Aurora

Sito d'Informazione Internazionalista
lunedì, 23 novembre 2009

Il giallo di Lotta Continua «made in Usa»

Antonio Selvatici ilGiornale

Torna l’attenzione sul terrorismo degli anni Settanta: su quegli anni, «formidabili» per qualcuno, ma in realtà tragici, ancora oggi, vi sono degli aspetti non ancora chiari. O meglio, su cui probabilmente si è preferito non indagare a fondo. Riguardo Lotta Continua movimento politico vi è ancora una questione in sospeso che fino a oggi non ha avuto soddisfacente risposta. Perché il quotidiano Lotta Continua veniva stampato da una tipografia gestita da americani? Perché il movimento estremista, comunista, movimentista ed extraparlamentare che era contro la borghesia, contro le multinazionali e contro l’America imperialista usava una tipografia «made in Usa»?
Cosa c’entrano gli americani con il foglio Lotta Continua? Cosa c’entra l’intelligence statunitense con il noto quotidiano dove professionalmente si sono formati molti brillanti giornalisti? La stessa domanda la posi ad Adriano Sofri quando andai a intervistarlo. Mi mandò a quel paese. Attendo ancora una risposta. La questione è nota a pochi. Per ricostruirla occorre andare in Camera di commercio e chiedere la stampa delle visure societarie. Quindi legare gli sterili dati camerali agli avvenimenti del periodo. L’intera vicenda si svolge a cavallo degli anni Settanta quando «i berlingueriani non avevano più nulla da offrire alla classe operaia», di conseguenza non rimaneva che volgere lo sguardo sempre più a sinistra. Oltre il Pci. Per diffondere l’ideologia estremista in contrasto con quella più moderata e «ufficiale» di Botteghe Oscure, a partire dal 1969 vennero costituiti alcuni fogli «di lotta».
Tra i tanti, alcuni ebbero fortuna, altri, chiusero dopo pochi numeri. Lotta Continua inizialmente uscì a cadenza quindicinale, poi divenne un quotidiano. I militanti appresero la notizia della trasformazione del loro foglio di riferimento in quotidiano nell’agosto del ’71 nel corso di un affollato convegno che si tenne a Bologna. Come promesso (direttore Adele Cambria) l’11 aprile ’72 uscì il numero uno di Lotta Continua quotidiano (registrazione del Tribunale di Roma 14.442 del 13 marzo ’72). Aggressivo il titolo d’apertura della prima pagina: «Così i padroni della Dc si preparano alla guerra civile contro i proletari». Una nota importante: bisogna sapere che quasi sempre la società che «produce» un quotidiano non è la stessa che fisicamente lo stampa. Una cosa è l’editore, i giornalisti che scrivono, altra lo stampatore. La redazione del quotidiano militante si trovava a Roma in via Dandolo al civico 10. Anche la stampa si faceva nello stesso edificio: incaricata era la società Art Press. Una società a responsabilità limitata con oggetto sociale «l'esercizio dell'attività tipografica ed editoriale». L'Art Press venne costituita a Roma il 1° dicembre ’71, pochi mesi dopo l’annuncio fatto durante il convegno di Bologna. A sorpresa nella compagine societaria troviamo degli americani. Amministratore della piccola stamperia risulta essere Robert Cunnigham junior, nato nello Stato dell’Ohio. Nella stessa strada vi era la Dapco che stampava Daily American, il giornale degli americani a Roma, ancora una volta, amministratore era un Cunningham. Alla fine del ’75 il quotidiano Lotta Continua si trasferì in via dei Magazzini Generali al civico 32/a (direttore Enrico Deaglio). Cambiò sede e cambiò stampatore: questa volta i fogli scorrevano tra i rulli della Tipografia «15 Giugno» con sede nella stessa via, ma all’attiguo civico 30. Tra i soci della nuova tipografia, con una quota minoritaria, vi era anche il solito Robert Cunningham junior (insieme, tra l’altro, a Marco Boato).
Non distante dalla Tipografia «15 Giugno» si trovava la società per azioni Rome Daily American che stampava in lingua inglese il quotidiano degli americani che vivevano in Italia. Per ribadire la liaison tra la via Dandolo e i legittimi interessi statunitensi, va segnalato che a partire dal dicembre 1982 allo stesso indirizzo dove si stampava Lotta Continua si insediò la società Am.P.Co. Srl, American Publishing Company, società a responsabilità limitata. E nuovamente troviamo Robert Cunnigham junior a ricoprire la carica di amministratore unico. Naturalmente avere ricoperto cariche societarie in società che stampavano il famoso quotidiano Lotta Continua non costituisce reato: ognuno è libero di spendere o investire soldi o tempo come meglio crede. Non mi meraviglia se uno o più membri della famiglia Cunningham abbiano amministrato o abbiano ricoperti altri incarichi in un’azienda che stampava il quotidiano Lotta Continua. Ciò che fa alzare il sopracciglio è la posizione della dirigenza, o di chi sapeva, in Lotta Continua. Come faceva il movimento extraparlamentare di sinistra a conciliare una politica apertamente anti-americana quando i soci della stamperia venivano da Oltreoceano.

sabato, 24 ottobre 2009

Crisi politica italiana: Berlusconi è la principale minaccia per la democrazia italiana?

