Aurora

Sito d'Informazione Internazionalista
martedì, 10 novembre 2009

Onore al campione di scacchi Bobby Fischer (1943-2008), martire della Cospirazione Globale

Spesso i giocatori di scacchi vengono accusati di vivere in un mondo tutto loro e fuori dal mondo reale. Per Bobby Fischer, il primo e unico Americano ad essersi aggiudicato il Campionato Mondiale di Scacchi nel 1972, questo valeva ancora di più: per lui, soprattuto all'inizio della carriera, esistevano solo gli scacchi. Quando andava in trasferta a giocare, non c'era nulla che lo potesse distrarre. Ecco però che una sua biografia romanzata, uscita in Italia nel febbraio del 2008 a firma di Vittorio Giacopini, e col titolo: "Re in fuga. La leggenda di Bobby Fischer" getta nuova luce su questo personaggio scomodo preso di mira per tutta la sua vita dalla Grande Cospirazione. Ecco alcuni passi del libro.

Riappari, poi scompari
pag. 109/110
Per la prima volta la Storia gli rivela il suo disegno misterioso, la sua faccia umbratile e nascosta e non è precisamente un bel vedere. La logica degli eventi è l'eqiuivalente di un piano segreto, il risultato beffardo di un complotto, una congiura. (...). Adesso - 1962 - Bobby vede dappertutto complotti, congiure, trame e oscuri marchingegni, cospirazioni. (...) sono grandi progetti di dominio mondiale.
pag 118
La sensazione di fondo - ruvida, spiacevole - è quella di una vita che scorre su due piani segreti, di una vita truccata che non puoi controllare fino in fondo. Just a pawn in their game cantava Bob Dylan: sei solo una pedina nel loro gioco, uno strumento. Mai come adesso (1962) Bobby si era sentito sul punto di diventare ostaggio di progetti estranei e di altre trame. Controvoglia scopriva l'anima della Politica, la sua logica tutta speciale, separata.

Tornando a casa
Pag. 183/185
A lungo si era parlato di un ricevimento ufficiale alla Casa Bianca, ma poi erano sorti dubbi, perplessità. Nixon sembrava intressato alla cosa ma era indeciso; Kissinger procedeva con i piedi di piombo, come sempre. (...) Per lui che aveva già promesso a mezzo mondo un pomeriggio di gala sul verdissimo prato della Casa Bianca è un piccolo smacco che si trasforma subito in presagio. (...) Era un avvertimento mafioso e una minaccia: doveva rientrare nei ranghi, fare il bravo. Figuriamoci. Ma si, che andassero pure a farsi fottere loro e quel giardinetto di merda, spelacchiato. (...) Non è vero che hai deciso di giocare perché te l'ha chiesto il presidente. Falso che passavi le serate al telefono con Kissinger.

L'arte della fuga
Pag. 207/208
Un governo mondiale segreto, una congiura. Sono voci, sospetti e complicate illazioni (...) stava nel cuore degli anni Settanta ed un delirio del genere non era poi così eccentrico o insensato. (...) Il declino della guerra fredda fa riemergere l'antica anima cospirativa del capitalismo globale, la sua intima indole di vero fulcro dell'universo e unica meta. E' un mondo che si semplifica mentre sfugge allo sguardo del pubblico e svanisce. Congreghe segrete e club esclusivi si rivelano, reticenti, l'essenza vitale di ogni potere sulla terra. (...) Le sorti del pianeta non si decidono nel consiglio dei Ministri o nelle aule dei parlamenti o nelle piazze. La stanza dei bottoni è sempre altrove e forse è davvero una stanza, un luogo fisico. (...) Le immateriali potenze del capitale non smuovono mari e monti senza l'accorta regia di burattinai, congiure, trame, vari inganni. Quando aveva scritto V. - dieci anni prima - Thomas Pynchon pensava probabilmente al gruppo Bilderberg e alla sala riunioni di quell'albergo olandese che ha finito per diventare l'eterno emblema della cospirazione annuale dei grandi dei potenti, il riservatissimo sabba dei poteri forti: multinazionali, finanza, banche, politici di rincalzo, giornalisti (la borghesia e il suo "comitato" d'affari a ranghi completi. (...) In quegli anni al Grande Complotto si affiancano infiniti tentativi di imitazione e parodia. Ovunque si stilano piani segreti di Rigenerazione e Rinascita; dappertutto sorgono club semiesclusivi, ridicole sette paraesoteriche, bislacche logge massoniche, conventicole.
Pag 209/211
La Cia, i comunisti, l'Fbi, i tirapiedi del Governo Mondiale dispongono di sofisticati sistemi di controllo. (...) Loro possono stanarti comunque, quando vogliono. Spionaggio e controspionaggio psichico, galattiche invasioni di ectoplasmatici ultracorpi nei territori privati della mente, conquiste e usurpazioni definitive. "Si sta giocando un'enorme partita a scacchi in tutto il mondo" e questa volta l'obiettivo sono i singoli nudi e crudi, la pura e semplice vita personale, l'esistenza. Le grandi potenze, i blocchi, le Due Opzioni iniziano a slittare fuori quadro e intanto rinasce una controfigura di Impero soffocante. Adesso vivi in un mondo unico, ma unico nel peggiore dei modi: omologato. La nuova politica è sopraffazione allo stato puro, e ipocrisia: il gioco crudele delle identità imposte o confiscate, l'arroganza delle definizioni obbligate, il codice dei pensieri legittimi e dei desideri accettabili o accettati.

Pag, 212/213
Nel 1981 pubblicò con il nome di Robert D. James Fischer il pamphlet Sono stato torturato nella prigione di Pasadena!, nel quale dettaglia le esperienze seguenti al suo arresto, dopo essere stato scambiato per un rapinatore di banche - o almeno questa fu la scusa o il pretesto per arrestarlo - è la secca descrizione di un incubo e un invettiva lucida e violenta. La storia della somiglianza col rapinatore cade immediatamente ma i poliziotti lo mettono dentro lo stesso. Completamente nudo, chiuso al freddo dentro i due metri quadri scarsi. A quel punto gli Stati Uniti erano ormai soltanto un incubo; un ricordo da dimenticare.

Europa
Pag. 217/218
L'ordine, le regole, la legge erano la Grande Cospirazione che voleva imporre il governo mondiale a un mondo che invece ha il sovrano diritto al caso più accidentato e all'incertezza. (...) Allora Bobby ribalta gli schemi (...) L'unica rivolta ancora possibile - pensava - è contro le identità imposte, troppo rigide. (...) Religione, politica, geni e cromosmi, e tutti gli altri fattori statici vanno messi fuori gioco, scomunicati. Sei quello che scegli di essere e non sei altro; sei un'invenzione infinita, programmaticamente precaria, reversibile.

