La diaspora. Le porte sbattute in faccia. Le defenestrazioni per chi osa dissentire. E un familismo dilagante, cui si accompagna l'occupazione spinta delle cariche amministrative nelle istituzioni. Ecco il volto truce di Italia dei Valori, con tutta la geografia completa, in questo nuovo, impietoso dossier.
Uno spettro s'aggira per l'Italia dei Valori. La ribellione. Nata nei circoli dell'IdV, si sta diffondendo sulla Rete, alimentata dalle cronache delle espulsioni e sospensioni che i vari colonnelli dipietristi infliggono a chiunque metta in discussione la gestione autoritaria e affaristica del partito. I ribelli si sono gia' dati un coordinamento nazionale, che cerchera' di organizzare la protesta in vista dei congressi provinciali di dicembre e di quello nazionale di febbraio.
A sollevarsi non sono colonnelli delusi da mancate candidature, o gerarchetti di provincia detronizzati dal capriccioso e volubile Di Pietro, ma giovani che hanno scelto l'Idv perche' attratti dal mito di un partito di duri e puri e che invece hanno poi scoperto essere simile a tutti gli altri, forse anche peggio. Sono militanti che non vogliono controllare pacchetti di voti e tessere fasulle o sistemare figli, mogli e amanti, ma che contestano un partito ormai pieno di gente che fa politica alla ricerca di poltrone e indennita', proprio per piazzare mogli, figli e amanti. Un partito che poi riesce a ricrearsi una falsa verginita' grazie ai salotti tv dove il personaggio Antonio Di Pietro va a recitare la fortunata parte del politico antisistema.
Ormai pero' questa truffa mediatica e' stata svelata e la scaltra doppiezza di Tonino, un cuore mastelliano ricoperto da una ingannevole coltre movimentista, e' diventata il bersaglio polemico dei rivoltosi, i quali hanno anche capito che le promesse di rinnovamento profuse dopo l'inchiesta di Micromega saranno da lui puntualmente disattese.
Per rendersene conto basta scorazzare per l'Idv lungo la penisola. A Roma, ad esempio, il partito di Di Pietro fa la voce grossa contro le leggi ad personam del Cavaliere. Ma contemporaneamente a Campobasso il consigliere regionale IdV, Nicandro Ottaviano, propone e fa approvare una sanatoria regionale per le abitazioni costruite su terreni agricoli utilizzando il piano casa di Berlusconi. Ottaviano e' proprietario di una villa costruita a Venafro proprio su un terreno agricolo, non registrata al catasto, per la quale non paga tasse ne' al comune ne' allo stato. Sempre in Molise, l'IdV ha perso oltre 30 tra i suoi uomini migliori (se ne sono andati il senatore Giuseppe Astore e il consigliere regionale Massimo Romano) per far posto a cinque fuoriusciti del Pdl, due dei quali provengono da Forza Italia. Il tutto per garantire a Cristiano Di Pietro una candidatura tranquilla alle regionali senza il suo nemico Astore tra i piedi.
CRAXIANI PORTE APERTE
Se l'IdV a Roma sbraita contro la privatizzazione delle acque voluta dal Governo, a Genova il ras Giovanni Paladini si schiera per la privatizzazione dei servizi idrici attraverso la fusione di Iride ed Enia. E intanto nella capitale Stefano Pedica fa nominare il capo della sua segreteria politica Salvatore Doddi, (un ex del Nuovo Psi di Gianni De Michelis), vicepresidente dell'Acea Ato2. L'Acea, come e' noto, con le privatizzazioni dei servizi idrici fara' affaroni. D'altra parte Pedica a Roma ha imbarcato una nidiata di ex craxiani ed ex Forza Italia. Su tutti Oscar Tortosa, vice coordinatore regionale del Lazio, ex assessore della giunta Carraro condannato in primo grado per un giro di tangenti all'Acea, poi prosciolto, protagonista nel 2006 di una contestata operazione edilizia quando era presidente dell'ex Pio Asilo Savoia e ora favorevole alle multe ai lavavetri volute dal sindaco Gianni Alemanno.
DA PALADINI A PORCINO
Tornando a Paladini, nessuno meglio di lui incarna le contraddizioni dell'IdV. Leader a Genova del sindacato di destra della Polizia, ha dapprima imposto la sua ex segretaria e fidanzata Marylin Fusco come capogruppo IdV in consiglio comunale, poi l'ha piazzata nel cda della Carige, e ora la ricandidera' anche alle prossime regionali, puntando a farla diventare addirittura vicepresidente della Regione. Ricco proprietario di cave, Paladini andava al lavoro in Questura con una fiammante Porsche e in privato si vanta di essere amico di Pier Silvio Berlusconi. Potrebbe essere vero perche' la sua Marilyn, la cui aspirazione e' fare un film come regista, avrebbe gia' cominciato le riprese della sua opera a Genova con una troupe di Mediaset. Non a caso, fu proprio la Fusco a dichiarare che Silvio Berlusconi e' un perseguitato dalla magistratura.
Tanto per non smentirsi Paladini, dopo aver collocato presidente di “Sviluppo Genova” il suo amico Pierluigi Porazza, ha gia' pattuito con il sindaco di Genova un posto per un suo uomo nel cda di Iridenia. Paladini inoltre ha come autista tale Giuseppe Contino, iscritto IdV, ex guardia carceraria, accusato di violazione degli obblighi di assistenza a moglie e figli, violenza privata e minacce. Altra pedina di Paladini e' l'assessore IdV del comune di Vezzano Ligure, Patrizia Saccone, che ha a carico una denuncia per ricettazione di un cellulare.
A favore della fusione Iridenia e, dunque, della privatizzazione dell'acqua, si e' schierato a Torino anche il deputato Gaetano Porcino, che ha appena ottenuto da Di Pietro il via libera alla candidatura alle regionali per un giovane esordiente di 21 anni: suo figlio. Ecco le facce nuove di cui parla Di Pietro. Nel partito dell'ex eroe di Mani Pulite, d'altra parte, il familismo si intreccia a privilegi e discrezionalita'. Al consigliere regionale emiliano, Paolo Nanni e' stato concesso da Di Pietro di mantenere la poltrona di consigliere provinciale, doppio incarico a tutti proibito.
MURA DI GOMMA
Intanto la commissaria regionale Silvana Mura (lo e' da 5 anni, mai votata dagli iscritti) si e' fatta rimborsare dal partito le spese di vitto e alloggio per se' e per i suoi tre assistenti, 19.200 euro in soli 9 mesi, (l'IdV emiliano riceve da Roma in tutto 20 mila euro l'anno di contributi). Un privilegio negato agli altri coordinatori regionali che si pagano le spese da soli. Quando la tesoriera regionale Paola Manzan, una commercialista regolarmente eletta da un congresso, si e' permessa di avanzare qualche critica ai rimborsi della Mura, quest'ultima l'ha immediatamente defenestrata, nominando tesoriera la sua segretaria personale, Sonia Milani.
Per capire come si comporti la Mura basti ricordare che ha ordinato alla Manzan di far sparire alcuni documenti che attestavano un errore contabile, ovvero la mancata rendicontazione del pagamento di alcune fatture relative a spese pubblicitarie dei singoli candidati, come chiede la Camera dei deputati. La Manzan si e' rifiutata di obbedire. Forse anche per questo non e' piu' tesoriera del partito. Inoltre l'onorevole ex indossatrice ha rimosso con un tratto di penna il coordinatore cittadino bolognese, Domenico Morace, perche' si e' azzardato a chiedere di partecipare agli incontri politici con il Pd, dopo essere stato delegato a farlo dal coordinamento cittadino. A Parma la Mura ha quindi fatto nominare il suo assistente, Paolo Vicchiarello, nel cda dell'universita'. A Bologna ha piazzato un altro assistente, Gianluca De Filio, nel cda della Ervet, una societa' di servizi della Regione Emilia. E sempre a Bologna Mura ha sistemato il coordinatore provinciale dell'IdV, Francesco Pagnetti, nel cda della Fondazione Banca del Monte, incarico da 8000 euro annui.
Tra le tante societa' in house della Regione Emilia c'e' anche la Nuova Quasco, specializzata in controlli su appalti e sicurezza. Il suo a.d. e', dal giugno 2008, Gabriele Rossi, pensionato Eni e coordinatore provinciale di Ravenna dell'Idv. Compenso 50.000 euro lordi l'anno. Prima del suo arrivo la societa' fatturava 3 milioni di euro l'anno. Adesso 1.
ARRIVANO I NANNI
E anche in Emilia rimbalzano sempre nuove storie di familismo. Il consigliere regionale IdV Paolo Nanni, per esempio, ha assunto come sua assistente con contratto part time a tempo determinato la moglie dell'assessore comunale Idv, Plinio Lenzi. Insieme alla signora Lenzi lavora Olimpia Nanni, figlia di Paolo, la quale, iscritta all'IdV insieme a sua madre, e' stata “comandata” dal Comune di Bologna alla Regione: nel passaggio il suo stipendio e' aumentato di 200 euro al mese. Nanni, infine, ha fatto avere un contratto anche alla nipote Chiara.
