio in generi alimentari. Quelli che hanno una laurea sono disoccupati e se ne vanno all'estero", aggiunge.
In Russia, negli ultimi anni hanno aperto molti ristoranti che si ispirano al periodo comunista, soprattutto a Mosca: molti organizzano "serate della nostalgia", in cui i giovani si vestono da pionieri, la versione sovietica dei boy scout e delle guide, e ballano i classici del periodo comunista. Champagne sovietico e i cioccolatini "Ottobre rosso" rimangono i più richiesti per festeggiare i compleanni. In estate, in tutto il paese s'incontrano magliette e cappellini da baseball con la scritta "Urss". A fronte di un desiderio piuttosto scarso di riportare in vita il vecchio regime davvero, l'apatia è un risultato concreto, dicono gli analisti.
"Il più grande danno prodotto dalla nostalgia è quello di assorbire, esaurendola, l'energia (che dovrebbe essere destinata) ad un effettivo cambiamento", ha scritto il sociologo bulgaro Vladimir Shopov sul sito "BG History".**

DISINCANTO
Nei paesi ex comunisti dell'Europa orientale, c'è un diffuso disincanto nei confronti della democrazia e i sondaggisti dicono che la sfiducia nei confronti delle elite che li hanno resi cittadini dell'Unione Europea è impressionante. Un sondaggio regionale svolto a settembre dal centro di ricerca americano Pew ha evidenziato che in Ucraina, Bulgaria, Lituania e Ungheria c'è stata una drastica caduta della fiducia nella democrazia e nel capitalismo.
Il sondaggio ha fatto emergere che soltanto il 30% degli ucraini si dice a favore del passaggio alla democrazia, quando nel 1991 era il 72%. In Bulgaria e Lituania, il crollo (del numero di coloro favorevoli al cambio di regime) si è fermato poco sopra la metà della popolazione, quando nel 1991 i tre quarti degli abitanti erano favorevoli (alla transizione).
Le analisi elaborate dall'organizzazione americana per i diritti umani Freedom House*** confermano l'arretramento o la stagnazione per quanto riguarda (la lotta alla) corruzione, la capacità di governo, l'indipendenza dei media e la società civile nei nuovi membri Ue. La crisi economica globale che ha colpito la regione e ha messo fine a sei-sette anni di crescita, sta mettendo in crisi i rimedi del capitalismo neoliberalista prescritto dall'occidente. Le speranze di raggiungere il tenore di vita dei ricchi vicini occidentali sono state rimpiazzate da un senso di ingiustizia, provocato dall'allargarsi della forbice tra ricchi e poveri.
Secondo un sondaggio svolto a ottobre da Szonda Ipsos, in Ungheria, uno dei paesi più colpiti dal peggioramento economico, il 70% di quelli che nel 1989 erano già adulti confessa di esser rimasto deluso dai risultati del cambio di regime.
Gli abitanti dei paesi dell'ex Jugoslavia, segnati dalle guerre etniche degli anni Novanta e non ancora ammessi nell'Unione Europea, coltivano nostalgie del periodo socialista di Josip Tito, durante il quale -- diversamente da quanto accade oggi -- per loro era possibile viaggiare in Europa senza bisogno di visti.
"All'epoca tutto era meglio di oggi. Non c'era la criminalità di strada, i posti di lavoro erano sicuri e i salari erano sufficienti per garantire una condizione di vita decente" dice Koviljka Markovic, 70 anni, pensionato belgradese. "Io oggi con la mia pensione di 250 euro al mese riesco a malapena a sopravvivere".

*Anche quando devono dire la verità, gli scribacchini e gli sciacquapalle dei padroni 'liberali e democratici', quelli che ogni tanto s'inventano le kermesse di piazza per la 'liberta di parola' (ma solo la loro), devono fare atto di fedeltà, smerciando queste miserabili loro marchette (i comunisti devono continuare a mangiare bimbetti).
** Tipico esponente dell'intellettualità: dissidente sotto il socialismo, connivente sotto la mafia dei saccheggiatori del proprio paese.
*** Agenzia di propaganda della CIA/Pentagono. Molto apprezzata da grillini, democretini e altri rifiuti umani.

