Aurora

Sito d'Informazione Internazionalista
martedì, 01 settembre 2009

L’UNITA’ DEI TRADITORI DELLA NAZIONE

G.P. Ripensare Marx 01 settembre 2009

Il nostro non è mai stato il Paese della grande tragedia mentre è stato sicuramente, in altri tempi, la patria della commedia (detta appunta all’italiana) divertente e stimolante nella rappresentazione dei vizi e delle virtù delle “italiche genti”. Oggi, purtroppo, la nostra nazione è diventata la terra della farsa e della pagliacciata generale.
Al centro del dibattito politico in questi giorni c’è stata la visita a Tripoli del Presidente del Consiglio Berlusconi per la commemorazione del trattato che ha messo fine alla disputa coloniale tra l’Italia e la Libia del colonnello Gheddafi, assurto al potere con un rivoluzione nazionale consumata proprio a danno degli invasori italiani (perché tali eravamo ed è meglio non scordarlo).
Sulla stampa nostrana si è subito scatenata una diatriba dai toni perentori perché tanto da destra (soprattutto l’ala finiana, ma anche parte di FI) che dal centro (i soliti “casinisti” dell’UDC) che da sinistra (immancabilmente tutta, senza distinzioni “correntizie” e di partito) si sono alzati gli alti lai dei difensori dei diritti umani e della democrazia, indignati per questa visita ufficiale che avrebbe legittimato un inveterato e sanguinario dittatore, nient’affatto pentito dei propri misfatti ultradecennali.
Credo che il climax di questa distorsione “dirittoumanistica” a capocchia sia stato raggiunto dall’Unità, quotidiano fondato da Antonio Gramsci, miseramente finito nelle mani di una ballerina di salsa e merengue chiamata Conc(h)ita, politicamente conciata proprio male.
Sull’Unità non si bada ad invettive e si sciorinano le ragioni per cui il presdelcons Berlusconi avrebbe dovuto declinare l’invito libico. L’analisi viene affidata alla penna di Umberto Degiovannangeli (La diplomazia del gas abbraccia il rais, Silvio e l’ex capo del KGB, L’Unità del 28.08.09) che dall’alto della consueta iattanza intellettualistica sinistrorsa si chiede retoricamente come sia possibile barattare la propria dignità nazionale (?) per contratti milionari o per accordi commerciali.
A parte l’ingenuità di questa affermazione che mal si concilia con la disposizione umana a calarsi braghe e mutande di fronte al denaro (eppure lo sapevano già i latini che pecunia non olet), il vero corno del dilemma non risiede in questo aspetto. Il giornalista lo sa benissimo tanto che, intuendo di non poter polarizzare l’attenzione dei suoi lettori su questo tema (infatti, a sinistra, è da qualche tempo che hanno imparato ad apprezzare l’argent e il business), cambia subito registro per affrontare, in maniera ancora più ideologica, il nocciolo della questione.
Berlusconi è amico di Putin, massacratore di ceceni e squallido spione del KGB, Berlusconi dialoga con Hu Jintao, recentemente in visita nel nostro paese (in occasione del G8 dell’Aquila al quale la Cina era invitata quale paese osservatore) dal quale è dovuto ripartire in fretta e furia per andare a stanare i “pacifici” uiguri i quali stavano “allegramente” mettendo a soqquadro la capitale dello Xinjiang (regione accidentalmente al centro di delicati equilibri geopolitici e snodo strategico di risorse energetiche e di pipelines che fanno gola agli Usa).
Hu Jintao è anche il nemico n.1 del Dalai Lama, gran sacerdote della libertà sotto paga di CIA, tanto amato dai nostri “bonzi” di sinistra che hanno sostituito l’esotismo orientalistico e le discipline dello spirito umano al marxismo. Il presidente cinese è anche il primo sostenitore della dittatura Birmana dove risiede e lavora, conto “Stati terzi”, un’altra eroina della sovranità popolare, Aung San Su Ki messa “sotto chiave” da una “crudele” giunta militare che non vuole ingerenze straniere nei propri affari interni.
Insomma, Berlusconi funge da mediatore degli interessi geostrategici, alimentati a “gas”, di questo asse del male che attraverso una “temeraria” politica del “tubo” vuole stringere d’assedio il mondo.
E tutto ciò (parole del giornalista) “contro gli Usa e buona parte dell’Unione europea”. Ecco dove si voleva andare a parare, perché “notoriamente” gli Usa sono degli agnellini che si limitano ad esportare la democrazia e i diritti civili nell’interesse esclusivo dell’umanità, senza ricorrere mai alla forza.
E’ ovvio che il pennivendolo dell’Unità non è in grado di andare oltre questo rivestimento ideologico (ma sarà davvero in buona fede?) che avvolge la strategia imperiale americana, molto più aggressiva e violenta di quella di altri paesi che puntano a rendere il mondo geopoliticamente più equilibrato nei suoi rapporti di forza, ancora troppo sbilanciati a vantaggio della superpotenza Usa.
A meno che non si voglia davvero credere che la guerra in Iraq sia stata fatta per liberare quel popolo da un dittatore sadico e feroce, a meno che non si sostenga seriamente che la guerra in Afghanistan è fatta per liberare il mondo da Al Qaeda e dal terrorismo islamico, a meno che non si voglia dar credito a chi sostiene che la prossima la guerra in Iran impedirà al regime degli ayatollah di entrare in possesso della bomba atomica con la quale tenere sotto scacco gli infedeli (per questo, del resto, c’è già il Pakistan alleato degli Usa) ecc. ecc.
Casualmente però si viene a sapere che anche nel resto d’Europa non si va tanto per il sottile quando si tratta di petrolio e di danari. Pare, difatti, che la Scozia, su pressione degli inglesi, abbia rilasciato il presunto attentatore (dichiaratosi sempre innocente) di Lockerbie, Abdelbaset al-Megrahi, per concludere un affare piuttosto redditizio. Uno scambio petrolio contro prigionieri politici per favorire la britannica British Petroleum e anche la Shell, con tanto d’intervento diplomatico del Principe Carlo in persona.
Insomma, a sentire Degiovannangeli i traditori della “civiltà” saremmo noi italiani mentre chi si contorce in affari sottobanco, contrattando la liberazione di presunti terroristi per ottenerne vantaggi commerciali, rappresenterebbe il bene e il valore della democrazia.
Questa merda servile l’Unità farebbe bene a dichiararla apertamente, mostrando ai suoi lettori quale funzione antinazionale stia svolgendo. Non possiamo essere noi di questo piccolo blog a spiegare loro come va il mondo, ma qualche consiglio possiamo pur dispensarlo.
La Libia ha un’importanza vitale per l’Italia. Si ribadisce continuamente che dobbiamo diversificare i fornitori per non dipendere dagli approvvigionamenti di un solo paese. Ebbene la Libia dispone di riserve per 44 miliardi di barili di petrolio e di 6,5 mld di tonnellate di gas. L’Eni, d’intesa con l’impresa di Stato Noc e con la russa Gazprom ha avviato programmi di prospezione e di sfruttamento di queste risorse che sono indispensabili per colmare il nostro fabbisogno energetico.
Ma non solo di gas e petrolio si tratta…
La Finmeccanica e il fondo sovrano libico (Lia) hanno firmato un protocollo per sviluppare una cooperazione strategica in Africa e Medio Oriente, nei settori dell'aerospazio, dei trasporti, dell’energia ecc. ecc.: giro d’affari 20 mld di euro. L’Impregilo, da anni in Libia, è impegnata nella progettazione e nella realizzazione di infrastrutture e opere di urbanizzazione: giro d’affari 20 mld di euro.
Certamente non tutti questi fondi finiranno alle imprese italiane, ma dipendesse dagli stolti “umanitarismi” dell’Unità non arriverebbe nemmeno un cent.
Gli scribacchini dell’Unità, corsari dell’antiberlusconismo “senza se e senza ma” imparino a fare i conti e a discernere l’odio per il Cavaliere dall’interesse nazionale, soprattutto allorquando si fanno sponsorizzare e foraggiare da capitani della finanza della peggior specie (quelli che prendono la tessera n.1 del partito o quelli che si mettono in coda per votare alle loro primarie), cioè dagli uomini che appena mettono le mani su qualche impresa (rilevata dallo Stato a prezzi di favore) la trasformano in merda, uscendone comunque con le tasche piene.
Purtroppo il servilismo di sinistra supera le barriere nazionali e si organizza in una vera e propria internazionale dei traditori. Solo per citare l’ultimo caso, il quotidiano francese Libération, giornale fondato da J.P. Sartre, ha raccolto le doglianze dei decerebrati democratici di casa nostra (dopo che il capo del governo aveva sporto querela contro Repubblica) e si è messo a pubblicare le famigerate “dieci domande” di D’Avanzo. Come dire, la madre degli imbecilli è sempre in cinta e non importa in quale nazione risieda…
Se vogliamo che l’Italia diventi realmente un paese libero da intromissioni straniere dobbiamo mettere i sinistri alla porta. Sono stati loro i primi a dire che si vergognano di vivere in Italia. Bene, allora, premuriamoci di accompagnarli al confine (non al confino, purtroppo non ne abbiamo le forze altrimenti lo faremmo), paghiamo loro un biglietto di sola andata per l’estero senza possibilità di ritorno. E’ questo il primo passo da compiere per ridare all’Italia la dignità perduta.

sabato, 11 aprile 2009

La tragedia della Moby Prince 18 anni dopo

Una "nebbia di Stato" che dobbiamo dissolvere

La prima cosa che ho fatto, prim'ancora di mettere in ordine notizie e ricordi, è stata quella di firmare la petizione che chiede verità per le vittime della Moby Prince. E' un gesto semplice, facciamolo tutti. Quindi ho letto la bella inchiesta di Luigi Grimaldi. E la memoria si è accesa, ricollegando fatti ed emozioni, incontri e denunce. Le navi dei misteri e i traffici di rifiuti. La testardaggine dei familiari che pretendono giustizia e i muri di gomma, i silenzi, l'inerzia delle istituzioni.
Diciotto anni dopo la tragedia della Moby Prince i familiari riuniti nell'associazione 10 aprile scrivono, nel loro appello, che «non sono passate le speranze di fare piena luce sull'accaduto». E l'inchiesta pubblicata oggi da Liberazione suggerisce una traccia, tutta da approfondire, lungo la rotta dei traffici illeciti, via mare, di armi e rifiuti verso la Somalia.
Quindici anni dopo il duplice omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, il 20 marzo scorso, i genitori di Ilaria, Giorgio e Luciana, chiedono con forza che siano trovati mandanti ed esecutori. Si fanno forti di una sentenza che ha respinto, nel dicembre del 2007, la richiesta di archiviazione delle indagini fatta dalla Procura di Roma.
Il giudice per le indagini preliminari parla di un possibile omicidio su commissione «posto in essere per impedire che le notizie raccolte dalla Alpi e dal Hrovatin in ordine ai traffici di armi e di rifiuti tossici avvenuti tra l'Italia e la Somalia venissero portati a conoscenza dell'opinione pubblica».
Tredici anni dopo la scomparsa di Natale De Grazia, il capitano di fregata che indagava sulle navi dei veleni deceduto in servizio, la vedova Anna Vespia, il 13 dicembre del 2008, ha chiesto, insieme ai suoi figli, verità e giustizia davanti a un certificato medico che parla di morte per "arresto cardiaco". A dargli forza è la motivazione della medaglia d'oro alla memoria conferita al marito. C'è scritto che il suo senso del dovere «lo ha portato, a prezzo di un costante sacrificio personale e nonostante pressioni e atteggiamenti ostili, a svolgere complesse investigazioni che, nel tempo, hanno avuto rilevanza a dimensione nazionale nel settore dei traffici clandestini e illeciti operati da navi mercantili».
Sono loro, i familiari delle vittime, a ricordarci l'urgenza di quello che dovrebbe essere un impegno di tutti: cercare la verità. Soprattutto quando è così difficile da perseguire, quando sembra inafferrabile, anche per il passare degli anni, e finisce per essere inghiottita dalla "nebbia" del tempo. Qualcuno raccoglie questa sollecitazione e cerca di trasformarla in attività, iniziative concrete. Nascono così le associazioni, come quella dei familiari della vittime della Moby Prince o l'associazione Ilaria Alpi, e i Comitati per la verità, come quello promosso da Legambiente. Magistrati attenti e ostinati proseguono le indagini. Altri rigettano le istanze di archiviazione. E non si spezza il filo, sottile ma resistente, della ricerca della verità.
Ha scritto Mariangela Gritta Grainer il 19 marzo scorso, in occasione del quindicennale dell'assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, che «le diverse indagini della magistratura e delle commissioni d'inchiesta parlamentari hanno acquisito materiali, documentazioni, testimonianze dalle quali si può arrivare alla verità, a tutta la verità». E' così anche per le cosiddette navi a perdere, quelle usate per trafficare e smaltire di tutto, su cui indagava Natale De Grazia. E torna ad essere possibile anche per le vittime della Moby Prince, grazie alla riapertura delle indagini.
Tutto il Paese dovrebbe sentire l'impegno morale e civile di pretendere il massimo impegno delle istituzioni affinché a questa verità si arrivi, perché è possibile: le navi affondate non si dissolvono, i rifiuti sepolti possono essere individuati, alcuni dei presunti protagonisti di questi traffici sono ancora in vita, le tracce documentali possono ancora essere recuperate. Certo, c'è da lavorare molto, con i mezzi e le risorse che occorrono.
E invece, scrive ancora Gritta Grainer, «non si è voluto farlo, addirittura si sono ignorati fatti, si sono occultati documenti, si sono dette bugie, si è depistato, non si sono fatti tutti gli accertamenti necessari». Quasi una "nebbia di Stato", verrebbe da dire. Che ognuno di noi, per quello che può, deve contribuire a dissolvere.

