Se era davvero così indispensabile un segnale, un evento, una prova che dimostrasse quanto il "caso Marrazzo" non fosse l'ennesimo scandaluccio politico-sessuale "trans e cocaina", questa quasi-certezza è stata fornita alle ore 4 della scorsa notte, quando Brenda, uno dei teste più importanti per le indagini (e forse proprio per questo tra i più riluttanti a riferire con chiarezza le dinamiche di ciò di cui era a conoscenza), ha trovato la morte nel suo appartamento per asfissia da monossido di carbonio. Presumibilmente.
Nel suo appartamento valigie pronte, tracce di liquido infiammabile ed il pc immerso in un lavandino ricolmo d'acqua. Una sconcertante e dolorosa condanna a morte per chi ha probabilmente la colpa di sapere ciò che non ancora era stato detto.
L'intera vicenda "Marrazzo" è stata raccontata in tutte le versioni possibili, ciascuna contraddistinta nel corso del tempo da un fattore di veridicità estremamente variabile, grazie anche ai continui ritrattamenti ed alle interminabili modifiche dei resoconti dei singoli protagonisti (da Marrazzo ai 4 carabinieri imputati, passando per l'intero alveo del mondo trans coinvolto).
E in tutte le circostanze gli aspetti più pruriginosi e voyeuristici hanno avuto la meglio sul buon senso e sulle sfaccettature penali.
I dati assodati non sono molti: il 3 luglio due carabinieri, Carlo Tagliente e Luciano Simeone, fanno irruzione in un appartamento di Via Gradoli 96. All'interno ci sono Natalì, trans brasiliano, ed il Presidente della regione Lazio Piero Marrazzo.
Secondo i due carabinieri quel giorno nell'appartamento c'era anche Gianguarino Cafasso (circostanza confermata dal suo legale Marco Cinquegrana), spacciatore per i trans e informatore per i CC, uomo chiave della vicenda, deceduto per apparenti cause naturali lo scorso settembre.
Natalì e Marrazzo negano la sua presenza.
Alcuni giorni dopo gli stessi carabinieri, assieme ad altri due colleghi (Nicola Testini ed Antonio Tamburrino) cercano di vendere un video di circa due minuti che ritrae Marrazzo e Natalì quello stesso giorno durante l'irruzione. Il filmato mostra, su di un tavolino, una modica quantità di cocaina, il tesserino del Presidente ed una quantità di denaro ancora non chiara.
Marrazzo e Natalì non notano alcuna ripresa. Identica posizione dei Carabinieri, che imputano a Cafasso le riprese.
Tramite Tamburrino contattano Massimiliano Scarfone (il celebre fotografo autore dello scatto che "incriminò" a suo tempo Silvio Sircana), che a sua volta contatterà l'agenzia "Photo Masi", di Carmen Pizzuti. Da lì i tentativi di vendita presso le redazioni di Oggi, Chi, Libero, Panorama.
E' a questo punto che sorgono interrogativi naturali a cui nessuno finora sembra aver dato troppo peso. O talvolta averli mai posti.
1. Piero Marrazzo afferma di essere stato rapinato dai due carabinieri di 5 mila euro (che poi diventeranno 3 mila) e di essere stato costretto a firmare tre assegni da 20 mila euro complessivi.
I Carabinieri negano tutto.
Perché Giangavino Sulas (giornalista di Oggi che visionerà il filmato) e Massimiliano Scarfone affermano di aver notato una quantità di denaro nel video pari a ben 15 mila euro?
2. Piero Marrazzo afferma di aver ceduto i tre assegni ma di averne denunciato la scomparsa pochi giorni dopo. Perché il 13 luglio Adelfio Luciani, segretario di Marrazzo, denuncia la scomparsa di ben 9 assegni del libretto del Presidente?
3. La titolare dell'agenzia Photo Masi, Carmen Pizzuti, incaricata di vendere il filmato, dichiara di aver trovato assurda la strategia operata dei Carabinieri. E' lei stessa a porre questa domanda: perché compiere reati allo scopo di fare soldi con la vendita definitiva di un filmato ad un giornale anziché usare il video come arma di ricatto per incamerare molti più soldi e mantenere la vicenda sotto silenzio?
4. Perché non ci fu mai nessun tentativo di ricatto verso Marrazzo da parte dei carabinieri, video alla mano? Perché la presunta ricerca di denaro facile si direzionò subito verso la grande stampa (la redazione di Libero, direttore Feltri, venne contattata appena 8 giorni dopo l'irruzione) e non verso Marrazzo?
5. Cafasso sarebbe stato il teste chiave dell'intera vicenda. Avrebbe potuto raccontare del video, della sua presenza o meno a Via Gradoli, del suo rapporto con i carabinieri e con i trans Brenda e Natalì.
La sua compagna, un trans di nome Jennifer, afferma di aver gettato il suo telefonino (scrigno ricco di potenziali tesori giudiziari, video in primis) perché non sopportava più di sentirlo squillare.
Quanti, di fronte ad uno stillicidio sonoro, hanno l'abitudine di buttare il cellulare anziché spegnerlo?
6. Brenda nei primi istanti dello scandalo negò persino di conoscere Marrazzo. Più tardi confermò anche le voci che parlavano di un video che ritraeva lei con Marrazzo e un'altra trans di nome Michelle. Perché, stando a quanto riferisce Brenda, anche Michelle aveva anche una copia del filmato? Perché poco tempo dopo la serata del filmato Michelle si trasferì in Francia?
7. Fu presa visione da parte degli inquirenti del cellulare di Brenda? Quello stesso cellulare sottrattole con la forza dopo un vero pestaggio la notte dell'8 novembre scorso?
8. Perché Maurizio Belpietro afferma di non essere mai stato interessato al video, quando invece Carmen Pizzuti afferma che i due si accordarono per un prezzo di vendita di 100 mila euro e che l'affare si bloccò solo a causa del concomitante interessamento di Panorama?
9. Maurizio Belpietro visionò il filmato l'11 ottobre. Il suo editore, messo immediatamente al corrente il giorno stesso, lo visionò 3 giorni più tardi, il 14 ottobre.
Sempre l'11 ottobre ed il 15 ottobre ci furono due incontri tra gli Angelucci (Antonio e Giampaolo), proprietari del gruppo di cliniche private Tosinvest oltre che proprietari di Libero, quindi a conoscenza del video-ricatto, ed esponenti della regione Lazio, tra cui lo stesso Marrazzo (nella seconda occasione).
Come mai alcuni membri dello staff di Marrazzo, oltre che l'attuale Presidente regionale Esterino Montino, parlano di una recrudescenza nei toni, di feroci scontri verbali (e quasi fisici) e di un inaspettato spirito "barricadero" da parte degli Angelucci in queste circostanze?
E' accettabile che gli editori del quotidiano che sembrerebbe aver deciso di pubblicare il video anche a costo di distruggere a mezzo stampa la carriera politica di Marrazzo siano gli stessi che hanno giocato al rialzo nelle trattative sulla sanità dei giorni precedenti lo scandalo?
Non si tratta di una chiara situazione di ricattabilità (se non di vero e proprio ricatto), visto che il presunto acquirente del filmato è lo stesso in perenne scontro con la Regione Lazio a causa di alcuni provvedimenti regionali che ledono gli interessi del gruppo Tosinvest?
10. Alfonso Signorini, direttore di Chi, fu l'unico ad ottenere una copia del video, su permesso dei 4 carabinieri. Perché?
11. Signorini contattò Marina Berlusconi, Presidente di Mondadori, editore di Chi, per la questione del video il 5 ottobre. Silvio Berlusconi contattò Marrazzo per informarlo del video il 19.
Quando Berlusconi ha saputo del video? Perché ci fu prima un tentativo di vendita a Libero, poi a Panorama e solo dopo il congelamento delle trattative, Berlusconi avvertì Marrazzo?
12. Il 19 ottobre Berlusconi informa Marrazzo sul video in circolazione. Il giorno successivo Marrazzo incontra ancora una volta Antonio Angelucci, senatore PDL.
Angelucci in qualità di editore di Libero è consapevole della ricattabilità di Marrazzo ed ora anche Marrazzo sa del video e, forse, anche degli interessamenti di Libero. Marrazzo ha urgenza di acquistare il video e Angelucci di pubblicarlo. Marrazzo è ora consapevole della propria posizione di subalternità?
In questa occasione i due si incontrino per discutere della questione sanità come nelle altre occasioni (stando alle dichiarazioni dei diretti interessati) o l'incontro era finalizzato alla risoluzione del problema del video-ricatto, come sembrerebbe emergere dalle dichiarazioni a mezzo stampa di alcuni membri dello staff di Marrazzo?

excusatio non petita...
"Da ex Pm e investigatore mi permetto di dissentire da chi, in queste ore, con molta superficialità e tempestività, ha già dato per certo che il transessuale Brenda sia stata uccisa", ha detto il leader dell'Italia dei Valori in un comunicato diffuso oggi.
"Già si sta scatenando la rincorsa per individuare il presunto omicida ed il movente. Ma siamo certi che si tratti di omicidio e non di una tragicissima e personalissima storia di alcol, farmaci e droga che aveva inzuppato' il transessuale Brenda, fino a portarla ad una morte provocata da essa stessa?", ha aggiunto Di Pietro, dicendo di voler fare un "appello alla cautela".
Per più di trent’anni nessuno l’ha cercata. E non era lontana, abbandonata lì, nel parcheggio di Villa Borghese. Una Bmw grigio-oro, quella che ha portato Emanuela Orlandi lontano, via per sempre. Da quella automobile che da oltre un anno è a disposizione della polizia scientifica e di chi sta cercando di fare luce sul sequestro è saltato fuori un nome: quello del sequestratore.
Gli inquirenti ci sono arrivati attraverso un pista parallela a quella fornita dalla supertestimone Sabrina Mainardi e non è possibile sapere se quest’uomo sia ancora in vita. Il riserbo è massimo. Ma certamente dopo tanto tempo si è a un passo dalla verità. Mario, il telefonista non solo è stato individuato ma sarebbe già stato ascoltato dalla Procura. L’uomo che quel 23 giugno del 1983 fece salire la cittadina vaticana sulla Bmw sarebbe stato riconosciuto da almeno un testimone. Di chi si tratta? Di quell’automobile si sa solo che è appartenuta al faccendiere Flavio Carboni e che poi era stata intestata a diverse società. Ma per qualche tempo è esistita anche una seconda pista inseguita da uno 007 che aveva individuato nello steso De Pedis e Sabrina Mainardi i proprietari della vettura. A quasi due anni dalla riapertura delle indagini si può dire che la pista della «inattendibile» signora Mainardi ha portato i suoi frutti.
La famiglia Orlandi, è bene dirlo subito, non ha mai troppo creduto alla pista vicina alla Banda della Magliana. Eppure tutto coincide e tutte le dichiarazioni della Mainardi hanno trovato riscontro. C’era la Bmw, c’era il tunnel che attraversava mezza Roma e che veniva utilizzato dalla Banda, c’era lo stanzino segreto con bagno e brandina dove Emanuela sarebbe stata segregata per qualche tempo. Se si inseguono le testimonianze e si mettono insieme i pezzi, il giallo della scomparsa di Emanuela porta ad un unico filo che tiene insieme la banda criminale più potente di Roma, i segreti del Vaticano, il mistero della tomba di un pluriassassino come De Pedis ospitata nella cripta di una delle basiliche riservate a cardinali e papi e forse anche la scomparsa del banchiere Calvi.
Il rapimento di Emanuela non sarebbe legato ai Lupi Grigi o alla liberazione di Ali Agca, ma a una becera storia di sesso con ragazzine. Una storia finita male e che avrebbe avuto come protagonisti personaggi eccellenti. Sabrina Mainardi in questi anni durante i quali è stata ascoltata a più riprese non ha mai cambiato versione. Spiegava: «Ho dovuto mantenere il silenzio per trent’anni perché i boss mi avevano minacciato la figlia. Ma quando mia figlia si è trovata ad avere a che fare con la giustizia ho capito che era il tempo». Emanuela Orlandi, raccontava, lei l’aveva conosciuta. Anzi. Era stata lei stessa a portarla in Vaticano a bordo di una Bmw e lì l’aveva consegnata ad un uomo vestito in abiti talari. «Sembrava ubriaca. Rideva, piangeva... era in uno stato di alterazione». Così la donna di Renatino De Pedis ha raccontato il calvario di Emanuela. Secondo la Mainardi Emanuela sarebbe stata rapita su ordine di Monsignor Marcinkus. Segregata, drogata, infine uccisa o più probabilmente «morta per errore» e gettata poi come un sacco in una betoniera di una casa in costruzione a Torvajanica da uomini abituati a disfarsi di cadaveri. È forse per questo che poi De Pedis ebbe l’onore della sepoltura in una basilica?
