Massimo Mazzucco Luogocomune 29/9/2009
Il leader libico Gheddafi ha concesso una intervista a Larry King durante del suo viaggio a New York, in occasione della sua prima apparizione alle Nazioni Unite.
In questi brevi estratti abbiamo raccolto le sue dichiarazioni più divertenti, che riguardano Al-Queda, bin Laden e le guerre di invasione americane, ovvero il terrorismo “islamico”… visto da un islamico.
Ma Gheddafi il vero putiferio (mediatico) lo ha scatenato all’ONU, dove ha tenuto un discorso bollente, di quasi due ore, mezzo in arabo mezzo in dialetto libico, durante il quale ha anche strappato davanti all’assemblea il carta costituzionale dell’ONU.
I media hanno subito cercato di far passare quel gesto come un segno di disprezzo verso la democrazia e la società civile, ma Gheddafi con calma platonica ha poi spiegato a Larry King che si trattava dell’esatto contrario. Lui rispetta e sostiene le Nazione Unite – ha detto - sono gli altri a calpestare continuamente il diritto internazionale, per cui quel documento ha perso tutto il suo valore.
Per ben tre volte, messo in angolo dalle risposte di Gheddafi, Larry King ha dovuto rifugiarsi nella pausa pubblicitaria, come unica scappatoia per non ritrovarsi in imbarazzo davanti a milioni di spettatori in tutto il mondo.
Nel primo caso, dopo essere stato accusato di aver accolto come un eroe l’attentatore di Lockerbie (o presunto tale), Gheddafi ha ricordato a King che la stessa accoglienza era stata risevata degli europei al ritorno della famosa squadra di medici bulgari che erano stati condannati a morte, in Libia, per aver ucciso 200 bambini. (Gheddafi aveva poi concesso la grazia e li aveva liberati, ma restavano a tutti gli effetti, secondo i tribunali libici, degli assassini).
Come mai allora nessuno si lamentò – ha chiesto Gheddafi - per quell’accoglienza trionfale, che li portò addirittura all’Eliseo?
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Nel secondo caso, King ha cercato di farlo “sentire in colpa” per l’attentato di Lockerbie, chiedendo a Gheddafi se volesse ricolgere un messaggio alle famiglie delle vittime. Gheddafi con la solita calma gli ha risposto di averle appena incontate il giorno prima, dicendo che era stato un incontro molto sereno e positivo.
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Il terzo caso, sicuramente il più divertente di tutti, lo avete già visto nel video.
Massimo Mazzucco Luogocomune 26/9/2009
Nel leggere i vari articoli sul sondaggio che dice che “il 14% degli americani crede che Bush abbia “permesso” l’11 settembre”, torna alla mente il ragionamento impeccabile offerto qualche anno fa da David Shayler -- l’ex-agente dei servizi inglesi diventato “whistleblower” -- che mostrava come in realtà la teoria LIHOP ("Lo hanno lasciato succedere") non abbia una sola gamba sana su cui reggersi.
Nessun governo occidentale - suggerisce Shayler - permetterebbe mai ad un gruppo di terroristi di impadronirsi di aerei da schiantare contro un bersaglio civile, anche se questo coincidesse con le loro finalità, in quanto i terroristi potrebbero finire per schiantare gli aerei contro un bersaglio molto diverso da quello annunciato, causando un disastro imprevedibile e potenzialmente incontenibile.
Nessuno può permettersi di correre un rischio del genere, e questo rende la teoria LIHOP semplicemente inesistente.
In un momento importante come questo, ogni “truther” nel mondo dovrebbe fare il massimo sforzo per evitare che questa teoria riemerga e venga offerta -- dai sondaggisti, dai media o da vostro cugino -- come possibile “salvagente” alternativo, più accettabile per coloro che sono troppo intelligenti per negare in toto le prove a favore dell’auto-attentato, ma non hanno ancora trovato la forza di confrontarsi con i fatti così come stanno.
Se la teoria LIHOP diventasse mainstream, rigetterebbe la responsabilità iniziale degli attentati sul cosiddetto “terrorismo islamico“, riportando tutti al punto di partenza.
E in questo momento non riesco sinceramente a pensare ad un modo migliore per gettare al vento in un colpo solo tutto il lavoro che abbiamo fatto in questi anni.
Nuove rivelazioni sui “corpi separati” dei servizi segreti: le leve lunghe della strategia della tensione internazionale
Piano piano si ricompongono i mosaici delle strutture in grado di programmare le grandi operazioni della strategia della tensione internazionale inaugurata l’11 settembre 2001.
Mentre il movimento per la verità sull’11 settembre annuncia un grande raduno a Parigi per il prossimo 9-10-11 ottobre, e mentre vengono lanciati altri due appelli per la riapertura dell’inchiesta sotto controllo internazionale - uno rivolto agli Attori e Artisti di tutto il mondo, l’altro ai giornalisti (i più colpevolmente silenziosi su questa spinosa materia a causa della loro superiore responsabilità) - leggo con piacevole stupore notizie che dovrebbero risvegliare (se ne avessero una) la coscienza dei kamikaze di Bush.
