Aurora

Sito d'Informazione Internazionalista
domenica, 29 novembre 2009

Mille complotti, una sola matrice

Massimo Mazzucco Luogocomune 29/11/2009

Esiste un diretto legame fra tutti i più importanti “complotti” della storia moderna. Dall’ 11 settembre al caso Kennedy al cosidetto Moonhoax (i presunti viaggi lunari), ci si ritrova a risalire in ogni caso alla stessa matrice ideologica e politica che ha dominato la scena del potere in America per quasi un secolo.
Chiamiamoli, per mancanza di un termine migliore, “banchieri-guerrafondai”, dove la guerra non sia che l’espressione ultima di un potere politico ed economico che ha ormai raggiunto dimensioni globali.
Furono (anche) i guerrafondai a voler uccidere Kennedy, che intendeva ritirarsi dal Vietnam; furono (anche) i guerrafondai a trarre vantaggio dalla messinscena lunare, reindirizzando i finanziamenti del progetto Apollo verso destinazioni molto meno pacifiche; e furono (anche) i guerrafondai a volere l’undici settembre, per scatenare guerre che erano già state pianificate nel minimo dettaglio.
Nero docet, e i nipotini del Grande Impero imparano in fretta.
Svelare progressivamente ciascuno di questi complotti significa anche cercare di comporre un quadro complessivo che risulti alla fine più semplice e comprensibile - paradossalmente – delle mille ragnatele che li hanno avvolti per tutti questi anni.
Sull’undici settembre abbiamo raggiunto una chiarezza di analisi sufficiente ad affermare che la versione ufficiale sia falsa in molteplici punti, e l’incapacità dei debunkers di trovare una risposta accettabile alle famose “12 domande” lo ha confermato. Questo significa che chi stava al potere in quel momento ha mentito per coprire una verità che evidentemente lo vedeva coinvolto da vicino. (Nessuno racconta balle di quelle dimensioni “per conto terzi”, nè tantomeno “per vedere di nascosto l’effetto che fa”).
La stessa cosa è accaduta nei giorni scorsi con il caso Kennedy: di fronte al filmato “L’uomo che uccise John Kennedy”, che ricostruisce le trame che portarono all’uccisione del presidente, il
forum italiano dei debunkers che ha sempre difeso la versione ufficiale (sul quale ho versato ettolitri di sangue, in passato), ha finalmente alzato bandiera bianca, evitando semplicemente di rispondere al mio invito a contestare l’analisi presentata nel filmato.
D’altronde, quando quattro fonti diverse, che non si conoscevano fra di loro, confermano la presenza degli assassini a Dallas, diventa molto difficile sostenere che si trovassero tutti lì per caso.
A sua volta, non va dimenticato che il caso Kennedy è in realtà un doppio caso: la
morte di Robert Kennedy – come verrà illustrato in un articolo di prossima pubblicazione – fu il semplice completamento di un “lavoro” iniziato 5 anni prima a Dallas dallo stesso gruppo di persone.
E fra i due omicidi si ritrova, curiosamente, anche l’assassinio di Martin Luther King.
Fu la sequenza dei tre attentati a invertire la marcia del progressismo americano di quegli anni, portando alla Casa Bianca proprio quel Richard Nixon – anch’egli presente a Dallas nel ’63 – sotto cui sarebbero poi avvenuti i tanto contestati “viaggi lunari”.
Se solo si accetta l’idea che quei viaggi non siano mai avvenuti, diventa imperativo domandarsi dove siano finiti i miliardi di dollari che il contribuente americano versò alla NASA, convinto di partecipare al “grande balzo” nel futuro rappresentato dalle missioni Apollo.
E la risposta potrebbe non piacere a molte persone. E’ curioso infatti come la NASA sia un ente civile, ma nessuno si domandi come mai il Pentagono non abbia ufficialmente nessun dipartimento “spaziale”.
Tutti questi episodi – omicidio Kennedy, Moohoax, 11 settembre, e molti altri - si possono far risalire ad una matrice comune: la volontà dei poteri forti di mantenere il controllo e di sbarazzarsi, con ogni mezzo disponibile, di qualunque ostacolo si presenti sul loro cammino.
L’America infatti non è nè una repubblica nè una democrazia, ma un impero oligarchico di tipo plutocratico, che tramanda nel tempo – generazione per generazione, famiglia per famiglia – gli stessi poteri a figli e nipoti. Non è un caso che la stessa persona che era presente a Dallas nel 1963 abbia
passato la notte del 10 settembre 2001 alla Casa Bianca: nel primo caso, lo fece come figlio di un uomo che gestiva il potere per conto dei potenti di allora – banchieri, industriali e guerrafondai - nel secondo lo fece per proteggere quel potere a cui nel frattempo aveva avuto accesso anche direttamente.
Fra i membri consiglieri della Carlyle, uno dei più grossi finanziatori della guerra in Iraq, c’è anche George H. Bush.
Esiste quindi un Grande Burattinaio, ma non è una persona fisica: è un’idea. L’idea del privilegio dei pochi a svantaggio dei molti, che va mantenuto attraverso il controllo esercitato sul sistema sociale tramite la corruzione, l’illusione della democrazia e il controllo dell’informazione.
Comperi i giudici, i politici e i mezzi di comunicazione, dopodichè agisci liberamente, sicuro dell’impunità, mentre puoi permetterti di raccontare alla gente tutte le bugie che ti vengono in mente.
E la cosa splendida è che sarà la gente stessa – o almeno buona parte di essa - a difendere e coprire le tue bugie, alle quali avrà creduto ciecamente grazie all’immensa fiducia che nel frattempo hai saputo infondere in loro.
Tu” sei le istituzioni, ma loro non lo sanno, e alle istituzioni credono ciecamente.
Per gli altri, basterà dare un tozzo di pane ad un poliziotto perchè prenda a bastonate il contestatore, basterà dare un tozzo di pane al politico perchè faccia le leggi contro di lui, e basterà dare un tozzo di pane ai mille piero angela di questo mondo perchè vadano in tv a
raccontarci che i “complottisti” sono dei malati senza speranza.
La speranza i complottisti ce l’hanno, ma non è certo quella di cui parla Piero Angela.