Vent'anni dopo
Pag 234.
1991. Con un telegramma a Saddam Hussein si complimenta per l'invasione del Kuwait (...) una cosa vuole metterla in chiaro sin dall'inizio. Lui oramai rappresenta solo se stesso, nessun altro. E rispetto al Nuovo Ordine Mondiale di Bush senior ha una posizione netta, cristallina. Semplicemente, sta dall'altra parte. (...) Dopo vent'anni di assenza dalle competizioni, Fischer torna sulla scena a modo suo: nel posto sbagliato e nel momento sbagliato, contro (quasi) tutti, allo sbaraglio.
Riemerse dall'isolamento per sfidare Spasskij (allora piazzato al 96-102 posto della classifica mondiale) per "La rivincita del XX secolo" nel 1992, dopo vent'anni di assenza dalle competizioni. Questo incontro - che venne giocato utilizzando il suo nuovo orologio - si svolse a Budva (all'epoca in una Jugoslavia sottoposta a un duro embargo da parte dell'ONU, che comprendeva sanzioni sugli eventi sportivi), e generò controversie.
Ma ora alla casa Bianca scelgono di fare una mossa ulteriore. L'uomo che era stato il simbolo, il luminoso emblema degli States ai tempi del piccolo mondo antico della guerra fredda non può azzardarsi a mettere in discussione l'ortodossia del momento, il Nuovo Ordine Mondiale di George Bush. (...) Fischer deve fornire informazioni ed interrompere qualsiasi attività programmata, desistere. (...) Giocare in Jugoslavia per soldi è una violazione patente dell'embargo e Fischer viene avvisato che dovrà obbedire, non ha scelta. Altrimenti rischia l'arresto. Alla conferenza stampa del 1 settembre 1992, entra in sala e fissa la schiera di giornalisti. Con sapiente lentezza sfila dalla tasca l'originale dell'ordine esecutivo del Dipartimento di Stato e lo solleva in altro per mostrarlo ai fotografi. Poi ci sputa sopra e lo straccia in pezzi. Fischer ha una buona parola per tutti: il governo americano - una banda di vermi sfruttatori -, il fisco (e rivela di non pagare le tasse dal 1976), gli scacchisti sovietici (col loro gioco immorale combinato hanno distrutto gli scacchi), il comunismo e il giudaismo. E a chi lo accusa di essere antisemita risponde: "E' un'idiozia, io sono filoarabo e anche gli arabi sono semiti, dovreste saperlo". Poco tempo dopo è lo stesso George Bush a firmare un mandato di arresto nei suoi confronti e Fischer non metterà più piede in America. I suoi anni da recluso finiscono in Montenegro. Adesso era sulla lista dei latitanti, ricercato.

September song
Pag. 257
(...) la sua massima infamia, il grande oltraggio (...) la famigerata intervista che rilasciò nelle Filippine l'11 settembre 2001, poco dopo il crollo delle Torri (...) "Notizie meravigliose... Era ora... Non posso mettermi certo a piangere per quello che hanno fatto agli Usa con tutti i crimini che gli Stati Uniti stanno commettendo nel mondo... Sapete come dice il proverbio: chi la fa, l'aspetti".
Nel 2003, la United States Chess Federation ha ritirato la tessera di Fischer, a seguito delle sue critiche alla politica estera degli USA e dei suoi commenti anti-sionisti.
Il 13 luglio 2004 Robert Fischer venne arrestato all'aeroporto "Narita" di Tokyo dalle autorità nipponiche per conto degli Stati Uniti d'America, ufficialmente per un passaporto irregolare.
Fatto sta che il Governo statunitense non aveva mai perdonato a Fischer l'aver disputato "La rivincita del XX secolo" nel 1992 nell'ex Jugoslavia allora sotto embargo ONU.
Venne rilasciato il 23 marzo 2005 (dopo 9 mesi di carcere) quando il Governo islandese gli concesse la cittadinananza e il passaporto.
Proprio a Reykjavík in Islanda, il luogo dove nel 1972 aveva colto il suo massimo trionfo scacchistico, è morto improvvisamente il 17 Gennaio 2008 dopo un ricovero per insufficienza renale.
Poco prima di morire Bobby Fischer lanciò un appello a favore di Ron Paul, affermando: "E' l'unico che si prenderà cura degli Ebrei". Inoltre si espresse così "Gli scacchi non sono molto di più che una "masturbazione mentale". Questo gioco è morto, è oramai "prefissato". Gary Kasparov, il giocatore che ha raggiunto il massimo punteggio al mondo, è un "truffatore" ed una ex spia del KGB che non ha mai giocato una partita nella sua vita dove il risultato non fosse stato concordato precedentemente."

Ambientalismo di Razza 8.11.2009

lunedì, 09 novembre 2009

Nell'Europa dell'est cresce la nostalgia del comunismo

Reuters 9 Nov 09

Nelle fitte foreste dell'incantevole isola di Persin, nel Danubio, ultimo rifugio dell'aquila di mare in estinzione e del cormorano pigmeo, si trovano gli orribili resti di un campo di concentramento di epoca comunista. Tra il 1949 e il 1959, nel campo di Belene, centinaia di "nemici del regime" sono morti per le torture, la malnutrizione e lo sfinimento, e i loro corpi sono stati dati in pasto ai maiali.*
Vent'anni dopo la caduta del comunismo, Belene è un posto ormai dimenticato e soltanto una piccola targa di marmo ne ricorda la storia. Mentre la nostalgia del passato cresce nel piccolo paese balcanico e nell'ex blocco sovietico.
Il fallimento del capitalismo nel migliorare le condizioni di vita (della popolazione), nell'imporre lo stato di diritto e nell'arginare la corruzione dilagante e il nepotismo ha aperto la strada a ricordi irreali del tempo in cui il tasso di disoccupazione era a zero, il cibo era economico e la sicurezza sociale era alta.
"Le cose negative sono state dimenticate", dice Rumen Petkov, 42 anni, un tempo guardia e oggi impiegato nell'unica prigione che ancora funziona sull'isola di Persin. "La nostalgia è palpabile, soprattutto tra i più anziani" dice, davanti ai muri in rovina di un'altra galera aperta sul posto dopo che il campo di concentramento venne chiuso nel 1959. I comunisti qui, negli anni Ottanta, vi hanno rinchiuso decine di persone di etnia turca, che si erano rifiutate di 'bulgarizzare' i propri nomi.
Alcuni ragazzi della povera cittadina di Belene, unita all'isoletta da un pontile, rievocano il passato: "Un tempo vivevamo meglio", dice Anelia Beeva, 31 anni. "Andavamo in vacanza al mare e in montagna, c'erano abiti, scarpe e cibo in abbondanza. Mentre adesso spendiamo quasi tutto il nostro stipendio in generi alimentari. Quelli che hanno una laurea sono disoccupati e se ne vanno all'estero", aggiunge.
In Russia, negli ultimi anni hanno aperto molti ristoranti che si ispirano al periodo comunista, soprattutto a Mosca: molti organizzano "serate della nostalgia", in cui i giovani si vestono da pionieri, la versione sovietica dei boy scout e delle guide, e ballano i classici del periodo comunista. Champagne sovietico e i cioccolatini "Ottobre rosso" rimangono i più richiesti per festeggiare i compleanni. In estate, in tutto il paese s'incontrano magliette e cappellini da baseball con la scritta "Urss". A fronte di un desiderio piuttosto scarso di riportare in vita il vecchio regime davvero, l'apatia è un risultato concreto, dicono gli analisti.
"Il più grande danno prodotto dalla nostalgia è quello di assorbire, esaurendola, l'energia (che dovrebbe essere destinata) ad un effettivo cambiamento", ha scritto il sociologo bulgaro Vladimir Shopov sul sito "BG History".**