A proposito della neo tesoriera emiliana Sonia Milani, si tratta della figlia del coordinatore IdV della provincia di Varese, Alessandro Milani, autore insieme al plenipotenziario lombardo Sergio Piffari di una serie di espulsioni e sospensioni di militanti che contestavano la sua gestione familistica del partito. Milani, che nega ai dissidenti gli elenchi degli iscritti e che ha fornito tre cifre diverse a chi gli chiedeva quanto paghi d'affitto per la sede IdV, ha nominato tesoriera una ex portinaia e ha candidato alle provinciali sua moglie Wilma Borsotti, poi eletta consigliere.
Di Milani - che ha per mesi ossessionato la consigliera provinciale IdV Valentina Sessa perche' si dimettesse al fine di far subentrare il primo dei non eletti (che era lui, lo stesso Milani) - un folto gruppo di iscritti ha chiesto in un'assemblea le dimissioni, ma la loro mozione non e' stata posta in discussione. Milani ha fatto sparire gli interventi dei dissidenti dai verbali della riunione. All'indomani dell'assemblea i firmatari della mozione di sfiducia sono stati sospesi dal partito. Piffari ha fatto persino ricorso allo stratagemma di chiedere ai ribelli di rivelare i propri nomi in un documento pubblico e, una volta conosciuti, ha negato loro l'iscrizione al partito. Come premio Milani sara' candidato alle regionali insieme all'ex leghista Alessandro Ce', un altro dei prestigiosi acquisti di Di Pietro.
I “BUONI” ACQUISTI
In fatto di familismi e' da citare il caso di Viviana Fuoco. La Fuoco e' segretaria personale dell'assessore regionale laziale IdV, Vincenzo Maruccio (a sua volta assistente dell'avvocato di Di Pietro, Sergio Scicchitano), e' consigliera comunale di Acquafondata nonche' coordinatrice provinciale di Frosinone. Suo marito e' coordinatore cittadino di Acquafondata e la loro figlia e' responsabile dei giovani IdV nel Lazio.
Passiamo in Basilicata dove per le regionali l'IdV schierera' la consigliera uscente ex Udeur, Rosa Mastrosimone. In Puglia invece ad essere accolto e' stato il consigliere regionale Giacomo Olivieri, ex Forza Italia e Margherita, pronto anche lui ad essere ricandidato. E sempre sul fronte ingressi, a Benevento ha abbracciato l'IdV Nicola Lisi, assessore comunale ex Forza Italia e Ds, mentre a Napoli ha scelto Di Pietro un controverso personaggio, Stefano Buono, capogruppo in consiglio regionale dei Verdi, che ha pensato bene di aderire all'IdV senza dimettersi dalla sua carica. Qualcuno sospetta l'abbia fatto per non perdere l'indennita'. Ma lui tranquillo, precisa: serve a non tradire gli elettori, che mi hanno votato come ambientalista. Per il neodipietrista, prossimo candidato alle regionali, le appartenenze d'altra parte sono sempre state mobili, visto che ha fatto nominare al Corecom Campania Brunella Cimadomo, ex area An, poi Udeur, gia' collaboratrice di Libero.
Per qualcuno che entra c'e' qualcun altro che esce. Vedi Ciro Borriello, sindaco della giunta di centrodestra di Torre del Greco, ex Forza Italia e Udeur, ora tornato dall'Idv al Pdl. Borriello da tempo si era pronunciato pubblicamente a favore della candidatura di Nicola Cosentino a governatore campano e ciononostante l'IdV non lo aveva espulso, ne' aveva aderito alla mozione di sfiducia nei suoi confronti presentata dall'opposizione di centrosinistra. In sostanza e' stato Borriello a sfiduciare l'Idv e non il contrario.
In compenso a Venafro e a Civitavecchia Italia dei Valori continua ad appoggiare giunte di centrodestra e a Sciacca Ignazio Messina continua a flirtare con il Pdl, con cui ha governato fino a pochi mesi fa. Alle comunali del giugno scorso il fedelissimo deputato dipietrista voleva schierarsi ancora con il centrodestra uscente e Angelino Alfano lo avrebbe anche accettato, se a impedire l'alleanza non fosse intervenuto Gianfranco Micciche'. Allora Messina, che per rancori personali non ne voleva sapere di appoggiare il centrosinistra, ha fatto correre l'Idv con un candidato solitario, il quale ha pero' raccolto in tutto 150 voti, lo 0,5%, subendo l'onta della vittoria dei suoi nemici del centrosinistra e il tradimento di due dei suoi tre assessori uscenti, passati con il centrodestra.
RITORNO ALLA DESTRA
Con il centrodestra sono tornati anche uomini di primo piano dell'IdV romano, tra questi il consigliere comunale Gilberto Casciani, ex Psdi, Ccd e Udeur, che ha fondato con un altro consigliere del Pdl un gruppo consiliare ispirato, ha detto, ai valori di “Dio, patria famiglia”. Sempre nella capitale e' successo che il segretario cittadino IdV, Roberto Solda', si sia accodato alla strumentale polemica di Francesco Storace contro il Museo della Shoah a Villa Torlonia, definito dall'esponente de La Destra «uno sperpero». Il segretario dell'IdV ha aggiunto che, certo, «e' giusto ricordare», ma «con oculatezza».
Intanto ad Ancona, nei giorni in cui Micromega pubblicava la sua inchiesta e Di Pietro prometteva che avrebbe fatto pulizia nel partito, il leader locale Davide Favia, ex Forza Italia e Udeur, minacciava di far cadere la giunta comunale di centrosinistra, da 100 giorni al governo, perche' il Pd non gli voleva piu' concedere la poltrona di presidente del Teatro Stabile delle Marche pattuita prima delle elezioni. Ne sono seguite settimane di convulse trattative dalle quali l'IdV e' uscito con un posto di consigliere del Cda del Teatro Stabile per Favia e con la poltrona di presidente di Anconaentrate ad un consigliere comunale IdV.
COCCOLE E CAZZIATONI
Di Pietro dice di essere l'unica opposizione ma, se lo e', lo e' soprattutto al Pd. A Bologna la Mura sta premendo per avere uomini dei cda di Hera, (in affari con Cosentino in Campania), Atc, Aeroporto Marconi e Fiera. Appena si e' sentita rispondere picche da Vasco Errani e dal sindaco Flavio Del Buono, ha chiesto le primarie di coalizione per le regionali. A Modena Di Pietro ha scelto la strada della rottura col partito di Pierluigi Bersani, chiedendo l'impossibile (il vicesindaco e due assessorati importanti) ed imbarcando tre fuoriusciti del Pd: Ubaldo Fraulini, Eugenia Rossi e Isabella N'Siala Massamba. L'obiettivo alle comunali del giugno scorso era succhiare voti al Pd per spingerlo al ballottaggio col Pdl e poi, come un novello Ghino di Tacco, “ricattarlo” con il proprio pacchetto di voti. Gli e' andata male: per 150 voti il Pd ha vinto al primo turno.
A questo punto la Mura, strigliata da Di Pietro, se l'e' presa a sua volta con la Rossi e per punirla le ha rimborsato solo una piccola parte delle ingenti spese sostenute in campagna elettorale.
Il partito in Emilia, l'onorevole tesoriera, lo governa cosi', bastone e carota. Ad un fedelissimo di Forli', ad esempio, Giancarlo Biserna, ha concesso un appannaggio di assistente parlamentare, (24.000 euro l'anno, meno i 400 euro che versa al partito ogni mese) per premiarlo della lunga e mansueta militanza. A chi le coccole a chi i cazziatoni: il consigliere comunale bolognese Salvatore Lumia, ad esempio, e' stato convocato a Roma e severamente redarguito per non aver firmato il documento contro il coordinatore dissidente, Domenico Morace. A Ravenna la coordinatrice delle donne Idv e' stata rimossa non appena ha chiesto piu' trasparenza. A Rimini Karen Visani, eletta in consiglio comunale a 23 anni, ha dovuto lasciare il partito dopo aver subito pressioni insopportabili (anche telefonate anonime) perche' rinunciasse a fare l'assessore lasciando il posto, tra i tanti nomi fatti, alla figlia del consigliere regionale Nanni.
Di fronte a questo spettacolo, gli europarlamentari Luigi De Magistris e Sonia Alfano, riferimenti morali della rivolta, anziche' rompere, rinnovano il proprio appoggio a Di Pietro. A rompere sono stati invece i parlamentari centristi Pino Pisicchio, Aurelio Misiti, Peppino Astore e Giacinto Russo. Temevano una deriva “girotondina”. Una paura infondata perche' Di Pietro si guardera' bene dal correggere la rotta scelta da tempo: radicale a parole, democristiano nei fatti. Se l'Idv resta in piedi e' perche' non sa da che parte cadere.