Enrico Fontana Liberzione.it 10.04.2009


Moby Prince, dietro il naufragio traffico d’armi e scorie nucleari?

Livorno 10 aprile 1991. E' la notte della strage dei 140. I passeggeri e l'equipaggio del traghetto Navarma Moby Prince avvolto dalle fiamme dopo una tuttora inspiegabile collisione con una petroliera della Snam, l'Agip Abruzzo. Tutto si compie nelle prime ore della sera. 18 anni di silenzi e di menzogne in cui è affogata ogni possibile verità sul più grave disastro della marina mercantile italiana del dopoguerra.
Livorno, un grande porto, il polmone che dà ossigeno all'economia di un'intera città. Navi che vanno e vengono. Porta containers, petroliere, traghetti, Ro-ro, ma anche rifornimenti, da e per, la base Usa di Camp Darby.
10 Aprile '91, 140 morti, autorità portuali che da subito e per anni hanno raccontato di una fittissima nebbia che non c'era: il preludio ad una teoria infinita di depistaggi e ostacoli alle indagini.
Da due anni l'inchiesta è stata riaperta da un pool di magistrati livornesi. Indagini complesse, avvolte nel massimo della riservatezza, quasi in segreto, perché in un caso come questo l'ombra del depistaggio, dell'inquinamento, sembra essere sempre in agguato.
Già, perché mentre si compie la tragedia del Moby il mare di Livorno pullula di navi da carico americane stipate di armi e munizioni (vedi l'intervista all'avvocato Carlo Palermo), le radio non funzionano e i radar vengono oscurati. Sullo stato delle indagini non trapela nulla. E allora per raccontare questa storia dobbiamo fare da soli scavando nelle rotte delle navi dei misteri e in vecchie risultanze istruttorie con cui si può comporre un puzzle, un'ipotesi che disegna uno scenario che un senso, agghiacciante, sembra averlo.

Affari e faccendieri
Ma andiamo con ordine, cominciando con un nome. Marcello Giannoni.
Giannoni era, è deceduto qualche anno fa, un faccendiere livornese impegnato in traffici con la Somalia, dove, nei primissimi mesi del 1991, si reca per "acquistare" una innocente licenza di pesca nelle acque di un paese distrutto da una sanguinosa guerra civile. Così Giannoni entra in contatto con il neo presidente somalo (autonominato) Alì Mahdi. In questa trasferta lo accompagnano due interessanti personaggi.
Li chiama in causa Giannoni in un interrogatorio dell' 8 aprile 1999: «lo sono stato in Somalia nel 1991 assieme ai sig. Enzo Magri, Gianpiero Del Gamba e Awes Nur Osman (rappresentante commerciale della Somalia Livorno nda ) abbiamo acquistato una concessione di pesca per 40mila dollari… La concessione di pesca era globale su tutta la costa, tanto che una volta vennero le barche a remi del Sultano di Bosaso per farci allontanare. Il pescato l'abbiamo portato in Italia e scaricato a Gaeta».

L'ombra della P2
Ma in alcune indagini del pm romano Franco Ionta, è emerso che Giampiero Del Gamba sarebbe stato in relazione con tale Guido Garelli, l'animatore di una organizzazione dedita al traffico internazionale di armi e scorie nucleari: il Progetto Urano. Secondo quanto riferito nel 2004 dal governo al Parlamento "Urano" è «finalizzato all'illecito smaltimento, in alcune aree del Sahara, di rifiuti industriali tossico-nocivi e radioattivi provenienti dai Paesi europei. Numerosi elementi indicavano il coinvolgimento nel suddetto traffico di soggetti istituzionali di Governi europei ed extraeuropei, nonché di esponenti della criminalità organizzata e di personaggi spregiudicati, tra cui il noto Giorgio Comerio, faccendiere italiano al centro di una serie di vicende legate alla Somalia..». Insomma va detto: secondo una denuncia pubblica di Greenpeace International i traffici di Giorgio Comerio vanno riferiti alla società Odm la cui sede a Londra era nello studio dell'avvocato David Mills, da poco condannato per essersi fatto corrompere da Silvio Berlusconi (anche lui ex piduista) testimoniando il falso davanti ai giudici milanesi che indagavano sui passaggi di denaro da Berlusconi a Bettino Craxi.
Garelli, scrive la Digos, «nella metà degli anni Ottanta entrò in contatto con qualche elemento già iscritto alla Loggia P2 di Licio Gelli e precisamente Giampiero Del Gamba e Elio Sacchetto (uno dei protagonisti del progetto Urano, nda )». Chi è Del Gamba? Scrivono gli investigatori: «già segretario provinciale della Dc (livornese) fu costretto a dimettersi a causa del ritrovamento del suo nome negli elenchi della loggia massonica P2. Nel 1982 venne arrestato a Bologna in quanto sospettato di traffico d'armi e scarcerato dopo 40 giorni. Nel luglio del 1983 venne nuovamente tratto in arresto dalla Guardia di Finanza di Livorno per contrabbando di valuta. Il 3 agosto 1990 si è recato a Villa Wanda, residenza di Licio Gelli».
Si tratta evidentemente di fatti contemporanei, precedenti o di poco successivi al disastro del 10 aprile 91 che rappresentano, pur non risultando seguiti penali, una premessa necessaria a dare il giusto valore alla confessione resa da Giannoni agli inquirenti.

La confessione di Giannoni
Giannoni parte dal nome di un personaggio di primissimo piano: Moussa Bogor, il sultano di Bosaso, l'ultima persona intervistata da Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, inviati del Tg3, prima del loro assassinio a Mogadiscio il 20 marzo 1994, (mentre indagavano sulla flotta da pesca Italo-somala Shifco).
«…il Sultano di Bosaso ha detto alcune verità in merito allo smaltimento di rifiuti industriali e radioattivi che sono stati seppelliti in Somalia [...]che tali rifiuti provenivano da Milano. - ha dettato a verbale Giannoni - Molti rifiuti sono terre di fonderia e polveri tossiche di abbattimento fumi, che sono state esportate in Somalia con la funzione di essere utilizzate anche per mascherare lo smaltimento anche di rifiuti radioattivi, detto "check" che è un misto derivante dalla lavorazione dell'uranio detto "dolce giallo" (uranio U-308 in gergo "yellow cake" nda ). Tale materiale è stato miscelato in Italia con terre di fonderia provenienti da varie ferriere in Italia… ».
«Nel mio progetto in Somalia», aveva aggiunto Giannoni, «doveva essere partecipe un uomo politico ex Psi di Milano, di cui ora non ricordo il nome e che mi riservo di dire. Tale persona aveva il compito di portare nelle casse i proventi in denaro derivanti dallo smaltimento dei rifiuti tossici provenienti dalle fonderie».
Il fatto è che un altro dei protagonisti del progetto Urano, il braccio destro di Guido Garelli, ha in pratica descritto la medesima attività, alla autorità giudiziaria di Asti, facendo qualche rivelazione che getta un po' di luce sulla tragedia del Moby Prince: «Ricordo che io accompagnai Guido Garelli presso la base Nato di Livorno e lo stesso venne ricevuto senza nessun tipo di controllo e nessun lasciapassare, e dal suo comportamento mi sembrava persona conosciuta e avvezza a trattare in certi ambienti militari, sia americani che italiani».

Gli affari con la Snam
«Nel 1990-'91 con il progetto Urano, già in essere come Ats (sigla dell'organizzazione di Garelli nda ), mi sono occupato (…) con la compartecipazione della Snam, ministero dell'Ambiente e con il ministero dei Trasporti, si era trovata la formula legale per smaltire i rifiuti quali terre di fonderia, ceneri leggere e altri rifiuti del genere, classificati all'epoca speciali, impiantando uno stabilimento per lo smaltimento a Ceuta (enclave spagnola in Marocco nda ). Tale progetto poi non ebbe seguito (…). L'accordo di massima era in questi termini: (…) la Snam avrebbe dato alla nuova società l'automazione e la tecnologia per rendere inerti i rifiuti speciali inviati a Ceuta per la trasformazione in mattonelle per la pavimentazione stradale». Insomma, sembra la filiera descritta da Giannoni ma con la partnership tra Guido Garelli e la Snam: la compagnia armatoriale della petroliera contro cui va a cozzare il Moby. Clamoroso. Anche perché non sembrerebbe così scontato che il progetto sia rimasto sulla carta.
Giannoni e il braccio destro di Garelli parlano nel 1999. E lo fa anche, il 15 dicembre 1998, Ezio Scaglione, console di Somalia in Italia, massone, già membro della segreteria dell'onorevole Boniver del Psi (oggi nel Pdl) e associato a Garelli nel progetto Urano in Somalia, davanti alla Polizia giudiziaria di Asti: «In merito al progetto Urano [...] aggiungo [...] che si trattava di rifiuti tossico-nocivi e, a mia domanda al Garelli, lo stesso mi disse che si trattava anche di rifiuti radioattivi».

Gli affari di via Fauro
Gli affari somali di Giannoni, in base ad una clamorosa denuncia dell'Agenzia per l'ambiente delle Nazioni Unite, vanno riferiti a una società romana posta di fronte al punto dell'attentato del 14 maggio 1993, in Via Fauro. Una società finanziaria la cui sede legale si trovava nella stessa via, qualche portone più avanti, allo stesso indirizzo di un'altra finanziaria la cui sede secondaria era, all'epoca, a Napoli, allo stesso indirizzo dell'armatore del Moby Prince. Snam e Moby Prince. Saranno ben coincidenze ma non sfugge a nessuno che si tratta degli stessi protagonisti della tragica collisione livornese legati da un filo sottile che da Livorno sembra passare dalla Somalia.
Non è tutto. Il Sultano di Bosaso ha testimoniato di aver riferito nell'intervista rilasciata a Ilaria Alpi di uno sbarco di armi a Chisimaio effettuato da una nave, della compagnia italo-somala di pesca Shifco, a «marzo-aprile del 1991». Insomma poco prima o poco dopo la tragica collisione di Livorno.
Il riferimento è interessante perché l'unica nave "spola" tra l'Italia e la Somalia, di proprietà di questa compagnia, è la "XXI Ottobre II", una nave presente a Livorno la sera del 10 aprile 1991. In occasione dello sbarco a Chisimaio, ha dichiarato il Bogor, «noi domandammo nuovamente se la nave da cui era stato sbarcato il materiale militare e da cui si stava scaricando il combustibile fosse una nave della Shifco, e ci fu confermato che si trattava appunto di una nave di tale società». Ed è accertato che tra le tante qualità della XXI Ottobre II c'è anche quella di essere una nave in grado di trasportare combustibile, originariamente destinato al rifornimento in mare delle navi da pesca oceaniche. Un dettaglio che getta nuova luce su una misteriosa "manichetta" trovata dai pompieri, dopo il disasto, allacciata a una delle cisterne della petroliera Snam come se il disastro avesse interrotto bruscamente una operazione di travaso.