DISINCANTO
Nei paesi ex comunisti dell'Europa orientale, c'è un diffuso disincanto nei confronti della democrazia e i sondaggisti dicono che la sfiducia nei confronti delle elite che li hanno resi cittadini dell'Unione Europea è impressionante. Un sondaggio regionale svolto a settembre dal centro di ricerca americano Pew ha evidenziato che in Ucraina, Bulgaria, Lituania e Ungheria c'è stata una drastica caduta della fiducia nella democrazia e nel capitalismo.
Il sondaggio ha fatto emergere che soltanto il 30% degli ucraini si dice a favore del passaggio alla democrazia, quando nel 1991 era il 72%. In Bulgaria e Lituania, il crollo (del numero di coloro favorevoli al cambio di regime) si è fermato poco sopra la metà della popolazione, quando nel 1991 i tre quarti degli abitanti erano favorevoli (alla transizione).
Le analisi elaborate dall'organizzazione americana per i diritti umani Freedom House*** confermano l'arretramento o la stagnazione per quanto riguarda (la lotta alla) corruzione, la capacità di governo, l'indipendenza dei media e la società civile nei nuovi membri Ue. La crisi economica globale che ha colpito la regione e ha messo fine a sei-sette anni di crescita, sta mettendo in crisi i rimedi del capitalismo neoliberalista prescritto dall'occidente. Le speranze di raggiungere il tenore di vita dei ricchi vicini occidentali sono state rimpiazzate da un senso di ingiustizia, provocato dall'allargarsi della forbice tra ricchi e poveri.
Secondo un sondaggio svolto a ottobre da Szonda Ipsos, in Ungheria, uno dei paesi più colpiti dal peggioramento economico, il 70% di quelli che nel 1989 erano già adulti confessa di esser rimasto deluso dai risultati del cambio di regime.
Gli abitanti dei paesi dell'ex Jugoslavia, segnati dalle guerre etniche degli anni Novanta e non ancora ammessi nell'Unione Europea, coltivano nostalgie del periodo socialista di Josip Tito, durante il quale -- diversamente da quanto accade oggi -- per loro era possibile viaggiare in Europa senza bisogno di visti.
"All'epoca tutto era meglio di oggi. Non c'era la criminalità di strada, i posti di lavoro erano sicuri e i salari erano sufficienti per garantire una condizione di vita decente" dice Koviljka Markovic, 70 anni, pensionato belgradese. "Io oggi con la mia pensione di 250 euro al mese riesco a malapena a sopravvivere".

*Anche quando devono dire la verità, gli scribacchini e gli sciacquapalle dei padroni 'liberali e democratici', quelli che ogni tanto s'inventano le kermesse di piazza per la 'liberta di parola' (ma solo la loro), devono fare atto di fedeltà, smerciando queste miserabili loro marchette (i comunisti devono continuare a mangiare bimbetti).
** Tipico esponente dell'intellettualità: dissidente sotto il socialismo, connivente sotto la mafia dei saccheggiatori del proprio paese.
*** Agenzia di propaganda della CIA/Pentagono. Molto apprezzata da grillini, democretini e altri rifiuti umani.

La 'caduta dell'orrido muro comunista' è una sconfitta dell'occidente-accidente, vent'anni di potere assoluto fallimentare, e del relativo democretinismo di centro-sinistr-destr, global-noglobal (ma sempre imperialista nell'animo).
Cosa ha significato il 'crollo del muro'? Il macello jugoslavo, libertà delle ragazze romene di sollazzare, dai marciapiedi, gli evoluti democretini occidentali, il tentativo di distruggere ciò che rimaneva dell'URSS (Russia), i taliban-Usama-babau-Ladin, il Potlasch e altre cretinerie pseudoriformistiche.
Per fortuna, il sistema trionfante (de)generato da questo evento pseudoepocale, il '1989', ha avuto quasi vent'anni di potere assoluto, sul mondo, per dimostrare il suo fallimento totale: guerre, crisi, repressione-depressione, e come cantano i RedHot Chili Peppers, la pornograficazione del mondo (Californication).
Ora i rottami democretini, aizzati dal loro ultimo feticcio, il mezzosangue (nonchè figlio di una macellaia della Cia), Obama-Banana, tentano gli ultimi assalti: Afghanistan, Pakistan, Iran, Ucraina, Georgia, Honduras.
La maschera muta, il volto resta.
Il mondo defecato dall'89 è finito; i buoni democretini e gli imperial global-noglobal, si stanno togliendo dalle palle (mai troppo velocemente), e i 'cattivi' islamonazionalcomunisti-russocinoiraniani-eurasitici, avanzano.
Forse, il Mondo, per una volta, vincerà.

domenica, 08 novembre 2009

Honduras, si è dimesso (ma non lascia) il governo golpista di Roberto Micheletti

Gianni Minà 06 Novembre 2009 

Nella notte tra giovedì e venerdì 6 il governo golpista hondureño, al potere dal colpo di stato dello scorso 28 giugno, si è dimesso. Non lo ha fatto però per restituire il potere al presidente legittimo Mel Zelaya, come previsto dagli accordi, ma per arrivare a un governo di unità nazionale sul quale vorrebbe ancora mettere la sua ipoteca il dittatore di Bergamo Alta. Nelle dimissioni vi sono almeno due trappole che contengono l’intenzione di Micheletti di continuare a gestire il processo elettorale. Il parlamento non ha votato, come stabilito negli accordi, la restituzione di Zelaya e, secondo il portavoce e Sottosegretario alla presidenza del governo di fatto, Rafael Pineda Ponce, la cosa più logica sarebbe “che don Roberto Micheletti, essendo il presidente costituzionale della nazione, fosse anche il capo del gabinetto di Unità nazionale” che dovrebbe decidere se e quando il presidente legittimo Manuel Zelaya debba riprendere il proprio posto fissando la data del voto parlamentare.
Pineda Ponce conferma che Micheletti ha richiesto e almeno in parte ricevuto dai candidati alle elezioni presidenziali, tuttora in programma tra 22 giorni, una lista di nomi di candidati a posti di ministro per un governo che dovrebbe durare poche ore. Mel Zelaya non ha invece inviato alcuna lista di nomi.
Se la formazione del governo è pleonastica non viola gli accordi della scorsa settimana. Dove la divergenza è totale è per quanto concerne il rientro in carica di Zelaya che per quest’ultimo doveva essere al massimo entro giovedì prossimo “altrimenti ogni accordo sarebbe da considerare decaduto” e che per il governo golpista uscente non avrebbe una data precisa e quindi il governo di Unità nazionale potrebbe proseguire almeno fino a ridosso delle elezioni presidenziali.
Paradossalmente è Micheletti ad avere ancora più carte nelle sue mani. Dopo aver tardato mesi per accettare che fosse il parlamento a votare il ritorno di Zelaya adesso, anche dimettendosi, sta ritardando questo voto il più possibile. Alla chiusura di questo articolo non è possibile fare un quadro su chi, in queste condizioni, effettivamente possa appoggiare il governo di Unità nazionale sotto l’ipoteca di Micheletti e ritardando ulteriormente il ritorno di Zelaya e se non siamo, al contrario, al riprecipitare della crisi honduregna.