Giulio Sansevero La Voce delle Voci 04.12.2009
Vi ricordate la vicenda dei 138 miliardi di dollari di Bonds USA sequestrati a Giugno dalla Guardia di finanza di Chiasso? Siamo stati tra i primi a parlarne, ed anche diffusamente. Da un nostro post è perfino scaturita una interrogazione parlamentare al Ministro Tremonti, rimasta per ora senza risposta.
Se vi ricordate vi erano due fonti che erano apparse, fin dall'inizio, bene informate; Asia News, diretta da padre Cervellera e il blog di un losco individuo, Hal Turner, un suprematista bianco titolare anche di una web-radio e non nuovo ad indiscrezioni clamorose, da insider, sulla tenuta del sistema finanziario americano.
Negli ultimi mesi, dopo un caso apparentemente analogo di sequestro, verificatosi all'aeroporto di Malpensa con i bond prontamente (e semplicisticamente, come vedremo) riconosciuti come falsi, era stata messa la sordina a tutta la vicenda.
Silenzio e buio totali.
Anzi, da parte americana avevano fatto qualcosa di più che mettere la sordina al misterioso Hal Turner: l'avevano arrestato, con accuse alquanto capziose, tanto che lo stesso Hal in questo accorato appello, risalente al giorno dell'arresto, avanzava l'ipotesi che fosse tutto un pretesto e che volessero fermarlo per le sue rivelazioni sul dollaro e sui bonds di Chiasso. (si ascolti dal minuto 7.49).
Farneticazioni di un fanatico?
Mica tanto.
Nei mesi successivi, tramite il blog di famiglia era riuscito a raccogliere poche misere decine di dollari di donazioni per la sua liberazione, ma improvvisamente, circa due mesi fa, è riuscito a trovare 500.000 dollari (in bonds !!) per il suo rilascio su cauzione (con lo strano diveto di usare internet o qualunqe altro mezzo di comunicazione). Da dove siano arrivati non è difficile capirlo. Si tratta di un bell'aiutino dalla stessa FBI, di cui in effetti era, provatamente, un informatore. Il motivo è presto detto: il suo diretto superiore è nel frattempo diventato il Governatore del New Jersey ed aver finanziato con cifre intorno ai 100.000 dollari/anno un tipo come Hal è in effetti il primo serio scandalo politico in cui è coinvolto.
Ricapitolo: Esplode lo scandalo dei bonds di Chiasso anche sui media americani, uno strano soggetto, sicuramente ben informato e/o con ottime entrature ad alto livello, pubblica riservatissime foto dei bonds e dei passaporti dei due giapponesi fermati (e rilasciati!!) dalla nostra guardia di finanza, foto che potevano essere a disposizione solo dell'US Secret Service, incaricato dell'indagine, e viene immediatamente arrestato con accuse del tutto capziose. In seguito, grazie alle indagini, si scopre che il tipo è un informatore storico della FBI, con ottime entrature in strani circoli antisemiti e suprematisti, oltre che con notevoli accessi a fonti superiservate, tra cui l'attuale governatore del New Jersey.
Nel tentativo di tacitarlo lo si rilascia su cauzione, con l'espresso e pubblico, stranissimo, vincolo al silenzio, ma "purtroppo" la cosa è ormai scappata di mano e va ingigantendosi di ora in ora.
E l'altra beninformata fonte, Asia News?
Beh, a quanto pare si è deciso di usare i grossi calibri, da questo lato, un segno che si vuole dare autorevolezza al lavoro svolto sottotraccia, attingendo a fonti chiaramente ben informate.
E' infatti intervenuto, con un articolo ricco di informazioni, L'Avvenire, il quotidiano cattolico per eccellenza, insieme al cattedratico "L'Osservatore Romano".
Si parla di "intrigo mondiale" e giustamente.
Nonostante le buone premesse, nell'articolo si ricostruisce, a partire da buone informazioni, una storiella che non sta in piedi nemmeno con le stampelle.
Sarebbero, i Bonds, dei "falsi autentici", ovvero VERI bonds, fraudolentemente realizzati da funzionari infedeli della Federal Reserve o del Governo Americano. Questo per cercare, in qualche disperato modo, di trovare una spiegazione al fatto, ormai evidente, che NON SI TRATTA DI FALSI.
Giova qui ricordare che, da un lato l'Italia ha un DISPERATO BISOGNO dei 38 miliardi di euro di penale che potrebbe legittimamente esigere sui bonds sequestrati e dall'altro, anche prendendo per buona la stiracchiatissima ipotesi formulata, pare evidente che vi sia in circolazione una ENORME quantità di denaro e/o titoli "autentici", stampati senza controllo (poco importa se da funzionari "deviati" o scrupolosi), circolanti per vie traverse e segrete, in cambio di servigi altrettanto trasversali e misteriosi ed in barba a qualunque garanzia.
Uh, ma guarda. E pensare che c'e' chi insiste a ritenere che tenere segreto il totale del circolante in dollari, come fa la Federal da qualche anno, non sia poi cosi importante.
A me invece pare che tutto si leghi, ma non voglio ripetermi ancora. Quel che avevo da scrivere, anche senza le ultime novità, che danno maggior forza alle mie convinzioni in merito, l'ho scritto qui.

Pietro Cambi Crisis 2.11.2009
Massimo Mazzucco Luogocomune 29/11/2009
Esiste un diretto legame fra tutti i più importanti “complotti” della storia moderna. Dall’ 11 settembre al caso Kennedy al cosidetto Moonhoax (i presunti viaggi lunari), ci si ritrova a risalire in ogni caso alla stessa matrice ideologica e politica che ha dominato la scena del potere in America per quasi un secolo.
Chiamiamoli, per mancanza di un termine migliore, “banchieri-guerrafondai”, dove la guerra non sia che l’espressione ultima di un potere politico ed economico che ha ormai raggiunto dimensioni globali.
Furono (anche) i guerrafondai a voler uccidere Kennedy, che intendeva ritirarsi dal Vietnam; furono (anche) i guerrafondai a trarre vantaggio dalla messinscena lunare, reindirizzando i finanziamenti del progetto Apollo verso destinazioni molto meno pacifiche; e furono (anche) i guerrafondai a volere l’undici settembre, per scatenare guerre che erano già state pianificate nel minimo dettaglio.
Nero docet, e i nipotini del Grande Impero imparano in fretta.
Svelare progressivamente ciascuno di questi complotti significa anche cercare di comporre un quadro complessivo che risulti alla fine più semplice e comprensibile - paradossalmente – delle mille ragnatele che li hanno avvolti per tutti questi anni.
Sull’undici settembre abbiamo raggiunto una chiarezza di analisi sufficiente ad affermare che la versione ufficiale sia falsa in molteplici punti, e l’incapacità dei debunkers di trovare una risposta accettabile alle famose “12 domande” lo ha confermato. Questo significa che chi stava al potere in quel momento ha mentito per coprire una verità che evidentemente lo vedeva coinvolto da vicino. (Nessuno racconta balle di quelle dimensioni “per conto terzi”, nè tantomeno “per vedere di nascosto l’effetto che fa”).
La stessa cosa è accaduta nei giorni scorsi con il caso Kennedy: di fronte al filmato “L’uomo che uccise John Kennedy”, che ricostruisce le trame che portarono all’uccisione del presidente, il forum italiano dei debunkers che ha sempre difeso la versione ufficiale (sul quale ho versato ettolitri di sangue, in passato), ha finalmente alzato bandiera bianca, evitando semplicemente di rispondere al mio invito a contestare l’analisi presentata nel filmato.
D’altronde, quando quattro fonti diverse, che non si conoscevano fra di loro, confermano la presenza degli assassini a Dallas, diventa molto difficile sostenere che si trovassero tutti lì per caso.
A sua volta, non va dimenticato che il caso Kennedy è in realtà un doppio caso: la morte di Robert Kennedy – come verrà illustrato in un articolo di prossima pubblicazione – fu il semplice completamento di un “lavoro” iniziato 5 anni prima a Dallas dallo stesso gruppo di persone.
E fra i due omicidi si ritrova, curiosamente, anche l’assassinio di Martin Luther King.
Fu la sequenza dei tre attentati a invertire la marcia del progressismo americano di quegli anni, portando alla Casa Bianca proprio quel Richard Nixon – anch’egli presente a Dallas nel ’63 – sotto cui sarebbero poi avvenuti i tanto contestati “viaggi lunari”.
Se solo si accetta l’idea che quei viaggi non siano mai avvenuti, diventa imperativo domandarsi dove siano finiti i miliardi di dollari che il contribuente americano versò alla NASA, convinto di partecipare al “grande balzo” nel futuro rappresentato dalle missioni Apollo.
E la risposta potrebbe non piacere a molte persone. E’ curioso infatti come la NASA sia un ente civile, ma nessuno si domandi come mai il Pentagono non abbia ufficialmente nessun dipartimento “spaziale”.
Tutti questi episodi – omicidio Kennedy, Moohoax, 11 settembre, e molti altri - si possono far risalire ad una matrice comune: la volontà dei poteri forti di mantenere il controllo e di sbarazzarsi, con ogni mezzo disponibile, di qualunque ostacolo si presenti sul loro cammino.