Reticenze, silenzi, depistaggi. Anche Vincenzo Parisi, all’epoca numero due del Sisde, in un rapporto sul caso Orlandi lamentava l’ostilità degli alti prelati. Resta sempre in piedi la curiosa vicenda di Raul Bonarelli, numero due della sicurezza vaticana, unico indagato per depistaggio ma mai interrogato. Bonarelli, convocato in Procura, avrebbe avuto ordini di non rivelare quanto accadde in Vaticano dopo la scomparsa di Emanuela.
In un’intercettazione telefonica presa alle 19.53 del 12 ottobre 1983. Raoul Bonarelli parla con un interlocutore che chiama «Capo».
Capo: «Pronto!..».
Bonarelli: «Dica...».
Capo: «Che sai di Orlandi? Niente!...Noi non sappiamo niente!...Sappiamo dai giornali, dalle notizie che sono state portate fuori!...Del fatto che è venuto fuori di competenza...dell’ordine italiano».
Bonarelli: «Ah, cosa devo dire?».
Capo: «Ebbè, eh... Che ne sappiamo noi? Se tu dici: “Io non ho mai indagato”...Non dirlo che è andato alla Segreteria di Stato».
Bonarelli: «No, no... Noi io all’interno non devo dire niente. Niente». Capo: «All’esterno però... che è stata la magistratura vaticana...se ne interessa la magistratura vaticana...tra di loro questo qua...Niente dici, quello che sai te niente!».
Bonarelli: «Cioè se mi dicono però se sono dipendente vaticano, che mansioni svolgo, non lo so, mi dovranno identificare, lo sapranno chi sono...».
Capo: «Eh, sapranno, perchè che fai, fai servizio e turni e sicurezza della Città del Vaticano, tutto qua». Bonarelli: «Eh va bene, allora domani mattina vado a fare questa testimonianza, poi vengo, vero?».
Capo: «Poi vieni».
Dunque sul caso Orlandi il Vaticano aveva istruito un’inchiesta riservata il cui esito è stato consegnato alla Segreteria di Stato e la Vigilanza vaticana ha sempre taciuto agli investigatori italiani.
Del ‘93 è l’incredibile intervista rilasciata dal cardinale Silvio Oddi al quotidiano «Il Tempo». «Emanuela Orlandi - disse il cardinale - non venne sequestrata all’uscita dalla scuola di musica ma quella sera tornò a casa a bordo di un’automobile di lusso sulla quale ripartì. L’ignoto accompagnatore attese la ragazza alla Porta di Sant’Anna probabilmente (dice Oddi) per non farsi vedere dalle guardie svizzere che avrebbero potuto riconoscerlo».

Anna Tarquini Unità 21.11.2009
A proposito dello schieramento antiberlusconiano
C'è una evidente accelerazione della crisi politica che investe la persona e il governo Berlusconi. Tutti con il fiato sospeso, da una parte e dall'altra. Il cosidetto partito delle libertà sta verificando la tenuta interna della coalizione, che viene scossa da questioni di politica economica e dalla eventualità di una o più condanne in giudizio del leader. Si cerca di fare buon viso a cattivo gioco e di mostrare che il dibattito è normale dialettica interna e che Berlusconi ha ragione da vendere nella difesa delle sue vicende personali. Ma ormai la partita a poker rischia di far saltare il banco. La sfida principale, dopo il lodo Alfano, è la proposta Ghedini sui tempi certi dei processi, una trovata per rimettere il discussione i tempi dei processi a Berlusconi. La sfida è da considerarsi però troppo alta e rischia di rendere impossibili ulteriori rilanci. Come dire, siamo alla frutta.
Certo, c'è da mettere in conto che l'attuale maggioranza non ha pudori politici nelle sue scelte. Il carattere fascistoide e razzista di questo governo è evidente e non possiamo dire che siamo in una situazione di normalità. Però le circostanze non permettono di arrivare alle leggi eccezionali, le uniche che potrebbero stabilizzare una maggioranza come questa aprendo un capitolo nuovo della storia d'Italia. Lo schieramento che si opporrebbe a scelte del genere è troppo ampio e anche trasversale. Anche Berlusconi ne è consapevole e quindi bluffa e poi gioca a fare il costituzionalista. Quindi è probabile,di fronte ad un aumento delle contraddizioni, che si vada alla crisi del governo e a nuove elezion, di cui già parlano noti esponenti di maggioranza .
Rinasce così la speranza del fronte antiberlusconiano, su cui però ci corre l'obbligo di fare alcune considerazioni. Intanto dobbiamo dire: "abbiamo già dato". Ci riferiamo al governo Prodi che a suo tempo incarnò il fronte che aspirava a liquidare il governo della destra. Come risultato concreto abbiamo avuto una politica economica alla Quintino Sella, il raddoppio di Aviano e la guerra in Afghanistan.
Oggi il fronte antiberlusconiano si presenta in una veste ancora peggiore. Il perno della vicenda è Casini e un Bersani pronto a tutti i compromessi centristi pur di rompere l’assedio.
Sul palcoscenico si muovono anche altri personaggi, da Di Pietro alla costituenda sinistra di alternativa, ma il manico della vicenda è in ben altre mani. Per riaprire i giochi ci vorrebbe un moto popolare come nel luglio ’60 che faccia capire che il gioco dell’alternativa può prevedere altri scenari. Ma non ci sembra che la discussione su questo si sia aperta. Se Bersani gioca al ribasso, la sinistra sta ancora peggio. E intanto assistiamo a forme di repressione che stanno assumendo un carattere sudamericano.
Erregi Aginform 17 novembre 2009
BASI USA IN ITALIA
Manlio Dinucci ilmanifesto 19 novembre 2009
La Regione Toscana e i comuni di Pisa e Livorno hanno dato il via, con un accordo di programma e 108 milioni di euro, al riassetto delle vie navigabili interne per «ottimizzare gli interscambi tra i siti logistici della Toscana». Davvero ottima iniziativa. Solo che tra i siti logistici maggiormente interessati c’è la base Usa di Camp Darby, che chiede l’ampliamento del Canale dei Navicelli che la collega al porto di Livorno. Il sindaco di Pisa Marco Filippeschi (Pd) ha chiesto al comando Usa una compartecipazione ai lavori «anche in vista di importanti prospettive dello stesso Camp Darby». Il comando ha «interesse ad allargare la darsena della base militare» così da manovrare due chiatte in contemporanea.
Soddisfatto, il sindaco conferma che «gli americani ritengono questo insediamento molto importante e vogliono continuare a investirci» e che, per tale progetto, c’è «disponibilità sia da parte del Parco che della Regione». Dimentica però lo «smemorato» sindaco del Pd che lo stesso Consiglio comunale di Pisa ha approvato, il 18 gennaio 2007, una mozione per «la dismissione e la riconversione a usi esclusivamente civili di Camp Darby».
La base, che rifornisce le forze terrestri e aeree nell’area mediterranea, africana e mediorientale, sta assumendo crescente importanza nel quadro del potenziamento delle basi Usa in Italia. Ha quindi necessità di velocizzare i collegamenti con il porto di Livorno e accrescere la capienza. Ciò può essere fatto creando, attraverso l’interporto livornese di Guasticce, un indotto che serva al transito e allo stoccaggio di materiali logistici, come gli «aiuti umanitari» della Usaid di cui la base costituisce il maggiore centro in Europa. In tal modo si può liberare, nella base, spazio per il deposito di altri armamenti.
Camp Darby intende quindi irradiarsi nel territorio e, a tal fine, è validamente aiutata dal sindaco Filippeschi che, mentre gioisce per le «importanti prospettive» della base Usa da cui partono le armi per le guerre, promuove un mese di iniziative sul tema «Pisa città per la pace e i diritti umani».

Gli aiuti umanitari USA pronti a partire dal cortile della regione più 'dirittoumanitaria' d'Italia.
RipensareMarx 20 novembre 2009
I mendicanti mendicano, i ladri rubano, le puttane puttaneggiano
(B. Brecht, L’opera da tre soldi)
…E i traditori tradiscono. Apprendiamo con estrema soddisfazione la notizia secondo la quale Massimo D’Alema – detto anche baffino di ferro, colui che da Premier fu in grado di trasformare palazzo Chigi nell’unica Merchant bank dove non si parlava inglese (Guido Rossi) ma si facevano ugualmente gli interessi della finanza anglo-americana; il Condottiero fiero che portava all’arrembaggio fantomatici capitani coraggiosi, col compito di scalare le grandi imprese pubbliche, senza il becco di un quattrino; l’amico intimo dei più scaltri e rampanti banchieri (in Puglia ancora si piange per la Banca 121) che rubavano ai poveri per dare ai ricchi; il più filoamericano dei socialisti ex piccìsti di casa nostra, l’uomo che nel ’99, sempre da Primo Ministro, riuscì a far passare l’aggressione alla Serbia (Cossiga ha più volte dichiarato, senza mai essere smentito, di aver affossato Prodi e di aver favorito l’ascesa di Spezzaferro perché agli americani serviva una specie di “fido” che facesse un lavoretto pulito senza scatenare l’opinione pubblica pacifinta e di sinistra), giustificandosi nella neolingua tipica dei servitori sciocchi dell’impero, come una difesa integrata per ragioni umanitarie; il gran visir di “Sicofantia” che sorrideva e salutava i suoi padroni in visita nella “Provincia” con welcome e bye bye a profusione (altro che politica del cucù di Berlusconi)- non sarà il candidato alla carica di Mr. Pesc del PSE.
Al suo posto i socialisti europei propongono l’inglese Catherine Ashton. Si tratta di una forma di risarcimento alla Gran Bretagna dopo che lo stesso PSE aveva escluso Tony Blair dalla corsa per la presidenza stabile dell’UE. Certo, la motivazione con la quale i socialisti europei hanno fatto fuori D’Alema è ancor più pretestuosa delle ragioni che avevano invogliato Berlusconi & C. a proporlo nel ruolo di “Ministro degli esteri” di Eurolandia.
Il re di Gallipoli non sarebbe presentabile, secondo il capogruppo dei socialdemocratici al parlamento europeo, Martin Schulz, poiché designato da una compagine politica non socialista. Stendo un velo pietoso su questa motivazione per quanto a noi vada benissimo così. Tuttavia non posso esimermi dal fare un altro appunto. Il fatto che i socialisti lascino una carica così importante alla Gran Bretagna, l’unico paese membro che sta solo con un piede in Europa e con entrambe le chiappe ben piazzate nella sua ex-colonia, la dice lunga sulla lungimiranza e sull’autonomia che vestirà la politica estera dell’Unione. Ancora una volta i sinistri, in tutto il continente, si rivelano il ponte levatoio abbassato dal quale passano tutti i nemici dei popoli europei.
Luca Casarini, ex leader dei disobbedienti, oggi ha 42 anni, è sposato e fa l'imprenditore nel Nord-est. Una volta assaltava il G8, ora fa l’imprenditore: “Siamo noi i veri sfruttati”. Contesta l’Irap (“Una vergogna”) e giustifica gli evasori: “Non hanno altra scelta”.
MICHELE BRAMBILLA MILANO LaStampa 18/11/2009
Ricordate Luca Casarini, il no global? Adesso fa l’imprenditore. È una delle tante partite Iva del Nord-Est, quelle che votano Berlusconi o Lega in percentuali bulgare. Quando parla dell’Irap, il nuovo Casarini parla come la Marcegaglia: «Un’imposta che colpisce la produzione è un’imposta assurda». Quando parla delle banche, parla come Tremonti: «L’accesso al credito, specie in periodi di crisi come questo, dovrebbe essere agevolato». Quando parla del centralismo dello Stato, parla come Bossi a Pian del Re: «C’è una forte richiesta di autonomia dalla parte della nostra gente, dobbiamo riprendere in mano i nostri destini».
Guai a dirgli, però, che ha voltato gabbana. Ribelle era e ribelle rimane. La sua ditta, una società di consulenza su marketing e comunicazioni, l’ha voluta chiamare «Nexus 7». «Nexus 6 - spiega - era il replicante di Blade Runner che si ribella. Io sono il numero 7, mi ribello ancora di più» (e proprio un replicante. NdAlessandro). La sede della ditta è a Marghera, a casa sua. Dipendenti zero. L’ha aperta in settembre. E due mesi sono sufficienti per capire i problemi di un mondo che non è propriamente quello da cui viene lui. Tasse, balzelli, burocrazia, clienti che non pagano e banchieri con il braccino corto hanno preso il posto di cortei, slogan, scontri con la polizia, denunce, condanne per resistenza a pubblici ufficiali.
Casarini, si rende conto che diranno tutti che è passato dall’altra parte?
«Ma non è vero. Io resto dalla parte degli sfruttati. E i nuovi sfruttati sono i piccoli imprenditori, gli artigiani. È il Paese che produce e quindi dovrebbe essere aiutato e invece si scontra con tutto un sistema di difficoltà».