La 'caduta dell'orrido muro comunista' è una sconfitta dell'occidente-accidente, vent'anni di potere assoluto fallimentare, e del relativo democretinismo di centro-sinistr-destr, global-noglobal (ma sempre imperialista nell'animo).
Cosa ha significato il 'crollo del muro'? Il macello jugoslavo, libertà delle ragazze romene di sollazzare, dai marciapiedi, gli evoluti democretini occidentali, il tentativo di distruggere ciò che rimaneva dell'URSS (Russia), i taliban-Usama-babau-Ladin, il Potlasch e altre cretinerie pseudoriformistiche.
Per fortuna, il sistema trionfante (de)generato da questo evento pseudoepocale, il '1989', ha avuto quasi vent'anni di potere assoluto, sul mondo, per dimostrare il suo fallimento totale: guerre, crisi, repressione-depressione, e come cantano i RedHot Chili Peppers, la pornograficazione del mondo (Californication).
Ora i rottami democretini, aizzati dal loro ultimo feticcio, il mezzosangue (nonchè figlio di una macellaia della Cia), Obama-Banana, tentano gli ultimi assalti: Afghanistan, Pakistan, Iran, Ucraina, Georgia, Honduras.
La maschera muta, il volto resta.
Il mondo defecato dall'89 è finito; i buoni democretini e gli imperial global-noglobal, si stanno togliendo dalle palle (mai troppo velocemente), e i 'cattivi' islamonazionalcomunisti-russocinoiraniani-eurasitici, avanzano.
Forse, il Mondo, per una volta, vincerà.

martedì, 13 ottobre 2009

Il Nobel, Obama™ e il Presidente

Gilad Atzmon 11/10/2009

È stata una decisione giusta assegnare a Obama il premio Nobel per la Pace? L'opinione pubblica è divisa. Anzi, praticamente tutti quelli che mi circondano sono indignati, “quale pace?” dicono, e l'Iraq, l'Afghanistan, Guantanamo Bay, la Palestina? Siamo stufi di promesse, insistono. Il Comitato per il premio Nobel ha “sottolineato gli sforzi di Obama nel rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli, nel creare legami con il mondo musulmano, nell'agire in favore di un mondo senza armi nucleari e nella sfida ai cambiamenti climatici”. Chi resta scettico nei confronti di Obama sottolinea che si tratta solo di “vuota retorica”, di “aria fritta”. “Vogliamo vedere delle azioni, chiediamo fatti concreti”.
Chi mantiene un atteggiamento critico nei confronti di Obama esprime delle considerazioni giuste, ma per qualche ragione sembra non comprendere la distinzione tra il marchio “Obama™” e il “Presidente Obama”. Obama™ sta dalla parte della speranza e dell'umanesimo. Tende a dire le cose giuste al momento giusto. È eticamente consapevole. Fa occasionalmente ricorso alla ragione e riesce perfino abbastanza spesso a dire cose sensate. Obama™ è, senza dubbio, una boccata d'aria fresca nel clima politico occidentale.
Ma “il Presidente Obama” è tutta un'altra storia: si muove a fatica, non risponde alle aspettative, non mantiene le promesse. Dice una cosa e fa il suo contrario. Il “Presidente Obama” è un politico, e i politici sono condizionatamente inaffidabili.
L'incapacità di Obama di fondere il “Marchio” e il “Presidente” in una realtà etica senza soluzione di continuità è di fatto una tragedia colossale. Ma non è solo la tragedia di Obama, è anche un disastro per noi. Mentre Obama™ riesce a diffondere rallegranti dichiarazioni umaniste e universali, il “Presidente” si trova attualmente intrappolato da alcuni dei più pericolosi guardiani del Sionismo. “Il Presidente Obama” deve ancora saldare il debito contratto con le persone che gli hanno messo in mano le chiavi della Casa Bianca. In altre parole deve tenere tranquilli molti sionisti e la banda di rabbiosi Sayanim* che è riuscita a invadere il suo ufficio. In una certa misura, l'incapacità di Obama di stabilire un'adeguata continuità tra il “Marchio” e il “Presidente” è legata all'impraticabilità di un continuum tra umanesimo e Sionismo.
Purtroppo nel pensiero progressista occidentale non esistono ovvi strumenti politici con cui far fronte alle lobby sioniste e ai loro infiltrati nelle amministrazioni americane e nelle democrazie occidentali. Catastroficamente, non ci sono i mezzi pratici o politici per impedire ai Wolfowitz di trascinarci in un'altra guerra illegale e genocida. Come negli Stati Uniti, neanche nella politica e nei media britannici esiste qualcuno che sia abbastanza coraggioso da soffermarsi sugli stretti legami tra il governo di Blair e i principali responsabili della raccolta di fondi per il suo partito all'epoca in cui la Gran Bretagna fu coinvolta in una guerra sionista illegale contro l'Iraq. L'Occidente in generale e l'Impero Anglofono in particolare hanno perso il loro istinto di sopravvivenza. Sarebbe corretto affermare che il pensiero progressista successivo alla seconda guerra mondiale è privo di un apparato politico che possa difenderci dall'infiltrazione degli interessi stranieri sionisti. Non facciamo tempo a convincerci che siamo riusciti a mettere a tacere un Wolfowitz che spuntano cinque Rahm Emanuel.
È proprio qui che entra in gioco il premio Nobel per la Pace. Invece di aspettare che Obama lanciasse un'altra guerra sionista, invece di lasciarlo bombardare l'Iran per rendere “più sicuro” Israele, il Comitato per il Nobel lo ha fiduciosamente tirato dentro: gli ha assegnato il riconoscimento maggiore proprio all'inizio del suo mandato presidenziale. Lo ha fondamentalmente legato al suo “Marchio” e a tutto ciò che porta con sé: speranza, umanesimo, armonia e riconciliazione. Gli ha detto, “senta, Signor Presidente, eccole il suo trofeo; se lo accetta potrà dover dire 'no' ai suoi sionisti, perché la gente premiata per la pace non può dichiarare guerre.” Per perseguire la pace Obama dovrà forse attuare strategie alternative a quella di uccidere musulmani. Il tempo ci dirà se la scommessa del Comitato per il Nobel sia giustificata. Nel frattempo dovremmo riconoscere che il Comitato ha offerto a Obama un'occasione per riunire il “Marchio” e il “Presidente” in una dignitosa e coerente posizione etica. Speriamo che raccolga la sfida.
Per quanto concerne il Comitato per il Nobel, questa è probabilmente la cosa più intelligente che potesse fare. Avrebbe dovuto pensarci molto tempo fa. Invece di perdere tempo avrebbe dovuto premiare Blair e Bush proprio all'inizio dei loro mandati. Avrebbe salvato le vite di milioni di iracheni e di afghani. Avrebbe anche dovuto prendere in considerazione Shimon Peres già negli anni Cinquanta, impedendogli magari di costruire il reattore nucleare di Dimona per poi trasformarlo in un terminator sionista. Henry Kissinger? Stessa cosa, avrebbe dovuto premiarlo già in occasione del Brit Milà (la circoncisione) quando aveva appena otto anni. Milioni di persone, forse, ne avrebbero avuto salva la vita.
Il Nobel per la Pace dovrebbe essere usato come strumento preventivo. Invece di sprecarlo con noiosi umanisti e tediosi pacifisti che si limitano a rendere il mondo più bello, dovremmo impiegarlo meglio come misura preventiva. Negli affari mondiali costringerebbe a impegnarsi per la pace, sventando il rischio di altre guerre sioniste.
Se la mia valutazione è giusta, il premio Nobel per la pace serve ad aiutare Obama™ a resistere alle pressioni cui è sottoposto “Obama il Presidente”, intrappolato dalla sua cerchia neoconservatrice-sionista.

