È Gianfranco Fini la nuova carta degli USA
Una volta costretto a ritirarsi dalla scena politica, Berlusconi potrà intitolare le sue memorie Come covarsi una serpe in seno, inserire il libro nella nuova collana Mondadori “Chi è causa del suo mal...”, e dedicarlo a Gianfranco Fini. Il 25/11 scorso, infatti, con una significativa coincidenza, l’editoriale del Corriere della Sera celebrava il tramonto del quindicennio berlusconiano, mentre La Stampa titolava in prima pagina: «E ora gli americani puntano su Gianfranco», preannunciando che a febbraio il Presidente della Camera è atteso negli USA «da interlocutore privilegiato». Siamo dunque alla resa dei conti, e stavolta neanche un chirurgo riuscirebbe a ricomporre una frattura ormai esposta alla luce del sole.
Ne è passata di acqua sotto i ponti da quel dicembre ’93, quando l’allora segretario missino sfidò Rutelli per la carica di sindaco di Roma e Sua Emittenza dichiarò la propria preferenza per il primo. Lo “sdoganamento” era iniziato, e al delfino di Almirante si offriva un’occasione insperata. Il 40enne che aveva appena teorizzato il “Fascismo del 2000” fu lestissimo a fiutare il mutar dei venti e a capire che, per sfruttarne la spinta, il vecchio veliero erede della RSI – i cui marinai si chiamavano ancora camerati e si salutavano romanamente – necessitava di un profondo restyling. La metamorfosi fu talmente rapida che nel giro di un anno l’antifascismo divenne un valore fondante per gli ex fascisti riverginati in AN. Le acque passate a Fiuggi (gennaio ’95) furono attentamente esaminate a Washington, Londra e Gerusalemme, che certificarono la perfetta riuscita dell’operazione: anziché l’antica ostilità all’imperialismo anglo-americano, un atlantismo a prova di bomba; niente più destra sociale, e avanti tutta col liberismo imposto da Wall Strett e dalla City; condanna dell’antigiudaismo mussoliniano e virata di 180° verso il fascismo sionista (l’antisemitismo rimaneva, virato però contro i palestinesi e gli arabi in genere). L’ex nostalgico di Salò aveva insomma creato una destra “per bene”, e il plauso dei perbenisti fu entusiastico. Miracolati dopo 50 anni di ghetto, ai suoi non parve vero che si spalancassero le porte del potere e del sottopotere.
Grazie al Cavaliere, che l’ha insediato prima come ministro degli Esteri, poi come vicepresidente del Consiglio e infine come terza carica dello Stato, l’ambiguo e ambiziosisimo numero 2 è arrivato là dove forse puntava fin dall’inizio. Ma il parricidio dev’essere inscritto nel suo destino come qualcosa d’ineluttabile. E dunque, dopo l’abiura dell’eredità ducesca e almirantiana, ecco giunta l’ora di detronizzare il sovrano di Arcore caduto in disgrazia. Da qui l’accelerazione degli ultimi mesi, che vede mister Arrogance prendere ogni giorno le distanze dal suo stesso governo, dal partito di cui pure è co-fondatore, e soprattutto dal leader cui deve tutto.
Poco importa che l’uomo sia sfuggente come un’anguilla e rotante come una banderuola: è abilissimo a recitare le ultime banalità del politically correct. Non per nulla, ai tempi del Fronte della Gioventù, i suoi camerati l’avevano soprannominato «dietro gli occhiali niente», e di lui Craxi diceva che è «un vuoto incartato: dentro, non c’è il regalo». Un bluff ambulante, insomma, uno zero ben confezionato. Ma, proprio per questo è quel che ci vuole per eseguire fedelmente i desiderata d’Oltreoceano: uno che si può tenere saldamente al guinzaglio facendogli pendere sul capo la spada di Damocle del suo passato. I politici ricattabili sono infatti i più “fungibili”: il padrone che li ha gratificati assumendoli come camerieri, nel caso si prendano troppe confidenze può sempre rimetterli al loro posto. Cosa divenuta assai più difficile con un soggetto anomalo come Berlusconi: straricco di suo, senza trascorsi politici da farsi perdonare e con un seguito popolare tuttora vastissimo, non è ricattabile, e dunque risulta inaffidabile.
L’assalto finale al Cavaliere, del resto, è stato candidamente preannunciato da Paolo Guzzanti, che ha rotto col premier accusandolo di aver tradito Washington per vendersi a Mosca. Sul suo blog, l’11/9 scorso, il senatore fuoriuscito dal Pdl scriveva testualmente: «L’ordine è arrivato dagli USA: Berlusconi va eliminato. (...) A me già lo disse chiaro e tondo l’ambasciatore Spogli, che andai a salutare quando lasciò l’ambasciata di via Veneto: “Vogliamo un’Italia che non dipenda dalla Russia come una colonia e non vogliamo che la Russia incassi una somma di denaro di dimensioni mostruose, che poi Mosca converte direttamente in armamenti militari”. Da allora, un fatto nuovo di enorme gravità si è aggiunto: l’Italia ha silurato il gasdotto Nabucco (che eliminava la fornitura russa passando per Georgia e Turchia) facendo trionfare South Stream, cioè l’oro di Putin. Contemporaneamente Berlusconi organizzava la triangolazione Roma-Tripoli-Mosca associando Gheddafi nell’affare. (...) L’operazione è stata preparata con cura attraverso una campagna mediatica di lavoro al corpo di Berlusconi, basato sulle vicende sessuali, sulle inchieste di mafia e sulla formazione, nell’area moderata, di un’alternativa politica a tre punte: Luca Cordero di Montezemolo, Perferdinando Casini e Gianfranco Fini, ciascuno a suo modo e con le sue vie, ma in una sintonia trasparente. (...) Lo scontro è ravvicinato e mortale. La grande manovra è cominciata, le artiglierie già battono il campo». Il giorno dopo, per i duri di comprendonio, Guzzanti aggiungeva due particolari illuminanti: «Le grandi inchieste Mani Pulite sono nate dalla polizia
USA (non dalla Cia, ma dall’FBI)» e «Il nuovo ambasciatore USA David Thorne, che davanti al Senato USA ha spiegato di essere consapevole dei problemi che dividono USA e Italia (oltre al bla-bla-bla dell’amicizia sempiterna), ieri ha reso visita per mezzora a Montecitorio a Gianfranco Fini» (www.paologuzzanti.it ).
E infatti, puntuale come la morte, ecco avvicinarsi il botto definitivo: il 4 dicembre, ossia 17 anni dopo i fatti, il mafioso pentito Gaspare Spatuzza testimonierà che Berlusconi è il mandante degli omicidi di Falcone e Borsellino, nonché delle stragi del ’93 (degli assassinî del mostro di Firenze per ora no, ma non si sa mai).
Ecco perché, algido come un blocco di ghiaccio, impettito come un tacchino, sprezzante e pieno di sé come non mai, Fini è oggi sulla rampa di lancio per una nuova e ben più importante investitura. Piace alla destra laicista e tecnocratica, piace a una sinistra ormai incapace di distinguere una patacca da una pepita, ma soprattutto piace agli USA, decisi a sbarazzarsi d’un miliardario ch’è uscito dal seminato ed è diventato una pietra d’inciampo. E allora fiato alle parolacce demagogicamente proferite di fronte ai giovani immigrati contro chi osa definirli “diversi”, tanto non c’è nessuno a ricordargli che la legge tuttora in vigore contro gli stessi si chiama Bossi-Fini.
Quando avrà fatto fuori il Cavaliere, Fini potrà coronare il suo sogno di gioventù. Se infatti la sua scelta missina fu causata dai sessantottini bolognesi che gli impedivano l’ingresso a un cinema dove si proiettava Berretti verdi, avrà presto di che consolarsi: accolto a braccia aperte dai guerrafondai yankee, per i quali John Wayne è sempre un mito, verrà forse ricevuto alla Casa Bianca, dove siede uno zio Tom che raddoppia l’impegno militare in Afghanistan, apre un nuovo fronte in Pakistan, non chiude Guantanamo e riceve perfino il Nobel per la Pace. Campioni di coerenza, i due sono fatti per intendersi.
Alberto Signorini Blogghete 28.11.2009
BASI USA IN ITALIA
Manlio Dinucci ilmanifesto 19 novembre 2009
La Regione Toscana e i comuni di Pisa e Livorno hanno dato il via, con un accordo di programma e 108 milioni di euro, al riassetto delle vie navigabili interne per «ottimizzare gli interscambi tra i siti logistici della Toscana». Davvero ottima iniziativa. Solo che tra i siti logistici maggiormente interessati c’è la base Usa di Camp Darby, che chiede l’ampliamento del Canale dei Navicelli che la collega al porto di Livorno. Il sindaco di Pisa Marco Filippeschi (Pd) ha chiesto al comando Usa una compartecipazione ai lavori «anche in vista di importanti prospettive dello stesso Camp Darby». Il comando ha «interesse ad allargare la darsena della base militare» così da manovrare due chiatte in contemporanea.
Soddisfatto, il sindaco conferma che «gli americani ritengono questo insediamento molto importante e vogliono continuare a investirci» e che, per tale progetto, c’è «disponibilità sia da parte del Parco che della Regione». Dimentica però lo «smemorato» sindaco del Pd che lo stesso Consiglio comunale di Pisa ha approvato, il 18 gennaio 2007, una mozione per «la dismissione e la riconversione a usi esclusivamente civili di Camp Darby».
