Aurora

Sito d'Informazione Internazionalista
sabato, 02 gennaio 2010

Aggrappati a Bersani

Leonardo Mazzei CampoAntimperialista 26 Dicembre 2009

A proposito di un’intervista di Paolo Ferrero a la Repubblica

Un’intervista di Paolo Ferrero a la Repubblica ci costringe a fare il punto sulla deriva degli ex Arcobaleno. Ex Arcobaleno?, dirà qualcuno più pietoso di noi: ma è proprio necessario ricordarglielo ancora? Sì è necessario, per il semplice fatto che questi, non contenti dei disastri compiuti, stanno allegramente perseverando su quella strada. Una coazione a ripetere che la dice lunga sulla tempra e il coraggio del ceto politico dell’ex corte bertinottiana.
E’ questa una novità? No, è solo una conferma di quel che sapevamo. Ma in questi giorni c’è stata un’accelerazione che merita un commento.
Per oggi ci limiteremo alla parte dei sinistro-federati (Prc, Pdci, più frattaglie varie). Nei prossimi giorni, non fosse altro che per una doverosa par condicio, ci occuperemo delle comiche disavventure del Santo pugliese e della sua barchetta sinistro-libertaria impegnata in un’improba regata con lo skipper di Gallipoli, al secolo Massimo D’Alema.

«Anche con il diavolo»
«Sono pronto ad allearmi anche con il diavolo, a questo punto». E’ questo l’incipit dell’intervista rilasciata da Ferrero il 21 dicembre, sembrerebbe nella doppia veste di segretario del Prc e della neonata “Federazione della sinistra”. A questo punto? Perché «a questo punto»? L’ex braccio destro del Pavone spennato, il ministrucolo che non seppe dire di no neppure alle misure securitarie d’emergenza (autunno 2007) si arrampica ora sugli specchi per giustificare la sua ennesima giravolta.
Nel giugno scorso Ferrero proclamò: «O con noi o con l’Udc». Commentammo (vedi Alla frutta) che quel discrimine ci pareva improbabile ed artatamente esagerato. Ci chiedevamo infatti: «E che sarà mai l’Udc dopo aver digerito il democristiano Franceschini, il privatizzatore Bersani, il tecnocrate Letta, la teodem Binetti, il bombardatore D’Alema, l’americano Veltroni, l’odioso Rutelli?»
Eravamo insomma convinti che quel discrimine fosse fasullo, un modo per far passare intanto il nuovo accordo con il Pd, con la ragionevole certezza che quello con l’Udc sarebbe venuto di conseguenza. Evidentemente non si trattava di una previsione difficile.
Oggi non solo l’Udc va bene, ma (ce lo dice nell’intervista citata) andrebbe bene anche un Casini Primo ministro. Paolo Ferrero è appassionato di montagna, ma qui più che uno scalatore sembra un discesista, più ancora un’escursionista della domenica che sta precipitando a valle, magari inebriato dalla convinzione di aver elaborato chissà quale strategia politica.
Ma perché tanta spregiudicatezza? Per due motivi: il primo è che bisogna cacciare Berlusconi a tutti i costi (ben venga dunque l’alleanza con il “diavolo”); il secondo è che comunque il Prc (o, se preferite, la Federazione della sinistra) al governo non andrebbe, perché l’attuale legge elettorale garantirebbe in ogni caso al centrosinistra una solida maggioranza anche senza Ferrero e Diliberto.
Ma Ferrero non era quello dei “contenuti” che devono sempre prevalere sugli schieramenti? Ci sarebbe da ridere. Ma prima di andare a vedere la puerile costruzione iper-politicista avanzata nell’intervista a Repubblica,  corre l’obbligo di rispondere alla domanda da cui siamo partiti: perché «a questo punto»? Ma perché le regionali si avvicinano, occorre fare gli accordi ovunque, e raccogliere qualche briciola (cioè qualche seggio) è sempre meglio di niente.
Questa è la ragione. Tutti gli altri discorsi servono solo ad abbellire la dura realtà di una deriva senza fine, dove oggi la ciambella di salvataggio si chiama Bersani. Lì bisognerà aggrapparsi e lì si aggrapperanno.
Ma se fosse “soltanto” così non sarebbe ancora niente. Il fatto è che, passo dopo passo, questi bertinottiani senza Bertinotti, costretti ad un matrimonio di convenienza con i cossuttiani senza Cossutta, stanno ripercorrendo in peggio il tragitto che li ha portati dove sono. Con la probabilità, qualora si andasse alle elezioni anticipate, di ritrovarsi nella maggioranza parlamentare a sostegno di un governo assai peggiore del Prodi 2006-2008.
Per rendersene conto basta leggere i passi salienti dell’intervista a Repubblica.
 
Il politicismo dei movimentisti
Spesso succede che il peggior politicismo, parente stretto del politicantismo, venga proposto da dirigenti di matrice movimentista. Non deve perciò stupire l’improbabile costruzione politicista del movimentista Ferrero.
Tuttavia, stupore a parte, siamo qui di fronte ad un tentativo che fa acqua da tutte le parti. Leggiamo dall’intervista:

Repubblica: Rifondazione non aveva rotto per sempre con i governi di centrosinistra?
«Infatti noi non entreremmo a far parte di un eventuale esecutivo, se la coalizione dovesse vincere le elezioni. Si faccia un accordo di governo all'interno del fronte comune, fra le forze che lo condividono. La sinistra ne resterà fuori, non ripeteremo l'esperienza del governo Prodi».

Repubblica: Senza mettere becco nella scelta del leader, dovesse essere anche Casini o un uomo del centro?
«Senza mettere becco sul candidato premier, è una questione che riguarderebbe i partiti che hanno firmato l'accordo di governo».

Repubblica: Una specie di neo-desistenza politica fra Rifondazione e il centrosinistra.
«Io la chiamo una somma di voti per l'emergenza democratica».

Repubblica: E poi il Prc ricomincerebbe come al solito a far ballare in Parlamento la coalizione.
«Con l'attuale legge elettorale, il premio di maggioranza è tale da assicurare pieni margini di manovra all'accordo di governo».

Ricapitoliamo il piano dello stratega piemontese: a) nasce un fronte comune antiberlusconiano (in pratica il “Cln” evocato da Casini); b) dentro quel fronte le altre forze fanno un accordo di governo, dal quale i sinistro-federati resteranno fuori; c) il premio di maggioranza renderà ininfluente i voti di questi ultimi; d) tutti vivranno felici e contenti: Casini andrà a Palazzo Chigi, per Fini si schiuderanno le porte del Quirinale, il Pd tornerà al governo benché dimagrito, a Di Pietro un posto si troverà.
Già, ma per fare quale politica? E chi se ne importa! Sicuramente una politica antipopolare ed atlantica, ma chissenefrega: gli astuti sinistro-federati mica saranno al governo, né nella maggioranza parlamentare, si saranno invece ritagliati un angolino per la loro opposizione di facciata.

Una concezione disperata e disperante
Possiamo dire che una simile concezione della politica è disperata? Sicuramente, per chi prova a seguirne la logica interna, possiamo affermare che è disperante.
E’ disperata e disperante perché non è minimamente credibile, ma se per pura ipotesi lo fosse sarebbe anche peggio.
La costruzione ferreriana altro non è che la formula del 1996 in versione 2010. Giustamente l’intervistatore richiama infatti alla memoria la “desistenza”. Anche allora lo schema era quello di battere Berlusconi, portare a casa un buon numero di parlamentari, che avessero però il curioso “privilegio” di essere ininfluenti. Berlusconi venne battuto, i parlamentari vennero eletti, ma non ebbero quel “privilegio” e finì come finì. Perché dovrebbe andare diversamente questa volta?
Naturalmente, ogni previsione di questo tipo è sostanzialmente impossibile, ma comunque lo schema poteva senz’altro funzionare meglio con il sistema uninominale e maggioritario di allora che con quello attuale, proporzionale con premio di maggioranza. La sicurezza spacciata da Ferrero è dunque un patetico bluff di un disperato costretto a sparare “certezze” laddove l’incertezza la fa da padrona.
Ma ipotizziamo per un attimo che i calcoli di Ferrero siano giusti. Bene, il messaggio che invia al suo elettorato è il seguente: votateci ma non troppo che altrimenti rischiamo di diventare “influenti”, mentre noi – da “ininfluenti” – scateneremo una grande opposizione, che dovrà però stare bene attenta a non far cadere il governo per quanto antipopolare esso sia, altrimenti al posto del “diavolo” con il quale ci siamo alleati, tornerebbe il bau-bau di cui ci siamo liberati. E, soprattutto, correremmo il rischio di dover votare di nuovo con il pericolo di poter tornare “influenti”.
Difficilmente può esistere una concezione più subalterna di questa.