*Ebrei residenti all'estero che collaborano con il Mossad o servono interessi israeliani e sionisti.

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

domenica, 11 ottobre 2009

'ORA VEDI DI GUADAGNARTELO'

Il Nobel per la pace al presidente Obama

Caro Presidente Obama,
è un fatto rilevante che tu oggi sia stato riconosciuto come uomo di pace. Le tue pronte e rapide dichiarazioni - dove dici che metterai fine a Guantanamo, che riporterai a casa le truppe dall'Iraq, che vuoi un mondo libero dalle armi nucleari, che hai ammesso con gli iraniani che siamo stati noi a rovesciare il loro Presidente democraticamente eletto nel 1953, che al Cairo hai fatto quel grande discorso al mondo islamico, che hai eliminato quell'inutile espressione di «Guerra del Terrore», che hai messo la parola fine alle torture - hanno fatto sentire noi e il resto del mondo un po' più al sicuro considerando il disastro degli ultimi otto anni. In otto mesi hai fatto dietro front e hai condotto questo Paese verso più sane direzioni.
Ma...
L'ironia che ti sia stato assegnato questo premio il secondo giorno del nono anno di quella che sta rapidamente diventando la tua Guerra in Afghanistan non è sfuggita a nessuno. E ora ti trovi proprio davanti a un bivio. Puoi dare ascolto ai generali e far proseguire la guerra (tanto per portare a segno un fallimento procrastinabile già da tempi lontani), oppure puoi dichiarare concluse le guerre di Bush e riportare a casa tutte le truppe. Ecco, questo è quanto farebbe un vero uomo di pace.
Non c'è niente di sbagliato nel voler realizzare ciò in cui ha fallito il tuo predecessore - catturare l'uomo o gli uomini responsabili dell'omicidio di massa dell'11 settembre di 3000 persone. MA NON PUOI FARLO CON CARRI ARMATI E TRUPPE. Stai inseguendo un criminale, non un esercito. Non utilizzare un candelotto di dinamite per sbarazzarti del topo.
Quella dei Talibani è un'altra faccenda. È un problema che deve essere risolto dal popolo dell'Afghanistan - proprio come abbiamo fatto noi nel 1776, i francesi nel 1789, i cubani nel 1959, i nicaraguensi nel 1979 e la popolazione di Berlino nel 1989. Un fatto appare chiaro dalle rivoluzioni ed è che ogni popolo desidera essere libero - e in sostanza essi la devono realizzare autonomamente questa libertà. Gli altri paesi possono essere di supporto, ma la libertà non può essere consegnata dal sedile anteriore dell'Humvee di qualcun altro.
È' adesso che tu devi mettere fine al nostro coinvolgimento nella guerra in Afghanistan. Se non lo farai non avrai altra scelta che rispedire il premio a Oslo.