Angela Corrias Globalresearch.ca

Il 7 ottobre, La Corte costituzionale italiana ha dichiarato incostituzionale il cosiddetto Lodo Alfano, un disegno di legge che il governo Berlusconi aveva portato in Parlamento. Avrebbe concesso alle quattro cariche più alte dello Stato (Primo Ministro, Presidente della Repubblica e i presidenti delle due Camere del Parlamento), l'immunità totale durante il loro incarico. Sebbene il Lodo Alfano non sia ammirevole a causa dei processi nei quali il signor Berlusconi è attualmente coinvolto, e la possibilità che egli avrebbe di allungare i termini fino alla prescrizione, la verità è che il dibattito pubblico su questo disegno di legge è un chiaro messaggio al premier che il suo attuale momento politico si avvicina alla fine.
La stampa internazionale sta letteralmente distruggendo la reputazione già traballante di Berlusconi, l'ultimo esempio è il Newsweek: "Perché l'Italia dovrebbe scaricare Berlusconi." Sebbene sia lusinghiero che la comunità internazionale si preoccupi così tanto del destino dell'Italia, molti inevitabilmente cominciano ad interrogarsi sulle vere ragioni alla base di questa processo. Certo, le origini politiche del premier italiano non sono molto ortodosse, visto che mafia e Loggia massonica P2 sono fortemente coinvolte, ma ciò che è maggiormnente evidente in tutte le cronache internazionali è l'importanza che viene data alle feste selvagge di Berlusconi in Sardegna, al punto tale che Christofer Dickey del Newsweek si spinge fino a menzionare la "corruzione" e la "dissolutezza" di Nerone o dei Borgia
Vero, Berlusconi (e la sua coalizione) non è affatto il migliore esempio di politico onesto, con la sua ossessione per il controllo dei media, dei magistrati e della mente del pubblico, cosa che inevitabilmente puzza di totalitarismo. Ma i toni esagerati della stampa inglese di solito moderata e professionale (The Times lo ha definito come "squallido" e "un buffone") dà da pensare. Perché Berlusconi ha improvvisamente acquisito tanti nemici? Perché i media internazionali sono così preoccupati per il futuro dell'Italia? Potrebbe essere una coincidenza, ma ci sono molti segnali che il governo Berlusconi non si sta adeguando al comportamento internazionale comunemente accettato.
Il tanto lodato rigetto del Lodo Alfano è servito solo a distogliere l'attenzione pubblica da ciò che potrebbero eventualmente essere le cause alla base di una condanna internazionale verso le politiche più recenti di Berlusconi. La sua amicizia sempre più stretta con la Russia di Putin, il mondo arabo ed i mercati dell'est in generale, in un momento in cui le relazioni degli Stati Uniti con l'Iran sono sempre più difficili, è comprensibilmente non apprezzato dalla Casa Bianca. Inoltre, l'invito di Berlusconi a riconsiderare un graduale ritiro delle truppe italiane dall'Afghanistan, dopo che sei soldati sono morti in un attentato a Kabul il 17 settembre, non è stato accolto positivamente dagli Stati Uniti, date le intenzioni di Obama di aumentare il numero delle truppe Usa e Nato in quella terra devastata.
Anche se la recente decisione della Corte costituzionale di rifiutare l'immunità dai procedimenti giudiziari a Berlusconi può avere l'effetto di far sentire i politici meno protetti in caso di corruzione, questo ci richiama inevitabilmente al maxi-caso di Mani Pulite dei primi anni '90 che fu avviato dal tribunale di Milano e si concluse con l'espulsione della vecchia classe politica che aveva offerto un consistente sostegno ad operazioni segrete della CIA ai tempi della Guerra Fredda. Tuttavia, dopo la caduta del muro di Berlino, la vecchia classe politica italiana era diventata troppo fuori moda e non abbastanza aperta ai nuovi interessi del mondo moderno. Le migliaia di processi degli anni '90 si conclusero con la fine ufficiale della Prima Repubblica e l'inizio della Seconda Repubblica. In realtà questo ha significato il congedo della vecchia classe e l'introduzione di personaggi nuovi e riciclati, con la conseguenza che nulla è cambiato nella scena politica: le coalizioni di governo sono ancora instabili ed i livelli di corruzione sono elevati.
Mentre si teneva impegnata l'attenzione pubblica con le notizie dei casi giudiziari di Mani Pulite, dietro le quinte stava accadendo qualcosa di più importante, che avrebbe fortemente influenzato il futuro dell'Italia. Il 2 giugno 1992, sullo yacht reale inglese Britannia, leaders italiani di centro-sinistra, insieme all'élite finanziaria italiana, incontravano i maggiori protagonisti della scena finanziaria internazionale. Questo fu l'inizio di ciò che avrebbe portato l'Italia sull'orlo del collasso. Le grandi aziende e la Banca Centrale d'Italia (Bankitalia), furono vendute a banche anglo-americane per quasi niente. Nel corso di tale riunione fu deciso che gli istituti finanziari stranieri potevano controllare il 48 per cento delle imprese italiane, tra le quali Buitoni, Locatelli, Negroni, Ferrarelle, Perugina e Galbani. Mentre i dibattiti sui casi di mani Pulite imperversavano in tutto il paese, élites finanziarie nazionali ed internazionali decidevano come sostituire la vecchia classe politica con una nuova, completamente manipolata dai nuovi proprietari. Quando è diventato Presidente del Consiglio, Giuliano Amato, nel giugno 1992, ha iniziato un processo di privatizzazione sconsiderata, previa consultazione con le ammiraglie di Wall Street: Merrill Lynch, Goldman Sachs e Salomon Brothers. [1]
Sotto il controllo politico ed economico, e militarmente occupata, l'Italia è stata una colonia degli Stati Uniti fin dalla fine della seconda guerra mondiale quando, con il crollo del regime fascista, l'OSS (precursore della CIA) reintrodusse ex gerarchi fascisti, che avrebbero dovuto essere perseguiti. Invece, furono ingaggiati per aiutare la CIA nella creazione di Gladio, la versione italiana di Stay-Behind presente in tutta l'Europa occidentale, e nella creazione del cosiddetto Anello della Repubblica, un servizio segreto parallelo con collaboratori in tutte le principali forze armate dello Stato. Questa organizzazione avrebbe controllato e manipolato molti aspetti della vita all'interno del paese, e organizzato gli attacchi terroristici durante la "strategia della tensione", non ultimo dei quali è stato il rapimento e l'uccisione dell'ex primo ministro Aldo Moro. [2]
In seguito al rigetto del Lodo Alfano, Berlusconi ha un'idea ancora più chiara che la sua carriera politica è finita, ma, a differenza dei leaders della Prima Repubblica, non sembra arrendersi. I suoi ex alleati (come Gianfranco Fini, ex fascista e attuale portavoce della Camera del Parlamento) lo hanno abbandonato e hanno stretto strane alleanze con ex rivali. Il suo ministro dell'economia, Giulio Tremonti, che sembrava disposto a proteggere le decisioni politiche dagli interessi bancari (specialmente contro i sottili suggerimenti di Mario Draghi, attuale presidente della Banca Centrale d'Italia e uno dei principali animatori delle trame dello yacht Britannia nel 1992), ha tuttavia organizzato una riunione strategica l'8 Ottobre (il giorno dopo la decisione della Corte), all'interno dell'Aspen Institute Italia, di cui è il Presidente. Partecipanti insieme ad una vasta gamma di nomi importanti: Massimo D'Alema, ex primo ministro della coalizione di centro-sinistra, Ignazio Marino, candidato alla segreteria del PD (di centro-sinistra), Umberto Veronesi, ex Ministro della Salute di un governo di centro sinistra, Franco De Benedetti (fratello di Carlo, presidente del gruppo editoriale L'Espresso, Proprietario de La Repubblica, giornale mainstream, vicino ai partiti di centro-sinistra e tra i critici più severi del governo Berlusconi), Renato Brunetta, attuale ministro dell'amministrazione Berlusconi e Roberto Castelli, attuale vice ministro e membro del partito della Lega Nord nella coalizione di governo.
Lo scopo di tale riunione, secondo la lettera di invito, era quello di lavorare per "una nuova leadership", in grado non solo di "affrontare la crisi, ma piuttosto di immaginare e costruire il «dopo» [...] con una rinnovata e forte responsabilità, non solo sul piano socio-economico, ma anche sul piano politico". In poche parole, un gruppo eterogeneo di ordine finanziario e politico sta già programmando il post-Berlusconi, e il mix esplosivo che vede membri di entrambe le coalizioni in affari con i capi delle grandi aziende è ben lungi dall'essere la "cospirazione comunista" di cui Berlusconi continua a parlare, ma somiglia fortemente al "complotto capitalista", di cui lui pensava di avere il pieno controllo.
La nuova classe politica sembra disposta a compromettere ulteriormente l'indipendenza d'Italia, che soffre ancora per il saccheggio dei primi anni '90. La politica estera di Berlusconi è una minaccia per il forte legame che l'Italia ha sempre avuto con gli Stati Uniti. Berlusconi è forse squallido e controlla gran parte dei media italiani, ma i continui attacchi della stampa internazionale, nascosti dietro un falso "prendersi cura della democrazia italiana", sono responsabili di confondere ulteriormente l'opinione pubblica e concentrare le energie delle persone intorno a questioni secondarie, deviandole da quella che è veramente una minaccia per il benessere dell'Italia.

Note:
[1] Antonella Randazzo,
Come è stata svenduta l’Italia, March 12th, 2007
[2] Sergio Flamini, Trame Atlantiche, Kaos Edizioni, 2005; e Stefania Limiti, L’Anello della Repubblica, Chiarelettere, 2009

Angela Corrias è una giornalista freelance italiana con sede a Londra

Traduzione: Dakota Jones - I Lupi di Einstein

sabato, 17 ottobre 2009

Per il premier la 'scomunica' della politica americana

di Aldo Giannuli - L' Unità 16 ottobre 2009

Edward Luttwak, parlando a Ballarò, ha attaccato Berlusconi, e ha fatto capire che la caduta del Cavaliere, per chi vede le cose da Washington, non sarebbe poi ungran male. La cosa ha sorpreso i conoscitori della biografia di Luttwak: autore di sedici libri, fra cui uno intitolato «Tecnica del colpo di Stato», dette il suo contributo al golpe contro Salvador Allende. Repubblicano neo-consun po’ eretico, grande amico della Cia, consulente ascoltatissimo della Telecom (il suo nome è venuto fuori in relazione al caso di Pio Pompa). Ascoltatissimo, dicevamo, ma forse non proprio leale, come ha segnalato Giuliano Tavaroli ai giudici milanesi. Unocosì dovrebbe essere unamico della destra italiana (ed in effetti lo è sempre stato). E invece... Tutto, però, ha una spiegazione. Il fatto è che Berlusconi sta dando molti dispiaceri agli Usa: si è schierato con Putin per la Georgia, propone di allargare la Ue alla Russia, fa una televisione in Libia. Addirittura, il suo ministro del Tesoro si è permesso il lusso (ma è stato solo un momento) di definire «interessante» la proposta cinese di sostituire il dollaro come moneta di riferimento internazionale.
Ma c'è di più. L’accordo fra Eni e Gazprom manda gambe all’aria il gasdotto «Nabucco» che, collegandosi alle pipeline iraniane, georgiane e dell'Azerbaijan, passa per Turchia, Bulgaria, Romania, Ungheria per sboccare in Austria e Repubblica ceca. Ideato nel 2002, si snoderà per circa 3.300 chilometri per un transito di circa 31 miliardi di metri cubi di gas. Ufficialmente è un’operazione volta a garantire la sicurezza strategica dei rifornimenti energetici dell’Unione Europea, in realtà ha l’obiettivo di ridimensionare brutalmente il peso energetico della Russia e di alleggerire la pressione di Mosca su Kiev. Non è un caso che il progetto sia partito più o meno in contemporanea alla «rivoluzione arancione » ucraina e quando, con la Seconda Guerra del Golfo, si incrinava l’intesa sin lì ottima fra Russia ed Usa. Dunque, non si tratta solo di un enorme affare economico, ma anche di un’operazione dal fortissimo rilievo strategico e militare.
 L’accordo Eni-Gazprom rimette in gioco la Russia. Si badi che in questo caso non conta nulla il fatto che al posto dell’«amico George» ci sia l'«abbronzato Obama»: in queste cose gli Usa hanno un solo colore ed è quello a stelle e strisce e non ci sono nè falchi nè colombe, nè democratici nè repubblicani. Se ci fosse ancora il repubblicano Bush non cambierebbe nulla e, infatti il preannuncio di licenziamento viene dal falco repubblicano Luttwak. Si sa, gli americani non sanno stare agli scherzi: vi ricordate quando Kissinger apostrofò Moro, per le sue aperture al Pci esprimendo l’auspicio di non dover mangiare «spaghetti in salsa cilena»? Oppure il caso di Sigonella, quando Craxi (presidente del Consiglio) ed Andreotti (ministro degli Esteri) osarono far circondare i marines americani dai carabinieri? Non sembra che la cosa abbia portato fortuna nè a Moro, nè a Craxi, nè ad Andreotti. Gli americani non hanno risparmiato segnali in questi mesi.
La stampa degli Stati Uniti ha raccontato, in modo crescente, gli infortuni di immagine del nostro Presidente del Consiglio. Obama, al G8 dell’Aquila, è stato freddamente cortese. E questo benché all’epoca, lo scorso luglio, la posizione italiana fosse importante in vista del G20 che, però, ora è passato. E c’è stato anche un discorso molto esplicito dell’ex presidente della commissione Mitrokhin Paolo Guzzanti - notoriamente molto amico degli Usa (ne parla come della sua seconda patria) - che ha riferito di certe sue conversazioni private con l’ambasciatore americano. Conversazioni che avevano per tema i forti malumori di Washington verso Palazzo Chigi. Ma si sa: Guzzanti è un personaggio un po’ estemporaneo e l'ambasciatore americano non si è preso neppure la briga di smentire... appunto. Ora si fa sul serio e, questa volta, il personaggio da abbattere non ha la statura di un Moro, di un Craxi o di un Andreotti, ma è un uomo molto più piccolo e meno credibile.