Chi ci segue ricorderà le risatine da costoro indirizzate a Seymour Hersh per le sue rivelazioni sui “corpi separati” delle agenzie di sicurezza, dei servizi segreti americani (ovviamente non solo di quelli). Quelle strutture, cioè, che agiscono su commissione ma del tutto al di fuori delle regole ammesse, con finanziamenti segreti, per operazioni terroristiche segrete e ogni sorta di nefandezze, il tutto in nome della sicurezza nazionale. In realtà in nome di operazioni di gruppi e potentati che costruiscono strategie e provocazioni anche contro la sicurezza nazionale dei paesi che dovrebbero difendere.
Ricorda niente tutto cio? A me ricorda l’11 settembre. Ma lasciamo stare per il momento.
I kamikaze di Bush e tutta la sterminata serie di stupidelli, anche colti, che mostrano stupore e incredulità quando gli si presentano scenari da incubo, alzando immediatamente l’accusa di “complottismo”, così da poter evitare di proseguire l’analisi e potersi tranquillizzare scrivendo le versioni ufficiali già bell’e precotte, ecco, dicevo, tutti questi pirla potrebbero oggi leggersi le rivelazioni dell’«International Herald Tribune» del 24 agosto 2009, dalle quali, quasi innocentemente, emerge che la CIA, cioè il Governo degli Stati Uniti, con Bush e anche con Obama, usa i servigi della Blackwater. E li userà ancora per qualche anno, mentre la signora Hillary Clinton dichiara che sarà molto difficile liberarsene del tutto.
Nel frattempo quei servigi passano, in parte, a un’altra impresa analoga, privata anch’essa, la DynCorp International.
E, sempre nel frattempo, la Blackwater si è ribattezzata Xe Services e continua a eseguire contratti con il Governo degli Stati Uniti per 210 milioni di dollari l’uno (fino al 2011) e per 6 milioni di dollari l’altro, per altri tre anni, per formare guardie di sicurezza nelle tattiche anti-terrorismo.
Tutte cose inoffensive, come per esempio “trasportare diplomatici” (leggi agenti e altri) nelle aree di guerra, raccogliere informazioni (leggi spiare privatamente per conto del governo).
Ma anche, udite, udite, kamikaze di Bush, per assassinare persone in ogni parte del mondo dove lo si ritenesse utile e necessario. Ovviamente in totale segretezza.
Il giornale (firme Mark Landler e Mark Mazzetti) scrive che «la decisione di usare Blackwater per un programma di assassinii fu presa per disperazione nel 2004».
Può darsi che sia così, ma la cosa interessante è che i due autori, fondandosi su fonti anonime (come Hersh del resto), rivelano il meccanismo. Che è quello che qualcuno dovrebbe spiegare a Umberto Eco, visto che sembra non lo conosca: cioè affidare a degli esecutori esterni il compito di commettere crimini e violare le leggi, di assassinare personalità politiche, di calunniare i nemici, di pagare i giornalisti, di organizzare terrorismo e di infiltrare propri uomini nei gruppi terroristici, per far loro eseguire operazioni nelle quali essi credono di portare avanti i propri interessi, mentre in realtà eseguono un programma esterno di cui non conoscono i fini.
Qui vengono addirittura fatti i nomi. Alcuni. Per esempio quello di José A. Rodriguez. Jr., capo del “servizio clandestino” della CIA. Notare la finezza: servizio clandestino? Clandestino per chi? Ma per la stessa CIA, clandestino per il governo USA, che non devono saperne niente.
E si prosegue raccontando che «Mr Rodriguez aveva stretti legami con Enrique Prado, un ufficiale operativo di carriera della CIA (un killer, per intenderci, ndr) , il quale aveva recentemente lasciato l’agenzia per diventare un senior executive della Blackwater.»
Da lì, continua il giornale americano, Rodriguez e altri dirigenti della CIA assegnarono alla Balckwater il compito di dare la caccia e di uccidere i leader di al-Qa‘ida.
Visto come si fa? E non viene in mente a nessuno la storia, identica nella sua struttura – da noi raccontata nel film “Zero” con il contributo di Jürgen Elsässer– della MPRI, Military Professional Research Incorporated? Quella società privata, tutta zeppa di ex generali del Pentagono, e di ex agenti della CIA e dell’FBI, oltre che, s’intende, del Mossad, che venne reclutata appunto dal Pentagono per reclutare a sua volta i mujaheddin, da mandare in Bosnia a massacrare i serbi ortodossi, al servizio di quel campione di democrazia occidentale che si chiamava Alija Izetbegovic.
Adesso anche la MPRI ha cambiato nome, ma se uno volesse avere molti nomi del “Database” (questa è la traduzione di al-Qa‘ida) basterebbe che andasse a cercarli nei libri paga della MPRI.
Piano piano, centimetro per centimetro, la verità viene fuori. Con grande fatica perché bisogna scavare nelle pieghe del mainstream. Ma se aspettiamo che i giornalisti lo facciano, aspetteremo a lungo.
Giulietto Chiesa Megachipdue 26.08.2009
Massimo Mazzucco Luogo Comune 13/1/2009
(Estratto dal film “Il Nuovo Secolo Americano” – 2° capitolo: Il ruolo di G.W.Bush).
George double-U Bush, detto Dubia, se ne va.
Con la sua ultima conferenza stampa, tanto sconcertante quanto prevedibile, il 43° presidente degli Stati Uniti lascia la Casa Bianca nello stesso alone di ambiguità con cui vi era entrato, otto anni fa. L’unica differenza è che allora vedemmo, di questa ambiguità, l’aspetto “positivo”, ovvero la menzogna che entra sorridente nelle stanze del potere, per portare a termine un progetto ben diverso da quello dichiarato. Oggi quel progetto è stato svelato, dopo essere fallito miseramente sotto gli occhi del mondo, e Bush indossa la maschera ambigua di colui che finge in qualche modo che non sia successo nulla di grave, mentre cerca di guadagnare al più presto l’uscita.