Saluti

P.S. I tuoi oppositori hanno passato la mattinata ad attaccarti per il fatto che infondi tali buone intenzioni in questo Paese. Perché odiano così tanto l'America? Ho la sensazione che se tu avessi trovato la cura per il cancro stasera loro ti avrebbero denunciato per distruzione della libertà d'impresa visto che in quel caso i centri per la lotta al cancro si troverebbero a chiudere. Dal canto mio, il fatto stesso che tu ti sia offerto di camminare su un campo minato di odio e che cerchi di riparare l'irreparabile danno creato dall'ultimo presidente non solo ti fa apprezzare da me e da milioni di altre persone, ma può definirsi un vero atto di coraggio. È per questo che hai ricevuto il premio. Il mondo intero conta sugli Stati Uniti - e su di te - per salvare il pianeta. Facciamo in modo di non deluderlo.

Michael Moore  9.10.2009

ilmanifesto.it 11.10.2009
Traduzione di Silvana Pedrini

martedì, 29 settembre 2009

Al-Qaeda sta a New York: parola di Gheddafi

Massimo Mazzucco Luogocomune 29/9/2009

Il leader libico Gheddafi ha concesso una intervista a Larry King durante del suo viaggio a New York, in occasione della sua prima apparizione alle Nazioni Unite.
In questi brevi estratti abbiamo raccolto le sue dichiarazioni più divertenti, che riguardano Al-Queda, bin Laden e le guerre di invasione americane, ovvero il terrorismo “islamico”… visto da un islamico.
Ma Gheddafi il vero putiferio (mediatico) lo ha scatenato all’ONU, dove ha tenuto un discorso bollente, di quasi due ore, mezzo in arabo mezzo in dialetto libico, durante il quale ha anche strappato davanti all’assemblea il carta costituzionale dell’ONU.
I media hanno subito cercato di far passare quel gesto come un segno di disprezzo verso la democrazia e la società civile, ma Gheddafi con calma platonica ha poi spiegato a Larry King che si trattava dell’esatto contrario. Lui rispetta e sostiene le Nazione Unite – ha detto - sono gli altri a calpestare continuamente il diritto internazionale, per cui quel documento ha perso tutto il suo valore.
Per ben tre volte, messo in angolo dalle risposte di Gheddafi, Larry King ha dovuto rifugiarsi nella pausa pubblicitaria, come unica scappatoia per non ritrovarsi in imbarazzo davanti a milioni di spettatori in tutto il mondo.
Nel primo caso, dopo essere stato accusato di aver accolto come un eroe l’attentatore di Lockerbie (o presunto tale), Gheddafi ha ricordato a King che la stessa accoglienza era stata risevata degli europei al ritorno della famosa squadra di medici bulgari che erano stati condannati a morte, in Libia, per aver ucciso 200 bambini. (Gheddafi aveva poi concesso la grazia e li aveva liberati, ma restavano a tutti gli effetti, secondo i tribunali libici, degli assassini).
Come mai allora nessuno si lamentò – ha chiesto Gheddafi - per quell’accoglienza trionfale, che li portò addirittura all’Eliseo?
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Nel secondo caso, King ha cercato di farlo “sentire in colpa” per l’attentato di Lockerbie, chiedendo a Gheddafi se volesse ricolgere un messaggio alle famiglie delle vittime. Gheddafi con la solita calma gli ha risposto di averle appena incontate il giorno prima, dicendo che era stato un incontro molto sereno e positivo.
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Il terzo caso, sicuramente il più divertente di tutti, lo avete già visto nel video.