giovedì, 30 luglio 2009

P2

Il 20 maggio 1981 il presidente del Consiglio Arnaldo Forlani rende pubblici gli elenchi della P2, ricevuti quasi due mesi prima dai magistrati Turone e Colombo che indagavano su Sindona. Nella residenza di Licio Gelli salta fuori la lista dei 953 iscritti.

Nella homepage del sito della P2 si legge:

"Negli elenchi della loggia erano iscritti i nomi di quattro ministri, 44 parlamentari, tutti i vertici dei servizi segreti SISMI e SISDE, comandanti della Guardia di finanza, alti ufficiali dei Carabinieri, generali, militari, prefetti, funzionari, magistrati, banchieri, imprenditori, direttori di giornali, giornalisti... Fondati sospetti fanno ritenere che gli elenchi integrali della P2 siano rimasti nell'ombra, la piovra della P2 toccava ogni cosa e controllava l'Italia intera."

Giova ricordare che negli elenchi non compariva nessun iscritto al PCI. Infatti all'epoca era in atto una guerra frontale tra due contrapposte fazioni che vedeva la P2 attivamente impegnata sul fronte anticomunista. Il golpe Borghese, ad esempio, aveva coordinato una legione di Avanguardia Nazionale, una colonna armata di guardie forestali ed un'altra unità di neofascisti per impossessarsi dell'armeria del Ministro dell'Interno, occupare i ministeri dell'Interno, della Difesa e la RAI. Il venerabile capo della P2 sarebbe dovuto entrare nel Quirinale e arrestare l'allora presidente Giuseppe Saragat.

Ecco la lista trovata nella villa del venerabile.

Tra questi spiccano

Giancarlo Elia Valori fascicolo 283

Silvio Berlusconi fascicolo 625

Maurizio Costanzo 626

Costanzo e Berlusconi li conosciamo («Io non ho mai fatto parte della P2. E comunque, stando alle sentenze dei tribunali della Repubblica, essere piduista non è un titolo di demerito» afferma con la sua solita faccia il Berlusconi), ma chi è Elia Valori alias "Fiore di Loto" per Pecorelli o Signor Autostrade per i più? E' al centro di un bell'intrigo tutto italiano fatto da servizi segreti deviati, faccendieri, finanzieri, magistrati, politici e giornalisti.

Si scopre anche che "ha voluto far concedere al capo della Polizia Fernando Masone la cittadinanza onoraria di Padova, dove è (era...ndr) sindaco la sua amica Giustina Destro."

Ok, lasciamo stare per il momento il Valori, e torniamo alla P2. Nascosto nel doppio fondo della valigia della figlia di Gelli fu scoperto durante una perquisizione il Piano di Rinascita Democratica. Durante una famosa intervista su Repubblica il venerabile ammette: "Il PIANO di RINASCITA è ormai il modello seguito dal centrodestra e da una parte del centrosinistra, non c'è più bisogno di tenerlo nascosto, perché tutti dicono le stesse cose che dico io, ma lo dicono pubblicamente, mentre io ero costretto a nascondermi" e si lamenta che "a me davano del golpista mentre adesso i politici, da D'Alema a Boato, era il periodo della bicamerale, a Berlusconi ovviamente, sono dei sinceri democratici. Voglio il risarcimento dei danni e i diritti d'autore".

Ok, la bicamerale, Gelli e D'Alema e il copyright. Ecco come si sia spostato nel corso di un ventennio l'asse P2-neofascismo. Non più neofascisti a minacciare i comunisti ma (ex)comunisti ad avvallare i progetti piduisti.

Agostino Cordova dichiarava allora: “La riforma della giustizia in Bicamerale? E’ il trionfo di Licio Gelli e della P2”.

Il piano di rinascita tra l'altro prevedeva di «usare gli strumenti finanziari per l’immediata nascita di due movimenti l’uno sulla sinistra e l’altro sulla destra». Ma va? «acquisire alcuni settimanali di battaglia», «coordinare tutta la stampa provinciale e locale attraverso un’agenzia centralizzata», «coordinare molte tv via cavo con l’agenzia per la stampa locale», «dissolvere la Rai in nome della libertà d’antenna»; «punto chiave è l’immediata costituzione della tv via cavo da impiantare a catena in modo da controllare la pubblica opinione media nel vivo del Paese». Tutto scritto in quelle pagine. Tutto realizzato se per "via cavo" si intende digitale.

Per sancire l'alleanza P2-exPCI (o meglio per sancire l'uscita dell'ex-PCI dall'orbita precedente) occorre dare fondo alla peggiore retorica burocratica. Quale occasione migliore della donazione Gelli, composta da inutili dejà-vu e improbabili poesie del venerabile?

Nel febbraio 2006 l'Archivio di Stato di Pistoia accoglie le memorabilia di Gelli e a fare gli onori di casa c'è nientemeno che Linda Giuva, moglie di D'Alema. Mentre fuori le contestazioni dei soliti noti con bandiere del Che ed UN vessillo dei Comunsiti Italiani (ricordatevelo!) dentro la sala un nutrito stuolo di piduisti fa i complimenti al venerabile e agli organizzatori.

Giova ricordare che D'alema è presente come menbro del Consiglio delle Relazioni Estere che ha per scopo:

"the ability to get what you want through attraction rather than coercion and payment, arising from the appeal of your culture, political ideals, and policies." Ovvero "l'abilità a ottenere ciò che si vuole attraverso l'attrazione piuttosto che tramite la coercizione, attrazione suscitata da adeguati modelli culturali, politici e comportamentali".

Insomma si tratta degli scopi della P2 post-golpista trattati a livello internazionale dal club privè dei Rockefeller.

Torniamo a Valori adesso. In questo pdf che consiglio caldamente di scaricare si vede il Diliberto (quello che diede l'unico vessillo politico ai contestatori di Gelli-Giuva) mentre sornionamente presenzia uno dei tanti incontri tenuti assieme all'ex(?)-piduista.

Come conferma De Magistris, dalle sue indagini (Why Not, Poseidone) salta fuori che "Elia Valori pareva risultare, dagli accertamenti preliminari che stavamo svolgendo con la massima riservatezza, ai vertici della massoneria «contemporanea»".

Ora la domanda finale: che ci fa un comunista "vero" con un piduista vero? Perchè Rizzo ha dovuto subìre l'espulsione dal partito per avere sottolineato queste incongruenze? Che sorta di transumanza etica e morale ha subìto la sinistra per porsi da antagonista a tutti gli effetti (rischiando anche l'eliminazione fisica come nel caso del golpe Borghese) a collaboratrice del Nuovo Ordine Mondiale che tanta gioia sta dando ai thinktank della finanza e della propaganda mondiale?