L’America infatti non è nè una repubblica nè una democrazia, ma un impero oligarchico di tipo plutocratico, che tramanda nel tempo – generazione per generazione, famiglia per famiglia – gli stessi poteri a figli e nipoti. Non è un caso che la stessa persona che era presente a Dallas nel 1963 abbia passato la notte del 10 settembre 2001 alla Casa Bianca: nel primo caso, lo fece come figlio di un uomo che gestiva il potere per conto dei potenti di allora – banchieri, industriali e guerrafondai - nel secondo lo fece per proteggere quel potere a cui nel frattempo aveva avuto accesso anche direttamente.
Fra i membri consiglieri della Carlyle, uno dei più grossi finanziatori della guerra in Iraq, c’è anche George H. Bush.
Esiste quindi un Grande Burattinaio, ma non è una persona fisica: è un’idea. L’idea del privilegio dei pochi a svantaggio dei molti, che va mantenuto attraverso il controllo esercitato sul sistema sociale tramite la corruzione, l’illusione della democrazia e il controllo dell’informazione.
Comperi i giudici, i politici e i mezzi di comunicazione, dopodichè agisci liberamente, sicuro dell’impunità, mentre puoi permetterti di raccontare alla gente tutte le bugie che ti vengono in mente.
E la cosa splendida è che sarà la gente stessa – o almeno buona parte di essa - a difendere e coprire le tue bugie, alle quali avrà creduto ciecamente grazie all’immensa fiducia che nel frattempo hai saputo infondere in loro.
“Tu” sei le istituzioni, ma loro non lo sanno, e alle istituzioni credono ciecamente.
Per gli altri, basterà dare un tozzo di pane ad un poliziotto perchè prenda a bastonate il contestatore, basterà dare un tozzo di pane al politico perchè faccia le leggi contro di lui, e basterà dare un tozzo di pane ai mille piero angela di questo mondo perchè vadano in tv a raccontarci che i “complottisti” sono dei malati senza speranza.
La speranza i complottisti ce l’hanno, ma non è certo quella di cui parla Piero Angela.
IL VIDEO CHE SU MTV NON VEDRETE MAI!
È Gianfranco Fini la nuova carta degli USA
Una volta costretto a ritirarsi dalla scena politica, Berlusconi potrà intitolare le sue memorie Come covarsi una serpe in seno, inserire il libro nella nuova collana Mondadori “Chi è causa del suo mal...”, e dedicarlo a Gianfranco Fini. Il 25/11 scorso, infatti, con una significativa coincidenza, l’editoriale del Corriere della Sera celebrava il tramonto del quindicennio berlusconiano, mentre La Stampa titolava in prima pagina: «E ora gli americani puntano su Gianfranco», preannunciando che a febbraio il Presidente della Camera è atteso negli USA «da interlocutore privilegiato». Siamo dunque alla resa dei conti, e stavolta neanche un chirurgo riuscirebbe a ricomporre una frattura ormai esposta alla luce del sole.
Ne è passata di acqua sotto i ponti da quel dicembre ’93, quando l’allora segretario missino sfidò Rutelli per la carica di sindaco di Roma e Sua Emittenza dichiarò la propria preferenza per il primo. Lo “sdoganamento” era iniziato, e al delfino di Almirante si offriva un’occasione insperata. Il 40enne che aveva appena teorizzato il “Fascismo del 2000” fu lestissimo a fiutare il mutar dei venti e a capire che, per sfruttarne la spinta, il vecchio veliero erede della RSI – i cui marinai si chiamavano ancora camerati e si salutavano romanamente – necessitava di un profondo restyling. La metamorfosi fu talmente rapida che nel giro di un anno l’antifascismo divenne un valore fondante per gli ex fascisti riverginati in AN. Le acque passate a Fiuggi (gennaio ’95) furono attentamente esaminate a Washington, Londra e Gerusalemme, che certificarono la perfetta riuscita dell’operazione: anziché l’antica ostilità all’imperialismo anglo-americano, un atlantismo a prova di bomba; niente più destra sociale, e avanti tutta col liberismo imposto da Wall Strett e dalla City; condanna dell’antigiudaismo mussoliniano e virata di 180° verso il fascismo sionista (l’antisemitismo rimaneva, virato però contro i palestinesi e gli arabi in genere). L’ex nostalgico di Salò aveva insomma creato una destra “per bene”, e il plauso dei perbenisti fu entusiastico. Miracolati dopo 50 anni di ghetto, ai suoi non parve vero che si spalancassero le porte del potere e del sottopotere.
Grazie al Cavaliere, che l’ha insediato prima come ministro degli Esteri, poi come vicepresidente del Consiglio e infine come terza carica dello Stato, l’ambiguo e ambiziosisimo numero 2 è arrivato là dove forse puntava fin dall’inizio. Ma il parricidio dev’essere inscritto nel suo destino come qualcosa d’ineluttabile. E dunque, dopo l’abiura dell’eredità ducesca e almirantiana, ecco giunta l’ora di detronizzare il sovrano di Arcore caduto in disgrazia. Da qui l’accelerazione degli ultimi mesi, che vede mister Arrogance prendere ogni giorno le distanze dal suo stesso governo, dal partito di cui pure è co-fondatore, e soprattutto dal leader cui deve tutto.
Poco importa che l’uomo sia sfuggente come un’anguilla e rotante come una banderuola: è abilissimo a recitare le ultime banalità del politically correct. Non per nulla, ai tempi del Fronte della Gioventù, i suoi camerati l’avevano soprannominato «dietro gli occhiali niente», e di lui Craxi diceva che è «un vuoto incartato: dentro, non c’è il regalo». Un bluff ambulante, insomma, uno zero ben confezionato. Ma, proprio per questo è quel che ci vuole per eseguire fedelmente i desiderata d’Oltreoceano: uno che si può tenere saldamente al guinzaglio facendogli pendere sul capo la spada di Damocle del suo passato. I politici ricattabili sono infatti i più “fungibili”: il padrone che li ha gratificati assumendoli come camerieri, nel caso si prendano troppe confidenze può sempre rimetterli al loro posto. Cosa divenuta assai più difficile con un soggetto anomalo come Berlusconi: straricco di suo, senza trascorsi politici da farsi perdonare e con un seguito popolare tuttora vastissimo, non è ricattabile, e dunque risulta inaffidabile.
L’assalto finale al Cavaliere, del resto, è stato candidamente preannunciato da Paolo Guzzanti, che ha rotto col premier accusandolo di aver tradito Washington per vendersi a Mosca. Sul suo blog, l’11/9 scorso, il senatore fuoriuscito dal Pdl scriveva testualmente: «L’ordine è arrivato dagli USA: Berlusconi va eliminato. (...) A me già lo disse chiaro e tondo l’ambasciatore Spogli, che andai a salutare quando lasciò l’ambasciata di via Veneto: “Vogliamo un’Italia che non dipenda dalla Russia come una colonia e non vogliamo che la Russia incassi una somma di denaro di dimensioni mostruose, che poi Mosca converte direttamente in armamenti militari”. Da allora, un fatto nuovo di enorme gravità si è aggiunto: l’Italia ha silurato il gasdotto Nabucco (che eliminava la fornitura russa passando per Georgia e Turchia) facendo trionfare South Stream, cioè l’oro di Putin. Contemporaneamente Berlusconi organizzava la triangolazione Roma-Tripoli-Mosca associando Gheddafi nell’affare. (...) L’operazione è stata preparata con cura attraverso una campagna mediatica di lavoro al corpo di Berlusconi, basato sulle vicende sessuali, sulle inchieste di mafia e sulla formazione, nell’area moderata, di un’alternativa politica a tre punte: Luca Cordero di Montezemolo, Perferdinando Casini e Gianfranco Fini, ciascuno a suo modo e con le sue vie, ma in una sintonia trasparente. (...) Lo scontro è ravvicinato e mortale. La grande manovra è cominciata, le artiglierie già battono il campo». Il giorno dopo, per i duri di comprendonio, Guzzanti aggiungeva due particolari illuminanti: «Le grandi inchieste Mani Pulite sono nate dalla polizia
USA (non dalla Cia, ma dall’FBI)» e «Il nuovo ambasciatore USA David Thorne, che davanti al Senato USA ha spiegato di essere consapevole dei problemi che dividono USA e Italia (oltre al bla-bla-bla dell’amicizia sempiterna), ieri ha reso visita per mezzora a Montecitorio a Gianfranco Fini» (www.paologuzzanti.it ).
E infatti, puntuale come la morte, ecco avvicinarsi il botto definitivo: il 4 dicembre, ossia 17 anni dopo i fatti, il mafioso pentito Gaspare Spatuzza testimonierà che Berlusconi è il mandante degli omicidi di Falcone e Borsellino, nonché delle stragi del ’93 (degli assassinî del mostro di Firenze per ora no, ma non si sa mai).