La base, che rifornisce le forze terrestri e aeree nell’area mediterranea, africana e mediorientale, sta assumendo crescente importanza nel quadro del potenziamento delle basi Usa in Italia. Ha quindi necessità di velocizzare i collegamenti con il porto di Livorno e accrescere la capienza. Ciò può essere fatto creando, attraverso l’interporto livornese di Guasticce, un indotto che serva al transito e allo stoccaggio di materiali logistici, come gli «aiuti umanitari» della Usaid di cui la base costituisce il maggiore centro in Europa. In tal modo si può liberare, nella base, spazio per il deposito di altri armamenti.
Camp Darby intende quindi irradiarsi nel territorio e, a tal fine, è validamente aiutata dal sindaco Filippeschi che, mentre gioisce per le «importanti prospettive» della base Usa da cui partono le armi per le guerre, promuove un mese di iniziative sul tema «Pisa città per la pace e i diritti umani».

Gli aiuti umanitari USA pronti a partire dal cortile della regione più 'dirittoumanitaria' d'Italia.
RipensareMarx 20 novembre 2009
I mendicanti mendicano, i ladri rubano, le puttane puttaneggiano
(B. Brecht, L’opera da tre soldi)
…E i traditori tradiscono. Apprendiamo con estrema soddisfazione la notizia secondo la quale Massimo D’Alema – detto anche baffino di ferro, colui che da Premier fu in grado di trasformare palazzo Chigi nell’unica Merchant bank dove non si parlava inglese (Guido Rossi) ma si facevano ugualmente gli interessi della finanza anglo-americana; il Condottiero fiero che portava all’arrembaggio fantomatici capitani coraggiosi, col compito di scalare le grandi imprese pubbliche, senza il becco di un quattrino; l’amico intimo dei più scaltri e rampanti banchieri (in Puglia ancora si piange per la Banca 121) che rubavano ai poveri per dare ai ricchi; il più filoamericano dei socialisti ex piccìsti di casa nostra, l’uomo che nel ’99, sempre da Primo Ministro, riuscì a far passare l’aggressione alla Serbia (Cossiga ha più volte dichiarato, senza mai essere smentito, di aver affossato Prodi e di aver favorito l’ascesa di Spezzaferro perché agli americani serviva una specie di “fido” che facesse un lavoretto pulito senza scatenare l’opinione pubblica pacifinta e di sinistra), giustificandosi nella neolingua tipica dei servitori sciocchi dell’impero, come una difesa integrata per ragioni umanitarie; il gran visir di “Sicofantia” che sorrideva e salutava i suoi padroni in visita nella “Provincia” con welcome e bye bye a profusione (altro che politica del cucù di Berlusconi)- non sarà il candidato alla carica di Mr. Pesc del PSE.
Al suo posto i socialisti europei propongono l’inglese Catherine Ashton. Si tratta di una forma di risarcimento alla Gran Bretagna dopo che lo stesso PSE aveva escluso Tony Blair dalla corsa per la presidenza stabile dell’UE. Certo, la motivazione con la quale i socialisti europei hanno fatto fuori D’Alema è ancor più pretestuosa delle ragioni che avevano invogliato Berlusconi & C. a proporlo nel ruolo di “Ministro degli esteri” di Eurolandia.
Il re di Gallipoli non sarebbe presentabile, secondo il capogruppo dei socialdemocratici al parlamento europeo, Martin Schulz, poiché designato da una compagine politica non socialista. Stendo un velo pietoso su questa motivazione per quanto a noi vada benissimo così. Tuttavia non posso esimermi dal fare un altro appunto. Il fatto che i socialisti lascino una carica così importante alla Gran Bretagna, l’unico paese membro che sta solo con un piede in Europa e con entrambe le chiappe ben piazzate nella sua ex-colonia, la dice lunga sulla lungimiranza e sull’autonomia che vestirà la politica estera dell’Unione. Ancora una volta i sinistri, in tutto il continente, si rivelano il ponte levatoio abbassato dal quale passano tutti i nemici dei popoli europei.
Antonella Beccaria - Xaaraan. Intervista a Gianni Lannes. 4 Novembre 2009
Mettetevi comodi prima di iniziare a leggere questa intervista. E fatelo per due ragioni: la prima, preliminare, perché l’intervista è lunga. La seconda perché, proprio per il dettaglio delle risposte, vi racconterà un pezzo di storia che sui giornali leggete di rado. Dovete andare a cercarvela, questa informazione, tra le rare incursioni sui quotidiani nazionali o nelle colonne della stampa quasi di nicchia.
Eppure Gianni Lannes, il giornalista che parla nelle righe che seguono, a qualcuno dà fastidio. Dà fastidio al punto che nei giorni scorsi ha subìto una nuova – e non di scarso rilievo – intimidazione. Come scrisse il giornalista Andrea Purgatori nella sceneggiatura del film Il muro di gomma, il racconto della sua indagine sull’abbattimento del DC9 dell’Itavia sui cieli di Ustica, «la notizia è finita a pagina 16, ma qualcuno l’ha letta». Non occorre conquistarsi le aperture delle prime pagine per dimostrare la propria professionalità. E non occorre conquistarsele nemmeno per vedersi minacciati di morte.
Insomma, prendetevi il tempo che vi serve per leggere quanto vi viene raccontato. Fatelo “a puntate”, nel caso non possiate farlo in un fiato, ma arrivate fino in fondo. Perché ci sono aspetti della vostra vita che non vi vengono raccontati. Eppure qualcuno paga per tutti scontando la “colpa” di ricostruirli, quei fatti. Paga anche per voi.
Un’auto incendiata a luglio, promesse di morte arrivata via mail e nei giorni scorsi l’esplosione della seconda vettura. Ma cosa stai scrivendo che dà così tanto fastidio?
Non ho bisogno e non mi interessa fare pubblicità, ma ho appena pubblicato un libro intitolato Nato: colpito e affondato relativo a una quasi sconosciuta Ustica bis – anche se ne avevo anticipato in sintesi i contenuti esplosivi il 4 novembre 2008 sul quotidiano La Stampa – relativa ai trattati segreti fra il nostro Paese e gli Usa, ma soprattutto l’Alleanza atlantica. Il 2 luglio mi sarei dovuto recare a Napoli per intervistare il professor Giulio Russo Krauss, docente all’Accademia navale di Livorno, all’università Federico II, nonché consulente giudiziario. Ma qualcuno ha pensato bene di disintegrare l’autovettura di mia moglie sotto la mia abitazione sconosciuta ai più.
Un errore di valutazione, un’intimidazione? Un altro dato è certo: 3 giorni prima avevo ricevuto un e-mail con specifiche minacce di morte. Per conto della Rai, o meglio della trasmissione La storia siamo noi del collega Minoli, sto realizzando un servizio televisivo sul caso del peschereccio “Francesco Padre”, legato da un solido filo rosso alla vicenda del Moby Prince, del Cermis, di Ustica e del duplice omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Insomma, roba di poco conto, nell’Italia di papi e delle veline: traffico di armamenti tra Stati, giochi di guerra nei mari italiani, segreti militari, sovranità limitata e perfino smembramento a tavolino della Jugoslavia.
Tanto che proprio recentemente, il presidente del consiglio ha pensato bene di sigillare le nefandezze della Nato che riguardano il Belpaese, addirittura attraverso la promulgazione del decreto 12 giugno 2009, pubblicato con tanto di omissis in Gazzetta Ufficiale il 6 luglio scorso.
Purtroppo, quasi nessuno si è accorto del bel gesto: forse le sedicenti grandi firme dello Stivale erano in vacanza. Il 23 luglio quando ignoti hanno sabotato i freni della mia auto mi sarei dovuto recare alla procura della Repubblica di Trani per la disamina di documentazione giudiziaria attinente gli intrecci appena indicati. Il 5 novembre ho trascorso gran parte della mattinata al tribunale di Lucera (una sorte di porto delle nebbie in scala locale), in provincia di Foggia, per visionare un fascicolo impolverato e dimenticato, concernente il caso della nave nipponica “Et Suyo Maru” abbandonata con il suo carico letale di rifiuti pericolosi il 16 dicembre 1988 nel mare Adriatico.
Infatti recentemente sotto impulso di numerose associazioni del Gargano e dell’opinione pubblica pugliese, ho ripreso le inchieste sulle famigerate navi dei veleni. Del fenomeno avevo iniziato ad occuparmene al termine degli anni ‘80. Nel 1998 (La Nuova Ecologia) e nel 1999 (Avvenimenti), un mensile ed un settimanale a tiratura nazionale avevano pubblicato i miei primi approfondimenti in materia. Nel 2006, dopo 3 anni di lavoro in prima linea per conto del settimanale Famiglia Cristiana, con inchiesta di spessore internazionale, dopo aver concordato con il direttore la pubblicazione di un’approfondita inchiesta sulla delicata questione, ho appreso da colleghi che il mio lavoro non sarebbe mai uscito.
Dunque hai lavorato per nulla?