Faccia qualche esempio
«L’Irap è una vergogna. Specie in periodi di crisi. Viene tassata la produzione, non il reddito: ma le pare? E poi le banche. Per fare un mutuo, che è l’unico sistema possibile per comprare una casa, in Italia c’è un tasso medio del 5 per cento; in Europa è del 2,5. Per chi ha un’attività, poi... Io ho chiesto settemila euro di credito, per darmeli ci hanno messo un mese e mi hanno chiesto beni di famiglia in garanzia».
Sono i rischi d’impresa. Se ne rende conto solo adesso?
«No, ho sempre pensato che i piccoli imprenditori erano vessati. Non ho mai avuto un atteggiamento ideologico contro di loro. Per questo ho polemizzato con la sinistra, che ha sempre avuto un’impostazione classica: difende gli operai delle grandi fabbriche, che sono stra-garantiti, e se ne infischia di quelli che lavorano con i piccoli».
Sta pensando di passare alla Lega?
«Per carità. Non crederà davvero che la Lega tuteli le piccole imprese, vero? O che il Pdl sia il mitico “partito del popolo delle partite Iva”? Quelle sono tutte balle. La prova è che al governo ci sono loro, Lega e Pdl, e per noi piccoli imprenditori non stanno facendo niente».
«Noi piccoli imprenditori»? Siamo sicuri che lei è proprio il Casarini che guidava le masse contro il G8?
«Mi faccia continuare. Si è mai chiesto perché la Lega se la prende tanto con gli immigrati? Perché è l’unico argomento che può permettersi. Se parla di tasse, balbetta. La Lega, qui in Veneto, è lo Stato. È la Lega che ci impone le tasse. Dicono tanto di Roma, ma a Roma ci stanno loro».
Che cosa vuol dire aprire un’impresa proprio in tempo di crisi?
«Vuol dire scoprire l’iniquità del sistema fiscale. Le faccio un esempio. Oggi la gente paga tutta in ritardo. Chi lavora per gli enti pubblici, poi, riceve i soldi dopo 90 o 120 giorni, a volte dopo sei mesi. Ma l’Iva la deve pagare subito. Subito, ha capito? Io la recupero dopo mesi e mesi. E gli interessi, dico: gli interessi chi me li paga?».
Lei è un uomo di lotta. Ha pensato a qualche manifestazione?
«Beh, potrei cominciare a fare obiezione fiscale non pagando l’Irap, ad esempio».
Cioè evadere il fisco? Proprio lei? Sono discorsi da cumenda brianzolo che vota centrodestra.
«Un momento. Distinguiamo. C’è evasione ed evasione. Un conto sono i grandi evasori, che non pagano le tasse e poi si comprano l’Alitalia con i soldi dello Stato, cioè nostri. Un conto sono i piccoli, che devono pur difendersi».
Quindi lei giustifica l’artigiano o il commerciante che fa un po’ di nero?
«Ma certo. Se no come fa a vivere? Uno è costretto a evadere. Lo so che eticamente è discutibile. Ma io vorrei sapere anche dove vanno, i nostri soldi. A finanziare le guerre? Io non ci sto».
E rieccolo, il Casarini disobbediente. Sarebbe curioso se il prossimo guaio giudiziario l’avesse per evasione fiscale, e si trovasse sul banco degli imputati con la stessa accusa di frode fiscale che i pm contestano a Berlusconi.
Tecniche di disinformazione. Come sgretolare il falso
11/10/2006
Dopo la censura di Santoro all'avvocato di Ultimo (non a Ultimo, pero' in tv fa piu' effetto dire che chiama Ultimo in persona) nella puntata/processo che parlava di antimafia, ho pubblicato l'articolo "Santoro e Betulla pari sono", che ha scaturito non poche polemiche sul forum di travaglio, frequantato da persone che stimano e ammirano Travaglio in quanto l'unico che sa parlare di verita'. Messo a conoscenza dell'articolo di censurati, Travaglio ha messo in prima pagina un articolo corredato da dichiarazioni mendaci che di seguito abbiamo sgretolato come un castello di carte. Operazione fin troppo facile per chi la sentenza se l'e' vista tutta, e letti e sentiti TUTTI gli interrogatori ad ogni singolo testimone del processo. Tutti i dubbi che dicono esserci ancora, sono spiegati punto per punto, ma esiste chi non sa o non vuole leggere. A questo punto consigliamo un programma tipo "La pupa e il secchione", non Annozero. Sono decisamente piu' appropriati. Tralasciamo le frasi sprezzanti dette su chi gestisce questo sito dette all'interno di quel forum, adesso con la dovuta calma, ma senza il trono di Annozero, senza risatine sarcastiche e senza il tono saccente, cerchiamo di dare tutte le risposte che pare aleggino ancora nell'aria.
Il grassetto saranno i commenti miei, i caratteri normali sono le parole di Marco Travaglio.
Marco Travaglio ha scritto:
Siccome circolano, su presunti siti "antimafia"
dal momento che non ne parlano altri, si riferisce a censurati.it, che ringrazia per il "presunti".
Marco Travaglio ha scritto:
e nel solito articolo-spazzatura di Lino Jannuzzi sul Giornale, varie fesserie sul processo per la mancata perquisizione del covo di Riina, a carico del generale Mario Mori e del capitano "Ultimo", e sulla puntata di "Annozero" nella quale ho parlato della sentenza penso sia giusto che chi vuole saperne di piu' abbia a disposizione la sentenza del Tribunale di Palermo che ricostruisce l'intera vicenda. Cosi' si vedra' chi dice il falso e chi dice il vero.
Sulle fesserie dette, penso che sia sbagliato il soggetto
Marco Travaglio ha scritto:
Qui mi limito, per brevita', a riepilogare i punti fondamentali, emersi dal processo di Palermo concluso il 20 febbraio 2006 con una sentenza che ha assolto Mori e "Ultimo" perche' non c'e' la prova che le loro gravissime omissioni siano state commesse apposta per favorire illecitamente la mafia o qualcun altro.
Non e' esatto. il tribunale [...] Assolve Mori Mario e De Caprio Sergio dalla imputazione loro in concorso ascritta perche' i fatti non costituiscono reato.
Non perche' non e' provato il dolo, ma perche' il fatto non costituisce reato. In Italia funziona cosi': sei innocente fino a prova contraria. Non colpevole fino a prova contraria. A meno che non si voglia fare un processo alle intenzioni, ma qui si apre un altro capitolo. Favoreggiamento = delitto commesso da chi, nel caso in cui sia stato commesso un reato al quale egli non abbia partecipato, aiuta taluno a eludere le investigazioni dell'autorita', o a sottrarsi ad essa . Ci chiediamo quindi: i giornalisti che IL GIORNO DOPO L'ARRESTO, si sono fatti riprendere in tv davanti al covo nonostante la procura avesse deciso di tenere segreto il posto "bruciando il sito", cosa hanno fatto?
Favoreggiamento? Secondo il vocabolario si, peccato che nessuno faccia il complottista verso i giornalisti in primis e il maggiore Ripollino che ha fatto la soffiata.
Marco Travaglio ha scritto:
Sei mesi prima di arrestare Riina, nell'estate del '92, subito dopo la strage di Capaci e prima di via d'Amelio, l'allora colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno, entrambi ai vertici del Ros dei Carabinieri, avviano una trattativa con la mafia tramite l'ex sindaco Vito Ciancimino, condannato per mafia, uomo di Riina e Provenzano, detenuto a Roma (l'hanno raccontato sia Mori, sia De Donno, sia Ciancimino padre, sia Ciancimino figlio).
Cito la sentenza: A Roma, all'indomani della strage di Capaci, il cap. Giuseppe De Donno aveva, difatti, chiesto a Massimo Ciancimino, che aveva conosciuto in occasione delle inchieste da lui stesso avviate sul padre Vito Calogero Ciancimino, di procurargli un incontro con quest'ultimo, al fine di avviare un colloquio che potesse fornire utili informazioni per le indagini in corso, nonche' per la cattura dei latitanti Riina e Provenzano [...]
Scriveva il Ciancimino nel proprio manoscritto, egli avrebbe riferito una proposta "bluff?, secondo cui un noto esponente politico si sarebbe prestato a garantire la salvezza del circuito imprenditoriale di interesse dell'organizzazione, minacciato da "tangentopoli", che pero' non avrebbe avuto alcun seguito. A questo punto il Ciancimino - si legge negli appunti - avrebbe realizzato che NON C'ERANO MARGINI PER ALCUNA TRATTATIVA, alla quale, tra l'altro, neppure "l'ambasciatore" aveva dimostrato vero interesse, per cui decise - come da sua annotazione testuale - di "passare il Rubicone", ovvero intraprendere una reale collaborazione con i carabinieri, proponendo di infiltrarsi nell'organizzazione per conto dello Stato, intenzione che esplicito' ai nominati Mori e De Donno nel corso di un successivo incontro avvenuto a dicembre 1992, chiedendo in cambio che i suoi processi "tutti inventati" si concludessero con esito a lui favorevole ed il rilascio del passaporto. [...]
Immediatamente dopo, il 19.12.92, il Ciancimino venne nuovamente tratto in arresto. (ammazza che trattativona! n.d.r.)
Marco Travaglio ha scritto:
Quando Riina viene a sapere che Mori s'e' fatto avanti, stappa lo champagne:
No, dico, o si fa giornalismo e si parla dei fatti, o si fa gli opinionisti e si parla di opinioni. Il signor Travaglio se sa che Riina stappa lo champagne, pur se metaforicamente, deve essere presente sul posto o qualcuno che l'abbia visto fare, altrimenti sono chiacchiere, non e' giornalismo. Sbaglio?
Marco Travaglio ha scritto:
E' la prova che le stragi pagano. Cosi' alza il tiro per alzare la posta della trattativa. Uccide Borsellino e pianifica gli attentati di Milano, Firenze e Roma, che poi saranno realizzati dai suoi successori, nell'estate del '93, dopo il suo arresto.
La trattativa prosegue anche dopo via d'Amelio, fino al gennaio '93, quando Riina viene catturato a Palermo.
Falso. La trattativa di cui si parla in questo processo, e' morta nel momento in cui non si scende a patti e si arresta Ciancimino. Se ci sono altre trattative, e' utile all'Italia, che qualcuno ci dica quali e fatte da chi. Nomi e cognomi.
Marco Travaglio ha scritto:
Chi abbia segnalato il nascondiglio ai carabinieri, non s'e' mai saputo.
Altra balla. Cito la sentenza "[...] La ricostruzione, coerente e supportata da dati di fatto provati, degli accadimenti relativi allo svuotamento della casa ha consentito di accertare, da una parte, che il complesso di via Bernini fu individuato soltanto grazie alle attivita' investigative del ROS, dall'altra, che la mafia agi' sul "covo" ignorando l'inesistenza del servizio di osservazione ed anzi supponendo che fosse in corso. Questi elementi consentono, pertanto, di escludere che il latitante venne catturato grazie ad una "soffiata" dei suoi sodali sul luogo ove dimorava, non essendo emerso a sostegno di quest'ipotesi alternativa alcun elemento, neppure di natura indiziaria, se non la stessa supposizione, elaborata a posteriori, sui motivi per i quali furono omessi la perquisizione, prima, ed il servizio di osservazione, poi, sul complesso."
Marco Travaglio ha scritto:
Riina pensa di essere stato venduto da Provenzano, ma non c'e' la prova.
Questo e' esatto. Riina lo pensa. Lo pensa perche' non sa come e' avvenuta la sua cattura e fa tutte le congetture possibili
Marco Travaglio ha scritto:
Guardacaso, pero', quelli che prendono Riina sono gli stessi Ros che hanno trattato con Riina e Provenzano tramite Ciancimino, fino al giorno prima.
La trattativa con Ciancimino, non ando' mai in porto, ne e' la prova che subito dopo questo tentativo, ciancimino viene arrestato da Mori.
Marco Travaglio ha scritto:
Questo aiuta a capire quello che succede dopo. Riina viene arrestato alle 8.28 del mattino del 15 gennaio '93. La Procura di Caselli, che e' arrivato a Palermo proprio quel giorno, manda i carabinieri della Territoriale e un pm a perquisire il covo dove Riina viveva latitante, in via Bernini 54 a Palermo. Ma il capitano Ultimo convince i magistrati a bloccare il blitz. Meglio aspettare: Riina e' stato preso lontano dal covo, per strada, i mafiosi potrebbero pensare che il covo non sia stato scoperto e andarci a prelevare la moglie e i quattro figli di Riina, o le carte del boss appena arrestato. Meglio non insospettirli, e arrestare anche quelli. Ottima idea. Naturalmente, per arrestarli, bisogna rimanere appostati davanti al covo o sorvegliarlo con telecamere giorno e notte. Invece, alle 16 dello stesso giorno, i Ros ritirano il camioncino che stazionava li' da giorni
La sorveglianza doveva essere fatta per un periodo lungo, e un camioncino fermo da giorni oltre a destare sospetti agli abitanti del comprensorio, avrebbe seriamente compromesso l'incolumita' del gruppo che faceva sorveglianza. Bisognava staccare e riprendere, cosa non resa possibile perche' il giorno successivo all'arresto, i giornalisti mangia-scoop vanno a via bernini, vanificando tutto il lavoro.