Ecco perché, algido come un blocco di ghiaccio, impettito come un tacchino, sprezzante e pieno di sé come non mai, Fini è oggi sulla rampa di lancio per una nuova e ben più importante investitura. Piace alla destra laicista e tecnocratica, piace a una sinistra ormai incapace di distinguere una patacca da una pepita, ma soprattutto piace agli USA, decisi a sbarazzarsi d’un miliardario ch’è uscito dal seminato ed è diventato una pietra d’inciampo. E allora fiato alle parolacce demagogicamente proferite di fronte ai giovani immigrati contro chi osa definirli “diversi”, tanto non c’è nessuno a ricordargli che la legge tuttora in vigore contro gli stessi si chiama Bossi-Fini.
Quando avrà fatto fuori il Cavaliere, Fini potrà coronare il suo sogno di gioventù. Se infatti la sua scelta missina fu causata dai sessantottini bolognesi che gli impedivano l’ingresso a un cinema dove si proiettava Berretti verdi, avrà presto di che consolarsi: accolto a braccia aperte dai guerrafondai yankee, per i quali John Wayne è sempre un mito, verrà forse ricevuto alla Casa Bianca, dove siede uno zio Tom che raddoppia l’impegno militare in Afghanistan, apre un nuovo fronte in Pakistan, non chiude Guantanamo e riceve perfino il Nobel per la Pace. Campioni di coerenza, i due sono fatti per intendersi.
Alberto Signorini Blogghete 28.11.2009
Il "No Berlusconi Day" nato "spontaneamente" dalla rete? ...vediamo...
Come molti sanno, non amo molto discutere sul nulla, ma amo alla follia approfondire. L'ho fatto nel settembre 2007, quando sembrava che l'Italia avesse trovato il "Nuovo Salvatore", pubblicando - fra i pochissimi in rete - la minchiata delle "tre leggi Grillo", scavando nel suo passato a dir poco "contraddittorio", nel suo triplice omicido colposo ignorato dai più, nella persecuzione economica durata decenni di un poveraccio, per una serata del festival dell'Unità andata a male; nella coerenza dell'ecologista con SUV, Ferrari, e barca a motore modello "ferro da stiro", con non meno di 1500 hp di potenza; l'ho fatto quando si è messo a promuovere la truffa della "washball" che lava senza detersivo, fatta a pezzettini e ridicolizzata dai tests scientifici degli istituti di ricerca; della intervista prima concessa e poi negata a Gilioli dell'Espresso, perchè, esattamente come Berlusconi, voleva conoscere prima le domande. Questa storia delle cose che nascono "dal basso" dalla rete, per germinazione spontanea, non mi hanno mai convinto. Forse perchè comincio a capire qualcosa di cosa funziona e di cosa non funziona in rete. Scusate, sarà un post lungo e puntiglioso, ma poi non ci tornerò più. Però, se faccio un post d'inchiesta, e non qualcosa di diverso e di approssimativo. Ed allora vediamola, questa germinazione spontanea, partendo [dal blog di Tonino di Pietro]. Ed ecco la prima sorpresa: la home-page è cambiata. Non è più quella che conoscevo, e che è stata usata fino a marzo compreso. Ne riproduco il frontespizio, per chi ha memoria corta: il bel faccione di Tonino, niente viola, niente links ad un ancora non esistente "No Berlusconi Day" nato dalla rete, dal basso...
Ma passa appena un mese, arriviamo all'aprile del 2009, e il frontespizio del blog di Tonino è cambiato. DRASTICAMENTE cambiato:
Troviamo le "piccole stranezze"? Bene:
-a) la data è il 30 Aprile 2009, cioè cinque mesi e nove giorni PRIMA del giorno di nascita del gruppo. Non è, a dir poco, alquanto "strano"? Delle due l'una: o Tonino ha il dono della preveggenza, e riesce ad immaginare fin nel nome della manifestazione, e nel colore viola, i dettagli di una cosa che "nascerà spontaneamente dalla ggente" sei mesi dopo, oppure siamo in presenza di un fenomeno paranormale. Tertium non datur.
-b) Nel frontespizio c'è tanto di link a facebook con tanto di manina che indica dove cliccare, ma il link è inattivo. Per forza... in aprile il "gruppo spontaneo nato dalla rete" non esiste ancora, però Tonino si è portato avanti...
Ma chi ce lo ha detto, a noi, che il gruppo è nato il 9 Ottobre del 2009, esattamente cogli stessi colori che Tonino aveva immaginato cinque mesi abbondanti prima? Ma ce lo dice il gruppo! Basta guardare la pagina ufficiale del gruppo oggi, concentrarsi sulla colonna di sinistra, e si può trovare tutto quello che molti non vogliono trovare:
Mi scuso per la scarsa leggibilità, ma c'è proprio tutto: un [indirizzo di posta elettronica], [un sito], un ufficio stampa, e... la data di nascita: "9 Ottobre 2009". Strano... sul sito di Tonino questa cosa c'era già il 30 aprile 2009! Quando si dice la parapsicologia!
Quante stranezze!!! il dominio "noberlusconiday.org" è stato registrato da Franca Corradini di Arezzo il 27 ottobre 2009. Sono andato sulla pagina facebook di Franca Corradini, e c'è esattamente la fotina viola che vedete a sinistra. Precisa precisa.
Ma andiamo avanti: in basso, sempre sotto la colonna illustrata, c'è il link col supporto per creare i gruppi "locali". Vi ricorda niente? a me si... a me ricorda il meccanismo dei meetup grillini: tanti se-credenti indipendenti, inquadrati militarmente, persino nella unicità del design e della piattaforma, dai rispettivi guru. Volete creare un gruppo Di Pietro Style? ecco [il link] con le istruzioni, e tutto quello che serve.
Ecco un breve estratto dei semplici "ordini di servizio ai quali attenersi" per "partecipare spontaneamente dal basso", senza inquadramenti, alla prossima operazione militarizzata dall'IdV:
IMPORTANTE!!!!! Semplici regole da osservare per organizzare un gruppo di supporto locale nella tua città:
1- INVIA una email al coordinatore dei gruppi di supporto locali (nobdaysupporto@gmail.com)
indicando: NOME, COGNOME, E-MAIL e dichiarando la tua DISPONIBILITA' a gestire il gruppo di supporto locale.
2- ATTENDI L'OK del coordinatore e CREA UN NUOVO ACCOUNT FACEBOOK il cui nome sia: No Berlusconi Day
Città di pertinenza ad esempio: No Berlusconi Day Milano e la cui immagine del profilo sia quella che pubblichiamo qui sotto.
3- LOGGATI con il nuovo account e richiedi l'amicizia all'account facebook
No Berlusconi Day Gruppi: http://www.facebook.com/profile.php?id=100000398799337
4- Crea il GRUPPO (stesso nome del profilo) e inviane il link a nobdaysupporto@gmail.com
5- richiedi l'iscrizione al gruppo di coordinamento seguendo questo link:
http://www.facebook.com/group.php?gid=167246938296
N.B. nel gruppo di coordinamento saranno immediatamente accettati solo gli account "No Berlusconi Day", gli account "personali" necessitano di una verifica che tende a tardare la procedura.
Il coordinatore dei gruppi di supporto locali sarà il referente unico per la risoluzione di problemi, chiarimenti ed osservazioni.
nobdaysupporto@gmail.com
Con tanti saluti alla indipendenza, genuinità e spontaneismo di questa "operazione nata dalla rete senza sponsors politici".
PROSEGUIAMO: Sempre su questa pagina c'è un link per "l'Autofinanziamento del B-Day". Siamo all'ossimoro. Se io mi autofinanzio, non chiedo i soldi a nessuno. Sul Tafanus c'è un link simile, ma chiamiamo le cose col loro nome: "Sostegno", non "Autofinanziamento". O no?
Poi, a scendere, osserviamo un altro pezzetto della colonna, coi simil-meetup di Tonino. Ma come, questa cosa non era nata spontaneamente e disordinatamente dalla rete? Confesso che comincio a non capirci più niente...
Poi ho avuto un'altra curiosità: quella di vedere chi è il collettore dell'autofinanziamento. Per fare questo è sufficiente cliccare sull'icona "Donazione" (non sul mio post, ovviamente, ma sulla pagina del gruppo su Facebook. Lo abbiamo fatto, ed ecco cosa ci appare: l'invito a mandare una donazione a tale Franz Mannino. Ma la richiesta di donazione per "autofinanziamento" è sulla pagina del gruppo. Ma il gruppo non era spontaneo, nato dal basso, dalla rete, senza vertici e strutture?