Nel frattempo, non ha assolutamente capito quello che è successo.
A sua volta ingannato e manovrato, l’uomo che ha prestato il volto a otto anni di crimine legalizzato ha confermato fino in fondo il suo ruolo di patetico burattino, sia nell’entrata in scena che nell’uscita.
Otto anni fa Bush ci raccontava di un mondo perfetto, libero e giusto, nel quale l’America avrebbe fatto da faro al resto delle nazioni, denunciando così l’immagine di cartapesta che i neocons gli avevano dipinto davanti al volto, per poter contrabbandare sotto quell’immagine ogni loro ladreria.
Dicevano a lui che bisognava portare la democrazia nel mondo, e nel frattempo stipavano le portaerei di bombe all’uranio impoverito.
Parimenti, oggi Bush sembra faticare molto ad accettare il fatto che l’America sia diventata non il faro, ma il fanalino di coda del mondo, soprattutto in termini morali.
E’ quindi evidente che stia pagando le conseguenze della doppia menzogna di cui è stato vittima. Incapace di risolvere da solo il grande enigma, si domanda come sia stato possibile fallire in un intento così nobile, cadendo nel frattempo così in basso.
Solo accorgendosi che l’intento non era affatto nobile, Bush potrebbe comprendere quello che è davvero successo. Ma questo non può farlo, poichè è prigioniero della sua stessa bugia.
E’ la sorte dei burattini come Capitan Fracassa, che entrano in scena minacciando sfracelli nel nome della Giustizia e dell’Amore, solo per essere gettati nel cesto buio, insieme a tutti gli altri, appena lo spettacolo è finito.
Solo una persona vittima di questo doppio inganno può dichiarare - come ha fatto ieri Bush - che “c’è ancora gente là fuori che vuole fare del male all’America, che minaccia di fare del male al popolo americano”.
Solo chi sia vittima della stessa propaganda a cui ha fatto da amplificatore per tanti anni può dire una cosa del genere, pur sapendo che non ci sarà più nessuno a sostentare quella “minaccia”. Questo genere di propaganda funziona solo quando il ministro degli interni, il ministro degli esteri, il capo della CIA, il ministro di giustizia, il direttore dell’FBI e quello della Homeland Security si diano regolarmente il turno nel confermarla nei telegiornali.
Ma quando sei rimasto solo, e continui a dirlo lo stesso, vuol dire che ci credi fino in fondo.
Non a caso, di fronte a chi lo critica per essersi lasciato sfuggire di mano il processo decisionale (per gli eufemismi gli anglosassoni sono impareggiabili), Bush replica dicendo di “aver ricevuto i briefings della CIA ogni giorno, eccetto le domeniche, per otto anni consecutivi”.
Come a dire “non crediate che io fossi un distratto. Le cose le sapevo bene, dalla prima all’ultima”. In quel modo ci conferma di aver sempre creduto alle bugie che gli raccontava la CIA per fargli fare quello che volevano loro.
Che i presidenti debbano costantemente difendersi dalle bugie dei militari e della CIA, che si ritengono gli unici in diritto di gestire la politica estera, non è certo una novità. In questo caso però Bush aveva contro anche coloro che avrebbero stare dalla sua parte, ovvero il vicepresidente e il consigliere personale, Carl Rove.
E’ chiaro quindi che anche una persona molto più attrezzata di lui avrebbe finito per soccombere a questo accerchiamento integrale. Quando ti ritrovi a chiedere consiglio allo stesso vicepresidente che ha appena passato la giornata a Langley per ottenere un qualunque documento che giustifichi un attacco all’Iraq, è altamente improbabile che ti dica poi di non fidarti, perchè secondo lui quel documento è falso.
E così ti ritrovi a fare la figura dell’imbecille davanti al mondo, mentre dichiari con solenne gravità che “l’Iraq ha cercato di acquisire materiale nucleare da un paese africano”.
Ma Bush non può presumere che Cheney l’abbia tradito – se lo avesse capito, l’avrebbe licenziato in tronco: non sarà particolarmente acuto, ma sotto la cintura Bush è fatto come tutti gli altri - e quindi si ritrova a dover cercare altrove la quadratura di quel cerchio.
E infatti afferma, nella conferenza stampa, che “forse è stato un errore dichiarare ‘missione compiuta’ sotto quello striscione”, lasciando capire che per lui la colpa rimane da addebitare a “informazioni errate” dei servizi (“poor intelligence”), all’interno di una campagna di “democratizzazione” del mondo che rimane del tutto legittima ai suoi occhi.
Non ha capito invece che in quell’occasione i suoi fili da burattino lo avevano calato davanti a quello striscione per reiterare al mondo quel concetto di supremazia militare sul quale i neocons contavano di fondare il loro impero.
Idem per Katrina. Se oggi Bush afferma che “forse gli aiuti non si sono mossi con la rapidità sufficiente”, quando lui stesso aveva rassicurato le autorità locali che tutto fosse stato previsto fin nel minimo dettaglio, è evidente che abbiano mentito a lui per primo.
