Per molti versi la vicenda della statuetta gettata violentemente in faccia al presidente del Consiglio Berlusconi da parte dello sconosciuto Massimo Tartaglia sembra molto più simile ad un punto di partenza, piuttosto che non ad uno di arrivo, come invece sarebbe stato logico augurarsi.
La partenza di una stagione di odio che rischia di travalicare l’ambito del confronto civile, sia pur condotto con toni alti, per sfociare nella violenza, quella vera. Anziché il terminale di tutta una serie di tensioni che da molti mesi ammorbavano il confronto fra governo ed opposizione, con pesanti responsabilità di entrambe le parti.
Senza dubbio fin dai primi momenti susseguenti al ferimento, la maggioranza nell’analizzare l’episodio ha tentato di sfruttarlo a proprio uso e consumo. Presentandolo come un tentativo di assassinio, mentre forse non era proprio così. Stigmatizzando l’opposizione urlata che avrebbe “armato” la mano di Tartaglia, che invece avrebbe potuto essere semplicemente uno psicopatico armato dalla propria malattia. Esaltando le virtù e lo spirito stoico del Cavaliere che viene odiato nonostante si prodighi per il bene del paese. Enfatizzando l’affetto della gente accorsa al capezzale, quasi si trattasse di un martire. Criminalizzando e creando un caso intorno ai deficienti che sul web inneggiavano a Tartaglia e auspicavano l’uccisione di Berlusconi, mentre i deficienti sono sempre esistiti in ogni epoca e l’idiozia non è certo un prodotto di facebook o del web, né tanto meno un appannaggio di chi contesta Berlusconi, fra le cui fila i deficienti rappresentano oltretutto un’esigua minoranza.
L’opposizione dal canto suo ha tentato di ridimensionare il danno derivante da un’aggressione violenta che avrebbe potuto farle perdere consensi. Ha espresso in massa solidarietà a Berlusconi, sia pure con qualche eccezione di rilievo come Di Pietro e Rosi Bindi. Ha messo in evidenza il tentativo del governo di strumentalizzare il pur grave fatto accaduto. Ha enfatizzato il progetto di Maroni di contrastare i deficienti sul web, ventilando l’ipotesi di un disegno di censura su internet ancora tutto da dimostrare.
Fino a questo punto sembravano esistere tutte le prerogative perché, nell’alveo degli inviti ad abbassare i toni ripetuti più volte dal Presidente Napolitano, l’impatto della statuetta del Duomo con il viso di Berlusconi potesse rappresentare il punto di arrivo di un confronto urlato destinato a stemperarsi con l’apporto del buon senso.
Questa mattina però sul Messaggero si può leggere l'intervista ad Antonio Di Pietro che riporto integralmente:
ROMA (16 dicembre) - «Tutte le tv stanno lavorando per criminalizzare l'IdV, Annozero, il gruppo Espresso, pure l'Unità: vogliono trovare gruppi e persone da colpire - dice il leader dell'Idv, Antonio Di Pietro - Dietro questo atteggiamento ci sono chiari messaggi mafiosi. Chi deve capire poi capisce. Vogliono l'annientamento politico e fisico degli avversari politici». Di Pietro accusa Berlusconi e maggioranza di fascismo e sottolinea il ruolo di "Resistenza" dell'Idv affermando che «senza partigiani» non sarebbe stato possibile «eliminare» il Duce. All'osservazione che così non si abbassano i toni, il leader dell'Idv replica: «Loro li hanno alzati fino alle minacce fisiche, Cicchitto ha dato indicazioni sulle persone da colpire. Si scambia la vittima per l'aggressore, quando c'è un governo fascista e piduista per fortuna c'è qualcuno che inizia a fare resistenza». Al giornalista che obietta che in Italia non c'è il fascismo, Di Pietro risponde: «Scusi, ma quando c'era il Duce, la colpa era di chi denunciava o di chi limitava la libertà? Ci si poteva liberare di lui senza i partigiani?. La democrazia c'è solo con la pluralità dell'informazione, e in Italia è controllata, la magistratura è ridotta all'impotenza, la Corte costituzionale è accusata di guerra civile. L'unica differenza è che non c'è l'olio di ricino. Se c'è il fascismo prima o poi qualcuno spara... Non si faccia confusione. La nostra è una resistenza democratica e pacifica. Chi minaccia sono loro, che criminalizzano le opposizioni». I suoi toni la allontanano dal Pd? «Al contrario, serve un nuovo Cln, anche con Casini, per liberarci dell'anomalia piduista. Io non abbandono il fronte».
Personalmente nutriamo la convinzione che dichiarazioni come quelle rese da Antonio Di Pietro rappresentino al contrario il tentativo di trasformare l’aggressione di Massimo Tartaglia nel punto di partenza di una spirale di odio senza senso che potrebbe condurre il paese in acque ben più pericolose di quelle burrascose attraverso le quali navighiamo già adesso.
La volontà di rappresentare un mediocre governo (al pari di tutti quelli che lo hanno preceduto) scelto legittimamente dagli elettori nella reincarnazione del fascismo di Mussolini ci pare totalmente priva di senso. Soprattutto nell’anno del signore 2009, allorquando la stragrande maggioranza dei problemi, delle leggi e dei provvedimenti rivestono un carattere transnazionale e l’Italia è inserita all’interno della UE, della quale, anche grazie al voto di Di Pietro, condivide la Costituzione.
Così come totalmente privi di senso ed altamente pericolosi risultano i richiami alla guerra civile ed alla resistenza, trasposti in una realtà come quella dell’Italia di oggi, martoriata dalle lobby finanziarie e dalle multinazionali senza scrupoli. Dominata dall’egemonia americana, affamata dalle delocalizzazioni selvagge e dilaniata dai mentori della crescita e dello sviluppo che cementificando senza posa il territorio hanno reso l’aria irrespirabile ed annientato il nostro futuro.
Una resistenza che stando alle parole di Antonio Di Pietro dovrebbe portare ad una nuova guerra civile, dove a capeggiare il nuovo Cln si porrebbero lui, il PD e Casini, fino all’annientamento del nemico, piduista e fascista ed alla liberazione dell’Italia dal governo che gli italiani hanno scelto in elezioni democratiche.
Berlusconi non ci piace e non ci è mai piaciuto, ma ci piacciono ancora meno le guerre civili ed i condottieri che si autoproclamano come liberatori, senza essere stati deputati a farlo da nessuna volontà popolare. La strada intrapresa da Antonio Di Pietro ci sembra essere la peggiore possibile, in sé ben più pericolosa del gesto di Tartaglia e non ci resta che sperare che al momento della partenza per la guerra civile si ritrovi da solo, armato di una statuetta e nulla più.
Marco Cedolin ilcorrosivo 16.12.2009
di Piotr
1. Il primo pomeriggio del 12 dicembre 1969, uscito da una riunione del Movimento Studentesco all’Università Statale di Milano, inforcai la mia bicicletta e mi fermai un attimo lì vicino, in piazza Fontana dove c’era una bancarella ben fornita di libri interessanti a buon mercato. Era una mia sosta obbligata.
Poi me ne tornai a casa, a Città Studi. Appena entrato mi accolse mia madre col viso terreo: “C’é stata un’esplosione alla Banca dell’Agricoltura in piazza Fontana. Dicono che sia una bomba. Sono stata in pena per te. Qui ritorna il fascismo!”
Mia madre rivedeva la bomba all’Hotel Diana del marzo del 1921, rivedeva la Gestapo che arrestava suo cugino nel ‘44, i suoi disperati tentativi per farlo rilasciare, la sua morte in campo di concentramento. E vedeva con angoscia me espormi giovanissimo con la mia militanza nell’estrema sinistra.
Indifferente al suo sguardo preoccupato, scesi di corsa, rinforcai la bicicletta e pedalai a perdifiato fino a piazza Fontana. Era tutto transennato. Andai subito in Statale. C’era molta preoccupazione tra i compagni universitari e l’interpretazione ricorrente era: “Una provocazione fascista per fermare le lotte operaie e studentesche”.
La storia di quel che successe dopo dovrebbe essere nota (benché legga sui giornali che secondo un’inchiesta demoscopica molti giovani di oggi attribuiscono la strage alle BR, risultato indiretto, ma non preterintenzionale, dell’informazione “indipendente” e della mancanza di una controinformazione metodica). Questa storia merita ad ogni modo di essere ripercorsa solo nei suoi punti politici salienti.
2. Non mi soffermerò nei labirinti delle responsabilità materiali. Per me “Valpreda è innocente, la strage è di stato” è tuttora una delle poche intuizioni politiche esatte che allora ebbe la sinistra extraparlamentare.