Una domanda sorge spontanea: se mi iscrivo al gruppo, e poi chiedo una parte del "sostegno" a Franz Mannino, me la manda? Voglio dire: raccoglie donazioni per conto della struttura? allora c'è una struttura. Oppure per cosa? e se non è per la struttura, perchè la struttura consente a non importa chi di usare pagina, logo e spazi della struttura per raccogliere fondi che vanno sul suo personale fondo Paypal? giuro... sono sempre più confuso. Ma ecco la pagina che si apre cliccando su "Donazione":
Esperienze esilaranti... leggiamo questo esilarante scritto di Tonino Di Pietro:
"...Apprendiamo con favore la notizia della candidatura di Beppe Grillo alla presidenza del Partito Democratico. Finalmente un volto nuovo con cui potremo dialogare e che non avrebbe, nei confronti dell’Italia dei Valori, un comportamento opportunistico, come sommatoria di voti di coalizione in prossimità di appuntamenti elettorali, ma di alleato coerente con cui condividere un programma politico. Una bella candidatura che metterà alla prova lo spirito riformista e democratico di un partito, oppure porterà alla luce, attraverso il ricorso a mille scuse e cavilli statutari dei suoi governanti, l’atteggiamento di chiusura di una casta dirigenziale. Timore che, come temo, non verrà smentito..."
Insomma, un peana di Tonino alla candidatura di Beppe Grillo alle primarie del PD. Ed io dovrei "dialogare" ed appoggiare questi dementi? Ma eccone un altro:
"...molti nel Pd fanno a gara per irridere la candidatura di Grillo a segretario di quel partito, eppure il suo è l'unico programma esposto, molto più articolato delle idee che finora abbiamo sentito dagli altri candidati. Il Parlamento pulito, la legge sul conflitto d'interessi, l'acqua pubblica, il no al nucleare e lo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili, il massimo di due legislature per i parlamentari, wi-fi gratuito, l'informazione libera, con il ritiro delle concessioni televisive di Stato ad ogni soggetto politico. Un programma serio, innovativo che condivido e che stiamo portando avanti da tempo come Italia dei Valori, nella solitudine più totale di questa classe politica dirigente di centrodestra e centrosinistra..."
Insomma, secondo Tonino, MAI NESSUNO AL MONDO aveva immaginato e/o proposto cose così innovative... mi viene il dubbio che il solare in Spagna lo abbia fatto Grillo su proposta di Tonino, non Rubbia su richiesta di Zapatero... E se Tonino lo facessimo assumere a Zelig come sostituto dell'assessore Palmiro Cangini? Qui ormai siamo alla esaltazione della banalità quotidiana contrabbandata come ALTA INNOVAZIONE POLITICA.
...e per chiudere in bellezza, andiamo ad Annozero di ieri: altro passaggio della compagnia di giro. Santoro, che l'anno scorso dava fiato al trombone Grillo non meno di due volte a sera, ieri ha dato fiato a tale Grisorio, ventiseienne pugliese, ed alla sua bella serie di banalità alla Catalano:
Ecco... questo è quanto. Questo è lo spontaneismo del NoBerlusconiDay. Con tanto di strumenti a supporto nati mesi prima del "parto spontaneo", e col sito di Di Pietro che ha cambiato faccia cinque mesi prima di questo parto, e in funzione di questo parto ampiamente programmato. Se qualcuno vuole partecipare all'ennesima dipietrata, lo faccia. Io non ho nulla da obiettare, così come spero che nessuno abbia nulla da obiettare sul fatto che io ed altri abbiamo compiuto altre scelte. Però, PER PIACERE, dopo quanto ho documentato con ore di lavoro, non prendiamoci in giro con la favola bella della manifestazione spontanea, nata dal basso, senza oneri ed onori per i partiti. Vero, Tonino?
Massimo Mazzucco Luogocomune 23/11/2009
Mentre i media mainstream continuano ad alimentare il dibattito sul caso Kennedy con le false argomentazioni, innocue e fuorvianti, che lo hanno tenuto in piedi per oltre 40 anni, in Internet sono già disponibili dati sufficienti per ricostruire con relativa precisione quello che avvennne a Dallas il 22 novembre 1963.
Grazie alle confessioni in punto di morte di diversi personaggi collegati al caso, oggi siamo in grado di ricostruire il complesso puzzle che portò alla morte del presidente, e che vide coinvolti, in modo e misura diversi, la mafia, la CIA, l’FBI, e lo stretto giro dei petrolieri texani che faceva capo a Lyndon Johnson.
Il semplice fatto che a Dallas fossero presenti, la sera prima dell’attentato, ben tre futuri presidenti americani – oltre al capo dell’FBI in persona - la dice lunga sulla ragnatela di interessi incrociati che portò a rendere necessario quello che fino a poco tempo prima appariva addirittura impensabile: la pubblica esecuzione del presidente degli Stati Uniti, alla luce del giorno, sotto gli occhi dell’intera nazione.
Ma è soprattutto l’alleanza fra mafia e CIA, che si erano ritrovate unite dalla necessità di riconquistare Cuba al più presto, ad essere confermata dalle rivelazioni dei vari personaggi coinvolti nell’attentato (*). Viene così finalmente chiarito anche il ruolo di Oswald: agente della Cia già da molti anni, fu mandato a Dallas proprio per aiutare l’uomo che avrebbe ucciso Kennedy, venuto da Chicago, a prendere conoscenza della zona, senza naturalmente sapere di essere lui il “patsy” destinato a passare alla storia come l’assassino del presidente.
Ma ci voleva la confessione di James Files, l’uomo che sparò il colpo fatale dalla collinetta, a fornire il pezzo centrale del puzzle che permette finalmente di chiudere la partita, in un’indagine che sembrava destinata – non a caso - a trascinarsi per sempre. Il paradosso infatti è che la sua confessione sia già nota da una decina di anni, a chi conosce da vicino il caso Kennedy, ma nessun altro al mondo lo sappia.
Naturalmente, i difensori della versione ufficiale hanno subito sostenuto che Files fosse un pazzo mitomane senz’arte nè parte, ma vi sono molti elementi incrociati – dei quali un semplice mitomane non potrebbe essere a conoscenza - che corroborano decisamente la sua storia, mentre il suo comportamento denuncia di tutto meno che il desiderio di farsi pubblicità.
Mentre è proprio nel motivo per cui non si può riconoscere ufficialmente la sua esistenza che risiede l’essenza del “grande complotto”, che coinvolge direttamente i grandi mezzi di comunicazione, i quali non potrebbero mai denunciare la verità dei fatti senza dover denunciare prima di tutto se stessi.
*Tutte queste affermazioni verranno chiarite meglio in un articolo di prossima pubblicazione, relativo all’uscita del libro “L’Altra Dallas”, nel quale i retroscena del caso Kennedy vengono analizzati nel dettaglio.
Antonio Selvatici ilGiornale
Torna l’attenzione sul terrorismo degli anni Settanta: su quegli anni, «formidabili» per qualcuno, ma in realtà tragici, ancora oggi, vi sono degli aspetti non ancora chiari. O meglio, su cui probabilmente si è preferito non indagare a fondo. Riguardo Lotta Continua movimento politico vi è ancora una questione in sospeso che fino a oggi non ha avuto soddisfacente risposta. Perché il quotidiano Lotta Continua veniva stampato da una tipografia gestita da americani? Perché il movimento estremista, comunista, movimentista ed extraparlamentare che era contro la borghesia, contro le multinazionali e contro l’America imperialista usava una tipografia «made in Usa»?
Cosa c’entrano gli americani con il foglio Lotta Continua? Cosa c’entra l’intelligence statunitense con il noto quotidiano dove professionalmente si sono formati molti brillanti giornalisti? La stessa domanda la posi ad Adriano Sofri quando andai a intervistarlo. Mi mandò a quel paese. Attendo ancora una risposta. La questione è nota a pochi. Per ricostruirla occorre andare in Camera di commercio e chiedere la stampa delle visure societarie. Quindi legare gli sterili dati camerali agli avvenimenti del periodo. L’intera vicenda si svolge a cavallo degli anni Settanta quando «i berlingueriani non avevano più nulla da offrire alla classe operaia», di conseguenza non rimaneva che volgere lo sguardo sempre più a sinistra. Oltre il Pci. Per diffondere l’ideologia estremista in contrasto con quella più moderata e «ufficiale» di Botteghe Oscure, a partire dal 1969 vennero costituiti alcuni fogli «di lotta».