lunedì, 23 novembre 2009

L’uomo che uccise John Kennedy

Massimo Mazzucco Luogocomune 23/11/2009

Mentre i media mainstream continuano ad alimentare il dibattito sul caso Kennedy con le false argomentazioni, innocue e fuorvianti, che lo hanno tenuto in piedi per oltre 40 anni, in Internet sono già disponibili dati sufficienti per ricostruire con relativa precisione quello che avvennne a Dallas il 22 novembre 1963.
Grazie alle confessioni in punto di morte di diversi personaggi collegati al caso, oggi siamo in grado di ricostruire il complesso puzzle che portò alla morte del presidente, e che vide coinvolti, in modo e misura diversi, la mafia, la CIA, l’FBI, e lo stretto giro dei petrolieri texani che faceva capo a Lyndon Johnson.
Il semplice fatto che a Dallas fossero presenti, la sera prima dell’attentato, ben tre futuri presidenti americani – oltre al capo dell’FBI in persona - la dice lunga sulla ragnatela di interessi incrociati che portò a rendere necessario quello che fino a poco tempo prima appariva addirittura impensabile: la pubblica esecuzione del presidente degli Stati Uniti, alla luce del giorno, sotto gli occhi dell’intera nazione.
Ma è soprattutto l’alleanza fra mafia e CIA, che si erano ritrovate unite dalla necessità di riconquistare Cuba al più presto, ad essere confermata dalle rivelazioni dei vari personaggi coinvolti nell’attentato (*). Viene così finalmente chiarito anche il ruolo di Oswald: agente della Cia già da molti anni, fu mandato a Dallas proprio per aiutare l’uomo che avrebbe ucciso Kennedy, venuto da Chicago, a prendere conoscenza della zona, senza naturalmente sapere di essere lui il “patsy” destinato a passare alla storia come l’assassino del presidente.
Ma ci voleva la confessione di James Files, l’uomo che sparò il colpo fatale dalla collinetta, a fornire il pezzo centrale del puzzle che permette finalmente di chiudere la partita, in un’indagine che sembrava destinata – non a caso - a trascinarsi per sempre. Il paradosso infatti è che la sua confessione sia già nota da una decina di anni, a chi conosce da vicino il caso Kennedy, ma nessun altro al mondo lo sappia.
Naturalmente, i difensori della versione ufficiale hanno subito sostenuto che Files fosse un pazzo mitomane senz’arte nè parte, ma vi sono molti elementi incrociati – dei quali un semplice mitomane non potrebbe essere a conoscenza - che corroborano decisamente la sua storia, mentre il suo comportamento denuncia di tutto meno che il desiderio di farsi pubblicità.
Mentre è proprio nel motivo per cui non si può riconoscere ufficialmente la sua esistenza che risiede l’essenza del “grande complotto”, che coinvolge direttamente i grandi mezzi di comunicazione, i quali non potrebbero mai denunciare la verità dei fatti senza dover denunciare prima di tutto se stessi.

*Tutte queste affermazioni verranno chiarite meglio in un articolo di prossima pubblicazione, relativo all’uscita del libro “L’Altra Dallas”, nel quale i retroscena del caso Kennedy vengono analizzati nel dettaglio.

 

domenica, 22 novembre 2009

Caso Orlandi, i giudici sanno Chi l'ha sequestrata

Per più di trent’anni nessuno l’ha cercata. E non era lontana, abbandonata lì, nel parcheggio di Villa Borghese. Una Bmw grigio-oro, quella che ha portato Emanuela Orlandi lontano, via per sempre. Da quella automobile che da oltre un anno è a disposizione della polizia scientifica e di chi sta cercando di fare luce sul sequestro è saltato fuori un nome: quello del sequestratore.
Gli inquirenti ci sono arrivati attraverso un pista parallela a quella fornita dalla supertestimone Sabrina Mainardi e non è possibile sapere se quest’uomo sia ancora in vita. Il riserbo è massimo. Ma certamente dopo tanto tempo si è a un passo dalla verità. Mario, il telefonista non solo è stato individuato ma sarebbe già stato ascoltato dalla Procura. L’uomo che quel 23 giugno del 1983 fece salire la cittadina vaticana sulla Bmw sarebbe stato riconosciuto da almeno un testimone. Di chi si tratta? Di quell’automobile si sa solo che è appartenuta al faccendiere Flavio Carboni e che poi era stata intestata a diverse società. Ma per qualche tempo è esistita anche una seconda pista inseguita da uno 007 che aveva individuato nello steso De Pedis e Sabrina Mainardi i proprietari della vettura. A quasi due anni dalla riapertura delle indagini si può dire che la pista della «inattendibile» signora Mainardi ha portato i suoi frutti.
La famiglia Orlandi, è bene dirlo subito, non ha mai troppo creduto alla pista vicina alla Banda della Magliana. Eppure tutto coincide e tutte le dichiarazioni della Mainardi hanno trovato riscontro. C’era la Bmw, c’era il tunnel che attraversava mezza Roma e che veniva utilizzato dalla Banda, c’era lo stanzino segreto con bagno e brandina dove Emanuela sarebbe stata segregata per qualche tempo. Se si inseguono le testimonianze e si mettono insieme i pezzi, il giallo della scomparsa di Emanuela porta ad un unico filo che tiene insieme la banda criminale più potente di Roma, i segreti del Vaticano, il mistero della tomba di un pluriassassino come De Pedis ospitata nella cripta di una delle basiliche riservate a cardinali e papi e forse anche la scomparsa del banchiere Calvi.
Il rapimento di Emanuela non sarebbe legato ai Lupi Grigi o alla liberazione di Ali Agca, ma a una becera storia di sesso con ragazzine. Una storia finita male e che avrebbe avuto come protagonisti personaggi eccellenti. Sabrina Mainardi in questi anni durante i quali è stata ascoltata a più riprese non ha mai cambiato versione. Spiegava: «Ho dovuto mantenere il silenzio per trent’anni perché i boss mi avevano minacciato la figlia. Ma quando mia figlia si è trovata ad avere a che fare con la giustizia ho capito che era il tempo». Emanuela Orlandi, raccontava, lei l’aveva conosciuta. Anzi. Era stata lei stessa a portarla in Vaticano a bordo di una Bmw e lì l’aveva consegnata ad un uomo vestito in abiti talari. «Sembrava ubriaca. Rideva, piangeva... era in uno stato di alterazione». Così la donna di Renatino De Pedis ha raccontato il calvario di Emanuela. Secondo la Mainardi Emanuela sarebbe stata rapita su ordine di Monsignor Marcinkus. Segregata, drogata, infine uccisa o più probabilmente «morta per errore» e gettata poi come un sacco in una betoniera di una casa in costruzione a Torvajanica da uomini abituati a disfarsi di cadaveri. È forse per questo che poi De Pedis ebbe l’onore della sepoltura in una basilica?
Reticenze, silenzi, depistaggi. Anche Vincenzo Parisi, all’epoca numero due del Sisde, in un rapporto sul caso Orlandi lamentava l’ostilità degli alti prelati. Resta sempre in piedi la curiosa vicenda di Raul Bonarelli, numero due della sicurezza vaticana, unico indagato per depistaggio ma mai interrogato. Bonarelli, convocato in Procura, avrebbe avuto ordini di non rivelare quanto accadde in Vaticano dopo la scomparsa di Emanuela.
In un’intercettazione telefonica presa alle 19.53 del 12 ottobre 1983. Raoul Bonarelli parla con un interlocutore che chiama «Capo».
Capo: «Pronto!..».
Bonarelli: «Dica...».
Capo: «Che sai di Orlandi? Niente!...Noi non sappiamo niente!...Sappiamo dai giornali, dalle notizie che sono state portate fuori!...Del fatto che è venuto fuori di competenza...dell’ordine italiano».
Bonarelli: «Ah, cosa devo dire?».
Capo: «Ebbè, eh... Che ne sappiamo noi? Se tu dici: “Io non ho mai indagato”...Non dirlo che è andato alla Segreteria di Stato».
Bonarelli: «No, no... Noi io all’interno non devo dire niente. Niente». Capo: «All’esterno però... che è stata la magistratura vaticana...se ne interessa la magistratura vaticana...tra di loro questo qua...Niente dici, quello che sai te niente!».
Bonarelli: «Cioè se mi dicono però se sono dipendente vaticano, che mansioni svolgo, non lo so, mi dovranno identificare, lo sapranno chi sono...».
Capo: «Eh, sapranno, perchè che fai, fai servizio e turni e sicurezza della Città del Vaticano, tutto qua». Bonarelli: «Eh va bene, allora domani mattina vado a fare questa testimonianza, poi vengo, vero?».
Capo: «Poi vieni».
Dunque sul caso Orlandi il Vaticano aveva istruito un’inchiesta riservata il cui esito è stato consegnato alla Segreteria di Stato e la Vigilanza vaticana ha sempre taciuto agli investigatori italiani.
Del ‘93 è l’incredibile intervista rilasciata dal cardinale Silvio Oddi al quotidiano «Il Tempo». «Emanuela Orlandi - disse il cardinale - non venne sequestrata all’uscita dalla scuola di musica ma quella sera tornò a casa a bordo di un’automobile di lusso sulla quale ripartì. L’ignoto accompagnatore attese la ragazza alla Porta di Sant’Anna probabilmente (dice Oddi) per non farsi vedere dalle guardie svizzere che avrebbero potuto riconoscerlo».