Così è stato: nel 2006 il noto periodico mi ha pagato una lauta cifra per un’inchiesta scottante affinché rimanesse sigillata in un cassetto. Ho tentato invano di chiedere spiegazioni a don Antonio Sciortino, ma il prete si è rifiutato addirittura di parlarmi al telefono. Così il 23 febbraio 2007 dopo aver ulteriormente approfondito il tema ho pubblicato quel lavoro sul settimanale Left. A dirla tutta, prima ancora sono stato costretto ad abbandonare in tutta fretta Roma, dove ho vissuto e lavorato per lunghi anni, dopo aver pubblicato sul quotidiano Il Manifesto, l’inchiesta “Il secondo omicidio di Ilaria e Miran. Targato Taormina”. Come è noto il penalista di fama a capo della commissione di inchiesta ha sostenuto la inverosimile convinzione che Ilaria e Miran fossero andati a trascorrere le vacanze in Somalia. Purtroppo, per sfortuna dell’avvocato Taormina, ho smontato il suo sgangherato teorema.
Un particolare non ancora pubblicato: qualche anno prima che il principe del foro esternasse urbi et orbi la sua convinzione sul caso, mi era capitato di intervistarlo in più occasioni nel suo studio di via Cesi. In un archivio ben protetto e al sicuro all’estero, è custodita la registrazione delle intervista al legale nella quale ancora prima di presiedere la suddetta commissione parlamentare ed avviare le indagini rivelava al cronista tale tesi preconfezionata.
Perché cercare di ridurti al silenzio?
I moventi per ammazzarmi potrebbero essere innumerevoli: ho tanti nemici, soprattutto istituzionali. Nel settembre 2007, dopo aver mutato rapidamente domicilio ed essermi trasferito da un capo all’altro dell’Italia, ho ricevuto una lettera anonima in cui c’era scritto: “Gianni Lannes sei morto”. Ero a Catania per una conferenza sui disastri di Sigonella (già pubblicati dal mensile Narcomafie e dal settimanale Left) quando ho appreso dalla mia compagna la funerea notizia. Ho prontamente denunciato l’accaduto alla Dda dopo essermi consultato con alcuni magistrati amici e quindi cambiato ancora una volta repentinamente casa.
Dal settembre 2008 sono a contratto con il quotidiano La Stampa e dopo aver pubblicato innumerevoli inchieste di un certo spessore (basta scorrere al dettaglio l’intera annata), ho ricevuto un primo inspiegabile stop dopo aver toccato alcuni interessi del governo italiano in Egitto e poi la Barilla (vedi inchiesta dell’11 ottobre 2008), controllata in parte dalla famiglia elvetica Anda, di noti trafficanti bellici e sono stato congelato. A tale proposito è inquietante l’aver concordato con questo giornale inchieste mai pubblicate: una di queste riguarda il presidente del Senato Schifani. Il cittadino onorario di Corleone ha sponsorizzato in Sicilia, una superstrada inutile e deleteria – già bloccata alcuni anni fa – che farà scempio della bosco della Ficuzza. A dicembre dello scorso anno, quando era in fase di pubblicazione il reportage, il suo segretario personale mi ha invitato alla festa del ventaglio al Senato. Ci sono andato come un pesce fuor d’acqua alla presenza di tanti illustri colleghi che bivaccano comodamente in Parlamento a stagioni alterne. Schifani ha voluto conoscermi, stringermi la mano e chiedermi conto in particolare di questo mio interessamento. Fatto sta che dopo una successiva visita lampo alla redazione del quotidiano torinese (febbraio 2009) quel lavoro come altri concordati non è mai uscito. Dulcis in fundo: l’allora direttore Giulio Anselmi col quale avevo già lavorato al settimanale L’Espresso è stato allontanato con una promozione all’Ansa.
Leggendo ciò di cui ti stai occupando adesso e di cui ti sei occupato in passato, potrebbero essere varie le fonti delle intimidazioni. Tu quali ritieni siano le più probabili?
I moventi riconducibili ai 3 attentati e alla mail intimidatoria potrebbero scaturire da mie inchieste pregresse. Mi sono occupato di traffico di armi a livello planetario e sfruttamento di risorse naturali in Africa (Congo: coltan). E ancora: per conto dei settimanali L’Espresso e Panorama ho pubblicato inchieste sulla Somalia (sequestri di pescherecci oceanici). Ho seguito le guerre in Jugoslavia e il martirio dei profughi. Ho raccontato in diretta la strage della nave albanese “Kater I Rades” affondata da nave Sibilla della Marina militare italiana, nonostante il carico umano. Ho descritto per anni le rotte e gli intrecci affaristici dei trafficanti di esseri umani nel Mediterraneo. Soprattutto mi sono occupato di ecomafie.
Più recentemente, dopo aver dato vita al giornale online Italia Terra Nostra, ho accentrato l’attenzione della mia testata su un fenomeno singolare che ha investito la provincia di Foggia: ben 54 impianti industriali (dai 50 ai 120 milioni di euro a progetto che intercetteranno finanziamenti pubblici) saranno costruiti per produrre energia “rinnovabile”. In teoria niente di strano, ma a ben guardare si tratta di progetti mascherati, ovvero fasulli. È impossibile proporre in Italia la realizzazione di inceneritori di rifiuti senza suscitare la doverosa protesta dei cittadini, conseguenzialmente il cavallo di troia per penetrare nel territorio è la centrale a biomasse di varia potenza termica e natura elettrica.
Che bisogno ci sarebbe di questi impianti?
La Puglia – dati ufficiali alla mano – vanta un surplus energetico del 48 per cento, dunque non ha bisogno di produrre altra energia, anzi non riesce a distribuire efficacemente neanche quella attualmente prodotta a causa della vetustà delle reti. 54 impianti di tale natura – eludendo Via e Vas – se risultano concentrati in un unico territorio che vive prevalentemente di agricoltura e turismo. Vuol dire una sola cosa: nei piani alti del potere hanno deciso che questo angolo del Mezzogiorno sarà trasformato in breve tempo in un inferno industriale. Ecco alcuni esempi a portato di binocolo. Il cosiddetto “termovalorizzatore” che il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia intende costruire – con denaro pubblico – nella più pregiata area agricola dell’intera Puglia, ovvero a Borgo Tressanti (1000 anime di contadini indifesi) senza una rigorosa valutazione di impatto ambientale e valutazione ambientale strategica, come impongono le normative in materia, calpestando la volontà popolare e il semplice buon senso. Oppure il termovalorizzatore delle società Enterra di Bergamo e Stilo a Borgo Eridania (a metà strada tra San Severo e Foggia), a 30 metri dalle case di numerosi bambini e anziani. Oppure a Carapelle, dove la Caviro di Faenza erigerà un’altra “centrale a biomasse” a 500 metri dal paese, contro la volontà popolare già espressa al presidente Vendola, le leggi di protezione sanitaria. L’80 per cento dei comuni dell’antica Daunia ospiterà impianti di tal fatta, sponsorizzati da aziende del nord, sovente infiltrate dalla criminalità organizzata. Ecco un altro documentato riferimento, ovvero il cementificio (una sorta di mega inceneritore a cielo aperto e senza controlli) osteggiato dalla popolazione ad Apricena del gruppo veneto Grigolin (investimento pari a 100 milioni di euro).
Dove ti sta portando tutto questo lavoro?
Sto tentando semplicemente di mandare a monte questi piani speculativi. Il Mezzogiorno non è una colonia. L’hanno scorso, grazie alla mobilitazione popolare che ho suscitato, è stato possibile bloccare la realizzazione di una immensa discarica di rifiuti pericolosi provenienti anche dall’estero – autorizzata illegalmente, come ha poi sanzionato il Tar e il Consiglio di Stato, dalla provincia allora a guida del centro-sinistra col beneplacito della regione – che il patron dell’Agecos Spa (con impianti in Romania, Puglia, Basilicata e Sicilia), tale Rocco Bonassisa (poi arrestato il 4 giugno 2008), stava realizzando, addirittura sulle condutture idriche e i pozzi dell’acquedotto pugliese.
Due episodi non fanno statistica, ma almeno esperienza. Qual è stata la risposta delle forze dell’ordine e della magistratura di fronte agli avvertimenti di cui sei oggetto? Ti verrà assegnata una scorta?
Quando si finisce nel mirino delle mafie istituzionali vuol dire che attraverso l’approfondimento giornalistico si stanno intaccando interessi economici notevoli e sedimentati sul territorio, punti di contatto tra la criminalità organizzata, pezzi delle istituzioni e della politica. Le mafie dai colletti inamidati in odore di massoneria deviata non scherzano. Il prefetto di Foggia Nunziante il 6 novembre ha detto testualmente all’europarlamentare Sonia Alfano che “la scorta non mi serve”. Insomma, devono ammazzarmi affinché poi qualcuno possa retoricamente strapparsi i capelli. Comunque, a filo di memoria, rammento che il marcio è allocato proprio in prefettura. Prove alla mano, basta rileggersi quanto ho scritto e pubblicato – nel settembre 2007 – sul mensile Narcomafie di don Luigi Ciotti, a proposito di tale Michele Di Bari, intoccabile ed eterno vice prefetto. In quella specifica inchiesta giornalistica è spiegato proprio tutto. Ecco perché non intendono proteggermi. Francamente non so a che punto sia l’indagine dell’autorità giudiziaria sugli attentati che ho subito.