Tra i tanti, alcuni ebbero fortuna, altri, chiusero dopo pochi numeri. Lotta Continua inizialmente uscì a cadenza quindicinale, poi divenne un quotidiano. I militanti appresero la notizia della trasformazione del loro foglio di riferimento in quotidiano nell’agosto del ’71 nel corso di un affollato convegno che si tenne a Bologna. Come promesso (direttore Adele Cambria) l’11 aprile ’72 uscì il numero uno di Lotta Continua quotidiano (registrazione del Tribunale di Roma 14.442 del 13 marzo ’72). Aggressivo il titolo d’apertura della prima pagina: «Così i padroni della Dc si preparano alla guerra civile contro i proletari». Una nota importante: bisogna sapere che quasi sempre la società che «produce» un quotidiano non è la stessa che fisicamente lo stampa. Una cosa è l’editore, i giornalisti che scrivono, altra lo stampatore. La redazione del quotidiano militante si trovava a Roma in via Dandolo al civico 10. Anche la stampa si faceva nello stesso edificio: incaricata era la società Art Press. Una società a responsabilità limitata con oggetto sociale «l'esercizio dell'attività tipografica ed editoriale». L'Art Press venne costituita a Roma il 1° dicembre ’71, pochi mesi dopo l’annuncio fatto durante il convegno di Bologna. A sorpresa nella compagine societaria troviamo degli americani. Amministratore della piccola stamperia risulta essere Robert Cunnigham junior, nato nello Stato dell’Ohio. Nella stessa strada vi era la Dapco che stampava Daily American, il giornale degli americani a Roma, ancora una volta, amministratore era un Cunningham. Alla fine del ’75 il quotidiano Lotta Continua si trasferì in via dei Magazzini Generali al civico 32/a (direttore Enrico Deaglio). Cambiò sede e cambiò stampatore: questa volta i fogli scorrevano tra i rulli della Tipografia «15 Giugno» con sede nella stessa via, ma all’attiguo civico 30. Tra i soci della nuova tipografia, con una quota minoritaria, vi era anche il solito Robert Cunningham junior (insieme, tra l’altro, a Marco Boato).
Non distante dalla Tipografia «15 Giugno» si trovava la società per azioni Rome Daily American che stampava in lingua inglese il quotidiano degli americani che vivevano in Italia. Per ribadire la liaison tra la via Dandolo e i legittimi interessi statunitensi, va segnalato che a partire dal dicembre 1982 allo stesso indirizzo dove si stampava Lotta Continua si insediò la società Am.P.Co. Srl, American Publishing Company, società a responsabilità limitata. E nuovamente troviamo Robert Cunnigham junior a ricoprire la carica di amministratore unico. Naturalmente avere ricoperto cariche societarie in società che stampavano il famoso quotidiano Lotta Continua non costituisce reato: ognuno è libero di spendere o investire soldi o tempo come meglio crede. Non mi meraviglia se uno o più membri della famiglia Cunningham abbiano amministrato o abbiano ricoperti altri incarichi in un’azienda che stampava il quotidiano Lotta Continua. Ciò che fa alzare il sopracciglio è la posizione della dirigenza, o di chi sapeva, in Lotta Continua. Come faceva il movimento extraparlamentare di sinistra a conciliare una politica apertamente anti-americana quando i soci della stamperia venivano da Oltreoceano.

Se era davvero così indispensabile un segnale, un evento, una prova che dimostrasse quanto il "caso Marrazzo" non fosse l'ennesimo scandaluccio politico-sessuale "trans e cocaina", questa quasi-certezza è stata fornita alle ore 4 della scorsa notte, quando Brenda, uno dei teste più importanti per le indagini (e forse proprio per questo tra i più riluttanti a riferire con chiarezza le dinamiche di ciò di cui era a conoscenza), ha trovato la morte nel suo appartamento per asfissia da monossido di carbonio. Presumibilmente.
Nel suo appartamento valigie pronte, tracce di liquido infiammabile ed il pc immerso in un lavandino ricolmo d'acqua. Una sconcertante e dolorosa condanna a morte per chi ha probabilmente la colpa di sapere ciò che non ancora era stato detto.
L'intera vicenda "Marrazzo" è stata raccontata in tutte le versioni possibili, ciascuna contraddistinta nel corso del tempo da un fattore di veridicità estremamente variabile, grazie anche ai continui ritrattamenti ed alle interminabili modifiche dei resoconti dei singoli protagonisti (da Marrazzo ai 4 carabinieri imputati, passando per l'intero alveo del mondo trans coinvolto).
E in tutte le circostanze gli aspetti più pruriginosi e voyeuristici hanno avuto la meglio sul buon senso e sulle sfaccettature penali.
I dati assodati non sono molti: il 3 luglio due carabinieri, Carlo Tagliente e Luciano Simeone, fanno irruzione in un appartamento di Via Gradoli 96. All'interno ci sono Natalì, trans brasiliano, ed il Presidente della regione Lazio Piero Marrazzo.
Secondo i due carabinieri quel giorno nell'appartamento c'era anche Gianguarino Cafasso (circostanza confermata dal suo legale Marco Cinquegrana), spacciatore per i trans e informatore per i CC, uomo chiave della vicenda, deceduto per apparenti cause naturali lo scorso settembre.
Natalì e Marrazzo negano la sua presenza.
Alcuni giorni dopo gli stessi carabinieri, assieme ad altri due colleghi (Nicola Testini ed Antonio Tamburrino) cercano di vendere un video di circa due minuti che ritrae Marrazzo e Natalì quello stesso giorno durante l'irruzione. Il filmato mostra, su di un tavolino, una modica quantità di cocaina, il tesserino del Presidente ed una quantità di denaro ancora non chiara.
Marrazzo e Natalì non notano alcuna ripresa. Identica posizione dei Carabinieri, che imputano a Cafasso le riprese.
Tramite Tamburrino contattano Massimiliano Scarfone (il celebre fotografo autore dello scatto che "incriminò" a suo tempo Silvio Sircana), che a sua volta contatterà l'agenzia "Photo Masi", di Carmen Pizzuti. Da lì i tentativi di vendita presso le redazioni di Oggi, Chi, Libero, Panorama.
E' a questo punto che sorgono interrogativi naturali a cui nessuno finora sembra aver dato troppo peso. O talvolta averli mai posti.
1. Piero Marrazzo afferma di essere stato rapinato dai due carabinieri di 5 mila euro (che poi diventeranno 3 mila) e di essere stato costretto a firmare tre assegni da 20 mila euro complessivi.
I Carabinieri negano tutto.
Perché Giangavino Sulas (giornalista di Oggi che visionerà il filmato) e Massimiliano Scarfone affermano di aver notato una quantità di denaro nel video pari a ben 15 mila euro?
2. Piero Marrazzo afferma di aver ceduto i tre assegni ma di averne denunciato la scomparsa pochi giorni dopo. Perché il 13 luglio Adelfio Luciani, segretario di Marrazzo, denuncia la scomparsa di ben 9 assegni del libretto del Presidente?
3. La titolare dell'agenzia Photo Masi, Carmen Pizzuti, incaricata di vendere il filmato, dichiara di aver trovato assurda la strategia operata dei Carabinieri. E' lei stessa a porre questa domanda: perché compiere reati allo scopo di fare soldi con la vendita definitiva di un filmato ad un giornale anziché usare il video come arma di ricatto per incamerare molti più soldi e mantenere la vicenda sotto silenzio?
4. Perché non ci fu mai nessun tentativo di ricatto verso Marrazzo da parte dei carabinieri, video alla mano? Perché la presunta ricerca di denaro facile si direzionò subito verso la grande stampa (la redazione di Libero, direttore Feltri, venne contattata appena 8 giorni dopo l'irruzione) e non verso Marrazzo?
5. Cafasso sarebbe stato il teste chiave dell'intera vicenda. Avrebbe potuto raccontare del video, della sua presenza o meno a Via Gradoli, del suo rapporto con i carabinieri e con i trans Brenda e Natalì.
La sua compagna, un trans di nome Jennifer, afferma di aver gettato il suo telefonino (scrigno ricco di potenziali tesori giudiziari, video in primis) perché non sopportava più di sentirlo squillare.
Quanti, di fronte ad uno stillicidio sonoro, hanno l'abitudine di buttare il cellulare anziché spegnerlo?
6. Brenda nei primi istanti dello scandalo negò persino di conoscere Marrazzo. Più tardi confermò anche le voci che parlavano di un video che ritraeva lei con Marrazzo e un'altra trans di nome Michelle. Perché, stando a quanto riferisce Brenda, anche Michelle aveva anche una copia del filmato? Perché poco tempo dopo la serata del filmato Michelle si trasferì in Francia?
7. Fu presa visione da parte degli inquirenti del cellulare di Brenda? Quello stesso cellulare sottrattole con la forza dopo un vero pestaggio la notte dell'8 novembre scorso?
8. Perché Maurizio Belpietro afferma di non essere mai stato interessato al video, quando invece Carmen Pizzuti afferma che i due si accordarono per un prezzo di vendita di 100 mila euro e che l'affare si bloccò solo a causa del concomitante interessamento di Panorama?
9. Maurizio Belpietro visionò il filmato l'11 ottobre. Il suo editore, messo immediatamente al corrente il giorno stesso, lo visionò 3 giorni più tardi, il 14 ottobre.
Sempre l'11 ottobre ed il 15 ottobre ci furono due incontri tra gli Angelucci (Antonio e Giampaolo), proprietari del gruppo di cliniche private Tosinvest oltre che proprietari di Libero, quindi a conoscenza del video-ricatto, ed esponenti della regione Lazio, tra cui lo stesso Marrazzo (nella seconda occasione).
Come mai alcuni membri dello staff di Marrazzo, oltre che l'attuale Presidente regionale Esterino Montino, parlano di una recrudescenza nei toni, di feroci scontri verbali (e quasi fisici) e di un inaspettato spirito "barricadero" da parte degli Angelucci in queste circostanze?