La nave dei misteri
Armi e combustibile quindi. Materiali presenti entrambi in grande abbondanza nel porto di Livorno la notte del 10 Aprile 1991, dove è ormeggiata, già da alcuni giorni, al molo Magnale, proprio la nave Shifco XXI Ottobre II. Un molo di fronte al quale vivono i coniugi Pietro La Fata e Susanna Bonomi. Lui è un ufficiale della Capitaneria di porto. Susanna Bonomi ne è sicura: la notte del 10 aprile su quel molo è accaduto qualcosa. Aveva visto l'area sgombra prima di tirare giù le serrande. La mattina dopo, invece, in quel punto del molo Magnale c'è una barca, circa 70-80 metri di lunghezza: «Io tiravo giù la serranda e non c'era niente perché vedevo, stavo di fronte alla banchina e non c'erano navi», ha riferito. «La mattina feci l'operazione inversa. La mattina c'era una nave». Ed esiste una sola nave con queste caratteristiche ormeggiata in quella zona del porto: appunto la XXI Ottobre II.

Containers di T4
Il marinaio somalo Mohamed Samatar, ex timoniere della XXI Ottobre II, ha messo a verbale, durante un interrogatorio reso ai carabinieri di Latina, di essere stato sino al 23 marzo 1991 il timoniere della nave Shifco e di aver assistito all'imbarco di diversi containers con la scritta "Esplosivo".
Nella sua deposizione Samatar ha sostenuto che i containers di esplosivo sarebbero stati caricati a Tripoli sulla XXI Ottobre II e sbarcati a Beirut nel gennaio del 1991 con la supervisione di un tal "Mancinelli": «Ora questo viaggio noi l'abbiamo un po' studiato con degli Ufficiali di marina di Gaeta», ha deposto il Capitano Sottili, della Compagnia Carabinieri di Gaeta, «perché non risulta da nessuna parte che questa nave abbia toccato questi porti (Tripoli e Beirut, nda ), però non risulterebbe comunque, perché la nave non sarebbe entrata nei porti, sarebbe rimasta fuori (utilizzando delle chiatte per scaricare, nda)».
I Carabinieri hanno anche scoperto che Florindo Mancinelli, uno degli amministratori italiani della flotta Shifco (che potrebbe essere la persona indicata da Samatar), all'epoca era stabilmente ospite dell'albergo Ariston di Formia e aveva lasciato quel centro il 9 gennaio 1991, facendovi ritorno solo il 4 marzo. La XXI Ottobre II avrebbe lasciato Formia proprio il 9 gennaio (il giorno in cui Mancinelli avrebbe lasciato il suo hotel a Formia) per arrivare a Suez il 16 gennaio e tornare infine a Gaeta proprio il 4 marzo (il giorno in cui ricompare a Formia Mancinelli). Dopodichè la XXI Ottobre II riparte per arrivare, il 15 marzo successivo, a Livorno da dove non risulterebbe si sia più mossa fino alla sera del 10 aprile.

La bomba sul traghetto
MobyPrinceuncasoancoraapertoRivelazioni potenzialmente esplosive e insondate se si pensa alla possibilità che armi, o esplosivi, siano stati trasportati dalla Somalia verso altre destinazioni, tra cui l'Italia, nei primi mesi del 1991. Una prospettiva agghiacciante perché la notte del disastro sul Moby Prince è esplosa una bomba. Una bomba, secondo il perito del pm, costituita da T4 e pentrite ma, che, per dimensioni, non avrebbe potuto provocare la collisione. Una bomba comunque potente (ha distrutto un camion) e costruita con gli stessi componenti delle bombe utilizzate due anni più tardi per le stragi di mafia del 1993 a Milano, Firenze e Roma: una stagione di attentati inaugurata con l'esplosione di via Fauro. Troppe coincidenze inspiegate e inspiegabili. Fantascienza? Forse no.
Un giudice della Procura di Ginevra, Laurent-Kaspar Anserment, ed un parlamentare argentino, Franco Caviglia, hanno in due diverse vicende sostenuto che proprio tra la fine del 1990 e i primi mesi del 1991 sarebbe stato messo in circolazione un enorme carico di T4 che dalla Spagna, attraverso una serie di triangolazioni, sarebbe arrivato in Medio Oriente per essere poi diviso in diversi lotti. Esplosivo trattato da trafficanti internazionali, ben noti anche in Italia, legati a personaggi dei servizi segreti polacchi (Wsi), già coinvolti nello scandalo Cia-Iran-Contras e collegati finanziariamente al clan mafioso dei Santapaola. Insomma la sensazione è che di gente potente interessata a che non si faccia luce su questa tragedia, in giro, ce n'è ancora tanta.

Luigi Grimaldi Liberazione 10/04/2009

segreto

giovedì, 05 marzo 2009

Solo soldi, la memoria non c’entra sui massacri neppure una parola

Angelo Del Boca, “lo storico più importante del colonialismo italiano”, valuta l’accordo Berlusconi-Gheddafi
Angelo Del Boca non nasconde la sua delusione. Altro che "giornata della memoria" per le vittime delle imprese imperiali fasciste, come lo storico più importante del colonialismo italiano propone da decenni: nel trattato con la Libia non c’è nemmeno il riconoscimento dei crimini commessi in Africa.

Professor Del Boca, come giudica il trattato di amicizia con Tripoli?
«Ho studiato molto bene il trattato, anche con l’amico Nicola Labanca. Non discuto la parte economica, né quella politica, discuto quella "storica". Ho scoperto che c’è appena un accenno di sfuggita al passato. Insomma, l’Italia versa 5 miliardi di dollari, sostanzialmente come indennizzo per i crimini compiuti in trent’anni di presenza in Libia e per i centomila morti provocati, ma nel Trattato non se ne fa riferimento».

Come mai?
«Non so se sia stata una specifica richiesta di Berlusconi o di chi ha discusso la formulazione del trattato, o piuttosto una dimenticanza. Ma quest’ultima ipotesi è davvero improbabile. Gheddafi ha sempre voluto sottolineare l’esigenza di conservare la memoria delle vittime dei massacri italiani. Se però è solo un’operazione economica, per il gas, cinque miliardi mi sembrano davvero molti, anzi troppi. Se non c’è la richiesta di perdono, che cos’è tutta questa premura, con i regali personali a Gheddafi?».

Professore, lei vorrebbe da Berlusconi un gesto come quello di Willy Brandt al ghetto di Varsavia?
«Figuriamoci! Non lo credo proprio adatto a gesti del genere. Berlusconi non festeggia il 25 aprile, parla della condanna al confino per i dissidenti come di una vacanza... Non mi meraviglio di questa assenza».

Non crede che un obiettivo importante di questo trattato sia l’intesa sull’immigrazione?
«Potrebbe servire ad accontentare i leghisti, che pensano a come fermare i clandestini. Ma per la verità negli ultimi tempi i libici stanno già mettendo le mani avanti, sostengono - ma è una bugia - di avere sul loro territorio sei milioni di migranti, dicono apertamente che sarà difficile per loro riuscire a controllare confini così vasti».

Gli accordi prevedono anche una partecipazione italiana.
«I due paesi dovrebbero organizzare una flottiglia mista per pattugliare le coste libiche e impedire le partenze, si parla anche di radar volti verso il deserto per controllare gli arrivi. Ma ho molti dubbi sull’operazione».

Che cosa pensa dei centri di detenzione in territorio libico, su cui si sono rivolte le critiche durissime di Amnesty International?
«Sono completamente d’accordo con Amnesty. Da quanto si riesce a sapere sono in realtà campi di concentramento. Nel mio ultimo libro (Il mio Novecento, edito da Neri Pozza, ndr) ho riportato diverse testimonianze di chi li ha visitati: Jas Gawronski parla di "inumanità", il prefetto Mori racconta di 650 persone rinchiuse in condizioni terribili dove ne erano previste 100, e così via. Ora mi chiedo: come può l’Italia partecipare alla costruzione di opere del genere?».

Giampaolo Cadalanu Repubblica.it 3.03.2009

domenica, 18 gennaio 2009

Quello che pensa Mandela sull'apartheid d'Israele

Una lettera di Nelson Mandela a Thomas Friedman sull’apartheid in Israele

Da: Nelson Mandela (primo Presidente del Sud Africa)
A: Thomas L. Friedman (articolista del New York Times)
So che entrambi desideriamo la pace in Medioriente, ma prima che tu continui a parlare di condizioni necessarie da una prospettiva israeliana, devi sapere quello che io penso.
Da dove cominciare? Che ne dici del 1964? Lascia che ti citi le mie parole durante il processo contro di me. Oggi esse sono vere quanto lo erano allora: "Ho combattuto contro la dominazione dei bianchi ed ho combattuto contro la dominazione dei neri. Ho vissuto con l'ideale di una società libera e democratica in cui tutte le sue componenti vivessero in armonia e con uguali opportunità. E' un ideale che spero di realizzare. Ma, se ce ne fosse bisogno,
e' un ideale per cui sono disposto a morire".
Oggi il mondo, quello bianco e quello nero, riconosce che l'apartheid non ha futuro. In Sud Africa esso e' finito grazie all'azione delle nostre masse, determinate a costruire pace e sicurezza. Una tale determinazione non poteva non portare alla stabilizzazione della democrazia.
Probabilmente tu ritieni sia strano parlare di apartheid in relazione alla situazione in Palestina o, più specificamente, ai rapporti tra palestinesi ed israeliani. Questo accade perché tu, erroneamente, ritieni che il problema palestinese sia iniziato nel 1967. Sembra che tu sia stupito del fatto che bisogna ancora risolvere i problemi del 1948, la componente più importante dei quali e' il Diritto al ritorno dei profughi palestinesi.
Il conflitto israelo-palestinese non e' una questione di occupazione militare e Israele non e' un Paese che si sia stabilito "normalmente" e che, nel 1967, ha occupato un altro Paese. I palestinesi non lottano per uno "Stato", ma per la libertà, l'indipendenza e l'uguaglianza, proprio come noi sudafricani.
Qualche anno fa, e specialmente durante il governo laburista, Israele ha dimostrato di non avere alcuna intenzione di restituire i territori occupati nel 1967; che gli insediamenti sarebbero rimasti, Gerusalemme sarebbe stata sotto l'esclusiva sovranità israeliana e che i palestinesi non avrebbero mai avuto uno Stato indipendente, ma sarebbero stati per sempre sotto il dominio economico israeliano, con controllo israeliano su confini, terra, aria, acqua e mare. Israele non pensava ad uno "Stato", ma alla "separazione".
Il valore della separazione e' misurato in termini di abilità, da parte di Israele, di mantenere ebraico lo Stato ebraico, senza avere una minoranza palestinese che potrebbe divenire maggioranza nel futuro. Se questo avvenisse, Israele sarebbe costretto a diventare o una democrazia secolare o uno Stato bi-nazionale, o a trasformarsi in uno stato di apartheid non solo de facto, ma anche de jure. Thomas, se vedi i sondaggi fatti in Israele negli ultimi trent'anni, scoprirai chiaramente che un terzo degli israeliani e' preda di un volgare razzismo e si dichiara apertamente razzista. Questo razzismo e' della natura di: "Odio gli arabi" e "Vorrei che gli arabi morissero".
Se controlli anche il sistema giudiziario in Israele, vi troverai molte discriminazioni contro i palestinesi. E se consideri i territori occupati nel 1967, scoprirai che vi si trovano già due differenti sistemi giudiziari che rappresentano due differenti approcci alla vita umana: uno per le vite palestinesi, l'altro per quelle ebraiche. Ed inoltre, vi sono due diversi approcci alla proprietà ed alla terra. La proprietà palestinese non è riconosciuta come proprietà privata perché può essere confiscata.
Per quanto riguarda l'occupazione israeliana della West Bank e di Gaza, vi e' un fattore aggiuntivo. Le cosiddette "aree autonome palestinesi" sono bantustans. Sono entità ristrette entro la struttura di potere del sistema di apartheid israeliano. Lo stato palestinese non può essere il sottoprodotto dello stato ebraico solo perchè Israele mantenga la sua purezza ebraica. La discriminazione razziale israeliana e' la vita quotidiana della maggioranza dei palestinesi.
Dal momento che Israele e' uno stato ebraico, gli ebrei godono di diritti speciali di cui non godono i non-ebrei.
I palestinesi non hanno posto nello stato ebraico.
L'apartheid e' un crimine contro l'umanità. Israele ha privato milioni di palestinesi della loro proprietà e della loro libertà. Ha perpetuato un sistema di gravi discriminazioni razziali e di disuguaglianza. Ha sistematicamente incarcerato e torturato migliaia di palestinesi, contro tutte le regole della legge internazionale. In particolare, esso ha sferrato una guerra contro una popolazione civile, in particolare bambini.
La risposta data dal Sud Africa agli abusi dei diritti umani risultante dalla rimozione delle politiche di apartheid, fa luce su come la societa' israeliana debba modificarsi prima di poter parlare di una pace giusta e durevole in Medio oriente.
Thomas, non sto abbandonando la diplomazia. Ma non sarò più indulgente con te come lo sono i tuoi sostenitori. Se vuoi la pace e la democrazia, ti sosterrò. Se vuoi l'apartheid formale, non ti sosterrò. Se vuoi supportare la discriminazione razziale e la pulizia etnica, noi ci opporremo a te.
Quando deciderai cosa fare, chiamami."
Nelson Mandela, primo presidente del Sud Africa