La (futura) legge elettorale
Ma Ferrero, nel tentativo alquanto goffo di salvare la faccia, rispolvera anche un altro argomento, quello della legge elettorale. Per il segretario del Prc, in caso di elezioni anticipate, il fronte comune dovrebbe avere «al centro due questioni-chiave. Primo: difesa della democrazia e legge sul conflitto di interessi. Secondo: una futura legge elettorale, sul modello tedesco, per chiudere con la sventurata stagione del bipolarismo».
Domanda: quando mai ci si può presentare alle elezioni politiche – a maggior ragione in uno scenario di crisi come l’attuale – prescindendo dalle questioni economiche, sociali, della politica internazionale?
Inoltre, lasciando qui perdere la mitica legge sul “conflitto di interessi”, sempre all’ordine del giorno quando Berlusconi è al governo e puntualmente accantonata ogni volta che ci va il centrosinistra, chi l’ha detto che il sistema tedesco sia di per sé anti-bipolare?
Sicuramente, nelle stesse classi dominanti che hanno voluto il bipolarismo è in atto una riflessione sulla necessità di passare ad un sistema più funzionale. L’obiettivo è sempre lo stesso, la “governabilità”, nel senso della miglior gestione dei loro interessi di classe, accompagnata dalla sterilizzazione preventiva di ogni opposizione. Nello specifico della situazione attuale il problema per lorsignori è quello di formare un blocco abbastanza potente da poter mettere all’ordine del giorno una linea di pesanti sacrifici per le masse popolari.
Probabilmente oggi il sistema tedesco, voluto anche da Casini, risponde meglio a quell’esigenza. E’ quindi apparentemente curioso che tale sistema venga richiesto con impeto degno di miglior causa dai sinistro-federati.
Ma è curioso anche perché non si capisce come possano essere così sicuri di risalire al 5%. Forse il 5% previsto dal sistema tedesco potrà essere tradotto in italiano nel 4%, ma non gli basterebbe ancora.

Le elezioni regionali
Nelle elezioni regionali si ha la riprova del fatto che il sistema tedesco non è di per sé anti-bipolare. Alle regionali si vota infatti con il sistema proporzionale con sbarramento ma, guarda caso, i sinistro-federati sono i primi a mettere al centro la necessità delle alleanze. Dunque non è affatto vero che quel sistema svincoli dalla logica delle “coalizioni forzose”, quando è invece del tutto evidente che lo sganciamento da quella logica non è una mera questione di meccanismi elettorali, quanto piuttosto un fatto di volontà politica.
Ed è proprio alla questione delle regionali che ci riporta, assai significativamente, la parte finale dell’intervista di Ferrero, che si conclude con questa affermazione: «Pronti a sostenere Vendola in Puglia ma a Sinistra e Libertà chiediamo di difenderci in Lombardia dai diktat Pd di Penati».
Insomma, altro che storie, l’accordo va fatto ovunque, anche in regioni come la Lombardia dove non è certo in ballo il governo della regione. E va fatto con chiunque, anche con il Pd di Penati, confindustriale e mezzo leghista.
Sinceramente dobbiamo ringraziare Ferrero per la sua chiarezza, nella certezza che lui non potrà ringraziarci per la nostra previsione elettorale: una sberla ancora più dura di quella delle europee.
Ma lo ringraziamo anche per un altro motivo: l’aver confermato il segreto di Pulcinella dell’operazione Casini-Fini-D’Alema per un governo d’emergenza.
Un’operazione talmente chiara, talmente antipopolare, così platealmente benedetta dalle oligarchie e dai padroni d’oltreoceano, da richiedere fin da ora l’approntamento di un fronte d’opposizione democratico e popolare.

mercoledì, 30 dicembre 2009

Dov'è finito il 'popolo viola'? - Quando i numeri sono impietosi.

Il Tafano 29.12.2009

Ogni volta che "la Rete", questa sconosciuta, crede di lanciare un'idea, accade che i fatti si occupino di svelare che la rete è quello che è: solo una diaspora di siti più o meno importanti, fatta prevalentemente da persone che non sono disposte a cedere un milligrammo di "sovranità" (vedi il fallimento del nostro "Network Democratico". Una sorta di Agorà molto più adatta a fare, nel tempo, opinione, che non ad accollarsi compiti gestionali o organizzativi.
Ogni volta che "la rete" sembra sia riuscita ad organizzare qualcosa, guardi sotto il tappeto e scopri che è solo un inconsapevole veicolo sul quale astuti pifferai hanno fatto salire ingenui followers, convinti di recitare un ruolo da protagonisti, mentre di fatto contano meno di comparse e figuranti. Dal settembre 2007 ad oggi, i ruoli sono assegnati. Di volta in volta si sentono protagonisti i girotondini, i meetup, i ragazzi del "popolo viola". Tutte le volte, rimesti questo pulviscolo, e riaffiorano gli chauffeurs: i Grillo, i Di Pietro, i Pancho Pardi, i Travaglio, i Flores d'Arcais... tutti coloro che io chiamo - detestato da alcuni - quelli della "compagnia di giro".
A volte succede che qualcuno scompaia temporaneamente, perchè privato del ruolo di Prima Ballerina (vedi Grillo e il No-B-Day), ma si tratta sempre di assenze temporanee. Sono passate meno di tre settimane dal No-B-Day, che alcuni ingenui ragazzotti credono di aver montato con le loro manine, con qualche click su facebook, ed ecco riapparire il comico genovese col suo Movimento, che rassomiglia come una goccia d'acqua a un partito. Ovviamente il comico si è affrettato a convincere i fedeli che sono loro a scrivere il testo di diritto canonico, ma questo è già di fatto scritto nel "Non-Statuto" allegato dal comico ad uso di coloro che vogliono fare non-politica sotto la guida di un non-capo.
Ma la demagogia, tranne che su alcuni irriducibili, non tira più come una volta... Ho provato a fare una piccola somma dei commenti che sono stati postati sul blog del guru dal 21 al 26 dicembre 2008, e dal 21 al 26 dicembre 2009. L'anno scorso, la media giornaliera nel periodo è stata di 1112; quest'anno è stata di 613. Fatto il conticino? Stiamo parlando di un 45% in meno. Nel 2007 la media era di quasi 1800 commenti al giorno.Oggi è a poco più della terza parte rispetto a due anni fa...
Meglio è andata a Di Pietro, che ha avuto dalla sua una presenza in TV, diciamo, non trascurabile: -11%.
Anche i mitici blogs di supporto al No-B-Day, che credevano si essere diventati dei blogs importanti, gonfiati per un paio di settimane da comparsate in TV (SkyTg24, Annozero, e tante reti minori); dal supporto di quotidiani e periodici nazionali (Repubblica, Il Fatto, l'Espresso, MicroMega, etc...) e da partiti politici, sembrano essersi sgonfiati come un soufflé mal riuscito, sia in termini di accessi, sia in termini di commenti. Qualche nome? I soliti: [
Beppe Grillo], che era partito lancia in resta col sostegno al No-B-Day, è sceso precipitosamente dal carro quando gli è stato spiegato che non avrebbe fatto la prima ballerina alla manifestazione; [Antonio Di Pietro], che è stato monograficamente dedicato a sostenere... se stesso; il "sito ufficiale dell'organizzazione" (nominato tale non si sa da chi) cioè il [noberlusconiday.org]; il blog "storico" di [Gianfranco Mascia del BoBi]; il nuovo blog che dovrebbe essere il collante atto a non lasciar disperdere il "patrimonio" del 5 dicembre, cioè [ilpopoloviola], che guarda caso ha come registrar tale Rosario Mascia. Che relazione c'è fra Gianfranco e Rosario Mascia? Fratelli? omonimi? prestanome?. Non lo sappiamo. Poi c'è il sito di "liberacittadinanza", fondato e presieduto da Pancho Pardi, del quale nulla sappiamo: non accetta commenti, non ha un contatore, e non è rilevato da Alexa, perchè e sotto la "soglia" strumentale di rilevamento.
Nei giorni precedenti il 5 dicembre, quando maggiormente infuriava la polemica sulla "spontaneità" del movimento, e sulla capacità di aggregare in qualcosa di organizzato il pulviscolo chiamato "rete", Charly Brown ed io avevamo dato appuntamento, ai tifosi del sig. Dalbasso, al 5 di gennaio, per verificare, in concreto, le "magnifiche sorti e progressive" del popolo viola. Ora, alla vigilia della fine dell'anno, a poco più di tre settimane dalla manifestazione, si possono già tirare le prime somme. Diagnosi basata su "sintomi", guardando cosa succede nei luoghi-guida del popolo viola. In particolare, confrontando i dati degli accessi dell'ultima settimana con quelli dell'ultimo mese (che includeva la settimana del No-B-Day. Non abbiamo dati "settimana su settimana". Fonte: Alexa.com, società del gruppo Yahoo) Possiamo invece fare un confronto preciso fra i commenti pervenuti a questi siti nei sette giorni caldi del No-B-Day (dal 4 al 10 dicembre inclusi), e quelli pervenuti dal 21 al 27 dicembre inclusi.

