Aurora

Sito d'Informazione Internazionalista
martedì, 29 dicembre 2009

GIORGIO NAPOLITANO, MASSIMO D’ALEMA, TAPPETO ROSSO AL NAZISMO SIONISTA DI GAZA

- Dedicato ai morti di Gaza del dicembre 2008, gennaio 2009.

“Il Nazismo ha distrutto il giudaismo fisicamente, il Sionismo l’ha distrutto spiritualmente”, Leibele Weisfisch, Rabbino, 1992

Giorgio Napolitano è un ignorante complice morale di crimini contro l’umanità in Palestina. Massimo D’Alema è un consapevole complice diretto di crimini contro l’umanità in Palestina. L’occupazione israeliana dei territori palestinesi è un insulto permanente a sei milioni di morti nei campi di sterminio nazisti.
L’organizzazione umanitaria americana The Middle East Children Alliance ha completato di recente un sopralluogo a Gaza, colpita nel dicembre del 2008 dal peggiore atto di terrorismo indiscriminato compiuto da Israele su quelle terre dal 1948, e ha intervistato decine di bambini palestinesi chiedendogli quali erano i loro bisogni più urgenti. La risposta della maggioranza di quei bimbi è stata questa: “Poter bere un bicchier d’acqua la mattina”.
Gaza è una prigione a cielo aperto dove nessuno può entrare o uscire, dove Israele non permette l’importazione di gas per cucinare, di acqua da bere, di farmaci salvavita, di cemento per ricostruire ciò che ha distrutto, di matite, di lenticchie, di quaderni, di cloro per disinfettare acquedotti e fogne, e dove l’esercito dei neonazisti ebrei israeliani spara ai contadini che raccolgono la bietola per non morire di fame, o ai pescatori che osano uscire nel loro mare per non morire di stenti. Gaza è oggi l’unica camera di tortura sperimentale a cielo aperto del mondo, l’unica istanza al mondo dove uno Stato Canaglia, Israele, sperimenta un sadismo etnico scientifico con l’appoggio pieno di ogni democrazia moderna che si conosca. Il Darfur, Ace, il Tibet, la Birmania, la Korea del Nord (*) e altri orrori simili sono pienamente riconosciuti come tali e sanzionati come tali dai Paesi cosiddetti civili. Non la Palestina, dove da almeno 60 anni una banda di criminali assassini e terroristi che rispondono al nome di Movimento Sionista può permettersi qualunque atrocità per due motivi: perché Israele è oggi la più grande base militare americana del mondo e perché Adolf Hitler ha sterminato sei milioni di ebrei con la nostra complicità durante la seconda guerra mondiale. Motivi per cui Obama sta zitto e per cui l’Europa non osa profferire parola.
Il Movimento Sionista di Theodor Herzl, Israel Zangwill, Vladimir Jabotinski, Chaim Weizman, Leo Motzkin, David Eder, Golda Meir, Moshe Dayan, Ben Gurion, Menachem Begin, Yitzhak Rabin, Ariel Sharon, Ehud Olmert, Tzipi Livni, Ehud Barak, Benjamin Netanyahu (e altri) è una organizzazione criminale il cui unico posto nella Storia è dietro le sbarre della gabbia del Tribunale Penale Internazionale o di una nuova Norimberga. Essi hanno non solo martoriato oltre ogni limite il popolo palestinese, ma non si sono fatti scrupolo in 60 anni di storia d’Israele di mandare al macello fisicamente e psicologicamente gli ebrei stessi, loro concittadini, pur di perseguire il loro piano originario: la pulizia etnica di tutta la Palestina biblica. Hanno rigettato e distrutto ogni singola offerta di pace, hanno raccontato menzogne con una sistematicità diabolica, e hanno consciamente replicato nei Territori Occupati le tecniche di tormento razzista del Terzo Reich. Oggi, questa congrega di assassini corrotti, sta invece ritta sui tappeti rossi degli ignoranti negazionisti come Giorgio Napolitano, che non molto tempo fa ha dichiarato di aver “denunciato l’antisionismo come travestimento dell’antisemitismo. C’è chi – non avendo nel mondo di oggi il coraggio di dichiararsi antisemita – assume come bersaglio il sionismo, con esso identificando una presunta volontà di dominio”. Presunta, dice il Presidente. Ecco cosa lasciò scritto un suo omologo israeliano, Ben Gurion, padre di Israele, nel 1948: “C’è bisogno di una reazione brutale. Dobbiamo essere precisi su coloro che colpiamo. Se accusiamo una famiglia (palestinese), dobbiamo fargli male senza pietà, donne e bambini inclusi… Non vi è alcun bisogno di distinguere fra colpevoli e innocenti”. Ed ecco, Napolitano, come commentò quelle parole il più insigne letterato ebreo israeliano del XX secolo, Yizhar Smilansky “Ci facciamo ingannare di fronte all’evidenza, e ci uniamo subito al grande e comune mucchio dei bugiardi – composto da ignoranza, apatia opportunista e semplice svergognato egoismo – e scartiamo una grande verità per la furba scrollata di spalle di un criminale inveterato (Ben Gurion).”