VIDEO: Bush e Katrina
Curiosamente accanto a lui, in quella conferenza a circuito chiuso, era seduto l'impassibile Dick Cheney.
In realtà, che Bush fosse solo un burattino è parso evidente fin dall’episodio che ha dato origine a tutto quanto è successo in questi anni: gli attentati dell’undici settembre.
Nessun attore professionista, nella più magistrale delle sue interpretazioni, saprebbe offrire al pubblico quello sguardo, confuso e preoccupato insieme, che Bush ha messo in mostra per sei interminabili minuti nella scuola della Florida, dopo che fu informato che “era stata colpita anche la seconda torre”.
Mentre anche un attore alle prime armi avrebbe scelto, dovendo impersonare quel ruolo, di alzarsi immediatamente e dire: “Scusate, pare che stia succedendo qualcosa di grave. La mia presenza è richiesta con urgenza”.
E’ quello che avrebbe fatto chiunque al suo posto, non sapendo cosa stesse succedendo nei cieli americani. In fondo, sei il presidente della nazione sotto attacco, non sei il bidello della scuola.
Invece Bush è rimasto seduto a macinare i propri pensieri, sotto l’occhio delle telecamere, cercando di ricomporre un puzzle di cui evidentemente gli mancavano troppi pezzi. E ogni tanto alzava lo sguardo, per leggere i cartelli che il suo staff gli mostrava, con su scritto ”comportati normalmente”, “non dare segni di agitazione”, eccetera.
Questo comportamente è tipico di chi sia abituato a farsi accompagnare per mano dappertutto (chi non ricorda il bigliettino dell’ONU, in cui Bush chiedeva teneramente alla Rice il permesso di andare a far pipì?), ma è soprattutto tipico di chi sia abituato a lasciare che altri decidano per lui, dopo averlo convinto a fidarsi ciecamente di loro.
Tu non preoccuparti - ti dicono - Tu sei l’immagine, tu sei il leader a cui tutti guardano, sorridi e gonfia il petto, che a mandare avanti la baracca ci pensiamo noi. (Accade anche a livelli molto più bassi, quando ad esempio il direttore di produzione dice al regista “Tu riposati, che domani devi essere in forma per la scena di massa. A scegliere le comparse ci pensiamo noi, che tanto è una stupidaggine." Poi ti ritrovi in prima fila i cugini, gli zii e i pronipoti del direttore di produzione, che si assomigliano tutti come gocce d’acqua).
Con lo stesso criterio Bush, che sentiva il dovere impellente di rientare a Washington, veniva dirottato e sepolto in un bunker del Nebraska, “per proteggere il presidente” da una minaccia che Cheney si era inventato di sana pianta. (V. video allegato).
Nel frattempo lo stesso Cheney metteva tutto sotto controllo, e quando Bush rientrava era già pronta per lui la dichiarazione di guerra al mondo che “durerà finchè l’ultimo terrorista non sarà stato catturato e portato di fronte alla giustizia”.
E siccome Bush oggi sa bene che nessun terrorista è mai stato catturato, è più che normale che dica con grande convinzione che “c’è ancora gente là fuori che vuole fare del male all’America, che minaccia di fare del male al popolo americano”.
Non sarà una cima, ma due conti li sa fare pure lui.
Non è facile provare simpatia per un uomo che ha legato per sempre il proprio nome ad una delle pagine più scure della storia americana, ma sembra altrettanto difficile riuscire a provare per lui tutto il disprezzo che meriterebbe chi si è reso responsabile di tali azioni.
Ed ora che esce dal giro, e torna a pascolare le sue vacche, avrà ben poche occasioni per rendersi conto di quanto gli è davvero accaduto in questi otto anni.
Ma non c’è nessuna fretta. Se non accadrà in questa vita, il dolce cowboy rinascerà probabilmente in un campo profughi del medio oriente, e a quel punto tutto ciò che finora gli era sfuggito gli sarà improvvisamente chiaro come il sole.

Claudio Moffa 2 gennaio 2009
Un'ipotesi sulla crisi di Lampedusa: Tripoli fa pressioni sull'Italia per una posizione veramente diplomatica della crisi?
Sono tanti i capitoli in cui si dipana in Italia il dibattito sollevato dall’ennesima aggressione israeliana in Medio Oriente: il punto focale attorno a cui si gioca la battaglia in corso è però uno solo, il governo legittimo di Hamas in Palestina, tale per il libero voto popolare del 2006. Israele ne vuole dichiaratamente il rovesciamento: se questo obbiettivo verrà raggiunto, non solo si sarà compiuta l’ennesima violazione del diritto internazionale da parte di uno Stato che presume il suo “diritto biblico” superiore al diritto costruito nei secoli dai popoli “gentili”, ma inoltre, si profilerà il rischio di una inversione di tendenza in tutto il Medio Oriente rispetto alla sconfitta di Tel Aviv nella guerra del 2006 in Libano. Una sciagura foriera di altre aggressioni, stragi, crimini, come è sempre stato dal 1948 ad oggi. Un trionfo per Israele. E per Al Qaeda, l’organizzazione terroristica transnazionale il cui stragismo si è sempre cadenzato sulle esigenze tattiche dello Stato ebraico, e che è sempre emersa con virulenzasulle ceneri o dalle difficoltà dei movimenti di liberazione “territoriali” che si battono con piena legittimità contro un’occupazione straniera: nell’Iraq baathista, in Libano, in Palestina, nella Somalia delle Corti islamiche.