E cominciamo dagli accessi:
[Tafanus]: lo cito solo per confronto: sia nell'ultimo mese, che nell'ultima settimana, è rimasto inchiodato a 1700 visite al giorno di media, nonostante nell'ultima settimana ci siano state le feste di Natale. Insomma, se i siti viola dovessero accusare dei cali, non sarebbe colpa di Santa Klaus.
[Di Pietro]: nell'ultima settimana non ha una sola parola sul "popolo viola". I suoi accessi quotidiani rispetto a quelli dell'ultimo mese salgono, addirittura, anche se solo del 6% (da 26.600 accessi a 28.200). Insomma, non sembra che la fine della bagarre sul No-B-Day gli abbia nuociuto.
[Beppe Grillo]: aveva smesso di parlare del No-B-Day a metà novembre, e non ne ha mai più parlato. Denuncia un piccolo calo dello 0,3%, nonostante il lancio, alla grande, del "Movimento 5 Stelle", che non sembra abbia scatenato masse plaudenti. Gli accessi sono passati da 197.700 al giorno nell'ultimo mese, a 197.100 al giorno nell'ultima settimana. Tantissimi, ma ben lontani rispetto a quelli di cui straparlava il comico nel 2007 (800.000, ricordate?)
E veniamo ai blogs che erano diventati grandi-anzi-immensi grazie al No-B-Day, al pompaggio dei giornali, alle comparsate in TV. Ed iniziamo da quello che è stato proclamato il "sito ufficiale dell'organizzazione":
[noberlusconiday]: la media degli ultimi trenta giorni - che include la settimana in cui in Italia non si parlava d'altro se non del 5 dicembre - è di 17.500 visite al giorno (dieci volte il Tafanus); siamo lontani da 5 Gennaio, e le visite dell'ultima settimana sono crollate a 2.400 al giorno, nonostante abbiano "lanciato", sullo slancio della presunzione, addirittura il "1° Meeting Nazionale del Popolo Viola" a Firenze. Tre giorni, micacazzi... dal 29 al 31 Gennaio. "Seguono particolari a breve" Siamo ancora in attesa. Questo lancio ha avuto bel 39 commenti.
Invece dei "particolari" su questa prima mega-riunione nazionale, il 24 dicembre (ma com'è volatile, il popolo viola...) viene annunciata la "Prima Riunione Nazionale dei Referenti locali del Popolo Viola". Napoli, 9 Gennaio. Di Firenze non si parla più, o non si parla ancora? Insomma, siamo alla tecnica "Grillo dei Poveri". L'importante è spararne periodicamente una. poi, non ha importanza se non succede nulla. L'importante è aver dato qualche segnale di "esistenza in vita" al popolo viola, ormai orfano di Di Pietro, di Pardi e di Ferrero, e costretto a marciare sulle proprie gambette. Ma sui contenuti torneremo. Per ora, limitiamoci ai numeri.
[Gianfranco Mascia]: il suo sito passa da una media di 690 accessi al giorno nell'ultimo mese - che include le settimane calde - a 160 accessi al giorno nell'ultima settimana, con un crollo del 77%. Non va molto meglio col sito creato per "non disperdere il patrimonio" del popolo viola, registrato da un altro Mascia, Rosario:
[Ilpopoloviola]: nell'ultimo mese ha una media di 420 accessi al giorno; nell'ultima settimana esattamente la metà: 210 accessi, con un leggero calo del 50%.
Il "consolidato" dei "Siti di Riferimento del Popolo Viola" (gli ultimi tre analizzati), passa da una media giornaliera nell'ultimo mese di 18.600 accessi, ad una media, nell'ultima settimana, di 2.770 accessi. Traduciamo? -85%.

Ma attenzione! il peggio deve ancora arrivare! ed ha a che fare con l'andamento dei commenti che viaggia a velocità inversamente proporzionale alla magniloquenza dei progetti. Prendiamo il sito principale (il noberlusconiday), quello "di riferimento" per il Movimento, ed analizziamo posts e commenti (cioè interesse della "ggente viola":
Dal 1° al 5 dicembre, nel fervore organizzativo degli ultimi giorni, il sito raccoglie 101 commenti (20 al giorno).
Dal 6 al 10 Dicembre, sotto l'entusiasmo di posts dal titolo "Più di Un Milione!", di progetti per un Manifesto del Popolo Viola, dell'organizzazione della partecipazione alla manifestazione contro il ponte sullo stretto, c'è il vero boom del sito: ben 299 commenti in 5 giorni: 60 commenti al giorno.
Dall'11 al 15 Dicembre, sotto lo stimolo del "non perdiamoci di vista" e della convocazione - nientemeno - che di una riunione nazionale di tre giorni a Firenze, si raccattano 49 commenti: meno di dieci al giorno.
Dal 16 al 20 Dicembre, sotto l'impulso di un numero speciale di MicroMega, delle "Dieci Proposte" per un funzionamento democratico del Popolo Viola, e sotto l'effetto della commozione per la morte del giovane Marco Daldoss durante la manifestazione contro il Ponte, si scende a 5 commenti (uno al giorno).
Dal 21 al 25 Dicembre, nonostante il lancio della prima riunione dei "referenti locali" del Popolo Viola, siamo a UN commento in 5 giorni.
...ma forse il "Popolo Viola ha spostato il dibattito sui blogs di "Mascia1 & Mascia2"? Vediamo...
[Gianfranco Mascia]:
dal 1° al 5 dicembre: 0 posts, 0 commenti.
dal 6 al 10 Dicembre: 1 post, 25 commenti
dall'11 al 15 Dicembre: 1 post, 3 commenti
dal 16 al 20 Dicembre: 2 posts, 17 commenti
dal 21 al 25 Dicembre: 1 post, 4 commenti
dal 26 Dicembre ad oggi: 0 posts, 0 commenti
...no... non è qui la festa... cerchiamo allora sul Mascia/2, "La Vendetta":
Qui le cose sono più sempli e più complesse al tempo stesso: niente commenti, ma solo, post per post, il numero di lettori. Poichè di norma la visita ad un blog comporta l'apertura di due posts letti o aperti, possiamo avere un'idea del numero di accessi:
dall'11 al 15 Dicembre: stima di 44 accessi (9 al giorno). C'è da sottolineare che uno dei posts del periodo, che ha avuto ben 15 lettori, annuncia un Convegno-Dibattito organizzato dalla Facoltà di Scienze della Comunicazione: il tema è ambizioso e, come al solito, autoincensatorio: "“NBD: La discesa in campo del WEB - Le nuove forme della partecipazione civile e politica". Il parterre è di tutto rispetto, e di tutto richiamo: Antimo Luigi Farro, Professore di Sociologia; Michele Prospero, Professore di Sociologia Politica; Alessandro Gilioli, Giornalista de L’Espresso, nonchè gestore del più grande blog personale italiano ("Piovono Rane"); infine, Federico Mello, giornalista de "Il Fatto Quotidiano". Introduce e presenta: Luciano Zani, Preside della Facoltà di Sociologia. Ripeto: lettori del post: quindici (incluso il sottoscritto).
Insomma... toutes proportions gardées... ma allora il Tafanus potrebbe organizzare un convegno ad Harward?
dal 16 al 20 Dicembre: 23 accessi. Nessun rendiconto del "Convegno" alla Facoltà di Scienze della Comunicazione; una diretta in streaming della partecipazione al "No-Ponte-Day", vista da ben 9 (nove) persone.
dal 21al 25 Dicembre: 5 accessi (uno al giorno).
dal 26 Dicembre ad oggi: circa 35 accessi (9 al giorno), quasi tutti sulla riproposizione dello "speciale" di MicroMega
No... la festa non è neanche qui. Ma allora dove diamine è, la festa? Sarà mica una sorta di rave-party, di quelli organizzati di nascosto in posti inaccessibili e segreti?

Chiudiamo con una piccola chicca: esaminando l'archivio di Repubblica (il maggior quotidiano che ha appoggiato il "popolo viola", e facendo una ricerca per parole-chiave, scopriamo quanto sia rimasto della giornata del 5 Dicembre, dopo la quale "nulla sarà più come prima", guardando il numero di articoli dedicati all'argomento:
dal 1° al 10 Dicembre: 19 articoli (quasi due al giorno):
dall'11 al 20 Dicembre: 5 articoli (uno ogni due giorni);
dal 21 Dicembre ad oggi: "ZERO Titoli".
...sic transit viola mundi...

Ecco... se vi saranno inversioni di rotta, ed esplosive riprese d'interesse per il popolo viola, non mancheremo di tenervi informati. Per il momento, i fatti separati dalle pugnette ci dicono che il giovane Popolo Viola è già andato in pensione. I suoi tanti, troppi sedicenti "responsabili" hanno sprecato ancora una volta un capitale di fresco e genuino entusiasmo in un tourbillon di piccole gelosie fra leaderini; in un mare fangoso di totale assenza di trasparenza; in una grande prova di renitenza alla democrazia (su facebook è nato un gruppo di centinaia di "bannati dal No-B-Day"); di totale incapacità di rispettare le legittime curiosità di chi avrebbe voluto capire, anche quando queste sono diventate una slavina.
Ora dovranno gestire, con mezzi propri, la delusione. Non sarà facile. Non sono stati capaci di nuotare in acque tranquille. Difficilmente riusciranno a nuotare controcorrente, in acque sempre più confuse e turbolente.

martedì, 29 dicembre 2009

GIORGIO NAPOLITANO, MASSIMO D’ALEMA, TAPPETO ROSSO AL NAZISMO SIONISTA DI GAZA

- Dedicato ai morti di Gaza del dicembre 2008, gennaio 2009.