Forse è in alto mare o magari è a buon punto. A me non hanno comunicato nulla e nessuno si è fatto vivo, se non un onesto e qualificato ufficiale dei carabinieri il quale mi ha riferito che il mio caso è in fase di valutazione in merito a un’eventuale protezione.
Non ci tengo a fare una vita blindata. Amo muovermi liberamente e poi chi parlerebbe con un investigativo del mio calibro accompagnato dalla scorta? Il nodo cruciale è probabilmente un altro: abbiamo smarrito il buon senso. Al di là del mio caso personale vi sembra normale che interi territori della penisola non siano più controllati dallo Stato? È pacifico che cittadini, magistrati, esponenti delle forze dell’ordine, giornalisti e chiunque faccia quotidianamente il suo dovere debba rischiare la vita? In Italia vi è ancora uno Stato di diritto?
A tutti è noto il caso di Luigi De Magistris, un integerrimo magistrato costretto a gettare alle ortiche la toga perché i poteri forti in seno allo Stato gli hanno impedito concretamente di seguitare a svolgere il suo prezioso lavoro. E la gogna mediatica, ma non solo, a cui è stato sottoposto Gioacchino Genchi, già valido collaboratore di Giovanni Falcone, appartiene già al passato remoto di un Paese allo sbando sociale e politico? E il defenestramento dal Corriere della Sera di Carlo Vulpio solo perché ha toccato nervi scoperti come lo spieghiamo?
Quale invece la reazione dei colleghi, degli altri giornalisti? E delle tue fonti, delle persone con cui sei in contatto per scrivere le tue storie?
A parte gli amici, soltanto i colleghi del TG 3 nazionale della Rai hanno realizzato un servizio sulla mia vicenda. Tanti altri pennivendoli hanno preferito il silenzio assordante.
Per fortuna, le mie fonti informative non si lasciano intimidire. Col tempo mi sono conquistato fiducia e credibilità professionale in Italia e soprattutto all’estero: i colleghi di Der Spiegel – il più importante settimanale d’inchiesta attualmente operativo in Europa – e gli amici di Libération sono sconcertati dalla disattenzione della categoria.
Nella provincia, lontano dai riflettori dei media nazionali, capita spesso che i cronisti siano oggetto di intimidazioni? Di recente si è parlato del caso di Calabria Ora e del suo direttore, Paolo Pollichieni, oppure di Pino Maniaci e di Telejato. L’impressione però è che emerga solo una minima parte della pressione a cui sono sottoposti i giornalisti che lavorano alla periferia dell’impero. È corretto?
Esistono numerosi bravi colleghi assolutamente non famosi che solcano le periferie del Belpaese in assoluta solitudine. Praticano sul campo questo nobile mestiere e spesso lavorano senza guadagnare granché, anzi ci rimettono, come tanti free lance, i più sfruttati in assoluto. Non ho mai sentito né visto l’ordine professionale prendere posizione. Solo a scrutare la Sicilia potrei citare il caso di Gabriele Orioles e Graziella Proto, oppure Federico Orlando o Dino Paternostro e Lirio Abbate.
A qualcuno hanno bruciato l’auto. Ad altri hanno fatto una telefonata. Alcuni sono stati selvaggiamente picchiati o minacciati a mano armata. In questi ultimi 5 anni i segnali di insofferenza nei confronti di cronisti impavidi o ficcanaso ce ne sono tanti, troppi.
Al di là dei temi che stai seguendo tu e delle conseguenze che subisci, quali sono al momento secondo te i temi che la stampa nazionale dovrebbe trattare e invece non racconta?
L’agenda dei mass media in Italia è dettata attualmente in massima parte in Italia dai potentati finanziari che influenzano anche la politica e siedono nei consigli d’amministrazione editoriale, non solo direttamente nelle redazioni che contano. Il conflitto di interessi del presidente Berlusconi è certo eclatante, ma dov’era l’opposizione quando l’unto del signore ha assemblato in un baleno un partito di sudditi a suo uso e consumo e si è candidato?
La carta stampata, quando non è imbottita miseramente di pubblicità, è fotocopia indecente di pseudo narrazioni. La tv è anche peggio. I giornali italiani arrivano sempre ridicolmente in ritardo, sempre a fatti compiuti, a rimorchio degli eventi. Indosso gli abiti del lettore medio (su dieci cittadini, uno soltanto legge i quotidiani): ci fanno assistere solo all’ultimo atto della tragedia, e l’eccitazione si spegne presto, in attesa della prossima catastrofe ventura. Altro che specchio della realtà come dovrebbero essere gli organi di informazione. Ogni giorno va in onda e in pagina la disinformazione, con qualche modesta eccezione.
Quello che preme, a cui dedicare pagine e pagine, è il chiacchiericcio politico, la cronaca del palazzo per lo più basata sul nulla. I giornalisti dovrebbero tornare a calcare il territorio, ad ingoiare polvere come facciamo noi free lance, tanto per cominciare. Non si può lavorare comodamente dietro una scrivania e cucinare pezzi copia e incolla. È ridicolo, oltreché vergognoso. E poi lo sfruttamento dei giovani pagati in nero, quando sono fortunati e magari dopo tre mesi, con compensi da fame. Dove sono i sindacati e la casta dell’Ordine?
Ecco un altro esempio documentato. Ad aprile sono stato tra i primi a raggiungere nel cuore della notte l’Abruzzo martoriato dal terremoto. Per una settimana ne ho scritto per La Stampa. In quel frangente alcuni colleghi del Corsera mi hanno chiesto di realizzare dei servizi fotografici per corredare il loro lavoro. Così è stato. Mi sono fidato sulla parola. Risultato: il Corriere della Sera ha pubblicato le mie foto, ha omesso il mio nome e a tutt’oggi non mi ancora neppure pagato. Recentemente ho scritto al direttore De Bortoli, ma niente. A costo di essere irriso come ingenuo, provo a indicare sommariamente cosa dovrebbe finalmente capire la nostra cultura e come dovrebbe comportarsi la stampa. Serve a poco l’informazione accidentale, improvvisata e sussultoria: è necessario che la stampa dia un’informazione costante e incessante, assumendo un compito formativo, orientativo, educativo, oserei dire pedagogico dell’opinione pubblica e di stimolo fortemente critico verso politicanti e amministratori pubblici.
Quanto c’entra l’autocensura in questo caso? Quanto la solitudine, la paura per la propria incolumità fisica e per quella delle proprie famiglie finisce con lo zittire i giornalisti?
Nel mio caso l’autocensura non ha alcun significato. Se non fossi stato in grado di difendermi anche dalle aggressioni fisiche e perfino a mano armata non sarei ovviamente ora a discuterne, ma in un ridente camposanto o sotto forma di cenere in mare. Pesa più di tutto la solitudine, il vuoto attorno, anzi il deserto. Gli affetti delle famiglie hanno il loro peso specifico, ma non credo che il timore di ritorsioni riesca a zittire i giornalisti autentici. Un dato oggettivo: i giornalisti italiani non godono di alcun tipo di protezione, nemmeno dal rispettivo ordine professionale e meno che meno dallo Stato; eppure sono sulla carta il quinto potere.
Perché tu non te ne stai zitto, come molti altri, non obbedisci alle regole non codificate del silenzio, tiri a campare (magari pure meglio)? Sei un eroe? Saviano diceva davanti alla telecamera di Carlo Lucarelli parlando dei casalesi: «Sì, ce l’ho con loro, è un fatto personale. Hanno avvelenato e offeso la mia gente. E sì, scrivo per rancore, perché così facendo vogliono rovinare anche la mia vita rovinando quella della mia terra». Qualcosa del genere lo pensi anche tu?
È impossibile mettermi a tacere. Basterebbe scorrere il dna della mia famiglia. Sono nato in Italia, ma la mia discendenza è francese. Un mio antenato, Jean Lannes, di umili origini si è guadagnato i galloni sul campo combattendo al fianco di Napoleone. Il generale Lannes è sepolto al Pantheon accanto a Voltaire e Rousseau, tra i grandi di Francia. Gli amici d’Oltralpe mi hanno offerto ospitalità e protezione, ma io resto nel Gargano dove sono nato e non mi trasferirò in Corsica o nel boulevard Lannes di Parigi, dove sarebbe agevole vivere e lavorare alla luce del sole. Sono un uomo che non si piega ai compromessi.
L’anno scorso ho fatto arrestare un ras delle ecomafie (Rocco Bonassisa) che aveva tentato di comprare il mio silenzio con 600 mila euro e la testa di alcuni politicanti corrotti. L’ho denunciato e fatto incastrare dalla Guardia di Finanza. Sono abituato a combattere in prima linea. Nel 1993 da solo ho bloccato la realizzazione di una superstrada che avrebbe massacrato il promontorio garganico.
Non sono un eroe e non temo la morte. Tante volte, soprattutto durante l’assedio di Sarajevo, l’ho sfiorata. Ho vissuto sotto i miei occhi carneficine di esseri umani e habitat naturali. Ho paura, certo non sono un automa, ma solo dell’incomprensione umana in questo tempo del disamore. Scrivo per passione, per amore della verità, anche se l’obiettività è solo un mito a cui tendiamo. Appartengo a una specie in via di estinzione. In Italia non esistono più editori puri e non si investe realmente in questo tipo di attività, soprattutto per i conflitti di interesse dei padroni del vapore.