venerdì, 06 novembre 2009

7 Novembre 1917 - 7 Novembre 2009

7 Novembre 1917 - 7 Novembre 2009

giovedì, 22 ottobre 2009

Lettera aperta di un impresario honduregno

Resistenze - 18-10-09 - n. 291
“Ho visto uomini di pelle chiara, tipo yankee, ordinare la repressione”

  
di Arquímedes Alfaro Riestra - Radio La Primerísima 
da: Rebelion
Traduzione a cura di Adelina Bottero
 
Sono Arquímedes Alfaro Riestra, impresario honduregno dedito alla produzione industriale di utensili da cucina, membro del Consiglio Superiore dell'Impresa Privata dell’Honduras e voglio far sapere al mondo quello che nel mio paese ci è proibito.
Tutti noi honduregni stiamo patendo una crisi che ci lascia senza cibo nei mercati e supermercati, con scarsità di combustibile, sospensioni dell’energia elettrica in orario lavorativo, il che c'impedisce di produrre, presenza militare in tutte le strade, repressione, le guardie non chiedono nemmeno più l'identità, solamente ti picchiano e ti mandano a casa.
Nei quartieri limitrofi alla mia impresa non c’è acqua, la cisterna che avevo per la mia attività l'ho regalata principalmente per i bambini, c'è fame tra la povera gente e, come cristiano, uno si sente impotente.
La mia impresa è occupata da 30 soldati che rimangono lì tutto il tempo, hanno saccheggiato gran parte dei miei attrezzi, di 20 impiegati e operai, 15 sono detenuti senz’alcuna imputazione e questo da più di un mese.
Uno dei miei migliori operai è di origine nicaraguense, di Ocotal, si chiama Ramón Arellano Aráuz, due settimane fa lo vennero ad arrestare, lo percossero duramente di fronte agli altri impiegati e da quella data non è più ricomparso.
Dalla parte dell'uscita sud di Tegucigalpa sono state rinvenute circa 30 persone morte, allora sono andato con altri impiegati a vedere se riconoscevo il nicaraguense, ma non era tra loro, la maggioranza era erano giovani di circa 18 o 19 anni, tutti erano semi bruciati, le mani legate con fil di ferro e spari nel capo; potei osservare un gruppo d’attivisti dei diritti umani mentre raccoglievano bossoli d’arma da fuoco, che per le mie conoscenze erano bossoli di M-16.
L'organizzazione ci convocò ad un'assemblea urgente, in cui ci venne chiesto di fare due cose: donare 5000 dollari per un fondo a sostegno del governo golpista e scrivere all'estero dicendo che qui tutto è calmo.
Non ho fatto nessuna delle cose, non sono d’accordo ad ingannare il mondo su qualcosa che mi fa male al cuore, quotidianamente sto vedendo morire gente per mano dei militari, c'è disperazione nel popolo, molti vogliono affrontare i soldati anche se verranno ammazzati, nessuno possiede armi, ma stanno cercando il modo di difendersi.
Io sto vendendo tutto quello che posso e preparando la mia famiglia a lasciare il paese, ho un'altra impresa in El Salvador e inviato già parte delle attrezzature alla volta di quel paese; dei miei 3 figli, 2 stanno già fuori, restano con me solo il minore e mia moglie, credo che gli altri corrano pericolo per la repressione.
Chiedo a tutti i cittadini del mondo di non dimenticarci. In Honduras è accaduto un fatto cui non riuscivamo a credere, quando vedemmo le strade piene di militari fortemente armati abbiamo ricordato gli anni della dittatura, ora vediamo di nuovo quella dittatura che vuole ammazzarci tutti.
Don Mel Zelaya può aver avuto difetti e commesso errori come presidente, ma negli ultimi 20 anni è l'unico che ha lavorato per tutti, principalmente per i poveri, ha aiutato l'impresa privata che poi lo ha tradito, me compreso, perché senza saperlo stavo apportando soldi ad un fondo destinato a corrompere gli alti ufficiali militari.
Ora ci resta soltanto l’aiuto del mondo a far tornare le cose al loro posto, è triste vedere per le strade i militari riempire di botte la gente, tra essi ho visto uomini di pelle molto chiara o biondi, di tipo nordamericano, che impartivano ordini ai soldati.
Grazie per aver divulgato la mia testimonianza e che Dio vi benedica.

martedì, 13 ottobre 2009

Vivevano meglio nella DDR

Pensare in profondo

A giugno 2009 uscì questo sondaggio:
Berlino, 26 giugno 2009 - A 20 anni dalla caduta del Muro di Berlino la maggioranza dei tedeschi dell’est continua ad essere in preda alla ‘Ostalgià e rimpiange le condizioni di vita nella DDR. La clamorosa rivelazione emerge da un sondaggio Emnid commissionato dal governo tedesco, di cui il quotidiano ‘Berliner Zeitung’ rivela oggi i risultati.
Il 49 per cento degli intervistati è convinto che «la Ddr aveva più lati positivi che negativi. C’era qualche problema, ma si viveva bene». Un altro 8 per cento va ancora oltre ed afferma che «la Ddr aveva soprattutto aspetti positivi. Si viveva più felici e meglio di quanto si fa oggi nella Germania riunificata».
Il risultato del sondaggio allarma il ministro federale dei Trasporti, Wolfgang Tiefensee (Spd), con delega per la ricostruzione dei 5 laender tedesco-orientali, il quale annuncia iniziative di informazione soprattutto nelle scuole.
Il ministro dichiara al giornale che «non possiamo ridurre gli sforzi nel fare i conti con la storia della Ddr» e chiede che le scuole dedichino maggiore spazio allo studio della vita quotidiana nella Germania Est e agli eventi che il 9 novembre 1989 condussero al crollo del Muro di Berlino.
Tiefensee ha nel frattempo già inviato una circolare a tutti i ministri dell’Istruzione dei 16 laender tedeschi per adattare alle nuove necessità l’insegnamento della storia nelle scuole. Il ‘Berliner Zeitung’ sottolinea che il risultato del sondaggio è tanto più sorprendente in quanto dai precedenti sondaggi era emerso che, pur non amando troppo la Germania riunificata, i tedeschi dell’est non auspicavano tuttavia in maniera così massiccia una rinascita della Ddr, sognata solo da un «Ossi» su nove.
Dal sondaggio Emnid emerge anche che poco più di un terzo dei tedeschi dell’est (37%) ritiene che i cittadini siano in grado di esercitare un’influenza sul mondo politico. Di tutt’altro avviso sono invece i «Wessis», i tedeschi dell’ovest, il 78 per cento dei quali loda lo stato di diritto, con una percentuale di poco superiore al 50 per cento che crede nel potere di influenza dei cittadini sui politici. Il 52 per cento dei Wessis considera poi che la Ddr aveva più lati negativi che positivi.
fonte: quotidiano.net

E' di qualche giorno fa la pubblicazione di questo studio sulla mortalità nei paesi dell'Est dopo il passaggio all'economia di mercato e capitalista.
La cosa interessante è l'approccio del ministro dell'SPD che, allarmato, ritiene lui di dover fare una corretta informazione nelle scuole per convincere (probabilmente) i figli che i padri conducevano una vita di merda (a proposito di egemonia culturale).
La domanda che ci sovviene è: ma riuscirà un barbone di Mosca a notare la differenza con il precedente regime ed a sorridere come un barbone di New York?

mercoledì, 07 ottobre 2009

DOV’E’ LA POLITICA?