“Il Nazismo ha distrutto il giudaismo fisicamente, il Sionismo l’ha distrutto spiritualmente”, Leibele Weisfisch, Rabbino, 1992

Giorgio Napolitano è un ignorante complice morale di crimini contro l’umanità in Palestina. Massimo D’Alema è un consapevole complice diretto di crimini contro l’umanità in Palestina. L’occupazione israeliana dei territori palestinesi è un insulto permanente a sei milioni di morti nei campi di sterminio nazisti.
L’organizzazione umanitaria americana The Middle East Children Alliance ha completato di recente un sopralluogo a Gaza, colpita nel dicembre del 2008 dal peggiore atto di terrorismo indiscriminato compiuto da Israele su quelle terre dal 1948, e ha intervistato decine di bambini palestinesi chiedendogli quali erano i loro bisogni più urgenti. La risposta della maggioranza di quei bimbi è stata questa: “Poter bere un bicchier d’acqua la mattina”.
Gaza è una prigione a cielo aperto dove nessuno può entrare o uscire, dove Israele non permette l’importazione di gas per cucinare, di acqua da bere, di farmaci salvavita, di cemento per ricostruire ciò che ha distrutto, di matite, di lenticchie, di quaderni, di cloro per disinfettare acquedotti e fogne, e dove l’esercito dei neonazisti ebrei israeliani spara ai contadini che raccolgono la bietola per non morire di fame, o ai pescatori che osano uscire nel loro mare per non morire di stenti. Gaza è oggi l’unica camera di tortura sperimentale a cielo aperto del mondo, l’unica istanza al mondo dove uno Stato Canaglia, Israele, sperimenta un sadismo etnico scientifico con l’appoggio pieno di ogni democrazia moderna che si conosca. Il Darfur, Ace, il Tibet, la Birmania, la Korea del Nord (*) e altri orrori simili sono pienamente riconosciuti come tali e sanzionati come tali dai Paesi cosiddetti civili. Non la Palestina, dove da almeno 60 anni una banda di criminali assassini e terroristi che rispondono al nome di Movimento Sionista può permettersi qualunque atrocità per due motivi: perché Israele è oggi la più grande base militare americana del mondo e perché Adolf Hitler ha sterminato sei milioni di ebrei con la nostra complicità durante la seconda guerra mondiale. Motivi per cui Obama sta zitto e per cui l’Europa non osa profferire parola.
Il Movimento Sionista di Theodor Herzl, Israel Zangwill, Vladimir Jabotinski, Chaim Weizman, Leo Motzkin, David Eder, Golda Meir, Moshe Dayan, Ben Gurion, Menachem Begin, Yitzhak Rabin, Ariel Sharon, Ehud Olmert, Tzipi Livni, Ehud Barak, Benjamin Netanyahu (e altri) è una organizzazione criminale il cui unico posto nella Storia è dietro le sbarre della gabbia del Tribunale Penale Internazionale o di una nuova Norimberga. Essi hanno non solo martoriato oltre ogni limite il popolo palestinese, ma non si sono fatti scrupolo in 60 anni di storia d’Israele di mandare al macello fisicamente e psicologicamente gli ebrei stessi, loro concittadini, pur di perseguire il loro piano originario: la pulizia etnica di tutta la Palestina biblica. Hanno rigettato e distrutto ogni singola offerta di pace, hanno raccontato menzogne con una sistematicità diabolica, e hanno consciamente replicato nei Territori Occupati le tecniche di tormento razzista del Terzo Reich. Oggi, questa congrega di assassini corrotti, sta invece ritta sui tappeti rossi degli ignoranti negazionisti come Giorgio Napolitano, che non molto tempo fa ha dichiarato di aver “denunciato l’antisionismo come travestimento dell’antisemitismo. C’è chi – non avendo nel mondo di oggi il coraggio di dichiararsi antisemita – assume come bersaglio il sionismo, con esso identificando una presunta volontà di dominio”. Presunta, dice il Presidente. Ecco cosa lasciò scritto un suo omologo israeliano, Ben Gurion, padre di Israele, nel 1948: “C’è bisogno di una reazione brutale. Dobbiamo essere precisi su coloro che colpiamo. Se accusiamo una famiglia (palestinese), dobbiamo fargli male senza pietà, donne e bambini inclusi… Non vi è alcun bisogno di distinguere fra colpevoli e innocenti”. Ed ecco, Napolitano, come commentò quelle parole il più insigne letterato ebreo israeliano del XX secolo, Yizhar Smilansky “Ci facciamo ingannare di fronte all’evidenza, e ci uniamo subito al grande e comune mucchio dei bugiardi – composto da ignoranza, apatia opportunista e semplice svergognato egoismo – e scartiamo una grande verità per la furba scrollata di spalle di un criminale inveterato (Ben Gurion).”
La stessa congrega sionista criminale pretendeva nel 2006, e otteneva, dal governo di centrosinistra italiano di Romano Prodi e dal suo Ministro degli Esteri Massimo D’Alema l’adesione incondizionata al crimine internazionalmente riconosciuto di ‘punizione collettiva’ dell’intero popolo palestinese, colpevole di aver aderito alla democrazia ma di aver votato a maggioranza il partito ‘sbagliato’. Quello sgradito a Washington. Massimo D’Alema ha portato me e voi sulle soglie della camera di tortura a cielo aperto di Gaza a chiudere i portoni di accesso dei beni di sopravvivenza essenziali e a contemplare un milione e mezzo di innocenti che si contorcono in una “vita da cani” (Moshe Dayan, 1967), ammassati nel 5% di quella che era la loro legittima terra, senza diritti, lasciati morire di parto ai posti di blocco, di malattie banali, costretti a nutrirsi di rifiuti, e sottoposti a un accanimento sadico da parte di Israele che Mary Robinson, Alto Commissario per i Diritti Umani dell’ONU, ha definito nel 2007 “la distruzione di una civiltà”, opinione confermata fra gli altri dalle parole dell’ex ministro inglese per gli Affari Internazionali Clare Short, che in una audizione alla Camera dei Comuni dello stesso anno ha parlato di “un sistema di Apartheid, annessioni brutali, e creazioni di ghetti”. Tutto questo mentre nei salotti italiani personaggi della bassezza morale di Marco Travaglio, Massimo Teodori, Gad Lerner o Furio Colombo pontificavano sulla brutalità dei negri palestinesi, fra un’apparizione tv e l’altra, e mentre finivano il carpaccetto all’aceto balsamico nel ristorante di mamma RAI.
Le prove documentali di quanto ho appena scritto si trovano pubblicate già da tempo nei miei lavori, e sono di fonte unicamente ebraica o occidentale. Vi trovate le smentite a tutte le menzogne sioniste su Hamas, sul terrorismo, su chi massacra chi in Medioriente, su ciò che vi raccontano i Tg italiani. Ma basterebbe il candore agghiacciante dell’ex Capo di Stato Maggiore d’Israele Mordechai Gur, che nei resoconti dell’analista militare israeliano Ze’ev Schiff ammise senza patema alcuno che il suo esercito per 30 anni aveva colpito una popolazione civile che viveva in villaggi, colpito civili di proposito e coscientemente “perché se lo meritano”, e anche in assenza di alcuna minaccia armata. Avrebbe dovuto bastare, sessanta anni fa, il grido angosciato di Albert Einstein e di Hannah Arendt, i quali denunciarono le venature “naziste e fasciste” nei partiti dei padri fondatori di Israele. E dovrebbe bastare a chiunque non sia della pasta di Giorgio Napolitano, Massimo D’Alema o Marco Travaglio il filmato che un eroe moderno come Vittorio Arrigoni ha realizzato, e che sta mostrando a sparute platee italiane ahimè, dove compare tutto l’orrore del sadismo israeliano senza veli: due contadini di Gaza, padre e figlio emaciati, armati di un carretto ottocentesco tentano di raccogliere a mano delle bietole in un campo di loro proprietà; è la loro sopravvivenza, i loro volti sono contorti dalla disperazione, ma gli uomini “dell’esercito più morale del mondo” (Barak), i discendenti dei sei milioni di morti dell’Olocausto, li prendono a fucilate indiscriminatamente, un tiro al piccione con l’agonia altrui. I disgraziati si gettano a terra, salvati solo dalla presenza dei giovani occidentali dell’International Solidarity Movement, che con un coraggio indefinibile fanno da scudi umani alle pallottole. Ma si faccia attenzione: quel tiro al bersaglio diretto a chi tenta di non morire di fame non è fatto per casuale brutalità; è politica dettata da Tel Aviv per portare a compimento i dettami dell’abietto Moshe Dayan che nel 1967 disse: “Voi palestinesi continuerete a vivere come cani, chi vuole può andarsene. Chiunque si avvicini al Movimento Sionista con una morale non è un Sionista”. La scena filmata da Arrigoni torce le budella, strozza la gola di chiunque abbia mai amato un padre o un fratello nella vita, e richiama a pieno titolo le parole di Hannah Arendt: ‘La Banalità del Male’. Accade ogni giorno a Gaza, mentre noi siamo qui. E allora.
Non indignatevi, che siate maledetti se lo fate. Fate altro: informatevi e raccontate al mondo che la crudeltà nazista non è morta, che oggi vive e che si chiama Sionismo, occupazione della Palestina, e che rappresenta l’unico esempio al mondo di orrore etnico pienamente accettato e sostenuto da ogni democrazia moderna. Roma, il Quirinale e tutti noi in prima fila.
Il quadro che emerge è di un Israele che selvaggiamente infligge ogni possibile orrore di morte e di angoscia sulle popolazioni civili, in una atmosfera che ci ricorda regimi che né io né il signor Begin oseremmo citare per nome”. (parole dell’ex ambasciatore israeliano all’ONU Abba Eban. Fonte: il quotidiano israeliano Jerusalem Post)