E a quel tempo avevamo anche la forza di portare in piazza decine di migliaia di persone su questa parola d’ordine, con in testa quelli che chiamavamo i “giornalisti democratici”, come Giorgio Bocca, a prendersi il primo impatto delle cariche della polizia.
Già, perché lo scontro era duro. Nemmeno un mese prima la polizia aveva attaccato la gente che usciva da un convegno sindacale al Teatro Lirico, sempre a due passi dalla Statale, mentre si mischiava con i manifestanti della sinistra extraparlamentare. Durante gli scontri un giovane agente della celere, Antonio Annarumma, morì. Secondo la versione ufficiale, colpito da un tubo innocenti lanciato dai manifestanti, secondo noi a seguito dello scontro della sua jeep con un altro mezzo della polizia.
Ritorneremo sulla versione ufficiale tra pochissimo, perché è importante. Prima ricordo solo che Mario Capanna, leader del Movimento Studentesco, andò coraggiosamente al funerale dell’agente in Duomo per testimoniare l’estraneità del movimento alla sua morte e fu salvato dal linciaggio da parte dei fascisti grazie all’intervento del commissario Calabresi.
Il clima era questo.
Lo scontro aveva punte di grande violenza e le squadracce fasciste esistevano davvero. A prima vista forse non aveva del tutto torto mia madre a essere preoccupata.
Detta in breve, a sinistra si pensò subito all’attentato come a una mossa preparatoria per una reazione della destra e del padronato. Il Partito Comunista iniziò allora decisamente quella politica prima difensiva e poi arrendevole che venne trasformata via via in politica opportunista. Una politica opportunista che si trasformò ulteriormente dopo la caduta del Muro di Berlino, fino alla candidatura del personale politico ormai post-comunista, ad esecutore degli interessi atlantici, con in prima fila quelli statunitensi. Interessi atlantici intesi a tutto campo: in termini economici, con l’appoggio alla finanziarizzazione e globalizzazione neo-liberista guidate dagli USA - Kissinger dixit - e l’inizio della svendita della nostra economia pubblica; in termini geopolitici con la guerra alla Serbia, le missioni all’estero, e recentemente l’appoggio all’aggressione georgiana all’Ossezia del Sud e quello a Israele durante i massacri di Gaza; e in termini ideologici, basti pensare alla necessità della “guerra al terrorismo”, avallata concettualmente da Bertinotti fino a Gasparri, passando per Fassino, D’Alema & Co (con accenti differenti, però! Ma per carità, certo che sì: questa guerra la fa meglio Obama di quello stupido di Dubya Bush! Lungi da noi fare d’ogni erba un fascio! ops!).
Insomma, una marcia verso il posto di maggiordomo degli USA scandito a suon di “riforme economiche”, “difesa della democrazia” e di “antifascismo”.
In realtà, l’antifascismo in assenza di fascismo non può generare che mostri, essendo una mostruosità politica, un contenitore vuoto buono per tutti gli usi.
La riprova apodittica è che quando c’è bisogno veramente di antifascismo, come nel caso del golpe in Honduras di Micheletti e dei suoi gorilla usciti dalla Scuola delle Americhe, questi antifascisti si voltano tutti dall’altra parte.
3. Ma all’epoca della strage di piazza Fontana, esisteva o no un pericolo fascista?
Be’, la situazione effettivamente non era molto tranquilla. Due anni prima in Grecia, nell’aprile del 1967, c’era stato il golpe dei colonnelli capeggiati dall’indimenticabile (in quanto a lungo obiettivo dei più duri insulti da parte nostra) Georgios Papadopoulos.
Questi militari golpisti avevano contatti in Italia coi neofascisti istituzionali del Movimento Sociale Italiano e con quelli extraparlamentari di Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, oltre che con ambienti del SID, i servizi segreti italiani.
Quel golpe in un Paese europeo membro della NATO destava ovviamente grandi preoccupazioni. Dal canto suo, la controinchiesta della sinistra extraparlamentare su piazza Fontana, mostrò subito che gli autori della strage dovevano essere cercati in una commistione tra manovalanza neofascista italiana, servizi segreti e, in termini generici, lo Stato.
Noi quindi sostenevamo la correttezza della nostra analisi: “Valpreda è innocente, la strage è di Stato”, mentre il Partito Comunista si trincerava dietro la vaghezza opportunistica della parola d’ordine “Bisogna fare chiarezza”, con pochissime, ma pesanti, defezioni, come quella del primo avvocato di Pietro Valpreda, l’onorevole Alberto Malagugini, che in base a ciò che emergeva dal suo ufficio di difesa, giunse a scrivere che in effetti la strage era di Stato, cosa che provocò il suo spostamento alla Corte Costituzionale, come tentativo di emarginazione dalla politica da parte del suo partito.
4. Ma al di là dell’esattezza dei nomi dei supposti manovali, esecutori e infiltrati, in che modo la reazione aveva cercato di sfruttare la strage?
In quel periodo esisteva un partito chiamato PSDI (Partito Socialista Democratico Italiano). Derivava dal PSLI, il raggruppamento che si era staccato nel gennaio del 1947 dal Partito Socialista Italiano (allora PSIUP) con la cosiddetta “scissione di palazzo Barberini”, scissione ampiamente pilotata da ambienti atlantici. Negli anni Sessanta, questo raggruppamento divenne necessario per gli equilibri di governo di centrosinistra e così nel 1964 riuscì ad esprimere forse il peggior presidente della repubblica che l’Italia abbia mai avuto: Giuseppe Saragat, proprio colui che aveva guidato la scissione di palazzo Barberini. Fu sotto la sua presidenza che prese forma quella stagione detta “strategia della tensione” finalizzata a normalizzare le lotte sociali e politiche nate dal ‘68 studentesco e dal ‘69 operaio.
Il presidente Saragat iniziò personalmente, accusando gli operai, gli studenti e i sindacati della morte dell’agente di polizia Annarumma durante le violente cariche all’uscita del convegno sindacale al teatro Lirico, distorcendo i risultati dell’autopsia, come denunciò qualche anno dopo durante una drammatica conferenza alla Statale il direttore del reparto di chirurgia d’urgenza del Policlinico di Milano.
Si voleva creare un clima di odio contro gli studenti e gli operai.
Ma il peggio avvenne 23 giorni dopo con la bomba di piazza Fontana.
Saragat aveva un piano semi-golpista: dichiarare lo stato d’emergenza, ovvero la sospensione delle garanzie costituzionali, per bloccare l’avanzata delle sinistre così come aveva promesso nel recente incontro col presidente americano Nixon e il suo segretario di Stato, Kissinger. Ma l’allora presidente del consiglio, il democristiano Mariano Rumor non se la sentì di rischiare una guerra civile e si rifiutò di varare le leggi speciali richieste da Saragat.
Così qualcuno cercò di assassinare Rumor nel maggio del 1973 durante una cerimonia in ricordo del commissario Luigi Calabresi, ucciso l’anno precedente, scagliando una bomba nella Questura di Milano per mano di Gianfranco Bertoli, un sedicente anarchico - ti pareva! - che si era portato in Italia la bomba da Israele e risultò essere un informatore dei servizi segreti - tanto per cambiare.
Mariano Rumor si salvò, ma rimasero uccise quattro persone e altre cinquantadue vennero ferite.
Si noti che Rumor non era affatto della “sinistra democristiana”, bensì era fondatore e leader della corrente centrista dei “dorotei”. Sulla carta era quindi decisamente più a destra di Saragat, socialista fin dal 1922, ex resistente, incarcerato dai nazifascisti, deputato alla Costituente (insomma un bel curriculum) e il cui partito sfilava nei cortei canonici della sinistra (Primo Maggio, 25 aprile, ecc.) facendosi accompagnare nientemeno che dalle note dell’Internazionale.
Ma al momento decisivo Rumor si dimostrò più democratico e più indipendente dagli USA del rinnegato presidente della repubblica, “socialista” e “internazionalista”.
A questo punto possiamo passare al secondo argomento.
5. Il giorno dopo il No B Day, le forze della “sinistra radicale”, sia partitiche sia sociali, che vi hanno partecipato sono nuovamente prive di voce e, quel che è peggio, prive di una qualsiasi iniziativa politica autonoma, non parliamo di una purchessia possibilità di egemonizzare il fronte anti-Berlusconi.
In altri termini, il peggior scenario che si poteva prefigurare (e che a mo’ di Cassandra avevo prefigurato) sta delineandosi.
Facendosi forte del momento, Casini lancia la proposta di un fronte comune di tutte le forze di opposizione contro Berlusconi e Bersani, così come Paolo Ferrero, si annuncia immediatamente disponibile (più cauto Rutelli, sempre in cerca di un posto al sole per dare un minimo di sostanza al suo essere “incolore e insapore come un cibo transgenico”, come genialmente lo caratterizzò una volta Luigi Pintor).