E’ dunque rispetto al nodo centrale Hamas che vanno letti i riassestamenti e le collocazioni del ceto politico ufficiale, dei gruppi militanti e del mondo dell’informazione in Italia: senza pregiudizi e a mente aperta.
Ecco dunque il primo dato, molto positivo: Massimo D’Alema non solo ha dichiarato che senza Hamas non è possibile uscire dalla tragedia della nuova guerra, ma ha anche ricordato che questa organizzazione è il legittimo rappresentante del popolo palestinese in base alle libere elezioni del 2006.
L’ex ministro degli esteri ha così non solo avanzato una critica all’unilateralismo senza sbocchi del suo successore alla Farnesina, Franco Frattini, che continua a ripetere che Hamas è un “gruppo terrorista”, ma ha anche scavalcato a sinistra i “rivoluzionari” del Forum Palestina e dell’Ernesto: i secondi tacciono, il primo ha diramato un comunicato in cui si ripete più volte che Hamas non è il responsabile della crisi, ma nulla si dice sulla legittimità interna e internazionale del suo governo in Palestina. E’ lo stesso errore compiuto in Iraq nel 2003-2007 dal Campo antimperialista, che portava in giro in Italia e in Europa un tal Al Qubaisi come presunto “rappresentante” della resistenza irachena, lavorando ai fianchi “da sinistra” la resistenza armata organizzata da Saddam Hussein: in Mesopotamia la posizione estremistica del Campo ha, nel suo piccolo, favorito alla fine l’isolamento dei baathisti iracheni e la stessa impiccagione-linciaggio di Saddam. In Palestina il Forum sta operando anch’esso – al di là delle sue intenzioni - come il “pendant” rivoluzionario di Frattini e di Israele: tutti a bombardare Hamas. Povera (ex) Radio Proletaria!!!
Destra e sinistra, estremismo e moderatismo, tutto va mutando e si va ricollocando in queste ore drammatiche: così agli attacchi contro D’Alema da parte dei suoi colleghi di Partito per la posizione realista e responsabile da lui espressa su Hamas – attacchi amplificati dal GR-RAI 3 di Caprarica - corrispondono la raffica di prese di posizioni filoisraeliane dentro il centrodestra e inoltre, forse, le stesse polemiche fra Maroni e La Russa sui nuovi assalti di centinaia di immigrati a Lampedusa.
La mia è una semplice ipotesi di un osservatore esterno: ma vista la straordinaria coincidenza fra le nuove ondate di immigrati disperati e l’aggressione israeliana, e considerata la posizione assunta dalla Libia in sede ONU e più in generale dentro la comunità internazionale negli ultimi mesi – una posizione dura contro l’embargo di Gaza da parte di Tel Aviv – non è neppure da escludere che il via libera dato alle barche di disperati siano un modo, da parte di Tripoli, per far pressione sul nostro governo perché blocchi Israele nella sua deriva stragista. Se così fosse, se la Libia stesse operando anche con metodi cinici nella stessa direzione del Libano di Siniora, benvenuto Gheddafi: che aiuti Berlusconi – che ha avuto il merito storico di concludere l’accordo con l’ex colonia italiana - a non commettere errori fatali che comprometterebbero i rapporti dell’Italia non con Hamas, ma almeno in prospettiva, con buona parte del mondo arabo e islamico.
Gennaro Carotenuto 12 dicembre 2008
Lo stragista e la sua Musa
La storia dei “falsi positivi” in Colombia, della quale diamo conto oggi per Latinoamerica (e non è la prima volta), è una di quelle che dovrebbe provocare una sollevazione morale nella stampa e nell’opinione pubblica. Anche italiana, visto che ha saputo commuoversi per la storia a lieto fine di Ingrid Betancourt.
Il presidente colombiano Álvaro Uribe, il politico latinoamericano più amato dalla stampa internazionale, ha causato la morte di almeno 1.157 persone innocenti, completamente estranee alla guerriglia, perché la logica della “guerra al terrorismo” post 11 settembre pagava un tanto per ogni cadavere.
Così centinaia di cittadini inermi sono stati sequestrati dall’esercito, assassinati, quindi rivestiti con una tuta mimetica con il simbolo della guerriglia delle FARC per permettere agli assassini di passare all’incasso. Omicidi pagati dallo Stato colombiano e, al di sopra di questo, dal governo degli Stati Uniti.
Da George Bush che paga, è il Plan Colombia, ad Álvaro Uribe che incassa, al capo di stato maggiore Mario Montoya (il liberatore di Ingrid Betancourt, nella foto) che faceva funzionare il meccanismo e che per questo si è dovuto dimettere incalzato da una magistratura coraggiosa, giù giù fino a forse 3.000 tra ufficiali e soldati e un numero imprecisato di cittadini comuni che hanno intascato ricompense dallo Stato per presentare false denunce anonime contro loro vicini e conoscenti mandandoli a morte, sono tutti complici del terrorismo di Stato in un meccanismo comparabile con alcune delle peggiori dittature della storia. Comparabile con il “Cuore di tenebra” di Leopoldo II del Belgio che in Congo pagava un tanto per ogni mano destra di congolese ucciso, e furono milioni.