Paolo Barnard 29.12.2009

*Barnard dovrebbe documentarsi meglio, e non seguire, in questi casi, il mediastream.(Alessandro)

martedì, 29 dicembre 2009

Al-Qaida 2+2

Massimo Mazzucco Luogocomune 29/12/2009

Notizie apparentemente insensate si accumulano in questi ultimi giorni dell’anno.
Secondo le agenzie di stampa, Al-Queda avrebbe rivendicato il rapimento dei coniugi Cicala, i due italiani sequestrati in Mauritania una decina di giorni fa. Motivazione ufficiale: rappresaglia per la partecipazione italiana alle guerre di Afhghanistan e Iraq.
Contemporaneamente, Al-Queda avrebbe anche rivendicato il fallito attentato sul volo Amsterdam-Detroit di qualche giorno fa, quando un passeggero ha cercato di dare fuoco ad un ordigno esplosivo legato alla sua gamba, finendo per riportare delle ustioni di terzo grado. Al giudice americano che lo ha interrogato, dopo l’atterraggio senza danni dell’aereo, l’uomo avrebbe detto che “ci sono molti di noi pronti a colpire in tutto il mondo”.
Nessun giornalista si domanda perchè mai la ferocissima Al-Queda rapisca dei cittadini italiani per lamentare una occupazione militare di cui noi siamo responsabili in misura irrilevante, e che lo faccia addirittura in un paese che si trova a 20.000 km. di distanza dal beneamato Afghanistan.
Nessun giornalista si domanda perchè mai la ferocissima Al-Queda mandi a fare gli attentati un imbecille che non è nemmeno capace a dare fuoco ad una miccia, e che si vanta oltretutto di non essere l’unico a rappresentare un pericolo così “mortale” per tutto l’occidente.
Nessun giornalista si domanda a chi siano intestati i famigerati “siti web” su cui continuano a comparire le fantomatiche rivendicazioni di Al-Queda che nessuno riesce mai a vedere.
Loro passano le notizie e basta. Come decerebrati senza volontà e senza spirito critico, accettano per buona qualunque notizia venga riferita dalle agenzie, e si dimenticano di cercare un minimo di senso logico in tutto quello che accade.
Nel frattempo – sempre secondo le agenzie di stampa - continuano in Iran le “pesanti repressioni” del governo di Ahmadinejad contro “i poveri dimostranti privati del diritto di esprimere la propria opinione”, e già il ministro Frattini parla di “intollerabile violazione dei diritti umani”.
Gli fa eco dal Libano Gianfranco Fini, che sottolinea come il mondo occidentale non possa rimanere silenzioso dietro a fatti di questo genere. Sembra di sentire il coro delle Orsoline, da tanto sono in sintonia questi personaggi.
Nessun giornalista si ricorda che fu proprio Ahmadinejad ad accusare i servizi occidentali - leggi CIA e Mossad - di essere alla radice delle sommosse in Iran, e naturalmente nessuno di loro si ricorda che 2 + 2 ha sempre fatto 4.

martedì, 29 dicembre 2009

NIENTE RIMPIANTI MA NEMMENO FINZIONI

Giellegi Conflitti e Strategie 28 dic 09

  

1. Nessun rimpianto per il vecchio regime Dc-Psi crollato nel 1992-93; così come nessun rimpianto per il crollo del “socialismo” (europeo e sovietico) nel 1989 e 1991, che ha infranto la cristallizzazione caratteristica del mondo bipolare. Tuttavia, si sono raccontate intorno a simili eventi autentiche favole, che gravano ancor oggi sul nostro futuro. Lascio perdere adesso lo smantellamento del campo “socialista” per dedicare quattro parole alla sorte del nostro paese; senza la pretesa di una corretta interpretazione del passato né di una esatta previsione del futuro. Riferirò le mie convinzioni e cercherò di portare elementi di riflessione.

L’interpretazione che ho dato degli eventi italiani seguiti al 1989-91 dovrebbe essere già abbastanza nota. La prima menzogna largamente diffusa è che saremmo passati dalla prima alla seconda Repubblica. Tale trasformazione avrebbe invece richiesto un’aperta lotta politica, la chiara indicazione della posta in gioco, profonde trasformazioni delle istituzioni e della stessa sclerotizzata Costituzione. Nulla di tutto ciò è avvenuto. La politica è stata lasciata da parte e si è giocato tutto su una presunta lotta per la moralizzazione e la restaurazione della legalità condotta da una istituzione del presunto Stato di diritto, la magistratura, che ha in realtà effettuato un colpo di mano, distruggendo certi corpi politici e lasciando in piedi quelli che avrebbero dovuto garantire non certo una rivitalizzazione della Repubblica italiana, ma invece la sua completa sottomissione ad una potenza straniera e a quei settori economici (industriali, finanziari, ecc.) già all’origine del grave inquinamento della Resistenza, di cui si fecero passare per parte “democratica” e “liberatrice” i gruppi di traditori del 25 luglio 1943 in fregola di restaurare il fronte capitalistico peggiore, più parassitario e sottomessosi agli interessi del principale vincitore (in pratica, l’unico del campo “occidentale”).

Malgrado quel tradimento, una serie di circostanze, che andrebbero rivisitate storicamente, permise al regime installatosi in Italia – una volta ereditato dal fascismo l’IRI, cioè il settore “pubblico” dell’economia, rafforzato notevolmente prima con l’Eni e poi con l’Enel (ma non fu merito dell’intero corpo politico di quel regime; ecco perché è necessario un nuovo studio storico, più minuzioso, di quel periodo) – di mantenere un minimo di autonomia in politica estera, approfittando pure della situazione bipolare venutasi a creare e della posizione (geopolitica) dell’Italia. Dato il coacervo di forze che governò l’Italia fino al crollo “socialistico” – un coacervo definito “democratico” e “libera espressione di volontà popolare” – il settore “pubblico” funzionò sia come supporto del capitalismo privato, quello dell’“antifascismo” detto laico e azionista (in realtà quello del tradimento e della totale sottomissione allo straniero), sia soprattutto come base di potere di alcune porzioni del corpo governativo in grado di condurre, ma sempre di soppiatto e con defatiganti raggiri, una politica estera di minima autonomia.

Chi tentò di liberarsi con maggior chiarezza e vigoria del giogo straniero (Mattei, con la politica dell’Eni) fu soppresso; gli altri continuarono il gioco con minore efficacia e chiarezza, con estenuanti compromessi e complicità che infine impedirono loro di resistere quando, finito il bipolarismo e la funzione dell’Italia, i poteri stranieri (diciamolo con chiarezza: americani), ancora una volta appoggiati all’interno dall’“antifascismo” del “25 luglio” (Confindustria in testa con i settori politici ad essa legati), smantellarono ogni vestigia dell’antica politica italiana. Per demolirla dovettero però annientare Dc e Psi, mantenendone in piedi piccoli e scadenti rimasugli, quelli già proni al capitalismo “privato” (e finto laico e azionista). Troppo povera cosa, incapace di creare il nuovo regime totalmente subordinato agli Usa. Ecco pronto però il sostituto: un Pci già degenerato e sfibrato dalla segreteria Berlinguer (1972-84), tutta intrisa di fondamentalismo “cattocomunista”, moralista ad oltranza con la maturazione piena dell’ipocrisia che è l’abito normale del moralismo.

Il Pci fu salvato dal crollo del “comunismo” mondiale e strettamente collegato con il giustizialismo, la veste moralista della magistratura; esso divenne così il sicario prediletto di americani e industria “privata” italiana (di cui la riunione sul “Britannia” con l’establishment mondiale, al cui vertice stavano ambienti statunitensi, fu solo il punto d’arrivo di una lunga preparazione), che misero fine all’economia “pubblica” impadronendosene. Già allora, settori della destra (Msi) si schierarono con il progetto giustizialista; a dimostrazione che gli attuali rinnegamenti e tradimenti di settori “aenneini” del Pdl hanno radici in quel periodo. Da allora, la commedia della destra e della sinistra divenne un inganno e una grossa degenerazione della politica; da allora, si possono usare queste etichette, ma sapendo che sono vuote, pura designazione di comodo senza contenuto reale. Chi finge il contenuto o è un imbecille oppure uno che sta facendo lo sporco gioco degli americani e dei loro “corrispondenti” italiani.