La stessa congrega sionista criminale pretendeva nel 2006, e otteneva, dal governo di centrosinistra italiano di Romano Prodi e dal suo Ministro degli Esteri Massimo D’Alema l’adesione incondizionata al crimine internazionalmente riconosciuto di ‘punizione collettiva’ dell’intero popolo palestinese, colpevole di aver aderito alla democrazia ma di aver votato a maggioranza il partito ‘sbagliato’. Quello sgradito a Washington. Massimo D’Alema ha portato me e voi sulle soglie della camera di tortura a cielo aperto di Gaza a chiudere i portoni di accesso dei beni di sopravvivenza essenziali e a contemplare un milione e mezzo di innocenti che si contorcono in una “vita da cani” (Moshe Dayan, 1967), ammassati nel 5% di quella che era la loro legittima terra, senza diritti, lasciati morire di parto ai posti di blocco, di malattie banali, costretti a nutrirsi di rifiuti, e sottoposti a un accanimento sadico da parte di Israele che Mary Robinson, Alto Commissario per i Diritti Umani dell’ONU, ha definito nel 2007 “la distruzione di una civiltà”, opinione confermata fra gli altri dalle parole dell’ex ministro inglese per gli Affari Internazionali Clare Short, che in una audizione alla Camera dei Comuni dello stesso anno ha parlato di “un sistema di Apartheid, annessioni brutali, e creazioni di ghetti”. Tutto questo mentre nei salotti italiani personaggi della bassezza morale di Marco Travaglio, Massimo Teodori, Gad Lerner o Furio Colombo pontificavano sulla brutalità dei negri palestinesi, fra un’apparizione tv e l’altra, e mentre finivano il carpaccetto all’aceto balsamico nel ristorante di mamma RAI.
Le prove documentali di quanto ho appena scritto si trovano pubblicate già da tempo nei miei lavori, e sono di fonte unicamente ebraica o occidentale. Vi trovate le smentite a tutte le menzogne sioniste su Hamas, sul terrorismo, su chi massacra chi in Medioriente, su ciò che vi raccontano i Tg italiani. Ma basterebbe il candore agghiacciante dell’ex Capo di Stato Maggiore d’Israele Mordechai Gur, che nei resoconti dell’analista militare israeliano Ze’ev Schiff ammise senza patema alcuno che il suo esercito per 30 anni aveva colpito una popolazione civile che viveva in villaggi, colpito civili di proposito e coscientemente “perché se lo meritano”, e anche in assenza di alcuna minaccia armata. Avrebbe dovuto bastare, sessanta anni fa, il grido angosciato di Albert Einstein e di Hannah Arendt, i quali denunciarono le venature “naziste e fasciste” nei partiti dei padri fondatori di Israele. E dovrebbe bastare a chiunque non sia della pasta di Giorgio Napolitano, Massimo D’Alema o Marco Travaglio il filmato che un eroe moderno come Vittorio Arrigoni ha realizzato, e che sta mostrando a sparute platee italiane ahimè, dove compare tutto l’orrore del sadismo israeliano senza veli: due contadini di Gaza, padre e figlio emaciati, armati di un carretto ottocentesco tentano di raccogliere a mano delle bietole in un campo di loro proprietà; è la loro sopravvivenza, i loro volti sono contorti dalla disperazione, ma gli uomini “dell’esercito più morale del mondo” (Barak), i discendenti dei sei milioni di morti dell’Olocausto, li prendono a fucilate indiscriminatamente, un tiro al piccione con l’agonia altrui. I disgraziati si gettano a terra, salvati solo dalla presenza dei giovani occidentali dell’International Solidarity Movement, che con un coraggio indefinibile fanno da scudi umani alle pallottole. Ma si faccia attenzione: quel tiro al bersaglio diretto a chi tenta di non morire di fame non è fatto per casuale brutalità; è politica dettata da Tel Aviv per portare a compimento i dettami dell’abietto Moshe Dayan che nel 1967 disse: “Voi palestinesi continuerete a vivere come cani, chi vuole può andarsene. Chiunque si avvicini al Movimento Sionista con una morale non è un Sionista”. La scena filmata da Arrigoni torce le budella, strozza la gola di chiunque abbia mai amato un padre o un fratello nella vita, e richiama a pieno titolo le parole di Hannah Arendt: ‘La Banalità del Male’. Accade ogni giorno a Gaza, mentre noi siamo qui. E allora.
Non indignatevi, che siate maledetti se lo fate. Fate altro: informatevi e raccontate al mondo che la crudeltà nazista non è morta, che oggi vive e che si chiama Sionismo, occupazione della Palestina, e che rappresenta l’unico esempio al mondo di orrore etnico pienamente accettato e sostenuto da ogni democrazia moderna. Roma, il Quirinale e tutti noi in prima fila.
Il quadro che emerge è di un Israele che selvaggiamente infligge ogni possibile orrore di morte e di angoscia sulle popolazioni civili, in una atmosfera che ci ricorda regimi che né io né il signor Begin oseremmo citare per nome”. (parole dell’ex ambasciatore israeliano all’ONU Abba Eban. Fonte: il quotidiano israeliano Jerusalem Post)