Continuerai a fare il tuo lavoro? Sei sempre dell’idea che ne vale la pena?
Sono innamorato del giornalismo: ho fatto tanta gavetta, mai raccomandato, anzi. Faccio fatica a far quadrare i bilanci economici perché pagano dopo mesi, eppure non saprei rinunciare a questa vita professionale. Non mollerò mai. Se pensano di intimidirmi così, perdono tempo. Possono soltanto ammazzarmi. Devono però colpire solo me, magari al cuore e lasciare in pace la mia famiglia, tanto le istituzioni rimangono assenti e silenti. Allora: su la testa.
Nato: colpito e affondato
La tragedia insabbiata del Francesco Padre
Gianni Lannes La Meridiana Pagine 224 Anno 2009 ISBN 978-88-6153-108-6 € 15,00 €

Il 4 Novembre del 1994 nell'Adriatico orientale cinque uomini e il loro cane pescano come sempre. Il "Francesco Padre", la loro barca, ora è un rantolo contorto e i loro corpi giacciono in fondo al mare. La vicenda rientra tra quelle su cui vige il segreto di Stato. Quella notte, in quelle acque, era in corso l'operazione della Nato "Sharp Guard".
È bastato che in un’intervista il neosegretario del Partito Democratico, Luigi Bersani, indicasse come sua priorità il lavoro, che immediatamente Walter Veltroni lo ammonisse a non tornare indietro, cioè a non farsi venire tentazioni di tipo socialista.
La cosa può far sorridere, se si pensa che Bersani si è sempre distinto come alfiere delle privatizzazioni, in questo secondo soltanto al principe della sedicente “libera concorrenza”, cioè Giuliano Amato. Bersani è un uomo della Lega delle Cooperative, che, anche grazie a lui, gestisce gli appalti pubblici del Centro-Nord Italia, insieme con la Compagnia delle Opere di Comunione e Liberazione. Bersani ha sempre spinto per la cessione in mani private di una serie di servizi pubblici, perciò da ministro, sin dal 1999, ha cercato di smembrare l’Enel e di limitarne il monopolio, favorendo i privati o le municipalizzate delle città del Centro-Nord. Avrebbe volentieri proseguito su questa strada, se la caduta dell’ultimo governo Prodi non lo avesse bloccato.
In realtà Bersani non pensa ad una politica socialista, ma ad una politica che vada a favore di quella piccola e media impresa organizzata di cui è emissario, perciò deve prendere in considerazione quelle misure che consentano un rilancio del mercato interno; non ultima la possibilità di abolire la Legge 30, conosciuta dai media come Legge Biagi (non perché l’economista ucciso dalle presunte BR l’abbia davvero ideata e stilata, ma solo perché la sua icona di vittima del terrorismo è servita a rendere intoccabile la legge). La Legge 30 ha sortito in questi anni i risultati prevedibili: non solo ha scoraggiato le produzioni ad alta tecnologia, favorendo le attività di commercializzazione di prodotti esteri, ma ha soprattutto depresso il mercato dei beni durevoli, poiché i precari non possono permettersi di comprare case, e neppure automobili, elettrodomestici e mobilio. Verso la fine del 2006 sembrò che il governo Prodi fosse deciso a modificare la Legge 30, e persino la Confindustria sembrava pronta a lasciar fare, salvo riservarsi la sua solita propaganda vittimistica, utile ad estorcere al governo altri favori.
In quell’occasione a fermare la revisione della Legge 30 fu però l’alt di Walter Veltroni, ancora sindaco di Roma, ma già segretario in pectore del costituendo Partito Democratico, molto prima che la sceneggiata delle elezioni primarie lo sancisse ufficialmente.
Veltroni prese le difese della Legge 30, ed arrivò ad intitolare a Marco Biagi una strada della Capitale. In quei mesi Veltroni era tutto impegnato nella sua campagna per liquidare il socialismo, con una profondità di argomentazioni che lascia ancora ammirati. Secondo Veltroni, infatti, il socialismo appartiene al ‘900, e dato che siamo negli anni 2000, non si può più essere socialisti. Evidentemente nessuno ha ancora avvisato Veltroni che il liberalismo, come ideologia, è nato nel ‘600, mentre il liberismo nel ‘700, perciò il socialismo può ritenersi molto più fresco.
Ma le stupidaggini di Veltroni non sono altro che la traduzione in “storichese” dei consueti slogan del Fondo Monetario Internazionale, che impongono immancabilmente l’abbassamento del costo del lavoro e la compressione dei consumi interni. Sin dal 1946, anno della sua costituzione, il FMI ha una sola convinzione: che tutti i Paesi vivano al di sopra dei loro mezzi, non conta quanto siano affamati, perciò devono essere disposti a far sacrifici e lavorare sodo. Insomma, il FMI vuole che tutti i Paesi siano poveri, altrimenti le multinazionali non possono entrarvi a fare il proprio comodo. La filosofia colonialistica del FMI ritiene che la povertà costituisca il principe dei business, perché, da che mondo è mondo, depredare i poveri risulta molto più agevole che depredare i ricchi. Dunque la Legge 30 mirava alla pauperizzazione, ed ha raggiunto lo scopo.
In base a questi criteri, Bersani può essere considerato un pericoloso socialista, e non perché sia tale, ma solo perché è legato ad imprese che ricaverebbero un vantaggio da un rilancio della domanda interna. Veltroni non ha di questi legami, poiché è, a tutti gli effetti, un uomo del FMI e delle multinazionali. Uno sradicato come lui era riuscito ugualmente ad impadronirsi del Partito Democratico, perché ha potuto galleggiare sull’onda dei media, che sono tutti controllati dalle multinazionali.
Ad esempio, negli anni ’90 nessun giornale italiano prese posizione contro lo smembramento della Jugoslavia, che pure costituiva uno dei principali mercati dei prodotti italiani. Sui giornali e nelle televisioni erano solo gli interessi delle multinazionali anglo-americane e tedesche a fare opinione, e chi si opponeva era considerato comunista, anche se il suo unico intento era di vendere in Jugoslavia i propri prodotti.
Da quale tema sono occupati oggi i media? Dall’emergenza criminalità al Sud, che, non a caso, Veltroni considera la “prima emergenza nazionale”, altro che lavoro. Veltroni pensa in realtà all’emergenza delle multinazionali, poiché sono queste a volersi impadronire - attraverso la loro longa manus delle Organizzazioni Non Governative - di una serie di servizi pubblici e di beni culturali al Sud, ufficialmente per sottrarli alla criminalità organizzata, quindi “a fin di bene”. Che poi la criminalità organizzata sia più presente proprio laddove risulta maggiore la concentrazione di insediamenti militari statunitensi, costituisce per i media un dettaglio insignificante, anzi irriferibile.
La maggiore potenza comunicativa del colonialismo rispetto alle normali forme di corruzione legate al territorio - come appunto quella della banda Bersani -, non è dovuta ad una semplice superiorità quantitativa, cioè ad una maggiore disponibilità di mezzi di comunicazione, ma è l’effetto di un vero e proprio salto di qualità nella comunicazione. Tutti fanno propaganda e ognuno tira l’acqua al proprio mulino, ma le potenze coloniali non agiscono in termini di semplice propaganda, bensì di guerra psicologica, in termine tecnico: psywar. L’esistenza della psico-guerra non costituisce un segreto di Stato e neppure un segreto militare, ma solo un segreto giornalistico, nel senso che i media, pur avendo a disposizione sull’argomento una massa di informazioni, anche di carattere ufficiale, si guardano bene dal parlarne; altrimenti non si potrebbe più far passare da paranoici quelli che dubitano delle versioni ufficiali.
Il falso documento visivo costituisce, ad esempio, un espediente che è stato inventato dalle agenzie di guerra psicologica; uno strumento che riesce a spiazzare completamente le normali tecniche comunicative, drammatizzando a dismisura il messaggio. Quest’anno cade l’anniversario della caduta del Muro di Berlino, e le televisioni stanno riproponendo uno di quei falsi “classici” della psywar, cioè il famoso filmato dei presunti cittadini berlinesi che si gettano dalla finestra per oltrepassare il confine di Berlino Est.
Un altro vantaggio della psywar coloniale rispetto alla normale propaganda consiste nell’uso di tecniche tipiche delle forze di occupazione, come il reclutamento di competenze sul campo. Tutto ciò può essere realizzato a costi bassissimi, poiché non sempre - anzi, quasi mai - si tratta di agenti regolarmente pagati, ma di volontari sfruttati per mezzo delle loro aspettative di carriera e di inserimento ad alti livelli. I due video circolati in questi ultimi tempi su omicidi commessi a Napoli tra l’indifferenza dei passanti, smascherano la loro natura di falsi proprio per la strana omogeneità di stile e di temi che presentano; ma è anche probabile che il regista, o i registi, che li hanno confezionati abbiano lavorato gratis o quasi, solo per la speranza di potersi inserire in un grosso giro.