venerdì, 25 settembre 2009

Di Pietro e l'Afghanistan, capolavoro di ipocrisia

Devo confessare che anch'io ero caduto nella tentazione di applaudirlo. Parlo di Antonio Di Pietro e dei suoi toni fermi e risoluti a favore del ritiro delle truppe. Sarà perché con un Parlamento ridotto ad una caserma e una informazione embedded speravo (e spero) sinceramente che qualcuno avesse il coraggio di dare voce e ragione al 58% degli italiani che chiedono la fine della missione di guerra in Afghanistan. Con rammarico è invece un applauso che non ho fatto.
Mi è bastato leggere la mozione presentata dall'Italia dei Valori alla Camera e sbandierata come "mozione per il ritiro" per scoprire che si tratta di una fregatura bella e buona. In quella mozione non c'è traccia del ritiro ma chiede al governo di «non prorogare i termini, anzi, a predisporre il rientro nel più breve tempo possibile degli uomini inviati come rinforzo per garantire lo svolgimento delle elezioni presidenziali dell'agosto 2009». Ovvero è la stessa posizione espressa dal ministro La Russa che ha già annunciato l'immediato rientro di quelle poche centinaia di soldati inviati in forma aggiuntiva per garantire la sicurezza dei seggi (ma non per impedire i brogli).
La prosa della premessa della mozione è un altro capolavoro d'ipocrisia quando chiede al Governo di «riferire in Parlamento se e come sia cambiata la situazione in Afghanistan» (Di Pietro crede per caso alla balle di La Russa?) e ciliegina sulla torta di «porre, senza indugi, nelle sedi internazionali, l'esigenza di un riesame (sic!!!) e di modifica dei tempi e della strategia d'intervento di ristabilimento della pace e della democrazia in Afghanistan». Del ritiro neanche l'ombra!!! Al massimo la mozione si spinge a chiedere di «verificare le reali condizioni in cui il nostro contingente si trova ad operare» in considerazione che è in corso «una guerra civile tra diverse fazioni e conseguentemente valutare anche una autonoma strategia di uscita dall'Afghanistan».
Sorvoliamo sull'amnesia che più che di una guerra civile tra fazioni diverse è in corso una occupazione militare ed una guerra da parte della Nato (non chiediamo certamente che Di Pietro diventi antimperialista). Ci saremmo però aspettati un atteggiamento conseguente alle dichiarazioni fatte all'assemblea di Vasto e sui giornali di una posizione a favore del ritiro delle truppe. Di Pietro, su "Liberazione" di ieri, si arrampica sugli specchi anche quando annuncia che l'Idv voterà per il rifinanziamento della missione «perché vogliamo che ai nostri militari siano garantite le migliori condizioni di sicurezza». Ennesimo capolavoro d'ipocrisia.
Le missioni militari hanno un limite temporale - infatti periodicamente se ne vota la proroga e il rifinanziamento - e in quel limite sono previste anche le risorse per riportare a casa il nostro contingente in piena sicurezza. Morale di questa vicenda: Di Pietro blandisce l'elettorato pacifista, intuisce che c'è una separazione colossale su questo tema tra il Paese reale e quello legale e cerca di "smarcarsi" dalla posizione ultra atlantica del Pd. Lo fa però in modo maldestro adottando una politica dei due forni: parole di pace per l'opinione pubblica da un lato e sostegno alla guerra in Parlamento dall'altro. La stessa tattica di Bossi: a parole per il ritiro, nei fatti per mantenere le truppe.
Sarebbe facile ricordare come all'epoca del governo Prodi, davanti alla sofferenza della sinistra nel voto sulla proroga delle missioni militari nei teatri di guerra, Di Pietro fu uno dei più veementi accusatori del "lassismo" pacifista e della nostra inaffidabilità politica. Saremo disposti a metterci una pietra sopra se l'Idv compiesse oggi scelte coerenti con politiche di pace e di disarmo. Quello che non possiamo accettare sono le prese per i fondelli. Quel parlare in un modo alle masse e di fare l'opposto nel Palazzo. Perché è con questi metodi che - oltre a produrre vittime di guerra in Afghanistan - si uccide la residua credibilità della politica.