Giellegi Ripensare Marx 07/10/09
  
E’ sufficiente avere una preparazione storica da scuola media o anche elementare, e un’intelligenza non più che mediocre, per capire l’essenziale di ciò che sta accadendo oggi in questo paese. Non si conosce nessun tiranno che abbia querelato dei giornali; a parte la considerazione che i due terzi delle querele sporte dai politici contro la stampa provengono da sinistra e che D’Alema chiese una cifra stratosferica (ottenuta) non per mesi di campagna su sue abitudini sessuali, ma per una semplice vignetta di Forattini; mentre ben poco si è fatto per appurare, ad esempio, tutti i retroscena del disastro combinato dalla Banca 121 del Salento (con circa 6000 persone rovinate), poi assorbita dal Monte dei Paschi (con un peso che gravò fortemente sui suoi bilanci) e con l’ad della Banca assorbita che divenne – caso credo unico – ad di quella che la annesse (salvandola). E oggi sembra ripetersi il sostanziale insabbiamento dello scandalo pugliese legato alla Sanità, che è per il 90% di sinistra.
Non si conosce nessun tiranno che abbia partecipato in quindici anni a cinque elezioni, perdendone due e vincendone tre. Non si conosce nessun tiranno, infine, che sempre per quindici anni si sia fatto perseguire dalla magistratura, dalla stampa, per reati vari o per gossip o non so per che cos’altro ancora. Quindi è del tutto manifesta l’insensatezza della sinistra e delle sue manifestazioni contro il fascismo strisciante (da quindici anni, mai è stata tentata la presa del potere, che è normale per un qualsiasi dittatore, perfino per quello “dello Stato di Bananas”), in difesa della libertà di stampa (che vomita da mesi insulti e pettegolezzi di ogni genere). Tuttavia, essendo evidente la malafede e la faziosità, mi sembra altrettanto insensato voler ribattere per convincere coloro che non si convinceranno mai, perché non hanno alcuna intenzione di recedere dalla scelta ormai irreversibile che nessun altro oltre a loro, i “migliori” per autodefinizione, possa governare. D’altra parte, non ci si può attendere nulla di diverso da chi non ha più alcun argomento politico dopo quindici anni di reiterato rinnegamento di ogni passato convincimento. Quindi, superfluo è discutere come si fosse in presenza di un avversario con cui ha senso ragionare.
Ci si deve invece domandare qualcosa in più. La sinistra – a parte singoli personaggi di un’altra epoca, del tipo di Macaluso o del compianto Napoleone Colajanni (morto da tempo purtroppo), ecc. – è certamente un’accolita di mercenari allo sbando, senza più progetto o idea politica, senza più un minimo ideale salvo quello di non andare a lavorare e continuare a vivere di politicantismo. D’altra parte, essa sconta il “peccato originale”. Già fin dal 1994-95 sono andato sostenendo che “mani pulite” nacque da un accordo (tacito? Forse, ma io penso sia stato esplicitamente stipulato, sia pure in gran segreto) tra ambienti americani, confindustriali (e bancari) italiani (quelli della “riunione sul panfilo Britannia”), che salvarono – unico tra tutti i partiti comunisti europei – i piciisti italiani, dietro assicurazione di totale rinnegamento del loro passato, di cambio del nome, di fedeltà assoluta al servizio dei cosiddetti “poteri forti” italiani, a loro volta condiscendenti (eufemismo) verso quelli statunitensi (questi, si, veramente forti e in quel momento dominatori incontrastati nel mondo), i quali avevano tollerato qualche autonomia italiana (del “regime” Dc-Psi) solo fin quando il nostro paese fu importante quale baluardo contro il “campo socialista” guidato dall’Urss.
Il rinnegamento è stato persino comico (si fa per dire), con dirigenti che finsero (e fingono) di non essere mai stati comunisti, con un D’Alema che sostituì Prodi al governo nel 1998 per meglio garantire d’essere base militare e “alleato” fedele degli Usa nell’aggressione alla Jugoslavia (1999), allo scopo di annettere quell’area alla sfera d’influenza statunitense, bloccando l’espansione tedesca nei Balcani (solo economico-finanziaria, troppo poco per resistere alla potenza americana). Per ragioni di tempo e spazio, lascio perdere tutti i vili servigi resi da questi voltagabbana dai primi anni novanta ad oggi. Una simile “compagnia di ventura” è oggi evidentemente allo sbando, con l’idea fissa di organizzare “congiure di palazzo”, condite da manifestazioni in cui le “masse” (non così numerose come dichiarato con megalomania e sfacciata impudenza) sono garantite da una CGIL, da sempre “cinghia di trasmissione” di “qualcuno”, oggi in grado di portare in piazza non la vecchia “classe” ma prevalentemente pensionati, che costituiscono il 55% dei suoi iscritti (questi sarebbero i sindacati dei “lavoratori”!).
Comunque, è del tutto evidente che un’accozzaglia così scombiccherata, di per sé, conta poco. Inoltre, è solo superficialmente convincente la tesi che tale marmaglia trovi la sua unità contro Berlusconi. Si tratta di una mezza verità, che nasconde ben altro. Se Berlusconi sparisse, sarebbe certo un guaio per chi si serve di questi “lanzichenecchi”, poiché tutto un ceto medio semicolto dei settori “pubblici” e improduttivi (nel senso di spesso proprio inutili) si troverebbe allo sbando, se non potesse storcere il naso di fronte alla “volgarità antiestetica” del Cavaliere, e fosse costretta a pensare a qualcosa di almeno simile alla politica. Tuttavia, quelli che effettivamente muovono tale assemblaggio di sbandati – per fini ormai evidenti di sfascio istituzionale, onde poi esigere “governissimi” d’emergenza – troverebbero comunque modo, in qualsivoglia situazione, di insistere nel tentativo di conseguire il loro scopo di un “colpo di mano” (quasi di Stato) come all’epoca delle sporchissime “mani pulite”.
Bisogna allora lasciar perdere l’anti (come il filo) berlusconismo, allo scopo di andare al nocciolo della questione, a chi manovra simili “truppe al soldo”. Il centrodestra sotto attacco – con quinte colonne annidate tra le sue fila – comincia soltanto adesso, timidamente, a nominare i “poteri forti”, sostenendo che sono guidati da De Benedetti (e Bossi si inventa addirittura che chi “complotta” sarebbe la mafia; tutto da ridere). No, non è concesso far finta di essere così sprovveduti. Chi rappresenta il capitale parassitario italiano, quello che vuole continuare i suoi giochetti finanziari e avere i sussidi e incentivi industriali di sempre (ricattando con il tema della disoccupazione), manda avanti, allo scoperto, De Benedetti e i suoi giornali, servendosi poi dei suoi propri organi di stampa tipo “Corrierone”, Sole24ore, La Stampa, ecc., nonché della sinistra e di parte della destra, ecc.
I nomi delle persone lasciamoli pure alla conoscenza dei lettori; ma facciamo quelli delle imprese: Fiat, Intesa, Unicredit in testa a molte altre che, in genere, eleggono ancor oggi gli organismi dirigenziali delle loro rispettive associazioni (ABI, Confindustria, ecc.). Ho poi delle “curiose” idee su un duro confronto interno alla Chiesa – soprattutto dopo la sconfitta subita dalla sua finanza all’epoca di Fazio, ecc. – ma sono ipotesi ancora molto ardite e quindi attendo qualche conferma. In ogni caso, non credo molto all’“ingenuità” di Feltri – con Berlusconi finto non consenziente – nell’attacco all’Avvenire (di questo a mio avviso si è trattato), giornale della CEI che esprime posizioni molto diverse da quelle dell’Osservatore Romano, giornale più ufficiale in quanto reale organo del Vaticano, della sua Segreteria di Stato; a buon intenditor…
Oggi lo scontro sta arrivando al calor bianco. E ciò rinvia in realtà al problema internazionale (ben decisivo), in cui sono altri i potenti alle spalle dei nostri principali gruppi industriali e finanziari, grandi mignatte. Un problema fra gli altri, ma rilevante, è la prossima (5-6 anni al massimo, se non ci sono intoppi creati ad arte) messa in funzione del Southstream (Eni-Gazprom), con il suo ramo Northstream diretto al nord Europa, che darebbe all’Italia notevole peso in quest’area nei confronti di vicini sempre arroganti. Per contrastare il progetto ci si rifà come d’abitudine a “nobili propositi”. Si deve diminuire la dipendenza dalla Russia; si dà il caso che l’italiana Eni sia al 50% nell’affare, alla pari della Gazprom, e che gli americani brighino a più non posso – anche invadendo la sfera d’influenza russa nel Caucaso – per portare avanti il Nabucco, loro progetto alternativo al precedente. Essere dipendenti dagli Usa (e non al 50%, ma al 100%!) è meglio che essere compartecipi del progetto russo e far un po’ “ballare” certi prepotenti europei? Già, dimenticavo: gli Stati Uniti sono i nostri “alleati” (che sempre infatti ci consultano sulle loro mosse, anche quando c’è da mandare a morire giovani italiani nelle loro avventure di tipo coloniale; e per nostra fortuna non c’è stato bisogno di intervento di truppe di terra in Jugoslavia, cui D’Alema aveva promesso di prestare 18.000 soldati).