Anna Tarquini Unità 21.11.2009

venerdì, 20 novembre 2009

Camp Darby si allarga con l’aiuto del sindaco Pd

BASI USA IN ITALIA
Manlio Dinucci ilmanifesto 19 novembre 2009
 
La Regione Toscana e i comuni di Pisa e Livorno hanno dato il via, con un accordo di programma e 108 milioni di euro, al riassetto delle vie navigabili interne per «ottimizzare gli interscambi tra i siti logistici della Toscana». Davvero ottima iniziativa. Solo che tra i siti logistici maggiormente interessati c’è la base Usa di Camp Darby, che chiede l’ampliamento del Canale dei Navicelli che la collega al porto di Livorno. Il sindaco di Pisa Marco Filippeschi (Pd) ha chiesto al comando Usa una compartecipazione ai lavori «anche in vista di importanti prospettive dello stesso Camp Darby». Il comando ha «interesse ad allargare la darsena della base militare» così da manovrare due chiatte in contemporanea.
Soddisfatto, il sindaco conferma che «gli americani ritengono questo insediamento molto importante e vogliono continuare a investirci» e che, per tale progetto, c’è «disponibilità sia da parte del Parco che della Regione». Dimentica però lo «smemorato» sindaco del Pd che lo stesso Consiglio comunale di Pisa ha approvato, il 18 gennaio 2007, una mozione per «la dismissione e la riconversione a usi esclusivamente civili di Camp Darby».
La base, che rifornisce le forze terrestri e aeree nell’area mediterranea, africana e mediorientale, sta assumendo crescente importanza nel quadro del potenziamento delle basi Usa in Italia. Ha quindi necessità di velocizzare i collegamenti con il porto di Livorno e accrescere la capienza. Ciò può essere fatto creando, attraverso l’interporto livornese di Guasticce, un indotto che serva al transito e allo stoccaggio di materiali logistici, come gli «aiuti umanitari» della Usaid di cui la base costituisce il maggiore centro in Europa. In tal modo si può liberare, nella base, spazio per il deposito di altri armamenti.
Camp Darby intende quindi irradiarsi nel territorio e, a tal fine, è validamente aiutata dal sindaco Filippeschi che, mentre gioisce per le «importanti prospettive» della base Usa da cui partono le armi per le guerre, promuove un mese di iniziative sul tema «Pisa città per la pace e i diritti umani».
 


Gli aiuti umanitari USA pronti a partire dal cortile della regione più 'dirittoumanitaria' d'Italia.

venerdì, 20 novembre 2009

Baffino di ferro spezzato

RipensareMarx 20 novembre 2009

I mendicanti mendicano, i ladri rubano, le puttane puttaneggiano
(B. Brecht, L’opera da tre soldi)

…E i traditori tradiscono. Apprendiamo con estrema soddisfazione la notizia secondo la quale Massimo D’Alema – detto anche baffino di ferro, colui che da Premier fu in grado di trasformare palazzo Chigi nell’unica Merchant bank dove non si parlava inglese (Guido Rossi) ma si facevano ugualmente gli interessi della finanza anglo-americana; il Condottiero fiero che portava all’arrembaggio fantomatici capitani coraggiosi, col compito di scalare le grandi imprese pubbliche, senza il becco di un quattrino; l’amico intimo dei più scaltri e rampanti banchieri (in Puglia ancora si piange per la Banca 121) che rubavano ai poveri per dare ai ricchi; il più filoamericano dei socialisti ex piccìsti di casa nostra, l’uomo che nel ’99, sempre da Primo Ministro, riuscì a far passare l’aggressione alla Serbia (Cossiga ha più volte dichiarato, senza mai essere smentito, di aver affossato Prodi e di aver favorito l’ascesa di Spezzaferro perché agli americani serviva una specie di “fido” che facesse un lavoretto pulito senza scatenare l’opinione pubblica pacifinta e di sinistra), giustificandosi nella neolingua tipica dei servitori sciocchi dell’impero, come una difesa integrata per ragioni umanitarie; il gran visir di “Sicofantia” che sorrideva e salutava i suoi padroni in visita nella “Provincia” con welcome e bye bye a profusione (altro che politica del cucù di Berlusconi)- non sarà il candidato alla carica di Mr. Pesc del PSE.
Al suo posto i socialisti europei propongono l’inglese Catherine Ashton. Si tratta di una forma di risarcimento alla Gran Bretagna dopo che lo stesso PSE aveva escluso Tony Blair dalla corsa per la presidenza stabile dell’UE. Certo, la motivazione con la quale i socialisti europei hanno fatto fuori D’Alema è ancor più pretestuosa delle ragioni che avevano invogliato Berlusconi & C. a proporlo nel ruolo di “Ministro degli esteri” di Eurolandia.
Il re di Gallipoli non sarebbe presentabile, secondo il capogruppo dei socialdemocratici al parlamento europeo, Martin Schulz, poiché designato da una compagine politica non socialista. Stendo un velo pietoso su questa motivazione per quanto a noi vada benissimo così. Tuttavia non posso esimermi dal fare un altro appunto. Il fatto che i socialisti lascino una carica così importante alla Gran Bretagna, l’unico paese membro che sta solo con un piede in Europa e con entrambe le chiappe ben piazzate nella sua ex-colonia, la dice lunga sulla lungimiranza e sull’autonomia che vestirà la politica estera dell’Unione.  Ancora una volta i sinistri, in tutto il continente, si rivelano il ponte levatoio abbassato dal quale passano tutti i nemici  dei popoli europei.