Marco Travaglio ha scritto:
e tolgono pure la telecamera nascosta in un lampione che illuminava l'ingresso del complesso residenziale.
La telecamera non era nascosta in un lampione, ma era portatile. Lo stesso capitano Ultimo dichiara (leggi la deposizione spontanea) che non era possibile mettere una telecamera su un palo della luce, perche' avrebbero dovuto chiedere permessi a troppi organi burocratici e una gru su un palo della luce "non passava certamente inosservato" agli occhi di un gruppo di famiglie mafiose che abitavano li'.
Marco Travaglio ha scritto:
Da quel momento il covo resta totalmente incustodito per 15 giorni.
Ripeto: IL GIORNO DOPO L'ARRESTO DI RIINA il territorio era bruciato, era necessario far passare un po' di tempo per tranquillizzare i Sansone (che abitavano li') che erano oggetto di indagine investigativa, in modo che riprendessero cosi' le normali attivita' imprenditoriali.
Marco Travaglio ha scritto:
Cosi' i mafiosi che curavano la latitanza di Riina, i fratelli Sansone, hanno tutto il tempo di andare a prendere moglie e figli di Riina e spedirli a Corleone; poi tornano con l'impresa traslochi e portare via tutto; poi tornano con gli imbianchini e i muratori per tinteggiare e ristrutturare l'appartamento, facendo sparire ogni piu' piccola traccia.
I Sansone "ABITAVANO" in via bernini, era logico che andassero subito. Il rischio e' stato calcolato dalla procura, dalla territoriale, dalla magistratura, prima di decidere se il covo poteva aspettare per la perquisizione.
Marco Travaglio ha scritto:
E, forse, i documenti che, secondo molti mafiosi pentiti, Riina teneva sempre con se' in cassaforte.
Secondo brusca, Riina non si sentiva piu' tranquillo in quel covo, tant'e' vero che non dormiva neanche piu' li' perche' c'era una situazione di tensione. Sempre secondo Brusca, nell'abitazione precedente (dove invece si sentiva sicuro) i documenti li teneva nascosti in un casale vicino ad un torrente, dentro un barile messo sotto terra. Mi sembra strano che quando sta tranquillo nasconde tutto e quando non dorme piu' la notte lascia i documenti in casa. La registrazione delle dichiarazioni di brusca si trovano (formato audio) al link e al link rispettivamente prima e seconda parte.
Marco Travaglio ha scritto:
A fine gennaio '93, la Procura scopre che i carabinieri sono scappati. Caselli dispone la perquisizione, ma non trova più niente: invece dello Stato, il covo l'ha perquisito la mafia.
Questo il link in cui sono pubblicate le foto dopo la perquisizione. Una parte, pero', perche' il fascicolo integrale con le foto scattate dai carabinieri ai tempi dell'arresto e' di 16 pagine. Anche se la pentita Giusy Vitale diceva che e' stato dato fuoco a tutto, pure ai mobili. Si vede che poi hanno comprato quelli nuovi e ce l'hanno messi.
Marco Travaglio ha scritto:
I due imputati al processo si difendono dicendo che ci fu un malinteso con la Procura, che mai avrebbero potuto tenere il covo sotto controllo perche' restare li' era poco sicuro, gli uomini erano stanchi, la strada era stretta e comunque il servizio di osservazione e di teleripresa era "impossibile" e "inutile".
I video della sorveglianza sono stati depositati per far vedere la totale inutilita'. Serviva solo a far vedere la gente che entrava e che usciva, ma non conoscendo nessuno, neanche la faccia di Riina, era un po' inutile. Tanto piu' che non si teneva sotto controllo l'abitazione di Riina, ma un comprensorio con svariate decine di appartamenti tutti potenzialmente abitazioni di Riina. Fu questo anche il motivo per cui i Ros si servirono di Baldassarre di Maggio. Per Farsi dire chi, tra le persone che avevano visto, fosse Riina.
Marco Travaglio ha scritto:
Ma queste affermazioni si contraddicono. Se davvero era pericoloso restare li' davanti a osservare e filmare, allora bisognava perquisire subito la casa, prima di andarsene. Cosi', se Riina teneva carte importanti in cassaforte, queste sarebbero in mano allo Stato, anziche' alla mafia.
Anche io mi insospettisco se vedo un camion sempre fermo immobile davanti casa, figuriamoci un mafioso, anzi, qualche famiglia di mafiosi. Evidentemente il "collega" travaglio non ha mai fatto attivita' investigastiva "per strada". Pedinamenti, osservazioni e quant'altro. Si controlla tutto, anche l'ovvio! (Lo dico perche' me ne sono occupata con un'agenzia investigativa per cose molto piu' banali della mafia)
Marco Travaglio ha scritto:
Se invece l'appostamento era ritenuto inutile, chi prese quella decisione meriterebbe una perizia psichiatrica, visto che restando li' i Ros avrebbero avvistato, e dunque catturato, i fratelli Sansone. I quali invece, grazie alla fuga del Ros, poterono agire indisturbati, svuotando e ridipingendo la casa nell'assoluta certezza di non essere visti ne' arrestati.
I Ros si sono dovuti dividere per giorni a causa del persoonale dimezzato, perche' il sostituto procuratore Aliquo', che non intendeva affatto sorvegliare via Bernini, ma Fondo Gelsomino (come aveva capito da Balduccio Di Maggio), disse a Ultimo che si, poteva sorvegliare via Bernini a patto che lo facesse anche per Fondo Gelsomino. Gli uomini hanno fatto turni di sorveglianza fino a 24 ore di fila, quando serviva, con la febbre, senza muoversi e facendo i bisogni dentro una bottiglia di plastica, per evitare che un'uscita dal furgone potesse essere vista da Riina o chi per lui. Magari travaglio facendo queste cose non si stanca, ma qualunque essere umano forse si. (Leggi dichiarazioni del Maresciallo Coldesina).
Marco Travaglio ha scritto:
Insomma: se fosse stato mantenuto l'appostamento o il servizio di osservazione, si sarebbero arrestati dei mafiosi; se si fosse perquisito il covo, si sarebbero sequestrate quelle carte che anche i giudici del tribunale ritengono probabilissimo che Riina nascondesse in casa. Invece non si fece ne' l'una ne' l'altra cosa, e lo Stato rimase con un pugno di mosche in mano.
Sbagliato. Se i giornalisti avessero lasciato lavorare e la territoriale non avesse fatto delle soffiate, e l'arma dei carabinieri non avesse trasferito gli uomini di Ultimo per motivi imprecisati, probabilmente si, l'avrebbero preso qualche mafioso in piu'. Pero' vuoi mettere uno scoop...
Marco Travaglio ha scritto:
Il 20 febbraio 2006 i giudici del Tribunale di Palermo, presidente Raimondo Loforti, a latere Sergio Ziino e Claudia Rosini, assolvono Mori e Ultimo con la sentenza che da oggi e' disponibile integralmente sul sito. Ma scrivono che bene fece la Procura a indagarli, perche' "l'omessa perquisizione e la disattivazione del dispositivo di controllo del capo di Cosa nostra appare condotta astrattamente idonea a integrare non solo il favoreggiamento aggravato, ma il concorso nel reato associativo, ove si dimostrino il dolo e l'efficienza causale". I giudici escludono di avere le prove per condannare i due ufficiali sul piano penale, ma segnalano le loro gravissime responsabilita' disciplinari.
1) "La posizione apicale del Riina ai vertici dell'organizzazione criminale ben poteva far ritenere che lo stesso conservasse nella propria abitazione un archivio rilevante per successive indagini su Cosa nostra. Tenuto conto che la di lui famiglia era rimasta in via Bernini, poteva di certo ipotizzarsi che altri sodali, aventi l'interesse a mettersi in contatto con la stessa, vi si recassero.
Il fatto che il Riina fosse stato trovato, al momento del suo arresto, in possesso di diversi 'pizzini', ovvero di biglietti cartacei contenenti informazioni sugli affari portati avanti dall'organizzazione, con riferimento ad appalti, alle imprese e alle persone coinvolte, costituisce un ulteriore preciso elemento, in questo caso di fatto". Dunque "l'omessa perquisizione della casa e l'abbandono del sito sino ad allora sorvegliato hanno comportato il rischio di devianza delle indagini che, difatti, nella fattispecie si e' pienamente verificato": Mori e Ultimo erano solo distratti, o c'e' dell'altro? E che cosa? Quali documenti conservava Riina che non dovevano finire in mano ai magistrati e che sono rimasti in mano alla mafia di Provenzano? E che uso ne ha fatto, o magari ne sta facendo ancora oggi, Cosa Nostra, magari per ricattare lo Stato o qualche uomo delle istituzioni?
2) La Procura di Palermo accolse la proposta del Ros di rinviare la perquisizione calcolando il rischio di consentire "a Ninetta Bagarella, che vi dimorava, o ai Sansone, che dimoravano in altre ville ma nello stesso comprensorio, di distruggere od occultare la documentazione eventualmente conservata dal Riina... Tale scelta, pero', fu adottata certamente sul presupposto indefettibile che fosse proseguito il servizio di video-sorveglianza sul complesso di via Bernini. Che questa fosse la condizione posta al rinvio della perquisizione, ? un dato certo ed acclarato...". Perche' dunque il Ros abbandono' la zona e disattivo' la video-sorveglianza?
3) "Al di la' delle confuse argomentazioni degli imputati, e' indubitabile che la decisione assunta da De Caprio (di andarsene, ndr) era incompatibile con la direttiva di proseguire il controllo e' impartita dall'Autorita' giudiziaria e andava immediatamente comunicata" alla Procura. Che avrebbe subito disposto il blitz. Invece Caselli fu avvertito solo dopo 15 giorni. Perche'?
4) "Il sito... fu abbandonato e nessuna comunicazione fu data agli inquirenti. Questo elemento tuttavia, se certamente idoneo all'insorgere di una responsabilita' disciplinare, perche' riferibile a un'erronea valutazione dei propri spazi di intervento, appare equivoco ai fini della responsabilita' penale". Perche' nessuno ha mai contestato ai due imputati questa evidente responsabilita'? Perche', anzi, Mori dopo quell'errore marchiano fu addirittura promosso dal governo Berlusconi capo del Sisde e confermato dal governo dell'Unione dopo quelle durissime parole dei giudici?
5) Prima della cattura di Rina, "Mori pose in essere un'iniziativa spregiudicata che, nell'intento di scompaginare le fila di Cosa nostra e acquisire informazioni, sorti' invece due effetti diversi e opposti: la collaborazione del Ciancimino" che sperava di dare qualche indicazione utile sul covo di Riina "per alleggerire la propria posizione"; e "la 'devastante' consapevolezza, in capo all'associazione criminale, che le stragi effettivamente 'pagassero' e lo Stato fosse ormai in ginocchio, pronto ad addivenire a patti". Tant'e' che Cosa Nostra, per alzare il prezzo della trattativa, pianifico' le stragi del '93 a Milano, Firenze e Roma. I giudici spiegano che "non e' stato possibile accertare la causale del comportamento degli imputati": cio' perche' hanno omesso di perquisire il covo".
Ecco, e' questo un ottimo esempio di disinformazione. Ben sapendo, Travaglio, che rare persone andranno mai a leggersi la sentenza integrale di un centinaio di pagine, il giornalista ritiene doveroso trascrivere una parte. Strano pero' che e' solo la parte verbalizzata del PM Ingroia. Le parti che ha scritto il giudice, pero', che ha giustamente (per lui, ma non per la verita') omesso, sono quelle che seguono
Sentenza:
"Accertare se tali documenti effettivamente esistessero, se fossero custoditi all'interno della villa e quale sorte abbiano avuto, non puo' avere alcuna refluenza - ad avviso del Collegio - sulla sussistenza del reato contestato"
"[...] L'associazione criminale, inoltre, si affretto' ad agire, subito dopo la cattura del Riina, nel presupposto che il complesso fosse osservato, mentre come si e' visto cosi' non era, per cui i Sansone, anche se fermati dai carabinieri, avrebbero avuto comunque, in quanto residenti, la giustificazione ad entrarvi."
"[...] Inoltre i collaboratori Brusca e La Barbera hanno riferito come avvenne lo svuotamento e la ristrutturazione della casa, fornendo elementi che logicamente escludono ogni ipotetica connivenza da parte degli imputati."