Paolo Barnard 29.12.2009

*Barnard dovrebbe documentarsi meglio, e non seguire, in questi casi, il mediastream.(Alessandro)

sabato, 26 dicembre 2009

Natale di sangue in Honduras

Con la complicità dei media che hanno fatto calare il silenzio sull’Honduras “pacificato” dal dittatore di Bergamo Alta Roberto Micheletti, per il quale la ONG “America's Democracy Watch” raccoglie le firme per il Nobel per la Pace, il Natale a Tegucigalpa è un Natale di sangue con il ritrovamento del corpo straziato di Renán Fajardo, 22 anni, laureando in architettura, e membro attivo della Resistenza in Honduras.
È l’ennesimo omicidio mirato in un paese dove gli anni ’70 e la guerra sporca non sono mai finiti. La famiglia lo aspettava per festeggiare il Natale ma Renán da due giorni non dava più segni di vita. Fino a che un amico è andato a cercarlo a casa. La scena che ha trovato è stata quella di tutti gli squadroni della morte di decenni di guerra sporca contro chi resiste in America latina. La casa era sottosopra e il corpo di Renán, con evidenti segni di violenza, era stato lasciato in modo da mal simulare un suicidio e sono stati sottratti dall’appartamento sia il computer che la macchina fotografica di Renán. Il COFADEH (Comité de Familiares de Detenidos Desaparecidos en Honduras), ha raccolto testimonianze di vicini di Renán che parlano di auto senza targa e con i vetri oscurati che da giorni giravano intorno all’abitazione.
Renán era un artista, Internet è piena di foto realizzate da lui e che restano a ricordarlo, ma era soprattutto un militante democratico. Aveva girato in lungo e in largo il paese fino al 28 giugno per parlare e creare coscienza nel popolo “catracho” rispetto alla necessità di un’Assemblea Costituente (il motivo del golpe fu evitarla) e poi negli ultimi sei mesi aveva lavorato costantemente per la Resistenza, partecipando a tutte le attività, manifestazioni, marce, che aveva ripreso con la sua macchina fotografica. Da giorni riceveva SMS di minacce ed era spaventato. Evidentemente aveva ragione e gli squadroni della morte sono puntualmente arrivati a colpire una volta di più in maniera selettiva la parte più cosciente del popolo honduregno.