Si costituì comunque all’epoca una forza politica di servizio degli ambienti “laico-azionisti” (gli “antifascisti del tradimento nazionale”), con il suo nerbo costituito dai rinnegati del “comunismo” (che già dagli anni ’60 definivo piciismo per non insultare il comunismo, per me ancora un vanto e un “blasone” pur ormai decaduto), attorno ai quali si raggrupparono gli scampoli del moralismo cattolico fondamentalista, anch’esso dedito al tradimento e rinnegamento (perché solo a mascherarli serve la ciancia moralistica: dei cattolici come dei piciisti). Rimase scoperto indubbiamente il grosso dell’elettorato Dc-Psi, abituato a considerare quali nemici i “comunisti” (di cui non capiva certo il voltafaccia, e nemmeno i motivi molto “pragmatici” per cui era stato compiuto). Nulla si fece per conquistare l’elettorato in questione. Forse si pensava non ci fosse ormai più bisogno di una qualsiasi copertura politica; bastava sventolare la bandiera del giustizialismo moralistico (indubbiamente esso stava ottenendo un buon successo, anche presso la Lega), affidandosi alla magistratura senza più alcuna finzione ideologica. Non c’era nemmeno da nascondere che si stavano usando due pesi e due misure. Il Pci non venne perseguito per tangenti (di cui esisteva la “punta dell’iceberg” nel miliardo di Gardini arrivato alle Botteghe Oscure), la magistrata addetta a quel filone di indagini fu estromessa, ecc.

Ci si esaltò e si divenne euforici. Oltre all’economia “pubblica”, perché non annientare e impadronirsi pure di quell’area “privata”, nata sotto impulso craxiano (o che forse invece si servì di Craxi; causa ed effetto hanno poca importanza adesso)? Da qui le minacce a Berlusconi, e il conseguente tentativo di quest’ultimo di trovare qualche forza che scendesse nell’agone politico e che lui potesse appoggiare. Invece nulla; l’unico tentativo fu quello del patto Segni-Maroni, fatto subito saltare da Bossi (strano: proprio da colui che un anno dopo attuò il ribaltone per far cadere il primo governo Berlusconi, dopo essere entrato a far parte della coalizione messa in piedi da costui). In ogni modo, proprio quest’ultimo si mise direttamente in lizza; da allora abbiamo assistito alla pantomima della permanente “ascesa del fascismo” (mai visto un fascismo non ancora assestato al potere dopo 16 anni) e della correlativa lotta ai “rossi” (anche questi puramente immaginari dopo quasi due decenni di rinnegamento del loro già “rosa pallido”). Nello stesso tempo, si blaterò di passaggio alla seconda Repubblica, ma la realtà era assai diversa: da una parte, i rinnegati di una “fede”, riciclatisi in “occidentali” e filo-americani, assieme ai residui minori, scadenti e limitati del vecchio regime da “prima Repubblica”; dall’altra, un personale raccogliticcio, dell’ultimo momento, impolitico, in cui si sono verificate via via diverse sostituzioni con un leggero miglioramento, ma sempre con il vecchio marchio dell’improvvisazione e una certa rozzezza.

Dal 1992-93 non abbiamo avuto più in Italia una vera lotta politica, anzi proprio nessuna. Solo continue finzioni con il richiamo della sedicente sinistra alla lotta antifascista (fino alla recente commedia delle ricostituzione del CLN), richiamo effettuato dai traditori del paese, voltagabbana inverecondi, per schierarsi con i predominanti statunitensi e farsi proteggere mentre facevano (e fanno) di tutto per rimettere in piedi il peggiore capitalismo (sanguisuga) esistente sulla scena mondiale. Dall’altra parte, l’appello ad opporsi alle sempre nuove ondate dei “rossi”, che stanno solo nel cervello dei “destri” governativi (anzi berlusconiani) con sicuri effetti comici, il rovescio della medaglia rispetto a quelli provocati degli avversari “antifascisti”. E’ però una rappresentazione comica fortemente dannosa per il paese.

  

2. Torniamo un momento indietro. Quando Berlusconi entrò in politica, lo fece con chiari intenti di essere, come tutti gli altri, un fedele suddito statunitense. Tutto sommato, non ha cambiato questa casacca a stelle e strisce. Tuttavia, non ha potuto non accorgersi che i suoi nemici puntavano concretamente all’annientamento totale (e incameramento nelle loro aree di interesse) dei settori economici “pubblici”; e che, incamerati questi, intendevano (e intendono) rivolgersi anche a quelli “privati” di nuovo conio, dove lui è situato. L’individuo si è perciò trovato costretto – almeno questa è un’ipotesi plausibile – a difendere le ultime trincee del “pubblico” per proteggere se stesso, entrando certo in conflitto con gli Usa; ma d’altra parte garantendo a questi ultimi un perfetto schieramento filo-“imperiale” dal Medio Oriente all’Afghanistan.

Nel 2003 (estate) Putin, di ritorno dall’Africa del nord (dove aveva già stilato accordi), passò in Sardegna e fece – io credo – interessanti proposte di collaborazione tra Gazprom ed Eni (già “in affari” fra loro, ma credo che da allora questi si siano grandemente rafforzati). Dopo un po’ di tempo, viene nominato ad dell’azienda italiana Scaroni (adesso si vocifera che potrebbe andare a Mediobanca; vedremo) e da allora è stato un crescendo di espansione degli interessi energetici italiani (e non solo con l’azienda russa), mediante piani che sembrano avere anche una valenza strategica (non solo limitata all’economia; è però tutto da vedere). All’Eni si stanno poi aggiungendo la Finmeccanica e altre aziende italiane (pure l’Alitalia), di varie dimensioni. L’estensione di tali progetti ha richiesto un minimo di “ostpolitik”; da qui le note dichiarazioni berlusconiane sul conflitto Georgia-Russia, sull’Ucraina, ecc. Da qui la sedicente amicizia tra il premier e Putin, che ha fatto saltare i nervi alla “sinistra” italiana al gran completo, ivi compresa quella “estrema”, con nauseanti manifestazioni della più piatta sudditanza ai settori capitalistici arretrati (e agli Usa), cercando maldestramente di mascherarsi con indegne farse antimperialiste e anticapitaliste.

Da qui è nata pure una certa insofferenza statunitense, ma credo ancor più degli ambienti finanziari e confindustriali italiani (i parassiti e i traditori “laico-azionisti”, quanto meno eredi di quelli del “25 luglio”), i quali soffiano sul fuoco di una “rivoluzione colorata”; non so però, a questo punto, se appoggiati toto corde dagli Usa (potrebbe esserci un bel po’ di “millantato credito” da parte di questi “sciamannati”). In ogni caso, Berlusconi non ha alcuna vera strategia da contrapporre alla disordinata e chiassosa opposizione. Da una parte e dall’altra si è ridotti all’assenza di autentica politica; si è arrivati ad una assoluta personalizzazione dello scontro. Le “sinistre” – compresi i rifondaroli e pidicisti, ecc. – non hanno nulla da dire se non che bisogna abbattere il premier divenuto, nella testa di questi cretini e corrotti, un autentico gigante. Dall’altra parte, stanno gli adoratori di quest’uomo con la stessa mancanza di un briciolo di idea politica. Il degrado è totale e irreversibile; almeno fin quando saranno in campo squadre di così scadenti brocchi.

Nell’attuale clima (“natalizio”), sembra che una parte della “sinistra” voglia accettare le imbarazzanti dichiarazioni del premier circa l’amore che deve prevalere sull’odio (mi riferisco all’imbarazzo dell’intelligenza). Un personaggio – di ben notorio legame con gli Usa, tanto da “andare in guerra” con essi nel 1999 – sta tentando di essere nominato a presiedere il Copasir; e ciò propizia il clima in questione. In verità, mi sembra che non siamo troppo ben messi quanto a completa dedizione dei “corpi speciali” al servizio del paese. Si vocifera pure di cambi al vertice dei Servizi Segreti, cui si appresterebbe il ministro degli Interni, con ciò contribuendo a suscitare molte perplessità in merito alla validità (ai fini dell’interesse nazionale) di tali “aggiustamenti”. Ci manca solo la concessione di uno spazio ulteriore ad un individuo che – così ha sempre sostenuto Cossiga, mai smentito in proposito – avrebbe sostituito Prodi quale premier (appunto nel 1999) in quanto giudicato più affidabile dagli Usa per l’operazione bellica nei Balcani.

Il sedicente “inciucio” finirà assai presto e si tornerà alla solita recita, scardinante per il paese, in cui di progettualità politica non si vede nemmeno l’ombra. Gli attuali schieramenti, nella loro totale inettitudine, sono tuttavia solo il sintomo dello scadimento continuo della nostra classe (non) dirigente: i cosiddetti poteri “forti”, in realtà solo meschini e resi “oscuri” dalla complicità dell’intero ceto politicante e di quello intellettuale (ormai al suo livello più basso). Almeno in parte, dietro questi “sfasciacarrozze” dovrebbero starci ambienti americani preoccupati per la pur sbiadita “ostpolitik” italiana; in una situazione, però, di netta crescita della spinta al multipolarismo. Per di più, in questo momento la politica americana “del serpente” è tutta tesa a voler schiacciare la guerriglia afgana (obiettivo di assai difficile realizzabilità) e a fomentare disordini in Iran e magari, fra un po’, anche in Sud America. Proprio in merito a questa subdola politica, si constata di quale accozzaglia di rozzezze e impoliticità varie sia costituita la “destra”, oggi scatenata a favore dei “verdi” iraniani, senza nemmeno capire la loro sostanziale somiglianza con i “viola” italiani, che si rimetteranno ben presto all’opera per rovesciare il loro leader (in realtà sempre meno leader perché le sue truppe sono intrise di reazionarismo razzista e xenofobo e non capiranno mai quali reali interessi italiani sarebbero oggi da perseguire).

