Aurora

Sito d'Informazione Internazionalista
martedì, 29 dicembre 2009

NIENTE RIMPIANTI MA NEMMENO FINZIONI

Giellegi Conflitti e Strategie 28 dic 09

  

1. Nessun rimpianto per il vecchio regime Dc-Psi crollato nel 1992-93; così come nessun rimpianto per il crollo del “socialismo” (europeo e sovietico) nel 1989 e 1991, che ha infranto la cristallizzazione caratteristica del mondo bipolare. Tuttavia, si sono raccontate intorno a simili eventi autentiche favole, che gravano ancor oggi sul nostro futuro. Lascio perdere adesso lo smantellamento del campo “socialista” per dedicare quattro parole alla sorte del nostro paese; senza la pretesa di una corretta interpretazione del passato né di una esatta previsione del futuro. Riferirò le mie convinzioni e cercherò di portare elementi di riflessione.

L’interpretazione che ho dato degli eventi italiani seguiti al 1989-91 dovrebbe essere già abbastanza nota. La prima menzogna largamente diffusa è che saremmo passati dalla prima alla seconda Repubblica. Tale trasformazione avrebbe invece richiesto un’aperta lotta politica, la chiara indicazione della posta in gioco, profonde trasformazioni delle istituzioni e della stessa sclerotizzata Costituzione. Nulla di tutto ciò è avvenuto. La politica è stata lasciata da parte e si è giocato tutto su una presunta lotta per la moralizzazione e la restaurazione della legalità condotta da una istituzione del presunto Stato di diritto, la magistratura, che ha in realtà effettuato un colpo di mano, distruggendo certi corpi politici e lasciando in piedi quelli che avrebbero dovuto garantire non certo una rivitalizzazione della Repubblica italiana, ma invece la sua completa sottomissione ad una potenza straniera e a quei settori economici (industriali, finanziari, ecc.) già all’origine del grave inquinamento della Resistenza, di cui si fecero passare per parte “democratica” e “liberatrice” i gruppi di traditori del 25 luglio 1943 in fregola di restaurare il fronte capitalistico peggiore, più parassitario e sottomessosi agli interessi del principale vincitore (in pratica, l’unico del campo “occidentale”).

Malgrado quel tradimento, una serie di circostanze, che andrebbero rivisitate storicamente, permise al regime installatosi in Italia – una volta ereditato dal fascismo l’IRI, cioè il settore “pubblico” dell’economia, rafforzato notevolmente prima con l’Eni e poi con l’Enel (ma non fu merito dell’intero corpo politico di quel regime; ecco perché è necessario un nuovo studio storico, più minuzioso, di quel periodo) – di mantenere un minimo di autonomia in politica estera, approfittando pure della situazione bipolare venutasi a creare e della posizione (geopolitica) dell’Italia. Dato il coacervo di forze che governò l’Italia fino al crollo “socialistico” – un coacervo definito “democratico” e “libera espressione di volontà popolare” – il settore “pubblico” funzionò sia come supporto del capitalismo privato, quello dell’“antifascismo” detto laico e azionista (in realtà quello del tradimento e della totale sottomissione allo straniero), sia soprattutto come base di potere di alcune porzioni del corpo governativo in grado di condurre, ma sempre di soppiatto e con defatiganti raggiri, una politica estera di minima autonomia.

Chi tentò di liberarsi con maggior chiarezza e vigoria del giogo straniero (Mattei, con la politica dell’Eni) fu soppresso; gli altri continuarono il gioco con minore efficacia e chiarezza, con estenuanti compromessi e complicità che infine impedirono loro di resistere quando, finito il bipolarismo e la funzione dell’Italia, i poteri stranieri (diciamolo con chiarezza: americani), ancora una volta appoggiati all’interno dall’“antifascismo” del “25 luglio” (Confindustria in testa con i settori politici ad essa legati), smantellarono ogni vestigia dell’antica politica italiana. Per demolirla dovettero però annientare Dc e Psi, mantenendone in piedi piccoli e scadenti rimasugli, quelli già proni al capitalismo “privato” (e finto laico e azionista). Troppo povera cosa, incapace di creare il nuovo regime totalmente subordinato agli Usa. Ecco pronto però il sostituto: un Pci già degenerato e sfibrato dalla segreteria Berlinguer (1972-84), tutta intrisa di fondamentalismo “cattocomunista”, moralista ad oltranza con la maturazione piena dell’ipocrisia che è l’abito normale del moralismo.

Il Pci fu salvato dal crollo del “comunismo” mondiale e strettamente collegato con il giustizialismo, la veste moralista della magistratura; esso divenne così il sicario prediletto di americani e industria “privata” italiana (di cui la riunione sul “Britannia” con l’establishment mondiale, al cui vertice stavano ambienti statunitensi, fu solo il punto d’arrivo di una lunga preparazione), che misero fine all’economia “pubblica” impadronendosene. Già allora, settori della destra (Msi) si schierarono con il progetto giustizialista; a dimostrazione che gli attuali rinnegamenti e tradimenti di settori “aenneini” del Pdl hanno radici in quel periodo. Da allora, la commedia della destra e della sinistra divenne un inganno e una grossa degenerazione della politica; da allora, si possono usare queste etichette, ma sapendo che sono vuote, pura designazione di comodo senza contenuto reale. Chi finge il contenuto o è un imbecille oppure uno che sta facendo lo sporco gioco degli americani e dei loro “corrispondenti” italiani.

Si costituì comunque all’epoca una forza politica di servizio degli ambienti “laico-azionisti” (gli “antifascisti del tradimento nazionale”), con il suo nerbo costituito dai rinnegati del “comunismo” (che già dagli anni ’60 definivo piciismo per non insultare il comunismo, per me ancora un vanto e un “blasone” pur ormai decaduto), attorno ai quali si raggrupparono gli scampoli del moralismo cattolico fondamentalista, anch’esso dedito al tradimento e rinnegamento (perché solo a mascherarli serve la ciancia moralistica: dei cattolici come dei piciisti). Rimase scoperto indubbiamente il grosso dell’elettorato Dc-Psi, abituato a considerare quali nemici i “comunisti” (di cui non capiva certo il voltafaccia, e nemmeno i motivi molto “pragmatici” per cui era stato compiuto). Nulla si fece per conquistare l’elettorato in questione. Forse si pensava non ci fosse ormai più bisogno di una qualsiasi copertura politica; bastava sventolare la bandiera del giustizialismo moralistico (indubbiamente esso stava ottenendo un buon successo, anche presso la Lega), affidandosi alla magistratura senza più alcuna finzione ideologica. Non c’era nemmeno da nascondere che si stavano usando due pesi e due misure. Il Pci non venne perseguito per tangenti (di cui esisteva la “punta dell’iceberg” nel miliardo di Gardini arrivato alle Botteghe Oscure), la magistrata addetta a quel filone di indagini fu estromessa, ecc.

Ci si esaltò e si divenne euforici. Oltre all’economia “pubblica”, perché non annientare e impadronirsi pure di quell’area “privata”, nata sotto impulso craxiano (o che forse invece si servì di Craxi; causa ed effetto hanno poca importanza adesso)? Da qui le minacce a Berlusconi, e il conseguente tentativo di quest’ultimo di trovare qualche forza che scendesse nell’agone politico e che lui potesse appoggiare. Invece nulla; l’unico tentativo fu quello del patto Segni-Maroni, fatto subito saltare da Bossi (strano: proprio da colui che un anno dopo attuò il ribaltone per far cadere il primo governo Berlusconi, dopo essere entrato a far parte della coalizione messa in piedi da costui). In ogni modo, proprio quest’ultimo si mise direttamente in lizza; da allora abbiamo assistito alla pantomima della permanente “ascesa del fascismo” (mai visto un fascismo non ancora assestato al potere dopo 16 anni) e della correlativa lotta ai “rossi” (anche questi puramente immaginari dopo quasi due decenni di rinnegamento del loro già “rosa pallido”). Nello stesso tempo, si blaterò di passaggio alla seconda Repubblica, ma la realtà era assai diversa: da una parte, i rinnegati di una “fede”, riciclatisi in “occidentali” e filo-americani, assieme ai residui minori, scadenti e limitati del vecchio regime da “prima Repubblica”; dall’altra, un personale raccogliticcio, dell’ultimo momento, impolitico, in cui si sono verificate via via diverse sostituzioni con un leggero miglioramento, ma sempre con il vecchio marchio dell’improvvisazione e una certa rozzezza.

Dal 1992-93 non abbiamo avuto più in Italia una vera lotta politica, anzi proprio nessuna. Solo continue finzioni con il richiamo della sedicente sinistra alla lotta antifascista (fino alla recente commedia delle ricostituzione del CLN), richiamo effettuato dai traditori del paese, voltagabbana inverecondi, per schierarsi con i predominanti statunitensi e farsi proteggere mentre facevano (e fanno) di tutto per rimettere in piedi il peggiore capitalismo (sanguisuga) esistente sulla scena mondiale. Dall’altra parte, l’appello ad opporsi alle sempre nuove ondate dei “rossi”, che stanno solo nel cervello dei “destri” governativi (anzi berlusconiani) con sicuri effetti comici, il rovescio della medaglia rispetto a quelli provocati degli avversari “antifascisti”. E’ però una rappresentazione comica fortemente dannosa per il paese.

  

2. Torniamo un momento indietro. Quando Berlusconi entrò in politica, lo fece con chiari intenti di essere, come tutti gli altri, un fedele suddito statunitense. Tutto sommato, non ha cambiato questa casacca a stelle e strisce. Tuttavia, non ha potuto non accorgersi che i suoi nemici puntavano concretamente all’annientamento totale (e incameramento nelle loro aree di interesse) dei settori economici “pubblici”; e che, incamerati questi, intendevano (e intendono) rivolgersi anche a quelli “privati” di nuovo conio, dove lui è situato. L’individuo si è perciò trovato costretto – almeno questa è un’ipotesi plausibile – a difendere le ultime trincee del “pubblico” per proteggere se stesso, entrando certo in conflitto con gli Usa; ma d’altra parte garantendo a questi ultimi un perfetto schieramento filo-“imperiale” dal Medio Oriente all’Afghanistan.

Nel 2003 (estate) Putin, di ritorno dall’Africa del nord (dove aveva già stilato accordi), passò in Sardegna e fece – io credo – interessanti proposte di collaborazione tra Gazprom ed Eni (già “in affari” fra loro, ma credo che da allora questi si siano grandemente rafforzati). Dopo un po’ di tempo, viene nominato ad dell’azienda italiana Scaroni (adesso si vocifera che potrebbe andare a Mediobanca; vedremo) e da allora è stato un crescendo di espansione degli interessi energetici italiani (e non solo con l’azienda russa), mediante piani che sembrano avere anche una valenza strategica (non solo limitata all’economia; è però tutto da vedere). All’Eni si stanno poi aggiungendo la Finmeccanica e altre aziende italiane (pure l’Alitalia), di varie dimensioni. L’estensione di tali progetti ha richiesto un minimo di “ostpolitik”; da qui le note dichiarazioni berlusconiane sul conflitto Georgia-Russia, sull’Ucraina, ecc. Da qui la sedicente amicizia tra il premier e Putin, che ha fatto saltare i nervi alla “sinistra” italiana al gran completo, ivi compresa quella “estrema”, con nauseanti manifestazioni della più piatta sudditanza ai settori capitalistici arretrati (e agli Usa), cercando maldestramente di mascherarsi con indegne farse antimperialiste e anticapitaliste.

Da qui è nata pure una certa insofferenza statunitense, ma credo ancor più degli ambienti finanziari e confindustriali italiani (i parassiti e i traditori “laico-azionisti”, quanto meno eredi di quelli del “25 luglio”), i quali soffiano sul fuoco di una “rivoluzione colorata”; non so però, a questo punto, se appoggiati toto corde dagli Usa (potrebbe esserci un bel po’ di “millantato credito” da parte di questi “sciamannati”). In ogni caso, Berlusconi non ha alcuna vera strategia da contrapporre alla disordinata e chiassosa opposizione. Da una parte e dall’altra si è ridotti all’assenza di autentica politica; si è arrivati ad una assoluta personalizzazione dello scontro. Le “sinistre” – compresi i rifondaroli e pidicisti, ecc. – non hanno nulla da dire se non che bisogna abbattere il premier divenuto, nella testa di questi cretini e corrotti, un autentico gigante. Dall’altra parte, stanno gli adoratori di quest’uomo con la stessa mancanza di un briciolo di idea politica. Il degrado è totale e irreversibile; almeno fin quando saranno in campo squadre di così scadenti brocchi.