Le associazioni per i diritti umani denunciano da anni inascoltate l’aberrazione dei “falsi positivi”. Lo aveva denunciato lo scorso anno il “Washington Post”, ne avevamo scritto su Latinoamerica, ma sulla stampa italiana nessuno aveva ripreso la denuncia né prima, né dopo, nonostante venisse da uno dei più autorevoli quotidiani statunitensi. Adesso che perfino il vicepresidente colombiano, Francisco Santos afferma che “provo vergogna per questa situazione. Chiedo perdono alle vittime e prometto che nessuno di questi crimini resterà impunito” e che perfino El País di Madrid, sul quale sono troppo spesso ricalcati gli articoli latinoamericani dei nostri giornali, ne parla, ci si aspetterebbe almeno qualche riga dai nostri giornali.
Omero Ciai oggi è proprio in Colombia ad intervistare García Márquez, beato lui. Non li legge i giornali? E gli altri nostri indomiti inviati e corrispondenti? I Rocco Cotroneo, gli Emiliano Guanella, le Angela Nocioni, i Mimmo Candito (*mediocre propagandista filoUSA, operante in Italia col pomposo titolo di presidente di Reporters sans Frontières (Dignitè) Italia - Nota di Alessandro), i Battistini… non se n’è accorto nessuno? Non vorranno farci credere che quei mille e dispari disgraziati non siano notizia?
E invece non c’è nulla. E delle due l’una, o sono in malafede o sono incapaci di fare il loro lavoro. E non ci dev’essere nulla perché ai lettori italiani di quotidiani va presentata sempre e solo la stessa verità precostituita: Álvaro Uribe buono, Hugo Chávez cattivo, Evo Morales nemico, Felipe Calderón amico. E’ un gioco delle parti, come le maschere del teatro classico e al popolo bue non si può non dare una verità precostituita. Ci siamo commossi per “le vite degli altri”, il film su come nella RDT la polizia politica controllava capillarmente le vite dei cittadini. Chi scrive non ha mai difeso le FARC ma non per questo domando conto del perché “le vite degli altri”, di quegli inermi cittadini colombiani messi a morte per far numero non meritino neanche un titolo.
In questa sede e su Latinoamerica stiamo denunciando da anni la guerra civile strisciante che insanguina il Messico, trasformato in un narcostato come massima conseguenza del trattato di libero commercio del Nord America. Ma ci domandiamo ingenuamente perché i 5.000 morti di quest’anno, il fatto che in Messico siano stati decapitati nel 2008 più persone di quante ne abbia decapitate Al Qaeda in tutta la sua storia, non meriti mai né una breve né un approfondimento da parte dei nostri giornali.
E’ la stampa a gettone. Quando esce il rapporto annuale di Amnesty International i nostri bravi giornalisti saltano le pagine sulla Colombia e vanno subito alla voce Cuba. E non importa se di qua ci sono migliaia di prigionieri politici e di là poche decine, né che di qua si parli di tortura sistematica e di là Amnesty denunci il mancato cambio settimanale delle lenzuola. Oppure si parla per paginate del “regime Chávez”, che vorrebbe potersi ricandidare, ma del fatto che Uribe (che non è mai “regime Uribe”) voglia anche lui cambiare la Costituzione per restare al potere (con la differenza che Chávez vuole un referendum mentre già nel 2006 Uribe si fece rieleggere cambiando la Costituzione comprando voti).
E il problema non è il parlare di Cuba o di Venezuela, ma il silenzio tombale su tutto quello che è scomodo all’informazione mainstream. Ma così il giornalismo perde totalmente senso. Si lamentano della crisi della stampa e danno la colpa ai lettori. Ma secondo il rapporto CENSIS 2008 solo un italiano su tre crede ancora ai giornali e alla televisione. Addirittura l’82% degli italiani (più del doppio dei tedeschi) crede che la nostra informazione sia viziata dalla politica. Sono dati che indicano che gli italiani sanno perfettamente di avere a che fare (e non solo per l’America latina) con passacarte e burattini in un’informazione che non è più neanche parziale. E’ semplicemente impresentabile.
considerazioni su Mumbai
Aginform
Che ci siano molte cose strane nell'attacco a Mumbai sono in molti ad averlo avvertito. Se ne sono accorti anche giornalisti e commentatori che pur utilizzando il logoro clichè dell'attacco da parte di fondamentalisti islamici non riescono ad essere convincenti e fanno capire che ci sono molte cose non chiare nella vicenda. L'unica cosa convincente è il parallelo con l'11 settembre americano e per questo Mumbai viene definito l'11 settembre indiano. Il parallelo è riferibile però, a nostro parere, non al terrorismo internazionale, ma all'intrigo di fattori che ha portato a dimostrare che le due torri di New York sono state abbattute non da Al Qaeda, bensì dai servizi americani e israeliani per iniziare la 'guerra infinita'. Un autoattentato insomma.
Partiamo dalle cose strane che emergono dai pochi dati messi in circolazione. Citiamone almeno due: la consistenza e l'identità dei commandos e le tecniche militari adottate. La prima domanda che viene spontanea è questa: perchè è stata annunciata la morte di un numero esiguo di 'terroristi' senza nessuna documentazione e senza spiegare come un piccolo gruppo abbia potuto gestire giorni interi di battaglie con l'esercito indiano e con i corpi speciali e allo stesso tempo tenere in ostaggio migliaia di persone. E' verosimile questa versione dei fatti? Sopratutto poi quando si annuncia che l'unico 'terrorista' catturato è un pakistano?