"[...] Anche le frasi, attribuite dal Giuffre' a Bernardo Provenzano ed a Benedetto Spera, i quali commentando l'accaduto avrebbero detto che "per fortuna" in sede di perquisizione del 2.2.93 i carabinieri non avevano trovato nulla, confermano che lo stesso Provenzano non si aspettava un simile esito e dunque non aveva preso parte alla "trattativa", consegnando il Riina in cambio dell'abbandono del "covo" nelle mani del sodalizio criminale."
"[...] La ricostruzione, coerente e supportata da dati di fatto provati, degli accadimenti relativi allo svuotamento della casa ha consentito di accertare, da una parte, che il complesso di via Bernini fu individuato soltanto grazie alle attivita' investigative del ROS, dall'altra, che la mafia agi' sul "covo" ignorando l'inesistenza del servizio di osservazione ed anzi supponendo che fosse in corso.
Questi elementi consentono, pertanto, di escludere che il latitante venne catturato grazie ad una "soffiata" dei suoi sodali sul luogo ove dimorava, non essendo emerso a sostegno di quest'ipotesi alternativa alcun elemento, neppure di natura indiziaria, se non la stessa supposizione, elaborata a posteriori, sui motivi per i quali furono omessi la perquisizione, prima, ed il servizio di osservazione, poi, sul complesso."
"[...] Appare altresi' coerente con queste conclusioni la circostanza che neppure si verifico' la fine della stagione stragista messa in atto dalla mafia, la quale, anzi, come e' notorio, nel maggio 1993 attento' alla vita del giornalista Maurizio Costanzo e fece esplodere un ordigno a via dei Georgofili a Firenze, nel mese di luglio compi' altri attentati in via Pilastro a Milano, a San Giovanni in Laterano ed a San Giorgio al Velabro a Roma, mentre a novembre pose in essere il fallito attentato allo stadio olimpico di Roma.
Se la cattura del Riina fosse stata il frutto dell'accordo con lo Stato, tramite il quale era stata siglata una sorta di "pax" capace di garantire alle istituzioni il ripristino della vita democratica, sconquassata dagli attentati, ed a "cosa nostra" la prosecuzione, in tutta tranquillita' dei propri affari, sotto una nuova gestione "lato sensu" moderata, non si comprenderebbe perche' l'associazione criminale abbia invece voluto proseguire con tali eclatanti azioni delittuose, colpendo i simboli storico-artistici, culturali e sociali dello Stato, al di fuori del territorio siciliano, in aperta e sfrontata violazione di quel patto appena stipulato"
"[...] Anche i progetti elaborati dal Provenzano di sequestrare od uccidere il cap. De Caprio, di cui hanno riferito in dibattimento, in termini coincidenti, i collaboratori Guglielmini, Cancemi e Ganci, appaiono in aperta contraddizione con la tesi della consegna del Riina al ROS.
Se cosi' fosse avvenuto, il boss non avrebbe avuto alcun interesse alla ricerca del capitano "Ultimo", mentre, da quanto sopra, e' stato accertato che effettivamente si cerco' di individuarlo, tramite un amico del compagno di gioco al tennis. "
"[...] Il Collegio ritiene, infine, di non poter condividere la prospettazione della pubblica accusa che, sulla base di imprecisate "ragioni di Stato", ha chiesto di affermare la penale responsabilita' degli imputati per il reato di favoreggiamento non aggravato, da dichiararsi ormai prescritto.
Tali "ragioni di Stato" non potrebbero che consistere nella "trattativa" di cui sopra intrapresa dal Mori, con la consapevolezza, acquisita successivamente, del De Caprio e, dunque, lungi dall'escludere il dolo della circostanza aggravante varrebbero proprio ad integrarlo, significando che gli imputati avrebbero agito volendo precisamente agevolare "cosa nostra", in ottemperanza al patto stipulato e cio? in esecuzione della controprestazione promessa per la consegna del Riina.
La "ragione di Stato" verrebbe dunque a costituire il movente dell'azione, come tale irrilevante nella fattispecie ex art. 378 C.P., capace non di escludere il dolo specifico ex art. 7 L. n. 203/91, bensi' di svelarlo e renderlo riconoscibile, potendo al piu' rilevare solo come attenuante ove se ne ammettesse la riconducibilita' alle ipotesi di cui all'art. 62 C.P., comunque escluse dal giudizio di comparazione.
La mancanza di prova sull'esistenza di questi "motivi di Stato" che avrebbero spinto gli imputati ad agire, ed anzi la dimostrazione in punto di fatto della loro inesistenza ed incongruenza sul piano logico, per le considerazioni gia' esposte e' considerato, altresi', che la controprestazione promessa avrebbe vanificato tutti gli sforzi investigativi compiuti sino ad allora dagli stessi imputati, anche a rischio della propria incolumita' personale, e lo straordinario risultato appena raggiunto - non consente di ritenere integrato il dolo della fattispecie incriminatrice in nessuna sua forma.
E' palese, infatti, che se vi fu "ragione di Stato" si intese "pagare il prezzo" dell'agevolazione, per il futuro, delle attivita' mafiose, pur di "incassare" l'arresto del Riina, con la piena configurabilita' del favoreggiamento aggravato, ma se non vi fu, gli imputati devono andare esenti da responsabilita' penale.
Appare, difatti, logicamente incongruo, gia' su un piano di formulazione di ipotesi in funzione della verifica della prospettazione accusatoria in ordine alla sussistenza del reato base di favoreggiamento con dolo generico, individuare in soggetti diversi dall'organizzazione criminale nel suo complesso coloro che gli imputati avrebbero inteso agevolare tramite la mancata osservazione del residence di via Bernini, cosi' volendo aiutare individui determinati invece che l'associazione nella sua globalita'.
L'impossibilita', gia' da un punto di vista oggettivo, di discernere i soggetti favoriti (la Bagarella neppure era indagata) dall'associazione mafiosa si ripercuote sul versante soggettivo, apparendo inverosimile che gli ausiliatori abbiano agito non al fine di consentire alla mafia la prosecuzione dei suoi affari, in ossequio al "patto scellerato", ma volendo solo aiutare, nel momento stesso in cui procedevano all'arresto del capo dell'organizzazione, e senza alcuna apparente ragione, determinati affiliati ad eludere le investigazioni o le ricerche.
Ne deriva che, non essendo stata provata la causale del delitto, ne' come "ragione di Stato" ne' come volonta' di agevolare specifici soggetti, diversi dall'organizzazione criminale nella sua globalita', l'ipotesi accusatoria e' rimasta indimostrata, arrestandosi al livello di mera possibilita' logica non verificata.
La mancanza di una prova positiva sul dolo di favoreggiamento non puo' essere supplita dall'argomentazione per la quale gli imputati, particolarmente qualificati per esperienza ed abilita' investigative, non potevano non rappresentarsi che l'abbandono del sito avrebbe lasciato gli uomini di "cosa nostra" liberi di penetrare nel cd. covo ed asportare qualsiasi cosa di interesse investigativo e dunque l'hanno voluto nella consapevolezza di agevolare "cosa nostra". Sul versante del momento volitivo del dolo, una simile opzione rischierebbe di configurare un "dolus in re ipsa", ricavato dal solo momento rappresentativo e dalla stessa personalita' degli imputati, dotati di particolare perizia e sapienza nella conduzione delle investigazioni.
Ma, quanto al momento rappresentativo, gia' e' stato precisato che il servizio di osservazione non sarebbe valso ad impedire l'asportazione di eventuale materiale di interesse investigativo, che poteva essere evitata solo con l'immediata perquisizione, quanto alle abilita' soggettive degli imputati, esse non possono valere a ritenere provata una volonta' rispetto all'evento significativo del reato che e' invece rimasta invalidata dall'esame delle possibili spiegazioni alternative.
Ne deriva che il quadro indiziario, composto da elementi gia' di per se' non univoci e discordanti, e' rimasto nella valutazione complessiva di tutte le risultanze acquisite al dibattimento e tenuto conto anche della impossibilita' di accertare la causale della descritta condotta, incoerente e non raccordabile con la narrazione storica della vicenda come ipotizzata dall'accusa e per quanto e' stato possibile ricostruire in dibattimento."
"In conclusione, gli elementi che sono stati acquisiti non consentono ed anzi escludono ogni logica possibilita' di collegare quei contatti intrapresi dal col. Mori con l'arresto del Riina ovvero di affermare che la condotta tenuta dagli imputati nel periodo successivo all'arresto sia stata determinata dalla precisa volonta' di creare le condizioni di fatto affinche' fosse eliminata ogni prova potenzialmente dannosa per l'associazione mafiosa.
Per le pregresse considerazioni, entrambi gli imputati devono essere mandati assolti per difetto dell'elemento psicologico.

P.Q.M.
Assolve Mori Mario e De Caprio Sergio dalla imputazione loro in concorso ascritta perche' i fatti non costituiscono reato.
Dispone che copia del verbale di udienza del 21 ottobre 2005, nelle parti riguardanti le posizioni di Di Matteo Mario Santo e Di Maggio Baldassare, sia trasmessa al Pubblico Ministero in sede per quanto di sua ulteriore competenza e come da sua richiesta."
Marco Travaglio ha scritto:
Ora che il processo penale e' chiuso, forse bisognerebbe chiamare in commissione Antimafia i protagonisti di quei buchi neri (compresi i responsabili del governo Amato che all'epoca reggeva il paese) e pretendere una spiegazione di quel che accadde quel giorno, e soprattutto prima di quel giorno, e dell'eventuale responsabilita' politica di chi autorizzo' la trattativa con la mafia e la mancata perquisizione del covo. E' finita, quella trattativa, oppure dura ancora oggi? I parenti delle vittime delle stragi attendono verita' e giustizia da 12 anni.
Serve una poltrona a qualcuno, forse? Perche' se una commissione serve come e' servita quella della Alpi, mi sa che sono soldi pubblici buttati al vento. Tutte le commissioni di inchiesta non hanno mai chiarito niente. Rimaniamo dell'idea che forse se il PM Ingroia avesse fatto ricorso in appello, sarebbe stato meno dispendioso (per lo stato e per i cittadini che pagano le tasse) un processo in appello che una commissione alla Taormina maniera. In mancanza d'altro pero' c'e sempre la tv. Al limite un filmettino, tanto per gradire, sperando che nessuno sia cosi' curioso da andare a spulciarsi TUTTE le pagine della sentenza, e TUTTE le dichiarazioni fatte al processo. Sicuri di una buona fede a causa di una mancanza di informazione, invitiamo tutti i travaglio boys a rivedere le verita' del loro Guru. Mi voglio augurare che tutte le sentenze citate nei suoi libri non siano state lette come quella di Ultimo. Questo "presunto sito che fa antimafia", come dice Travaglio, sa una cosa che Travaglio non sa. La seconda campana. Ma abbiamo visto ad Annozero, che in fondo quella conta poco. Anche perche' e' stato ormai scritto un libro che dice il contrario.

Post Scriptum: Spero del caso se ne parli ancora. Qualunque cosa sono a disposizione.
Antonella Serafini, contadina
Censurati
Antonella Beccaria - Xaaraan. Intervista a Gianni Lannes. 4 Novembre 2009
Mettetevi comodi prima di iniziare a leggere questa intervista. E fatelo per due ragioni: la prima, preliminare, perché l’intervista è lunga. La seconda perché, proprio per il dettaglio delle risposte, vi racconterà un pezzo di storia che sui giornali leggete di rado. Dovete andare a cercarvela, questa informazione, tra le rare incursioni sui quotidiani nazionali o nelle colonne della stampa quasi di nicchia.
Eppure Gianni Lannes, il giornalista che parla nelle righe che seguono, a qualcuno dà fastidio. Dà fastidio al punto che nei giorni scorsi ha subìto una nuova – e non di scarso rilievo – intimidazione. Come scrisse il giornalista Andrea Purgatori nella sceneggiatura del film Il muro di gomma, il racconto della sua indagine sull’abbattimento del DC9 dell’Itavia sui cieli di Ustica, «la notizia è finita a pagina 16, ma qualcuno l’ha letta». Non occorre conquistarsi le aperture delle prime pagine per dimostrare la propria professionalità. E non occorre conquistarsele nemmeno per vedersi minacciati di morte.
Insomma, prendetevi il tempo che vi serve per leggere quanto vi viene raccontato. Fatelo “a puntate”, nel caso non possiate farlo in un fiato, ma arrivate fino in fondo. Perché ci sono aspetti della vostra vita che non vi vengono raccontati. Eppure qualcuno paga per tutti scontando la “colpa” di ricostruirli, quei fatti. Paga anche per voi.
Un’auto incendiata a luglio, promesse di morte arrivata via mail e nei giorni scorsi l’esplosione della seconda vettura. Ma cosa stai scrivendo che dà così tanto fastidio?