Basta menzogne; dal 1945 questi falsi “liberatori” – accolti come tali dallo spirito servile della maggioranza del popolo italiano (così ben rappresentato nei personaggi interpretati dal grande Alberto Sordi) – ci hanno in realtà “occupato”; sarebbe ora che se ne andassero, la nostra “riconoscenza” è durata fin troppo, un po’ di “egoistico” pensare a noi stessi sarebbe un buon ristoro. Avremmo bisogno veramente, in Italia, di una dirigenza come quella russa odierna. Nessun nazionalismo acceso, spasmodico, aggressivo. Difesa, però, dei propri interessi, e certamente senso della dignità di paese indipendente, non appiattito sulla politica imperiale di un invadente che, da oltre sessant’anni, prende tutti i suoi “alleati” per servi, obbligati alla più supina acquiescenza, altrimenti … son dolori.
A questo punto mi sembra che la questione sia chiara e limpida. Gli Usa non si rassegnano ad una nostra minima autonomia in politica internazionale, esigono che non facciamo affari verso est e verso sud, mantenendo buoni rapporti con paesi arabi (tipo Libia, Algeria, ecc.). I settori della finanza e dell’industria non più al passo con i tempi – incapaci di politiche proprie per rinascere, essendo una piccola congrega di grandi vampiri, abituati alla ben nota “socializzazione delle perdite” (dopo i privati profitti) – si gettano quali stuoini ai piedi dei predominanti per poter avere anche in Italia una “rivoluzione colorata”, per poter dichiarare a Obama: noi siamo i tuoi più solleciti sguatteri, aiutaci a liquidare il “nano” con il “trapianto dei capelli”, noi abbiamo una bella zazzera svolazzante, siamo più presentabili (ai tuoi piedi). Dal 1992-93, chi comanda le “truppe cammellate” che noi mandiamo avanti, tramando invece nell’ombra e fingendo di rappresentare l’interesse nazionale, la moralizzazione, nel mentre cerchiamo di mandare a fondo l’Eni e gli altri settori che non sono così asserviti a voi, o “nostri liberatori”? Siamo noi, industria e finanza parassite; e queste truppe sono da quindici anni le nostre, quelle della sinistra. Non avete forse visto quanti di noi si sono fatti fotografare mentre depositavano il loro voto alle “primarie” di Prodi e poi Veltroni? 
Purtroppo i mercenari, ormai logori, stanno adesso pagando lo scotto dei loro continui rinnegamenti; sono gente marcia, cinica, vera mutazione genetica all’indietro. Allora, si dovrebbero rinforzare le schiere con nuovi ambiziosi di “destra”, anch’essi con le stesse identiche capacità di rinnegamento di ogni loro passato; e soprattutto, anch’essi, senza autocritica alcuna, come se avessero sempre pensato le idee che sostengono adesso. Questi non sono però sciocchi ed esitano a compiere un passo, oltre il quale potrebbe esserci il successo (subordinato al decisivo appoggio parlamentare delle sinistre, di cui diverrebbero appendice) oppure il precipizio definitivo. Tuttavia, quelli che sono l’obiettivo delle mene americane, dell’industria e finanza italiane parassitarie – e del loro personale di servizio in ambito politico – come rispondono? Lasciamo perdere la più umoristica barzelletta che è quella di Bossi circa le trame della mafia. Ci sono però quelli che ancora inveiscono contro i “comunisti”, i quali sarebbero sempre gli stessi. Questi anticomunisti falsificano la realtà esattamente come coloro che il comunismo l’hanno rinnegato per divenire subordinati agli Usa. Io non mi definisco più comunista solo perché valuto che si tratta di un processo storico finito. Risponderò però sempre a brutto muso a chi mi parla dei “crimini del comunismo”. Non sto nemmeno ad elencare i terribili misfatti e massacri da cui è contrassegnata tutta la storia del capitalismo, della “libertà di mercato”.
Chi fa finta di non conoscere questa storia è in malafede quanto lo è la sinistra quando urla al fascismo oggi in Italia. Coloro che stanno manovrando per ridurci in ancora maggior servaggio, gli statunitensi, sono nati da un efferato genocidio; sono quelli dei bombardamenti a tappeto, delle bombe atomiche, ecc. Altro che i crimini del comunismo. Si tratta però di un elenco troppo sommario, non è nemmeno possibile tentare di farlo veramente, poiché le male azioni dei dominanti capitalistici sono troppe; e continuano tuttora a compierne di ogni genere. Manifesta è allora la malafede di tutti gli “attori in gioco” oggi in questo misero paese. Si cerca di consegnarci, da una parte e dall’altra, al passato. Da una parte, strepitano gli “antifascisti”: non quelli della Resistenza, bensì del cambio di casacca per salvarsi dalla sconfitta del fascismo vendendosi ai vincitori; quegli antifascisti di cui qualcuno diceva, spiritosamente, che stringevano il pugno perché, se lo avessero aperto, sarebbe loro caduto di mano il fascio. Dall’altra parte, gracchiano gli anticomunisti che cercano di non irritare troppo gli americani; come accadrebbe, se essi avessero il coraggio di smascherarli quali veri ispiratori di quelli che vorrebbero rovesciarli. In soprappiù, si alzano flebili stridii di altri piccoli nuclei di personaggi (fuori di senno? Mah!), che si fingono ancora antimperialisti, per la “lotta di classe”; questi tapini vorrebbero far credere a qualche giovinastro disadattato che la crisi in atto è quella da cui rinascerà la rivoluzione contro il capitalismo.
Il quadro è devastato da ogni parte; disonestà a gogò, menzogna e riconsegna al passato per nascondere le mene del presente, manovrate da chi ci occupa da più di sessant’anni. Tutto è offuscato da una voglia di “guerra civile” condotta con parole d’ordine insensate, prive di contenuto reale: solo falsificazione e vergogna (senza rossore). A questo punto, spero (ne sono anzi certo) che giovedì cancellino il “lodo Alfano”; non lo desidero per amore di Giustizia, questa colossale presa in giro di una Magistratura ormai politicizzata oltre ogni limite di credibilità. Me lo auguro semplicemente perché è meglio si arrivi presto alla resa dei conti. Il paese così non regge, è usurato da troppi imbroglioni. Occorre tagliare non uno ma molti “nodi gordiani”.
In ogni caso, appurato qual è il livello del nascondimento dei veri problemi e dei nostri reali nemici, è bene dedicarsi sempre più alla spregiudicata e attenta analisi politica dei problemi interni ed internazionali. Non abbiamo la vasta audience dei mentitori, dei falsificatori; però assolviamo un compito che mi arrogo il diritto di giudicare serio e coscienzioso, sempre attento a non cadere preda delle mistificazioni altrui. Avremmo bisogno di molte più informazioni; comunque, quelle che abbiamo consentono un parziale e progressivo smascheramento delle classi (non) dirigenti italiane e dei gruppi dominanti statunitensi.
Accentuiamo l’aspra critica rivolta all’attuale quadro politico italiano, ancorato alle diatribe, alle contrapposizioni, di un morto passato per condurre ad una “guerra civile” (al momento non sanguinosa), in cui il vincitore possa essere in ogni caso “qualcuno” che fa perdere il “popolo italiano” (cioè la sua maggioranza) e lo rende succube. Cominciano tuttavia a tralucere alcuni squarci di verità (parziale), data la crescente rudezza dello scontro. Si tratta di allargarli sempre più. Tutti noi quindi – e chi vuol collaborare con noi (che lo faccia, però, senza manifestarne solo l’intenzione!) – non sfuggiamo la realtà. Nel
sito vanno collocate le necessarie riflessioni teoriche, perché senza nuova teoria, e nuova cultura, non si va più molto avanti. Nel blog, invece, non vi sia assenteismo rispetto alla necessità di smascherare e interpretare correttamente i termini dello scontro in atto. Parliamo soprattutto di politica. 