Eppoi, seconda questione, se si analizzano le modalità degli attacchi - sbarchi di commandos via mare, equipaggiamenti militari e dileguamenti di molti degli assalitori - ci si accorge che ci troviamo di fronte a una perfetta e oliata macchina militare che certamente non è caratteristica di gruppi terroristici, ma di forze professionali.
Dunque che cosa è veramente successo a Mumbai? Non abbiamo ovviamente la possibilità di dimostrare, documenti alla mano, la dinamica effettiva dei fatti. Possiamo però partire dalla considerazione sul movente e, come nei gialli che si rispettano, il movente indica anche l'assassino.
Se si parte da ciò che il nuovo presidente americano ha detto sul rafforzamento dell'intervento americano in Afganistan e sulla possibilità di estendere questo intervento al Pakistan dove si raccolgono le forze strategiche dei talebani e dei loro alleati pakistani, si capisce già il perchè dell'attacco di Mumbai e del terrorista pakistano catturato. La questione però è ancora pià complessa perchè come nell'11 settembre americano il vero obiettivo di chi ha organizzato l'attacco è quello di scatenare una reazione emotiva internazionale che giustifichi ulteriori interventi militari occidentali, ma allo stesso tempo di rafforzare un rapporto strategico in Asia con l'India che è l'ago della bilancia nei rapporti di forza nell'area. Infine la ciliegina della sinagoga, per legittimare il ruolo di Israele nella guerra al 'terrore' e galvanizzare il sionismo.
Erregi 1 dicembre 2008
Massimo Mazzucco Luogocomune 29/11/2008
Basta risalire di un paio di settimane, nelle notizie che riguardano il Pakistan, per trovare l’annuncio degli attentati di Mumbai fra le righe di questo articolo della Reuters, nel quale il capo della CIA Hayden diceva: "Il fatto che Al-Quaeda operi dalle zone tribali protette del Pakistan rimane il maggiore e più chiaro pericolo per la sicurezza degli Stati Uniti”, e poi aggiungeva che “gli Stati Uniti si sentono frustrati dall’incapacità dei pakistani di eliminare i militanti”.
A conferma del prevedibile “gioco di sponda”, il Daily Times di Islamabad ieri titolava: “L’India guarda male il Pakistan”. [“India gives Pakistan a dirty look”].
La Press Trust of India [equivalente della nostra ANSA] nel riportare il titolo commentava: “Nel mettere in guardia dal gioco delle colpe sugli attacchi terroristici di Mumbai, i media pakistani hanno detto venerdì che Islamabad non va ritenuta responsabile del massacro nel centro finanziario indiano, e che il processo di pace [fra i due paesi] non deve essere lasciato deragliare. Il quotidiano pakistano ha aggiunto che India e Pakistan fronteggiano la stessa minaccia terroristica, e dovrebbero mettere a punto una strategia di coperazione”.
Contro chi, il Daily News non lo ha specificato. E i giornalisti indiani hanno saggiamente evitato di domandarselo.
“Le investigazioni in corso – concludeva l’articolo - hanno rivelato che alcuni attacchi terroristici, che erano stati attibuiti alternatamente al Pakistan o agli indiani musulmani, erano in realtà opera di reti terroristiche hindu”.
Nero docet, of course.
In tutto questo, si incastra alla perfezione la notizia della strana morte del capo dell’antiterrorismo indiano (ATS), Hemant Karkare, che ha ricevuto tre proiettili nel petto, durante l’assedio del Taj Hotel.
Da circa un mese Karkare era diventato il bersaglio di una feroce campagna stampa, dopo aver scoperto – appunto – che un recente attentato, inizialmente attribuito ai musulmani, era invece opera di un gruppo terrorista hindu.
La stampa indiana aveva parlato di “shock nella nazione”, e ne aveva ben motivo: è come se gli israeliani un giorno scoprissero che gli attentati attribuiti ai palestinesi sono in realtà opera degli stessi sionisti.
Le indagini di Karkare avevano sollevato in India una vera e propria tempesta politica, e l’intera ATS era finita sotto il torchio, ricevendo accuse e insinuazioni di ogni tipo.
E così Karkare, mercoledì sera, ha indossato il suo giubbotto antiproiettile, mentre dirigeva le operazioni intorno all’Hotel Taj, ma è stato abbattuto da tre pallottole al petto “partite da un’auto della polizia, che era stata probabilmente sequestrata dai terroristi”.
Bisogna dire che il destino, a volte, è davvero crudele.
Massimo Mazzucco Luogocomune 26/11/2008
Dopo il video da psicanalisi di Al-Zawhari, il “rivoluzionario” razzista che se la prende con Obama perchè non si comporta abbastanza da negro, arriva una video-confessione del leggendario Ziad Jarrad, l’uomo che fece abbattere il 757 sui campi della Pennsylvania piuttosto che lasciarlo fare ai passeggeri in rivolta.
Come molti ricorderanno, infatti, la versione iniziale dei passeggeri che abbattevano l’aereo fu cambiata, quando le registrazioni del cockpit rivelarono la frase di Jarrad che diceva “Basta, facciamola finita!” (Evidentemente non ne poteva più delle urla di quei disgraziati che battevano alla porta, e volevano a tutti i costi arrivare da Allah prima di lui).
Jarrad è anche il genio incompreso che scrisse la lettera d’addio alla fidanzata, la sera del 10 settembre, commettendo un madornale errore che avrebbe permesso all’FBI di risalire a lui ed al suo gruppo, un mese dopo gli attentati. Dall’antica Sezione 9/11 leggiamo:
"Addio con ricevuta di ritorno.