Non ho bisogno e non mi interessa fare pubblicità, ma ho appena pubblicato un libro intitolato Nato: colpito e affondato relativo a una quasi sconosciuta Ustica bis – anche se ne avevo anticipato in sintesi i contenuti esplosivi il 4 novembre 2008 sul quotidiano La Stampa – relativa ai trattati segreti fra il nostro Paese e gli Usa, ma soprattutto l’Alleanza atlantica. Il 2 luglio mi sarei dovuto recare a Napoli per intervistare il professor Giulio Russo Krauss, docente all’Accademia navale di Livorno, all’università Federico II, nonché consulente giudiziario. Ma qualcuno ha pensato bene di disintegrare l’autovettura di mia moglie sotto la mia abitazione sconosciuta ai più.
Un errore di valutazione, un’intimidazione? Un altro dato è certo: 3 giorni prima avevo ricevuto un e-mail con specifiche minacce di morte. Per conto della Rai, o meglio della trasmissione La storia siamo noi del collega Minoli, sto realizzando un servizio televisivo sul caso del peschereccio “Francesco Padre”, legato da un solido filo rosso alla vicenda del Moby Prince, del Cermis, di Ustica e del duplice omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Insomma, roba di poco conto, nell’Italia di papi e delle veline: traffico di armamenti tra Stati, giochi di guerra nei mari italiani, segreti militari, sovranità limitata e perfino smembramento a tavolino della Jugoslavia.
Tanto che proprio recentemente, il presidente del consiglio ha pensato bene di sigillare le nefandezze della Nato che riguardano il Belpaese, addirittura attraverso la promulgazione del decreto 12 giugno 2009, pubblicato con tanto di omissis in Gazzetta Ufficiale il 6 luglio scorso.
Purtroppo, quasi nessuno si è accorto del bel gesto: forse le sedicenti grandi firme dello Stivale erano in vacanza. Il 23 luglio quando ignoti hanno sabotato i freni della mia auto mi sarei dovuto recare alla procura della Repubblica di Trani per la disamina di documentazione giudiziaria attinente gli intrecci appena indicati. Il 5 novembre ho trascorso gran parte della mattinata al tribunale di Lucera (una sorte di porto delle nebbie in scala locale), in provincia di Foggia, per visionare un fascicolo impolverato e dimenticato, concernente il caso della nave nipponica “Et Suyo Maru” abbandonata con il suo carico letale di rifiuti pericolosi il 16 dicembre 1988 nel mare Adriatico.
Infatti recentemente sotto impulso di numerose associazioni del Gargano e dell’opinione pubblica pugliese, ho ripreso le inchieste sulle famigerate navi dei veleni. Del fenomeno avevo iniziato ad occuparmene al termine degli anni ‘80. Nel 1998 (La Nuova Ecologia) e nel 1999 (Avvenimenti), un mensile ed un settimanale a tiratura nazionale avevano pubblicato i miei primi approfondimenti in materia. Nel 2006, dopo 3 anni di lavoro in prima linea per conto del settimanale Famiglia Cristiana, con inchiesta di spessore internazionale, dopo aver concordato con il direttore la pubblicazione di un’approfondita inchiesta sulla delicata questione, ho appreso da colleghi che il mio lavoro non sarebbe mai uscito.
Dunque hai lavorato per nulla?
Così è stato: nel 2006 il noto periodico mi ha pagato una lauta cifra per un’inchiesta scottante affinché rimanesse sigillata in un cassetto. Ho tentato invano di chiedere spiegazioni a don Antonio Sciortino, ma il prete si è rifiutato addirittura di parlarmi al telefono. Così il 23 febbraio 2007 dopo aver ulteriormente approfondito il tema ho pubblicato quel lavoro sul settimanale Left. A dirla tutta, prima ancora sono stato costretto ad abbandonare in tutta fretta Roma, dove ho vissuto e lavorato per lunghi anni, dopo aver pubblicato sul quotidiano Il Manifesto, l’inchiesta “Il secondo omicidio di Ilaria e Miran. Targato Taormina”. Come è noto il penalista di fama a capo della commissione di inchiesta ha sostenuto la inverosimile convinzione che Ilaria e Miran fossero andati a trascorrere le vacanze in Somalia. Purtroppo, per sfortuna dell’avvocato Taormina, ho smontato il suo sgangherato teorema.
Un particolare non ancora pubblicato: qualche anno prima che il principe del foro esternasse urbi et orbi la sua convinzione sul caso, mi era capitato di intervistarlo in più occasioni nel suo studio di via Cesi. In un archivio ben protetto e al sicuro all’estero, è custodita la registrazione delle intervista al legale nella quale ancora prima di presiedere la suddetta commissione parlamentare ed avviare le indagini rivelava al cronista tale tesi preconfezionata.
Perché cercare di ridurti al silenzio?
I moventi per ammazzarmi potrebbero essere innumerevoli: ho tanti nemici, soprattutto istituzionali. Nel settembre 2007, dopo aver mutato rapidamente domicilio ed essermi trasferito da un capo all’altro dell’Italia, ho ricevuto una lettera anonima in cui c’era scritto: “Gianni Lannes sei morto”. Ero a Catania per una conferenza sui disastri di Sigonella (già pubblicati dal mensile Narcomafie e dal settimanale Left) quando ho appreso dalla mia compagna la funerea notizia. Ho prontamente denunciato l’accaduto alla Dda dopo essermi consultato con alcuni magistrati amici e quindi cambiato ancora una volta repentinamente casa.
Dal settembre 2008 sono a contratto con il quotidiano La Stampa e dopo aver pubblicato innumerevoli inchieste di un certo spessore (basta scorrere al dettaglio l’intera annata), ho ricevuto un primo inspiegabile stop dopo aver toccato alcuni interessi del governo italiano in Egitto e poi la Barilla (vedi inchiesta dell’11 ottobre 2008), controllata in parte dalla famiglia elvetica Anda, di noti trafficanti bellici e sono stato congelato. A tale proposito è inquietante l’aver concordato con questo giornale inchieste mai pubblicate: una di queste riguarda il presidente del Senato Schifani. Il cittadino onorario di Corleone ha sponsorizzato in Sicilia, una superstrada inutile e deleteria – già bloccata alcuni anni fa – che farà scempio della bosco della Ficuzza. A dicembre dello scorso anno, quando era in fase di pubblicazione il reportage, il suo segretario personale mi ha invitato alla festa del ventaglio al Senato. Ci sono andato come un pesce fuor d’acqua alla presenza di tanti illustri colleghi che bivaccano comodamente in Parlamento a stagioni alterne. Schifani ha voluto conoscermi, stringermi la mano e chiedermi conto in particolare di questo mio interessamento. Fatto sta che dopo una successiva visita lampo alla redazione del quotidiano torinese (febbraio 2009) quel lavoro come altri concordati non è mai uscito. Dulcis in fundo: l’allora direttore Giulio Anselmi col quale avevo già lavorato al settimanale L’Espresso è stato allontanato con una promozione all’Ansa.
Leggendo ciò di cui ti stai occupando adesso e di cui ti sei occupato in passato, potrebbero essere varie le fonti delle intimidazioni. Tu quali ritieni siano le più probabili?
I moventi riconducibili ai 3 attentati e alla mail intimidatoria potrebbero scaturire da mie inchieste pregresse. Mi sono occupato di traffico di armi a livello planetario e sfruttamento di risorse naturali in Africa (Congo: coltan). E ancora: per conto dei settimanali L’Espresso e Panorama ho pubblicato inchieste sulla Somalia (sequestri di pescherecci oceanici). Ho seguito le guerre in Jugoslavia e il martirio dei profughi. Ho raccontato in diretta la strage della nave albanese “Kater I Rades” affondata da nave Sibilla della Marina militare italiana, nonostante il carico umano. Ho descritto per anni le rotte e gli intrecci affaristici dei trafficanti di esseri umani nel Mediterraneo. Soprattutto mi sono occupato di ecomafie.
Più recentemente, dopo aver dato vita al giornale online Italia Terra Nostra, ho accentrato l’attenzione della mia testata su un fenomeno singolare che ha investito la provincia di Foggia: ben 54 impianti industriali (dai 50 ai 120 milioni di euro a progetto che intercetteranno finanziamenti pubblici) saranno costruiti per produrre energia “rinnovabile”. In teoria niente di strano, ma a ben guardare si tratta di progetti mascherati, ovvero fasulli. È impossibile proporre in Italia la realizzazione di inceneritori di rifiuti senza suscitare la doverosa protesta dei cittadini, conseguenzialmente il cavallo di troia per penetrare nel territorio è la centrale a biomasse di varia potenza termica e natura elettrica.
Che bisogno ci sarebbe di questi impianti?
La Puglia – dati ufficiali alla mano – vanta un surplus energetico del 48 per cento, dunque non ha bisogno di produrre altra energia, anzi non riesce a distribuire efficacemente neanche quella attualmente prodotta a causa della vetustà delle reti. 54 impianti di tale natura – eludendo Via e Vas – se risultano concentrati in un unico territorio che vive prevalentemente di agricoltura e turismo. Vuol dire una sola cosa: nei piani alti del potere hanno deciso che questo angolo del Mezzogiorno sarà trasformato in breve tempo in un inferno industriale. Ecco alcuni esempi a portato di binocolo. Il cosiddetto “termovalorizzatore” che il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia intende costruire – con denaro pubblico – nella più pregiata area agricola dell’intera Puglia, ovvero a Borgo Tressanti (1000 anime di contadini indifesi) senza una rigorosa valutazione di impatto ambientale e valutazione ambientale strategica, come impongono le normative in materia, calpestando la volontà popolare e il semplice buon senso. Oppure il termovalorizzatore delle società Enterra di Bergamo e Stilo a Borgo Eridania (a metà strada tra San Severo e Foggia), a 30 metri dalle case di numerosi bambini e anziani. Oppure a Carapelle, dove la Caviro di Faenza erigerà un’altra “centrale a biomasse” a 500 metri dal paese, contro la volontà popolare già espressa al presidente Vendola, le leggi di protezione sanitaria. L’80 per cento dei comuni dell’antica Daunia ospiterà impianti di tal fatta, sponsorizzati da aziende del nord, sovente infiltrate dalla criminalità organizzata. Ecco un altro documentato riferimento, ovvero il cementificio (una sorta di mega inceneritore a cielo aperto e senza controlli) osteggiato dalla popolazione ad Apricena del gruppo veneto Grigolin (investimento pari a 100 milioni di euro).
Dove ti sta portando tutto questo lavoro?
Sto tentando semplicemente di mandare a monte questi piani speculativi. Il Mezzogiorno non è una colonia. L’hanno scorso, grazie alla mobilitazione popolare che ho suscitato, è stato possibile bloccare la realizzazione di una immensa discarica di rifiuti pericolosi provenienti anche dall’estero – autorizzata illegalmente, come ha poi sanzionato il Tar e il Consiglio di Stato, dalla provincia allora a guida del centro-sinistra col beneplacito della regione – che il patron dell’Agecos Spa (con impianti in Romania, Puglia, Basilicata e Sicilia), tale Rocco Bonassisa (poi arrestato il 4 giugno 2008), stava realizzando, addirittura sulle condutture idriche e i pozzi dell’acquedotto pugliese.
Due episodi non fanno statistica, ma almeno esperienza. Qual è stata la risposta delle forze dell’ordine e della magistratura di fronte agli avvertimenti di cui sei oggetto? Ti verrà assegnata una scorta?
Quando si finisce nel mirino delle mafie istituzionali vuol dire che attraverso l’approfondimento giornalistico si stanno intaccando interessi economici notevoli e sedimentati sul territorio, punti di contatto tra la criminalità organizzata, pezzi delle istituzioni e della politica. Le mafie dai colletti inamidati in odore di massoneria deviata non scherzano. Il prefetto di Foggia Nunziante il 6 novembre ha detto testualmente all’europarlamentare Sonia Alfano che “la scorta non mi serve”. Insomma, devono ammazzarmi affinché poi qualcuno possa retoricamente strapparsi i capelli. Comunque, a filo di memoria, rammento che il marcio è allocato proprio in prefettura. Prove alla mano, basta rileggersi quanto ho scritto e pubblicato – nel settembre 2007 – sul mensile Narcomafie di don Luigi Ciotti, a proposito di tale Michele Di Bari, intoccabile ed eterno vice prefetto. In quella specifica inchiesta giornalistica è spiegato proprio tutto. Ecco perché non intendono proteggermi. Francamente non so a che punto sia l’indagine dell’autorità giudiziaria sugli attentati che ho subito.
Forse è in alto mare o magari è a buon punto. A me non hanno comunicato nulla e nessuno si è fatto vivo, se non un onesto e qualificato ufficiale dei carabinieri il quale mi ha riferito che il mio caso è in fase di valutazione in merito a un’eventuale protezione.