Fonte: Carlo-Carlo

giovedì, 15 gennaio 2009

Il Leone del Deserto



Il Leone del Deserto un film che non vedrete mai nella 'democratica' e 'libera' TV italiana...

venerdì, 12 dicembre 2008

Scarpine di Prada vendesi - astenersi perditempo

Massimo Mazzucco LuogoComune 12/12/2008

Chi (come me) aveva criticato il nuovo Papa, vedendo in lui una reincarnazione del Concilio di Trento, dovrebbe fare oggi un passo indietro, e riconoscere che Joseph Ratzinger, se non proprio un “innovatore”, è almeno un raffinato pensatore, che si sta rapidamente armonizzando con le esigenze del nuovo millennio.
In occasione della Giornata Mondiale per la Pace, ieri Benedetto 16 ha dichiarato che «la "attuale crisi alimentare che mette a repentaglio il soddisfacimento dei bisogni di base" nasce "non tanto da insufficienza di cibo" quanto da "fenomeni speculativi" e da "carenza di un assetto di istituzioni politiche ed economiche in grado di fronteggiare le necessità e le emergenze"».
In altre parole, il Papa sembra suggerire che vi sia cibo sufficiente per tutti, nel mondo, ma che qualcuno speculi sul mercato dei prodotti alimentari, arricchendosi alle spalle degli altri. E’ una curiosa interpretazione della realtà, peraltro anticipata in qualche modo dallo stesso Vangelo cristiano, quando parlava dei cosiddetti Peccati Capitali (lussuria, gola, avarizia…).
Nella sua pubblica denuncia, il Papa si è addirittura spinto a suggerire una certa correlazione fra la mancanza di cibo e lo stato miserevole in cui si trova chi ne risente, quando ha detto che «la "malnutrizione provoca gravi danni psicofisi[ci] alle popolazioni", privando molti delle "energie per uscire, senza speciali aiuti, dalla loro situazione di povertà"».
In altre parole, se non mangi, non riesci nemmeno a lavorare per guadagnarti un pezzo di pane.
Erano anni che aspettavamo un papa del genere, tanto coraggioso nella sua denuncia quanto lucido e impietoso nella sua analisi.
Ma la parte davvero rivoluzionaria del discorso di Ratzinger sta nella conclusione, del tutto imprevista, a cui giunge quando dice: «quindi si "allarga la forbice delle diseguaglianze, provocando reazioni che rischiano di diventare violente"
Ovvero, la gente che non mangia rischia di incazzarsi.
Per essere sicuro di non essere frainteso, su un concetto così ambiguo e delicato, il Papa ha anche aggiunto: «Aumenta "il divario tra ricchi e poveri".»
Dopodichè è passato a spiegare lo stesso concetto in termini macroeconomici: «I Paesi poveri, osserva papa Ratzinger, soffrono di una "doppia marginalizzazione, in termini sia di redditi più bassi sia di prezzi più alti", visto che il cambiamento tecnologico concentra i suoi benefici "nella fascia più alta della distribuzione del reddito" mentre i "prezzi dei prodotti industriali" crescono "molto più velocemente dei prezzi dei prodotti agricoli e delle materie prime in possesso dei Paesi più poveri".»
Per avere chiarimenti in proposito, abbiamo interpellato alcuni specialisti della scuola economica austriaca, i quali ci spiegano quanto segue:
Il papa intende dire che il cambiamento tecnologico è operato dai ricchi, i quali astutamente introducono solo innovazioni che vanno a proprio favore. Ad esempio, il proprietario terriero inventa la macchina per trebbiare il grano, che gli permette di risparmiare sui lavoratori e di guadagnare ancora di più, diventando ancora più ricco.”
Ma ora che il Papa li ha sgamati, ciò non accadrà più.
Da oggi i ricchi faranno solo innovazioni tecnologiche che favoriscono i poveri, come ad esempio delle macchine che mettono a nanna i bambini da sole (per le coppie obbligate al doppio lavoro), oppure delle macchine che generano vento e spruzzi di mare nel proprio salotto (per quelli che non possono permettersi di andare in vacanza).
Ma la vera qualità che distingue Ratzinger dai normali pensatori di oggi è la sua grande capacità di combinare l’analisi sociale con la filosofia più raffinata. Ecco un esempio che dovrebbe bastare per tutti: "Lo sterminio di milioni di bambini non nati, in nome della lotta alla povertà, costituisce in realtà l'eliminazione dei più poveri tra gli esseri umani".
Ovvero, ammazzi i poveri per avere meno poveri. Geniale.
Un pò come Bush, che ha suggerito di tagliare tutti gli alberi, in modo da evitare gli incendi.
Dopo questo discorso il Papa ha sentito il bisogno di dare il buon esempio, ed ha ordinato di vendere qualche centinaio di diamanti di proprietà del Vaticano, una dozzina di terreni che rendono miliardi al medesimo, e una manciata di banche che fanno capo alla stessa proprietà.
Non contento, Ratzinger ha voluto fare il sacrificio supremo, e ha deciso di vendere anche le sue adorate scarpine di Prada. Le trovate all’asta su E-bay, con scadenza a mezzanotte del giorno di Natale.

mercoledì, 27 agosto 2008

Armadio della vergogna 2, arrivano le prime prove

Sulla questione dei criminali di guerra italiani torniamo a segnalare il recente, prezioso testo di Davide Conti "L'Occupazione italiana dei Balcani" che contiene tra l'altro:- approfondimenti sul lavoro della Commissione Gasparotto, menzionata anche nell'articolo che segue- elenco di 422 persone ricercate dalle autorità alleate - stralcio della "Relazione n.45" della Commissione di Stato jugoslava (Grgic-Nedeljkovic) per la constatazione dei crimini degli occupatori italiani e dei loro coadiuvatori, riguardante l'internamento dei familiari dei partigiani nel campo sito nell'isola di Melara (Zara) e la richiesta di estradizione ei militari e dei fascisti accusati di crimini contro i civili (6 aprile 1945)- e numerosa altra documentazione d'archivio spesso inedita.

La documentazione nel palazzo dove fu occultato per 60 anni il primo
Franco Giustolisi
il manifesto 12 Agosto 2008

Un vecchio faldone scuro, alto una decina di centimetri. Roso dal tempo, sbrecciato, polveroso. Ha un'età ragguardevole, poco meno di 60 anni. A fatica si legge l'intestazione: «Criminali di guerra - Proced. (sta per procedimenti, ndr) contro Roatta ed altri» (seguono i nomi di altri 32 imputati, ndr).
Altra documentazione che si scova nel cinquecentesco palazzo di via degli Acquasparta, in Roma, dove hanno sede i vertici della giustizia militare e dove fu trovato, nel giugno del 1994, l'armadio della vergogna, che nascondeva i fascicoli delle stragi commesse dai nazifascisti, nel nostro paese, dall'8 settembre del 1943 al 25 aprile del '45. Decine e decine di migliaia di morti, all'enorme maggioranza dei quali si deve ancora giustizia, che la memoria tende a dimenticare e che la storia fatica ancora ad inserire nel suo tabellino di marcia.
Ora di questo secondo armadio della vergogna di cui ho già parlato sul manifesto di circa un mese fa, e che è figlio o padre del primo, come cercherò di spiegare più avanti, si individuano le prime tracce per via di questo faldone. Contiene riferimenti alla Commissione d'inchiesta presieduta dal senatore, antifascista di lunga data, Luigi Gasparotto. Fu nominata il 6 maggio del 1946 da un governo che oggi chiameremo di centrosinistra e che più di un anno dopo un governo di formazione opposta, un berlusconiano di destra diremmo oggi, si incaricò di annullare in ogni modo, nascondendo i risultati agghiaccianti.
Riguardavano le imprese compiute dai generali fascisti nei territori aggrediti dal fascismo: Jugoslavia, Albania, Grecia, Unione Sovietica, Etiopia. Fu una gara, tra loro e i nazisti, SS comprese, a chi si distinguesse in bieca crudeltà.

I due armadi
Italiani brava gente? No: italiani brutta gente.
Ho alluso ad una stretta parentela tra i due armadi perché in quegli anni il primo governo che si richiamava alla Resistenza e alla lotta partigiana, quello presieduto da Ferruccio Parri, voleva rendere giustizia alle vittime dei nazifascisti. Ma anche jugoslavi, greci, albanesi, sovietici esigevano giustizia per i massacri compiuti dalle truppe inviate da Mussolini per «conquistare terre al sole». Allora un governo che non aveva fascisti in senso organico nel suo seno, ma che fascista era d'animo, e che io ho individuato nel mio libro «L'armadio della vergogna», nel primo o nel secondo governo De Gasperi di centrodestra, si distinse per uno sporco lavaggio di mani: si vogliono perseguire gli aguzzini nazifascisti responsabili degli eccidi in Italia, non si possono non perseguire coloro che hanno commesso crimini della stessa natura all'estero.
La decisione finale: tutto fu annullato, tutto fu occultato, tutto fu fatto dimenticare. Ma alla fine i nodi, come si usa dire, vengono al pettine. E' vero, c'è voluto più di mezzo secolo, ma che vogliamo farci, questa è l'Italia.
Nell'immediato dopoguerra faceva sparire brutalmente quel che serviva a bloccare la giustizia, oggi uomini che vengono dal niente si inventano il lodo, che è un dolo, per arrivare agli stessi risultati. Bisogna dare atto ai «nuovi» della loro maggiore eleganza rispetto ai «vecchi»: ci mettono persino l'avallo del Parlamento.

Dove sono le carte?