mercoledì, 27 maggio 2009

E’ in arrivo il revisionismo targato ANSA

Massimo Mazzucco Luogocomune 27/5/2009  

Con grande visibilità l’ANSA ha “dato la notizia” che un suo giornalista, Paolo Cucchiarelli, ha pubblicato un libro sul caso di Piazza Fontana. Come dire, facciamo tutto in casa, ma facciamo finta che sia una cosa seria.
Questa, secondo l’articolo dell’ANSA, la tesi del libro di Cucchiarelli: “Alla Bna, quel 12 dicembre 1969, non c'era una sola bomba, ma due. Una piazzata dagli anarchici, presumibilmente da Pietro Valpreda, con un timer tarato per farla esplodere dopo la chiusura della banca, perché l'obiettivo era quello di un'azione dimostrativa che non doveva fare vittime; ed è questa la bomba che conosciamo da quattro decenni. L'altra, molto più potente, era realizzata con esplosivo di diversa origine e fu occultata dentro una borsa sportiva nera dai neofascisti di Ordine Nuovo, che sapevano dell'azione degli anarchici e decisero di renderla mortale. Fu questa seconda bomba che, esplodendo anticipatamente, con un meccanismo a miccia, determinò la strage che il ballerino anarchico non voleva né poteva realizzare. Due borse, due bombe, dunque. E una regia che per anni ha occultato la realtà per coprire i veri responsabili della strage.”
Si sente già da lontano lo stesso odore di LIHOP che ha ammorbato per anni la questione 11 settembre. Il LIHOP è la splendida tesi del “let it happen on purpose” (lasciarlo succedere di proposito), che riesce meravigliosamente ad assolvere i veri mandanti, pur tenendo conto delle evidenti pecche della versione ufficiale. E’ la versione ideale per i salotti-bene della nostra “intellighenzia”, dove non puoi accusare apertamente lo stato di aver messo le bombe, ma non puoi nemmeno fare la figura di quello che crede alla favoletta della versione ufficiale.
Ma leggiamo prima nel dettaglio cosa ha “scoperto” l’autore del libro, che secondo l’ANSA è: “Una vera e propria indagine che presenta una serie di novità in parte scartate, in parte mai prese in considerazione dalla magistratura, oppure non valutate nella luce in cui le pone il libro. Cucchiarelli racconta che i neofascisti di Ordine Nuovo (ma non solo loro), infiltratisi tra gli anarchici e nei gruppi marxisti-leninisti a Roma e Milano già dal '68, idearono la strage-trappola per cercare di provocare una 'strettà del sistema democratico. Principale obiettivo politico di tutta l'operazione era Aldo Moro, che nel novembre del 1968 aveva varato la "strategia dell'attenzione" al Pci, a cui si rispose con la "strategia della tensione" a suon di bombe. Il progetto neofascista voleva far ricadere tutta la colpa della strage sugli anarchici e sull'editore di sinistra Giangiacomo Feltrinelli, a cui facevano capo diversi gruppi, tra cui quello neo anarchico dei coniugi milanesi Corradini e Vincileone. Le novità asserite dal libro sono molte. Tra le altre, il fatto che il 12 dicembre '69 , come confermarono proprio gli anarchici nella loro conferenza stampa del 17 dicembre, oltre a quelle di Piazza Fontana c'erano a Milano altre due bombe pronte a scoppiare: una vicino ad un grande magazzino, l'altra presso una caserma. Anche in quei casi gli anarchici non volevano provocare vittime. Ma l'inchiesta ipotizza che anche queste altre due bombe dovevano essere "raddoppiate" dai neofascisti per farle esplodere in anticipo e provocare altre stragi. La stessa cosa fu infatti realizzata anche a Roma alla Bnl (altra novità del libro) e si tentò di fare, non riuscendovi, all'Altare della Patria. Pino Pinelli, ferroviere anarchico, da tempo sull'avviso delle manovre in atto da parte di settori degli apparati dello Stato, intuì la trappola e nel pomeriggio del 12 dicembre cercò in ogni modo di fermare la strage. Ma non ci riuscì.”
Quindi avremmo i “sani fascisti“ di Ordine Nuovo che convincono “ballerini e ferrovieri anarchici” a fare degli attentati “ma senza fare del male a nessuno”, poi invece arrivano loro cattivi che mettono le bombe vere, “per far ricadere la colpa su di loro”?
Ma scusate, i “fascisti” non facevano prima a mettere le bombe vere, per poi stampare il classico ciclostile con la ”rivendicazione anarchica”? Perchè complicarsi la vita con questi dilettanti dell’esplosivo, quando puoi fare tutto da solo? E poi, perchè rischiare di andare DUE VOLTE alla banca, a mettere una bomba, raddoppiando così le possibilità di essere scoperti?
Più bella ancora è la storia di Pinelli, che era “da tempo sull'avviso delle manovre in atto da parte di settori degli apparati dello Stato”, ma che “intuì la trappola e nel pomeriggio del 12 dicembre cercò in ogni modo di fermare la strage”.
Ma scusate, se la trappola era di Ordine Nuovo, cosa c’entrano i “settori degli apparati dello stato”? E poi, come faceva un miserando “ferroviere anarchico” ad essere a conoscenza di tali manovre?
Veniamo infatti al “premio” con cui fu onorato Pinelli per aver tentato, con altissimo dovere civico e con devozione sprezzante del pericolo, di “fermare la strage all’ultimo momento”:
Pinelli, in questura, si vide attribuire la responsabilità di tutte le bombe del 12 dicembre e della strage. Da ciò un duro alterco, al quale seguì la caduta dell'anarchico, di spalle, dalla finestra della stanza dove si svolgeva l'interrogatorio.
Come, tu corri per evitare una strage, e ti vedi invece attribuire la responsabilità di “tutte” le bombe? E quando sei in questura non solo non riesci a spiegarti bene (è noto che i “ferrovieri anarchici” parlino solo un antico dialetto jugoslavo), ma cadi pure di spalle dalle finestre?
Durante l'interrogatorio, Pinelli ebbe la prova che nel gruppo anarchico c'era almeno un infiltrato neofascista, anche lui ferroviere, che gravitava tra Roma e Milano.
Quel neofascista doveva essere particolarmente astuto, perchè invece di infiltrarsi semplicemente negli anarchici, ha preferito fare il giro lungo: si è sorbito mesi e mesi di tirocinio nei depositi di locomotive della Centrale di Milano, si è fatto controvoglia mille bevute di barbera nelle “osterie” tipiche dei ferrovieri, ha dovuto cantare più volte in coro “Bella Ciao” con tutti loro, tutto questo per riuscire ad “avvicinarsi” a Pinelli senza destare sospetti in lui.
Interessante poi questa notizia, con cui chiude l’articolo dell’ANSA: “Il libro-inchiesta è corredato da una perizia del generale Fernando Termentini, che accredita l'utilizzo di 'accenditori' speciali, che permisero ai neofascisti di anticipare lo scoppio, causando così la strage”.
Questo sì che è importante.
Gentile Signor Cucchiarelli, perchè invece di fingere di fare una indagine “di 700 pagine” non ha scritto un semplice articolo di sette righe, che recitasse più o meno così:
Dal dopoguerra in poi l’Italia è schiava degli Stati Uniti, con il beneplacito del Vaticano. Da noi comanda la CIA, al punto che spesso i nostri Servizi devono chiedere a loro il permesso per agire (Calipari insegna: se sgarri paghi). I democristiani di Andreotti sono la facciata “laica” del potere religioso, e sono accomunati agli americani dal terrore del “comunismo”, che condividono fin dall’avvento di Stalin. Il ’68 li ha fatti letteralmente cagare sotto, e dal ’69 in poi – guarda caso - è partita la strategia della tensione. Il primo episodio fu quello di Piazza Fontana, e i meccanismi attuati per gettare la colpa sugli “anarchici” erano ancora rudimentali, al punto da partorire una versione ufficiale semplicemente ridicola.
Immagino infatti che il suo libro si sia dimenticato di spiegarci perche Valpreda abbia preso un taxi per fare 400 metri con una bomba in valigia, vero? (Un ballerino 400 metri li fa con cinque salti al massimo, caro Cucchiarelli, altro che “taxi”).
Se invece di prendere certe vicende dal lato degli “accenditori speciali” provasse a prenderli dal lato della Storia, vedrà che le torna tutto molto più facile.

Siamo al macchiettismo storico-giornalistico, alle indagini fatte per accontentare tutti (quelli che contano) e punire i nessuno (ovvero poveracci come Pietro Valpreda, tormentato anche nella tomba).
L'itaglia del 'volemose 'bbene', del tutti fratelli-coltelli, dallo sbarco del mercenario garibaldi a Marsala alle gesta del bandito giuliano, dalle blaterazioni sui retroscena sui fatti di Porzus alla esplosiva liquidazione di Mattei.
Ora ci si aggiorna, come nei programmi di storia alle superiori, e si arriva al 1969. Cos'altro si inventeranno? Già hanno fatto sfoggio letterario gli inquirenti sul caso del mostro di Firenze e quelli della bomba 'palestinese' a Bologna (sui cui inventori è bene stendere un pietosissimo velo), quelli dell'attentato al Papa organizzato dagli 'agenti del KGB' Agcha e Antonov al rapimento di Orlandi, sempre da parte del KGB (cosa in cui è maestro imposimato) per finire nella vergognosa tesi che ad organizzare l'eliminazione di Falcone siano stati soltanto due mafiosi truculenti, ma da quattro soldi, come i fratelli brusca.
Tutte teorie devianti e sconclusionate, elaborate da magistrati-coccodé', giornalisti-coccodé' e studiosi-coccodé', che hanno scelto come nemici non i complottisti (quelli veri, quelli che i complotti li fanno  e li coprono) ma il senso del ridicolo e la ricerca della giustizia.
Cucchiarelli si è allegramente aggiunto a questo triste spettacolo: il circo Barnum della 'dietrologia di regime'.
Poi i pazzi e gli irresponsabili sono quelli che parlano di scie chimiche, ufo, 911 inside job, ecc.
Certamente gli attivissimo e gli aborti intellettuali del cicap, staranno ben attenti dall'esporre le loro 'scientifiche argomentazioni' contro questa ennesima 'teoria del complotto'. In questo caso non conviene essere 'razionali e scientifici'.... -
Alessandro