Alfio Nicotra Liberazione 24.09.2009

giovedì, 24 settembre 2009

"Il Nuovo Secolo Americano" rompe il ghiaccio in USA

Luogocomune 24/9/2009

“Il Nuovo Secolo Americano” è stato ben accolto al Festival 9/11 di S. Francisco, e ieri ho fatto la mia prima intervista ad una radio americana. E’ una radio locale, naturalmente, ma la cosa mi ha fatto molto piacere, e volevo condividerla con tutti quelli che seguono le vicende 9/11 sul nostro sito. M.M.

lunedì, 21 settembre 2009

La guerra è pace, e la scuola si sgretola

Angela Lano CP Eurasia 21.09.2009

I soldi pubblici sperperati nelle "missioni di pace" vengono sottratti alle nostre necessità vere.
La legge di causa-effetto esiste, anche se molti non ci fanno caso...
Mi spiego. Oggi mio figlio più piccolo, che frequenta la seconda media, è tornato a casa da scuola dicendomi: "Non te la prendere, ma è arrivata una circolare che ci chiedeva un minuto di silenzio per i militari italiani morti in Afghanistan". Gli "eroi", cioè, secondo la definizione dei nostri squallidi media, i mercenari che, per soldi, sono andati a far la guerra a un paese sovrano, non a curare i bambini o a difendere la Patria...
Bene, gli ho detto, prendiamo atto che siamo tutti impazziti e che anche l'evidenza è ormai vittima della manipolazione: "la guerra è pace", "la pace è guerra"...
Non ricordo alcuna circolare che imponesse minuti di silenzio per i bimbi decapitati da Tsahal, il glorioso esercito israeliano, unica democrazia in Medio Oriente, durante Piombo Fuso, la guerra contro i civili di Gaza.
Anzi, i nostri indecenti parlamentari sfilarono per le vie di Roma a sostegno del governo sionista, in quanto potente e forte.
Oggi, invece, in tutte le scuole d'Italia, gli insegnanti hanno chiesto ai ragazzi il minuto di silenzio per chi va, coscientemente, a partecipare alle stragi Nato in Afghanistan e ci rimane secco (non nego la pietà umana neanche a loro, sia ben chiaro!!). Se vai in guerra puoi morire, ammesso che non ti dicano, imbrogliandoti, che partecipi a una missione umanitaria....Di nuovo: la pace è guerra, la guerra è pace...
Poco dopo avermi raccontato del "silenzio per i caduti", mio figlio mi ha consegnato un'altra circolare: "Grave situazione della scuola italiana". Era firmata da Cgil, Cisl, Cobas e numerose altre sigle. Spiegava chiaramente la catastrofe in cui ormai si trova la scuola italiana. Catastrofe che è ben evidente a tutti.
Ebbene, mi sono proprio arrabbiata. Non con mio figlio, ovviamente, ma con sindacati, insegnanti, operatori scolastici giustamente adirati con il nostro governo: cari signori, non sapete che la santa missione in Afghanistan, quella dei soldati-eroi caduti per gli interessi delle grandi compagnie, del neo-liberismo e del dominio globale, è tra le cause del disastro delle vostre scuole? Come fate a non capirlo? Perché come pecoroni accettate il diktat del "minuto di silenzio" per i soldati morti in una guerra sporca e costosa?
Dovreste capire che c'è un nesso tra presenza militare italiana in Afghanistan e tagli a scuola-sanità- assistenza, ecc. ecc.
Non ci vuole molto per comprenderlo. Se un governo di un paese in profonda crisi economica trova soldi per finanziare una guerra immorale, quella in Afghanistan, appunto, oltre ad altre menzognere missioni di pace all'estero, è ovvio che li sottrae ad altri capitoli di spesa. Le vostre, per esempio.
Allora, se siete così allocchi da bervi l'eroismo di chi parte a seminar morte tra i civili di altre nazioni, se non capite che tagli e missioni "di pace" sono in relazione di causa-effetto, allora tenetevi la scuola sfasciata, i posti di lavoro decurtati, e tanto altro ancora. E tenetevi anche quei giornali che promuovono manifestazioni-farsa "per la libertà di stampa": sono gli stessi che da otto anni vi propinano la storiella della "lotta al terrorismo islamico", dello "scontro di civilità" e delle "guerre giuste" in Afghanistan-Iraq-Libano-Palestina (Siria e Iran?) sponsorizzate dalla Nato, dalla Cia e dal Mossad.
A me dispiace per i nostri e vostri figli, che avranno davanti a sé un futuro fatto di propaganda, di tg e giornali racconta-balle, di tv spazzatura, di Noemi, giullari-giornalisti e prostitute di corte elevate a "modello per le giovani donne". Un futuro deprivato di cultura, saggezza e dignità. Il tutto, anche per causa vostra. E a causa di quella sinistra ridicola frammentata in cento inutili sigle e pronta a chinar il capo, sempre e comunque.

venerdì, 18 settembre 2009

Oscuratelo, silenziatelo, carceratelo. Magari impiccatelo.