martedì, 10 novembre 2009

Onore al campione di scacchi Bobby Fischer (1943-2008), martire della Cospirazione Globale

Spesso i giocatori di scacchi vengono accusati di vivere in un mondo tutto loro e fuori dal mondo reale. Per Bobby Fischer, il primo e unico Americano ad essersi aggiudicato il Campionato Mondiale di Scacchi nel 1972, questo valeva ancora di più: per lui, soprattuto all'inizio della carriera, esistevano solo gli scacchi. Quando andava in trasferta a giocare, non c'era nulla che lo potesse distrarre. Ecco però che una sua biografia romanzata, uscita in Italia nel febbraio del 2008 a firma di Vittorio Giacopini, e col titolo: "Re in fuga. La leggenda di Bobby Fischer" getta nuova luce su questo personaggio scomodo preso di mira per tutta la sua vita dalla Grande Cospirazione. Ecco alcuni passi del libro.

Riappari, poi scompari
pag. 109/110
Per la prima volta la Storia gli rivela il suo disegno misterioso, la sua faccia umbratile e nascosta e non è precisamente un bel vedere. La logica degli eventi è l'eqiuivalente di un piano segreto, il risultato beffardo di un complotto, una congiura. (...). Adesso - 1962 - Bobby vede dappertutto complotti, congiure, trame e oscuri marchingegni, cospirazioni. (...) sono grandi progetti di dominio mondiale.
pag 118
La sensazione di fondo - ruvida, spiacevole - è quella di una vita che scorre su due piani segreti, di una vita truccata che non puoi controllare fino in fondo. Just a pawn in their game cantava Bob Dylan: sei solo una pedina nel loro gioco, uno strumento. Mai come adesso (1962) Bobby si era sentito sul punto di diventare ostaggio di progetti estranei e di altre trame. Controvoglia scopriva l'anima della Politica, la sua logica tutta speciale, separata.

Tornando a casa
Pag. 183/185
A lungo si era parlato di un ricevimento ufficiale alla Casa Bianca, ma poi erano sorti dubbi, perplessità. Nixon sembrava intressato alla cosa ma era indeciso; Kissinger procedeva con i piedi di piombo, come sempre. (...) Per lui che aveva già promesso a mezzo mondo un pomeriggio di gala sul verdissimo prato della Casa Bianca è un piccolo smacco che si trasforma subito in presagio. (...) Era un avvertimento mafioso e una minaccia: doveva rientrare nei ranghi, fare il bravo. Figuriamoci. Ma si, che andassero pure a farsi fottere loro e quel giardinetto di merda, spelacchiato. (...) Non è vero che hai deciso di giocare perché te l'ha chiesto il presidente. Falso che passavi le serate al telefono con Kissinger.

L'arte della fuga
Pag. 207/208
Un governo mondiale segreto, una congiura. Sono voci, sospetti e complicate illazioni (...) stava nel cuore degli anni Settanta ed un delirio del genere non era poi così eccentrico o insensato. (...) Il declino della guerra fredda fa riemergere l'antica anima cospirativa del capitalismo globale, la sua intima indole di vero fulcro dell'universo e unica meta. E' un mondo che si semplifica mentre sfugge allo sguardo del pubblico e svanisce. Congreghe segrete e club esclusivi si rivelano, reticenti, l'essenza vitale di ogni potere sulla terra. (...) Le sorti del pianeta non si decidono nel consiglio dei Ministri o nelle aule dei parlamenti o nelle piazze. La stanza dei bottoni è sempre altrove e forse è davvero una stanza, un luogo fisico. (...) Le immateriali potenze del capitale non smuovono mari e monti senza l'accorta regia di burattinai, congiure, trame, vari inganni. Quando aveva scritto V. - dieci anni prima - Thomas Pynchon pensava probabilmente al gruppo Bilderberg e alla sala riunioni di quell'albergo olandese che ha finito per diventare l'eterno emblema della cospirazione annuale dei grandi dei potenti, il riservatissimo sabba dei poteri forti: multinazionali, finanza, banche, politici di rincalzo, giornalisti (la borghesia e il suo "comitato" d'affari a ranghi completi. (...) In quegli anni al Grande Complotto si affiancano infiniti tentativi di imitazione e parodia. Ovunque si stilano piani segreti di Rigenerazione e Rinascita; dappertutto sorgono club semiesclusivi, ridicole sette paraesoteriche, bislacche logge massoniche, conventicole.
Pag 209/211
La Cia, i comunisti, l'Fbi, i tirapiedi del Governo Mondiale dispongono di sofisticati sistemi di controllo. (...) Loro possono stanarti comunque, quando vogliono. Spionaggio e controspionaggio psichico, galattiche invasioni di ectoplasmatici ultracorpi nei territori privati della mente, conquiste e usurpazioni definitive. "Si sta giocando un'enorme partita a scacchi in tutto il mondo" e questa volta l'obiettivo sono i singoli nudi e crudi, la pura e semplice vita personale, l'esistenza. Le grandi potenze, i blocchi, le Due Opzioni iniziano a slittare fuori quadro e intanto rinasce una controfigura di Impero soffocante. Adesso vivi in un mondo unico, ma unico nel peggiore dei modi: omologato. La nuova politica è sopraffazione allo stato puro, e ipocrisia: il gioco crudele delle identità imposte o confiscate, l'arroganza delle definizioni obbligate, il codice dei pensieri legittimi e dei desideri accettabili o accettati.