martedì, 27 gennaio 2009

Il Maestro di Travaglio

La questione “Giustizia” scandalizza di nuovo i convinti democratici ed in particolare i “legalisti”. Da Beppe Grillo a Marco Travaglio ritorna la solita levata di scudi che poi prende le consuete strade, fino al nostro blog. Le vergini violate urlano per la deflorazione e invitano alla sollevazione il popolo tradito. Avanza il Regime, arrivano i Tiranni, fine della libertà. Peccato che questo modo di rappresentare la realtà sia falso, ed i suoi effetti utili unicamente al rafforzamento del Sistema. L’equivoco è generato dalla pubblicistica di Regime e dagli effetti del minculpop democratico che agiscono nelle teste di chi si scandalizza.
Da bimbo Travaglio si è sentito raccontare a scuola dal Maestro, quello unico, che l’Italia è una Repubblica democratica, dove tutti possono esprimere le loro opinioni liberamente e che la magistratura e le forze dell’ordine difendono gli italiani dai ladri, dai corrotti e dai tentativi di limitare la libertà personale. Travaglio, che è un ragazzo ottimista e fiducioso, giustamente si adira: ma come, la costituzione dice tutte queste belle cose e voi fermate la Procura di Salerno che indagava sugli insabbiamenti della Procura di Catanzaro? E così parte la campagna di indignazione: Aiuto, Regime, Fascisti, Dittatura, Pinochet, Berlusconi, Intercettazioni, Borsellino, Mancino, le Cavallette (John Belushi). Tutto frullato e riproposto in termini infantili, illusori, parzialmente vero e quindi falso. Il Maestro delle elementari e poi gli insegnanti di Travaglio avrebbero dovuto dirgli la verità, invece che raccontargli favolette.
Nel 1945 l’Italia ha perso la guerra ed è passata da un vero Regime Autoritario ed illiberale alleato con il Regime Nazionalsocialista tedesco, ad una finta Repubblica democratica. La sovranità italiana da quegli anni è limitata all’ordinaria amministrazione. I patti con la Mafia per il controllo del territorio sono stati sottoscritti direttamente dagli Stati Uniti e poi continuati dai loro rappresentanti “democratici”. Lo strapotere della Mafia e delle Mafie sono una diretta conseguenza delle politiche sociali ed economiche che in maniera scientifica lo Stato repubblicano ha praticato nel dopoguerra.
L’Italia non può disporre in toto del proprio territorio, perché basi militari straniere sono sul nostro “suolo patrio” senza legittimità politica e morale. I traffici di droga vengono tollerati grazie all’enorme mole di danaro che generano, grazie alle complicità tra istituzioni, mondo bancario e finanziario e delinquenza organizzata. Le stragi degli anni 60/80 sono state organizzate per rafforzare il Sistema ed impedire derive “comuniste”.
Tutta la magistratura italiana ha accettato di produrre sentenze false al solo fine di coprire le responsabilità dei servizi segreti italiani, della Cia e di ogni altra organizzazione, e che per Piazza Fontana, Bologna, Ustica, Italicus, Bologna-Firenze, Piazza della Loggia, ancora oggi non v’è stata Giustizia degna di questo nome. La classe politica italiana svolge una funzione subalterna e di totale dipendenza da quelli che vengono chiamati comunemente “poteri forti”. In cambio ottiene quei vantaggi e privilegi che conosciamo e sui quali è inutile tornare.
L’attuale Sistema tecnofinanziario, ovvero la dittatura bancaria che controlla e dirige la nostra società occidentale, si serve dei partiti e dei politici così come un manager dispone dei propri collaboratori. Ai politici italiani questo schema è chiaro, e nessuno di loro osa dubitarne, tanto meno in pubblico. Nei numerosi tentativi operati per fare esprimere leader di partito, parlamentari, ma anche giornalisti ed intellettuali, sul tema della Sovranità Monetaria, si ottengono risposte di questo tipo: “chi tocca quei fili, muore” oppure “non sono cose che noi possiamo modificare” o ancora “io non mi posso esporre trattando questi temi”. Hanno paura, e fanno bene. Chi ignora questa verità negata sa bene che la sua diffusione potrebbe rivelarsi tanto letale da determinare le condizioni per la fine del Sistema stesso.
Lo Stato italiano è prigioniero di un abuso anticostituzionale, illegittimo ed ingiusto e cioè che l’emissione monetaria è oggi affidata ad una società privata che pretende un pagamento per questa funzione, che se venisse espletata dallo Stato, non produrrebbe debiti e di conseguenza tasse. L’intero debito pubblico italiano è stato generato da questo abuso, non dalla cialtrona classe politica italiana e dai suoi sperperi. Tutto il debito pubblico italiano è figlio del costo che lo Stato italiano paga alla BCE (prima lo pagava alla Banca d’Italia), che sono società private controllate dalle banche. I politici non sono in grado di opporsi a questo Sistema. Se qualcuno di loro ci provasse, verrebbe immediatamente criminalizzato, intercettato, inquisito e distrutto politicamente e personalmente. Per poterli ricattare e facilmente eliminare a seconda delle necessità del momento, li lasciano apposta sguazzare nel fango delle piccole e grandi tangenti.
In questa maniera il Sistema, che influenza buona parte della magistratura e del giornalismo italiano, opera quel controllo serrato ed efficace sulla politica, fatto di ricatti, allusioni, avvertimenti di tipo mafioso. I capri espiatori politici catalizzano l’attenzione generale attraverso la diffusione di opere tipo “La Casta” di Stella e Rizzo, oppure le battaglie sulle fedine penali di Grillo, e così i veri detentori del potere ed i reali conflitti d’interesse, quelli giganti, assoluti, vengono tenuti nascosti. Ce lo ha ben spiegato una lettrice della Voce del Ribelle, Nicoletta Forcheri: ”Funziona così: i riflettori si spostano dal vero scandalo e creano una questione morale - che per carità esisterà pure - ma come metodo per "bruciare" dei politici il cui "sacrificio" mediatico serve a coprire i veri responsabili e i veri centri di potere, spesso d’ oltralpe, e i veri meccanismi di potere tecnocratici”.
Questa pratica sistematica e corale produce l’effetto voluto dal Sistema, che è ben contento di sacrificare qualche politico, e perché no, qualche partito, così in pratica salva tutti gli altri, affinché l’analisi, la critica e l’attenzione generale rimangano sempre ad un livello mascherato della realtà. Chi non si occupa di questo livello di critica del Sistema e si tiene su un piano “basso”, lo fa perché è preoccupato, legittimamente, di morire ammazzato, di perdere la collaborazione alla Rai, o di essere costretto a dire delle cose finalmente di un certo livello.
Tutto comprensibile, nessuno può obbligare questi signori a fare sul serio, ma almeno si astenessero dal parlare di Regime e di farlo coincidere con Berlusconi o Veltrusconi o addirittura Alfano, dico Alfano, perché il vero Regime esiste da prima e ci sarà dopo Berlusconi e Veltroni, e controlla eserciti, governi, banche, istituzioni sovranazionali. Di fronte ad esso, al vero Regime, costoro appaiono come consiglieri di circoscrizione al cospetto di Capi di Stato. Non è questione di purezza o di corsa al massimo della purezza. E’ questione di coerenza. Quella mostrata da Paolo Barnard, che giustamente ci invita a non mendicare un metro di catena in più, ma a liberarci del tutto dalle catene.
La libertà non è fatta a livelli o compartimenti stagni, non si può essere contrari alla censura dei magistrati, pratica sulla quale è fondata la stabilità della Repubblica Italiana da decenni, e poi essere favorevoli o indifferenti all’esistenza del primo livello del potere, alla dittatura bancaria e tecnocratica. Riusciremo a rimediare all’ingenuità del Maestro di Travaglio e del suo allievo?
Riusciremo un giorno a sentire che Rothschild e Soros, attraverso De Benedetti e di conseguenza i veltroniani del PD (fonte: Rosacroce) hanno più potere in Italia di qualsiasi Ministro? E vi prego di non uscirvene con la storia delle “specializzazioni”.