Non voglio prendermela con gli studenti, i precari, i “concerned citizens” che sono andati in piazza preoccupati per il proprio futuro e per lo stato comatoso della politica e dei rapporti civili nel nostro Paese. Non me la prenderò di certo con chi è sceso in piazza perché esacerbato dal becero razzismo padano e dalle mosse tanto stupide quanto irritanti di un premier in mezzo al guado, che non sa dove andare (per me finirà nelle sabbie mobili) e che se la prende coi “comunisti” perché quasi geneticamente impossibilitato ad ammettere che i suoi guai sono dovuti ai più conseguenti e duraturi anticomunisti del Novecento.
Molti sono andati in piazza ponendosi comunque il dubbio se quella mobilitazione non fosse una sorta di mini rivoluzione colorata (di viola, nella fattispecie) eterodiretta.
Non me la prendo con loro.
Me la prendo invece con quei soloni che armati di sicumera hanno ricoperto di insulti chi si poneva dubbi seri sull’opportunità di accodarsi all’IDV, al partito familista di un uomo, tanto per dirne una, che si è fatto largo nella politica grazie alla sua escalation negli organi repressivi dello Stato (polizia e magistratura).
Me la prendo con quegli arroganti che avrebbero messo volentieri al paredón chi osava porsi dei dubbi su chi avrebbe raccolto i frutti di questa “radiosa” giornata decembrina (e si stia molto attenti che queste proteste non diventino realmente come le “radiose giornate di maggio” dove, come denunciava Gramsci, “una classe di chiacchieroni, di scettici, di corrotti ... con tutti i riflessi giornalistici, oratori, teatrali”, “scimmieggia la classe operaia” scendendo in piazza).
Me la prendo con quelli che, non giovani ma non saggi, seppelliscono ogni legittimo dubbio sotto la retorica di una lotta di classe che rintracciano in ogni possibile fruscio di bandiere rosse, incuranti della storia, della politica, di ogni controesempio alle loro tesi preconcette, perché disdegnano l’intelligere, i tentativi di analisi più approfondite, tutti presi come sono da orgasmi empirici e necessariamente passeggeri.
Il problema che avevo posto (e per cui ancora una volta qualche stolida cariatide mi ha dato del cripto-fascista, anche se in forma indiretta e serpentesca) era semplicissimo: capire se abbiamo le forze, o come procurarci le forze se non le abbiamo, per opporci a una soluzione post-Berlusconi preconfezionata; una soluzione che nel pacchetto regalo vede un neo-centro filoamericano caratterizzato da Rutelli, Casini e Buttiglione, (il nuovo che avanza!) - più altri vecchi arnesi fuoriusciti dai due poli - e guidato da Gianfranco Fini, cioè da colui che gli USA vogliono far succedere a Berlusconi, come ribadito con la spocchia del funzionario dell’impero per ben due volte a “Ballarò” dal geostratega statunitense e spione freelance Edward Luttwak, uno che ha le mani insanguinate nel golpe cileno del 1973, uno che sosteneva Hillary Clinton alla presidenza perché la vedeva “più incline a ordinare bombardamenti sull’Iran”, uno che ha scritto il saggio “Give war a chance” (date una possibilità alla guerra). Uno che non a caso ha scritto “Colpo di Stato: Un pratico manuale tascabile”.
Questo uomo d’onore ci viene a dire dalla nostra televisione pubblica che gli Stati Uniti vogliono giù Berlusconi e su Fini. Fini, che non a caso viene subito convocato dal neo insediato ambasciatore statunitense. Fini, che non a caso a febbraio andrà negli USA come “interlocutore privilegiato”.
di A. Berlendis Ripensare Marx
1. La scelta cromatica effettuata da coloro che potrebbero costituire gli scherani della tentata (contro)’rivoluzione viola’ ci dice più di quel che si possa immaginare sulla natura e sul significato di tale mobilitazione. Il colore viola è il risultato della miscela tra i colori rosso e blu: il rosso dei residuati di sinistra sradicata ed il blu quale sfondo su cui si stagliano le cinquanta stelle degli Stati Usa in cui le quinte colonne interne ex-pci vorrebbero si accodasse anche l’Italia come 52° (perché da sempre la 51° spetta alla Gran Bretagna).
Ancora più indicativo è lo sguardo al colore di provenienza delle matrici dei partecipanti, sempre il rosso dei sinistri (nelle sue varianti), e del vero e decisivo attore, il nero di una figura (Di Pietro) proveniente dagli apparati statali repressivi (prima la polizia e poi la magistratura) e che anche in un volume con lui smaccatamente benevolo è dipinto come "un moderno trasformista di idee conservatrici". La miscela di colori rosso e nero dà il marrone; questo chiarisce il segno politico dell’azione eversiva: una (contro)’rivoluzione’ color merda (dizione ui bisogna riconoscere la primazia a GP). Color merda, perché è tale la sostanza con cui combattono in modo ideologicamente impolitico, un conflitto politico (di cui neanche colui che né è investito e oggetto, cioè Berlusconi, si dimostra in grado di coglierne e rivelarne la vera natura); ad esempio tramite il giustizialismo, cioè l’invocazione dell’azione degli apparati statali repressivi di tipo giudiziario per l’eliminazione dell’avversario che non si riesce a sconfiggere sul terreno direttamente politico. Color merda, perché di tale consistenza è il tipo di situazione economico-sociale in cui i dominanti (Usa) tramite i loro servitori vogliono ri(con)durre l’Italia. Da tale olezzo sorge una domanda impellente: perché costoro, novelli paladini della Libertà non usufruiscono loro stessi della libertà di informarsi circa le caratteristiche della leadership dipietrista e che illuminano la natura sociale della forza politica di cui è espressione.
Le quarte di copertina di più d’un volume evidenziano infatti i seguenti tratti che "il leader dell'Italia dei Valori lascia regolarmente nell'ombra: l'autoritarismo, il familismo, il partito fondato sull'obbedienza al capo, la disinvoltura nell'incassare e gestire il finanziamento pubblico, gli accordi sottobanco col ‘regime’ berlusconiano, lo spettacolare trasformismo, l'esibita duttilità di chi sembra disposto a tutto pur di realizzare la sua seconda rivoluzione [dopo quella di Mani Pulite] e punta così a inasprire ogni conflitto istituzionale, delegittimare ogni baluardo di riferimento, dipingere un paese svuotato di democrazia." O ancora segnalano che il leader dell’IDV è “il camaleonte che una sera frequentava i socialisti, quella dopo i democristiani e quella dopo ancora i circoli di sinistra, soprattutto la testa di ariete di un progetto strategico ingenuo e pericoloso.”
2. Essendo le forze della sinistra radical delle componenti aggiuntive all’aggregazione viola, alla cui testa è l’IDV, è opportuno ritornare alla lezione gramsciana che amano a sproposito citare e commemorare. Gramsci analizzò la genesi del fascismo in Italia anche secondo la seguente ottica: “Il sovversivismo popolare è correlativo al sovversivismo dall’alto, cioè al non essere mai esistito un ‘dominio della legge’, ma solo una politica di arbitri e di cricca personale o di gruppo.” Quindi egli ipotizzò l’intreccio di un sovversivismo dall’alto (frazioni delle classi dominanti) con un sovversivismo dal basso (ceti medi) quale dinamica innescante e coadiuvante del processo, che terminò con la prevalenza—sempre contingente—della forma autoritaria statale. Dobbiamo qui però porre l’accento su una (tra le altre) differenza fondamentale con la situazione odierna: l’attuale sovversivismo dall’alto è funzionale e manovrato da un altro sovversivismo, che potremmo definire sovversivismo dall’esterno (Usa).
Quindi i manifestanti violacei si pongono quale potenziale complemento di quelle forze politiche (Pd e fininani) costituenti l’espressione dei registi interni (i subdominanti della Grande Finanza & Industria Decotta), che sono a loro volta sono mossi e orientati, in contrasto con gli interessi italiani di breve e medio periodo, dai gruppi di agenti strategici statunitensi. Quei manifestanti appaiono quindi come il gramsciano ‘Popolo delle scimmie’, cioè “La piccola borghesia, che ha definitivamente perduto ogni speranza di riacquistare una funzione produttiva (…) cerca in ogni modo di conservare una posizione di iniziativa storica: essa scimmieggia la classe operaia, scende in piazza. Questa nuova tattica si attua nelle forme e nei modi consentiti a una classe di chiacchieroni, di scettici, di corrotti: lo svolgimento dei fatti che hanno preso il nome di ‘radiose giornate di maggio’, con tutti i riflessi giornalistici, oratori, teatrali, piazzaioli durante la guerra, è come la proiezione nella realtà di una novella della giungla del Kipling: la novella del Bandar-Log, del popolo delle scimmie, il quale crede di essere superiore a tutti gli altri popoli della giungla, di possedere tutta l’intelligenza, tutta l’intuizione storica”.