Pag, 212/213
Nel 1981 pubblicò con il nome di Robert D. James Fischer il pamphlet Sono stato torturato nella prigione di Pasadena!, nel quale dettaglia le esperienze seguenti al suo arresto, dopo essere stato scambiato per un rapinatore di banche - o almeno questa fu la scusa o il pretesto per arrestarlo - è la secca descrizione di un incubo e un invettiva lucida e violenta. La storia della somiglianza col rapinatore cade immediatamente ma i poliziotti lo mettono dentro lo stesso. Completamente nudo, chiuso al freddo dentro i due metri quadri scarsi. A quel punto gli Stati Uniti erano ormai soltanto un incubo; un ricordo da dimenticare.

Europa
Pag. 217/218
L'ordine, le regole, la legge erano la Grande Cospirazione che voleva imporre il governo mondiale a un mondo che invece ha il sovrano diritto al caso più accidentato e all'incertezza. (...) Allora Bobby ribalta gli schemi (...) L'unica rivolta ancora possibile - pensava - è contro le identità imposte, troppo rigide. (...) Religione, politica, geni e cromosmi, e tutti gli altri fattori statici vanno messi fuori gioco, scomunicati. Sei quello che scegli di essere e non sei altro; sei un'invenzione infinita, programmaticamente precaria, reversibile.

Vent'anni dopo
Pag 234.
1991. Con un telegramma a Saddam Hussein si complimenta per l'invasione del Kuwait (...) una cosa vuole metterla in chiaro sin dall'inizio. Lui oramai rappresenta solo se stesso, nessun altro. E rispetto al Nuovo Ordine Mondiale di Bush senior ha una posizione netta, cristallina. Semplicemente, sta dall'altra parte. (...) Dopo vent'anni di assenza dalle competizioni, Fischer torna sulla scena a modo suo: nel posto sbagliato e nel momento sbagliato, contro (quasi) tutti, allo sbaraglio.
Riemerse dall'isolamento per sfidare Spasskij (allora piazzato al 96-102 posto della classifica mondiale) per "La rivincita del XX secolo" nel 1992, dopo vent'anni di assenza dalle competizioni. Questo incontro - che venne giocato utilizzando il suo nuovo orologio - si svolse a Budva (all'epoca in una Jugoslavia sottoposta a un duro embargo da parte dell'ONU, che comprendeva sanzioni sugli eventi sportivi), e generò controversie.
Ma ora alla casa Bianca scelgono di fare una mossa ulteriore. L'uomo che era stato il simbolo, il luminoso emblema degli States ai tempi del piccolo mondo antico della guerra fredda non può azzardarsi a mettere in discussione l'ortodossia del momento, il Nuovo Ordine Mondiale di George Bush. (...) Fischer deve fornire informazioni ed interrompere qualsiasi attività programmata, desistere. (...) Giocare in Jugoslavia per soldi è una violazione patente dell'embargo e Fischer viene avvisato che dovrà obbedire, non ha scelta. Altrimenti rischia l'arresto. Alla conferenza stampa del 1 settembre 1992, entra in sala e fissa la schiera di giornalisti. Con sapiente lentezza sfila dalla tasca l'originale dell'ordine esecutivo del Dipartimento di Stato e lo solleva in altro per mostrarlo ai fotografi. Poi ci sputa sopra e lo straccia in pezzi. Fischer ha una buona parola per tutti: il governo americano - una banda di vermi sfruttatori -, il fisco (e rivela di non pagare le tasse dal 1976), gli scacchisti sovietici (col loro gioco immorale combinato hanno distrutto gli scacchi), il comunismo e il giudaismo. E a chi lo accusa di essere antisemita risponde: "E' un'idiozia, io sono filoarabo e anche gli arabi sono semiti, dovreste saperlo". Poco tempo dopo è lo stesso George Bush a firmare un mandato di arresto nei suoi confronti e Fischer non metterà più piede in America. I suoi anni da recluso finiscono in Montenegro. Adesso era sulla lista dei latitanti, ricercato.

September song
Pag. 257
(...) la sua massima infamia, il grande oltraggio (...) la famigerata intervista che rilasciò nelle Filippine l'11 settembre 2001, poco dopo il crollo delle Torri (...) "Notizie meravigliose... Era ora... Non posso mettermi certo a piangere per quello che hanno fatto agli Usa con tutti i crimini che gli Stati Uniti stanno commettendo nel mondo... Sapete come dice il proverbio: chi la fa, l'aspetti".
Nel 2003, la United States Chess Federation ha ritirato la tessera di Fischer, a seguito delle sue critiche alla politica estera degli USA e dei suoi commenti anti-sionisti.
Il 13 luglio 2004 Robert Fischer venne arrestato all'aeroporto "Narita" di Tokyo dalle autorità nipponiche per conto degli Stati Uniti d'America, ufficialmente per un passaporto irregolare.
Fatto sta che il Governo statunitense non aveva mai perdonato a Fischer l'aver disputato "La rivincita del XX secolo" nel 1992 nell'ex Jugoslavia allora sotto embargo ONU.
Venne rilasciato il 23 marzo 2005 (dopo 9 mesi di carcere) quando il Governo islandese gli concesse la cittadinananza e il passaporto.
Proprio a Reykjavík in Islanda, il luogo dove nel 1972 aveva colto il suo massimo trionfo scacchistico, è morto improvvisamente il 17 Gennaio 2008 dopo un ricovero per insufficienza renale.
Poco prima di morire Bobby Fischer lanciò un appello a favore di Ron Paul, affermando: "E' l'unico che si prenderà cura degli Ebrei". Inoltre si espresse così "Gli scacchi non sono molto di più che una "masturbazione mentale". Questo gioco è morto, è oramai "prefissato". Gary Kasparov, il giocatore che ha raggiunto il massimo punteggio al mondo, è un "truffatore" ed una ex spia del KGB che non ha mai giocato una partita nella sua vita dove il risultato non fosse stato concordato precedentemente."