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martedì, 29 settembre 2009

Al-Qaeda sta a New York: parola di Gheddafi

Massimo Mazzucco Luogocomune 29/9/2009

Il leader libico Gheddafi ha concesso una intervista a Larry King durante del suo viaggio a New York, in occasione della sua prima apparizione alle Nazioni Unite.
In questi brevi estratti abbiamo raccolto le sue dichiarazioni più divertenti, che riguardano Al-Queda, bin Laden e le guerre di invasione americane, ovvero il terrorismo “islamico”… visto da un islamico.
Ma Gheddafi il vero putiferio (mediatico) lo ha scatenato all’ONU, dove ha tenuto un discorso bollente, di quasi due ore, mezzo in arabo mezzo in dialetto libico, durante il quale ha anche strappato davanti all’assemblea il carta costituzionale dell’ONU.
I media hanno subito cercato di far passare quel gesto come un segno di disprezzo verso la democrazia e la società civile, ma Gheddafi con calma platonica ha poi spiegato a Larry King che si trattava dell’esatto contrario. Lui rispetta e sostiene le Nazione Unite – ha detto - sono gli altri a calpestare continuamente il diritto internazionale, per cui quel documento ha perso tutto il suo valore.
Per ben tre volte, messo in angolo dalle risposte di Gheddafi, Larry King ha dovuto rifugiarsi nella pausa pubblicitaria, come unica scappatoia per non ritrovarsi in imbarazzo davanti a milioni di spettatori in tutto il mondo.
Nel primo caso, dopo essere stato accusato di aver accolto come un eroe l’attentatore di Lockerbie (o presunto tale), Gheddafi ha ricordato a King che la stessa accoglienza era stata risevata degli europei al ritorno della famosa squadra di medici bulgari che erano stati condannati a morte, in Libia, per aver ucciso 200 bambini. (Gheddafi aveva poi concesso la grazia e li aveva liberati, ma restavano a tutti gli effetti, secondo i tribunali libici, degli assassini).
Come mai allora nessuno si lamentò – ha chiesto Gheddafi - per quell’accoglienza trionfale, che li portò addirittura all’Eliseo?
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Nel secondo caso, King ha cercato di farlo “sentire in colpa” per l’attentato di Lockerbie, chiedendo a Gheddafi se volesse ricolgere un messaggio alle famiglie delle vittime. Gheddafi con la solita calma gli ha risposto di averle appena incontate il giorno prima, dicendo che era stato un incontro molto sereno e positivo.
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Il terzo caso, sicuramente il più divertente di tutti, lo avete già visto nel video.