Nell’attuale clima (“natalizio”), sembra che una parte della “sinistra” voglia accettare le imbarazzanti dichiarazioni del premier circa l’amore che deve prevalere sull’odio (mi riferisco all’imbarazzo dell’intelligenza). Un personaggio – di ben notorio legame con gli Usa, tanto da “andare in guerra” con essi nel 1999 – sta tentando di essere nominato a presiedere il Copasir; e ciò propizia il clima in questione. In verità, mi sembra che non siamo troppo ben messi quanto a completa dedizione dei “corpi speciali” al servizio del paese. Si vocifera pure di cambi al vertice dei Servizi Segreti, cui si appresterebbe il ministro degli Interni, con ciò contribuendo a suscitare molte perplessità in merito alla validità (ai fini dell’interesse nazionale) di tali “aggiustamenti”. Ci manca solo la concessione di uno spazio ulteriore ad un individuo che – così ha sempre sostenuto Cossiga, mai smentito in proposito – avrebbe sostituito Prodi quale premier (appunto nel 1999) in quanto giudicato più affidabile dagli Usa per l’operazione bellica nei Balcani.

Il sedicente “inciucio” finirà assai presto e si tornerà alla solita recita, scardinante per il paese, in cui di progettualità politica non si vede nemmeno l’ombra. Gli attuali schieramenti, nella loro totale inettitudine, sono tuttavia solo il sintomo dello scadimento continuo della nostra classe (non) dirigente: i cosiddetti poteri “forti”, in realtà solo meschini e resi “oscuri” dalla complicità dell’intero ceto politicante e di quello intellettuale (ormai al suo livello più basso). Almeno in parte, dietro questi “sfasciacarrozze” dovrebbero starci ambienti americani preoccupati per la pur sbiadita “ostpolitik” italiana; in una situazione, però, di netta crescita della spinta al multipolarismo. Per di più, in questo momento la politica americana “del serpente” è tutta tesa a voler schiacciare la guerriglia afgana (obiettivo di assai difficile realizzabilità) e a fomentare disordini in Iran e magari, fra un po’, anche in Sud America. Proprio in merito a questa subdola politica, si constata di quale accozzaglia di rozzezze e impoliticità varie sia costituita la “destra”, oggi scatenata a favore dei “verdi” iraniani, senza nemmeno capire la loro sostanziale somiglianza con i “viola” italiani, che si rimetteranno ben presto all’opera per rovesciare il loro leader (in realtà sempre meno leader perché le sue truppe sono intrise di reazionarismo razzista e xenofobo e non capiranno mai quali reali interessi italiani sarebbero oggi da perseguire).

Bisognerebbe “inventare” un Mattei; anche perché oggi la situazione tendente al multipolarismo lo proteggerebbe forse un po’ di più del lontano bipolarismo. Non esiste però al momento alcun personaggio del genere. Anche il premier – messosi in politica alla bell’e meglio per ragioni difensive in una fase che sembrava vedere ormai il solo predominio “imperiale” statunitense – avrebbe maggiori frecce al suo arco dato il mutamento della situazione internazionale. E’ però troppo limitato nella sua intelligenza politica e ha inoltre raccolto attorno a sé un informe miscuglio di “tutto e il contrario di tutto”. Fra “sinistra” e “destra” siamo al momento condannati ad una pessima recita che comunque vedrà presto almeno la fine del ridicolo “duetto d’amore” tra premier e Bersani, tra premier e opposizione interna (duetti già del resto non troppo “amorosi”). O faranno le scarpe a Berlusconi o questi dovrà difendersi in altro modo. Il tutto è però condizionato dal fatto che l’Italia è un “ventre molle”, in cui la vera politica si svolge all’estero; qui vediamo all’opera solo i rappresentanti di questo o quel fronte (mobile e cangiante), che hanno eletto il nostro paese a loro “campo di battaglia” (uno dei tanti, ma non marginale). Seguiremo tale battaglia con motivato pessimismo. Se però si resta all’indecente recita della contrapposizione tra “destra” e “sinistra”, siamo fritti.

Se ci sono in Italia dei settori nazionali, battano un colpo; sarebbe anche ora.

postato da trotzkij alle ore 12:07 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
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sabato, 05 dicembre 2009

Italia dei Valori - paladini di che?

La diaspora. Le porte sbattute in faccia. Le defenestrazioni per chi osa dissentire. E un familismo dilagante, cui si accompagna l'occupazione spinta delle cariche amministrative nelle istituzioni. Ecco il volto truce di Italia dei Valori, con tutta la geografia completa, in questo nuovo, impietoso dossier.
Uno spettro s'aggira per l'Italia dei Valori. La ribellione. Nata nei circoli dell'IdV, si sta diffondendo sulla Rete, alimentata dalle cronache delle espulsioni e sospensioni che i vari colonnelli dipietristi infliggono a chiunque metta in discussione la gestione autoritaria e affaristica del partito. I ribelli si sono gia' dati un coordinamento nazionale, che cerchera' di organizzare la protesta in vista dei congressi provinciali di dicembre e di quello nazionale di febbraio.
A sollevarsi non sono colonnelli delusi da mancate candidature, o gerarchetti di provincia detronizzati dal capriccioso e volubile Di Pietro, ma giovani che hanno scelto l'Idv perche' attratti dal mito di un partito di duri e puri e che invece hanno poi scoperto essere simile a tutti gli altri, forse anche peggio. Sono militanti che non vogliono controllare pacchetti di voti e tessere fasulle o sistemare figli, mogli e amanti, ma che contestano un partito ormai pieno di gente che fa politica alla ricerca di poltrone e indennita', proprio per piazzare mogli, figli e amanti. Un partito che poi riesce a ricrearsi una falsa verginita' grazie ai salotti tv dove il personaggio Antonio Di Pietro va a recitare la fortunata parte del politico antisistema.
Ormai pero' questa truffa mediatica e' stata svelata e la scaltra doppiezza di Tonino, un cuore mastelliano ricoperto da una ingannevole coltre movimentista, e' diventata il bersaglio polemico dei rivoltosi, i quali hanno anche capito che le promesse di rinnovamento profuse dopo l'inchiesta di Micromega saranno da lui puntualmente disattese.
Per rendersene conto basta scorazzare per l'Idv lungo la penisola. A Roma, ad esempio, il partito di Di Pietro fa la voce grossa contro le leggi ad personam del Cavaliere. Ma contemporaneamente a Campobasso il consigliere regionale IdV, Nicandro Ottaviano, propone e fa approvare una sanatoria regionale per le abitazioni costruite su terreni agricoli utilizzando il piano casa di Berlusconi. Ottaviano e' proprietario di una villa costruita a Venafro proprio su un terreno agricolo, non registrata al catasto, per la quale non paga tasse ne' al comune ne' allo stato. Sempre in Molise, l'IdV ha perso oltre 30 tra i suoi uomini migliori (se ne sono andati il senatore Giuseppe Astore e il consigliere regionale Massimo Romano) per far posto a cinque fuoriusciti del Pdl, due dei quali provengono da Forza Italia. Il tutto per garantire a Cristiano Di Pietro una candidatura tranquilla alle regionali senza il suo nemico Astore tra i piedi.

CRAXIANI PORTE APERTE
Se l'IdV a Roma sbraita contro la privatizzazione delle acque voluta dal Governo, a Genova il ras Giovanni Paladini si schiera per la privatizzazione dei servizi idrici attraverso la fusione di Iride ed Enia. E intanto nella capitale Stefano Pedica fa nominare il capo della sua segreteria politica Salvatore Doddi, (un ex del Nuovo Psi di Gianni De Michelis), vicepresidente dell'Acea Ato2. L'Acea, come e' noto, con le privatizzazioni dei servizi idrici fara' affaroni. D'altra parte Pedica a Roma ha imbarcato una nidiata di ex craxiani ed ex Forza Italia. Su tutti Oscar Tortosa, vice coordinatore regionale del Lazio, ex assessore della giunta Carraro condannato in primo grado per un giro di tangenti all'Acea, poi prosciolto, protagonista nel 2006 di una contestata operazione edilizia quando era presidente dell'ex Pio Asilo Savoia e ora favorevole alle multe ai lavavetri volute dal sindaco Gianni Alemanno.

DA PALADINI A PORCINO
Tornando a Paladini, nessuno meglio di lui incarna le contraddizioni dell'IdV. Leader a Genova del sindacato di destra della Polizia, ha dapprima imposto la sua ex segretaria e fidanzata Marylin Fusco come capogruppo IdV in consiglio comunale, poi l'ha piazzata nel cda della Carige, e ora la ricandidera' anche alle prossime regionali, puntando a farla diventare addirittura vicepresidente della Regione. Ricco proprietario di cave, Paladini andava al lavoro in Questura con una fiammante Porsche e in privato si vanta di essere amico di Pier Silvio Berlusconi. Potrebbe essere vero perche' la sua Marilyn, la cui aspirazione e' fare un film come regista, avrebbe gia' cominciato le riprese della sua opera a Genova con una troupe di Mediaset. Non a caso, fu proprio la Fusco a dichiarare che Silvio Berlusconi e' un perseguitato dalla magistratura.
Tanto per non smentirsi Paladini, dopo aver collocato presidente di “Sviluppo Genova” il suo amico Pierluigi Porazza, ha gia' pattuito con il sindaco di Genova un posto per un suo uomo nel cda di Iridenia. Paladini inoltre ha come autista tale Giuseppe Contino, iscritto IdV, ex guardia carceraria, accusato di violazione degli obblighi di assistenza a moglie e figli, violenza privata e minacce. Altra pedina di Paladini e' l'assessore IdV del comune di Vezzano Ligure, Patrizia Saccone, che ha a carico una denuncia per ricettazione di un cellulare.
A favore della fusione Iridenia e, dunque, della privatizzazione dell'acqua, si e' schierato a Torino anche il deputato Gaetano Porcino, che ha appena ottenuto da Di Pietro il via libera alla candidatura alle regionali per un giovane esordiente di 21 anni: suo figlio. Ecco le facce nuove di cui parla Di Pietro. Nel partito dell'ex eroe di Mani Pulite, d'altra parte, il familismo si intreccia a privilegi e discrezionalita'. Al consigliere regionale emiliano, Paolo Nanni e' stato concesso da Di Pietro di mantenere la poltrona di consigliere provinciale, doppio incarico a tutti proibito.

MURA DI GOMMA
Intanto la commissaria regionale Silvana Mura (lo e' da 5 anni, mai votata dagli iscritti) si e' fatta rimborsare dal partito le spese di vitto e alloggio per se' e per i suoi tre assistenti, 19.200 euro in soli 9 mesi, (l'IdV emiliano riceve da Roma in tutto 20 mila euro l'anno di contributi). Un privilegio negato agli altri coordinatori regionali che si pagano le spese da soli. Quando la tesoriera regionale Paola Manzan, una commercialista regolarmente eletta da un congresso, si e' permessa di avanzare qualche critica ai rimborsi della Mura, quest'ultima l'ha immediatamente defenestrata, nominando tesoriera la sua segretaria personale, Sonia Milani.
Per capire come si comporti la Mura basti ricordare che ha ordinato alla Manzan di far sparire alcuni documenti che attestavano un errore contabile, ovvero la mancata rendicontazione del pagamento di alcune fatture relative a spese pubblicitarie dei singoli candidati, come chiede la Camera dei deputati. La Manzan si e' rifiutata di obbedire. Forse anche per questo non e' piu' tesoriera del partito. Inoltre l'onorevole ex indossatrice ha rimosso con un tratto di penna il coordinatore cittadino bolognese, Domenico Morace, perche' si e' azzardato a chiedere di partecipare agli incontri politici con il Pd, dopo essere stato delegato a farlo dal coordinamento cittadino. A Parma la Mura ha quindi fatto nominare il suo assistente, Paolo Vicchiarello, nel cda dell'universita'. A Bologna ha piazzato un altro assistente, Gianluca De Filio, nel cda della Ervet, una societa' di servizi della Regione Emilia. E sempre a Bologna Mura ha sistemato il coordinatore provinciale dell'IdV, Francesco Pagnetti, nel cda della Fondazione Banca del Monte, incarico da 8000 euro annui.
Tra le tante societa' in house della Regione Emilia c'e' anche la Nuova Quasco, specializzata in controlli su appalti e sicurezza. Il suo a.d. e', dal giugno 2008, Gabriele Rossi, pensionato Eni e coordinatore provinciale di Ravenna dell'Idv. Compenso 50.000 euro lordi l'anno. Prima del suo arrivo la societa' fatturava 3 milioni di euro l'anno. Adesso 1.