Lo stesso vale per i disturbatori della comunicazione antagonista su internet, che intasano i forum prendendo a bersaglio i detrattori delle versioni ufficiali, da quella sull’11 settembre a quella sulla funzione delle banche centrali. Anche in questo caso non bisogna pensare all’agente della CIA, regolarmente stipendiato, che svolge la sua routine di provocatore; al contrario si tratta di volontari o di precari della provocazione in ambito psywar, che lavorano ed esercitano creativamente le loro competenze comunicative, inventano slogan, adottano sigle e nomi diversi che gli consentono di creare l’illusione di un vero e proprio contradditorio; ma tutto questo senza percepire veri compensi, bensì soltanto per mettersi in evidenza di fronte ai propri committenti, e nella speranza di poter accedere ad un vero rapporto di lavoro.
È la stessa cosa che avviene quando si inducono ragazze desiderose di entrare nel mondo dello spettacolo a sottoporsi gratuitamente a provini, che, in quanto tali, non sono compensati, ma poi vengono ugualmente utilizzati e venduti come materiale da trasmettere e diffondere.
Una delle esponenti più in vista della psywar è oggi Milena Gabanelli, in prima linea nell’aprire la strada al business delle ONG anglo-americane nel Sud d’Italia, da lei presentato come un territorio in avanzato stato di degenerazione materiale e morale, quindi da “salvare”. Ebbene, la Gabanelli è a tutt’oggi una precaria, poiché questo significa realmente la espressione “free lance”, cioè una lavoratrice senza contratto stabile, usa e getta.
La psywar coloniale quindi non ha bisogno di comprare e pagare, ma sfrutta le aspettative e le speranze dei tanti che aspirano a vendersi.
Comidad 12.11.2009
Le conclusioni dello studio aprono un dibattito ideologico
La rivista Lancet: nell'Est la mortalità è aumentata del 13% per le privatizzazioni
Quanti morti può fare una privatizzazione? O meglio — se un conto si può fare — quante vite è costato il passaggio dal comunismo al capitalismo? E ancora: si può conteggiare l'effetto delle ricette economiche che quella transizione l'hanno dettata negli eltsiniani (e clintoniani) anni Novanta? Il conto è stato fatto. Pubblicato su una delle più prestigiose riviste di medicina internazionali, l'inglese Lancet, 4 anni di lavoro, modelli matematici complessi, basandosi sui dati del'Unicef dal 1989 al 2002. La conclusione: le politiche della privatizzazione di massa nei Paesi dell'ex Unione Sovietica e nell'Europa dell'Est hanno aumentato la mortalità del 12,8%. Ovvero, hanno causato la morte prematura di 1 milione di persone.
Non che, finora, qualche stima non fosse stata fatta. L'agenzia Onu per lo sviluppo, l'Undp, nel '99 aveva contato in 10 milioni le persone scomparse nel tellurico cambio di regime, e la stessa Unicef aveva parlato dei 3 milioni di vittime. Lo studio di Lancet (firmato da David Stuckler, sociologo dell'Oxford University, da Lawrence King, della Cambridge University e da Martin McKee, della London School of Hygiene and Tropical Medicine) invece parte da una domanda diversa: si potevano evitare tante vittime, e sono da addebitare a precise strategie economiche? La risposta è sì. Ed è la «velocità » della privatizzazione che — secondo Lancet — spiega il differente tasso di mortalità tra i diversi Paesi. Si moriva di più dove veniva adottata la «shock therapy»: in Russia tra il '91 e il '94 l'aspettativa di vita si è accorciata di 5 anni. Nei Paesi più «lenti », invece, come Slovenia, Croazia, Polonia, si è allungata di quasi un anno.
Grazie, signor Jeffrey Sachs. Perché se gli operai inglesi negli anni '80, come nel film di Ken Loach, «ringraziavano» la signora Thatcher, gli operai delle fabbriche chiuse dell'Est devono (in parte) la loro sorte al geniale economista americano, consigliere allora di molti governi dell'Est. E infatti il signor Sachs ha risposto piccato, con una lettera al Financial Times. Ma quel «milione di morti» ha ormai accesso il dibattito ai due lati dell'Oceano, sulle pagine del New York Times e nei blog economici. «S'è scatenata — risponde da Oxford David Stuckler — una rissa ideologica, ma noi non volevamo infilarci in un dibattito politico. Volevamo puntare l'attenzione sui rischi sociali. E poi, il nostro non è un attacco alla shock therapy, tant'è che analizziamo solo le privatizzazione, non le liberalizzazioni o le politiche di stabilizzazione».
E il signor Sachs? Contesta i numeri. Dice, all'Ft, che «dove sono stato consigliere, come in Polonia, non c'è stato nessun incremento della mortalità». E il caso russo, dove sono state «vendute 112mila imprese di Stato» dal '91 al '94 contro le 640 della Bielorussia, e i tassi di mortalità sono 4 volte maggiori? Colpa delle diete russe, dice Sachs, ma più ancora del crollo dell'impero, «degli aiuti negati dagli occidentali a Mosca», «tanto che nel '94 mi sono dimesso» da consigliere del Cremlino*. Non rinuncia all'occasione di seppellire Sachs il suo vecchio nemico, il Nobel Joseph Stiglitz. «Lancet ha ragione, la Polonia è stata un caso di politiche graduali. Quanto alla shock therapy, guardando indietro, è stata disastrosa. Pura ideologia, che ha distorto delle buone analisi economiche».
C'è un altro dato che emerge nella ricerca. Il legame disoccupazione-mortalità nell'ex Unione sovietica. «Il perché è evidente: erano le fabbriche che spesso garantivano screening medici», dice Stuckler. Con la loro chiusura nell'ex Urss è crollato anche il sistema sociale. Numeri impressionanti di morti per alcol, di suicidi. «Mentre dove c'era una forte rete sociale — come nella Repubblica ceca in cui il 48% delle persone faceva parte o di un sindacato o va in Chiesa — l'impatto è stato quasi nullo».
Il sociologo Grigory Meseznikov, uno dei più apprezzati politologi dell'Europa dell'Est, risponde al telefono al Corriere che «sì, sui ceti inferiori l'impatto è stato forte. Ma poi, accanto ai danni immediati, bisogna valutare i benefici e l'impatto positivo a lungo termine». A Lubiana, il sociologo Vlado Miheljak, invece, ricorda che «tra i motivi del successo sloveno, a parte la maggiore integrazione con l'Ovest, c'è stata soprattutto la lentezza. Allora tutto il mondo ci criticava perché non privatizzavano come i cechi, come gli ungheresi. Invece probabilmente, è stata la nostra salvezza».
Mara Gergolet Corriere 23 gennaio 2009

*Ma solo dopo aver concluso il compito per cui era stato inviato in Russia: distruggere il più possibile.
Reuters 9 Nov 09
Nelle fitte foreste dell'incantevole isola di Persin, nel Danubio, ultimo rifugio dell'aquila di mare in estinzione e del cormorano pigmeo, si trovano gli orribili resti di un campo di concentramento di epoca comunista. Tra il 1949 e il 1959, nel campo di Belene, centinaia di "nemici del regime" sono morti per le torture, la malnutrizione e lo sfinimento, e i loro corpi sono stati dati in pasto ai maiali.*
Vent'anni dopo la caduta del comunismo, Belene è un posto ormai dimenticato e soltanto una piccola targa di marmo ne ricorda la storia. Mentre la nostalgia del passato cresce nel piccolo paese balcanico e nell'ex blocco sovietico.
Il fallimento del capitalismo nel migliorare le condizioni di vita (della popolazione), nell'imporre lo stato di diritto e nell'arginare la corruzione dilagante e il nepotismo ha aperto la strada a ricordi irreali del tempo in cui il tasso di disoccupazione era a zero, il cibo era economico e la sicurezza sociale era alta.
"Le cose negative sono state dimenticate", dice Rumen Petkov, 42 anni, un tempo guardia e oggi impiegato nell'unica prigione che ancora funziona sull'isola di Persin. "La nostalgia è palpabile, soprattutto tra i più anziani" dice, davanti ai muri in rovina di un'altra galera aperta sul posto dopo che il campo di concentramento venne chiuso nel 1959. I comunisti qui, negli anni Ottanta, vi hanno rinchiuso decine di persone di etnia turca, che si erano rifiutate di 'bulgarizzare' i propri nomi.
Alcuni ragazzi della povera cittadina di Belene, unita all'isoletta da un pontile, rievocano il passato: "Un tempo vivevamo meglio", dice Anelia Beeva, 31 anni. "Andavamo in vacanza al mare e in montagna, c'erano abiti, scarpe e cibo in abbondanza. Mentre adesso spendiamo quasi tutto il nostro stipendio in generi alimentari. Quelli che hanno una laurea sono disoccupati e se ne vanno all'estero", aggiunge.
In Russia, negli ultimi anni hanno aperto molti ristoranti che si ispirano al periodo comunista, soprattutto a Mosca: molti organizzano "serate della nostalgia", in cui i giovani si vestono da pionieri, la versione sovietica dei boy scout e delle guide, e ballano i classici del periodo comunista. Champagne sovietico e i cioccolatini "Ottobre rosso" rimangono i più richiesti per festeggiare i compleanni. In estate, in tutto il paese s'incontrano magliette e cappellini da baseball con la scritta "Urss". A fronte di un desiderio piuttosto scarso di riportare in vita il vecchio regime davvero, l'apatia è un risultato concreto, dicono gli analisti.