Torniamo all'armadio della vergogna numero due, la cui esistenza fu prospettata al Consiglio della magistratura militare dall'ex procuratore militare di Padova Sergio Dini, ora passato, come circa la metà dei suoi colleghi, alla magistratura ordinaria. Dini poneva il problema: dove sono finite le carte della Commissione Gasparotto? S'è voluto eludere la giustizia? Misteri, ancora misteri, sempre misteri. «La prego, perlomeno per quel che riguarda l'oggi, non mi riferisco evidentemente ad un lontano passato, che lei ha illustrato nel suo libro, non usi il termine misteri - dice Alfio Massimo Nicolosi, procuratore generale militare presso la Corte di Cassazione, in breve la massima autorità della giustizia in stellette - lei dice misteri, ma per quel che ci riguarda non ce ne sono. Non appena ho ricevuto l'esposto del procuratore Dini ho immediatamente incaricato il qui presente capo della segreteria, dottor Alessandro Bianchi, di cercare per ogni dove quello che lei ha definito l'armadio della vergogna numero 2. Ma la montagna, e lo dico senza facile ironia, ha scoperto solo un topolino, cioè il faldone di cui stiamo parlando. Conteneva soltanto o prevalentemente corrispondenza sul tema crimini di guerra asseritamente compiuti dall'esercito italiano in terre straniere.
Da una prima sommaria e superficiale visione ho accertato che si tratta di documentazione che potrebbe avere solo un valore storico. C'erano timbri di riservatezza, di segretezza, eccetera. Ne ho chiesto l'eliminazione ai ministeri competenti, la Difesa ha già acconsentito, debbono ancora rispondere gli Esteri e gli Interni: Ed io sto provvedendo ad inviare tutto questo materiale al Consiglio della magistratura militare che deciderà cosa farne e se, eventualmente, aprire un'altra inchiesta come fece tra il 1996 e il 1999 per l'armadio della vergogna numero uno
». Ma dove sono finite le conclusioni dell'inchiesta condotta da Gasparotto?
«Ah, questo proprio non lo so, può fare tutte le ipotesi che vuole... Un momento, dimenticavo una cosa: in quel faldone c'è anche una sentenza, mi sembra che risalga al 1951. E trattandosi di una sentenza che non può essere soggetta ad alcun segreto, ne può fare richiesta ed ottenerla».
Dottor Bianchi, lei che è il ritrovatore degli armadi, individuò quello che conteneva i fascicoli delle stragi commesse dai nazifascisti con già annotati i nomi dei criminali che le avevano compiute, ha faticato più questa volta o la precedente?
«Senz'altro la prima volta, chi poteva pensare, così, di prima intenzione, che quell'armadio seminascosto potesse contenere carte così interessanti: girai, girai, sinchè alla fine mi decisi a vedere anche lì... Questa volta è stato molto più semplice. Ho pensato che poteva trovarsi, quel materiale, soltanto nell'archivio dell'ex procura generale presso il tribunale supremo militare, che ormai non c'è più. E alla fine, ho trovato quel faldone inserito tra tanti altri in una delle incastellature metalliche.. .».
Ma non è possibile che le risultanze della Commissione Gasparotto siano occultate da qualche altra parte in questo enorme palazzo?
«Tenderei ad escluderlo perché tutti i locali sono stati rinnovati e, poi, dopo la ricerca dell'armadio che lei ha definito della vergogna, ogni angolo era stato ispezionato. Se c'è, è da qualche altra parte, non da noi». Dove, per esempio?
«Presumo al ministero della Difesa, il cui ministro a suo tempo nominò la Commissione ed è logico pensare che i risultati siano stati consegnati allo stesso ministero...» .

«Condanniamoli tutti, poi...»
Ma non è da escludere, e questa è una mia supposizione, che sia finito al ministero degli Esteri, dato che dalla documentazione del passato emerge la sua presenza più di una volta nello scambio di informazioni con la procura generale militare in tema di stragi nazifasciste e il suo interesse d'ufficio nelle richieste degli stati invasi dal fascismo di ottenere l'estradizione dei criminali di guerra italiani. Ricordo una lettera, scovata dagli storici Filippo Focardi e Lutz Klinkammer, in cui l'allora ambasciatore a Mosca Pietro Quaroni suggeriva al presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, con il massimo possibile del cinismo, questa via d'uscita: «Condanniamoli tutti, a morte, all'ergastolo, poi li faremo uscire alla chetichella. ..».
«Non mi sembra - spiega Bianchi - che ci sia corrispondenza di questo tipo. In quel faldone ci sono soprattutto lettere inviate e ricevute dal procuratore generale del tempo, credo Umberto Borsari, ai ministeri della Difesa, degli Esteri, degli Interni e viceversa. Fanno riferimento al problema dei crimini di guerra di cui furono accusati molti generali e altri ufficiali italiani».
In attesa che il «malloppo» sbuchi fuori da qualche parte passiamo alla sentenza di cui ho detto e che mi è stato relativamente facile ottenere al prezzo di cancelleria di euro 4,65, compreso il diritto d'urgenza. Una sentenza curiosa per vari motivi. Anzitutto perché, con mia relativa sorpresa, viene vistata dal vice procuratore generale militare Tringali, lo stesso, se ben ricordo, che aveva inviato una sorta di circolare sulla strage delle Ardeatine, per quel che riguardava gli altri colpevoli, oltre a Kappler, questa la conclusione: «...non sembrando conveniente turbare ancora una volta l'opinione pubblica riportando alla ribalta il triste episodio...».
Nella sostanza: lasciamo perdere, non facciamo piangere ancora chi ha già pianto. E la giustizia? Non aveva ingresso.
Come capita oggi, del resto, per altri versi. Fu quella circolare che mi arrivò in forma anonima nei primi mesi del '96 al giornale dove allora lavoravo, fogli ingialliti dal tempo, sbrecciati, in parte illeggibili, a convincermi ad iniziare l'inchiesta sull'armadio della vergogna.
Ma la sorpresa maggiore mi è venuta perché nella sentenza non ci sono i fatti cui conseguirono le imputazioni, solo alcune date che non si comprende a cosa si riferiscano. Non credo che si tratti di motivi di sintesi: la burocrazia se si è distinta in questo campo, lo ha fatto sempre per il motivo opposto. Quindi tacere, nascondere, far finta di niente. Vengono riportati soltanto i motivi di carattere generale delle imputazioni: «Concorso in uso di mezzi di guerra vietati, concorso in rappresaglie ordinate fuori dai casi consentiti dalla legge (mi sfuggiva che alcune rappresaglie erano legislativamente consentite, ndr). La premessa si riferisce alle «relazioni del nuovo governo jugoslavo contenenti un lungo elenco di persone ritenute criminali di guerra. Queste relazioni inviate in Italia, vennero esaminate da una Commissione d'inchiesta per i presunti crimini di guerra (leggi Commissione Gasparotto, che aveva ritenuto queste relazioni, quanto meno, fondate, ndr) istituita presso il ministero della Guerra. Accogliendo le proposte di tale Commissione d'inchiesta, il ministero presentava le seguenti richieste di procedimento. ..».
Segue un elenco di 33 nomi, tanti evidentemente, ma assai inferiore agli oltre ottocento denunciati dalle nazioni aggredite dal fascismo. In questa sentenza, come si vedrà, quasi tutti gli imputati avrebbero dovuto rispondere dei loro crimini commessi in Jugoslavia. Mancano però, i nomi di tutti gli altri, non si sa se per loro sono state emesse sentenze di altri tribunali militari dopo le inchieste della Commissione Gasparotto. «Roatta Mario, Comandante della II. Armata; Robotti Mario, comandante dell'XI. Corpo d'Armata e, successivamente della II. Armata; Bastianini Giuseppe, governatore della Dalmazia; Magaldi Gherardo, presidente di un Tribunale Straordinario in Dalmazia; Serrentino Vincenzo, membro di detto Tribunale; Giunta Francesco, governatore della Dalmazia, Alacevich Giuseppe, segretario del Fascio di Sebenico; Rocchi Armando, comandante della sezione di Sabbioncello; Pirzio Biroli Alessandro e Zani Francesco, il primo Governatore del Montenegro ed il secondo comandante di una grande unità in Montenegro; Gambara Gastone, comandante dell'XI Corpo d'Armata; Coturri Renato, comandante del V. Corpo d'Armata; Grazioli Emilio, Alto commissario per la provincia di Lubiana; Dal Negro Pier Luigi, Sestili Gualtiero, Fais Giovanni, Sartori Giuseppe, Viscardi Giuseppe, Delogu Giuseppe, già in sevizio in Jugoslavia; Barbara Gaspero, prefetto di Zara, Brunelli Roberto e Spitalieri Salvatore, già in servizio in Montenegro; Testa Temistocle, prefetto di Fiume; Fabbri Umberto, comandante del V. Raggruppamento g.a.f.; Roncoroni Alfredo e Gaetano Giuseppe, in servizio alle dipendenze del Comando dei Carabinieri della Dalmazia; Viale Carlo, comandante la Divisione "Zara"; Manutello Fabio, ufficiale della Divisione "Bergamo", David Tommaso, comandante della 28. Compagnia M.v.a.c.; Scalchi Ivan, comandante della 107. Legione M.v.s.n. in Zara; Mauta Eugenio, Commissario civile di Cabar; Cassanego Emilio, Commissario civile del Distretto di Ornomeli; Giorleo Armando, comandante del I. battaglione del XXVI. G.a.f; Magaldi Gherardo, quale presidente di un tribunale militare in Atene».
Ma di questa sentenza quel che più colpisce è la chicca finale: «Tutti non punibili per mancanza di parità di tutela penale da parte dello stato nemico (dimenticando persino un ex davanti a quel nemico, ndr)». Il tutto sulla base di una «comunicazione del ministero degli Esteri», espressamente citata: «Gli stati ex nemici di cui trattasi non garantiscono la parità di tutela penale allo Stato italiano ed in pratica ciò ha portato ad assicurare l'impunità a molti stranieri responsabili di gravi delitti contro combattenti e prigionieri italiani», che non va dimenticato, erano gli invasori. Il tutto firmato da: «Giudice istruttore militare, ten. gen. B. Olivieri».
Sembrano affermazioni di leghisti e fascisti che dicono: nei paesi islamici non vogliono far costruire chiese e noi non faremo costruire moschee. Quella comunicazione del ministero è datata 2 luglio 1951, la sentenza è del 30 luglio dello stesso anno, esattamente 29 giorni dopo. Nessuno mi toglierà dalla testa che i giudici militari prima di esprimersi hanno atteso il «la» politico del governo attraverso il ministero degli Esteri. E appena sette giorni dopo, precisamente il 6 agosto, una grande scritta, a margine della sentenza, con tanto di firme e timbri, annuncia: «La presente sentenza è definitiva». Una specie di lodo Alfano, insomma, che io preferisco chiamare dolo.

I DOCUMENTI SCOMPARSI
Armadio o «cassonetto», è sempre una vergogna

f. g.
ilmanifesto

Dino Messina sul Corriere della sera del 7 agosto, riprendendo il mio articolo apparso sul manifesto del 27 giugno intitolato «L'armadio della vergogna 2», dà la parola al procuratore militare di Roma il quale dice: «Si tratta di una invenzione giornalistica che non corrisponde alla realtà delle cose». Lo vuol chiamare comodino, etagere, cassapanca, comò, armadietto, si accomodi ma sempre della vergogna è.
Comunque, come avrà potuto leggere in questo articolo, altri suoi colleghi non sono d'accordo con i suoi concetti. In più il «carrello con alcuni faldoni che portano il segno degli anni», come scrive Messina, non contiene i risultati della commissione Gasparotto bensì alcune carte di processi, da cui ho ricavato quello che pubblico. Il procuratore cerca, su quel carrello, le carte della strage di Domenikon in Tessaglia, dopo l'esposto inviatogli dal suo ex collega Sergio Dini che gli ha fornito anche i nomi degli storici che diligentemente lui cita. Un tempo la magistratura militare era al servizio del potere, poi, dal 1980, non più. Come mai tanta cautela? Riemerge il fetido odore del passato?