ARRIVANO I NANNI
E anche in Emilia rimbalzano sempre nuove storie di familismo. Il consigliere regionale IdV Paolo Nanni, per esempio, ha assunto come sua assistente con contratto part time a tempo determinato la moglie dell'assessore comunale Idv, Plinio Lenzi. Insieme alla signora Lenzi lavora Olimpia Nanni, figlia di Paolo, la quale, iscritta all'IdV insieme a sua madre, e' stata “comandata” dal Comune di Bologna alla Regione: nel passaggio il suo stipendio e' aumentato di 200 euro al mese. Nanni, infine, ha fatto avere un contratto anche alla nipote Chiara.
A proposito della neo tesoriera emiliana Sonia Milani, si tratta della figlia del coordinatore IdV della provincia di Varese, Alessandro Milani, autore insieme al plenipotenziario lombardo Sergio Piffari di una serie di espulsioni e sospensioni di militanti che contestavano la sua gestione familistica del partito. Milani, che nega ai dissidenti gli elenchi degli iscritti e che ha fornito tre cifre diverse a chi gli chiedeva quanto paghi d'affitto per la sede IdV, ha nominato tesoriera una ex portinaia e ha candidato alle provinciali sua moglie Wilma Borsotti, poi eletta consigliere.
Di Milani - che ha per mesi ossessionato la consigliera provinciale IdV Valentina Sessa perche' si dimettesse al fine di far subentrare il primo dei non eletti (che era lui, lo stesso Milani) - un folto gruppo di iscritti ha chiesto in un'assemblea le dimissioni, ma la loro mozione non e' stata posta in discussione. Milani ha fatto sparire gli interventi dei dissidenti dai verbali della riunione. All'indomani dell'assemblea i firmatari della mozione di sfiducia sono stati sospesi dal partito. Piffari ha fatto persino ricorso allo stratagemma di chiedere ai ribelli di rivelare i propri nomi in un documento pubblico e, una volta conosciuti, ha negato loro l'iscrizione al partito. Come premio Milani sara' candidato alle regionali insieme all'ex leghista Alessandro Ce', un altro dei prestigiosi acquisti di Di Pietro.

I “BUONI” ACQUISTI
In fatto di familismi e' da citare il caso di Viviana Fuoco. La Fuoco e' segretaria personale dell'assessore regionale laziale IdV, Vincenzo Maruccio (a sua volta assistente dell'avvocato di Di Pietro, Sergio Scicchitano), e' consigliera comunale di Acquafondata nonche' coordinatrice provinciale di Frosinone. Suo marito e' coordinatore cittadino di Acquafondata e la loro figlia e' responsabile dei giovani IdV nel Lazio.
Passiamo in Basilicata dove per le regionali l'IdV schierera' la consigliera uscente ex Udeur, Rosa Mastrosimone. In Puglia invece ad essere accolto e' stato il consigliere regionale Giacomo Olivieri, ex Forza Italia e Margherita, pronto anche lui ad essere ricandidato. E sempre sul fronte ingressi, a Benevento ha abbracciato l'IdV Nicola Lisi, assessore comunale ex Forza Italia e Ds, mentre a Napoli ha scelto Di Pietro un controverso personaggio, Stefano Buono, capogruppo in consiglio regionale dei Verdi, che ha pensato bene di aderire all'IdV senza dimettersi dalla sua carica. Qualcuno sospetta l'abbia fatto per non perdere l'indennita'. Ma lui tranquillo, precisa: serve a non tradire gli elettori, che mi hanno votato come ambientalista. Per il neodipietrista, prossimo candidato alle regionali, le appartenenze d'altra parte sono sempre state mobili, visto che ha fatto nominare al Corecom Campania Brunella Cimadomo, ex area An, poi Udeur, gia' collaboratrice di Libero.
Per qualcuno che entra c'e' qualcun altro che esce. Vedi Ciro Borriello, sindaco della giunta di centrodestra di Torre del Greco, ex Forza Italia e Udeur, ora tornato dall'Idv al Pdl. Borriello da tempo si era pronunciato pubblicamente a favore della candidatura di Nicola Cosentino a governatore campano e ciononostante l'IdV non lo aveva espulso, ne' aveva aderito alla mozione di sfiducia nei suoi confronti presentata dall'opposizione di centrosinistra. In sostanza e' stato Borriello a sfiduciare l'Idv e non il contrario.
In compenso a Venafro e a Civitavecchia Italia dei Valori continua ad appoggiare giunte di centrodestra e a Sciacca Ignazio Messina continua a flirtare con il Pdl, con cui ha governato fino a pochi mesi fa. Alle comunali del giugno scorso il fedelissimo deputato dipietrista voleva schierarsi ancora con il centrodestra uscente e Angelino Alfano lo avrebbe anche accettato, se a impedire l'alleanza non fosse intervenuto Gianfranco Micciche'. Allora Messina, che per rancori personali non ne voleva sapere di appoggiare il centrosinistra, ha fatto correre l'Idv con un candidato solitario, il quale ha pero' raccolto in tutto 150 voti, lo 0,5%, subendo l'onta della vittoria dei suoi nemici del centrosinistra e il tradimento di due dei suoi tre assessori uscenti, passati con il centrodestra.

RITORNO ALLA DESTRA
Con il centrodestra sono tornati anche uomini di primo piano dell'IdV romano, tra questi il consigliere comunale Gilberto Casciani, ex Psdi, Ccd e Udeur, che ha fondato con un altro consigliere del Pdl un gruppo consiliare ispirato, ha detto, ai valori di “Dio, patria famiglia”. Sempre nella capitale e' successo che il segretario cittadino IdV, Roberto Solda', si sia accodato alla strumentale polemica di Francesco Storace contro il Museo della Shoah a Villa Torlonia, definito dall'esponente de La Destra «uno sperpero». Il segretario dell'IdV ha aggiunto che, certo, «e' giusto ricordare», ma «con oculatezza».
Intanto ad Ancona, nei giorni in cui Micromega pubblicava la sua inchiesta e Di Pietro prometteva che avrebbe fatto pulizia nel partito, il leader locale Davide Favia, ex Forza Italia e Udeur, minacciava di far cadere la giunta comunale di centrosinistra, da 100 giorni al governo, perche' il Pd non gli voleva piu' concedere la poltrona di presidente del Teatro Stabile delle Marche pattuita prima delle elezioni. Ne sono seguite settimane di convulse trattative dalle quali l'IdV e' uscito con un posto di consigliere del Cda del Teatro Stabile per Favia e con la poltrona di presidente di Anconaentrate ad un consigliere comunale IdV.

COCCOLE E CAZZIATONI
Di Pietro dice di essere l'unica opposizione ma, se lo e', lo e' soprattutto al Pd. A Bologna la Mura sta premendo per avere uomini dei cda di Hera, (in affari con Cosentino in Campania), Atc, Aeroporto Marconi e Fiera. Appena si e' sentita rispondere picche da Vasco Errani e dal sindaco Flavio Del Buono, ha chiesto le primarie di coalizione per le regionali. A Modena Di Pietro ha scelto la strada della rottura col partito di Pierluigi Bersani, chiedendo l'impossibile (il vicesindaco e due assessorati importanti) ed imbarcando tre fuoriusciti del Pd: Ubaldo Fraulini, Eugenia Rossi e Isabella N'Siala Massamba. L'obiettivo alle comunali del giugno scorso era succhiare voti al Pd per spingerlo al ballottaggio col Pdl e poi, come un novello Ghino di Tacco, “ricattarlo” con il proprio pacchetto di voti. Gli e' andata male: per 150 voti il Pd ha vinto al primo turno.
A questo punto la Mura, strigliata da Di Pietro, se l'e' presa a sua volta con la Rossi e per punirla le ha rimborsato solo una piccola parte delle ingenti spese sostenute in campagna elettorale.
Il partito in Emilia, l'onorevole tesoriera, lo governa cosi', bastone e carota. Ad un fedelissimo di Forli', ad esempio, Giancarlo Biserna, ha concesso un appannaggio di assistente parlamentare, (24.000 euro l'anno, meno i 400 euro che versa al partito ogni mese) per premiarlo della lunga e mansueta militanza. A chi le coccole a chi i cazziatoni: il consigliere comunale bolognese Salvatore Lumia, ad esempio, e' stato convocato a Roma e severamente redarguito per non aver firmato il documento contro il coordinatore dissidente, Domenico Morace. A Ravenna la coordinatrice delle donne Idv e' stata rimossa non appena ha chiesto piu' trasparenza. A Rimini Karen Visani, eletta in consiglio comunale a 23 anni, ha dovuto lasciare il partito dopo aver subito pressioni insopportabili (anche telefonate anonime) perche' rinunciasse a fare l'assessore lasciando il posto, tra i tanti nomi fatti, alla figlia del consigliere regionale Nanni.
Di fronte a questo spettacolo, gli europarlamentari Luigi De Magistris e Sonia Alfano, riferimenti morali della rivolta, anziche' rompere, rinnovano il proprio appoggio a Di Pietro. A rompere sono stati invece i parlamentari centristi Pino Pisicchio, Aurelio Misiti, Peppino Astore e Giacinto Russo. Temevano una deriva “girotondina”. Una paura infondata perche' Di Pietro si guardera' bene dal correggere la rotta scelta da tempo: radicale a parole, democristiano nei fatti. Se l'Idv resta in piedi e' perche' non sa da che parte cadere.

Giulio Sansevero La Voce delle Voci 04.12.2009

domenica, 11 ottobre 2009

I Partiti Sono Stati Sostituiti Dalle Fondazioni

Un servizio molto importante dell'Espresso che spiega come i Partiti siano stati sostituiti dalle Fondazioni, entità private nel senso che sono create da gruppi misti di politici, finanzieri e ricchi vari al di fuori dei partiti con pretesti socio-culturali e che raccolgono in questo modo finanziamenti da banche e multinazionali
In America il Partito Democratico o Repubblicano non esistono come partiti veri e propri perchè ci sono decine di fondazioni che raccolgono miliardi da gente come Soros e altri finanzieri e famiglie importanti e dalle maggiori multinazionali e banche su temi sociali generici. E poi si mobilitano quando ci sono le elezioni oppure legislazioni importanti.
E' un modo per le elites politiche e finanziarie di fondersi insieme senza dare nell'occhio, le fondazioni hanno scopi culturali, di promozione di idee e di cause sociali anche e impiegano professori e studiosi che le elavorano, ma sono anche lobby che lavorano in modo indiretto e al loro interno i politici, i finanzieri, le dinastie economiche e i top managers si incontrano e decidono cosa fare assieme. Non so se mi spiego, questi contatti ci sono sempre stati, ma ora sono istituzionalizzati e i finanzimenti che passano per le fondazioni sono di milioni e sono la base del potere ad esempio di uno come D'Alema che è stato il primo credo a spingerci e crederci in Italia. I politici non hanno più una base di potere nel partito e nelle sue correnti, ma nelle fondazioni dove però si incontrano non con militanti di base ma eredi di famiglie miliardarie e banchieri