Il comunista sardo definiva questa tipologia di fenomeni come “Sovversivismo reazionario” avvertendo che un fenomeno agitatorio “nella sua materialità, può essere oggi sovversivo, domani reazionario.” Per questo sostenne che il tipo di sovversivismo che assume questo segno reazionario (come oggi le ‘radiose giornate antiberlusconiane’), “Per noi e per tutti coloro che qualcosa comprendono del gioco di forze che fa la politica, non si tratta che di una mosca cocchiera.”
3. La rilettura della favola di Fedro ‘La mosca cocchiera’ attualizzata, illustra bene quanto sopra. Una carrozza (l’Italia) si trovò ad affrontare un pendio (la ricerca di una propria, pur minimale, autonomia ed il perseguimento del proprio interesse nazionale), ma era spinta in altra direzione da un cocchiere (gli Usa) tramite l’uso delle briglia per spronare i propri cavalli (costituiti dal PD e finiani). Per cercare di farla andare nella direzione voluta, il cocchiere fece persino scendere i passeggeri (il governo B). A quel punto sopraggiunse una mosca (la mobilitazione viola) che esclamò: ‘Per fortuna sono arrivata io!’. E cominciò a ronzare negli orecchi degli animali, a pungere ora questo ora quello, or sul muso or sul dorso. […] E diceva: ‘A darmi pena sono io sola. Tocca a me far tutto. Tutto cade sulle mie spalle. Ah che lavoro!’.
Finalmente la carrozza, in virtù del traino dei cavalli giunse dove il cocchiere la voleva portare. I viaggiatori, mutati (adesso c’era il governo F o similari..), ripresero il loro posto; il cocchiere fece schioccare la frusta; i cavalli si rimisero al trotto. Sul tetto della carrozza la mosca trionfava. ‘Li ho condotti, eh, fin quà! Se non c’ero io!’—si lagnava. ‘Nemmeno grazie mi dicono. Dopo tutto ciò che ho fatto.’
Sarà così che gli adoratori della Costituzione commetteranno le più grandi violazioni della stessa, autodefinendole però quali azioni di difesa della stessa carta costituzionale. Tenteranno cioè di rovesciare con mezzi extracostituzionali, ponendosi inoltre al servizio di una potenza straniera, un governo legittimamente in carica secondo le regole fissate dallo loro venerata Costituzione e da loro formalmente accettate.
Esattamente così come l’aggressione, quindi un’azione offensiva, tramite bombardamento aereo della ex-Jugoslavia è diventato un’azione di difesa integrata!
Prova generale di "rivoluzione viola" per avere più neoliberismo
T.P. Selvas 8 dicembre 2009
La protesta di piazza contro Berlusconi, dal numero di adesioni oscillante dai 90mila (questura) ai 3 milioni (organizzatori), si è stabilizzata attorno ad una stima di 900mila. Ma non è questo il punto focale. C’è stato soprattutto il viola, poco rosso.
Decidere del destino di un governo è un atto sovrano che compete unicamente ai cittadini, in questo caso italiani. Lasciano molti dubbi le aperte interferenze di giornali stranieri, arrivati nell’ultima settimana a intitolare “Gli italiani meritano un altro governo”. Questi “aiutini” interessati sono stati accettati ed esibiti come trofei sia dalla componente viola che rossa.
Berlusconi è uomo di destra, entusiasta neoliberista, conservatore tutto d’un pezzo, fiero “globalizzatore”, ha privatizzato la compagnia aerea ed ha messo all’asta una gran quantità di beni immobili pubblici. A lui interessa fare affari, sempre e comunque.
Che cos’è, quindi, a renderlo tanto inviso al Financial Times e alle gazzette nordamericane? Non certo le Noemi e le concubine; quanto a mafia e mafiosi... Washington ha sempre convissuto e foraggiato tutti i governi collusi o ciechi, dal 1945 ad oggi. Anzi, ne esportò nella penisola un gran quantitativo, prima dello sbarco in Sicilia. In ogni caso, è un problema interno degli italiani, non di Londra.
Washington e Londra puntano il dito contro le cattive compagnie di Berlusconi, sono indigeste le sue frequentazioni con Gheddafi e Putin: c’è puzza di gas. La firma congiunta dell’accordo con la Russia e la Turchia per l’arrivo in Italia del gasdotto South Streem è la goccia che ha fatto traboccare il vaso. La soluzione gradita dagli USA è un’altra, c’è il diktat Nabucco. Anche la Germania ha concluso un accordo con la Russia per un gasdotto diretto che fa fuori tutti i mediatori e sensali (in primis Polonia): è il North Stream.
Però c’è una differenza: l’Italia continua ad essere un Paese a sovranità nazionale limitata, pertanto ha presenziato alla prova generale per una primaverile “rivoluzione colorata”. La piazza non-viola, non sembra interessata a questo, nè ai gasdotti o autonomia energetica. Preferisce le scorciatoie.
Non è interessata ad evitare che Washington controlli il rubinetto delle forniture gasifere o che la BP o Texaco mettano le mani sull’ENI. Rinuncia anche a rivendicare soluzioni proprie alla crisi, vantaggiose al mondo del lavoro o perlomeno ai suoi elettori, e si diluisce gioiosamente nel grande fronte viola. Un arco omnicomprensivo che spazia dal Financial Times a Fini, dal jolly Di Pietro a Rupert Murdoch, e fa l’occhiolino a Draghi e Montezemolo: occhio alla cassa integrazione e pensioni.
Forleo: ieri incidente mentre tornava a Milano Finita contro il guard rail, forse per cambio corsia altra auto
04 dicembre 2009
(ANSA)- CREMONA, 5 DICEMBRE - Il giudice del tribunale di Cremona Clementina Forleo e' stata coinvolta ieri sera in un incidente stradale sull'autostrada per Milano.
Il magistrato ha riportato fratture allo zigomo e alla mandibola ma ha rifiutato il ricovero. Forleo era a bordo della sua Opel, quando ha sbattuto contro il guard-rail. La polizia stradale propenderebbe per una manovra brusca da parte del Gip di Cremona che potrebbe essere stata innescata dall'improvviso cambio di corsia di un' altra vettura.
Clementina Forleo salvata dall'airbag: incidente in autostrada, fratture al volto
Deputato Idv accusa: spinta fuori strada, tutelare il giudice. La Procura: escluso per ora impatto con altra automobile
Il Messaggero 04-12-2009
ROMA (5 dicembre) - Il giudice Clementina Forleo è rimasta ferita ieri sera in un incidente, finendo con la sua Opel contro il guardrail sull'autostrada per Milano all'altezza del casello di Lodi. Il magistrato tornava a casa dopo la giornata in tribunale a Cremona, dove ora presta servizio. Al pronto soccorso dell'Ospedale Maggiore di Lodi sono state riscontrate al magistrato fratture allo zigomo e alla mandibola, ma la Forleo ha rifiutato il ricovero.
Salvata dall'airbag. Sulle cause dell'incidente indaga la polizia stradale di Guardamiglio, in provincia di Lodi. Non si esclude che un automobilista abbia compiuto una manovra azzardata e abbia tagliato la strada alla Opel. L'airbag ha salvato la vita al giudice Forleo, ma l'impatto è stato violento. Il presidente del tribunale di Cremona, Carlo Maria Grillo, è stato il primo ad essere informato dalla polizia stradale. Ieri la Forleo aveva celebrato alcuni processi come giudice monocratico. Alle tre del pomeriggio e per oltre un'ora e mezza, era stata impegnata nell'udienza preliminare sui formaggi avariati e riciclati, infine era attesa in carcere per una udienza di convalida di un arresto. Rientrata in tribunale e sbrigate le ultime incombenze, era ripartita per Milano.
Secondo il deputato Idv Pierfelice Zazzera «il giudice Forleo è stata spinta fuori strada da un'auto poi fuggita» e ha chiesto un servizio di tutela per il magistrato. «Siamo preoccupati - ha detto Zazzera - per l'atteggiamento sordo di chi dovrebbe tutelare la magistratura e non lo fa, soprattutto in relazione all'episodio della scorsa notte, tanto più che, come si ricorderà, i genitori del magistrato brindisino sono rimasti uccisi in un incidente ancora pieno di misteri. Ci auguriamo che chi di competenza intervenga quanto prima, sia in relazione alla scorta che per l'accertamento dei fatti della scorsa notte».