Bisognerebbe “inventare” un Mattei; anche perché oggi la situazione tendente al multipolarismo lo proteggerebbe forse un po’ di più del lontano bipolarismo. Non esiste però al momento alcun personaggio del genere. Anche il premier – messosi in politica alla bell’e meglio per ragioni difensive in una fase che sembrava vedere ormai il solo predominio “imperiale” statunitense – avrebbe maggiori frecce al suo arco dato il mutamento della situazione internazionale. E’ però troppo limitato nella sua intelligenza politica e ha inoltre raccolto attorno a sé un informe miscuglio di “tutto e il contrario di tutto”. Fra “sinistra” e “destra” siamo al momento condannati ad una pessima recita che comunque vedrà presto almeno la fine del ridicolo “duetto d’amore” tra premier e Bersani, tra premier e opposizione interna (duetti già del resto non troppo “amorosi”). O faranno le scarpe a Berlusconi o questi dovrà difendersi in altro modo. Il tutto è però condizionato dal fatto che l’Italia è un “ventre molle”, in cui la vera politica si svolge all’estero; qui vediamo all’opera solo i rappresentanti di questo o quel fronte (mobile e cangiante), che hanno eletto il nostro paese a loro “campo di battaglia” (uno dei tanti, ma non marginale). Seguiremo tale battaglia con motivato pessimismo. Se però si resta all’indecente recita della contrapposizione tra “destra” e “sinistra”, siamo fritti.

Se ci sono in Italia dei settori nazionali, battano un colpo; sarebbe anche ora.

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mercoledì, 23 dicembre 2009

Per Beppe Grillo 'il basso' viene dall'alto

Massimo Mazzucco Luogocomune 23/12/2009

Pare che anche Beppe Grillo avrà il suo Termidoro.
Dopo anni di fatiche per organizzare una reale politica dal basso, quintessenza della travolgente campagna condotta da Beppe Grillo in questi anni, i suoi seguaci si ribellano ad imposizioni che lo stesso Grillo sta facendo ora piovere dall’alto.
Da Bologna Valerio D’Alessio, consigliere della lista civica Beppe Grillo, protesta per l’imposizione del candidato alle prossime regionali da parte di Beppe Grillo. Secondo D’Alessio “si sono fatte primarie chiuse pur di eleggere il candidato indicato da Beppe Grillo, col risultato di tenere fuori molte persone”.
Gli fa eco la Liguria, dove la stragrande maggioranza dei grillini aveva individuato il candidato ideale nel Dr. Paolo Franceschi, solo per vederlo bocciato da Beppe Grillo, il quale ha sostenuto che "non ci sono nella regione le condizioni per scendere nell’agone elettorale".
Anche in Piemonte si registrano diversi malumori da parte della base, che di colpo si trova impossibilitata ad esercitare quel tipo di democrazia a cui aveva dedicato fino ad oggi tutte le sue energie.
A garanzia che il movimento non si sarebbe mai trasformato in una forza politica vera e propria, Grillo aveva detto che non si sarebbe mai candidato, e finora ha mantenuto il suo impegno. Si era però dimenticato di dire che i candidati vuole sceglierli lui.
Già dal 2008 si intuiva che la mancanza di chiarezza programmatica di Beppe Grillo avrebbe condotto il movimento su un binario morto, ed ora si cominciano a vedere i primi risultati.
Una cosa è distruggere, ben altra è costruire. Analisi e sintesi sono sempre state due cose diverse, e di solito chi eccelle nella prima fatica non poco nella seconda, e viceversa.
Tanto travolgente era stato il comico genovese nella prima fase della sua “rivoluzione popolare”, quanto inefficace, confuso e contraddittorio si è dimostrato ogni volta che si è trattato di diventare propositivo.
Parlare di “democrazia dal basso” suona molto bene, ma non è un semplice slogan da applicare al bavero della giacca per raccogliere applausi dalla piazza. Usandolo in quel modo si finisce per dimenticare che la democrazia è già un sistema sociale concepito “dal basso”: lo è per definizione, visto che demos significa popolo, e kratein significa comandare.
Non c’è quindi alcun bisogno di aggiungere avverbi, basterebbe che Grillo avesse davvero lottato per portare un soffio di vera democrazia in Italia. Invece sembra riuscire a soffocarne già i primi vagiti, sinceri e commoventi, con un atteggiamento che smentisce di colpo tutto quello che Grillo ha predicato in questi anni.
Ormai è evidente che vada anche lui, come Robespierre, incontro al suo Termidoro, e nessuno potrà dire che non se lo sia cercato.
Il problema è che nel frattempo il movimento rischia di consumarsi in lotte intestine, frantumandosi inevitabilmente in miriadi di sottogruppi, fino a disperdere del tutto la grande forza che aveva accumulato in questi anni.
Non dimentichiamo che il caos conseguito alla Rivoluzione Francese, dovuto all’incapacità dei suoi leader di mettere in pratica i principi che avevano predicato, finì per consegnare la nazione nella mani di un novello imperatore.

VEDI ANCHE:
Beppe Grillo, Buffalo Bill all’italiana
Il tramonto di Beppe Grillo?

martedì, 22 dicembre 2009

FERRERO CALA LA MASCHERA!

Dopo un piccolo intermezzo di lotta, ritorna il Prc di governo
Francesco Ricci Partito di Alternativa Comunista

(Ferrero, con Grassi, al congresso della "svolta a sinistra", luglio 2008. Una stagione già archiviata.)
 
Noi oltre a non crederci avevamo messo in guardia (fin dal congresso della "svolta a sinistra", due estati fa, e poi analizzando, anche negli scorsi mesi, i primi segni della imminente "controsvolta") e avvisato i militanti del Prc che avevano voluto dare ancora una volta credito al loro gruppo dirigente.
Nelle ultime settimane i fatti erano diventati sempre più chiari: avvicinandosi le elezioni regionali, i gruppi dirigenti nazionali e locali del Prc moltiplicavano dichiarazioni di piena e totale disponibilità a nuove alleanze elettorali e di governo col Partito Democratico, "senza preclusioni"... pur di non essere preclusi, certo (come sempre) "sulla base di programmi di svolta". Una svolta sotto l'egida del Pd, cioè del partito che ampi settori della grande borghesia preferirebbero avere ancora oggi al governo al posto del sempre più screditato Berlusconi.
Poi, di fronte all'incrinarsi dell'alleanza di governo del centrodestra, scorgendo qualche crepa nel muro in cui infilarsi, Ferrero (ben prima del "Comitato di Liberazione Nazionale" di Casini) aveva lanciato l'idea di un "governo a termine": solo qualche mese per cacciare Berlusconi e soltanto in nome (come sempre) della "difesa della democrazia".
Ma ora le elezioni regionali si avvicinano, le crepe nel governo si moltiplicano, e Ferrero rinuncia a ogni residuo pudore e getta infine la maschera. Le interviste di questi ultimi giorni (e quella a Repubblica di oggi è la più chiara) sono un vero e proprio appello alla borghesia: Riprendeteci, noi siamo qui. La recita della "svolta a sinistra" è davvero finita.
"Pronti ad accettare Casini premier, pur di battere la destra di Berlusconi" titola, con una certa soddisfazione l'intervista a Paolo Ferrero, il quotidiano di quella "borghesia progressista" che da sempre auspica un nuovo governo diretto dal Pd, in grado di affrontare finalmente (senza i problemi personali e processuali di Berlusconi) i conti della crisi del capitalismo. Facendola cadere (non bisogna essere fini analisti per capirlo) sulle spalle dei lavoratori.
Cosa dice Ferrero di nuovo rispetto alle scorse settimane? Ormai non parla nemmeno più di un "governo di scopo" (quale potesse essere lo scopo di un governo con i banchieri e la Confindustria, peraltro, non era difficile immaginare). Ora va oltre: offre la disponibilità del Prc a suggellare un vero patto di governo con il partito dell'alternanza borghese al centrodestra, il Pd. Il terzo accordo (dopo i disastri del Prodi I e del Prodi II). Non un accordo momentaneo, sia chiaro: un accordo per tutta la legislatura. A domanda del giornalista Ferrero risponde infatti che anche dopo le elezioni il Prc si comporterebbe con lealtà, senza infastidire il governo nella sua azione. Certo, siccome il trauma dell'ultima esperienza di governo è ancora dolorante (per milioni di lavoratori), il Prc sosterrebbe questo governo in parlamento ma senza chiedere ministri ("noi non entreremmo a far parte di un eventuale esecutivo (...). La sinistra ne resterà fuori, non ripeteremo l'esperienza del governo Prodi."). Come se il problema per i lavoratori fosse consistito nella grisaglia ministeriale di Ferrero e non piuttosto nel sostegno del Prc e di tutta la sinistra riformista a un governo imperialista, con conseguente rimozione di ogni opposizione  in parlamento e nelle piazze! Peraltro il sostegno esterno (cioè senza ministri) è già stato provato dal Prc: con il primo governo Prodi. All'epoca il Prc non aveva ministri e sosteneva il governo in parlamento. Anche in quella occasione votò tutto: guerre militari, guerra sociale ("pacchetto Treu", apertura dei lager per immigrati, ecc.).
Cosa giustifica allora questa ennesima capriola? Nelle dichiarazioni dell'ex ministro, tutto deriva dalla necessità di "battere la destra di Berlusconi". Roba che difficilmente sarà premiata con l'Oscar per la migliore sceneggiatura. Essendo l'esatto, identico, copione già utilizzato in tutte le precedenti occasioni. Nella realtà ciò che spiega questo ennesimo voltafaccia (dopo la "svolta a sinistra", i pugni chiusi al congresso, lo sventolio di bandiere rosse, la "autocritica" per i disastri prodotti) è una cosa soltanto, come da anni andiamo ripetendo: il lupo perde il pelo ma non il vizio; la burocrazia riformista non perde mai, nemmeno nelle pause forzate all'opposizione, il desiderio sfrenato di essere riammessa al servizio del governo padronale.
E' questo, in definitiva, che spiega perché proprio nel mezzo di una crisi economica e politica della borghesia, alla vigilia di prevedibili (e da tutti previsti) nuovi scontri di classe, Ferrero getta la maschera della lotta e offre nuovamente i suoi servizi ai padroni. Lo spazio concesso a Ferrero (dopo un periodo di silenzio stampa) è già di per sé una risposta: i padroni sono interessati alla gentile offerta.
C'è solo un dettaglio che i padroni e Ferrero trascurano: il gruppo dirigente riformista dovrà convincere militanti e attivisti che si ricomincia da capo, per la terza volta. Non sarà facile per loro. E, per parte nostra, pur consapevoli dell'esiguità delle nostre forze attuali, non saremo spettatori passivi nelle prossime settimane. Al centro del nostro imminente II Congresso Nazionale (Rimini, 8-10 gennaio) porremo appunto la necessità di avanzare nella costruzione di un nuovo partito comunista, basato sulla opposizione a tutti i governi della borghesia, premessa necessaria, in prospettiva, di un'alternativa di governo dei lavoratori; premessa necessaria e indispensabile, già oggi, per sviluppare le lotte e far pagare la crisi ai padroni. Alternativa Comunista si pone come strumento al servizio di questo compito. Ma non è solo affar nostro e certo non pensiamo di poterlo assolvere da soli. L'ennesimo voltafaccia dei dirigenti riformisti, la necessità di sviluppare le lotte contro il padronato e il capitalismo in crisi, impongono oggi più che mai a tutti i comunisti (di nome e di fatto) questo compito urgente.
Se Ferrero torna a bussare alla porta di servizio del Palazzo della borghesia, i comunisti restano nelle piazze, al fianco delle lotte degli operai e degli studenti.