Cloro al Clero 18 9 2009

Non è che la morte sia qualcosa di sproporzionato in se: è un evento che puo’ sempre accadere, come diceva Martin Heidegger: è l’unica certezza in un futuro sempre ontologicamente incerto, per l’umana sfera temporale. Però quello che balza agli occhi è che la morte introduce sproporzioni, nel senso che il detto popolare secondo cui “non si parla male dei morti” trova il suo fondamento nell’insufficienza del giudizio umano su chi subisce la morte, perchè essa trascende ogni limite dei canoni morali o sentimentali di cui l’umano si nutre.
Anche un laico puo’ capire, per esempio, il senso del discorso di Padre Cristoforo rivolto a Renzo, quando, mi pare nel XXXIV capitolo dei Promessi Sposi, lo rimprovera per l’odio esacerbato con cui apostrofa il suo nemico, Don Rodrigo, che, finalmente innocuo perchè in coma e prossimo alla morte per la peste, secondo Padre Cristoforo non puo’ essere giudicato umanamente, perchè la prossimità all’evento fatale lo sottrae al condizionamento del giudizio umano, sottoponendo il soggetto al solo giudizio dell’incommensurabile, che per il Manzoni convertito s’identifica con Dio.
Oggi, il Giornale compie un altro passo nell’opera di zerbinaggio al potere invocando censura: dopo Granzotto che vorrebbe ingabbiare un commentatore di Comedonchiosciotte, oggi il delirio forcaiolo e censoreo prende a pretesto Antonio Ramone.
Cosa scrive Ramone sul suo sito “Precariopoli” - un titolo che la dice lunga sui patemi da laureato frustrato di Corsico al soldo di padroni che gli cambiano orario una volta la settimana al call center e gli danno un miserrimo stipendio - da far scomodare le “anime belle” de “il Giornale” diretto da Littorio Feltri?
Scrive che la resistenza afghana ha fatto “BINGO” ammazzando sei “mercenari” al soldo di eserciti coloniali che da 8 anni vessano e tormentano la popolazione afghana con una guerra che questo popolo subisce e che non ha fatto nulla per meritare.
Il sito, secondo “il Giornale”, andrebbe oscurato e il ragazzo imprigionato per l’orrido sfregio alla memoria dei ragazzi che a Kabul sono morti “servendo l’Italia” o meglio “Dio, Patria e Famiglia”.
Si tratta chiaramente, della stessa lercia ipocrisia che fa tradurre con “missione di pace” l’espressione inglese “enforced peace” che definisce con molta piu’ esattezza (letteralmente “pace forzata”) l’assetto di guerra che si consuma nelle valli afghane. E che porta fame, mancanza di case, nessuna istruzione per i bambini, morte e distruzione, povertà, malattie e degenerazione morale e materiale.
Gli ultimi esempi di democrazia da esportazione in Afghanistan risalgono ad una settimana fa, quando gli italiani hanno recuperato una cisterna che era stata rubata dai talebani, provocando una strage di civili. Gli italiani poi, qualche mese fa si sono resi responsabili di “un errore” ed hanno sparato ad un’auto colpendo una famiglia afghana e uccidendo una bimba di 13 anni..
Non mi si venga a dire che “lo fanno per il burqa e le donne e la sharia”, su. La guerra in Iraq fa parte della stessa vergogna e ora la si cala nel silenzio con la medesima sporca ipocrisia: tra i tanti difetti di Saddam non c’era quello di aver sottomesso le donne, imponendo il burka e negando loro l’istruzione.
Non ci fu nulla da fare: la menzogna delle armi di distruzione di massa e la sua falsamente ravvisata complicità con il crollo dei WTC hanno indotto le forze armate “cristiane e occidentali” a distruggere quel paese (che era laico, avanzato e moderno).
Le forze armate americane ed europee che hanno imposto il loro assetto di guerra, per motivi che non ci è dato sapere, hanno rinvigorito le deboli forze integraliste islamiche e oggi in Iraq, oltre al colera, agli stupri, alle ragazze che si piegano a fare film porno con uomini occidentali per mangiare e al degrado materiale a tutti i livelli, si assiste al ritorno del burka e di prassi maschiliste e fanatiche prese dalla sharia che all’epoca di Saddam, sembravano dimenticate.
Ora: che in Afghanistan, come in Iraq, si sia compiuto un genocidio e’ fuori discussione. Noi italiani siamo usciti dall’Iraq nel 2006 ma siamo rimasti in Afghanistan, soffocando ogni dissenso con il pretesto che, al contrario dell’Iraq (dove la guerra decisa unilateralmente nel 2003 dagli USA ci ha visti coinvolti per l’amicizia Berlusconi-Bush), ci siamo iniquamente coinvolti per quella che invece i media hanno fatto apparire come una “giusta e pacifica missione” perchè decisa dall’ONU.