Marco Francesco De Marco Movimento Zero 27.01.2009

giovedì, 18 dicembre 2008

IL VERO MISTERO DELLA SCOMPARSA DI EMANUELA ORLANDI

HS Comedonchisciotte.org 16.12.08

Per buona parte della tarda primavera e degli inizi di quest’estate ha nuovamente tenuto banco e catturato l’attenzione di noi, povero popolo di spettatori e “voyeuristi”, il caso della scomparsa di Emanuela Orlandi, la ragazza quindicenne e cittadina vaticana che scomparve agli inizi del giugno di venticinque anni presumibilmente all’uscita della scuola di musica del piccolo ma potente stato nel cuore dell’urbe che ella frequentava con assiduità. Già da un paio di anni le cronache della capitale sono state scosse anno per la rivelazione “anonima” del coinvolgimento nel rapimento della ragazza di Renatino De Pedis, il potente boss della ormai leggendaria banda della Magliana, i cui resti sono stati sepolti nella cripta della Basilica di Sant’Apollinare attigua, peraltro, al palazzo in cui risiedeva la succitata scuola di musica, con la complicità di importanti personaggi riconducibili al Vaticano e porporati. A Renatino, noto alle tristi cronache, sarebbe stato concesso l’onore di essere sepolto in compagnia di santi e papi con il benestare del Cardinale Poletti, “Vicario Generale di Sua Santità”.
Più recentemente l’antica amante di De Pedis e già moglie dell’ex calciatore della Lazio Bruno Giordano Sabrina Minardi ha ampiamente confermato questo scenario tirando in ballo l’ormai defunto (e discusso) Monsignor Marcinkus, il “padrone” dello IOR, la banca vaticana. Dietro questo crimine il presunto scenario di ricatti legati alla vicenda del Banco Ambrosiano, della morte di Calvi e dei legami fra la P2 e importanti pezzi grossi del Vaticano.
A questo proposito mi sento quasi in obbligo di consigliare un’interessante ed ottima lettura a riguardo di un giornalista che si è occupato in maniera approfondita del caso della scomparsa della povera ragazza senza concedere nulla all’onda vergognosamente conformista seminando dubbi e presentando un diverso scenario degli eventi e, quasi, rovesciando i fatti per come sono stati presentati al pubblico italiano nelle svariate versioni. Il libro in questione è “Emanuela Orlandi – la verità” scritto da Pino Nicotri, già firma della Repubblica e dell’Espresso, e pubblicato da Baldini Castaldi Dalai. Non mi spenderò a trattare diffusamente di questo notevole saggio per non sottrarre al lettore il piacere di sfogliarlo, ma mi soffermerò unicamente sui punti principali e utili.
Innanzitutto l’intenzione di Nicotri è quella di sfatare un mito che costituisce l’autentico mistero di tutta la vicenda, ovverosia il rapimento della ragazza che è stato assunto come un indiscutibile postulato nonostante le evidenti falle che si prospettano dinnanzi ad una logica serrata e stringente… ma anche molto meno!
Come è noto il “rapimento” della Orlandi è stato corredato da comunicati deliranti ed ipotesi fantasiose che hanno investito KGB, STASI, Lupi Grigi – l’organizzazione terroristica turca di estrema destra cui apparteneva l’attentatore del Papa Agca -, la P2 con la complicità della CIA e degli americani fino alle recenti rivelazioni sulla banda della Magliana. La penna di Nicotri è pungente e caustica con scorci di ironia irresistibile quando mostra l’insensatezza o l’”ingenuità” di certe dichiarazioni in merito. In effetti il caso Orlandi, se lo si assume dal punto di vista del “rapimento”, fa acqua da tutte le parti, innanzitutto perché, caso più unico che raro in un Italia sconvolta da decine di sequestri nel corso degli anni Settanta e Ottanta, i “rapitori” non si premurarono mai di fornire la benché minima prova diretta di avere l’ostaggio nelle mani.
A lungo è stata concentrata l’attenzione sul sequestro “politico” da parte di un fantomatico gruppo legato ai Lupi Grigi, con la complicità dei servizi segreti del blocco sovietico, per ottenere la liberazione di Agca il quale avrebbe potuto rivelare i retroscena della cosiddetta “pista bulgara” dell’attentato al Papa. Ma perché mai dei servizi segreti dovrebbero impelagarsi in un’operazione che, nell’economia dell’azione di tali organismi, è chiaramente assurda. Tanto vale, come è successo, montare una campagna di “guerra psicologica” con falsi comunicati costruiti per stornare l’attenzione dalla “pista bulgara” come, in effetti, ha fatto la STASI. Altro è il discorso di coinvolgere un servizio segreto – e non importa il colore – nel sequestro politico a scopo di manipolazione o ricatto di una ragazza che, ricordiamolo, non era che la figlia di un modesto messo del Vaticano. Tanto valeva, quindi, rapire un Cardinale!
La questione non cambia se, ad essere coinvolto, è unicamente un gruppo terroristico o armato come quello dei Lupi Grigi, perché non esiste una casistica su azioni di questo tipo con l’intento di esercitare una pressione, nella fattispecie, facendo leva sul presunto “umanitarismo” papale. Diversi membri dei Lupi Grigi, a partire proprio dal farneticante Agca, hanno rilasciato varie dichiarazioni in merito alla paternità del sequestro, ma senza mai fornire la benché minima prova.
Un’altra leggenda è quella che vuole Emanuela Orlandi in Turchia, viva e vegeta, ma, se così fosse, scrive giustamente Nicotri, “perché non le vanno a parlare?”. Il rapimento a fini di lucro ed esclusivamente delinquenziali è da escludersi, data la condizione economica non florida della famiglia Orlandi, ma anche la pista del ricatto esercitato nei confronti del Vaticano e legato alla questione IOR – Banco Ambrosiano rimane deboluccia. A dirla tutta la Minardi non pare una teste attendibile e confonde date ed episodi. Che poi Renatino abbia prelevato la ragazza a pochi metri dal Senato sotto gli occhi di agenti e vigili urbani pare, onestamente, incredibile. Se possiamo credere – e crediamo di fatto! - che Renatino De Pedis godesse di ampie protezioni e amicizie a Roma e in Vaticano, perché dobbiamo invece credere anche che il boss si sia scomodato a rapire la ragazza sotto gli occhi di miriadi di occhi e di telecamere?
Nicotri è estremamente convincente quando liquida l’ipotesi del “rapimento” aggiungendo – perché questa è l’intenzione del saggio – che essa è stata imposta per nascondere e manipolare la verità sul caso Orlandi, verità che per il giornalista – e non possiamo non trovarci d’accordo su questo punto – ruota intorno alle mura leonine. Il fatto da cui non si può prescindere è che il Vaticano, soprattutto nella persona del Papa, ha presto avvalorato la tesi del “rapimento”, quando questo non aveva alcun fondamento o riscontro. Solo dopo una sortita di Papa Wojytila si moltiplicheranno comunicati, manipolazioni e depistagli…
Alla famiglia Orlandi verrà detto che Emanuela “è vittima del terrorismo internazionale”, espressione quanto mai fumosa. Ma varie circostanze indirizzano verso la pista vaticana per un’ipotesi diversa e, forse, più sconvolgente di quella del rapimento: innanzitutto la mancanza di collaborazione con la magistratura italiana. Anzi i porporati provvederanno a erigere un muro di omertà e silenzio e, a parere degli stessi inquirenti, la verità è conosciuta in Vaticano, ma la si vuole nascondere ed insabbiare. C’è poi da aggiungere che i presunti “rapitori riferiranno circostanze che solo chi era vicino alla ragazza o in Vaticano era in grado di riferire e forniranno “prove” che riconducono alla scuola di musica frequentata dalla ragazza. Così per venticinque anni si stende una cappa, una coltre che cela una realtà diversa dal “rapimento”… Una mistura di menzogne, manipolazioni, falsi scoop a volte talmente grossolani da far bere al grande pubblico che, in buona parte, crede ancora e và a Messa. Un “rapimento” di cui cambia la firma d’autore, ma non l’inconsistenza.