Ambientalismo di Razza 8.11.2009

martedì, 10 novembre 2009

20 anni fa cadeva il muro: "Un giorno triste"

Ingrid, nata e cresciuta nella DDR, ai tempi della caduta del muro aveva 28 anni: "Abbiamo svenduto il nostro paese e i nostri valori per due banane. Basta con la retorica della libertà"BERLINO - Vent'anni fa cadeva il muro di Berlino. Una ricorrenza che, anche da noi, è ricordata. Forse più che in Germania. In Ticino e in Italia giornali e televisioni hanno dedicato speciali e approfondimenti per un evento considerato di portata storica. Molta la retorica sulla libertà ritrovata. "Una retorica vista soltanto con gli occhi dell'Occidente" ci dice Ingrid, nata e cresciuta nella DDR. Ai tempi della caduta aveva 28 anni. "Sinceramente - ci racconta - quando è caduto il muro non ero tra le più entusiaste. E penso di non essere stata l'unica. Una cosa è vedere le immagini alla tv dei 50mila che attraversavano la frontiera, un'altra è capire come hanno vissuto gli altri cittadini della DDR questo 9 novembre. Io, personalmente, sentivo un vuoto interiore indescrivibile e l'angoscia dell'incognita del futuro."
La libertà è un’illusione - Ingrid, cresciuta a Lipsia, studi di economia alla Humboldt a Berlino Est, segretaria scolastica della FDJ, non vuole essere considerata la solita comunista nostalgica della DDR che ricorda con malinconia la giovinezza persa: "Sono stufa di sentire che noi 'Ossis' (tedeschi dell'est) siamo nostalgici dei tempi di una gioventù perduta. Non è vero. Poi, io, al partito non mi sono mai iscritta. La cosa che mi fa rabbia è sentire parlare di libertà riconquistata". E poi, ispirandosi alla hegeliana "Freiheit ist Einsicht in die Notwendigkeit": "La libertà assoluta non esiste. E' un'illusione. Noi nella DDR avevamo limitazioni riguardanti i permessi di viaggiare in Occidente. Ma mi sentivo libera lo stesso, andavo in vacanza in Ungheria o in Bulgaria, sul Mar Nero. Ma cosa vuol dire essere liberi? Mi sentivo più libera dei tanti disoccupati di Germania. Con i loro soldi contati per mangiare, sono più liberi di muoversi di quello che eravamo noi nella DDR, dove il lavoro era un diritto? In Germania, per essere accettati alla visita medica, bisogna pagare 10 euro. Molti senza lavoro che necessitano di cure, non hanno neppure i 10 euro per potersi permettere una visita. E lei questa, la chiama libertà?"
Mai iscritta al partito - Ingrid ama definirsi uno spirito libero: "Non sono mai stata iscritta al partito. Prima di andare all'università avevo spiegato ai dirigenti locali del partito che non ne ero convinta fino in fondo e che avrei deciso soltanto dopo la fine degli studi. Hanno capito e rispettato la mia decisione. Sinceramente detestavo coloro che si iscrivevano al partito soltanto per fare carriera".
Non manifestate - Ingrid amava il suo stato, la DDR: "A Lipsia, nel 1989, quando c'erano le manifestazioni di piazza contro il governo mi arrabbiavo e urlavo contro i manifestanti, imprecavo loro di fermarsi perché avrebbero portato alla rovina la Repubblica Democratica".
Relazioni pericolose e la Stasi - Una Repubblica che, ormai, nel 1989 viveva il suo ultimo anno di vita. Ingrid lavorava in un ostello della gioventù di Lipsia, frequentato da molti giovani occidentali: "Feci amicizia con molti tedeschi dell'Ovest e olandesi. Ci sentivamo anche per telefono, fino a quando un giorno, un collega mi ha avvertito, di nascosto, di fare attenzione, perché avrei rischiato grosso". La Stasi, infatti, si era accorta dei suoi contatti con gli occidentali: "Dopo la fine della DDR sono venuta a sapere che un giorno era stata nel mio appartamento, un quattro locali (a 75 marchi dell'est mensili) mentre ero al lavoro. Non ho avuto mai conseguenze della loro visita. Avevano capito che, nonostante i miei contatti con l'Ovest, non avrei mai lasciato il mio paese. In fondo, non ne sentivo il bisogno".
Scuola e ideologia - Un paese dove "l'istruzione era di prima categoria, i servizi medici e ospedalieri erano gratuiti e accessibili a tutti". "Siamo cresciuti con principi sani: la solidarietà, la pace, il lavoro. Un giorno alla settimana, durante gli anni del liceo c'era il cosiddetto 'giorno del lavoro'. Erano molto importanti le materie umanistiche. Venivano organizzati concorsi di poesia. Io me la cavavo bene. Ma poi abbandonavo. Quando si arrivava a un certo livello le tematiche poetiche erano soltanto politiche e mi ritiravo, perché non volevo essere costretta a scrivere testi ideologici".
L’aborto - Ingrid non si sottrae ad evidenziare anche i lati negativi di quello, che considera, ancora oggi, il suo stato: "C'era un certo disprezzo di alcuni aspetti etici e morali che non condividevo. Abortire, per esempio, era molto facile. Bastava andare all'ospedale. E sono molte le donne che ho visto soffrire per un intervento che ti lascia un segno indelebile dentro, per tutta la vita".
Svenduta la DDR per due banane - Ingrid abita nell'Ovest, i suoi genitori nell'est. Ingrid fa la cameriera in un locale per 8 euro all'ora. I suoi studi di economia alla Humboldt non sono serviti a nulla e ha poco tempo, oggi, per pensare al muro caduto: "Le condizioni di lavoro nella Germania Federale stanno peggiorando sempre più. Dobbiamo combattere ogni giorno per non perdere il nostro posto di lavoro. Dobbiamo lavorare duro, il doppio rispetto al normale. Lavorare anche per chi, in pratica, il lavoro non ce l'ha. E la cosa mi distrugge, perché ci sentiamo ancora più ricattabili e si vive con l'eterna angoscia di perdere il posto di lavoro. Un'angoscia che nella DDR non esisteva. Eravamo tranquilli, perché il lavoro era un diritto, per tutti, uomini e donne (le donne con figli avevano un giorno al mese di congedo lavorativo da dedicare alla famiglia). E io penso che questo sia un valore fondamentale. La consapevolezza di poter avere la possibilità di migliorarsi, a livello intellettuale e personale, con lo studio e il lavoro. Valori più alti rispetto ai supermercati pieni del superfluo. Il rammarico è di esserci svenduti alla Germania Federale. Di esserci fatti annettere per due banane, quelle banane che noi non trovavamo nei nostri negozi. Abbiamo buttato al macero tutti i nostri valori. Con l'illusione di promesse, finora mai mantenute".