E' accettabile che gli editori del quotidiano che sembrerebbe aver deciso di pubblicare il video anche a costo di distruggere a mezzo stampa la carriera politica di Marrazzo siano gli stessi che hanno giocato al rialzo nelle trattative sulla sanità dei giorni precedenti lo scandalo?
Non si tratta di una chiara situazione di ricattabilità (se non di vero e proprio ricatto), visto che il presunto acquirente del filmato è lo stesso in perenne scontro con la Regione Lazio a causa di alcuni provvedimenti regionali che ledono gli interessi del gruppo Tosinvest?
10. Alfonso Signorini, direttore di Chi, fu l'unico ad ottenere una copia del video, su permesso dei 4 carabinieri. Perché?
11. Signorini contattò Marina Berlusconi, Presidente di Mondadori, editore di Chi, per la questione del video il 5 ottobre. Silvio Berlusconi contattò Marrazzo per informarlo del video il 19.
Quando Berlusconi ha saputo del video? Perché ci fu prima un tentativo di vendita a Libero, poi a Panorama e solo dopo il congelamento delle trattative, Berlusconi avvertì Marrazzo?
12. Il 19 ottobre Berlusconi informa Marrazzo sul video in circolazione. Il giorno successivo Marrazzo incontra ancora una volta Antonio Angelucci, senatore PDL.
Angelucci in qualità di editore di Libero è consapevole della ricattabilità di Marrazzo ed ora anche Marrazzo sa del video e, forse, anche degli interessamenti di Libero. Marrazzo ha urgenza di acquistare il video e Angelucci di pubblicarlo. Marrazzo è ora consapevole della propria posizione di subalternità?
In questa occasione i due si incontrino per discutere della questione sanità come nelle altre occasioni (stando alle dichiarazioni dei diretti interessati) o l'incontro era finalizzato alla risoluzione del problema del video-ricatto, come sembrerebbe emergere dalle dichiarazioni a mezzo stampa di alcuni membri dello staff di Marrazzo?

excusatio non petita...
"Da ex Pm e investigatore mi permetto di dissentire da chi, in queste ore, con molta superficialità e tempestività, ha già dato per certo che il transessuale Brenda sia stata uccisa", ha detto il leader dell'Italia dei Valori in un comunicato diffuso oggi.
"Già si sta scatenando la rincorsa per individuare il presunto omicida ed il movente. Ma siamo certi che si tratti di omicidio e non di una tragicissima e personalissima storia di alcol, farmaci e droga che aveva inzuppato' il transessuale Brenda, fino a portarla ad una morte provocata da essa stessa?", ha aggiunto Di Pietro, dicendo di voler fare un "appello alla cautela".
Per più di trent’anni nessuno l’ha cercata. E non era lontana, abbandonata lì, nel parcheggio di Villa Borghese. Una Bmw grigio-oro, quella che ha portato Emanuela Orlandi lontano, via per sempre. Da quella automobile che da oltre un anno è a disposizione della polizia scientifica e di chi sta cercando di fare luce sul sequestro è saltato fuori un nome: quello del sequestratore.
Gli inquirenti ci sono arrivati attraverso un pista parallela a quella fornita dalla supertestimone Sabrina Mainardi e non è possibile sapere se quest’uomo sia ancora in vita. Il riserbo è massimo. Ma certamente dopo tanto tempo si è a un passo dalla verità. Mario, il telefonista non solo è stato individuato ma sarebbe già stato ascoltato dalla Procura. L’uomo che quel 23 giugno del 1983 fece salire la cittadina vaticana sulla Bmw sarebbe stato riconosciuto da almeno un testimone. Di chi si tratta? Di quell’automobile si sa solo che è appartenuta al faccendiere Flavio Carboni e che poi era stata intestata a diverse società. Ma per qualche tempo è esistita anche una seconda pista inseguita da uno 007 che aveva individuato nello steso De Pedis e Sabrina Mainardi i proprietari della vettura. A quasi due anni dalla riapertura delle indagini si può dire che la pista della «inattendibile» signora Mainardi ha portato i suoi frutti.
La famiglia Orlandi, è bene dirlo subito, non ha mai troppo creduto alla pista vicina alla Banda della Magliana. Eppure tutto coincide e tutte le dichiarazioni della Mainardi hanno trovato riscontro. C’era la Bmw, c’era il tunnel che attraversava mezza Roma e che veniva utilizzato dalla Banda, c’era lo stanzino segreto con bagno e brandina dove Emanuela sarebbe stata segregata per qualche tempo. Se si inseguono le testimonianze e si mettono insieme i pezzi, il giallo della scomparsa di Emanuela porta ad un unico filo che tiene insieme la banda criminale più potente di Roma, i segreti del Vaticano, il mistero della tomba di un pluriassassino come De Pedis ospitata nella cripta di una delle basiliche riservate a cardinali e papi e forse anche la scomparsa del banchiere Calvi.
Il rapimento di Emanuela non sarebbe legato ai Lupi Grigi o alla liberazione di Ali Agca, ma a una becera storia di sesso con ragazzine. Una storia finita male e che avrebbe avuto come protagonisti personaggi eccellenti. Sabrina Mainardi in questi anni durante i quali è stata ascoltata a più riprese non ha mai cambiato versione. Spiegava: «Ho dovuto mantenere il silenzio per trent’anni perché i boss mi avevano minacciato la figlia. Ma quando mia figlia si è trovata ad avere a che fare con la giustizia ho capito che era il tempo». Emanuela Orlandi, raccontava, lei l’aveva conosciuta. Anzi. Era stata lei stessa a portarla in Vaticano a bordo di una Bmw e lì l’aveva consegnata ad un uomo vestito in abiti talari. «Sembrava ubriaca. Rideva, piangeva... era in uno stato di alterazione». Così la donna di Renatino De Pedis ha raccontato il calvario di Emanuela. Secondo la Mainardi Emanuela sarebbe stata rapita su ordine di Monsignor Marcinkus. Segregata, drogata, infine uccisa o più probabilmente «morta per errore» e gettata poi come un sacco in una betoniera di una casa in costruzione a Torvajanica da uomini abituati a disfarsi di cadaveri. È forse per questo che poi De Pedis ebbe l’onore della sepoltura in una basilica?
Reticenze, silenzi, depistaggi. Anche Vincenzo Parisi, all’epoca numero due del Sisde, in un rapporto sul caso Orlandi lamentava l’ostilità degli alti prelati. Resta sempre in piedi la curiosa vicenda di Raul Bonarelli, numero due della sicurezza vaticana, unico indagato per depistaggio ma mai interrogato. Bonarelli, convocato in Procura, avrebbe avuto ordini di non rivelare quanto accadde in Vaticano dopo la scomparsa di Emanuela.
In un’intercettazione telefonica presa alle 19.53 del 12 ottobre 1983. Raoul Bonarelli parla con un interlocutore che chiama «Capo».
Capo: «Pronto!..».
Bonarelli: «Dica...».
Capo: «Che sai di Orlandi? Niente!...Noi non sappiamo niente!...Sappiamo dai giornali, dalle notizie che sono state portate fuori!...Del fatto che è venuto fuori di competenza...dell’ordine italiano».
Bonarelli: «Ah, cosa devo dire?».
Capo: «Ebbè, eh... Che ne sappiamo noi? Se tu dici: “Io non ho mai indagato”...Non dirlo che è andato alla Segreteria di Stato».
Bonarelli: «No, no... Noi io all’interno non devo dire niente. Niente». Capo: «All’esterno però... che è stata la magistratura vaticana...se ne interessa la magistratura vaticana...tra di loro questo qua...Niente dici, quello che sai te niente!».
Bonarelli: «Cioè se mi dicono però se sono dipendente vaticano, che mansioni svolgo, non lo so, mi dovranno identificare, lo sapranno chi sono...».
Capo: «Eh, sapranno, perchè che fai, fai servizio e turni e sicurezza della Città del Vaticano, tutto qua». Bonarelli: «Eh va bene, allora domani mattina vado a fare questa testimonianza, poi vengo, vero?».
Capo: «Poi vieni».
Dunque sul caso Orlandi il Vaticano aveva istruito un’inchiesta riservata il cui esito è stato consegnato alla Segreteria di Stato e la Vigilanza vaticana ha sempre taciuto agli investigatori italiani.
Del ‘93 è l’incredibile intervista rilasciata dal cardinale Silvio Oddi al quotidiano «Il Tempo». «Emanuela Orlandi - disse il cardinale - non venne sequestrata all’uscita dalla scuola di musica ma quella sera tornò a casa a bordo di un’automobile di lusso sulla quale ripartì. L’ignoto accompagnatore attese la ragazza alla Porta di Sant’Anna probabilmente (dice Oddi) per non farsi vedere dalle guardie svizzere che avrebbero potuto riconoscerlo».

Anna Tarquini Unità 21.11.2009



Create a playlist at MixPod.com