Non ci tengo a fare una vita blindata. Amo muovermi liberamente e poi chi parlerebbe con un investigativo del mio calibro accompagnato dalla scorta? Il nodo cruciale è probabilmente un altro: abbiamo smarrito il buon senso. Al di là del mio caso personale vi sembra normale che interi territori della penisola non siano più controllati dallo Stato? È pacifico che cittadini, magistrati, esponenti delle forze dell’ordine, giornalisti e chiunque faccia quotidianamente il suo dovere debba rischiare la vita? In Italia vi è ancora uno Stato di diritto?
A tutti è noto il caso di Luigi De Magistris, un integerrimo magistrato costretto a gettare alle ortiche la toga perché i poteri forti in seno allo Stato gli hanno impedito concretamente di seguitare a svolgere il suo prezioso lavoro. E la gogna mediatica, ma non solo, a cui è stato sottoposto Gioacchino Genchi, già valido collaboratore di Giovanni Falcone, appartiene già al passato remoto di un Paese allo sbando sociale e politico? E il defenestramento dal Corriere della Sera di Carlo Vulpio solo perché ha toccato nervi scoperti come lo spieghiamo?
Quale invece la reazione dei colleghi, degli altri giornalisti? E delle tue fonti, delle persone con cui sei in contatto per scrivere le tue storie?
A parte gli amici, soltanto i colleghi del TG 3 nazionale della Rai hanno realizzato un servizio sulla mia vicenda. Tanti altri pennivendoli hanno preferito il silenzio assordante.
Per fortuna, le mie fonti informative non si lasciano intimidire. Col tempo mi sono conquistato fiducia e credibilità professionale in Italia e soprattutto all’estero: i colleghi di Der Spiegel – il più importante settimanale d’inchiesta attualmente operativo in Europa – e gli amici di Libération sono sconcertati dalla disattenzione della categoria.
Nella provincia, lontano dai riflettori dei media nazionali, capita spesso che i cronisti siano oggetto di intimidazioni? Di recente si è parlato del caso di Calabria Ora e del suo direttore, Paolo Pollichieni, oppure di Pino Maniaci e di Telejato. L’impressione però è che emerga solo una minima parte della pressione a cui sono sottoposti i giornalisti che lavorano alla periferia dell’impero. È corretto?
Esistono numerosi bravi colleghi assolutamente non famosi che solcano le periferie del Belpaese in assoluta solitudine. Praticano sul campo questo nobile mestiere e spesso lavorano senza guadagnare granché, anzi ci rimettono, come tanti free lance, i più sfruttati in assoluto. Non ho mai sentito né visto l’ordine professionale prendere posizione. Solo a scrutare la Sicilia potrei citare il caso di Gabriele Orioles e Graziella Proto, oppure Federico Orlando o Dino Paternostro e Lirio Abbate.
A qualcuno hanno bruciato l’auto. Ad altri hanno fatto una telefonata. Alcuni sono stati selvaggiamente picchiati o minacciati a mano armata. In questi ultimi 5 anni i segnali di insofferenza nei confronti di cronisti impavidi o ficcanaso ce ne sono tanti, troppi.
Al di là dei temi che stai seguendo tu e delle conseguenze che subisci, quali sono al momento secondo te i temi che la stampa nazionale dovrebbe trattare e invece non racconta?
L’agenda dei mass media in Italia è dettata attualmente in massima parte in Italia dai potentati finanziari che influenzano anche la politica e siedono nei consigli d’amministrazione editoriale, non solo direttamente nelle redazioni che contano. Il conflitto di interessi del presidente Berlusconi è certo eclatante, ma dov’era l’opposizione quando l’unto del signore ha assemblato in un baleno un partito di sudditi a suo uso e consumo e si è candidato?
La carta stampata, quando non è imbottita miseramente di pubblicità, è fotocopia indecente di pseudo narrazioni. La tv è anche peggio. I giornali italiani arrivano sempre ridicolmente in ritardo, sempre a fatti compiuti, a rimorchio degli eventi. Indosso gli abiti del lettore medio (su dieci cittadini, uno soltanto legge i quotidiani): ci fanno assistere solo all’ultimo atto della tragedia, e l’eccitazione si spegne presto, in attesa della prossima catastrofe ventura. Altro che specchio della realtà come dovrebbero essere gli organi di informazione. Ogni giorno va in onda e in pagina la disinformazione, con qualche modesta eccezione.
Quello che preme, a cui dedicare pagine e pagine, è il chiacchiericcio politico, la cronaca del palazzo per lo più basata sul nulla. I giornalisti dovrebbero tornare a calcare il territorio, ad ingoiare polvere come facciamo noi free lance, tanto per cominciare. Non si può lavorare comodamente dietro una scrivania e cucinare pezzi copia e incolla. È ridicolo, oltreché vergognoso. E poi lo sfruttamento dei giovani pagati in nero, quando sono fortunati e magari dopo tre mesi, con compensi da fame. Dove sono i sindacati e la casta dell’Ordine?
Ecco un altro esempio documentato. Ad aprile sono stato tra i primi a raggiungere nel cuore della notte l’Abruzzo martoriato dal terremoto. Per una settimana ne ho scritto per La Stampa. In quel frangente alcuni colleghi del Corsera mi hanno chiesto di realizzare dei servizi fotografici per corredare il loro lavoro. Così è stato. Mi sono fidato sulla parola. Risultato: il Corriere della Sera ha pubblicato le mie foto, ha omesso il mio nome e a tutt’oggi non mi ancora neppure pagato. Recentemente ho scritto al direttore De Bortoli, ma niente. A costo di essere irriso come ingenuo, provo a indicare sommariamente cosa dovrebbe finalmente capire la nostra cultura e come dovrebbe comportarsi la stampa. Serve a poco l’informazione accidentale, improvvisata e sussultoria: è necessario che la stampa dia un’informazione costante e incessante, assumendo un compito formativo, orientativo, educativo, oserei dire pedagogico dell’opinione pubblica e di stimolo fortemente critico verso politicanti e amministratori pubblici.
Quanto c’entra l’autocensura in questo caso? Quanto la solitudine, la paura per la propria incolumità fisica e per quella delle proprie famiglie finisce con lo zittire i giornalisti?
Nel mio caso l’autocensura non ha alcun significato. Se non fossi stato in grado di difendermi anche dalle aggressioni fisiche e perfino a mano armata non sarei ovviamente ora a discuterne, ma in un ridente camposanto o sotto forma di cenere in mare. Pesa più di tutto la solitudine, il vuoto attorno, anzi il deserto. Gli affetti delle famiglie hanno il loro peso specifico, ma non credo che il timore di ritorsioni riesca a zittire i giornalisti autentici. Un dato oggettivo: i giornalisti italiani non godono di alcun tipo di protezione, nemmeno dal rispettivo ordine professionale e meno che meno dallo Stato; eppure sono sulla carta il quinto potere.
Perché tu non te ne stai zitto, come molti altri, non obbedisci alle regole non codificate del silenzio, tiri a campare (magari pure meglio)? Sei un eroe? Saviano diceva davanti alla telecamera di Carlo Lucarelli parlando dei casalesi: «Sì, ce l’ho con loro, è un fatto personale. Hanno avvelenato e offeso la mia gente. E sì, scrivo per rancore, perché così facendo vogliono rovinare anche la mia vita rovinando quella della mia terra». Qualcosa del genere lo pensi anche tu?
È impossibile mettermi a tacere. Basterebbe scorrere il dna della mia famiglia. Sono nato in Italia, ma la mia discendenza è francese. Un mio antenato, Jean Lannes, di umili origini si è guadagnato i galloni sul campo combattendo al fianco di Napoleone. Il generale Lannes è sepolto al Pantheon accanto a Voltaire e Rousseau, tra i grandi di Francia. Gli amici d’Oltralpe mi hanno offerto ospitalità e protezione, ma io resto nel Gargano dove sono nato e non mi trasferirò in Corsica o nel boulevard Lannes di Parigi, dove sarebbe agevole vivere e lavorare alla luce del sole. Sono un uomo che non si piega ai compromessi.
L’anno scorso ho fatto arrestare un ras delle ecomafie (Rocco Bonassisa) che aveva tentato di comprare il mio silenzio con 600 mila euro e la testa di alcuni politicanti corrotti. L’ho denunciato e fatto incastrare dalla Guardia di Finanza. Sono abituato a combattere in prima linea. Nel 1993 da solo ho bloccato la realizzazione di una superstrada che avrebbe massacrato il promontorio garganico.
Non sono un eroe e non temo la morte. Tante volte, soprattutto durante l’assedio di Sarajevo, l’ho sfiorata. Ho vissuto sotto i miei occhi carneficine di esseri umani e habitat naturali. Ho paura, certo non sono un automa, ma solo dell’incomprensione umana in questo tempo del disamore. Scrivo per passione, per amore della verità, anche se l’obiettività è solo un mito a cui tendiamo. Appartengo a una specie in via di estinzione. In Italia non esistono più editori puri e non si investe realmente in questo tipo di attività, soprattutto per i conflitti di interesse dei padroni del vapore.
Continuerai a fare il tuo lavoro? Sei sempre dell’idea che ne vale la pena?
Sono innamorato del giornalismo: ho fatto tanta gavetta, mai raccomandato, anzi. Faccio fatica a far quadrare i bilanci economici perché pagano dopo mesi, eppure non saprei rinunciare a questa vita professionale. Non mollerò mai. Se pensano di intimidirmi così, perdono tempo. Possono soltanto ammazzarmi. Devono però colpire solo me, magari al cuore e lasciare in pace la mia famiglia, tanto le istituzioni rimangono assenti e silenti. Allora: su la testa.
Nato: colpito e affondato
La tragedia insabbiata del Francesco Padre
Gianni Lannes La Meridiana Pagine 224 Anno 2009 ISBN 978-88-6153-108-6 € 15,00 €

Il 4 Novembre del 1994 nell'Adriatico orientale cinque uomini e il loro cane pescano come sempre. Il "Francesco Padre", la loro barca, ora è un rantolo contorto e i loro corpi giacciono in fondo al mare. La vicenda rientra tra quelle su cui vige il segreto di Stato. Quella notte, in quelle acque, era in corso l'operazione della Nato "Sharp Guard".
MdS Campoantimperialista 15 Novembre 2009
Volete divertirvi? Cliccate sul sito www.sinistraeliberta.it e leggete il contenuto. Troverete tre parole: “Portale in manutenzione”. E’ la miglior sintesi politica prodotta da costoro. Approfittatene prima che apra il nuovo sito, che ricomincerà a propinare sproloqui e lamenti del Santo pugliese e dei suoi seguaci, questi ultimi sempre meno e sempre più litigiosi.
Che cosa è successo? Semplice: i socialisti si sono portati via la password. Anche per loro son finiti i tempi delle vacche grasse, quando si occupavano di tangenti al 10% scontabili fino al 6% per amici, parenti e clienti fidelizzati. Ora gli è rimasto solo il “furto” della password, che poi furto non è visto che ne erano gli unici possessori all’interno dell’allegra combriccola di S&L, dove evidentemente la cialtroneria la fa da padrona.
Ma perché i socialisti hanno oscurato – pardon, messo in manutenzione – il sito? Elementare: per impedire la pubblicazione di una decisione di S&L riguardante la presentazione elettorale in Toscana. Presentazione non voluta da Nencini, segretario nazionale del Psi e presidente del consiglio regionale, che da tempo si è accordato con il Pd (vedi Una lunga corsa verso il nulla) per assicurarsi il suo futuro politico.
Ora di questo Nencini si può dire tutto, ma non che sia esoso. Il suo prezzo è palesemente inferiore a quello delle “escort” berlusconiane, che perlomeno hanno puntato direttamente al parlamento europeo se non ad un posto di ministro. A Nencini basta invece qualche posticino dalle parti di Firenze, tanto per confermarci che in questi tempi bui anche i socialisti non sono più quelli di una volta.
Ma come si è arrivati alla chiusura del sito? Quale proclama rivoluzionario del coordinamento nazionale dei vendoliani avrà provocato la reazione dei socialisti? Udite, udite: la sconvolgente decisione è stata quella di presentarsi alle primarie di coalizione senza peraltro sciogliere il nodo della presentazione nelle elezioni vere di primavera. Un compromesso che non è bastato ai nenciniani, ma che ha provocato malumori anche nella componente di Sinistra Democratica.
Insomma, ad un mese dall’uscita dei Verdi anche i socialisti hanno fatto le valigie e S&L è ormai un’accozzaglia di ex (ex Prc, ex Pd, ex Pdci, ex Verdi).
Ma chi ha deciso di oscurare il sito per impedire la divulgazione di una decisione politica?