L'incidente non sarebbe legato ad un impatto con un'altra auto. A sostenerlo, fonti di Palazzo di giustizia secondo le quali, per ora, si dovrebbe escludere l'ipotesi di un impatto con un altro veicolo. La polizia stradale propenderebbe per una manovra brusca da parte del Gip di Cremona che potrebbe essere stata innescata dall'improvviso cambio di corsia di un' altra vettura.
Forleo tamponata da un pirata
Senza Colonne 5 Dicembre 2009
Francavilla Fontana (Br) – Il giudice del tribunale di Cremona, Clementina Forleo, è stata coinvolta giovedì sera in un misterioso e grave incidente stradale, lungo l’autostrada per Milano all’altezza del casello di Lodi. Nello schianto della vettura contro il guardrail il magistrato bridinsino ha riportato fratture allo zigomo e alla mandibola. E le sue condizioni non sarebbero gravi.
Inquietanti invece sono le voci di un possibile attentato, diffuse ieri dal deputato pugliese dell’Italia dei valori Pierfelice Zazzera. “Ho appreso – ha detto fatto sapere ieri il parlamentare -, che l’auto di Clementina Forleo è stata spinta fuori dalla carreggiata da un altro veicolo. Lei è salva, ma chi ha provocato l’incidente è fuggito, facendo perdere le proprie tracce”. “La dinamica dell’incidente – ha proseguito Zazzera –, ancora oggetto di indagine, è in fase di ricostruzione, sebbene riteniamo assolutamente grave che il magistrato sia ancora sprovvisto di un servizio di tutela assegnato alla sua persona, considerando la delicata attività svolta in occasione delle inchieste sulle scalate bancarie”.
Forleo: 'Sono viva per miracolo'
“Sono viva per miracolo, adesso spero che qualcuno si muova e mi riassegni quella scorta che mi è stata tolta…”. È così che il giudice Clementina Forleo racconta l’incidente stradale di cui è stata vittima giovedì sull’Autosole, tra Casalpusterlengo e Lodi, mentre guidava verso Milano.
Il gip che nel luglio dell’anno scorso è stata trasferita per incompatibilità ambientale dal Csm dopo che aveva parlato di “sottili pressioni” patite da “poteri forti” quando si stava occupando del caso Unipol/Bnl, rientrava da Cremona, sua nuova sede di lavoro. “Un’auto che viaggiava alla mia destra si è affiancata e mi ha improvvisamente speronato – racconta Forleo – quindi sono finita sulla corsia di sorpasso e poi sulla barriera di new jersey…A salvarmi la vita è stato l’airbag. Se sia stato uno speronamento volontario non lo so, io ogni giorno faccio quella strada…e visto quello che mi è accaduto l’estate scorsa, cose gravissime di cui non posso parlare perché c’è un’indagine in corso, ritengo che mi debbano ridare la scorta. Rispetto le istituzioni, ma la cosa deve essere reciproca…Le minacce e le oramai troppe vicende strane capitate sono la prova che devo essere tutelata, e invece lo Stato protegge gente che non corre alcun pericolo…ho paura”.
L’auto che avrebbe causato l’incidente è sparita nel nulla, del caso si occupa la polizia stradale di Lodi. “Stanno facendo accertamenti su una gomma scoppiata della mia vettura”, dice il gip che nell’urto ha riportato la frattura dello zigomo. Chiarezza al più presto ha chiesto il deputato dell’Idv Pierfelice Zazzera.
Corriere.it 6.12.2009
Dietro una porta verde, nel cuore di Soho, Ken Loach, il regista militante di Riff Raff, Piovono pietre, Il vento che accarezza l’erba, lavora al nuovo Route Irish, come il pericoloso percorso che a Baghdad divide l’aeroporto dalla «Greenzone» delle ambasciate e delle istituzioni americane. Al centro della storia due «contractors», guardie di sicurezza private impegnate in Iraq. Oppure semplicemente mercenari, cui si devono le morti impunite di numerosi civili iracheni. In un angolo, tra libri e scatoloni, un poster con due Pinocchi che scortano un gendarme. La fiaba capovolta, l’utopia al potere, i controllori controllati. Basterebbe quell’immagine a dare il senso dell’opera di un autore che non ha mai smesso di lottare per le sue idee, con forza, con coerenza, ma anche con gentile ironia e sottile understatement. I suoi non sono film roboanti. Eppure, sia che parli d’amore, di lotta di classe, o anche di una crisi esistenziale risolta dall’intervento fantastico di un campione di football come nel Mio amico Eric (da venerdì al cinema dopo l’anteprima a Cannes), Loach è sempre lucido, graffiante, diretto.
Route Irish parla di un guerra in cui Paesi come il suo e come l’Italia sono direttamente coinvolti, anche se spesso succede di ricordarlo solo in occasione di incidenti tragici. È il nuovo modo di vivere i conflitti?
«Credo di sì. I protagonisti del mio film sono ex soldati che lavorano per compagnie private, oggi il problema riguarda soprattutto l’Iraq ma, a parte la Seconda guerra mondiale, è già accaduto che i popoli si siano ritrovati al centro di conflitti senza saperlo, o comunque senza capirne le ragioni».
Parlerà anche delle scelte dell’ex premier Tony Blair?
«Certo, Blair ha avuto un ruolo fondamentale in Iraq. Sono certo che se ad andare in guerra fossero stati i suoi figli, allora ci avrebbe pensato a lungo. Ma erano quelli degli altri, quindi nessun problema».
Qual è stata la sua colpa peggiore?
«Sicuramente il cinismo. Erano in tanti, soprattutto giovani, quelli che, dopo la sua elezione, avevano sperato realmente nella possibilità del cambiamento. Ci hanno creduto, e, dopo aver visto come è andata, hanno perso ogni fiducia e ogni entusiasmo. Le colpe di Blair riguardano l’atteggiamento con gli Usa, la sua vanità, l’amicizia con Berlusconi, ma soprattutto l’aver tradito le speranze delle persone».
Lei non ha mai vissuto momenti così, di delusione totale?
«Certo, negli Anni Ottanta. A un certo punto ho pensato che fosse inutile continuare a fare film, stavo decidendo di lasciar perdere. Le mie ultime cose erano andate male, giravo documentari per la tv, ma non li trasmettevano, oppure li mandavano in onda in orari assurdi, di notte, tardissimo. Era l’epoca della Thatcher, le tv avevano una gran paura, preferivano non assumere atteggiamenti critici...»
Poi però ha risalito la china, ha girato film bellissimi, premiati ovunque. Insomma, rinascere è possibile, proprio come racconta nel Mio amico Eric. Qualcuno si è meravigliato per questo suo film sorridente, con un lieto fine.
«Non so perché ci si sia stupiti, in tanti dei miei film si ride... Parlo spesso di amicizia, di solidarietà, di senso di comunità. E lo faccio anche qui, perché, intorno al calciatore Cantona, ci sono i compagni di lavoro che lo aiutano e lo sostengono. Rapporti importanti, che oggi si vanno perdendo. Le aziende assumono sempre di più solo con contratti a termine, quel tipo di legame, costruito negli anni, nutrito con la vicinanza quotidiana, sta scomparendo».
Aveva sempre dichiarato di non voler dirigere star, stavolta lo ha fatto, con un divo del calcio, noto anche per le sue intemperanze. Come è andata?
«I divi temono sempre di avere qualcosa da perdere, devono essere all’altezza della loro fama, non tradire le aspettative del pubblico, per questo certe volte è difficile lavorarci... La cosa più importante è che un attore sia giusto per il ruolo, Cantona lo era e soprattutto, in quanto calciatore, è abituato al gioco di squadra, a lavorare in gruppo. Fare un film vuol dire esattamente questo».
Perché il calcio è così amato?
«Perché è un gioco magnifico, perché è importante, dopo una settimana dura, avere un appuntamento con la squadra del cuore, con qualcosa in cui si crede profondamente».
La sua prima volta allo stadio?
«A cinque anni, con mio padre... Ricordo soprattutto gli uomini che fumavano intorno a me».
Un film può ancora cambiare il mondo?
«Certo, c’è ancora spazio per film belli come il vostro Gomorra».
Fulvio Caprara LaStampa 1.12.2009
La diaspora. Le porte sbattute in faccia. Le defenestrazioni per chi osa dissentire. E un familismo dilagante, cui si accompagna l'occupazione spinta delle cariche amministrative nelle istituzioni. Ecco il volto truce di Italia dei Valori, con tutta la geografia completa, in questo nuovo, impietoso dossier.