"Il più grande danno prodotto dalla nostalgia è quello di assorbire, esaurendola, l'energia (che dovrebbe essere destinata) ad un effettivo cambiamento", ha scritto il sociologo bulgaro Vladimir Shopov sul sito "BG History".**
DISINCANTO
Nei paesi ex comunisti dell'Europa orientale, c'è un diffuso disincanto nei confronti della democrazia e i sondaggisti dicono che la sfiducia nei confronti delle elite che li hanno resi cittadini dell'Unione Europea è impressionante. Un sondaggio regionale svolto a settembre dal centro di ricerca americano Pew ha evidenziato che in Ucraina, Bulgaria, Lituania e Ungheria c'è stata una drastica caduta della fiducia nella democrazia e nel capitalismo.
Il sondaggio ha fatto emergere che soltanto il 30% degli ucraini si dice a favore del passaggio alla democrazia, quando nel 1991 era il 72%. In Bulgaria e Lituania, il crollo (del numero di coloro favorevoli al cambio di regime) si è fermato poco sopra la metà della popolazione, quando nel 1991 i tre quarti degli abitanti erano favorevoli (alla transizione).
Le analisi elaborate dall'organizzazione americana per i diritti umani Freedom House*** confermano l'arretramento o la stagnazione per quanto riguarda (la lotta alla) corruzione, la capacità di governo, l'indipendenza dei media e la società civile nei nuovi membri Ue. La crisi economica globale che ha colpito la regione e ha messo fine a sei-sette anni di crescita, sta mettendo in crisi i rimedi del capitalismo neoliberalista prescritto dall'occidente. Le speranze di raggiungere il tenore di vita dei ricchi vicini occidentali sono state rimpiazzate da un senso di ingiustizia, provocato dall'allargarsi della forbice tra ricchi e poveri.
Secondo un sondaggio svolto a ottobre da Szonda Ipsos, in Ungheria, uno dei paesi più colpiti dal peggioramento economico, il 70% di quelli che nel 1989 erano già adulti confessa di esser rimasto deluso dai risultati del cambio di regime.
Gli abitanti dei paesi dell'ex Jugoslavia, segnati dalle guerre etniche degli anni Novanta e non ancora ammessi nell'Unione Europea, coltivano nostalgie del periodo socialista di Josip Tito, durante il quale -- diversamente da quanto accade oggi -- per loro era possibile viaggiare in Europa senza bisogno di visti.
"All'epoca tutto era meglio di oggi. Non c'era la criminalità di strada, i posti di lavoro erano sicuri e i salari erano sufficienti per garantire una condizione di vita decente" dice Koviljka Markovic, 70 anni, pensionato belgradese. "Io oggi con la mia pensione di 250 euro al mese riesco a malapena a sopravvivere".
*Anche quando devono dire la verità, gli scribacchini e gli sciacquapalle dei padroni 'liberali e democratici', quelli che ogni tanto s'inventano le kermesse di piazza per la 'liberta di parola' (ma solo la loro), devono fare atto di fedeltà, smerciando queste miserabili loro marchette (i comunisti devono continuare a mangiare bimbetti).
** Tipico esponente dell'intellettualità: dissidente sotto il socialismo, connivente sotto la mafia dei saccheggiatori del proprio paese.
*** Agenzia di propaganda della CIA/Pentagono. Molto apprezzata da grillini, democretini e altri rifiuti umani.

La 'caduta dell'orrido muro comunista' è una sconfitta dell'occidente-accidente, vent'anni di potere assoluto fallimentare, e del relativo democretinismo di centro-sinistr-destr, global-noglobal (ma sempre imperialista nell'animo).
Cosa ha significato il 'crollo del muro'? Il macello jugoslavo, libertà delle ragazze romene di sollazzare, dai marciapiedi, gli evoluti democretini occidentali, il tentativo di distruggere ciò che rimaneva dell'URSS (Russia), i taliban-Usama-babau-Ladin, il Potlasch e altre cretinerie pseudoriformistiche.
Per fortuna, il sistema trionfante (de)generato da questo evento pseudoepocale, il '1989', ha avuto quasi vent'anni di potere assoluto, sul mondo, per dimostrare il suo fallimento totale: guerre, crisi, repressione-depressione, e come cantano i RedHot Chili Peppers, la pornograficazione del mondo (Californication).
Ora i rottami democretini, aizzati dal loro ultimo feticcio, il mezzosangue (nonchè figlio di una macellaia della Cia), Obama-Banana, tentano gli ultimi assalti: Afghanistan, Pakistan, Iran, Ucraina, Georgia, Honduras.
La maschera muta, il volto resta.
Il mondo defecato dall'89 è finito; i buoni democretini e gli imperial global-noglobal, si stanno togliendo dalle palle (mai troppo velocemente), e i 'cattivi' islamonazionalcomunisti-russocinoiraniani-eurasitici, avanzano.
Forse, il Mondo, per una volta, vincerà.
Gianni Minà 06 Novembre 2009
Nella notte tra giovedì e venerdì 6 il governo golpista hondureño, al potere dal colpo di stato dello scorso 28 giugno, si è dimesso. Non lo ha fatto però per restituire il potere al presidente legittimo Mel Zelaya, come previsto dagli accordi, ma per arrivare a un governo di unità nazionale sul quale vorrebbe ancora mettere la sua ipoteca il dittatore di Bergamo Alta. Nelle dimissioni vi sono almeno due trappole che contengono l’intenzione di Micheletti di continuare a gestire il processo elettorale. Il parlamento non ha votato, come stabilito negli accordi, la restituzione di Zelaya e, secondo il portavoce e Sottosegretario alla presidenza del governo di fatto, Rafael Pineda Ponce, la cosa più logica sarebbe “che don Roberto Micheletti, essendo il presidente costituzionale della nazione, fosse anche il capo del gabinetto di Unità nazionale” che dovrebbe decidere se e quando il presidente legittimo Manuel Zelaya debba riprendere il proprio posto fissando la data del voto parlamentare.
Pineda Ponce conferma che Micheletti ha richiesto e almeno in parte ricevuto dai candidati alle elezioni presidenziali, tuttora in programma tra 22 giorni, una lista di nomi di candidati a posti di ministro per un governo che dovrebbe durare poche ore. Mel Zelaya non ha invece inviato alcuna lista di nomi.
Se la formazione del governo è pleonastica non viola gli accordi della scorsa settimana. Dove la divergenza è totale è per quanto concerne il rientro in carica di Zelaya che per quest’ultimo doveva essere al massimo entro giovedì prossimo “altrimenti ogni accordo sarebbe da considerare decaduto” e che per il governo golpista uscente non avrebbe una data precisa e quindi il governo di Unità nazionale potrebbe proseguire almeno fino a ridosso delle elezioni presidenziali.
Paradossalmente è Micheletti ad avere ancora più carte nelle sue mani. Dopo aver tardato mesi per accettare che fosse il parlamento a votare il ritorno di Zelaya adesso, anche dimettendosi, sta ritardando questo voto il più possibile. Alla chiusura di questo articolo non è possibile fare un quadro su chi, in queste condizioni, effettivamente possa appoggiare il governo di Unità nazionale sotto l’ipoteca di Micheletti e ritardando ulteriormente il ritorno di Zelaya e se non siamo, al contrario, al riprecipitare della crisi honduregna.
Che il Dipartimento di Stato esprima «disappunto» in ordine a una sentenza resa da un giudice italiano, è un fatto tutt'altro che banale. Nel linguaggio delle cancellerie, quello che un portavoce governativo usa in una dichiarazione che si riferisce a uno Stato straniero, il termine disappunto denota a dir poco una notevole irritazione.
E francamente, l’intera vicenda giudiziaria seguita al rapimento di Abu Omar e, soprattutto, la circostanza che gli imputati americani abbiano subito condanne rilevanti (fino ad otto anni di reclusione per Robert Seldon Lady, l’imputato maggiore ed ex capo della Cia di Milano) mentre i principali imputati italiani ne escono indenni grazie alla segretazione imposta dal governo italiano, è difficile da spiegare all’opinione pubblica americana. La sentenza pronunciata dal giudice italiano sarà perfettamente corretta ma a un americano appare tendenziosa, se non inverosimile. I commenti subito apparsi nei media d'Oltreoceano lo dimostrano d’altronde ampiamente.
Di questa prevedibile reazione dell’opinione pubblica il Dipartimento di Stato si fa dunque interprete. Ma va detto che l’irritazione di Washington ha origini più lontane e più profonde. Il sistema cosiddetto della «rendition», cioè la pratica di prelevare dovunque esse si trovino persone gravemente indiziate di essere in via di preparare atti terroristici e proteggere così la popolazione civile, è nata ed è stata teorizzata sotto l’amministrazione Bush nei momenti più drammatici della lotta al terrorismo. La reazione italiana a questa pratica è stata nel passato, come ben sappiamo, ambigua: di comprensione da parte degli organi preposti alla sicurezza, di rigetto da parte della maggioranza della classe politica e anche di buona parte dell’opinione pubblica e di silenzioso ma non esplicito assenso da parte del governo.