Ma noi italiani questa guerra, come l’altra da cui siamo usciti con Prodi, non la vogliamo. Non la condividiamo, considerandola una guerra coloniale, messa su con menzogne e propaganda criminale verso i musulmani. Non la vogliamo e questo è evidente se si considerano i commenti nello spazio Facebook di Luigi De Magistris, che allineandosi al potere che governa il nuovo ordine mondiale si fissa a definire la “missione” in Afghanistan un’“impresa umanitaria”.
Mentre non lo è e questo video testimonia alcuni aspetti di quanto poco ci sia di umanitario in questo “carrozzone” armato e costoso che in regime di crisi economica suona ancor di piu’ come un “delitto inutile” compiuto da “serial killer di stato”.
Torniamo ad Antonio Ramone che grida “bingo” alla notizia che 6 italiani sono morti durante un’impresa militare. Una maleducata provocazione.
Non avevano alternative i soldati italiani- tutti dell’Italia centro-meridionale che stavano in quel tank. O mendicare una raccomandazione, un aggancio, come si usa oggi e da sempre nel nostro paese o allinearsi nella pantomima militare e sopravvivere, non importa a spese di chi e di che cosa .
I soldati che sono tornati ammalati gravemente per l’uranio impoverito (di cui la maggioranza sono morti) dalla “missione di pace” in Kossovo, non sono stati salutati come degli eroi, anzi spesso sono stati trattati come parassiti. Lo stato si è messo in moto per negare loro ogni risarcimento, cercando di dimostrare che no, non è stato l’uranio impoverito a provocare i tumori ossei o le leucemie che li hanno portati alla tomba.
Se non muoiono combattendo, invadendo e uccidendo, anche le morti soldatesche sono di serie B. I loro parenti non meritano rispetto e se un Antonio Ramone qualsiasi ne avesse scritto male, nessuno si sarebbe mosso. Così come non si muove nessuno per la media italiana di 4 morti sul lavoro che ogni giorno cadono per la sopravvivenza loro e delle loro famiglie: nessuno sostiene che servono il paese. Nessuno si indigna se li si insulta. Il silenzio li seppellisce oltre alla terra con cui si coprono le loro tombe.
Invece un Antonio Ramone qualsiasi, from Corsico, maleducato, incazzato e nichilista genera un’alzata di scudi: poco importa che i Larussa, padre e figlio, non possano nemmeno imaginarla la vita di questi ragazzi in divisa che, morendo sul campo (se tornano malati “scadono” come pesci tenuti troppo in frigorifero) meritano rispetto assoluto, silenzio, astensione da ogni manifestazione (come quella che era prevista sabato contro ogni censura) e nessuna ironia.
Un Ramone qualsiasi from Corsico riesce anche a muovere un’interrogazione parlamentare (!) da parte della sig.ra Allegrini Laura, un’oscura senatrice del PdL che si sbatte a livello governativo perchè “l’ironia inaccettabile di Precariopoli” venga fermata, oscurando il sito e individuando i responsabili.
E’ così si sente particolarmente eroica la senatrice, forse si sente in colpa perchè i figli suoi non ci vanno di certo a morire a Kabul, i figli suoi non sono sicuramente contaminati da quell’uranio impoverito che ammazza “altri ragazzi italiani”, soldati anch’essi, che pero’ lo stato non vuole risarcire. I figli suoi, presumo, non cadono nemmeno dalle impalcature, nè gli si rovesciano addosso muletti che li invalidano, o muri pericolanti che li ricoprono.
I figli suoi però non sono nemmeno come Ramone: sono educati e lei ha da esserne orgogliosa ed è sicuramente per loro che, rivestendo questa veste di censore e di inquisitrice di un “ironico maleducato irrispettoso e dissidente” giovanotto “comunista” elargisce un fulgido esempio educativo a misura di “figli della classe dirigente” così che essi crescano come il figlio di La Russa: con la schiena dritta, rispetto per “Dio, Patria e Famiglia” ma anche con “una certa serenità“.

Chi sono

Utente: trotzkij
Nome: Alessandro
"Questi non hanno speranza di morte e la loro cieca vita è tanto bassa che 'nvidïosi son d'ogni altra sorte".
Dante, versi 46-48, III canto dell''Inferno'


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