Uno spettro s'aggira per l'Italia dei Valori. La ribellione. Nata nei circoli dell'IdV, si sta diffondendo sulla Rete, alimentata dalle cronache delle espulsioni e sospensioni che i vari colonnelli dipietristi infliggono a chiunque metta in discussione la gestione autoritaria e affaristica del partito. I ribelli si sono gia' dati un coordinamento nazionale, che cerchera' di organizzare la protesta in vista dei congressi provinciali di dicembre e di quello nazionale di febbraio.
A sollevarsi non sono colonnelli delusi da mancate candidature, o gerarchetti di provincia detronizzati dal capriccioso e volubile Di Pietro, ma giovani che hanno scelto l'Idv perche' attratti dal mito di un partito di duri e puri e che invece hanno poi scoperto essere simile a tutti gli altri, forse anche peggio. Sono militanti che non vogliono controllare pacchetti di voti e tessere fasulle o sistemare figli, mogli e amanti, ma che contestano un partito ormai pieno di gente che fa politica alla ricerca di poltrone e indennita', proprio per piazzare mogli, figli e amanti. Un partito che poi riesce a ricrearsi una falsa verginita' grazie ai salotti tv dove il personaggio Antonio Di Pietro va a recitare la fortunata parte del politico antisistema.
Ormai pero' questa truffa mediatica e' stata svelata e la scaltra doppiezza di Tonino, un cuore mastelliano ricoperto da una ingannevole coltre movimentista, e' diventata il bersaglio polemico dei rivoltosi, i quali hanno anche capito che le promesse di rinnovamento profuse dopo l'inchiesta di Micromega saranno da lui puntualmente disattese.
Per rendersene conto basta scorazzare per l'Idv lungo la penisola. A Roma, ad esempio, il partito di Di Pietro fa la voce grossa contro le leggi ad personam del Cavaliere. Ma contemporaneamente a Campobasso il consigliere regionale IdV, Nicandro Ottaviano, propone e fa approvare una sanatoria regionale per le abitazioni costruite su terreni agricoli utilizzando il piano casa di Berlusconi. Ottaviano e' proprietario di una villa costruita a Venafro proprio su un terreno agricolo, non registrata al catasto, per la quale non paga tasse ne' al comune ne' allo stato. Sempre in Molise, l'IdV ha perso oltre 30 tra i suoi uomini migliori (se ne sono andati il senatore Giuseppe Astore e il consigliere regionale Massimo Romano) per far posto a cinque fuoriusciti del Pdl, due dei quali provengono da Forza Italia. Il tutto per garantire a Cristiano Di Pietro una candidatura tranquilla alle regionali senza il suo nemico Astore tra i piedi.
CRAXIANI PORTE APERTE
Se l'IdV a Roma sbraita contro la privatizzazione delle acque voluta dal Governo, a Genova il ras Giovanni Paladini si schiera per la privatizzazione dei servizi idrici attraverso la fusione di Iride ed Enia. E intanto nella capitale Stefano Pedica fa nominare il capo della sua segreteria politica Salvatore Doddi, (un ex del Nuovo Psi di Gianni De Michelis), vicepresidente dell'Acea Ato2. L'Acea, come e' noto, con le privatizzazioni dei servizi idrici fara' affaroni. D'altra parte Pedica a Roma ha imbarcato una nidiata di ex craxiani ed ex Forza Italia. Su tutti Oscar Tortosa, vice coordinatore regionale del Lazio, ex assessore della giunta Carraro condannato in primo grado per un giro di tangenti all'Acea, poi prosciolto, protagonista nel 2006 di una contestata operazione edilizia quando era presidente dell'ex Pio Asilo Savoia e ora favorevole alle multe ai lavavetri volute dal sindaco Gianni Alemanno.
DA PALADINI A PORCINO
Tornando a Paladini, nessuno meglio di lui incarna le contraddizioni dell'IdV. Leader a Genova del sindacato di destra della Polizia, ha dapprima imposto la sua ex segretaria e fidanzata Marylin Fusco come capogruppo IdV in consiglio comunale, poi l'ha piazzata nel cda della Carige, e ora la ricandidera' anche alle prossime regionali, puntando a farla diventare addirittura vicepresidente della Regione. Ricco proprietario di cave, Paladini andava al lavoro in Questura con una fiammante Porsche e in privato si vanta di essere amico di Pier Silvio Berlusconi. Potrebbe essere vero perche' la sua Marilyn, la cui aspirazione e' fare un film come regista, avrebbe gia' cominciato le riprese della sua opera a Genova con una troupe di Mediaset. Non a caso, fu proprio la Fusco a dichiarare che Silvio Berlusconi e' un perseguitato dalla magistratura.
Tanto per non smentirsi Paladini, dopo aver collocato presidente di “Sviluppo Genova” il suo amico Pierluigi Porazza, ha gia' pattuito con il sindaco di Genova un posto per un suo uomo nel cda di Iridenia. Paladini inoltre ha come autista tale Giuseppe Contino, iscritto IdV, ex guardia carceraria, accusato di violazione degli obblighi di assistenza a moglie e figli, violenza privata e minacce. Altra pedina di Paladini e' l'assessore IdV del comune di Vezzano Ligure, Patrizia Saccone, che ha a carico una denuncia per ricettazione di un cellulare.
A favore della fusione Iridenia e, dunque, della privatizzazione dell'acqua, si e' schierato a Torino anche il deputato Gaetano Porcino, che ha appena ottenuto da Di Pietro il via libera alla candidatura alle regionali per un giovane esordiente di 21 anni: suo figlio. Ecco le facce nuove di cui parla Di Pietro. Nel partito dell'ex eroe di Mani Pulite, d'altra parte, il familismo si intreccia a privilegi e discrezionalita'. Al consigliere regionale emiliano, Paolo Nanni e' stato concesso da Di Pietro di mantenere la poltrona di consigliere provinciale, doppio incarico a tutti proibito.
MURA DI GOMMA
Intanto la commissaria regionale Silvana Mura (lo e' da 5 anni, mai votata dagli iscritti) si e' fatta rimborsare dal partito le spese di vitto e alloggio per se' e per i suoi tre assistenti, 19.200 euro in soli 9 mesi, (l'IdV emiliano riceve da Roma in tutto 20 mila euro l'anno di contributi). Un privilegio negato agli altri coordinatori regionali che si pagano le spese da soli. Quando la tesoriera regionale Paola Manzan, una commercialista regolarmente eletta da un congresso, si e' permessa di avanzare qualche critica ai rimborsi della Mura, quest'ultima l'ha immediatamente defenestrata, nominando tesoriera la sua segretaria personale, Sonia Milani.
Per capire come si comporti la Mura basti ricordare che ha ordinato alla Manzan di far sparire alcuni documenti che attestavano un errore contabile, ovvero la mancata rendicontazione del pagamento di alcune fatture relative a spese pubblicitarie dei singoli candidati, come chiede la Camera dei deputati. La Manzan si e' rifiutata di obbedire. Forse anche per questo non e' piu' tesoriera del partito. Inoltre l'onorevole ex indossatrice ha rimosso con un tratto di penna il coordinatore cittadino bolognese, Domenico Morace, perche' si e' azzardato a chiedere di partecipare agli incontri politici con il Pd, dopo essere stato delegato a farlo dal coordinamento cittadino. A Parma la Mura ha quindi fatto nominare il suo assistente, Paolo Vicchiarello, nel cda dell'universita'. A Bologna ha piazzato un altro assistente, Gianluca De Filio, nel cda della Ervet, una societa' di servizi della Regione Emilia. E sempre a Bologna Mura ha sistemato il coordinatore provinciale dell'IdV, Francesco Pagnetti, nel cda della Fondazione Banca del Monte, incarico da 8000 euro annui.
Tra le tante societa' in house della Regione Emilia c'e' anche la Nuova Quasco, specializzata in controlli su appalti e sicurezza. Il suo a.d. e', dal giugno 2008, Gabriele Rossi, pensionato Eni e coordinatore provinciale di Ravenna dell'Idv. Compenso 50.000 euro lordi l'anno. Prima del suo arrivo la societa' fatturava 3 milioni di euro l'anno. Adesso 1.
ARRIVANO I NANNI
E anche in Emilia rimbalzano sempre nuove storie di familismo. Il consigliere regionale IdV Paolo Nanni, per esempio, ha assunto come sua assistente con contratto part time a tempo determinato la moglie dell'assessore comunale Idv, Plinio Lenzi. Insieme alla signora Lenzi lavora Olimpia Nanni, figlia di Paolo, la quale, iscritta all'IdV insieme a sua madre, e' stata “comandata” dal Comune di Bologna alla Regione: nel passaggio il suo stipendio e' aumentato di 200 euro al mese. Nanni, infine, ha fatto avere un contratto anche alla nipote Chiara.