Paolo d'Angelo TIO 09/11/2009

lunedì, 09 novembre 2009

«L'addio al comunismo? Costato un milione di morti»

Le conclusioni dello studio aprono un dibattito ideologico
La rivista Lancet: nell'Est la mortalità è aumentata del 13% per le privatizzazioni

 
Quanti morti può fare una privatizzazione? O meglio — se un conto si può fare — quante vite è costato il passaggio dal comunismo al capitalismo? E ancora: si può conteggiare l'effetto delle ricette economiche che quella transizione l'hanno dettata negli eltsiniani (e clintoniani) anni Novanta? Il conto è stato fatto. Pubblicato su una delle più prestigiose riviste di medicina internazionali, l'inglese Lancet, 4 anni di lavoro, modelli matematici complessi, basandosi sui dati del'Unicef dal 1989 al 2002. La conclusione: le politiche della privatizzazione di massa nei Paesi dell'ex Unione Sovietica e nell'Europa dell'Est hanno aumentato la mortalità del 12,8%. Ovvero, hanno causato la morte prematura di 1 milione di persone.
Non che, finora, qualche stima non fosse stata fatta. L'agenzia Onu per lo sviluppo, l'Undp, nel '99 aveva contato in 10 milioni le persone scomparse nel tellurico cambio di regime, e la stessa Unicef aveva parlato dei 3 milioni di vittime. Lo studio di Lancet (firmato da David Stuckler, sociologo dell'Oxford University, da Lawrence King, della Cambridge University e da Martin McKee, della London School of Hygiene and Tropical Medicine) invece parte da una domanda diversa: si potevano evitare tante vittime, e sono da addebitare a precise strategie economiche? La risposta è sì. Ed è la «velocità » della privatizzazione che — secondo Lancet — spiega il differente tasso di mortalità tra i diversi Paesi. Si moriva di più dove veniva adottata la «shock therapy»: in Russia tra il '91 e il '94 l'aspettativa di vita si è accorciata di 5 anni. Nei Paesi più «lenti », invece, come Slovenia, Croazia, Polonia, si è allungata di quasi un anno.
Grazie, signor Jeffrey Sachs. Perché se gli operai inglesi negli anni '80, come nel film di Ken Loach, «ringraziavano» la signora Thatcher, gli operai delle fabbriche chiuse dell'Est devono (in parte) la loro sorte al geniale economista americano, consigliere allora di molti governi dell'Est. E infatti il signor Sachs ha risposto piccato, con una lettera al Financial Times. Ma quel «milione di morti» ha ormai accesso il dibattito ai due lati dell'Oceano, sulle pagine del New York Times e nei blog economici. «S'è scatenata — risponde da Oxford David Stuckler — una rissa ideologica, ma noi non volevamo infilarci in un dibattito politico. Volevamo puntare l'attenzione sui rischi sociali. E poi, il nostro non è un attacco alla shock therapy, tant'è che analizziamo solo le privatizzazione, non le liberalizzazioni o le politiche di stabilizzazione».
E il signor Sachs? Contesta i numeri. Dice, all'Ft, che «dove sono stato consigliere, come in Polonia, non c'è stato nessun incremento della mortalità». E il caso russo, dove sono state «vendute 112mila imprese di Stato» dal '91 al '94 contro le 640 della Bielorussia, e i tassi di mortalità sono 4 volte maggiori? Colpa delle diete russe, dice Sachs, ma più ancora del crollo dell'impero, «degli aiuti negati dagli occidentali a Mosca», «tanto che nel '94 mi sono dimesso» da consigliere del Cremlino*. Non rinuncia all'occasione di seppellire Sachs il suo vecchio nemico, il Nobel Joseph Stiglitz. «Lancet ha ragione, la Polonia è stata un caso di politiche graduali. Quanto alla shock therapy, guardando indietro, è stata disastrosa. Pura ideologia, che ha distorto delle buone analisi economiche».
C'è un altro dato che emerge nella ricerca. Il legame disoccupazione-mortalità nell'ex Unione sovietica. «Il perché è evidente: erano le fabbriche che spesso garantivano screening medici», dice Stuckler. Con la loro chiusura nell'ex Urss è crollato anche il sistema sociale. Numeri impressionanti di morti per alcol, di suicidi. «Mentre dove c'era una forte rete sociale — come nella Repubblica ceca in cui il 48% delle persone faceva parte o di un sindacato o va in Chiesa — l'impatto è stato quasi nullo».
Il sociologo Grigory Meseznikov, uno dei più apprezzati politologi dell'Europa dell'Est, risponde al telefono al Corriere che «sì, sui ceti inferiori l'impatto è stato forte. Ma poi, accanto ai danni immediati, bisogna valutare i benefici e l'impatto positivo a lungo termine». A Lubiana, il sociologo Vlado Miheljak, invece, ricorda che «tra i motivi del successo sloveno, a parte la maggiore integrazione con l'Ovest, c'è stata soprattutto la lentezza. Allora tutto il mondo ci criticava perché non privatizzavano come i cechi, come gli ungheresi. Invece probabilmente, è stata la nostra salvezza».

Mara Gergolet Corriere 23 gennaio 2009

*Ma solo dopo aver concluso il compito per cui era stato inviato in Russia: distruggere il più possibile.

lunedì, 09 novembre 2009

Capitalismo, stato e democrazia

Massimo Mazzucco Luogocomune 9/11/2009 
La nascita dell’”American Dream”, dal capitolo “Petrolio” del film “Il nuovo secolo americano”:

Come descritto in un articolo precedente, fu Edward Bernays, il nipote di Freud emigrato in America, a formulare il moderno concetto di propaganda, che si distingueva da quello della semplice pubblicità perchè proponeva, per la prima volta nella storia moderna, una associazione fra idee ed oggetti di tipo irrazionale.
In altre parole, fino a quel giorno la pubblicità aveva semplicemente decantato le qualità dei vari prodotti: fa bene, rinfresca, è più veloce, fa digerire. Bernays invece suggeriva di passare dalla porta di servizio - l’inconscio - proponendo una associazione fra idea e prodotto assoltamente irrazionale ed illogica, ma emotivamente molto più efficace.
Era nata la propaganda, che significa letteralmente “le cosa da propagare”, ovvero le idee da diffondere nelle masse per i motivi più diversi, dal semplice lucro al più sofisticato indottrinamento ideologico.
Ma l’idea di Bernays non era sufficiente per realizzare fino in fondo l’ambizioso progetto di controllo delle masse che stava alla sua radice: fu solo quando un certo Gallup, dopo la guerra, introdusse i cosiddetti “sondaggi di opinione”, che il meccanismo fu completo e pronto per l’uso.
Ora non solo si sapeva “come” fare per far accettare alle masse determinate ideologie o prodotti, ma si sapeva anche “cosa” produrre con esattezza, per soddisfare al meglio i loro desideri.
Negli anni ’50 in America fu un vero e proprio fiorire di “scuole di pensiero” propagandistico, con orde di psichiatri che si vendevano volentieri alle nascenti corporations, desiderose di mettere a frutto al più presto le sofisticate teorie della tradizione freudiana (nel frattempo Anna Freud aveva fatto irruzione sulla scena americana, rilanciando le teorie del padre ben oltre i limiti intravisti dallo stesso fondatore della psicanalisi).
Ma il vero scopo del controllo delle masse, come sappiamo, non è di riuscire a vendere alla popolazione milioni di spazzolini da denti, saponette o automobili, ma di incanalare il loro esplosivo potenziale mentale verso pascoli del tutto innocui dal punto di vista politico-sociale.
Nel frattempo infatti la grande industria, in alleanza con i banchieri, si era impadronita del potere effettivo, e l’ultima cosa che desideravano personaggi come Mellon, Rockefeller o Hearst era di assistere ad un improvviso “risveglio” della popolazione dal lento sonno in cui li stavano inducendo.
La lezione della rivoluzione russa era ancora vivida di fronte ai loro occhi.
Nel frattempo era anche sorto un problema paradossale: le catene di montaggio e la produzione di massa erano talmente efficienti che l’offerta del mercato superava di gran lunga la domanda, in una popolazione reduce da una guerra in cui aveva imparato ad accontentarsi del minimo indispensabile.
Risultò quindi evidente che l’alternativa “spingere i prodotti” o “spingere le ideologie” fosse solo una falsa alternativa, e che il tutto andasse invece risolto fondendo le due cose in una: nasceva così il “consumismo”, vera e propria filosofia di vita che ha caratterizzato l’intera storia americana negli ultimi 50 anni.
Da una parte la “propaganda” si preoccupava di lanciare continuamente prodotti che rendeva “indispensabili” tramite il collaudato meccanismo subliminale, dall’altra si preoccupava di trasformare gli americani in “macchine di consumo”, dove la necessità fosse lentamente rimpiazzata dal desiderio. (Vedi estratto video).
Con la stessa “fame” con cui l’americano si metteva in coda, negli anni ’30, per un pezzo di pane, ora doveva mettersi in coda per il nuovo modello di Chevrolet in uscita a Natale.
Era nato lo status symbol, essenza ultima del lungo percorso nel subconscio collettivo iniziato da Bernays trent’anni prima.
A quel punto deve essere stato un sogno ad occhi aperti, per banchieri e industriali dell’epoca, vedere milioni e milioni di cittadini che marciano ordinati ogni mattina verso una fabbrica dove produrranno oggetti assolutamente inutili, che poi correranno a casa a sognare di possedere.
Il tutto regolato da un sapiente flusso di denaro fasullo, il cui potere d’acquisto è perennemente in balìa del pendolo inflazionistico, gestito in modo da tenere ciascun cittadino sul baratro costante fra desiderio di consumo del superfluo e soddisfazione dei suoi bisogni più essenziali.
Non a caso Schopenahuer definiva l’angoscia come distanza fra l’oggetto del desiderio e la sua realizzabilità. Grazie a questo meccanismo desiderio-soddisfazione, tenuto continuamente sul filo del rasoio, è nata la società di frustrati, disadattati e angosciati che conosciamo oggi come “mondo occidentale”.
C’è gente che venderebbe la madre pur di avere il nuovo televisore al plasma della Sony.
Ma i danni del consumismo esasperato non finiscono qui: è proprio nel nome del consumismo che il capitalismo ha subito la trasformazione da sistema economico puro, basato sulla competitività e sul libero mercato, a giustificazione ideologica per perseguire ad ogni costo i migliori risultati economici a breve termine, anche a costo di calpestare principi “a lungo termine” di ben diverso ordine morale.
Quando senti George W. Bush dire “Non possiamo imporre alle fabbriche un tetto fisso di inquinamento, perchè ci costerebbe troppo”, significa che il capitalismo ha perso la sua funzione di stimolo produttivo all’interno della società, arrivando a metterne in pericolo la stessa sopravvivenza.
E ora che le conseguenze di questi errori si stanno palesando in modo macroscopico, c’è il rischio effettivo di un “risveglio” popolare di tale portata e dimensioni da far apparire la rivoluzione russa una sagra di paese.
Ma è proprio qui che si può apprezzare il vero capolavoro svolto dai “propagandisti” nei decenni passati: non solo si sono preoccupati di trovare il modo migliore per vendere oggetti inutili ai popoli dell’occidente, ma sono anche riusciti a convincerli di essere loro gli unici fautori del proprio destino: l’hanno chiamata ”libertà”, ed è il prodotto più sublime, eccelso e irrinunciabile che la propaganda dei potenti sia mai riuscita a vendere alle masse.
E’ un prodotto talmente sofisticato ed eccelso che si riesce addirittura a convincere la gente ad andare a morire in battaglia in terre lontane – usando le armi da te prodotte, naturalmente – pur di difenderlo.
La “libertà” dell’occidente è un prodotto propagandistico talmente prezioso che per proteggerlo è stata inventata una armatura imperforabile: la “democrazia”. Convincendo il popolo che a scegliere i propri leader sia lui, hai la garanzia che non si rivolterà mai contro di te, poichè convinto di poterti abbattere in qualunque momento con la propria “volontà”.
Ecco così che ogni 4 anni la gente corre a votare, convinta di poter scegliere chi la libererà dalle oppressioni e dai problemi del momento, senza naturalmente accorgersi che i politici “liberatori” non sono che manichini al servizio degli stessi oppressori.
A questo punto dovrebbe risultare evidente che è perfettamente inutile parlare di “stato buono o stato cattivo”, come è inutile discutere fra socialismo o liberismo: il problema è trasversale, e si trova a monte di questi dilemmi.
La famosa diatriba “big government – small government” – ancora oggi di fondamentale importanza nei periodi elettorali americani - è infatti la più fasulla di tutte, poichè un “government” vero e proprio, come è stato concepito dalla Costituzione, non è mai esistito in primo luogo. I Padri Fondatori non potevano prevedere nè l’avvento così rapido nè le conseguenze così nefaste di una rivoluzione industriale che ancora doveva nascere, e che avrebbe fatto della corruzione lo strumento essenziale del concerto politico, ed il denaro “contante” la sua unità di misura.
Oggi non esistono “governi”, nel mondo occidentale, e non esistono “stati” nel senso unitario della parola: governi e stati sono solo strutture posticce, ridefinibili a piacimento, utilizzate dai potenti per dare al popolo quella parvenza di “libertà” e “democrazia” che gli permetta di mantenere il potere praticamente all’infinito.
Un vero progresso dell’umanità, inteso come progresso della sua condizione fisica, sociale e morale insieme, potrà solo avvenire con la liberazione dell’uomo dalle false schiavitù che gli sono state imposte da chi ha saputo controllare in lui, negli ultimi cento anni, persino il modo di pensare.

Chi sono

Utente: trotzkij
Nome: Alessandro
"Questi non hanno speranza di morte e la loro cieca vita è tanto bassa che 'nvidïosi son d'ogni altra sorte".
Dante, versi 46-48, III canto dell''Inferno'


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