Cobraf 11.10.2009

L'ORO DELLE FONDAZIONI - DA FINI (VINO Brunello) A D'ALEMA (Philips Morris), I NUOVI PENSATOI (Italianieuropei, Fare futuro, Magna Carta, Liberal, Formiche, Nuova Italia e Medidea) DOMINANO LA SCENA POLITICA. GRAZIE A FIUMI DI SOLDI PRIVATI E PUBBLICI - A PARTIRE DA PETROLIERI E COLOSSI DEL TABACCO. MA SENZA L'OBBLIGO DI TRASPARENZA...
Promuovere la cultura delle libertà e dei valori dell'Occidente. Ideali alti, anzi altissimi. E ci mancherebbe altro trattandosi di una creatura di Gianfranco Fini, presidente della Camera, cofondatore del Pdl. Ma alto è anche il tasso alcolico della sua fondazione Fare futuro, utilizzata in dosi massicce nei momenti più caldi dell'ultimo scontro con Silvio Berlusconi.
Chi c'è tra i promotori del pensatoio? Il re del vino Jacopo Biondi Santi, erede degli inventori del Brunello. Anche il fumo va forte tra i think tank che nel vuoto lasciato dai partiti hanno preso il posto delle vecchie correnti e condizionano sempre più l'agenda della politica.
Philips Morris, una delle compagnie di tabacco leader nel mondo, è tra i finanziatori di Italianieuropei di Massimo D'Alema, che nell'albo dei sostenitori vanta anche British american tobacco (Bat). E la Bat è un'altra multinazionale che sulle fondazioni punta tantissimo: nel suo libro-paga compaiono pure Formiche voluta da Marco Follini e Magna Carta del senatore Gaetano Quagliariello, stella sempre più brillante nel firmamento berlusconiano, pensatoio ad alto numero di ottani per i generosi finanziamenti di sponsor petroliferi come Moratti e Garrone.
Vini, fumo e petrolio. Ma anche acciai, telefoni, gomme e assicurazioni, energia e tv, banche e compagnie elettriche, cemento e auto, cliniche e medicinali, senza trascurare finanza e armamenti. Dietro al ruolo crescente delle fondazioni c'è il meglio dell'economia. Già, perché le idee non sono tutto. A fare la differenza è anche la forza degli sponsor. Ogni think tank oltre a uno scopo da perseguire deve dimostrare un adeguato patrimonio.
Una cifra precisa non esiste, ma le prefetture che vigilano sulle fondazioni riconosciute, se non esercitano controlli sulla loro gestione finanziaria almeno su questo sono severe: la dote deve essere credibile. Di solito si parte dai 50 mila euro per arrivare anche oltre il milione.
Soldi che vanno immobilizzati in investimenti sicuri e non possono essere utilizzati per le attività correnti. E qui si entra in una zona d'ombra, dove le nuove creature aggirano le vecchie leggi sul finanziamento dei partiti. E vanno a caccia di risorse per il loro stakanovismo di convegni, riviste e centri studi. A cominciare dai fondi ministeriali, surrogato delle sovvenzioni pubbliche ai movimenti politici.
Vi ricorrono un po' tutte, da Magna Carta a Liberal che, insieme a Italianieuropei e Nuova Italia di Gianni Alemanno, da quest'anno si è anche attrezzata per incassare le donazioni Irpef del 5 per mille. Per il resto puntano sui contributi degli associati e sugli assegni dei grandi donatori. Ma tracciare un identikit degli sponsor, che mettano mano al portafogli per i patrimoni o per le spese, non è facile.
Le fondazioni non hanno infatti alcun obbligo a rendere pubblici bilanci e fonti di finanziamento. 'L'espresso' ha provato comunque a fare luce scandagliando sulle attività delle fondazioni più dinamiche: Italianieuropei, Fare futuro, Magna Carta, Liberal, Formiche, Nuova Italia e Medidea.
Cominciamo da Italianieuropei, costituita nel 1999 da Giuliano Amato e da Massimo D'Alema, in quel momento a Palazzo Chigi, dal costruttore Alfio Marchini, dal presidente della Lega cooperative Ivano Barberini e dal consulente aziendale Leonello Giuseppe Clementi. Dotazione iniziale, un miliardo di lire fornito da una nutrita lista di sostenitori: 200 milioni di lire li offre la Cooperativa estense; 100 l'Associazione nazionale cooperative e la Lega coop di Modena; 50 milioni la Brown Boveri, la Lega coop di Imola, Ericsson e Pirelli. Tra i privati, con cifre intorno ai 50 milioni spiccano l'industriale Claudio Cavazza, gli stessi Clementi e Marchini, mentre 1 milione ciascuno versano Amato e Barberini.
Con il ritorno di Amato al governo, presidente viene nominato D'Alema che, curiosamente, non ci mette una lira. A differenza di altri noti benefattori che rimpinguano successivamente la dotazione patrimoniale con offerte fino a 80 mila euro. Tra loro, la Romed di Carlo De Benedetti, Fiat Geva (Gianni Agnelli), Philip Morris, Waste management (discariche), e.Biscom, Glaxo Wellcome, Tosinvest (famiglia Angelucci) e altri imprenditori come Guidalberto Guidi, Francesco Micheli, Vittorio Merloni, Gianfranco Dioguardi e Paolo Marzotto.
Fare futuro nasce invece nel 2007 grazie a Fini, Adolfo Urso e Ferruccio Ferranti, un manager ora indagato a Bari per una storia di appalti sanitari. Patrimonio iniziale: un milione di euro, 930 mila dei quali versati da un comitato.
Tra i promotori, c'è chi continua a versare ogni anno fino a 20 mila euro: Emilio Cremona, presidente di Assofond, la federazione delle fonderie; Lia Viviani, titolare dell'omonima casa editrice; gli imprenditori metallurgici Michele Mazzucconi e Giancarlo Ongis e Sergio Vittadello, della Intercantieri. Seguono, oltre a Biondi Santi, personaggi come il sociologo Sabino Acquaviva, l'avvocato Nicolò Amato, l'attore e deputato Luca Barbareschi, la presentatrice Rita Dalla Chiesa, la cantante Cecilia Gasdia.
Natali nobili anche per Magna Carta, varata nel 2004 su impulso di Marcello Pera, allora presidente del Senato. Motore operativo è da sempre Gaetano Quagliariello, che è stato anche il primo presidente. Tra i fondatori, Giuseppe Calderisi (parlamentare di Fi), Giuseppe Morbidelli (professore di diritto alla Sapienza) e soprattutto la Erg della famiglia Garrone, la Fondiaria di Ligresti e la Nuova editoriale, una srl di Firenze.
Ciascuno versa 100 mila euro cui si aggiungono più tardi identiche cifre da Mediaset, Gianmarco Moratti con la Secofin holding, Acqua pia antica marcia di Francesco Bellavista Caltagirone e British american tobacco, il cui vecchio ad Francesco Valli è l'attuale presidente di Magna Carta.
Non basta: nella lista dei donatori, oltre la Korus srl del senatore Pdl Filippo Piccone (nel mirino dei pm di Pescara per la compravendita di candidature), compaiono pure Finmeccanica, la telefonica H3G, Viaggi del ventaglio e Meliorbanca.
Nasce bene (maggio 1996) anche Liberal di Adornato: 200 milioni di lire di patrimonio versati da Diego Della Valle, Alfio Marchini (sempre lui), Vittorio Merloni e Marco Tronchetti Provera. Ma il progetto piace anche a un altro illustre sponsor: Cesare Romiti. Come illustre è il promotore di Medidea, varata nel 2008 da Giuseppe Pisanu, ex ministro dell'Interno e ora presidente dell'Antimafia, con il figlio Angelo e a Massimo Pini, stretto collaboratore di Ligresti. Con tre assegni da 20 mila euro i tre hanno dato vita al think tank che a maggio ha visto entrare nel cda Tarak Ben Ammar, alleato storico di Berlusconi.
Ad una svolta invece la vita di Formiche, costituita nel 2005 dopo le dimissioni di Marco Follini dalla segreteria dell'Udc. Per vararla radunò alcuni fedelissimi, tra i quali Alberto Brandani e Paolo Messa, capo ufficio stampa del partito, che con pochi altri versarono i 95 mila euro di dotazione iniziale. Con il passaggio al Pd di Follini il pensatoio ha però conosciuto qualche difficoltà.
Chi non molla invece è il sindaco di Roma Alemanno saldamente alla guida della Nuova Italia. La fondò nel 2003 con 250 mila euro di patrimonio raggranellato con il contributo di Antonio Buonfiglio (sottosegretario alle Politiche agricole), Francesco Biava e Aldo Di Biagio (deputati Pdl), oltre a Franco Panzironi, un fedelissimo piazzato dal sindaco di Roma ai vertici dell'Ama, l'azienda rifiuti capitolina. Ma soprattutto il denaro arrivò dagli aderenti sparsi per l'Italia.
Costituire il patrimonio iniziale è compito facilissimo rispetto a quello di finanziare le spese correnti. Prendiamo Italianieuropei: con il suo milione abbondante di fatturato, la sede romana da 7 mila euro mensili (altre due sono a Milano e Napoli, dove divide gli uffici con Mezzogiorno Europa, fondazione voluta da Giorgio Napolitano), la dozzina di dipendenti, il sito Internet, i libri, i quaderni e la rivista (distribuiti da Mondadori danno circa 50 mila euro di ricavi), oltre alla nutrita agenda di convegni, è ormai una macchina costosa. "E non riscuotiamo quote di aderenti", spiega il segretario Andrea Peruzy: "Per finanziarci ricorriamo al mercato".
Come? Anzitutto con la pubblicità sulle riviste: pacchetti da 30 mila euro acquistati tra gli altri da Allianz, Sisal, Mps, Banca di Roma, Sky, Enel, Eni, Fastweb, Telecom, Rai, Unicredit, Aeroporti di Roma e Novartis. Oppure con le sponsorizzazioni per i gruppi di lavoro, come quello sulla sanità animato dal senatore Ignazio Marino. Poi ci sono i convegni su commissione: British tobacco, sborsando 20 mila euro, ne ha chiesto uno sui danni del fumo minorile. Infine, con i proventi della "capitalizzazione del marchio", così la definisce Peruzy, con cui la fondazione monetizza proponendosi come consulente per festival, ultimo quello della Salute di Viareggio che frutterà 100 mila euro.
Diverso il caso di Fare futuro (una decina di dipendenti), anch'essa attiva con libri e riviste ('Fare futuroweb magazine' e 'Charta minuta'), summer school, convegni e sito. Un dinamismo che richiede un budget di oltre 800 mila euro, per il 70 per cento garantito dai soci e per il resto da sponsor. Oltre ai cento promotori vanta 700 affiliati che versano 500 euro e una trentina di benemeriti che ne offrono 10 mila l'anno. Entrate alle quali si sommano le sponsorizzazioni: Unicredit e Finmeccanica hanno dato 50 mila euro per il rapporto 'Fare Italia nel mondo'.
Mentre 30 mila euro sono stati donati per lo studio 'Pacchetto clima' da Eni, Unicredit, Enel, E.on energia, Pirelli ambiente e A2A, la multiutility lombarda. Poi c'è la pubblicità pagata con decine di migliaia di euro da sponsor come Cremonini, Todini, Alenia Aermacchi e Condotte d'acqua, per non parlare di Mps, con Finmeccanica ed Elt Elettronica (sistemi di difesa) tra i finanziatori più fedeli dei convegni di Liberal (Siena e Venezia), che a sua volta ha un budget di 500 mila euro accumulati anche con il sostegno di Esteri e Beni culturali.
Esigenze più modeste a Nuova Italia di Alemanno, organizzata come una corrente di partito con circoli sparsi per la penisola e budget di 300 mila euro che se ne vanno per la sede romana, il sito e attività come il 'Master di decisione' e il 'Progetto salvamamma' contro l'infanticidio. Nessuna grossa impresa: le risorse vengono dalle quote da 500 euro dei 600 iscritti. Esattamente il contrario di quello che capita a Formiche, che sforna l'omonima rivista e vive grazie alla pubblicità: un milione l'anno, pagati tra gli altri da Mediaset, Sorgenia, Bat, Generali e da vari ministeri, tra cui Infrastrutture e Pari opportunità.
Infine Magna Carta, budget intorno ai 900 mila euro con i quali finanzia sito Web, libri, convegni, summer school e il tradizionale meeting di Norcia. Soldi che arrivano dai fondi statali (nel 2005 33 mila euro dagli Esteri), dalle pubblicazioni e soprattutto dalle quote degli affiliati, una trentina tra fondatori e aderenti, che pagano ciascuno 15-20 mila euro l'anno. In questo modo mettono insieme almeno 400 mila euro, cui si aggiungono i proventi delle collette durante gli eventi.
"Tutte iniziative autofinanziate", assicura il direttore Giuseppe Lanzillotta. Come il meeting sulle relazioni transatlantiche realizzato a New York con Westinghouse e American Enterprise che hanno provveduto agli alloggi. Tariffa agevolata invece per i biglietti aerei della United, mentre il resto è arrivato da Mediaset (30 mila euro) e dagli Esteri. Ciononostante, il momento non è dei migliori per Quagliariello e soci.
Uno dei fondatori, il gruppo Ligresti, ha mollato per andare a foraggiare Medidea di Pisanu. La quale è generosa di informazioni sulle proprie attività, la rivista trimestrale da 4 mila copie o i convegni organizzati con Berlusconi, ma si rifiuta di fornire dati sui finanziatori. "Sono cose riservate", protesta Carlo Romano, portavoce di Pisanu. E insistere è inutile: nessuna legge al momento obbliga le fondazioni ad essere trasparenti.

Primo Di Nicola Espresso 10.10.2009

martedì, 08 settembre 2009

GIANNI LETTA INDAGATO A POTENZA

di Andrea Cinquegrani [ 29/05/2009]

 

L'alter ego di Silvio Berlusconi, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, e' indagato dalla procura di Potenza per una sfilza di reati che vanno dalla turbativa d'asta alla corruzione (articoli 416, 110, 353, 354 e 640 bis del codice di procedura penale). Altri inquisiti eccellenti il casertano Mario Morcone, capo dipartimento per le Liberta' Civili e la Immigrazione al ministero degli Interni, e i fratelli Chiorazzo, Angelo e Pietro Francesco, potentini, a capo di una vera e propria holding che ha fatto della "solidarieta" (trovando ora la manna nei centri d'accoglienza per immigrati) il suo grande business.

 

Il procuratore capo di Potenza, John Woodcock, ha raccolto una impressionante mole di documenti, verbalizzazioni, intercettazioni, poi trasmesse per competenza al tribunale dei ministri di Roma. Che, a quanto pare, ha chiesto al pm anglo-napoletano gia' autore di inchieste al calor bianco, ulteriori approfondimenti, vista la delicatezza dei temi trattati e soprattutto per le cariche istituzionali ricoperte da alcuni indagati.

A cosa porteranno questi approfondimenti? Si andra' a rapidi stralci ed eventuali archiviazioni in istruttoria? Oppure l'inchiesta si allarghera' ulteriormente e poi portera' alla richiesta di rinvii a giudizio? Noi qui proviamo a ricostruire lo scenario, che vede in campo pezzi da novanta dell'establishment istituzionale, politici di livello nazionale e locale, perfino vip del Vaticano, fino a una ciurma di lacche' e faccendieri secondo il piu' consumato costume nostrano.