Al contrario se lo scopo principale di Nicotri è smontare l’assurda – a pensarci bene – “realtà” del “sequestro” – perché come tale viene servito dai mass media – illustrando un’ipotesi alternativa sconvolgente, tutta interna al Vaticano. In questo senso, fidandosi delle dichiarazioni di alcuni agenti del SISDE, il servizio segreto civile italiano, Nicotri ritiene che, come Wilma Montesi, la ragazza sia morta nel corso di un incontro conviviale, di un festino. A differenza della Montesi, il cui corpo emerse dalla spiaggia, suscitando lo scandalo e una faida di potere interna al partito di maggioranza, la DC, il corpo di Emanuela venne fatto sparire. Qualcuno deve essersi ricordato dei fatti di trent’anni prima provvedendo a far sparire il cadavere. Secondo Nicotri monsignor Marcinkus e la pista vaticana “economica” basata sul ricatto criminale per le vicende dello IOR – Banco Ambrosiano – P2 non c’entrano nulla, mentre il tutto è da ricondurre alla torbida sessualità di taluni ambienti vaticani puntando il dito sulla pedofilia del monsignore polacco addetto all’anticamera del Papa. La questione, insomma, investirebbe l’entourage di Papa Wojytila e il Papa stesso e non i suoi nemici interni od esterni.
La responsabilità papale risalterebbe nei tentativi di costruire un castello di manipolazioni, a partire dal “sequestro” preso per buono rapidamente, per difendere il segreto pontificio che vige sugli atti di abuso sessuale perpetrati dai religiosi. Nicotri documenta come da tempo e ancor prima del Papa, che quasi all’unanimità si vorrebbe santificare, il Vaticano mantenesse e mantenga il più rigido silenzio sulla pedofilia e sui casi di abuso sessuale perpetrati da preti e porporati. Può Emanuela, essere rimasta vittima dei vizi e delle perversioni di un potente porporato del Vaticano? Ovviamente non v’è certezza su questi fatti, ma rimane il fatto che la pista dell’incidente nel corso di un festino con tanto di eccessi sessuali rimane ed è, nei fatti, molto più credibile del “sequestro”.
Di fatto molti minori spariscono senza lasciare traccia e spesso non di propria volontà. Di fatto Emanuela Orlandi non si è più fatta viva e bisognerebbe chiedersi perché, se è stata lasciata libera dai “rapitori” o anche se ha “simpatizzato” con qualcuno di loro, perché non dà la benché minima notizia di sé, adesso che avrebbe una quarantina d’anni. E’ molto più logico pensare che sia morta e, anzi, è forse morta proprio in quei primi giorni del giugno del 1983, e che il suo cadavere sia stato occultato da qualche parte in Vaticano, i cui palazzi peraltro godono dell’extraterritorialità. Ed è stato proprio il Vaticano, nei suoi vertici ad avallare le numerose bugie e macchinazioni e a impedire nei fatti l’accertamento della verità. Una pista “sessuale” interna al Vaticano su cui, poi si possono essere ineriti i tentativi di sciacallaggio e di ricatto della STASI, della banda della Magliana e di altri soggetti anche singoli che possono aver sfruttato la vicenda per fini che, comunque, prescindevano dal fatto in sé. Tutta la verità non la sapremo mai, mentre l’unica certezza possibile che possiamo accogliere riguarda il coinvolgimento di personaggi dei Vaticano e che il tutto si concentra nel piccolo Stato.
Per il resto le pagine che il sottoscritto ha letto con maggior piacere sono stata comunque quelle dedicate al ruolo che i mass media hanno svolto nell’intera vicenda. Qui, tra il serio e il faceto, il vetriolo fa forse maggior presa.
Secondo Nicotri il giornalismo soprattutto televisivo di casa nostra o pseudo tale ha sostanzialmente assecondato le versioni che il Vaticano ha fornito, ma, soprattutto, emerge un panorama sconcertante e sconfortante caratterizzato da conformismo, scarsa professionalità, poca onestà e dalla maledetta legge dell’audience con la rincorsa di scoop fasulli, il tutto, poi, viene servito con il contorno di dibattiti televisivi tarocchi, con ospiti che nulla sanno dei fatti in questione e con la neanche tanto celata volontà di costruire degli spettacoli o delle fiction più che di cercare la verità. Nel mirino del giornalista finiscono il vecchio “Telefono Giallo” condotto venti anni or sono dal collega Augias, “Novecento” di Pippo Baudo, il cantore dello show televisivo nazionalpopolare e, soprattutto, “Chi l’ha visto?” da qualche anno nelle mani della giornalista televisiva di RAITRE Federica Sciarelli che viene ironicamente definita da Nicotri “la bocca della verità sul caso Orlandi”. Sorprendentemente la famiglia Orlandi si presterà a quelli che, con buona evidenza, vengono allestiti come altrettanti show, tuttavia il ritrattino più pungente e velenoso viene riservato all’ex magistrato Ferdinando Imposimato che da anni si è quasi imposto come l’”esperto” e portatore del Verbo su vari misteri d’Italia come il caso Moro, l’attentato al Papa e lo stesso mistero della scomparsa di Emanuela Orlandi.
Forse non è un caso che la sua fama si sia imposta nel periodo di quella Commissione Mithrokin presieduta dal senatore forzitaliota Guzzanti, già giornalista di Repubblica, poi socialista craxiano e ufficioso portavoce dell’allora Presidente della Repubblica ed ineffabile “gladiatore” Cossiga con l’intento neanche tanto nascosto di ricondurre i principali misteri d’Italia alla mano del KGB con la complicità dell’allora PCI e, quindi, di colpire il centrosinistra e Prodi. Una squisita operazione che ha prodotto parecchie bufale con i soldi dei contribuenti e che si è giovata di improbabili consulenti come l’ormai arcinoto Scaramella.
Pare che Imposimato abbia sfruttato bene questa lunga onda, scrivendo numerosi libri sui misteri d’Italia e anche sulla scomparsa di Emanuela Orlandi calcando la mano sul presunto ruolo del KGB e degli altri servizi segreti del blocco sovietico. Tra l’altro è diventato molto popolare come “giudice” del programma di MediasetForum”! Qualche tempo fa Nicotri avrebbe dovuto scrivere il suo primo libro sul caso Orlandi proprio in coppia con Imposimato, ma poi saltò tutto… Non anticipo nulla, ma posso solo aggiungere che la testimonianza portata sul metodo investigativo dell’ex giudice Imposimato non dovrebbe essere molto gradita da quest’ultimo.
Per quel che mi riguarda ricordo ancora la partecipazione dell’ex giudice – a cui, nel corso della sua attività di magistrato, è stato ucciso il fratello dalla camorra – ad una trasmissione condotta da Gad Lerner su RAITRE sul caso Moro più di dieci anni fa. Allora Imposimato era senatore eletto come indipendente nelle file del PDS, l’erede del vecchio PCI. Non si capiva di che cosa si dovesse discutere: gli ospiti, fra cui mi pare ci fossero i giornalisti Bocca e la Rossanda, facevano a gara per ribadire che “sul caso Moro non ‘era più niente da scoprire e non c’era alcun mistero!”. Imposimato, che in qualità di giudice istruttore si è occupato molto del terrorismo brigatista e di estrema sinistra compreso il caso Moro e, quindi, doveva saperne un pochino di più degli altri, non faceva eccezione. Qualche anno dopo avrebbe evidentemente cambiato idea tirando in ballo il ruolo del KGB.
In definitiva “Emanuela Orlandi - la verità” è soprattutto l’invito a praticare un serio e professionale giornalismo investigativo senza la malaugurata intenzione di scrivere delle fiction, di prestarsi ad azioni depistatorie o di ricercare per forza lo scoop incorrendo in incidenti o bufale colossali.
E’ soprattutto per questa ragione che rinnovo l’invito a leggere il notevole saggio di Nicotri e, nello stesso tempo, l’augurio di un buona e piacevole lettura.