Gennaro Carotenuto 25 dicembre 2009

mercoledì, 23 dicembre 2009

Hugo Chávez e Evo Morales, l’America latina integrazionista è la coscienza ambientale del pianeta?

Infiltrati dei movimenti sociali all’interno del fallito vertice di Copenhagen sull’ambiente, i dirigenti politici latinoamericani hanno portato una voce di saggezza che non è bastata a non far fallire la cumbre ma hanno almeno potuto sintetizzare che un altro approccio è possibile e che anche il problema ambientale non si può ridurre se non si abbatte la disuguaglianza. La grande stampa ha preferito ignorarli o registrare appena il loro dissenso, ma le loro testimonianze sono leggibili, ascoltabili in Rete e nei media partecipativi per chi ha occhi e orecchie per vedere. Hugo Chávez, presidente venezuelano, e Evo Morales,  presidente boliviano, e le rispettive delegazioni, hanno ripetutamente denunciato che il metodo non democratico con il quale è stato fatto funzionare (e fallire) tutto il vertice è stato paradigmatico di come funziona tutta la politica internazionale: “abbiamo ripetutamente visto girare documenti  -hanno denunciato i leader integrazionisti- e quando chiedevamo di poterli leggere ci venivano sottratti: questi sono top secret. Erano solo per alcuni paesi e non per altri”. Allo stesso modo nelle assemblee venivano dibattuti documenti e poi l’abilità truffaldina della presidenza danese e di alcuni paesi occidentali, Stati Uniti in testa, ne facevano votare altri modificati a loro piacere.
Per Evo Morales, e non è una novità per i dirigenti popolari latinoamericani, la madre terra, la Pachamama è un soggetto di diritto e come tale va rispettata. “Il cambio climatico non è una questione di tecnologia o di finanziamenti –ha affermato Morales- è una questione di modello di sviluppo. Il problema è il sistema capitalista e se non ne prendiamo atto non risolveremo mai nulla”. Seguiamo da qui in avanti in particolare il discorso di Hugo Chávez. “Copenhagen  -ha denunciato Hugo Chávez- è esattamente la maniera con la quale viene fatto funzionare il mondo in una dittatura imperiale che genera esclusione. C’è un gruppo di paesi che si crede superiore a noi, i paesi sottosviluppati, quelli che secondo Eduardo Galeano siamo stati buttati giù dal treno in corsa della storia, e che pretendono di decidere anche per noi. […] Io voglio denunciare che in queste sale non nominato da nessuno, parafrasando Carlo Marx [e forse anche Shakespeare, anche se Chávez non lo dice, ndr],
sta girando un fantasma.
A Copenhagen si aggira tra noi il fantasma del capitalismo. È anche qui in questa sala, gira per i corridoi, entra nelle riunioni, sale e scende le scale ma è un fantasma così spaventoso che nessuno ha il coraggio di nominarlo. È il fantasma del capitalismo. È il fantasma di un modello di sviluppo distruttivo che sta distruggendo la vita nel pianeta e presto distruggerà la specie umana. Io penso la stessa cosa che pensano i giovani qui fuori
[i movimenti sociali duramente repressi durante il vertice, ndr]: NON DOBBIAMO CAMBIARE IL CLIMA, DOBBIAMO CAMBIARE IL SISTEMA. […]
Lo ha dimostrato la crisi economica che ancora sta colpendo il pianeta. Non si sa neanche quanti soldi il governo degli Stati Uniti ha speso per salvare le banche e io voglio denunciare: SE IL CLIMA FOSSE STATA UNA BANCA I SOLDI SI SAREBBERO GIÀ TROVATI!
Leggete il libro di Hervé Kempf
(Perchè i ricchi distruggono il pianeta, Garzanti 2008)
Non potremo ridurre i consumi materiali a livello globale se i potenti non scenderanno vari scalini e se non combatteremo la disuguaglianza. È necessario che il principio ecologista si accompagni a quanto reso indispensabile dalla situazione: consumare meno e distribuire meglio”.
Sì è vero, i problemi climatici, le inondazioni, la desertificazione, la deforestazione, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacciai, eccetera sono un problema enorme. Ma se non ricordiamo che 500 milioni di persone, il sette per cento più ricco, sono responsabili del 50% delle emissioni ed è innanzitutto questo sette per cento della popolazione mondiale a doversi stringere, è inutile che stiamo qui a discutere. […] Per tanto noi, i paesi dell’ALBA, ci opponiamo al documento finale di questo vertice, perché è un documento che ribassa i risultati e gli impegni previsti dal protocollo di Kioto che è l’unico nel quale ci riconosciamo.
Quelli sono i testi legittimi, non quelli discussi in questo vertice. È quello il documento che persegue il fine scientificamente sostenibile della riduzione delle emissioni. Quell’obbiettivo, qui e ora, è fallito e per questo votiamo contro. E perché la comunità internazionale soffre questo fallimento? Come disse il grande José Gervasio Artigas ‘dicendo la verità né offendo né devo temere’.