 

LA PROVA DEL 49

«La vicenda e' tanto piu' inquietante perche' arriva non solo a toccare la vicepresidenza del consiglio - c'e' chi fa notare al ministero della Giustizia - ma anche gli Interni, proprio in queste settimane alla prese con la patata bollente dell'immigrazione e con il prolungamento della permanenza nei cosiddetti CIE (gli ex CTP) e CARA fino a sei mesi, il che significa un affare che s'ingrossa per chi gestisce quei centri». Al Viminale, comunque, fin da novembre era allarme rosso. Quando gli 007 del Noe (nucleo operativo ambiente) fanno irruzione proprio negli uffici del dipartimento per le “Liberta' Civili” (sic) con una precisa richiesta di esibizione atti”: in sostanza, dopo il provvedimento governativo che decideva in tutta fretta di aprire - per la solita, comoda “emergenza” - 49 centri provvisori di accoglienza, gli inquirenti decidono di verificare se tutti gli atti amministrativi sono a posto, a partire dalla scelta (a quanto pare del tutto discrezionale) delle societa' che devono gestire i centri, fino all'acquisizione delle strutture, per finire con i servizi e tutto quanto fa “business immigrazione”.

«L'inchiesta e' partita dalla procura di Potenza - c'e' chi spiega in via Arenula - perche' a Policoro, nel materano, e' stato aperto in tempo reale un centro. La Auxilium che fa capo ai Chiorazzo ha infatti ottenuto l'assegnazione dell'appalto per la gestione di quel centro ancor prima di aver presentato documenti e certificazioni necessarie». Solite storie di appalti aggiudicati a societa' che nascono il giorno dopo; fatto sta che le antenne di Woodcock si drizzano ugualmente in tempo reale e si arriva al blitz nelle ovattate stanze del Viminale.

La notizia ha scarso rilievo sui media nazionali, poche righe nelle cronache locali di Stampa e Corsera. Qualcosina in piu' trapela circa tre mesi fa, a meta' marzo, quando Repubblica Bari parla dei fratelli Chiorazzo indagati per la gestione del Cara di Bari, sulla cui aggiudicazione provvede a mettere la mano sul fuoco il prefetto del capoluogo pugliese Carlo Schilardi. «Agli atti - precisa il quotidiano diretto da Ezio Mauro - ci sono centinaia di telefonate dei tre indagati (il terzo e' un dipendente del gruppo Auxilum, Salvatore Manolascina, ndr) con dirigenti del ministero degli Interni: non a caso a Roma e' indagato Mario Morcone, l'attuale capo del dipartimento immigrazione». Dell'imputazione per Letta neanche un cenno; si' perche' il nome del possibile, prossimo capo dello Stato (Cavaliere permettendo) finisce nella lunga lista dei “telefonisti”, nella mole di intercettazioni che vedono costantemente da un capo del filo un Chiorazzo (o uno della band) e dall'altro pezzi da novanza dei palazzi (da Clemente Mastella alla segreteria di Giulio Andreotti, fino al sindaco di Roma Gianni Alemanno e al suo vice ed ex senatore di An Mauro Cutrufo), anche sull'altra sponda del Tevere (un nome su tutti, quello del cardinal Tarcisio Bertone, il vice di Ratzinger).

 

O' VATICANISTA

Il nome dei Chiorazzo - raccontano nel Palazzaccio della Cassazione a Roma - comincia a far capolino nelle cronache giudiziarie anni ‘80: alcune vicende relative ai soliti appalti “solidali” finite nell'altrettanto solita bolla di sapone. I fratelli, del resto, hanno spalle forti e, soprattutto, amicizie che contano, soprattutto in ambienti politici vicini alla Curia, tanto che il numero uno della dinasty potentina, Angelo, veniva soprannominato ‘o vaticanista. I nomi piu' gettonati? Giulio Andreotti, Gianni Letta e Clemente Mastella. A quanto pare, e' proprio lui, l'Angelo delle mense per immigrati, a organizzare piu' di un incontro fra l'ex ministro della Giustizia e il cardinal Bertone. E' proprio lui uno dei superaficionados al seguito del leader ceppalonese nella celebre trasferta su Airbus presidenziale per il gran premio di Monza. E' lui, del resto, uno dei principali referenti al Sud (e non solo) per Comunione e Liberazione, gomito a gomito con Antonio Saladino, l'altro faccendiere legato a CL e inquisito numero uno della maxi inchiesta Why Not portata avanti (e poi scippatagli) dall'ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris.

 

CHIORAZZO CHI?

Ma diamo uno sguardo all'impero societario targato Chiorazzo. Al vertice della piramide il “Consorzio Gruppo La Cascina”. Da brivido le cifre: un fatturato annuo che supera i 200 milioni di euro; oltre 6 mila dipendenti (localizzati soprattutto al Sud, quasi la meta'); 1 milione 800 mila i pasti erogati attraverso le strutture societarie; superfici immobiliari “trattate” (cosi' viene precisato nel sito del gruppo) pari a ben 30 milioni di metri quadrati. Il tutto attraverso un agguerrito drappello di sigle: Vivenda spa (che puo' contare sul contributo pubbico e allegro di Sviluppo Italia, che concorre al 30 per cento delle azioni), Cascina Global Service (secondo alcune fonti la vera cassaforte dei Chiorazzo), NAER (che a sua volta controlla La Cascina scpa), Cater Bio srl (tanto per un tocco di biologico), Villa Ombrellino srl (stavolta per un tocco glamour, essendo specializzata in “Doney Ricevimenti”).

Insomma, un pacchetto completo, una full list per immigrati, diversamente abili, disadattati, minoranze e ladies: da accudire, servire, ristorare e, soprattutto, mungere come vacche d'oro, visto che - per fare un solo esempio, come spesso e volentieri sottolineato dai Chiorazzo nelle disinvolte conversazioni telefoniche - «per ogni pasto giornaliero ci mettiamo in tasca 49 euro». Che moltiplicato per il numero dei centri e degli immigrafi fa una cifra letteralmente astronomica.

Il principale capo di imputazione individuato dalla procura di Potenza a carico di Letta, Morcone e dei Chiorazzo sarebbe quello di aver messo in piedi un'associazione a delinquere finalizzata a reati come turbativa d'asta e corruzione, in grado di operare sul territorio nazionale. Punto di partenza, la decisione di aprire a settembre 2008 il Centro di Accoglienza per i Richiedenti Asilo politico (C.A.R.A.) di Policoro. Negli stessi giorni veniva stipulata una convenzione tra la prefettura di Matera e la Auxilium, sottoscritta in data 12 settembre 2008. Lungo questi passaggi ci sarebbe stata l'intromissione illecita di Gianni Letta e del prefetto Morcone per favorire l'assegnazione della gestione del CARA di Policoro alla Auxilium dei Chiorazzo. Una scelta che sarebbe addirittura stata imposta.

E tanto per precisare meglio, piu' avanti, si parla di “regia impositiva” svolta da Letta, di “procedura illecita, clientelare e contraria agli interessi della pubblica amministrazione”, organizzando in epoca antecedente all'8 agosto 2008 l'affidamento diretto della gestione del centro CARA di Policoro a favore della Auxilum. Un rilievo di tutta valenza politica, visti i tempi e i modi di mettere in campo i provvedimenti sull'immigrazione.

Una catena d'interessi, abusi e collusioni, quella che viene ipotizzata alla Procura, con i fratelli Chiorazzo e le loro societa' in veste di monopolisti delle attivita' economiche connesse all'emergenza immigrazione per ricavarne illeciti profitti.

E che il business sia consistente, lo dicono le cifre: il gruppo La Cascina-Auxilium e' all'opera presso i centri Cara di Bari (circa 1200 immigrati), Policoro (circa 200) e Taranto (400 immigrati, di prossima apertura). Il giro d'affari viene per giunta ammantato da intenti caritatevoli e solidali. Tanto solidali che i Chiorazzi avevano cercato di ottenere anche la gestione dei Cara di Crotone e Foggia, benche' quest'ultimo fosse gia' gestito dalla Croce Rossa.

 

NON SOLO CARA

Non solo i “cari” centri per immigrati tra i business dei Chiorazzo. La clientela e' vastissima e variegata, per catering e servizi. Si va dalle piu' prestigiose sedi istituzionali (dalla Presidenza del Consiglio al Senato, passando per la bouvette del Campidoglio e le scuderie del Quirinale, fino a Regione Lazio e Comune di Roma, Comune di Genova, Regione Basilicata) ai piu' celebri centri d'arte (Palazzo Ducale di Venezia, Arena di Verona, Reggia di Caserta, caffetteria di Palazzo Pitti a Firenze), dalle piu' rinomate Universita' e accorsate Scuole (La Sapienza di Roma, Superiore di Sant'Anna a Pisa, Marymount International School, St.George's e St.Stephen's English School) ai centri sanitari pubblici e privati (San Raffaele e Luigi Sacco a Milano, Gesu' Bambino, Fatebenefratelli e Sant'Andrea a Roma, San Carlo a Potenza), oltre ad una sfilza di societa' e sigle di grido e non. Tra le prime, Pirelli, Ansaldo Energia, Johnson e Johnson, eBay.

Tra le seconde spicca il Castello di Utveggio, a Palermo, il luogo dei misteri nella strage di via D'Amelio, sede del Cerisdi, organismo dei servizi segreti, appena passato sotto la guida di Elio Cardinale: ma che cosa ci fa la Auxilium al Cerisdi? Fornisce pasti o quali altri “servizi”?

Puo' aver peso la circostanza che Angelo Chiorazzo risulti appartenente ad una loggia massonica? Staremo a vedere, dovra' essere la maxi inchiesta potentina a chiarirlo.

Ed e' proprio nelle pagine dei faldoni investigativi che farebbero capolino svariati altri affaire. Nel mirino ci sarebbero i rapporti con la Agenzia delle Entrate, con il municipio della Capitale, una gara d'appalto al ministero della Difesa, un appalto Policlinico Gemelli di Roma. Ancora, i rapporti con un magistrato in servizio al tribunale di Roma, e gare alla Asl 1 di Venosa e all'azienda ospedaliera San Carlo, entrambe nel potentino.

Quello del fisco e' un tasto che scotta. Ammonterebbe infatti a 150 miliardi di vecchie lire un debito nei confronti dell'Agenzia delle Entrate che i Chiorazzo vorrebbero risolvere nel modo piu' conveniente possibile. Per questo cercano di mettere in campo pezzi da novanta come Gianni Letta, il quale a sua volta sarebbe intervenuto sul direttore dell'Agenzia delle Entrate di Roma, Attilio Befera, per agevolare La Cascina riducendo e diluendo nel tempo l'ammontare della somma da pagare. Al punto che un deferente Befera avrebbe personalmente telefonato ai Chiorazzo per sollecitare un incontro transattivo.

Una vicenda che sta molto a cuore (e alle tasche) dei Chiorazzo, i quali pensano bene di mobilitare anche Mastella. E fu proprio al ministero della Giustizia, non presso l'Agenzia delle Entrate, che i Chiorazzo erano riusciti ad incontrare un funzionario dell'Agenzia. Ma come aveva avuto origine un'evasione cosi' colossale? Semplice. Non e' stata versata allo Stato l'Iva sulle vendite dal 2001 al 2005 (e tenuto conto del fatturato arcimilionario annuo fa presto a lievitare) e neanche le ritenute sugli emolumenti corrisposti ai dipendenti (basta calcolare 6.000 unita' e passa). Ma La stessa denuncia fatta dall'Agenzia delle Entrate alla Procura della capitale contestava solo il mancato versamento di ritenute per i compensi erogati dalla cooperativa nel 2004, vale a dire solo per circa 1 milioni e settecentomila euro. E la montagna degli altri 73 milioni e spiccioli? Dimenticata per strada? Chicca finale - sempre nel ramo fiscale - il gioco di prestigio inventato dai Chiorazzo relativo ai “rami d'azienda” trasferiti da La Cascina ad altre societa' del gruppo. Transazioni che secondo gli investigatori servivano per sottrarre ai creditori e all'erario i flussi dei pagamenti disposti da enti pubblici in favore di societa' del gruppo. E si parla di decine di milioni di euro.

 

SALDI E APPALTI

Sempre in tema milionario, passiamo ai rapporti con il comune di Roma. Anche stavolta si tratta di ottenere in tempi rapidi il saldo di una “fatturina” emessa da Vivenda spa - una controllata della solita La Cascina - nei confronti dell'amministrazione capitolina. L'amico del giaguaro, stavolta, si chiama Maurizio Cutrufo, senatore di An, all'epoca dei fatti vice di Gianni Alemanno in Campidoglio. Grazie agli ottimi rapporti con Cutrufo, Angelo Chiorazzo riesce ad incontrare, nel corso di una cena, il sindaco Gianni Alemanno. Passano appena 48 ore e Emilio Fusco Roussier, responsabile di Vivenda, fa sapere ad Angelo Chiorazzo di aver appena ricevuto una missiva firmata da Alemanno in cui viene sottolineato che per garantire la continuita' del servizio ristorazione scolastica, i crediti derivanti dalle prestazioni rese da settembre 2008 saranno gestiti nell'ambito dell'amministrazione ordinaria degli organi comunali. Un'utile e indispensabile garanzia - commentano in Campidoglio - di solvibilita' per Vivenda, tanto piu' perche' la societa' e' in attesa di un anticipo del credito da parte dello Sviluppo Italia Factoring.