A proposito della neo tesoriera emiliana Sonia Milani, si tratta della figlia del coordinatore IdV della provincia di Varese, Alessandro Milani, autore insieme al plenipotenziario lombardo Sergio Piffari di una serie di espulsioni e sospensioni di militanti che contestavano la sua gestione familistica del partito. Milani, che nega ai dissidenti gli elenchi degli iscritti e che ha fornito tre cifre diverse a chi gli chiedeva quanto paghi d'affitto per la sede IdV, ha nominato tesoriera una ex portinaia e ha candidato alle provinciali sua moglie Wilma Borsotti, poi eletta consigliere.
Di Milani - che ha per mesi ossessionato la consigliera provinciale IdV Valentina Sessa perche' si dimettesse al fine di far subentrare il primo dei non eletti (che era lui, lo stesso Milani) - un folto gruppo di iscritti ha chiesto in un'assemblea le dimissioni, ma la loro mozione non e' stata posta in discussione. Milani ha fatto sparire gli interventi dei dissidenti dai verbali della riunione. All'indomani dell'assemblea i firmatari della mozione di sfiducia sono stati sospesi dal partito. Piffari ha fatto persino ricorso allo stratagemma di chiedere ai ribelli di rivelare i propri nomi in un documento pubblico e, una volta conosciuti, ha negato loro l'iscrizione al partito. Come premio Milani sara' candidato alle regionali insieme all'ex leghista Alessandro Ce', un altro dei prestigiosi acquisti di Di Pietro.
I “BUONI” ACQUISTI
In fatto di familismi e' da citare il caso di Viviana Fuoco. La Fuoco e' segretaria personale dell'assessore regionale laziale IdV, Vincenzo Maruccio (a sua volta assistente dell'avvocato di Di Pietro, Sergio Scicchitano), e' consigliera comunale di Acquafondata nonche' coordinatrice provinciale di Frosinone. Suo marito e' coordinatore cittadino di Acquafondata e la loro figlia e' responsabile dei giovani IdV nel Lazio.
Passiamo in Basilicata dove per le regionali l'IdV schierera' la consigliera uscente ex Udeur, Rosa Mastrosimone. In Puglia invece ad essere accolto e' stato il consigliere regionale Giacomo Olivieri, ex Forza Italia e Margherita, pronto anche lui ad essere ricandidato. E sempre sul fronte ingressi, a Benevento ha abbracciato l'IdV Nicola Lisi, assessore comunale ex Forza Italia e Ds, mentre a Napoli ha scelto Di Pietro un controverso personaggio, Stefano Buono, capogruppo in consiglio regionale dei Verdi, che ha pensato bene di aderire all'IdV senza dimettersi dalla sua carica. Qualcuno sospetta l'abbia fatto per non perdere l'indennita'. Ma lui tranquillo, precisa: serve a non tradire gli elettori, che mi hanno votato come ambientalista. Per il neodipietrista, prossimo candidato alle regionali, le appartenenze d'altra parte sono sempre state mobili, visto che ha fatto nominare al Corecom Campania Brunella Cimadomo, ex area An, poi Udeur, gia' collaboratrice di Libero.
Per qualcuno che entra c'e' qualcun altro che esce. Vedi Ciro Borriello, sindaco della giunta di centrodestra di Torre del Greco, ex Forza Italia e Udeur, ora tornato dall'Idv al Pdl. Borriello da tempo si era pronunciato pubblicamente a favore della candidatura di Nicola Cosentino a governatore campano e ciononostante l'IdV non lo aveva espulso, ne' aveva aderito alla mozione di sfiducia nei suoi confronti presentata dall'opposizione di centrosinistra. In sostanza e' stato Borriello a sfiduciare l'Idv e non il contrario.
In compenso a Venafro e a Civitavecchia Italia dei Valori continua ad appoggiare giunte di centrodestra e a Sciacca Ignazio Messina continua a flirtare con il Pdl, con cui ha governato fino a pochi mesi fa. Alle comunali del giugno scorso il fedelissimo deputato dipietrista voleva schierarsi ancora con il centrodestra uscente e Angelino Alfano lo avrebbe anche accettato, se a impedire l'alleanza non fosse intervenuto Gianfranco Micciche'. Allora Messina, che per rancori personali non ne voleva sapere di appoggiare il centrosinistra, ha fatto correre l'Idv con un candidato solitario, il quale ha pero' raccolto in tutto 150 voti, lo 0,5%, subendo l'onta della vittoria dei suoi nemici del centrosinistra e il tradimento di due dei suoi tre assessori uscenti, passati con il centrodestra.
RITORNO ALLA DESTRA
Con il centrodestra sono tornati anche uomini di primo piano dell'IdV romano, tra questi il consigliere comunale Gilberto Casciani, ex Psdi, Ccd e Udeur, che ha fondato con un altro consigliere del Pdl un gruppo consiliare ispirato, ha detto, ai valori di “Dio, patria famiglia”. Sempre nella capitale e' successo che il segretario cittadino IdV, Roberto Solda', si sia accodato alla strumentale polemica di Francesco Storace contro il Museo della Shoah a Villa Torlonia, definito dall'esponente de La Destra «uno sperpero». Il segretario dell'IdV ha aggiunto che, certo, «e' giusto ricordare», ma «con oculatezza».
Intanto ad Ancona, nei giorni in cui Micromega pubblicava la sua inchiesta e Di Pietro prometteva che avrebbe fatto pulizia nel partito, il leader locale Davide Favia, ex Forza Italia e Udeur, minacciava di far cadere la giunta comunale di centrosinistra, da 100 giorni al governo, perche' il Pd non gli voleva piu' concedere la poltrona di presidente del Teatro Stabile delle Marche pattuita prima delle elezioni. Ne sono seguite settimane di convulse trattative dalle quali l'IdV e' uscito con un posto di consigliere del Cda del Teatro Stabile per Favia e con la poltrona di presidente di Anconaentrate ad un consigliere comunale IdV.
COCCOLE E CAZZIATONI
Di Pietro dice di essere l'unica opposizione ma, se lo e', lo e' soprattutto al Pd. A Bologna la Mura sta premendo per avere uomini dei cda di Hera, (in affari con Cosentino in Campania), Atc, Aeroporto Marconi e Fiera. Appena si e' sentita rispondere picche da Vasco Errani e dal sindaco Flavio Del Buono, ha chiesto le primarie di coalizione per le regionali. A Modena Di Pietro ha scelto la strada della rottura col partito di Pierluigi Bersani, chiedendo l'impossibile (il vicesindaco e due assessorati importanti) ed imbarcando tre fuoriusciti del Pd: Ubaldo Fraulini, Eugenia Rossi e Isabella N'Siala Massamba. L'obiettivo alle comunali del giugno scorso era succhiare voti al Pd per spingerlo al ballottaggio col Pdl e poi, come un novello Ghino di Tacco, “ricattarlo” con il proprio pacchetto di voti. Gli e' andata male: per 150 voti il Pd ha vinto al primo turno.
A questo punto la Mura, strigliata da Di Pietro, se l'e' presa a sua volta con la Rossi e per punirla le ha rimborsato solo una piccola parte delle ingenti spese sostenute in campagna elettorale.
Il partito in Emilia, l'onorevole tesoriera, lo governa cosi', bastone e carota. Ad un fedelissimo di Forli', ad esempio, Giancarlo Biserna, ha concesso un appannaggio di assistente parlamentare, (24.000 euro l'anno, meno i 400 euro che versa al partito ogni mese) per premiarlo della lunga e mansueta militanza. A chi le coccole a chi i cazziatoni: il consigliere comunale bolognese Salvatore Lumia, ad esempio, e' stato convocato a Roma e severamente redarguito per non aver firmato il documento contro il coordinatore dissidente, Domenico Morace. A Ravenna la coordinatrice delle donne Idv e' stata rimossa non appena ha chiesto piu' trasparenza. A Rimini Karen Visani, eletta in consiglio comunale a 23 anni, ha dovuto lasciare il partito dopo aver subito pressioni insopportabili (anche telefonate anonime) perche' rinunciasse a fare l'assessore lasciando il posto, tra i tanti nomi fatti, alla figlia del consigliere regionale Nanni.
Di fronte a questo spettacolo, gli europarlamentari Luigi De Magistris e Sonia Alfano, riferimenti morali della rivolta, anziche' rompere, rinnovano il proprio appoggio a Di Pietro. A rompere sono stati invece i parlamentari centristi Pino Pisicchio, Aurelio Misiti, Peppino Astore e Giacinto Russo. Temevano una deriva “girotondina”. Una paura infondata perche' Di Pietro si guardera' bene dal correggere la rotta scelta da tempo: radicale a parole, democristiano nei fatti. Se l'Idv resta in piedi e' perche' non sa da che parte cadere.