 

mercoledì, 16 dicembre 2009

Perso il senso della misura

Per molti versi la vicenda della statuetta gettata violentemente in faccia al presidente del Consiglio Berlusconi da parte dello sconosciuto Massimo Tartaglia sembra molto più simile ad un punto di partenza, piuttosto che non ad uno di arrivo, come invece sarebbe stato logico augurarsi.
La partenza di una stagione di odio che rischia di travalicare l’ambito del confronto civile, sia pur condotto con toni alti, per sfociare nella violenza, quella vera. Anziché il terminale di tutta una serie di tensioni che da molti mesi ammorbavano il confronto fra governo ed opposizione, con pesanti responsabilità di entrambe le parti.
Senza dubbio fin dai primi momenti susseguenti al ferimento, la maggioranza nell’analizzare l’episodio ha tentato di sfruttarlo a proprio uso e consumo. Presentandolo come un tentativo di assassinio, mentre forse non era proprio così. Stigmatizzando l’opposizione urlata che avrebbe “armato” la mano di Tartaglia, che invece avrebbe potuto essere semplicemente uno psicopatico armato dalla propria malattia. Esaltando le virtù e lo spirito stoico del Cavaliere che viene odiato nonostante si prodighi per il bene del paese. Enfatizzando l’affetto della gente accorsa al capezzale, quasi si trattasse di un martire. Criminalizzando e creando un caso intorno ai deficienti che sul web inneggiavano a Tartaglia e auspicavano l’uccisione di Berlusconi, mentre i deficienti sono sempre esistiti in ogni epoca e l’idiozia non è certo un prodotto di facebook o del web, né tanto meno un appannaggio di chi contesta Berlusconi, fra le cui fila i deficienti rappresentano oltretutto un’esigua minoranza.
L’opposizione dal canto suo ha tentato di ridimensionare il danno derivante da un’aggressione violenta che avrebbe potuto farle perdere consensi. Ha espresso in massa solidarietà a Berlusconi, sia pure con qualche eccezione di rilievo come Di Pietro e Rosi Bindi. Ha messo in evidenza il tentativo del governo di strumentalizzare il pur grave fatto accaduto. Ha enfatizzato il progetto di Maroni di contrastare i deficienti sul web, ventilando l’ipotesi di un disegno di censura su internet ancora tutto da dimostrare.
Fino a questo punto sembravano esistere tutte le prerogative perché, nell’alveo degli inviti ad abbassare i toni ripetuti più volte dal Presidente Napolitano, l’impatto della statuetta del Duomo con il viso di Berlusconi potesse rappresentare il punto di arrivo di un confronto urlato destinato a stemperarsi con l’apporto del buon senso.
Questa mattina però sul Messaggero si può leggere l'intervista ad Antonio Di Pietro che riporto integralmente:
ROMA (16 dicembre) - «Tutte le tv stanno lavorando per criminalizzare l'IdV, Annozero, il gruppo Espresso, pure l'Unità: vogliono trovare gruppi e persone da colpire - dice il leader dell'Idv, Antonio Di Pietro - Dietro questo atteggiamento ci sono chiari messaggi mafiosi. Chi deve capire poi capisce. Vogliono l'annientamento politico e fisico degli avversari politici». Di Pietro accusa Berlusconi e maggioranza di fascismo e sottolinea il ruolo di "Resistenza" dell'Idv affermando che «senza partigiani» non sarebbe stato possibile «eliminare» il Duce. All'osservazione che così non si abbassano i toni, il leader dell'Idv replica: «Loro li hanno alzati fino alle minacce fisiche, Cicchitto ha dato indicazioni sulle persone da colpire. Si scambia la vittima per l'aggressore, quando c'è un governo fascista e piduista per fortuna c'è qualcuno che inizia a fare resistenza». Al giornalista che obietta che in Italia non c'è il fascismo, Di Pietro risponde: «Scusi, ma quando c'era il Duce, la colpa era di chi denunciava o di chi limitava la libertà? Ci si poteva liberare di lui senza i partigiani?. La democrazia c'è solo con la pluralità dell'informazione, e in Italia è controllata, la magistratura è ridotta all'impotenza, la Corte costituzionale è accusata di guerra civile. L'unica differenza è che non c'è l'olio di ricino. Se c'è il fascismo prima o poi qualcuno spara... Non si faccia confusione. La nostra è una resistenza democratica e pacifica. Chi minaccia sono loro, che criminalizzano le opposizioni». I suoi toni la allontanano dal Pd? «Al contrario, serve un nuovo Cln, anche con Casini, per liberarci dell'anomalia piduista. Io non abbandono il fronte».
Personalmente nutriamo la convinzione che dichiarazioni come quelle rese da Antonio Di Pietro rappresentino al contrario il tentativo di trasformare l’aggressione di Massimo Tartaglia nel punto di partenza di una spirale di odio senza senso che potrebbe condurre il paese in acque ben più pericolose di quelle burrascose attraverso le quali navighiamo già adesso.
La volontà di rappresentare un mediocre governo (al pari di tutti quelli che lo hanno preceduto) scelto legittimamente dagli elettori nella reincarnazione del fascismo di Mussolini ci pare totalmente priva di senso. Soprattutto nell’anno del signore 2009, allorquando la stragrande maggioranza dei problemi, delle leggi e dei provvedimenti rivestono un carattere transnazionale e l’Italia è inserita all’interno della UE, della quale, anche grazie al voto di Di Pietro, condivide la Costituzione.
Così come totalmente privi di senso ed altamente pericolosi risultano i richiami alla guerra civile ed alla resistenza, trasposti in una realtà come quella dell’Italia di oggi, martoriata dalle lobby finanziarie e dalle multinazionali senza scrupoli. Dominata dall’egemonia americana, affamata dalle delocalizzazioni selvagge e dilaniata dai mentori della crescita e dello sviluppo che cementificando senza posa il territorio hanno reso l’aria irrespirabile ed annientato il nostro futuro.
Una resistenza che stando alle parole di Antonio Di Pietro dovrebbe portare ad una nuova guerra civile, dove a capeggiare il nuovo Cln si porrebbero lui, il PD e Casini, fino all’annientamento del nemico, piduista e fascista ed alla liberazione dell’Italia dal governo che gli italiani hanno scelto in elezioni democratiche.
Berlusconi non ci piace e non ci è mai piaciuto, ma ci piacciono ancora meno le guerre civili ed i condottieri che si autoproclamano come liberatori, senza essere stati deputati a farlo da nessuna volontà popolare. La strada intrapresa da Antonio Di Pietro ci sembra essere la peggiore possibile, in sé ben più pericolosa del gesto di Tartaglia e non ci resta che sperare che al momento della partenza per la guerra civile si ritrovi da solo, armato di una statuetta e nulla più.

Marco Cedolin ilcorrosivo 16.12.2009

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