La sentenza di Milano sancisce che, per l’ordinamento italiano, tale pratica è inammissibile, che era illegittima nel passato e che tale resterà nel futuro. Se tra gli organi preposti alla sicurezza dei due Paesi vi furono a suo tempo delle intese dirette a rendere possibile il sequestro di Abu Omar, esse - deducono gli americani - furono prese irresponsabilmente e senza avere la possibilità di garantire il segreto e l’incolumità di coloro che si trovarono a dover operare.
Il fatto che solo gli agenti della Cia siano condannati aggrava le cose, ma al fondo della questione c’è la mancanza di volontà italiana di collaborare in un aspetto importante della lotta al terrorismo o quanto meno l’incapacità di attuare tale collaborazione.
Può darsi, anzi è probabile, che le conseguenze che ne trarrà l’amministrazione Obama sul piano politico e dei rapporti tra i due Paesi saranno meno severe di quelle che avrebbe tratto Bush. Ma resta un elemento di distanza tra le due parti. Il fatto che tre imputati americani siano poi stati assolti grazie all’immunità diplomatica, per quanto ineccepibile poiché l’immunità risale a una formale convenzione internazionale di cui Italia e Stati Uniti sono parti, aggiunge un elemento di irrealtà all’intera vicenda. E’ più importante proteggere un diplomatico - si chiede l’uomo della strada - che chi opera per la sicurezza comune?
C’è un aspetto rassicurante: nessuno dei 23 americani condannati si trova in Italia e certo si guarderà bene dal farvi ritorno. Vi sarebbe da sorprendersi, ma di sorprese ce ne sono già state parecchie, se dall’Italia si avviasse la procedura per chiederne l’estradizione.
Boris Biancheri LaStampa 5.11.2009
I confini del segreto
Gli agenti Cia sono stati condannati a pene pesanti per il sequestro di Abu Omar. Pollari, Mancini e tre altri funzionari del Sismi sono stati, invece, dichiarati non giudicabili a causa del segreto di Stato che copre la documentazione relativa all’eventuale ruolo esercitato nella vicenda.
La ragione giuridica di questa decisione è individuabile nell’art. 202 codice di procedura penale, che stabilisce che «qualora per la definizione del processo risulti essenziale quanto è coperto dal segreto di Stato, il giudice dichiara non doversi procedere per l’esistenza del segreto». Più in generale si può rilevare che, nel nostro sistema giuridico, l’opposizione del segreto di Stato, confermata con atto motivato dal presidente del Consiglio, inibisce all’autorità giudiziaria l’acquisizione e l’utilizzazione, anche indiretta, delle notizie coperte dal segreto; non è in ogni caso precluso all’autorità giudiziaria di procedere in base ad elementi autonomi e indipendenti dagli atti coperti dal segreto.
Ciò che è avvenuto nel processo a carico degli agenti Cia e dei responsabili dei servizi segreti italiani è, a questo punto, chiaro. Su determinati atti è stato opposto, e confermato dalla Presidenza del Consiglio, il segreto di Stato (come si ricorderà, il segreto era stato confermato da ben due Presidenti, ed era stato ulteriormente avallato dalla Corte Costituzionale, chiamata a decidere su di un conflitto di attribuzioni con il governo sollevato dalla Procura di Milano). Cionondimeno, la Procura ha ritenuto di potere comunque insistere nella prospettiva accusatoria, confidando nelle prove desumibili da elementi diversi dai documenti secretati. Il giudice ha ritenuto che per la definizione del processo tali documenti fossero invece essenziali.
Non conoscendo gli atti del processo, non sono in grado di dire se ha ragione il giudice o la Procura. Al di là delle valutazioni di merito, è comunque utile cogliere il significato della decisione assunta ieri a Milano ragionando sulle sue implicazioni. Al riguardo sono significative le reazioni alla sentenza manifestate dal principale imputato italiano e quelle dei suoi accusatori milanesi.
Pollari ha dichiarato di essere rammaricato dalla circostanza che, se il segreto fosse stato svelato, la sua innocenza sarebbe emersa con evidenza. La Procura ha commentato a sua volta che la sentenza dimostra che l’azione penale è stata esercitata legittimamente: non soltanto perché gli americani e gli agenti italiani processati per favoreggiamento sono stati condannati, ma anche perché Pollari e Mancini sono stati considerati non giudicabili a causa dell’essenzialità delle notizie coperte dal segreto, e non, invece, in ragione della loro estraneità ai fatti.
Ciò significa che, in ogni caso, conoscere e utilizzare gli atti coperti dal segreto di Stato sarebbe stato importante per risolvere in modo convincente il caso giudiziario in questione: nell’interesse degli imputati «non giudicati», nei cui confronti rimane comunque aperto il sospetto di avere partecipato all’azione illegale; nell’interesse della Procura, che avrebbe avuto diritto a una risposta giudiziale alle accuse formulate; soprattutto, nell’interesse della giustizia, perché l’oscurità mantenuta su di una vicenda di tanto rilievo umano e politico non può comunque soddisfare.
La questione relativa al caso Abu Omar ripropone d’altronde il tema generale dei confini del segreto di Stato in una società democratica, nella quale chiarezza e trasparenza dovrebbero essere considerati beni di importanza primaria. E’ vero che la ragion di Stato può imporre limiti e paletti a tutela della sicurezza nazionale. In quale misura, tuttavia, è consentito nascondere ai cittadini comportamenti e azioni di governo? Quanti e quali misteri d’Italia potrebbero essere finalmente svelati, da Ustica a Bologna, da Brescia alle altre stragi impunite, se il segreto sugli atti secretati fosse finalmente rimosso?
I Procuratori di Milano, nella loro requisitoria, non hanno esitato a proporre con forza il problema, affermando che la democrazia si fonda sulla salvaguardia dei principi irrinunciabili di civiltà anche nei momenti di emergenza e sostenendo che non possono essere consentiti accordi internazionali che concernano la commissione di reati. La sentenza che ha chiuso, in primo grado, il caso giudiziario, applicando il diritto vigente, su questo tema non ha potuto dare una risposta che, al di là del profilo strettamente giuridico, possa soddisfare.
In ogni caso ha risolto, questa volta in modo soddisfacente, una ulteriore questione: fino a che punto l’Italia sia disposta a tollerare azioni illegali condotte da agenti stranieri sul suo territorio. La condanna degli agenti americani costituisce, almeno su questo piano, una risposta che, finalmente, convince.
Carlo Feedrico Grosso La Stampa 5.11.2009
Il Trattato di Lisbona, creato per sostituire il precedente progetto di Costituzione Europea affossato nel 2005 dai no dei referendum francese ed olandese, già da tempo ratificato dal parlamento italiano all’unanimità, sembra essere ormai in dirittura d’arrivo. Dopo un percorso assai tortuoso che pareva essersi spezzato inesorabilmente nel giugno dello scorso anno, quando il referendum in Irlanda decretò una secca bocciatura del documento, la protervia e la tenacia messa in mostra dai grandi poteri finanziari ed economici che governano l’Europa, sembra essere riuscita ad avere ragione anche degli ultimi aneliti di scetticismo.
A seguito di tutta una serie di forzature che fotografano appieno la qualità dello spirito democratico che animerà la nuova Europa, il referendum irlandese è stato ripetuto una seconda volta lo scorso 2 ottobre, riuscendo in questo caso a spuntare un sofferto si, dopo una campagna elettorale ossessiva e infarcita di mistificazioni in favore dell’approvazione del Trattato, portata avanti sfruttando l’argomento della crisi economica.
Il 10 ottobre è stata la volta della ratifica da parte del Presidente polacco Lech Kaczynski, le cui perplessità sono state “addomesticate” con estremo vigore dal Presidente della Commissione Europea Barroso e dal Premier svedese Fredrick Reinfeldt, Presidente di turno dell’Unione, entrambi presenti alla cerimonia.
Ieri i leader della UE hanno accolto unanimemente la deroga richiesta dalla Repubblica ceca, unico paese a non avere ancora sottoscritto il Trattato, aprendo la strada alla ratifica da parte del Presidente Vaclav Klaus, dopo che il prossimo 3 novembre la Corte Costituzionale, si sarà pronunciata sulla legittimità del Trattato di Lisbona rispetto all'ordinamento ceco. A questo riguardo va sottolineato come le pressioni da parte della UE nei confronti di Klaus, notoriamente scettico nei confronti di questo modello di Europa, siano state fortissime, spaziando dagli ammonimenti concernenti i costi determinati dai ritardi nella ratifica, per giungere alle vere e proprie minacce neppure troppo velate.
Caduto (o meglio fatto cadere a forza) anche l’ultimo ostacolo sembra dunque ormai spianata la strada per la nuova Europa, lastricata di falsi buoni propositi ma in realtà caratterizzata dal progressivo regresso delle conquiste sociali che i suoi cittadini avevano conquistato nel corso della seconda metà del novecento. Un'Europa sempre più schiava delle Corporation, delle banche, delle grandi multinazionali, all’interno della quale perderà sempre più importanza il valore dell'individuo, deprivato dei propri diritti ed immolato sull'altare della competitività, del mercato e della concorrenza.
Un'Europa sempre più privatizzata, succube della competizione sfrenata, probabilmente più omogenea solamente perché appiattita su un livello di qualità della vita decisamente più basso rispetto a quello di oggi.

Marco Cedolin 30.10.2009



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