venerdì, 21 novembre 2008

Aldo Moro, le carte segrete

"Presidente, dica no al divorzio"
di ALBERTO CUSTODERO
La Repubblica.it

Sono migliaia i documenti custoditi dall'Archivio centrale dello Stato che riguardano l'attività politica del leader Dc. Compresi i rapporti con Santa Sede e Quirinale

ROMA - Tra l'incudine della Santa Sede che gli indicava come modificare i testi delle leggi e il martello del Quirinale che tuonava contro il Papa e le ingerenze del Vaticano. E' un ritratto inedito quello di Aldo Moro che emerge da una attenta analisi delle sue carte personali. Sono migliaia di documenti che da alcuni mesi è possibile consultare all'Archivio centrale dello Stato di Roma. Quelle tracce di 40 anni di attività politica, riviste oggi, offrono spunti per una rilettura di alcune pagine della storia Repubblicana.
Come, ad esempio, i rapporti che intercorrevano fra il Vaticano e la Dc e, soprattutto, fra la Santa Sede e gli uomini democristiani di governo. Alcuni luoghi comuni quasi assurti a certezze, leggendo la corrispondenza di Moro, oggi vacillano. È il caso della reale autonomia della Democrazia Cristiana - rispetto ai partiti di oggi - dai diktat vaticani. Leggendo le carte, si ha la conferma delle enormi pressioni del Vaticano che non esitava a inviare ai politici democristiani vere e proprie disposizioni politico-religiose.
Gli esempi non mancano. C'è il Nunzio Apostolico monsignor Carlo Grano che, il 13 aprile del '64, invia a Moro presidente del Consiglio le modifiche da apportare al testo sulla legge urbanistica che, così come la voleva il Parlamento, avrebbe arrecato "notevole danno agli interessi religiosi del popolo italiano". E poi c'è il segretario della Commissione episcopale Franco Costa che (il 7 luglio del '65), chiedeva a Moro presidente del Consiglio, di "tagliare i fondi alla cinematografia che produceva film pornografici".
Ancora Costa che, il 17 aprile del '66, lo redarguiva affinché non venisse approvata la proposta di legge dell'onorevole Fortuna, socialista, sul divorzio "essendo il Governo nella maggioranza democristiana".
In perfetto stile moroteo, Moro si barcamena, e rassicura, ad esempio, il segretario della Commissione episcopale così: "io stesso sono partecipe delle preoccupazioni dei cattolici italiani. E il progetto sul "piccolo divorzio" ha carattere individuale e non ha l'appoggio del Psi". La bozza di una lettera sta a testimoniare che Moro rassicurava il Papa in persona sul fatto che "la Dc non verrà mai meno, pur nel necessario adattamento alle contingenze politiche, in vista della salvezza della democrazia, alle sue caratteristiche di raggruppamento di cattolici militanti preoccupati di assicurare la libertà alla Chiesa, la piena efficacia della sua azione apostolica in Italia".
Ma è nel 1967 che Aldo Moro, presidente del Consiglio, ha vissuto i suoi momenti più difficili, quando la tensione fra il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat e il Pontefice arriva ai limiti della crisi diplomatica. Le carte dell'archivio privato del politico ucciso dalle Bierre svelano a questo proposito uno squarcio di storia inedito. Come la sfuriata di Saragat contro Paolo VI, che il 23 gennaio del '67 parlando ai
componenti della Sacra Romana Rota (intervento riportato sull'Osservatore Romano), aveva sparato a zero contro quei politici che "sostengono non essere contraria alla Costituzione una proposta di legge per l'introduzione del divorzio nella legge italiana".
Dal Quirinale era arrivata il giorno stesso alla presidenza del Consiglio una lettera al vetriolo, intimando a Moro di intervenire perché "gli apprezzamenti e i giudizi" del Papa, "riferendosi a atti del parlamento nazionale, rappresentano una non consentita ingerenza nella vita dello Stato". Saragat non era nuovo a quelle scenate contro Paolo VI. All'Archivio centrale dello Stato se ne trova almeno un'altra testimonianza.
Si tratta di un appunto riservato dell'8 aprile del '67 che il capo ufficio stampa della presidenza aveva redatto per lo stesso Moro su ciò che il presidente della Repubblica, qualche giorno prima, aveva detto durante una conversazione con l'allora direttore del Corriere della Sera.
Quel colloquio verteva sull'Enciclica Populorum Progressio, nella quale il Papa dimostrò una notevole attenzione nei confronti dei paesi del Terzo Mondo, portando inevitabilmente ad una diversa considerazione della questione vietnamita. Ebbene, commentando l'Enciclica - si legge nella nota del capo ufficio stampa di Moro - Saragat - preoccupato per l'accentuarsi dell'antiamericanismo fra l'opinione pubblica anche cattolica - disse che "il Papa ha offeso tutto l'Occidente, ha dimostrato di non capire niente del capitalismo il quale ha svolto una determinante funzione in difesa della nostra civiltà. Non si rende conto che l'aiuto ai Paese sottosviluppati costa enormemente e solo il capitalismo l'ha realizzato".
"Al Papa - si legge ancora nella nota riservata - Saragat ha riservato una serie di apprezzamenti personali sulle sue doti e capacità sul modo di esercizio delle sue funzioni papali così sprezzanti che per opportunità non si riferiscono".
Oltre alle crisi Quirinale-Vaticano, sempre nel '67 Moro ha dovuto gestire il deflagrare del caso Sifar, la scoperta (fatta grazie a una inchiesta dell'Espresso di Eugenio Scalfari), che i servizi segreti militari del generale Giovanni De Lorenzo, anziché occuparsi di sicurezza nazionale, avevano messo su una centrale di spionaggio raccogliendo 200 mila dossier con informazioni su abitudini private e sessuali di politici e dei loro parenti e conoscenti. Fra questi dossier, ce n'erano 40 con la copertina gialla dedicati ad altrettante super personalità di entrambi gli schieramenti politici.
Anche qui, dalla corrispondenza Moro-Saragat, saltano fuori elementi illuminanti su quei fatti. Fu Saragat - stando ai documenti dell'archivio - a chiedere al Governo la testa del generale De Lorenzo che, sempre nel colloquio "spiato" dal capo ufficio stampa di Moro, non aveva esitato a definire "un generale messicano. Un delinquente. Lo mando in galera, disgraziato, ha fatto 200 mila fascicoli".

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domenica, 02 novembre 2008

L'ETERNO RITORNO DI LICIO

Filippo Ceccarelli per La Repubblica 1.11.08

E se fosse davvero eterno? Perché con questa storia del programma televisivo, ma anche del film sulla sua vita che George Clooney - addirittura! - dovrebbe interpretare, viene il dubbio che il Venerabile, o «l´Aretino», come si presentava anche se di Pistoia, o «l´ingegner Luciani», altro pseudonimo usato ai tempi delle sue scorribande nel Palazzo, ecco, il sospetto è che la leggenda di Licio Gelli sia destinata a entrare nel tempo infinito dell´immortalità.
Da questo punto di vista, il trapasso del Venerabile nell´aldilà mediatico, il suo risolversi in fotogrammi e pixel ad alta definizione potrebbe essere letto come l´aggiornamento tecnologico dell´esoterica fantasia secondo cui egli sarebbe la reincarnazione o il proseguimento di un unico personaggio che nei secoli avrebbe preso le fattezze e il nome del conte di Saint-Germain, di Cagliostro, di Louis-Claude di Saint Martin o del mitico Christian Rosenkreutz.
Vai a sapere. Certo l´uomo, che compirà 90 anni il prossimo 21 aprile, ha sempre offerto notevoli risorse evocative, una delle quali è una certa propensione per le identità fuggevoli ai limiti e talvolta oltre l´istrionismo; e basti qui segnalare che in uno dei tanti libri-interviste, anzi nel migliore (Sandro Neri, Parola di Venerabile, prefazione di Sandra Bonsanti, Aliberti, 2006) c´è una raccolta di foto, verosimilmente rese dall´intervistato, una delle quali ritrae lo durante la latitanza in Francia in tenuta da suonatore ambulante con tanto di organo a rullo o a cannone, altrimenti detto organetto di Barberia (ma senza scimmietta che ritira il soldino).
Detto questo, la provvisoria, ma ricorrente eternità di Gelli nella vita pubblica rappresenta pur sempre un a dir poco enigma sconfortante. E non solo perché sanziona come l´Italia continui a restare prigioniera non solo del suo passato, ma di quello più oscuro, patologico e appiccicoso. Dopo diversi preannunci, nessuno roseo, lo scandalo della P2 venne fuori nella primavera del 1981, 27 anni orsono, in piena guerra fredda. E tutto si può dire della loggia, meno che in questo quarto di secolo il fiume, lo stagno o il pozzo nero non siano stati dragati.
Commissioni di saggi, disposizioni legislative ad hoc, processi civili e penali, inchieste parlamentari, pronunciamenti massonici, quintali di rassegne stampa, intere scaffali di librerie. In tale montagna di materiale c´è pure una canzone, «Maudit», dei Litfiba - e un pomeriggio l´ex leader del gruppo, Piero Pelù, salì a Villa Wanda per conoscere di persona il Venerabile, ma l´incontro lasciò delusi entrambi.
Di recente, Gelli ha donato all´Archivio di Stato un´ulteriore vagonata di carte, compresa la mole delle sue tradottissime e premiatissime poesie, insieme a foto ricordo, coppe, targhe, pergamene, medaglie e riconoscimenti. Il caso e la necessità hanno voluto che ad accogliere il venerabile fondo sia stata la dottoressa Linda Giuva in D´Alema. Nel corso di una specie di cerimonia la brava e nota dirigente dei Beni culturali e il donatore - che nei suoi giorni di sole rivendicava minacciosamente il titolo onorifico di «cartofilo» - si sono stretti la mano. Tutto quindi spingerebbe a considerare la faccenda chiusa.
E invece non lo è per niente. Perché ogni tanto scatta l´allarme, ogni tanto qualcuno vede nuovi collegamenti tra vecchi piduisti o ualcun altro denuncia nuovissime entità che assomigliano straordinariamente alla loggia d´antan, archetipo di intrighi, spionaggio e attività crimogene. Di queste inesorabili ricorrenze si potrebbe compilare un lungo e noiosissimo elenco che per forza di cose si intensifica nei momenti in cui a Palazzo Chigi governa un personaggio, Silvio Berlusconi, il cui nome e cognome - come recitava la formula - ricorrono negli elenchi sequestrati a Castiglion Fibocchi.
Ogni tanto viene riesumato e fatto combaciare al presente quel «Piano di rinascita nazionale», che poi in realtà sono due se si considera il cosiddetto «Schema R» (come risanamento) o addirittura tre con il meno noto, ma più brutale «Memorandum sulla situazione politica del Paese». Ogni tanto, consapevole com´è del suo potere contaminante, lo stesso Gelli dice qualcosa che in modo più o meno implicito o esplicito giova a qualcuno e nuoce a qualcun altro.
E allora puntualmente c´è sempre chi un po´ o molto si preoccupa, chi si scandalizza, chi difende o loda il galantomismo o il patriottismo della P2; e chi ridimensiona, sentenze alla mano, l´effettivo pericolo della combriccola gelliana, campionessa di ambiguità nazionale: specchio, ombra, morbo, commedia e cuore nero del solito passato che non vuole mai passare.

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"Questi non hanno speranza di morte e la loro cieca vita è tanto bassa che 'nvidïosi son d'ogni altra sorte".
Dante, versi 46-48, III canto dell''Inferno'


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