 

L'AMICO

Sempre a Roma l'appalto per il servizio mensa al Policlinico Gemelli, che i Chiorazzo sarebbero riusciti ad aggiudicarsi grazie alla presentazione del sottosegretario Letta presso Amerigo Cicchetti. Per rimanere all'ombra del Cupolone e ritrovarci di nuovo in compagnia dei soliti Chiorazzo e del dinamico Cutrufo, eccoci alla “story” dei rapporti con una toga romana. Tutto parte da Giuseppe Sangiuliano, segretario particolare di Cutrufo, cui sta a cuore un procedimento giudiziario pendente davanti alla Corte d'Appello di Roma. Pensa bene, Sangiuliano, di contattare l'amico Angelo affinche' possa perorare la sua causa presso un giudice “amico”. Che si chiama, in questo caso, Vincenzo Vitalone. «La “cortesia” che sarebbe stata concessa da Vitalone a Sangiuliano - commentano a Potenza - per intercessione dello stesso Chiorazzo, dovra' poi essere ricambiata da quest'ultimo “sponsorizzando” presso un influente personaggio la candidatura di Vitalone ad un'ambita carica istituzionale». Nipote del piu' celebre Claudio Vitalone, il giudice Vincenzo e' stato in servizio presso la decima sezione del tribunale civile di Roma.

Nelle cronache giudiziarie il suo nome fa capolino fra i componenti della “fallimentare” (presieduta da Giovanni Briasco) tempo fa al centro delle polemiche e di un'indagine degli ispettori del ministero della giustizia, con l'accusa di essere un vero e proprio comitato d'affari per spartirsi la torta dei fallimenti.

Accuse finite nel nulla, come del resto e' capitato a Napoli dove la superchiacchierata “fallimentare” e' uscita candida come una mammola dopo una serie di inchieste (sic) superbollenti...

 

SORELLA CRI CRI

Una Thatcher in salsa abruzzese. Ma poi non troppo... Cosi' la etichettano in Abruzzo, Maria Teresa Letta. Una lady bifronte: sorella del gran ciambellano di Sua Emittenza, il sottosegretario Gianni Letta, e zia del Pd ed ex margheritino Enrico Letta. Come dire, una sintesi governo-opposizione, un mix che piu' consociativo non si puo'.

Tutto formazione e solidarieta', il suo credo: e' infatti in prima linea nel promuovere le sorti della super univerista' Sant'Anna di Pisa, una vera e propria enclave per studenti d'elite, fortemente sponsorizzata da uomini del calibro di Giuliano Amato, il dottor sottile caro a Bettino Craxi prima e a Massimo D'Alema poi, e Pierfrancesco Guarguaglini, plenipotenziario del colosso Finmeccanica.

Nel pedigree di lady Letta pero' spicca l'impegno speso in favore della Croce Rossa Italiana. E' infatti al vertice - in qualita' di presidente - della Cri abruzzese. Non senza suscitare dubbi e polemiche circa il suo operato. Ad accendere la miccia un maresciallo troppo zelante, Vincenzo Lo Zito, in servizio presso la direzione regionale della Cri. Il quale vuol vederci chiaro sulla gestione dei fondi, sulla firma dei mandati di pagamento, sui rapporti con le banche (come documentano una serie di esposti al calor bianco inviati a magistratura penale, contabile e amministrativa). Su Lo Zito arriva ben presto la mannaia: trasferimento (sede, Assisi, forse per riflettere meglio). A decretarlo i vertici Cri, ossia il direttore generale Andrea Des Dorides («il maresciallo Lo Zito da settimane svolge una grave e costante opera di denigrazione del proprio datore di lavoro», la motivazione) e il neo vertice Cri Francesco Rocca: voluto con forza da An, Rocca occupa la poltrona prima di Maurizio Scelli (il “liberatore” delle due Simone in Iraq, a suon di milioni di euro!) e poi di Massimo Barra, le cui gestioni avevano portato ad un buco contabile da 400 milioni di euro e passa.

Guarda caso, i rilievi di Lo Zito vengono ripresi pari pari dal direttore generale della Cri abruzzese, Maria Rita Salvetti, che quindi entra in rotta di collisione con lady Letta. Salvetti mette nero su bianco le «pesanti difficolta' operative incontrate nel corso della conduzione del comitato regionale Abruzzo, aggravate dalla chiusura a qualsiasi forma di collaborazione dimostrata dal vertice politico regionale». Nonche' dai vertici della Banca Toscana, che non vuol far chiarezza su tante, anomale transazioni di danaro. Non basta, perche' Salvetti chiede subito il reintegro in servizio di Lo Zito, il cui operato e' giudicato essenziale per «la specifica competenza». Niet.

Arriva il terremoto che squassa l'Abruzzo. Lo Zito lavora “da volontario” fra le macerie. A suo rischio e pericolo. Perche' doveva essere ad Assisi...

 

Fonte: La Voce delle Voci

martedì, 01 settembre 2009

Il doppio strappo di Fini, uomo 'nuovo' del Pdl accolto da star dal popolo del Pd

Panorama  28 agosto 2009

Applausi, foto ricordo, autografi e tanti complimenti. Una giornata da star tra gli elettori, per il presidente della Camera Gianfranco Fini.
Elettori non suoi, però: Fini è stato per un lungo pomeriggio lo “special guest” alla festa nazionale del Pd, al Porto Antico di Genova. Dove è stato accolto da un’ovazione, interrotto una decina di volte da una salva di applausi e ha costringetto il suo contraddittore, l’ex presidente del Senato Franco Marini, che doveva giocare in casa, a fargli da spalla.

Il trionfo di Gianfranco
Insomma, un trionfo: un trattamento da campione, da “vecchio amico” dei Democratici. Che, per assurdo, l’ex leader di An possa diventarne il nuovo leader, si ironizza da un po’. Di fatto, le sue aperture, la sua laicità, i suoi distinguo dalle coordinate della maggioranzaa di cui fa parte, le sue prese di posizione anche aspre (frutto di una sincera, e forse anche sofferta, maturazione personale) in chiace anti leghista, lo hanno nei mesi trasformato agli occhi degli elettori Pd in “nuovo Fini”, come lo definisce L’Unità. Tanto che riesce a strappare consensi persino quando, qui a Genova, plaude alla sentenza della Corte Europea sul caso Giuliani: “So che probabilmente non sarete d’accordo. Ma io sono felice che sia stato definitivamente riconosciuto che quel carabiniere ha agito solo per legittima difesa”. E invece in tanti si sono trovati d’accordo e lo hanno applaudito.
Le altre ovazioni, più scontate, a sottolineare i passaggi più salienti delle risposte di Fini al direttore del Tg2 Mario Orfeo: l’ex leader aennino ha parlato - bacchettando la Lega - di politiche sull’immigrazione, di laicità dello Stato, di superamento delle contrapposizioni ideologiche.

Affondo anti leghista
L’affondo nei confronti del Carroccio è sull’immigrazione, ma a ben guardare l’intervento del presidente della Camera è tutto teso a ridimensionare il ruolo della Lega, perché su temi delicati il Pdl non può limitarsi a “copiare” le camicie verdi (”Mi auguro che il Pdl comprenda che se sul tema si limita a produrre una fotocopia della politica dell’originale, dove per originale si intende la Lega Nord, è naturale che l’originale sia sempre più gradito”). Il tema dell’immigrazione, afferma Fini, non va affrontato né con un approccio segnato “dall’emotività”, né guidato solo dalla “pur necessaria” volontà di “garantire la sicurezza dei cittadini”, perché questo rappresenterebbe un “approccio parziale, miope e sbagliato”. “È positivo” dice il presidente della Camera “che la Lega abbia smentito la Padania, dicendo che il Concordato non c’entra nulla: e ci mancherebbe”. Eppure, l’attacco al Carroccio va avanti.
Ripugna la coscienza” aggiunge poi il presidente della Camera “non considerare che chi arriva in Italia, regolare o no, è prima di tutto una persona. Se si parte dal presupposto che è una persona alcune politiche non dovevano essere inserite in un provvedimento legislativo”, ha aggiunto Fini. Anche perché il problema della Lega è “guardare con lo specchietto retrovisore” alla società italiana e non accorgersi, sostiene il presidente della Camera riferendosi alla polemica sui dialetti, che “il figlio di Balotelli parla in bresciano” e che i figli di pakistani vincitori degli europei di cricket “sono orgogliosi di essere italiani”.
Se sull’immigrazione il presidente della Camera non fa sconti a Bossi, sull’altro tema dell’estate, le gabbie salariali, sempre proposte dal Carroccio, osserva che “sono un modo antinazionale” di trovare soluzioni a una questione che invece c’è perchè bisogna “cominciare a collegare la produttività alla consistenza dello stipendio”.

Affondo anti clericale
Per Fini l’Italia non è più quella di vent’anni fa. Neanche nelle ideologie. Le “gabbie ideologiche” tra destra e sinistra non esistono più e “di una società tutta ideologica” sostiene l’ex leader di An “francamente non so che farmene”. Un proclama che spiega perchè Fini non trovi nulla di strano nel fatto che spesso le sue posizioni siano più vicine a quelle dell’opposizione che a quelle di maggioranza. Come, ancora, sul testamento biologico, che il presidente della Camera si impegna a modificare, la sua idea combacia con quella dei laici del Pd. “La polemica laici-cattolici” sostiene quasi in tono di sfida ”è artefatta e chi lo fa inquina il dibattito. Non si tratta di fare crociate ma chi dice che sui temi della vita e della morte decide la Chiesa e non il Parlamento per me è un clericale e io dico no”. Mentre il Pd anche sui temi eticamente sensibili fatica a trovare una bussola, il popolo democratico applaude il presidente della Camera.

Sorpresa finale
Fine del dibatto con sorpresa: tra le strette di mano e gli autografi, dopo quasi due ore di intervista, si fa avanti il signor Gianfranco Fini, omonimo ma di dichiarata fede democratica, che ha mostrato all’ex leader di Alleanza nazionale la sua carta d’identità. Per tutta risposta Fini ha fatto notare al suo omonimo che le iniziali del numero del documento erano AN, aggiungendo, tra le risate dei presenti, che non poteva trattarsi davvero di un simpatizzante del Partito democratico.
Poi via, lasciando dietro di sé gli apprezzamenti, come racconta Il Giornale, delle signore democratiche: Ma che portamento, ma che bell’uomo, e che belle idee…”.

sabato, 22 agosto 2009

Scarronzoni per i “pappafichi”