Sembra incredibile ma – segno dei tempi? – pare che tutto sia stato deciso dai tesorieri. Quelli di Verdi, Psi e Sd (Oreste Pastorelli, Marco Lion e Marco Fredda) hanno infatti scritto al responsabile internet, Antonello Falomi la seguente missiva: «Caro Antonello, ti comunichiamo la nostra decisione di sospendere l'aggiornamento del sito compreso i Blog. Ti chiediamo, inoltre, di rimuovere qualsiasi riferimento a presunti documenti approvati dal coordinamento nazionale nella giornata di ieri. Un cordiale saluto. Marco Fredda». I sinistrolibertari fanno un gran vanto del loro nuovo modo di far politica, ma non sapevamo che il motto delle loro innovazioni fosse “tutto il potere ai tesorieri”!
Mentre S&L si squaglia, il Santo pugliese che dovrebbe guidarla è appeso al filo dell’Udc. I mini-Dc casiniani, in attesa di congiungersi con i transfughi ex Pd guidati da Rutelli, giocano a fare l’ago della bilancia. Propongono spudoratamente la politica dei “due forni” di andreottiana memoria, ricattano e pongono veti. In una parola, alzano il prezzo della loro futura alleanza con il partito ora guidato da Bersani. Il guaio, per il Santo, è che rischia di andarci pesantemente di mezzo. Lui l’alleanza con l’Udc la vorrebbe eccome, ma è Casini a non volere l’accordo. D’altronde qualche vittima sacrificale sulla via della nuova alleanza dovrà pur esserci, ed il Santo appare in pole position.
Lui però non ci sta, anche se “San Vendola martire” suonerebbe bene. Intanto la santità ha avuto una certificazione ufficiale, che se poco servirà con l’elettorato potrà sempre venire buona con i magistrati. “Vendola ha le mani pulite” ha sentenziato il detersivo d’Italia, al secolo Antonio Di Pietro. Secondo l’ex commissario ed ex Pm i problemi pugliesi non vengono dal governatore, ma dalle mele marce che lo circondano. Possibile, ma dimmi con chi vai....
Ed a proposito di alleanze, amicizie e frequentazioni – e per completare il quadro delle miserie degli ex Arcobaleno – ricordiamo che il prossimo 5 dicembre andrà in onda l’inedita coppia Ferrero-Di Pietro, in piazza contro il governo, ma soprattutto per ritagliarsi uno spazio dentro la nuova alleanza di centrosinistra.
A Di Pietro, Ferrero serve per riempire la piazza. A Ferrero, Di Pietro serve per rientrare nella coalizione. Intanto alle regionali, poi si vedrà.
Questa è la miseria dell’odierna sinistra italiana. Una miseria dalla quale sappiamo da tempo di poterci aspettare di tutto. Una miseria che supera ogni immaginazione, come dimostra la vicenda di Sinistra e Libertà il cui sito è in “manutenzione”, ma il cui futuro non potrà che essere la rottamazione.
Ultim’ora. In Toscana le primarie di coalizione, oggetto della rivoluzionaria decisione di S&L, pretesto per la rottura dei socialisti, casus belli che ha portato alla “manutenzione”, diciamo straordinaria, del sito dei sinistrolibertari, quasi sicuramente non si terranno nemmeno. C’è un solo candidato, Enrico Rossi del Pd. A questo punto non farle sta male, ma tenerle con un solo nome sarebbe forse un po’ troppo anche per dei professionisti della sfida al ridicolo come i dirigenti del Pd. In ogni caso, qualunque sarà la scelta, S&L ci sarà perché il loro contributo all’attuale teatrino della sinistra Vendola &C. non lo fanno mai mancare.
Di questi tempi qualche certezza ci vuole, e loro ce la danno. Grazie.
È bastato che in un’intervista il neosegretario del Partito Democratico, Luigi Bersani, indicasse come sua priorità il lavoro, che immediatamente Walter Veltroni lo ammonisse a non tornare indietro, cioè a non farsi venire tentazioni di tipo socialista.
La cosa può far sorridere, se si pensa che Bersani si è sempre distinto come alfiere delle privatizzazioni, in questo secondo soltanto al principe della sedicente “libera concorrenza”, cioè Giuliano Amato. Bersani è un uomo della Lega delle Cooperative, che, anche grazie a lui, gestisce gli appalti pubblici del Centro-Nord Italia, insieme con la Compagnia delle Opere di Comunione e Liberazione. Bersani ha sempre spinto per la cessione in mani private di una serie di servizi pubblici, perciò da ministro, sin dal 1999, ha cercato di smembrare l’Enel e di limitarne il monopolio, favorendo i privati o le municipalizzate delle città del Centro-Nord. Avrebbe volentieri proseguito su questa strada, se la caduta dell’ultimo governo Prodi non lo avesse bloccato.
In realtà Bersani non pensa ad una politica socialista, ma ad una politica che vada a favore di quella piccola e media impresa organizzata di cui è emissario, perciò deve prendere in considerazione quelle misure che consentano un rilancio del mercato interno; non ultima la possibilità di abolire la Legge 30, conosciuta dai media come Legge Biagi (non perché l’economista ucciso dalle presunte BR l’abbia davvero ideata e stilata, ma solo perché la sua icona di vittima del terrorismo è servita a rendere intoccabile la legge). La Legge 30 ha sortito in questi anni i risultati prevedibili: non solo ha scoraggiato le produzioni ad alta tecnologia, favorendo le attività di commercializzazione di prodotti esteri, ma ha soprattutto depresso il mercato dei beni durevoli, poiché i precari non possono permettersi di comprare case, e neppure automobili, elettrodomestici e mobilio. Verso la fine del 2006 sembrò che il governo Prodi fosse deciso a modificare la Legge 30, e persino la Confindustria sembrava pronta a lasciar fare, salvo riservarsi la sua solita propaganda vittimistica, utile ad estorcere al governo altri favori.
In quell’occasione a fermare la revisione della Legge 30 fu però l’alt di Walter Veltroni, ancora sindaco di Roma, ma già segretario in pectore del costituendo Partito Democratico, molto prima che la sceneggiata delle elezioni primarie lo sancisse ufficialmente.
Veltroni prese le difese della Legge 30, ed arrivò ad intitolare a Marco Biagi una strada della Capitale. In quei mesi Veltroni era tutto impegnato nella sua campagna per liquidare il socialismo, con una profondità di argomentazioni che lascia ancora ammirati. Secondo Veltroni, infatti, il socialismo appartiene al ‘900, e dato che siamo negli anni 2000, non si può più essere socialisti. Evidentemente nessuno ha ancora avvisato Veltroni che il liberalismo, come ideologia, è nato nel ‘600, mentre il liberismo nel ‘700, perciò il socialismo può ritenersi molto più fresco.
Ma le stupidaggini di Veltroni non sono altro che la traduzione in “storichese” dei consueti slogan del Fondo Monetario Internazionale, che impongono immancabilmente l’abbassamento del costo del lavoro e la compressione dei consumi interni. Sin dal 1946, anno della sua costituzione, il FMI ha una sola convinzione: che tutti i Paesi vivano al di sopra dei loro mezzi, non conta quanto siano affamati, perciò devono essere disposti a far sacrifici e lavorare sodo. Insomma, il FMI vuole che tutti i Paesi siano poveri, altrimenti le multinazionali non possono entrarvi a fare il proprio comodo. La filosofia colonialistica del FMI ritiene che la povertà costituisca il principe dei business, perché, da che mondo è mondo, depredare i poveri risulta molto più agevole che depredare i ricchi. Dunque la Legge 30 mirava alla pauperizzazione, ed ha raggiunto lo scopo.
In base a questi criteri, Bersani può essere considerato un pericoloso socialista, e non perché sia tale, ma solo perché è legato ad imprese che ricaverebbero un vantaggio da un rilancio della domanda interna. Veltroni non ha di questi legami, poiché è, a tutti gli effetti, un uomo del FMI e delle multinazionali. Uno sradicato come lui era riuscito ugualmente ad impadronirsi del Partito Democratico, perché ha potuto galleggiare sull’onda dei media, che sono tutti controllati dalle multinazionali.
Ad esempio, negli anni ’90 nessun giornale italiano prese posizione contro lo smembramento della Jugoslavia, che pure costituiva uno dei principali mercati dei prodotti italiani. Sui giornali e nelle televisioni erano solo gli interessi delle multinazionali anglo-americane e tedesche a fare opinione, e chi si opponeva era considerato comunista, anche se il suo unico intento era di vendere in Jugoslavia i propri prodotti.
Da quale tema sono occupati oggi i media? Dall’emergenza criminalità al Sud, che, non a caso, Veltroni considera la “prima emergenza nazionale”, altro che lavoro. Veltroni pensa in realtà all’emergenza delle multinazionali, poiché sono queste a volersi impadronire - attraverso la loro longa manus delle Organizzazioni Non Governative - di una serie di servizi pubblici e di beni culturali al Sud, ufficialmente per sottrarli alla criminalità organizzata, quindi “a fin di bene”. Che poi la criminalità organizzata sia più presente proprio laddove risulta maggiore la concentrazione di insediamenti militari statunitensi, costituisce per i media un dettaglio insignificante, anzi irriferibile.
La maggiore potenza comunicativa del colonialismo rispetto alle normali forme di corruzione legate al territorio - come appunto quella della banda Bersani -, non è dovuta ad una semplice superiorità quantitativa, cioè ad una maggiore disponibilità di mezzi di comunicazione, ma è l’effetto di un vero e proprio salto di qualità nella comunicazione. Tutti fanno propaganda e ognuno tira l’acqua al proprio mulino, ma le potenze coloniali non agiscono in termini di semplice propaganda, bensì di guerra psicologica, in termine tecnico: psywar. L’esistenza della psico-guerra non costituisce un segreto di Stato e neppure un segreto militare, ma solo un segreto giornalistico, nel senso che i media, pur avendo a disposizione sull’argomento una massa di informazioni, anche di carattere ufficiale, si guardano bene dal parlarne; altrimenti non si potrebbe più far passare da paranoici quelli che dubitano delle versioni ufficiali.
Il falso documento visivo costituisce, ad esempio, un espediente che è stato inventato dalle agenzie di guerra psicologica; uno strumento che riesce a spiazzare completamente le normali tecniche comunicative, drammatizzando a dismisura il messaggio. Quest’anno cade l’anniversario della caduta del Muro di Berlino, e le televisioni stanno riproponendo uno di quei falsi “classici” della psywar, cioè il famoso filmato dei presunti cittadini berlinesi che si gettano dalla finestra per oltrepassare il confine di Berlino Est.
Un altro vantaggio della psywar coloniale rispetto alla normale propaganda consiste nell’uso di tecniche tipiche delle forze di occupazione, come il reclutamento di competenze sul campo. Tutto ciò può essere realizzato a costi bassissimi, poiché non sempre - anzi, quasi mai - si tratta di agenti regolarmente pagati, ma di volontari sfruttati per mezzo delle loro aspettative di carriera e di inserimento ad alti livelli. I due video circolati in questi ultimi tempi su omicidi commessi a Napoli tra l’indifferenza dei passanti, smascherano la loro natura di falsi proprio per la strana omogeneità di stile e di temi che presentano; ma è anche probabile che il regista, o i registi, che li hanno confezionati abbiano lavorato gratis o quasi, solo per la speranza di potersi inserire in un grosso giro.
Lo stesso vale per i disturbatori della comunicazione antagonista su internet, che intasano i forum prendendo a bersaglio i detrattori delle versioni ufficiali, da quella sull’11 settembre a quella sulla funzione delle banche centrali. Anche in questo caso non bisogna pensare all’agente della CIA, regolarmente stipendiato, che svolge la sua routine di provocatore; al contrario si tratta di volontari o di precari della provocazione in ambito psywar, che lavorano ed esercitano creativamente le loro competenze comunicative, inventano slogan, adottano sigle e nomi diversi che gli consentono di creare l’illusione di un vero e proprio contradditorio; ma tutto questo senza percepire veri compensi, bensì soltanto per mettersi in evidenza di fronte ai propri committenti, e nella speranza di poter accedere ad un vero rapporto di lavoro.
È la stessa cosa che avviene quando si inducono ragazze desiderose di entrare nel mondo dello spettacolo a sottoporsi gratuitamente a provini, che, in quanto tali, non sono compensati, ma poi vengono ugualmente utilizzati e venduti come materiale da trasmettere e diffondere.
Una delle esponenti più in vista della psywar è oggi Milena Gabanelli, in prima linea nell’aprire la strada al business delle ONG anglo-americane nel Sud d’Italia, da lei presentato come un territorio in avanzato stato di degenerazione materiale e morale, quindi da “salvare”. Ebbene, la Gabanelli è a tutt’oggi una precaria, poiché questo significa realmente la espressione “free lance”, cioè una lavoratrice senza contratto stabile, usa e getta.
La psywar coloniale quindi non ha bisogno di comprare e pagare, ma sfrutta le aspettative e le speranze dei tanti che aspirano a vendersi.
Comidad 12.11.2009



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