STRAGI NAZIFASCISTE E MISTERI
ilmanifeto
Un faldone scuro e polveroso intestato «Criminali di guerra» riguarda 33 imputati, ma è pieno di omissis e timbri di segretezza. Fa riferimento alla commissione d'inchiesta Gasparotto del '46, i cui atti furono fatti sparire per nascondere le «imprese» compiute dai generali fascisti in Jugoslavia, Albania, Grecia, Unione Sovietica ed Etiopia. E intanto oggi si ricorda l'anniversario dell'eccidio di Sant'Anna di Stazzema

GLI IMPUTATI
Da Roatta a Biroli, le gesta dei comandanti fascisti
ilmanifesto
Mario Roatta, grande amico di Galeazzo Ciano, direttore del Sim, il servizio segreto militare che ideò e attuò l'assassinio dei fratelli Carlo e Nello Rosselli. Comandante della II Armata in Croazia, ordina ai suoi uomini di «applicare le mie disposizioni senza falsa pietà». E' rimasta famosa la sua invettiva contro le popolazioni aggredite da Mussolini: «Non dente per dente, ma testa per dente».
Arrestato nel dopoguerra per l'omicidio dei fratelli Rosselli, evase con l'aiuto del Sim e dei carabinieri. Mario Robotti, successore di Roatta nel comando della seconda Armata in Croazia. Spronava i suoi ufficiali con questa frase: «Qui ne ammazziamo troppo pochi». Di croati, s'intende.
Gastone Gambara, comandante dell'XI Corpo d'Armata. Invitava i suoi sottoposti a distinguere: «Questi sono campi di concentramento non di ingrassamento» .
Alessandro Pirzio Biroli, governatore del Montenegro. Durante l'invasione dell'Etiopia si distinse per il «giochino» che ordinava ai suoi: faceva legare una pietra al collo dei capitribù ribelli per poi farli gettare nel lago Tana.

venerdì, 02 maggio 2008

Melandri a Malindi - Tetris

Questo è la mia programmatica, ragionata, pacata e  teoricamente salda risposta:

imagenesshirleym

 

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giovedì, 21 febbraio 2008

SARKOZY, IL CIAD E IL TRAFFICO DI BAMBINI DELL'ARCA DI ZOE'

SARKOZY, IL CIAD E IL TRAFFICO DI BAMBINI DELL'ARCA DI ZOE'
A cura di Radio Couler 3 02.02.2008
Traduzione per Comedonchisciotte a cura di Epicureo

pan_axeTesto diffuso domenica 25/11/07 dalle 12 alle 13, nell’eccellente trasmissione “Il Pianeta azzurro” sul canale radio svizzero “Couleur 3” che è un programma radio affidabile a tutti i livelli.
Quando è scoppiato l’ormai famoso caso dell’Arca di Zoè, curiosamente, il Presidente Sarkozy non è corso in aiuto né dei bambini che erano le vittime e né delle loro famiglie, ma dei rapitori.
Perché? Per protegger chi? Perché Nicolas Sarkozy è andato in Ciad a cercare i giornalisti francesi e le hostess di volo spagnole? Perché il Presidente francese ha annunciato, alto e forte, che sarebbe andato a cercare lui stesso i membri dell’Associazione “Arca di Zoè”, qualsiasi cosa abbiano fatto, alimentando un fuoco che non aveva bisogno della sua arroganza per ardere già bene?
Si tratta di un gesto maldestro dovuto alla precipitazione, o il caso degli illuminati dell’Arca di Zoè ne nasconde uno ben più grave che avrebbe portato il presidente francese a una figuraccia internazionale?
Ci sono implicazioni tra il trasferimento di bambini del Ciad verso l’Europa, l’industria farmaceutica e il mondo degli affari?
Ogni giorno che passa vede nascere nuove domande. Come e perché l’Associazione Arca di Zoè ha beneficiato di agevolazioni legali dal ministero degli Esteri, ministero della Difesa e, probabilmente, dal ministero degli Interni?
Come e perché l’Associazione Arca di Zoè ha potuto organizzare gli aerei Transal dell’esercito per trasportare materiali da N’Djaména a Abéché? Perché i servizi del ministero della Difesa conoscevano il piano di volo del Boeing richiesto da Eric Breteau, il presidente dell’Arca di Zoè? Il Boeing atterrò ad Abéché, in un aeroporto sotto controllo militare da parte del Ciad…..e della Francia, e alcuni ufficiali erano presenti al giro di controllo. Era da Abéché che i bambini, travestiti come feriti, si imbarcavano nell’aereo alla fine della pista.
I mezzi non indifferenti che ha avuto a disposizione l’Arca di Zoè e la precipitazione maldestra del presidente Sarkozy, a impegnarsi in prima persona nell’assunto, avranno un rapporto con i finanziamenti poco chiari donati all’Arca di Zoè? Questa storia, che non è un racconto della Banda Bassotti, solleva talmente tante questioni, che molti si domandano ora se dietro la facciata umanitaria non si nasconda un affare di tutt’altre dimensioni, un affare di sperimentazioni terapeutiche su dei pazienti tutt’altro che volontari.
L’Associazione Arca di Zoè è un’iniziativa dell’organismo francese Paris Biotech Santé, che è finanziata dalla società di sviluppo di prodotti farmaceutici Bio Alliance Pharma, di cui lo stesso fratello del presidente, François Sarkozy, è vicepresidente del consiglio di sorveglianza. Alcuni si domandano se Bio Alliance Pharma, che gestisce ricerche sull’AIDS e propone test terapeutici, non abbia un legame con la storia delle infermiere bulgare, la cui liberazione era già stata amministrata dalla famiglia Sarkozy. Quali sono le reali attività della Bio Alliance Pharma di cui fa parte il fratello del presidente Sarkozy?
La compagnia sviluppa medicamenti per trattare malattie descritte come 1000 volte più virulente nel Sud-Est Asiatico e nell’Africa Sub-sahariana che da noi. Per sviluppare questi trattamenti la società pratica esperimenti su dei pazienti, come per esempio nel caso del Loramie: 540 pazienti, divisi in 40 diversi angoli del mondo. Stephanie Lefèvre, la segretaria generale dell’Arca di Zoè, è direttrice aggiunta della Paris Biotech Santé e François Sarkozy figura con lei tra i membri di valutazione di questo organismo specializzato nella ricerca biomedicale. Per questo le domande in rete si moltiplicano. E ci sarebbe un rapporto fra queste case farmaceutiche e l'intervento del presidente Sarkozy in Ciad. E’ come l’Alzheimer , divenuto grande causa nazionale francese giusto dopo l’elezione di Nicolas Sarkozy. Questa dichiarazione a sorpresa avrebbe un rapporto con il fatto che sempre il fratello del presidente, François Sarkozy, fa parte partners dell’AEC, di cui il principale cliente è l’americana Pfeizer, leader mondiale dell’industria farmaceutica e specialista nel trattamento… dell’Alzheimer.
La scorsa primavera la Nigeria ha attaccato di fronte alla giustizia internazionale il gigante Pfeizer che avrebbe, cito, “effettuato nel 1996, in maniera illegale, test chimici di un medicamento, il Trovan, su 200 bambini”, fine citazione. L’inventore del Viagra avrebbe segretamente utilizzato dei bambini come cavie, per testare nuove molecole sotto copertura di aiuti umanitari. 11 bambini sarebbero morti in questi test o avrebbero riportato gravi conseguenze: sordità, paralisi, lesioni cerebrali e cecità. La Nigeria reclama 10 miliardi di dollari dalla Pfeizer. E’ il Washington Post che ha rivelato lo scandalo.
Anche il giornale belga “Sept sur Sept” si interroga sul ruolo della Paris Biotech Santé, dove lavora Stephanie Lefèvre, la segretaria generale dell’Arca di Zoè, e di François Sarkozy. Cito, “L’Arca di Zoè non è un caso di dilettanti. Sono professionalmente organizzati e non gli mancano fonti di finanziamento di tutti i generi. La cosiddetta “piccola” organizzazione sembra aver preparato questa operazione nel Ciad con molte relazioni influenti, mezzi tecnici e finanziari”, fine citazione.
Perché il presidente Sarkozy vuole andare a recuperare i militanti dellArca di Zoè in Ciad? Perché ha voluto recuperare le infermiere bulgare in Libia? E’ solo una scusa per vantarsi, per comparire davanti alle telecamere di tutto il mondo, o tutto lo Stato Maggiore francese aveva paura che certe cose si finiscono per dire nelle carceri africane. Si sta parlando di esperimenti su esseri umani finanziati da potenti laboratori di biotecnologia sotto la maschera di aiuti umanitari.
No, no… chiaramente questa sarebbe solo science fiction!


SARKOZY RICATTA IL GOVERNO DEL CIAD A RILASCIARE I RAPITORI DEI BAMBINI IN CAMBIO DI AIUTI MILITARI
Wayne Madsen Report 07.02.2008
Traduzione per Comedonchisciotte a cura di Epicureo

Ancora una volta, il presidente francese neocon Nicolas Sarkozy ha messo gli interessi di un losco gruppo francese di rapitori di bambini, conosciuto come l’Arca di Zoè davanti a tutti gli altri interessi francesi nelle politiche estere.
Dopo che il presidente ha mandato il suo ministro della difesa Hervé Morin in Ciad per dimostrare il suo appoggio al presidente Idriss Deby che ha fronteggiato un attacco dei ribelli a N’Djamena, la capitale, che quasi lo fanno cadere, lo stesso Deby ha dichiarato di considerare il perdono per i 6 “operatori umanitari” dell’Arca di Zoè colpevoli di aver provato a rapire dei bambini dalla zona est del Ciad per portarli in Francia. WMR ha riportato che il fratello del presidente Sarkozy, un pediatra, è legato sia all’Arca di Zoè sia ad organizzazioni che conducono esperimenti medici sulle persone.
Il 31 dicembre del 2007 WMR scrive “Fonti francesi riportano una stretta relazione tra il numero 2 dell’Arca di Zoè, Stephanie Dahinault-Lefèvre, della Paris Biotech Santé una impresa semipubblica di ricerca medica, e François Sarkozy che è un pediatra e direttore della Paris Biotech Santé. François Sarkozy è il fratello di Nicolas. François Sarkozy è implicato in sperimentazioni di biofarmaci su esseri umani. Trattamenti contro l’Aids e il cancro sono di particolare interesse per François Sarkozy e la Paris Biotech Santé”
Nicolas Sarkozy, che espresse simpatie per i pedofili durante l’ultimo anno nella campagna delle presidenziali, volò in Ciad per appellarsi al presidente Deby per rilasciare i membri dell’Arca di Zoè dal carcere appena prima di volare a Washington dal presidente George W. Bush. Il Ciad rilasciò i 6 membri dell’Arca di Zoè per permettergli di scontare la pena nelle carceri francesi. Con Deby sotto pressione e la Francia inizialmente imparziale nella lotta tra il presidente e i ribelli, Sarkozy e Morin ricambiarono questo rimpatrio con assistenza militare a favore del presidente.
L’Arca di Zoè è stata anche collegata alle adozioni di bambini cambogiani.
WMR ha appreso che il traffico e la prostituzione di bambini è molto inflazionato in Cambogia sotto il benestare di agenzie francesi e americane che operano al di fuori delle ambasciate.
Una recente visita del direttore dell’FBI Robert Mueller a Phnom Penh in coincidenza con l’apertura di un ufficio dell’FBI nella capitale cambogiana ha agitato la cooperazione cambogiana nella “guerra al terrore”. Non si è parlato di traffico di bambini. Infatti la controparte cambogiana di Mueller, Hok Lundy, il capo della polizia nazionale, è stato accusato di essere implicato in traffici di persone, compresi bambini. A Lundy è stato concesso un visto dal Dipartimento di Stato americano per visitare Washington nonostante gli era già stato negato in precedenza proprio per queste accusa pendenti su di lui.
Il Dipartimento di Stato americano ha un grande conflitto di interessi nel traffico di persone, sia in Cambogia e in Ciad sia da altre parti, specialmente nel sud-est asiatico, il Segretario di Stato e direttore dell’intelligence nazionale John Negroponte in particolare, ed in aggiunta egli è accusato anche di aver chiuso un occhio sul coinvolgimenti di vari diplomatici americani coinvolti in abusi sessuali su minori sempre nel sud-est asiatico.
Mueller non ha discusso questi problemi proprio perché queste pratiche sono conosciute e supportate dalla CIA a Phnom Penh, Bangkok e Tokio.