Giulio Sansevero La Voce delle Voci 04.12.2009
Vi ricordate la vicenda dei 138 miliardi di dollari di Bonds USA sequestrati a Giugno dalla Guardia di finanza di Chiasso? Siamo stati tra i primi a parlarne, ed anche diffusamente. Da un nostro post è perfino scaturita una interrogazione parlamentare al Ministro Tremonti, rimasta per ora senza risposta.
Se vi ricordate vi erano due fonti che erano apparse, fin dall'inizio, bene informate; Asia News, diretta da padre Cervellera e il blog di un losco individuo, Hal Turner, un suprematista bianco titolare anche di una web-radio e non nuovo ad indiscrezioni clamorose, da insider, sulla tenuta del sistema finanziario americano.
Negli ultimi mesi, dopo un caso apparentemente analogo di sequestro, verificatosi all'aeroporto di Malpensa con i bond prontamente (e semplicisticamente, come vedremo) riconosciuti come falsi, era stata messa la sordina a tutta la vicenda.
Silenzio e buio totali.
Anzi, da parte americana avevano fatto qualcosa di più che mettere la sordina al misterioso Hal Turner: l'avevano arrestato, con accuse alquanto capziose, tanto che lo stesso Hal in questo accorato appello, risalente al giorno dell'arresto, avanzava l'ipotesi che fosse tutto un pretesto e che volessero fermarlo per le sue rivelazioni sul dollaro e sui bonds di Chiasso. (si ascolti dal minuto 7.49).
Farneticazioni di un fanatico?
Mica tanto.
Nei mesi successivi, tramite il blog di famiglia era riuscito a raccogliere poche misere decine di dollari di donazioni per la sua liberazione, ma improvvisamente, circa due mesi fa, è riuscito a trovare 500.000 dollari (in bonds !!) per il suo rilascio su cauzione (con lo strano diveto di usare internet o qualunqe altro mezzo di comunicazione). Da dove siano arrivati non è difficile capirlo. Si tratta di un bell'aiutino dalla stessa FBI, di cui in effetti era, provatamente, un informatore. Il motivo è presto detto: il suo diretto superiore è nel frattempo diventato il Governatore del New Jersey ed aver finanziato con cifre intorno ai 100.000 dollari/anno un tipo come Hal è in effetti il primo serio scandalo politico in cui è coinvolto.
Ricapitolo: Esplode lo scandalo dei bonds di Chiasso anche sui media americani, uno strano soggetto, sicuramente ben informato e/o con ottime entrature ad alto livello, pubblica riservatissime foto dei bonds e dei passaporti dei due giapponesi fermati (e rilasciati!!) dalla nostra guardia di finanza, foto che potevano essere a disposizione solo dell'US Secret Service, incaricato dell'indagine, e viene immediatamente arrestato con accuse del tutto capziose. In seguito, grazie alle indagini, si scopre che il tipo è un informatore storico della FBI, con ottime entrature in strani circoli antisemiti e suprematisti, oltre che con notevoli accessi a fonti superiservate, tra cui l'attuale governatore del New Jersey.
Nel tentativo di tacitarlo lo si rilascia su cauzione, con l'espresso e pubblico, stranissimo, vincolo al silenzio, ma "purtroppo" la cosa è ormai scappata di mano e va ingigantendosi di ora in ora.
E l'altra beninformata fonte, Asia News?
Beh, a quanto pare si è deciso di usare i grossi calibri, da questo lato, un segno che si vuole dare autorevolezza al lavoro svolto sottotraccia, attingendo a fonti chiaramente ben informate.
E' infatti intervenuto, con un articolo ricco di informazioni, L'Avvenire, il quotidiano cattolico per eccellenza, insieme al cattedratico "L'Osservatore Romano".
Si parla di "intrigo mondiale" e giustamente.
Nonostante le buone premesse, nell'articolo si ricostruisce, a partire da buone informazioni, una storiella che non sta in piedi nemmeno con le stampelle.
Sarebbero, i Bonds, dei "falsi autentici", ovvero VERI bonds, fraudolentemente realizzati da funzionari infedeli della Federal Reserve o del Governo Americano. Questo per cercare, in qualche disperato modo, di trovare una spiegazione al fatto, ormai evidente, che NON SI TRATTA DI FALSI.
Giova qui ricordare che, da un lato l'Italia ha un DISPERATO BISOGNO dei 38 miliardi di euro di penale che potrebbe legittimamente esigere sui bonds sequestrati e dall'altro, anche prendendo per buona la stiracchiatissima ipotesi formulata, pare evidente che vi sia in circolazione una ENORME quantità di denaro e/o titoli "autentici", stampati senza controllo (poco importa se da funzionari "deviati" o scrupolosi), circolanti per vie traverse e segrete, in cambio di servigi altrettanto trasversali e misteriosi ed in barba a qualunque garanzia.
Uh, ma guarda. E pensare che c'e' chi insiste a ritenere che tenere segreto il totale del circolante in dollari, come fa la Federal da qualche anno, non sia poi cosi importante.
A me invece pare che tutto si leghi, ma non voglio ripetermi ancora. Quel che avevo da scrivere, anche senza le ultime novità, che danno maggior forza alle mie convinzioni in merito, l'ho scritto qui.

Pietro Cambi Crisis 2.11.2009
IL VIDEO CHE SU MTV NON VEDRETE MAI!
Massimo Mazzucco Luogocomune 23/11/2009
Mentre i media mainstream continuano ad alimentare il dibattito sul caso Kennedy con le false argomentazioni, innocue e fuorvianti, che lo hanno tenuto in piedi per oltre 40 anni, in Internet sono già disponibili dati sufficienti per ricostruire con relativa precisione quello che avvennne a Dallas il 22 novembre 1963.
Grazie alle confessioni in punto di morte di diversi personaggi collegati al caso, oggi siamo in grado di ricostruire il complesso puzzle che portò alla morte del presidente, e che vide coinvolti, in modo e misura diversi, la mafia, la CIA, l’FBI, e lo stretto giro dei petrolieri texani che faceva capo a Lyndon Johnson.
Il semplice fatto che a Dallas fossero presenti, la sera prima dell’attentato, ben tre futuri presidenti americani – oltre al capo dell’FBI in persona - la dice lunga sulla ragnatela di interessi incrociati che portò a rendere necessario quello che fino a poco tempo prima appariva addirittura impensabile: la pubblica esecuzione del presidente degli Stati Uniti, alla luce del giorno, sotto gli occhi dell’intera nazione.
Ma è soprattutto l’alleanza fra mafia e CIA, che si erano ritrovate unite dalla necessità di riconquistare Cuba al più presto, ad essere confermata dalle rivelazioni dei vari personaggi coinvolti nell’attentato (*). Viene così finalmente chiarito anche il ruolo di Oswald: agente della Cia già da molti anni, fu mandato a Dallas proprio per aiutare l’uomo che avrebbe ucciso Kennedy, venuto da Chicago, a prendere conoscenza della zona, senza naturalmente sapere di essere lui il “patsy” destinato a passare alla storia come l’assassino del presidente.
Ma ci voleva la confessione di James Files, l’uomo che sparò il colpo fatale dalla collinetta, a fornire il pezzo centrale del puzzle che permette finalmente di chiudere la partita, in un’indagine che sembrava destinata – non a caso - a trascinarsi per sempre. Il paradosso infatti è che la sua confessione sia già nota da una decina di anni, a chi conosce da vicino il caso Kennedy, ma nessun altro al mondo lo sappia.
Naturalmente, i difensori della versione ufficiale hanno subito sostenuto che Files fosse un pazzo mitomane senz’arte nè parte, ma vi sono molti elementi incrociati – dei quali un semplice mitomane non potrebbe essere a conoscenza - che corroborano decisamente la sua storia, mentre il suo comportamento denuncia di tutto meno che il desiderio di farsi pubblicità.
Mentre è proprio nel motivo per cui non si può riconoscere ufficialmente la sua esistenza che risiede l’essenza del “grande complotto”, che coinvolge direttamente i grandi mezzi di comunicazione, i quali non potrebbero mai denunciare la verità dei fatti senza dover denunciare prima di tutto se stessi.
*Tutte queste affermazioni verranno chiarite meglio in un articolo di prossima pubblicazione, relativo all’uscita del libro “L’Altra Dallas”, nel quale i retroscena del caso Kennedy vengono analizzati nel dettaglio.



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