Ma la vicenda più curiosa di tutte è forse quella di Ziad Jarrad, ex-studente di medicina nella città di Bochum, in Germania, sospettato di essere alla guida proprio del volo caduto in Pennsylvania.
Jarrad aveva una fidanzata, in Germania, e la sera prima di morire ha voluto scriverle una commovente lettera d'addio. Ma per qualche strano motivo, oltre alla lettera Jarrad ha voluto inserire nella busta anche i manuali di volo del Boeing 757, che evidentemente non gli servivano più. Pur conoscendo la ragazza da oltre cinque anni, Jarrad ha purtroppo sbagliato a scrivere il suo indirizzo (dove lui stesso aveva vissuto a lungo!). In compenso si è premurato di inserire, come "indirizzo di ritorno", quello del motel in cui avrebbe passato l'ultima notte della sua vita.
Accadde cosi che la busta, dopo aver girovagato per mezza Germania, fu rimandata al mittente dalle efficientissime poste germaniche.
Proprio in quel giorno passava da quelle parti un agente dell'FBI, che si era recato al motel per sapere se per caso vi fossero novità sui terroristi che avevano dormito in quel luogo un mese prima. Fu così che si ritrovò in mano la busta appena rientrata dalla Germania, e dai manuali di volo che conteneva capì immediatamente che Jarrad doveva essere stato il dirottatore del Boeing precipitato in Pennsylvania.”
Aggiungiamo che la sera del 10 settembre, mentre Jarrad andava a spendere tutto quello che gli restava all’ufficio postale (avete un'idea di quanto pesi un manuale del Boeing?), i suoi compari Atta e al-Suqami affittavano una macchina per andare a Portland, nello stato del Maine, in modo da essere obbligati a prendere un volo di ritorno per Boston, la mattina dopo, con una coincidenza talmente stretta da far restare a terra la sua preziosa valigia. Che conteneva il testamento di Atta, l’immancabile Corano, e..... altri manuali del Boeing, naturalmente!
Pensate, hanno ripassato diligenti fino alla sera prima, ma in cabina i manuali non se li sono portati, nonostante nessuno di loro avesse mai pilotato un jet nella sua vita.
Iimmaginate la scena, durante il dirottamento:
Al-Suqami: Cos’è ‘sta levetta gialla, qui in mezzo?
Atta: Dove?
Al-Suqami: Questa qui lunga, che penzola un pò.
Atta: Boh, non mi sembra di averla vista, sul manuale.
Al-Suqami: Neanch’io.
Atta studia la levetta da vicino.
Atta: Boh, non c’è scritto niente.
Al-Suqami: Infatti, non vorrei che fosse qualcosa di delicato. Prova a darci un’occhiata, perfavore....
Atta: Ehmmmm, veramente...
Al-Suqami: Veramente cosa? Sbrigati piuttosto, che qui andiamo a sbattere!
Atta: Veramente... il manuale l’ho dimenticato in valigia...
Al-Suqami: In valigia??? Ma sei deficiente? Mi spieghi a cosa serve il manuale in valigia????
Jarrad, guarda sul tuo perfavore.
Jarrad (un filo di voce): Veramente, il mio l’ho spedito in Germania, ieri sera.
Al-Suqami: In Germania? Ma siete rincoglioniti tutti, qui dentro?
Jarrad e Atta, insieme: Pensavamo che non servissero più. Ormai, li avevamo imparati a memoria...
La poderosa “memoria” di Jarrad, fra l’altro, è la stessa che gli ha appena fatto dimenticare l’indirizzo della ragazza con cui aveva vissuto 5 anni. Voglio dire, con una memoria del genere rischi di entrare nel cesso dell’aereo convinto di trovarci la cloche del comandante, altro che “levetta gialla”. E portatelo dietro ‘sto manuale, no?
Comunque, torniamo al video “ottenuto dalla NBC”, che contiene “la confessione anticipata” di Jarrad, registrata addirittura un anno prima degli attacchi alle Torri Gemelle.
Il buon giornalista che lo presenta si concentra sul fatto che Jarrad rida, nel video, e ci spiega che probabilmente il futuro criminale “non era del tutto convinto dell’operazione”. “Ma questo video spiega anche – dice sempre l’acuto commentatore – fino a che punto Al-Queda fosse disposta ad andare, pur di reclutare terroristi”.
Non si capisce se si riferisca al potere ideologico di convinzione dei reclutatori, o al fatto che inizialmente Jarrad compaia con la classica sciarpa palestinese bianca e rossa, mentre più avanti la sciarpa diventa bianca e nera, poi bianca e rossa di nuovo. (Forse lo hanno convinto a partecipare offrendogli un guardaroba completo - un pò come la Palin, insomma).
Nel frattempo nessun giornalista al mondo – e dico NESSUNO – si è ricordato che Osama bin Laden, nella sua storica confessione “della barba parlante”, aveva detto che “nessuno dei partecipanti era stato messo a corrente del piano fino a pochi istanti prima di salire sull’aereo”.
Quindi, nessuno lo sapeva, ma Jarrad ha registrato la sua confessione addirittura un anno prima.
Quanti milligrammi di cervello occorrono, a questo punto, per capire che almeno uno dei due video deve essere falso per forza?




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