VEDI ANCHE: LO STRANO INTERESSE DI SARKOZY PER SOSPETTI TRAFFICANTI DI BAMBINI
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giovedì, 10 gennaio 2008

I giovani del Kenya tra rivolta sociale e deriva mafiosa

I giovani del Kenya tra rivolta sociale e deriva mafiosa
Monde Diplomatique 31 ottobre 2007

Tra le bande che controllano le 143 bidonville di Nairobi
I giovani del Kenya tra rivolta sociale e deriva mafiosa

Jean-Christophe Servant gennaio 2005

20071230_142516_44D2191AI giovani di Nairobi non possiedono nulla e sembrano esitare tra nostalgia, religione e risentimento contro gli anziani. Le 143 bidonville della capitale del Kenya sono ormai zone senza legge, dove stazionano bande armate che praticano la violenza e il racket e tentano di inserirsi nel gioco politico. Proprio come in Costa d'Avorio, è una gioventù disorientata che emerge dall'indebolimento dello stato e dalle politiche di aggiustamento strutturale.

«Il nostro migliore agente pubblicitario è il governo. La sua repressione ci dà popolarità. Qui, fra i 4.000 prigionieri, oltre 1.000 sono simpatizzanti del nostro movimento». Dal marzo 2004 John Maina Njenga e trentadue suoi luogotenenti marciscono nella prigione di massima sicurezza di Kamiti, nei pressi di Nairobi, «in celle previste per tre detenuti, dove sono in dodici senza materasso». Il capo del movimento Mungiki e i suoi complici sono accusati di omicidio da parte dello stato keniota. Il processo non sembra preoccupare più
che tanto questo leader di 36 anni: «Non sono colpevole, i media ci demonizzano. à l'ennesima macchinazione ai danni del nostro movimento».
Metropoli centenaria con 3 milioni di abitanti, Nairobi è una delle città dell'Africa subsahariana più colpite dalla mancanza di sicurezza (1). A leggere la stampa nazionale, l'ombra del Mungiki, vero e proprio esercito segreto, incomberebbe su numerosi episodi di violenza che scandiscono la vita quotidiana: attacchi contro i poliziotti, racket di viaggiatori sui trasporti pubblici, uccisioni, traffico di droga e «protezione con estorsione».
Il movimento rappresenta una delle milizie più potenti tra quelle che controllano la vita quotidiana informale delle 143 bidonvilles che avvolgono in un anello la capitale keniota. In queste zone di assenza del diritto, in cui si concentra il 60% della popolazione urbana e si ammassano fino a 4.000 persone per ettaro, il Mungiki ha privatizzato la legge. Mentre le compagnie di sicurezza del settore commerciale ufficiale si occupano dei quartieri «buoni» della città - Nairobi ospita oltre 20.000 stranieri che lavorano soprattutto per gli organismi internazionali -, il movimento assicura la giustizia di strada, sostituendosi alla sicurezza pubblica in disarmo (2).
Il presidente Mwai Kibaki ha impegnato il suo governo in una «guerra totale» contro il Mungiki. L'African Church Information Service descrive i suoi componenti come «predatori», la cui «sete di sangue è paragonabile soltanto a quella dei vampiri». I giornalisti anglosassoni, installati in forze nella capitale, crocevia dell'Africa orientale, denunciano da parte loro il violento fondamentalismo afro-centrista del movimento, che esalta l'escissione ed è «impegnato in una lotta senza tregua contro gli aspetti più degenerati della cultura occidentale (3)».
E tuttavia, quando andiamo a visitare Njenga nel carcere di Camiti, lo facciamo in una macchina guidata da una giovane donna cattolica, che non ha subìto l'escissione, che indossa i pantaloni e ama la musica soul: è Irene, 22 anni, la compagna del leader del movimento. «I Mungiki non sono barbari - ci spiega nell'intenso traffico che rallenta l'accesso al centro città. Sono la gioventù del paese».
In realtà, i giudizi pronunziati nei confronti del movimento sono quanto mai eterogenei. Per Wangari Maathai, ministro aggiunto per l'ambiente e prima donna africana a ricevere il premio Nobel per la Pace, i membri di questa milizia sono «diseredati ai quali è stato rifiutato tutto. Sono stati respinti dalle scuole, perché non c'era posto, e non hanno trovato lavoro. E capiscono benissimo che tutto è loro vietato per l'unico motivo che sono della etnia kikuyu (4)».
Ricordando il movimento nel suo rapporto annuale sulla difesa delle libertà religiose nel mondo, il governo degli Stati uniti constata da parte sua che il governo di Nairobi «ha vessato i membri del Mungiki e li ha periodicamente arrestati e detenuti in carcere».
Questa straordinaria ambivalenza di giudizio può trovare una spiegazione nel carattere proteiforme dell'organizzazione. Il Mungiki si trova all'incrocio di tutte le problematiche del paese: religiosa, etnica, politica, fondiaria, e soprattutto sicuritaria. «à un'organizzazione veramente diversa rispetto a tutti gli altri nuovi Vigilante [milizie di autodifesa] di Nairobi - spiega lo storico britannico David Anderson (5) -. Non esiste alcuna altra organizzazione così apertamente etnica, che si richiami con tanta determinazione al suo passato tribale. E soprattutto, nessuna ha la stessa facoltà di praticare la violenza di massa». Dunque, nei quartieri urbani dell'Africa diseredata, nascono milizie di questo tipo, con le proprie regole e le proprie parole d'ordine, dal celebre Opc (Oduduwa People's Congress) che imperversa a Lagos, la capitale economica della Nigeria, fino al movimento sudafricano People Against Gangsterism and Drug (Pagad).
Il mercato della violenza Mungiki in lingua kikuyu vuol dire moltitudine. La sua storia inizia agli albori degli anni 1990, fra le montagne della Rift Valley, sulle terre più fertili del Kenya. Il Mungiki allora è una setta neotradizionalista, scisma della Tenda del Dio vivente (Tent of the Living God) che si ispira alla cosmogonia kikuyu, come pure alla lotta portata avanti dagli anziani nella guerra di liberazione Mau Mau (6). Equivalente «africano» dei pentecostali anglosassoni che trova un'eco sempre più diffusa tra i kenioti, elabora una «profezia di crisi» in cui, secondo il professor Hervé Maupeu, «i kikuyu più poveri hanno trovato un mezzo per assicurarsi una migrazione attraverso lo spirito, quando la loro migrazione reale, per trovare terra da lavorare, non funzionava più (7)».
I giovani fedeli sono in massima parte discendenti dei combattenti Mau Mau massacrati dai colonizzatori britannici. Sniffano tabacco «per stimolare la mente» ed esibiscono le capigliature rasta «come ferite, per non dimenticare mai come i Mau Mau siano stati traditi da tutti i governi del Kenya», ricorda Ngonya Wadakonya, leader spirituale della Tenda del Dio vivente. Quest'uomo ha incontrato i Mungiki nel giugno 1992: «Quegli uomini non ci tenevano a che fossi il loro capo spirituale. Volevano essere autonomi. Il loro movimento è diventato politico. Ma anche se abbiamo divergenze sul piano ideologico, sono sempre i miei figli».
Dal 1991 al 1994, i massacri per motivi etnici perpetrati dal regime del presidente Daniel arap Moi hanno preso di mira soprattutto i kikuyu e hanno contribuito a procurare maggior seguito al movimento.
Decine di migliaia di rifugiati all'epoca hanno lasciato i contrafforti del monte Kenya (la cima più alta della Rift Valley) per andare ad ammassarsi nelle bidonvilles di Nairobi. Il Mungiki segue l'esodo e comincia a diffondere nella capitale una «necessaria speranza di parusia (8), ma in una forma più militante, più politica (9)». Nei quartieri poveri dell'est della città, là dove il 60% della popolazione rientra nella fascia d'età tra i 15 e i 29 anni, il movimento si fa portavoce di un'intera generazione, innestando sulle sue rivendicazioni etniche gli slogan sociali che lo avvicinano ad altri movimenti che pure si battono per la democrazia contro l'autocratico arap Moi.
«I suoi leader venivano considerati fra militanti dei diritti della persona - ricorda Njuguma Mutahi, dell'associazione People Against Torture (10) -. Il potere scatenava la repressione contro le loro rivendicazioni sociali: la distribuzione della terra, la sorte dei disoccupati, le condizioni di vita nelle bidonvilles».
Il Mungiki risponde anche in maniera forte a quel vero e proprio «mercato della violenza» che ha preso possesso dei quartieri irregolari della città. I suoi esponenti intervengono, per esempio, in entrambi i campi, negli scontri violenti della «guerra degli affitti», portata avanti dai proprietari edilizi contro gli abitanti in difficoltà (11); assicurano la protezione forzata dei quartieri dove
la polizia non mette mai piede, impongono il racket ad alcune linee di trasporto pubblico molto redditizie - i matatu - che riportano i loro clienti ostaggi dal centro cittĂ  verso le bidonvilles di Matthare o di Dandaura.
Alla vigilia delle elezioni presidenziali del 2002, che hanno sancito la sconfitta del partito al potere - l'Unione nazionale africana del Kenya (Kanu) del presidente uscente Daniel arap Moi -, il Mungiki costituisce una vera e propria microsocietà di parecchie centinaia di migliaia di membri, la cui cassa ammonta a somme considerevoli e che è diventata un protagonista imprescindibile della battaglia allora in corso tra Uhuru Kenyatta, il candidato scelto per rappresentare la Kanu, e il futuro presidente Mwai Kibaki, per l'opposizione Arcobaleno (National Rainbow Coalition, Narc).
In realtà, l'ultimo decennio al potere di Moi è stato contrassegnato da corruzione e da appropriazioni indebite dei politici, assassini degli oppositori delle etnie luo e kikuyu e graduale passaggio dalla legge e dall'ordine verso una giustizia diversa «per il ricco e per il povero» (12). Magistrati e poliziotti sono notoriamente corrotti e ogni parte fa appello ai Jezi, questo esercito di giovani che i leader etnici «richiamano in servizio» ogni volta che si avvicinano le elezioni. Decine di gruppi Vigilante che controllano i quartieri della capitale keniota si mobilitano: in occasione dello scrutinio presidenziale del 2002, «gli amici di ieri divennero i nemici», dichiara un ex membro della milizia dei Baghdad Boys. Centinaia di giovani poveri e senza lavoro, «alla ricerca di qualsiasi mezzo pur di mettere qualcosa sotto i denti la sera, si uniscono alle gang al soldo dei politici». Oltre al Mungiki e i Baghdad Boys, le milizie più famose sono Jezi La Embakasi, del deputato David Mwenje, e Vigilantes Luo, di Raila Odinga (13).
I ghetti brulicano di armi leggere: le possiedono almeno il 7% degli abitanti, e questo desta la preoccupazione degli osservatori internazionali. La loro inquietudine è ancora aumentata per il fatto che i leader di Mungiki, mossi da mire politiche, si sono alleati ai nemici del Kanu, e il 3 marzo 2002 è stato un vero e proprio segnale d'allarme: quella notte il Mungiki ha organizzato nel quartiere di Kariobangi Nord una spedizione punitiva contro i rivali della milizia Taliban.
Sono state massacrate ventuno persone. Il coinvolgimento del Mungiki in questo avvenimento segna il tramonto dell'immensa speranza che la setta aveva suscitato tra i giovani. Dopo essersi distinta per molti anni come portatore di un vero e proprio progetto socio-politico, a questo punto rientra nei ranghi degli eserciti politici. Pochi giorni dopo, il governo Moi mette semplicemente al bando il Mungiki e altre diciassette sette, gruppi ed eserciti privati, «responsabili dell'insicurezza che domina nel paese».
Smentendo le previsioni più nere, Nairobi non è stata messa a ferro e fuoco. Il candidato della Narc, Mwai Kibaki, trionfa alle elezioni nel dicembre 2002, ponendo fine a ventiquattro anni di regime Kanu. Resta il fatto che, «in questo periodo di confusione, più nessuno osa pronunciarsi sul futuro», osserva il giornalista keniota David K. Kiare. L'acronimo della nuova coalizione al potere, reinterpretato dalla gente della strada, rende bene l'atmosfera: Narc? Nothing has really changed (In realtà, non è cambiato niente).
Mentre i principali partiti della coalizione - l'Alleanza nazionale del Kenya (Nak) del kikuyu Mwai Kibaki e il Partito democratico liberale (Ldp) guidato da Raila Odinga, un luo - si logorano in una guerra di trincea senza esclusione di colpi per una revisione costituzionale che limiterebbe i poteri dell'esecutivo (14), i membri della mafia del monte Kenya, una risma di ministri e di amici della stessa etnia del capo dello stato, «rappresentano una minaccia che incombe con tutto il suo peso sull'unità del paese e che ostacola l'insediamento di una autentica democrazia» (15). L'aumento di prezzo dei prodotti di prima necessità e l'improvvisa fiammata di quello dei mezzi di trasporto colpiscono crudelmente le bidonvilles, dove oltre l'80% della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno. Per quanto riguarda poi la commissione di «riconciliazione» promessa dalla Narc, non è ancora stata costituita.
«Come potrebbe essere diversamente? - si chiede Njuguma Mutaji -. Numerosi membri dei governi passati e presenti sono stati coinvolti nelle milizie. Se la riconciliazione li lascia indifferenti, li preoccupa invece la questione della giustizia».
In quanto kikuyu, Mutahi comprende che è difficile comportarsi con obiettività nei confronti del Mungiki. Ritiene tuttavia che, se hanno commesso atti di violenza, «non è mai stata concessa loro la possibilità di spiegarsi. Anche se ci possono essere divergenze riguardo ai loro metodi, tutte le cause per cui si sono battuti sono ancora di grande attualità. La frustrazione è sempre più il sentimento di un'intera generazione. I giovani diventano ogni giorno più radicali, e più violenti. La persona che riuscirà ad articolare un programma su questi temi avrà non soltanto l'appoggio del Mungiki, ma anche di tutti i giovani diseredati».
Come tutti gli altri quartieri irregolari di Nairobi, la valle di Mathare non figura sulle guide turistiche. Tuttavia, è una delle bidonvilles più famigerate della capitale, uno dei luoghi in cui la repressione ai danni dei Mungiki è stata più brutale. I presunti membri del movimento vi sono stati arrestati a centinaia fin dall'inizio di quest'anno, per andare a riempire le carceri fino alla saturazione. à stato perfino dato l'ordine di sparare a vista. E tuttavia, ancora adesso, vi si può entrare soltanto con il consenso del movimento - perfino a quanto pare, i cinque poliziotti che abbiamo incrociato in uno dei suoi vicoli «fatti su misura per la guerriglia».
Il leader del gruppo che ci accompagna sui pendii delle bidonvilles sostiene di avere 1.600 affiliati. «A volte si dà una mano ai proprietari che ci versano una percentuale sugli affitti; altre volte andiamo a spazzare l'immondizia, poi facciamo una raccolta di fondi: 15 scellini a settimana per ogni aderente. Sono soldi che reinvestiamo .... Noi non siamo violenti, sapete, ci difendiamo. Perché dovremmo porgere la guancia destra, dopo essere stati colpiti sulla sinistra»?
«Senza i Mungiki, sarei un ragazzo di strada - ci tiene a dire un giovane -. Non credo nella politica. Non ci lasceremo manipolare mai più. Ci stiamo reinventando completamente».
La storia inquietante del Mungiki Ezechiel Waruinge ammette: «Non si può uccidere lo spirito del Mungiki». Prima di ricevere una «rivelazione divina», era il coordinatore nazionale del movimento. A tale titolo ha incontrato numerosi responsabili politici durante la battaglia elettorale di Nairobi. Uno di loro altri non è che Chris Munrungaru, attuale ministro kikuyu degli interni, il presunto capo della mafia del monte Kenya. «L'ho aiutato a essere eletto e, successivamente, ha fatto come tutti quelli che entrano nel governo: è diventato una belva selvaggia - è il giudizio di Waruinge. Si è rivoltato contro di noi. Ma Dio saprà giudicare!».
Divenuto un personaggio della chiesa evangelica Neno, Waruinge ormai prevede di «portare avanti la stessa battaglia con i giovani che mi hanno seguito fin qui. Ma in una maniera cristiana, non più tradizionale».
Resta il fatto che questo «Born again» preferisce sempre il nome africano - Ndura - a quello da convertito, e che si batte «contro la demonizzazione della tradizione ad opera delle chiese evangeliche americane». In realtà, Waruinge non prova il minimo rimpianto per essere stato nel Mungiki. Per numerosi aderenti al movimento, è però diventato il traditore - quello che ha compromesso il movimento per fare il gioco dei politici.
«Sì, è vero, abbiamo appoggiato la Kanu - replica Warunge -. Ma se abbiamo sostenuto il suo candidato, Uhuru Kenyatta, l'abbiamo fatto perché era un giovane». In seguito, Kenyatta rinnegherà qualsiasi rapporto con il Mungiki. Tuttavia, nessuno si lascia ingannare. «La storia dei kikuyu è una lunga sequela di tradimenti, fin dalla guerra dei Mau Mau», precisa Ndumgi Gotukhu del Mulika, associazione che registra e filma le testimonianze delle persone perseguitate nel paese sotto i regimi precedenti. «Combattevano per le loro terre e alla fine non hanno ottenuto nulla ... I politici hanno fatto le stesse promesse al Mungiki, il sogno non si è realizzato. E tuttavia, il movimento adesso si sta riorganizzando. E l'influenza Mau Mau è più viva che mai, nella terza generazione».
Il 4 ottobre 2004, giornata mondiale dell'habitat, il governo di Kibaki, alla presenza dei rappresentanti dell'Onu Habitat (che ha sede a Nairobi) e del consiglio municipale della capitale, inaugura a Kibera la piĂą grande bidonville dell'Africa subsahariana, una prima serie di abitazioni sociali destinate a sostituire, a gioco lungo, le casupole di latta in cui abitano quasi 700.000 persone. Per Anna Kajumulo Tibaijuha, presidente di Habitat, il Kibera Slum Upgrading Project [(progetto per il risanamento dei quartieri poveri di Kibera)]
costituisce un primo passo per migliorare «la qualità della vita e l'occupazione, e rafforzare la lotta contro la criminalità, in particolare fra i giovani».
Tuttavia, bisogna spingersi ancora più in là, secondo il giudizio di Juma Asiago, del Safer Cities Programme (Programma «Città più sicure» di Habitat). «Si tratta di privilegiare l'accesso sociale piuttosto che la conquista con la violenza. I giovani di Nairobi hanno creato una vera e propria società parallela, con i propri valori. Le organizzazioni di Vigilante sono delle sue emanazioni. Piuttosto che costringere i giovani in una situazione di illegalità, perché non avviare un processo di legittimazione dei "valori buoni" per cui si batte questo "movimento" informale, una sorta di sistemazione dei suoi rapporti con le istituzioni, come ad esempio la polizia»? Ma lo stato sarà disposto a riconoscere la legittimità di un movimento che lo contesta? «In realtà si tratta di riformare completamente il governo di questo paese».
La storia inquietante del Mungiki si sovrappone alla deriva politico sicuritaria di Nairobi, città il cui numero di abitanti cresce al ritmo del 5% all'anno. Dalle decisioni che prenderà il movimento dipenderà il futuro di quelle vere e proprie «bombe a orologeria» che sono le sue bidonville. Ma anche quello della Rift Valley, da dove scaturisce il rancore etnico accumulato sulla questione della terra (vedi riquadro in questa pagina).
I Mungiki sono i nuovi «irriducibili» per riprendere il soprannome che i colonizzatori britannici avevano dato ai Mau Mau? A chi le chiede un giudizio sulla violenza dei Mungiki, Wangari Maathai, premio Nobel per la Pace nel 2004, risponde senza esitare: «Se continuerà l'oppressione, se si continueranno a uccidere i nostri fratelli, la guerra civile nel nostro paese sarà inevitabile».