Per capire le motivazioni ed il significato profondo delle dichiarazioni rilasciate di recente da La Russa a Massimo Caprara sul Corriere della Sera in cui chiede una revisione del codice militare di pace attualmente cogente in Afghanistan per i militari italiani, servirà ricorrere più avanti a Wikipedia ed al “caso“ Calipari. Il nesso tra il funzionario del SISMI ucciso da un marine USA a Baghdad ed il caporalmaggiore Alessandro Di Lisio morto a luglio per un esplosione che ha coinvolto il Lince su cui prestava servizio in Afghanistan, si presta a più di una similitudine.
Il Ministro della Difesa non ha detto esplicitamente di volere l’introduzione di un codice militare di guerra ma ha fatto capire che quello di pace è di intralcio. Di intralcio a chi? Ce lo faccia capire senza manfrine.
Intervistato da Sky Tg24, La Russa ha fatto sapere all’opinione pubblica del Bel Paese che serve una “terza via“ ed il dissequestro urgente disposto dalla Procura di Roma di tre, dicasi 3, Lince. Volete sapere quanti LMV “bidone“ erano in forza, a gennaio 2009, al Comando Regionale di Herat? Duecentoquarantanove (249). Proprio così. Avete letto giusto.
In Italia, come abbiamo già detto, a disposizione delle Forze Armate ce ne sono la bellezza di 1.270. Con un C-130, in otto-dieci ore, se ne possono far arrivare ad Herat due. Perdiamo efficienza sul terreno avendone operativi da quelle parti 246 anziché 249? Macchè. E allora?
Dal 2002 al 2009, abbiamo movimentato Italia-Afghanistan e ritorno 29.000 tonnellate di logistica e materiali militari; 15, all’ingrosso, in più per rimpiazzare i LMV distrutti che differenza fanno? Semplicemente nessuna.
Il nostro signor Auricchio, quello “piccante“, nasconde altri obbiettivi, anche economici, che potrebbero danneggiare la FIAT Iveco? Non è affatto escluso, anzi, a dirla tutta…
A ben vedere potrebbero esserci profili penali. Che la FIAT Iveco possa vendere ad Inghilterra, Belgio, Croazia, Spagna, Repubblica Ceca, Slovacchia ed Austria degli scarronzoni ed a che costo unitario non è affare che riguarda la Procura di Roma, ma se i Lince rappresentano un pericolo per l’incolumità dei militari italiani la magistratura ha pieni titoli per accertarne i limiti operativi e la pericolosità per chi li ha in dotazione.
O no?
Se la magistatura lo dovesse accertare, gli affaroni della famiglia Elkann subirebbero una battuta d’arresto. E’ questo che non si vuole? A naso sembrerebbe proprio di sì.
La Russa e Cossiga (Giuseppe, figlio di Francesco) sono del mazzo? Mai dire mai. L’ ISTRID non lavora forse per lobby?
Il ministrone auspica, inoltre, un nuovo codice che non sia di pace né di guerra, da rimaneggiare, per azzerare – questo lo diciamo noi con la certezza che questa sia la finalità che si prefigge di raggiungere il Governo – i poteri di indagine della magistratura italiana nel Paese delle Montagne.
Governo e Difesa non tollerano, di fatto, occhi indiscreti sulla “missione di pace“ ? La risposta anche in questo caso è affermativa. Vogliono conquistarsi forse gli stessi poteri di veto che servirono al Ministro della Giustizia dell’amministrazione Bush per mettere a pagliolo le rogatorie internazionali dei pm Franco Ionta e Pietro Saviotti?
Angelino Alfano non ha forse annunciato che, a settembre, prenderà il via il ridimensionamento per legge dei poteri di indagine della magistratura inquirente? La Russa è uno dei colonnelli di Berlusconi. Allineato e coperto.
Facciamo ora entrare in campo l’enciclopedia abbastanza “libera“ del web, la più affermata e conosciuta per la distribuzione di contenuti su internet, per quel che riguarda il funzionaro del SISMI ucciso dal marine Mario Lozano.
“ …negli Stati Uniti è stata istituita una commissione d’inchiesta ai cui lavori sono stati ammessi osservatori italiani (nessun inquirente legale – nda) nominati dal Governo in carica di centrodestra. In Italia la magistratura ha incontrato impedimenti e difficoltà (eufemismo – nda) nelle svolgimento degli accertamenti a causa del particolare status in cui si sono svolti i fatti che risultava essere territorio dell’Iraq sottoposto a controllo del codice militare USA ed a sovranità, di fatto, assegnata al Segretario alla Difesa; negato anche il permesso di far analizzare a magistrati e tecnici della polizia scientifica italiana il veicolo su cui viaggiava Calipari. I giudici italiani hanno dovuto attendere la conclusione dell’inchiesta USA. Il diniego motivato da esigenze di natura militare ha di fatto provocato lo scadimento del valore probatorio del reperto (leggasi manomissione intenzionale della Toyota Corolla – nda).”
La Procura di Roma dopo la morte del mitragliere Di Lisio ha sequestrato tre Lince per capire come stavano le cose.
Il 9 agosto, il Cocer Esercito ha chiesto per bocca del generale Domenico Rossi – mai fidarsi degli altri gradi! -che i magistrati della Procura di Roma facciano con urgenza sopralluoghi in Afghanistan e tolgano i “sigilli“, senza cercare il pelo nell’uovo. Bel sindacalista, questo signore! Anche lui, come la Russa, chiede un intervento urgente di dissequestro degli Iveco perché servono i “pezzi di ricambio“.
Si potrebbe fare, volendo, le pulci anche a lui.
La sicurezza chi ci sta dentro interessa o no a questo signore? Sembrerebbe poco o nulla. Brunetta il nano cattivo ha previsto di tagliare dall’organico dell’Esercito 50.000 militari definendoli con disprezzo “pappafichi” e “pancioni in esubero”. La guerra della Repubblica Italiana delle Banane in Afghanistan costa sempre di più.
Quanto?
Ne riparleremo.

Giancarlo Chetoni Byebye Uncle Sam 22.08.2009

domenica, 14 giugno 2009

Gheddafi. Quando l'ospite è un Beduino

Salamelik giugno 13, 2009
"Si puó essere più o meno d'accordo sulla personalità di Gheddafi, ma l'analisi di Sherif è a dir poco spettacolare nel rendere alla perfezione l'arroganza tipica italiana, che non ha colore - destra, sinistra o centro che sia - perché basata sulla tipica ignoranza autocompiacente dei miei concittadini, che NON mi fanno pentire di avere lasciato l'Italia 12 anni fa". E. Gullo

In questo paese nemmeno ai capi di stato in visita ufficiale per pochi giorni viene risparmiato il trattamento riservato ai comuni immigrati "ospiti" da più di vent'anni inclusivi di tasse e contributi. Un capo di stato straniero, nel corso della sua prima visita ufficiale in Italia dal 1969, è stato volgarmente e gravemente insultato con epiteti discriminatori e chiaramente razzisti, come il "cammellaro fuori di testa". Gli danno del beduino senza sapere che essere beduini, nella cività araba, è sinonimo di coraggio, solidarietà, giustizia, rigore morale. E siccome tutto ciò accade in nome della "libertà di espressione", della "democrazia", della difesa della "dignità degli italiani" e dei "diritti dei migranti", il governo non ha espresso scuse ufficiali e il ministro degli Esteri non ha pensato di dimettersi.
Molte sono state le scuse inventate per giustificare questa incredibile bassezza diplomatica. E' stato detto che Gheddafi era un dittatore. Ammesso e non concesso che cosi sia, quanti dittatori hanno visitato l'Italia senza che la loro presenza scatenasse l'isteria collettiva che ha circondato la visita del Fratello Colonnello? Mi piacerebbe sapere poi quanti di quei parlamentari che si sono stracciati le vesti e quanti di quegli studenti che hanno manifestato saprebbero spiegarmi come funziona il sistema politico libico, un unicum di incredibile complicazione dove il consiglio rivoluzionario - non eletto - ha ridotto i suoi poteri per convivere con un sistema piramidale di legittimazione dal basso. Non mi faccio illusioni: questi sono gli stessi parlamentari che non sanno nemmeno dove sia l'Afghanistan e gli stessi studenti convinti che in Iran si parli arabo.
Per istillare un po' di dubbi, faccio poche citazioni tratte dalla stampa italiana di questi giorni: Guido Rampoldi ammette, sulla prima pagina di Repubblica, che "Il colonnello libico è un dittatore sui generis, non fosse altro perché in patria gode tuttora di un significativo consenso". Valentino Parlato, nato a Tripoli nel 1931, in un'intervista a La Stampa lo definisce "Leader" e alla domanda del giornalista "Leader o dittatore?" risponde: "Leader. La connotazione occidentale di dittatore non corrisponde alla realtà libica. Dittatore è un modo per indicare un nemico. Il leader, invece, ha un grande prestigio". A questo punto il giornalista ribatte che il giorno prima Gheddafi ha detto "papale papale che per lui i partiti vanno aboliti" (ma se è per questo, anche Beppe Grillo afferma che i "partiti sono il cancro della democrazia") e Parlato risponde: "Sarei tentato di dire che sono d'accordo. I partiti sono una mediazione tra il popolo e il governo. In soldoni, rappresentano una mediazione del potere. Lui, con la sua rivoluzione verde, ha percorso la strada della democrazia diretta". E infatti, sempre su La Stampa, Igor Man afferma: "E qui va ricordato come nella Jamahiriya (equivalente arabo di Repubblica popolare) sono i Comitati popolari a far da barometro, a rivelare gli umori delle «masse». Gheddafi è il leader ma lo si discute, non di rado".
Poi si è giocata, con un'impareggiabile faccia tosta, la carta dei migranti. Gheddafi sarebbe il mostro che si riprende i clandestini, rinchiudendoli nei lager. E chi lo dice questo? L'opposizione. Ho letto bene? Stiamo parlando di quelli che sono stati al governo per due anni senza riuscire a fare una legge sulla libertà religiosa o sulla cittadinanza in Italia? Stiamo parlando di quelli che non sono riusciti ad impedire al governo di trasformare la clandestinità in reato o di mandare la marina ad intercettare le navi al largo? Stiamo parlando di quelli che, ultimamente, stanno rincorrendo persino la Lega nel cavalcare l'asino della xenofobia nel tentativo disperato di recuperare qualche voto?
Nessuna di quelle anime belle ha riflettuto sul fatto che, se Gheddafi sta facendo il carceriere dell'Europa, lo sta facendo perché sono i governi europei a chiederglielo, anzi ad imporglielo, a suon di accuse di terrorismo ed altre carinerie? E che fra le accuse di terrorismo e i regali di denaro la scelta è obbligata? Nessuno di loro ha pensato che forse valeva la pena indignarsi per i lager che ci sono in Italia piuttosto che stracciarsi le vesti per i lager che ci sono in Libia?
Se vuoi fare opposizione contro un trattato iniquo, la fai contro il tuo governo che l'ha voluto, mica contro chi l'ha sottoscritto. "Perché guardate la pagliuzza che è nell'occhio del fratello colonnello, e non v'accorgete della trave che è nel vostro? Come potete dire al vostro fratello colonnello: Permetti che togliamo la pagliuzza che è nel tuo occhio, mentre voi non vedete la trave che è nel vostro? Ipocriti, togliete prima la trave dal vostro occhio e allora potrete vederci bene nel togliere la pagliuzza dall’occhio del vostro fratello colonnello”.
In realtà, l'opposizione è insorta solo perché ha interpretato la presenza di Gheddafi come successo diplomatico di Berlusconi. Non a caso il giornalista che intervista Parlato gli chiede: "Almeno, da uomo di sinistra, non la infastidisce questo suo (di Gheddafi, ndr) rapporto privilegiato con Silvio Berlusconi?". Parlato risponde che secondo lui Gheddafi avrebbe firmato con piacere il trattato di amicizia con Massimo D'Alema. Vogliamo scommettere che se Gheddafi avesse scelto di sottoscrivere gli stessi, identici, accordi con la sinistra al governo, sarebbe stato accolto con tutti gli onori e che a scagliarsi contro "Il Dittatore" sarebbe stata invece la Destra? Dio mio, l'Italietta.
Appurato che Gheddafi è un leader, arrivato al potere a 27 anni senza spargimento di sangue, che gode di prestigio e consenso in patria e che viene persino contestato, appurato che sta facendo il lavoro sporco che l'Italia gli chiede di fare, perché è stato insultato? Perché l'italiano medio non è riuscito a mandare giù il fatto che questo arabo, questo beduino, questo cammellaro, potesse dire tutto ciò che riteneva opportuno di dover dire sull'Italia e sulla sua eredità fascista, senza che si potesse caricarlo su un aereo e rimandarlo "nel suo paese". A Gheddafi, capo di stato di un paese martoriato dal colonialismo fascista qualcuno avrebbe tanto voluto impedire il diritto alla parola, alla denuncia, alla valutazione libera e critica del passato fascista dell'Italia allo stesso modo in cui si vorrebbe impedire agli immigrati residenti in Italia di esprimersi sul suo presente quotidianamente costellato di episodi di razzismo. Con la differenza che gli immigrati hanno il permesso di soggiorno mentre Gheddafi parla a ruota libera forte del fatto che potrebbe, con un cenno del dito, sospendere le forniture di petrolio e nazionalizzare gli interessi italiani in Libia.
La cosa curiosa è che a Gheddafi si attribuisce un odio anti-italiano quando in realtà l'uomo se la prende con gli italiani nella misura in cui questi ultimi si ostinano a non voler prendere le distanze da quel vergognoso passato. Perché è proprio quello che accade, ancora oggi: in più occasioni si è dimostrato che persiste tuttora, se non altro nel subconscio storico, mediatico e popolare, una totale sovrapposizione tra l'Italia degli Italiani e il Fascismo dei Fascisti. Per esempio il film "Il Leone del Deserto", finanziato dal governo libico, che spiegava accuratamente le malefatte dell'esercito fascista è stato giudicato - nel 1982 (!) - lesivo dell'onore dell' "esercito italiano". Non fascista, ma italiano. Come se fossero sinomini.
La fotografia del vecchio partigiano Omar Al Mukhtar, trascinato in catene dai criminali fascisti, appuntata sull'alta uniforme di Gheddafi è stata definita il giorno dopo (nel 2009!) su gran parte dei quotidiani come "foto anti-italiana", non foto "anti-fascista", come effettivamente è. E' proprio la foto a far saltare gli ultimi nervi: qualcuno l'ha definita addirittura una provocazione. Altri chiedevano a Berlusconi di esprimersi apertamente contro di essa, ma lui ha preferito sorvolare. E' proprio questa micidiale combinazione a mandare in tilt gli oppositori del colonnello a destra e a sinistra, parlamentari e studenti: il fatto che, pur offesi (a torto) nel loro onore italiota, non sono in grado di proferire mezza parola, nel timore delle ritorsioni del più forte. Stiamo parlando, giustamente, come ha affermato Emma Bonino di "una subalternità al limite del servile". Si, ma nei confronti di un "cammellaro". E' questo che dà fastidio, non altro.
Ai contestatori non gliene frega un'emerita cipolla dei diritti dei libici e dei migranti. Perchè se cosi fosse, avrebbero fatto le loro battaglie qui, e molto prima della visita del Colonnello. Tutto quello che conta per costoro è che sia salva la facciata del nazionalismo da operetta tanto cara all'Italia, a destra e a sinistra. Davvero patetico.