martedì, 22 settembre 2009

MANUEL ZELAYA È TORNATO IN HONDURAS, LA DITTATURA REPRIME, ORE DI SPERANZA E PAURA

Gennaro Carotenuto 22 settembre 2009
 
A quasi tre mesi dal colpo di stato del 28 giugno, il presidente legittimo dell’Honduras Manuel Zelaya è ritornato a Tegucigalpa e sta incontrando la Resistenza al golpe nell’Ambasciata brasiliana che lo ospita in quella che si configura come una dimostrazione di forza oltre che del movimento democratico honduregno del Brasile e dei governi integrazionisti latinoamericani. Migliaia e migliaia di honduregni stanno infatti manifestando l’appoggio a Zelaya, circondando l’Ambasciata e la sede ONU che ha parlato loro al grido di “Patria, restitución (ritorno di Zelaya) o muerte”. Intanto la dittatura di Roberto Micheletti ripristina per l’ennesima volta il coprifuoco, blocca i cellulari, reprime ed intima (sic) al governo brasiliano di consegnare il presidente.
Mel Zelaya è tornato in patria, da dove era stato espulso in pigiama all’alba del 28 giugno scorso. Lo ha fatto sotto protezione brasiliana, mantenendo gli Stati Uniti praticamente all’oscuro. Lo ha fatto viaggiando fino a San Salvador in un aereo venezuelano. Quindi con l’appoggio silenzioso salvadoregno e di dirigenti dell’FMLN ha riattraversato la frontiera. Lì è stato preso in carico dall’eroismo di decine di resistenti honduregni. Questi con diversi mezzi di fortuna per oltre 12 ore hanno aiutato il presidente ad attraversare montagne e boschi e superare innumerevoli posti di blocco di un paese militarizzato fino a giungere in piena capitale e rifugiarsi nell’Ambasciata brasiliana. Lì, nella sede diplomatica, con l’appoggio di Lula e del suo ministro degli Esteri Celso Amorim, da oggi è stabilito il cuore della Resistenza al golpe che mai in questi tre mesi e nonostante la durezza della repressione era scemata.
È una giocata, quella di Zelaya, supportata dai governi integrazionisti latinoamericani, a partire da quello brasiliano, che potrebbe accelerare la soluzione della crisi e sconfiggere il golpe. Nelle prossime ore è atteso infatti a Tegucigalpa il segretario generale dell’OSA José Miguel Insulza e perfino Hillary Clinton, dopo molte ore, ha dovuto ammettere a denti stretti che il ritorno di Zelaya può favorire una soluzione rapida della crisi. Durante tre mesi il governo statunitense, che ufficialmente appoggia Zelaya, aveva sempre sconsigliato il ritorno del presidente legittimo e appena dieci giorni fa il Comando Sud delle Forze Armate statunitensi aveva invitato l’esercito golpista del paese centroamericano a svolgere manovre militari congiunte.

lunedì, 21 settembre 2009

La guerra è pace, e la scuola si sgretola

Angela Lano CP Eurasia 21.09.2009

I soldi pubblici sperperati nelle "missioni di pace" vengono sottratti alle nostre necessità vere.
La legge di causa-effetto esiste, anche se molti non ci fanno caso...
Mi spiego. Oggi mio figlio più piccolo, che frequenta la seconda media, è tornato a casa da scuola dicendomi: "Non te la prendere, ma è arrivata una circolare che ci chiedeva un minuto di silenzio per i militari italiani morti in Afghanistan". Gli "eroi", cioè, secondo la definizione dei nostri squallidi media, i mercenari che, per soldi, sono andati a far la guerra a un paese sovrano, non a curare i bambini o a difendere la Patria...
Bene, gli ho detto, prendiamo atto che siamo tutti impazziti e che anche l'evidenza è ormai vittima della manipolazione: "la guerra è pace", "la pace è guerra"...
Non ricordo alcuna circolare che imponesse minuti di silenzio per i bimbi decapitati da Tsahal, il glorioso esercito israeliano, unica democrazia in Medio Oriente, durante Piombo Fuso, la guerra contro i civili di Gaza.
Anzi, i nostri indecenti parlamentari sfilarono per le vie di Roma a sostegno del governo sionista, in quanto potente e forte.
Oggi, invece, in tutte le scuole d'Italia, gli insegnanti hanno chiesto ai ragazzi il minuto di silenzio per chi va, coscientemente, a partecipare alle stragi Nato in Afghanistan e ci rimane secco (non nego la pietà umana neanche a loro, sia ben chiaro!!). Se vai in guerra puoi morire, ammesso che non ti dicano, imbrogliandoti, che partecipi a una missione umanitaria....Di nuovo: la pace è guerra, la guerra è pace...
Poco dopo avermi raccontato del "silenzio per i caduti", mio figlio mi ha consegnato un'altra circolare: "Grave situazione della scuola italiana". Era firmata da Cgil, Cisl, Cobas e numerose altre sigle. Spiegava chiaramente la catastrofe in cui ormai si trova la scuola italiana. Catastrofe che è ben evidente a tutti.
Ebbene, mi sono proprio arrabbiata. Non con mio figlio, ovviamente, ma con sindacati, insegnanti, operatori scolastici giustamente adirati con il nostro governo: cari signori, non sapete che la santa missione in Afghanistan, quella dei soldati-eroi caduti per gli interessi delle grandi compagnie, del neo-liberismo e del dominio globale, è tra le cause del disastro delle vostre scuole? Come fate a non capirlo? Perché come pecoroni accettate il diktat del "minuto di silenzio" per i soldati morti in una guerra sporca e costosa?
Dovreste capire che c'è un nesso tra presenza militare italiana in Afghanistan e tagli a scuola-sanità- assistenza, ecc. ecc.
Non ci vuole molto per comprenderlo. Se un governo di un paese in profonda crisi economica trova soldi per finanziare una guerra immorale, quella in Afghanistan, appunto, oltre ad altre menzognere missioni di pace all'estero, è ovvio che li sottrae ad altri capitoli di spesa. Le vostre, per esempio.
Allora, se siete così allocchi da bervi l'eroismo di chi parte a seminar morte tra i civili di altre nazioni, se non capite che tagli e missioni "di pace" sono in relazione di causa-effetto, allora tenetevi la scuola sfasciata, i posti di lavoro decurtati, e tanto altro ancora. E tenetevi anche quei giornali che promuovono manifestazioni-farsa "per la libertà di stampa": sono gli stessi che da otto anni vi propinano la storiella della "lotta al terrorismo islamico", dello "scontro di civilità" e delle "guerre giuste" in Afghanistan-Iraq-Libano-Palestina (Siria e Iran?) sponsorizzate dalla Nato, dalla Cia e dal Mossad.
A me dispiace per i nostri e vostri figli, che avranno davanti a sé un futuro fatto di propaganda, di tg e giornali racconta-balle, di tv spazzatura, di Noemi, giullari-giornalisti e prostitute di corte elevate a "modello per le giovani donne". Un futuro deprivato di cultura, saggezza e dignità. Il tutto, anche per causa vostra. E a causa di quella sinistra ridicola frammentata in cento inutili sigle e pronta a chinar il capo, sempre e comunque.

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Utente: trotzkij
Nome: Alessandro
"Questi non hanno speranza di morte e la loro cieca vita è tanto bassa che 'nvidïosi son d'ogni altra sorte".
Dante, versi 46-48, III canto dell''Inferno'


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