Note:
*Giornalista.

(1) Leggere «Crime in Nairobi, Results of a citywide victim survey», Undp/Un Habitat, settembre 2002 (www.unhabitat.org/safercities).
Il 98% degli abitanti di Nairobi interrogati nel 2001 riteneva che la polizia fosse corrotta; il 33% riteneva che fossero necessarie misure aggiuntive, come ad esempio l'organizzazione di gruppi Vigilante, per sopperire alla insicurezza e alle carenze della legge.
(2) Leggere Edwin A. Gimode, «An anatomy of violent crime and insecurity in Kenya: the case of Nairobi», Africa Development, Dakar, 2001.
(3) Paul Harris, «Mau Mau returns to Kenya», Sydney Morning Herald, Sydney (Australia), 17 gennaio 2000.
(4) Jean-Philippe Remy, «Wangari Maathai, l'incontrôlable», Le Monde, 10-11 ottobre 2004. Rappresentando il 22% della popolazione del Kenya, i kikuyu sono il gruppo etnico più importante del paese, precedendo i luhyas (14%), i luo (13%) e i kalenjin (12%). Uhuru Kenyatta, l'attuale leader dell'opposizione Kanu, è un kikuyu, come lo è il presidente keniano Moi Kibaki.
(5) Leggere «Vigilantes, Violence and the Politics of Public Order in Kenya», African Affairs, Oxford, ottobre 2002.
(6) La ribellione Mau Mau contro l'ordine coloniale britannico fu guidata dai kikuyu, durante gli anni 1950; fra i kikuyu vi furono 13.000 morti e oltre 100.000 deportati.
(7) Leggere «Physiologie d'un massacre: la tuerie du 3 mars 2002, Kariobangi North», L'Afrique orientale, annuario 2002, L'Harmattan, Parigi, 2003.
(8) Parusia è la seconda venuta del Cristo in tutta la sua gloria, attesa dai millenaristi.
(9) «Physiologie d'un massacre: la tuerie du 3 mars 2002, Kariobangi North», opus cit.
(10) Fondata nel 1996, questa Ong si occupa di raccogliere testimonianze, prove e materiale sugli atti di tortura e sulle estorsioni politiche commessi nel paese sotto i regimi precedenti.
(11) Leggere Marie-Ange Goux: «Guerre des loyers dans les bidonvilles de Nairobi», Politique africaine, Parigi, n° 91, ottobre 2003.
(12) Ibidem.
(13) Figura populista ed esponente della coalizione al potere, il deputato David Mwenje, presidente della commissione parlamentare per la sicurezza, nel 2003 ha riconosciuto di essere stato coinvolto nelle attività della milizia Jezi La Embakasi. Ministro dei lavori pubblici e dell'edilizia, Raila Odinga è il principale rivale del presidente Kibaki. La riforma in corso della costituzione keniota, oggetto di forti tensioni politiche, gli consentirebbe di diventare primo ministro.
(14)Tricia Hoo, «Kenya: the challenge of change», Export Development Canada, Ottawa, giugno 2004.
(15) Per Africa Confidential (Londra), la mafia del monte Kenya raggruppa molti ex sostenitori dei movimenti filodemocratici kenioti, che dopo le elezioni presidenziali del 2002 avrebbero «rapidamente rinunziato agli ideali dell'opposizione per godere dei vantaggi del potere».
Figura fra loro il ministro della giustizia Kiraitu Murungi, particolarmente ben visto dai diplomatici occidentali.

Traduzione di R. I.
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