giovedì, 11 giugno 2009

Gheddafi e la cialtroneria politica italiana

Con l'ottusità di modesti politicanti molti esponenti del PD a cominciare da Veltroni e Franceschini si sono uniti agli strilli di tanti ipocriti sepolcri imbiancati che contestano a Gheddafi di non rispettare i diritti umani e che stanno trasformando in una grottesca farsa un momento che poteva e doveva essere di risanamento di una gravissima ferita storica costituita dai crimini mostruosi commessi dall'Italia per oltre un trentennio in Libia (dal 1911 al 1943) che causarono la morte atroce di non meno di centomila cittadini libici. Molti furono deportati in Italia e di loro non resta alcuna traccia. Non se ne è saputo più niente.
La superficie della contestazione orchestrata da diversi partiti a cominciare dai radicali e finire a gran parte del PD che ha mostrato in questa occasione di non avere la struttura culturale e politica necessaria per aspirare alla guida del governo è del tutto ipocrita e riguarda i diritti umani e civili che non vengono rispettati dal dittatore libico ma nel profondo emerge l'odio dei colonizzatori che non esitavano a gasare le popolazioni dei villaggi considerandoli essere inferiori o, come amano dire gli ebrei in segno di profondo disprezzo per coloro che odiano "bipedi parlanti. Emerge l'odio dell'Italietta fascista vile e assassina che ieri si è riversata sui popoli nordafricani e che oggi dà vita ad una legislazione orribilmente persecutoria verso i migranti.
Ha sbagliato Gheddafi a offrire collaborazione poliziesca e repressiva all'Italia per i respingimenti e la clausura in Libia dei respinti. Avrebbe dovuto chiedere accordi di cooperazione con l'Europa e sottoporsi a garanzie internazionali per la tutela dei migranti dalle sevizie inflitte dalla sua polizia e dai nostri lagers.
Tuttavia Gheddafi si trova in Italia per concludere una operazione iniziata dal governo Prodi e portata avanti dall'attuale governo sia pure allo scopo di crearsi un alleato nella repressione dei clandestini e nel business finanziario che ha innanzitutto il carattere di una riappacificazione alla quale l'Italia è avvantaggiata dal momento che agevola i suoi interessi strategici anche di lungo periodo e dal momento che chiude senza il giusto e opportuno atto di pentimento pubblico un capitolo fascista della nostra infame storia in Africa. Berlusconi non si è inginocchiato come Willy Brandt difronte al sacrario del ghetto di Varsavia. Probabilmente non esiste in Libia un sacrario per i martiri del colonialismo italiano difronte al quale il nostro governo dovrebbe compiere un rito di riconoscimento dei propri errori ed orrori.
E' stata grave la decisione del Senato di non accogliere Gheddafi dopo averlo formalmente invitato. Ancora più grave la ridicola decisione del gruppo senatoriale del PD di disertare l'aula.
Tutto questo strillare per i diritti umani avviene nel giorno stesso in cui il governo chiede ed ottiene la fiducia sulla legge liberticida della stampa e della informazione e sul divieto delle intercettazioni telefoniche ed all'indomani di un successo della Lega che ha fatto le sue fortune elettorali alimentando xenofobia e odio contro gli islamici ed i rom, in una Italia che parla di democrazia mentre ha svuotato di qualsiasi dignità e funzione il proprio Parlamento ridotto ad approvare le leggi ad personam di Berlusconi ed a votare la fiducia praticamente su ogni atto del governo.
L'Italia è stata una democrazia. Oggi non lo è più anche se resta ancora il suo impianto costituzionale seppur svuotato di contenuti e contraddetto da una legiferazione e da un concreto operare del governo autoritari, anti sindacali, antioperai. Diritti civili e diritti sociali sono in parte scomparsi e quanto rimane è in pericolo. Oggi l'Italia è una oligarchia che potrebbe degenerare in un sultanato.
Non si può proprio dire che la gente che grida ha le carte in regola per trattare la Libia da stato canaglia ed il suo rappresentante come un indesiderabile beduino. Il termine beduino non è in sè dispregiativo. Indica un popolo del deserto meritevole di rispetto. Nella bocca di tanti leghisti e di autorevoli giornali che formano il comune sentire della destra italiana beduino è dispregiativo sinonimo di rozzezza, ignoranza, mancanza di igiene.

Venceremos-Colonialismo
Mascellaro
Salerno

Pietro Ancona

giovedì, 11 giugno 2009

QUESTA E' LA SINISTRA!

a cura di GLG 11 giugno 2009

Roma, 10 giu. (Adnkronos) - "Per noi l'immagine di Omar Al-Mukhtar che va verso l'impiccagione e' come la croce che portate voi". Lo ha affermato il leader libico Muhammar Gheddafi durante una conferenza stampa congiunta con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a Villa Madama. Gheddafi ha cosi' tentato di far comprendere il significato della fotografia portata oggi sulla divisa con cui si e' presentato al suo arrivo all'aeroporto di Ciampino.
Sia chiaro che da molti anni non ho più simpatia per Gheddafi; ma per le sue posizioni moderate, compromissorie, per le varie giravolte compiute, ecc. Inoltre, non mi sembra che si sia schierato sempre con coerenza, anzi sempre meno, nei confronti della causa araba, in specie palestinese. E’ diventato insomma un “capo di Stato” del tutto “normale”. Tuttavia, quando porta quella foto sul petto, muta di significato. Si tratta di un simbolo che trascende la sua persona; è come se un capo di Stato cubano andasse in visita ufficiale negli Usa portando sul petto la foto di Guevara, o un capo di Stato cileno quella di Allende. Per cui, proprio come italiano, sarei stato onorato se egli avesse un po’ rischiarato quell’aula piena di “fannulloni” (a 20.000 euro al mese o giù di lì) che chiamano pomposamente Senato. Del resto, nell’epoca in cui c’era il regime detto dei “ladroni” (buttato giù da un complotto filoamericano e filo-GFeID, usando la magistratura guidata da chi adesso si distingue in certe “bravate” reazionarie), parlò in Parlamento Arafat portando con sé la pistola; come ha ricordato un tizio chiamato D’Alema, di cui tutti conoscono il passato.
Per questi motivi mi sento particolarmente disgustato e vorrei che questa sinistra fosse annientata, dispersa, sterminata. Questo significa avere dignità nazionale – rispetto per la propria storia e tradizioni migliori, ma anche senso dei propri interessi, quelli di coloro che partecipano della tua stessa cultura (in senso lato) – senza essere semplici nazionalisti e patriottardi (la Patria resta sempre “l’ultimo rifugio delle canaglie”). Gran parte degli italiani sono invece tanti “americani a Roma”, tanti personaggi vili e meschini come quelli interpretati da Alberto Sordi, sempre pronti a svendersi. Questo sono i radicali e l’Idv. Di Amnesty International, meglio non parlare. Di ciò ero perfettamente consapevole, e per questo odio questi settori politici della sinistra, oggi in piena combutta con gran parte degli ex An (e non solo). Però, questa volta – e sono stato colto di sorpresa perfino io – luridi vermi si sono dimostrati anche quelli dei centri sociali, dei sedicenti movimenti studenteschi. Questa è una deriva pazzesca, che in altra epoca sarebbe stata fermata e sterilizzata con i soli metodi adeguati al caso, che chiunque può immaginare. Ma figuriamoci se il “fascista” Berlusconi sa mettere termine a queste indegne carnevalate! Così rimaniamo i soliti italiani di sempre.

lunedì, 08 giugno 2009

DALL'EUROPA ALL'ITALIA E' SEMPRE LA SOLITA MANFRINA ELETTORALE

G.P. Ripensare Marx 08 giugno 2009
 
Queste ultime elezioni non hanno evidenziato grandi scossoni negli equilibri politici del Paese e nella proiezione degli stessi a livello europeo. Sostanzialmente il PDL tiene ma non travolge il partito dell’altro polo, il PD arretra, ma meno di quanto si potesse sperare, la Lega si dimostra forza in crescita e sempre più radicata al nord, il Centro galleggia, Di Pietro continua la sua “cavalcatina” populista e la sinistra radicale e radicalchic sparisce definitivamente (senza il nostro cordoglio) anche dal parlamento europeo. Al solito, c’è la poi faccenda delle astensioni in aumento che avrebbero potuto spostare l’ago della bilancia, ed è questo l’abituale spuntone al quale si aggrappano gli insoddisfatti per giustificare le previsioni sbagliate e i programmi sfumati.
In tutta Europa si registra una caduta generale dei socialisti e dei socialdemocratici che dalla Francia alla Spagna, dalla Germania all’Inghilterra (e anche all’Italia ) stanno pagando per una perdita d’identità e di coraggio sulle grandi questioni, aggravata dalla loro adesione incondizionata al capitalismo più parassitario, quello finanziario legato agli USA.
Che questa decadenza della sinistra potesse essere mascherata dalle battaglie civili alla Zapatero o dal vento riformatore che sta spirando dagli Stati Uniti grazie ad Obama, al quale le forze socialdemocratiche dicono ora di ispirarsi, era solo una pia illusione di quel popolo identitario di militanti, sempre più ridotto, che crede ancora nelle buone intenzioni dei suoi leaders.
Di fronte a problemi molto più seri che riguardano il degradamento dei livelli occupazionali, quello dei servizi pubblici essenziali, della sicurezza ecc.ecc., i socialdemocratici, quasi in nessuna parte d’Europa, hanno saputo fornire risposte alla gente ed oggi pagano lo scotto della loro inefficienza e dello loro adesione incondizionata all’Europa dei banchieri contro quella dei popoli
Certo un’Europa più conservatrice, con punte di deriva xenofoba, non ci dà una gran consolazione, soprattutto alla luce del fatto che i partiti che esprimono tali tendenze non si faranno portatori e non segneranno una inversione di rotta rispetto alle infauste politiche continentali degli ultimi tempi, ampiamente piegate ai progetti egemonici statunitensi.
Anzi, queste formazioni, ancora a parole così riottose nei confronti delle burocrazie europee e ostili all’ulteriore allargamento dell’UE (vedi il caso della Turchia o, addirittura, le proposte dell’ultradestra per ributtare fuori paesi come la Romania e la Bulgaria), sono parte integrante di un sistema corrotto e inefficiente e, laddove ancora non lo sono, come quelle di ultradestra, finiranno presto per essere sussunte dai meccanismi cooptativi del sistema politico-finanziario contro il quale hanno raccolto consensi.
Del resto, sia in Italia che negli altri paesi, le forze politiche di ogni colore e appartenenza non hanno nemmeno tentato di alzare il livello del dibattito sceverando temi realmente sovranazionali, nonostante questi siano diventati urgenti e improcrastinabili a causa della crisi. Al massimo si sono sentiti i soliti "sbraitamenti" queruli contro i flussi immigratori e contro la perdita di integrità culturale che l’ingresso indiscriminato degli stranieri starebbero determinando.
Ciascuno ha preferito calcare un "orticello patrio" ben definito nella consapevolezza che al proprio elettorato nazionale di quel che accade in Europa non importa assolutamente nulla.
Infatti, dal dibattito pubblico sono mancati i grandi argomenti, quelli davvero urgenti per ridare fiato ad un’area continentale che è ormai un vaso di ceramica tra vasi di ferro (Russia ed Usa). Eppure, proprio per tali motivazioni sarebbe stato necessario investire le elezioni con proposte pragmatiche riguardanti una politica estera più autonoma, delle pratiche sulla sicurezza comune realmente coincidenti con gli interessi europei e idee utili a rilanciare i settori di punta dell'industria senza cedere ai soliti lamenti sulla necessità di preservare il libero-mercato, in ogni caso aperto e senza protezionismi di rimando. Proprio sul tema della crisi e sulle possibile vie da praticare per arginarla i governanti europei hanno inanellato un mare di banalità quale ennesima conferma della loro incompetenza a gestire la fase multipolare in pieno dispiegamento.
Infine, fanno sempre sorridere le dichiarazioni dei vari leaders italiani subito dopo il voto, a chiosa dei risultati ottenuti dal proprio partito. Quasi nessuno ammette mai la sconfitta ed anche dove essa appare non contestabile se ne attenua la portata facendo risaltare quelle potenzialità che, sebbene sfuggite in questa tornata, saranno certamente raccolte nella prossima. Tra questi i comunisti fanno ancora la figura più penosa (leggere le dichiarazioni di un Vendola) e, nonostante tutti questi calci nei denti che avrebbero dovuto tramortirli, hanno ancora la forza di straparlare.

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"Questi non hanno speranza di morte e la loro cieca vita è tanto bassa che 'nvidïosi son d'ogni altra sorte".
Dante, versi 46-48, III canto dell''Inferno'


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