Usciamo con un fallimento perché le nazioni più potenti del pianeta non avevano la volontà politica di raggiungere un accordo. Sono stati qui per giorni a confondere le acque, tra marce indietro, maneggi elitari, escludendo dalle sedi deliberanti alcuni e ammettendo altri, per salvaguardare il conservatorismo e l’egoismo consumista di pochi. Questo mette davanti agli occhi del mondo l’insensibilità e la mancanza di solidarietà dei paesi ricchi che non vogliono assumere alcun impegno concreto verso quegli esseri umani che già oggi pagano le conseguenze dei loro comportamenti senza regole.  Le 500 persone più facoltose del pianeta hanno ricchezze paragonabili ai 416 milioni più poveri e il 40% della popolazione mondiale, 2.8 miliardi di persone, vive con meno di due dollari al giorno. 2.6 miliardi vive senza fognature e più di un miliardo di persone non ha accesso all’acqua potabile [possono essere queste persone a dover ridurre le loro emissioni? Ndr]. Di chi è la responsabilità?
Ascoltiamo la voce di Leonardo Boff quando dice che un pianeta finito come la terra non può sopportare un progetto senza limiti come il capitalismo. Ascoltiamo la voce di Fidel Castro quando dice che sotto il capitalismo la specie umana è in pericolo. Ascoltiamo la voce di Rosa Luxemburg quando grida che l’alternativa al socialismo è la barbarie. Ascoltiamo la voce di Gesù Cristo quando dice ‘beati i poveri’.  Se il capitalismo resiste al cambiamento siamo obbligati a dar battaglia al capitalismo per salvare la specie umana”.

Gennaro Carotenuto 22.12.2009

martedì, 08 dicembre 2009

CATTIVI AUSPICI PER L'ANNO NUOVO

Abbiamo commesso l'errore di acquistare il Calendario 2010 de Il Manifesto, "il primo calendario da collezione con tutte le immagini dei rivoluzionari". 
Di Tito si scrive che inventò la Jugoslavia...
E' noto invece che lo Stato unitario degli slavi del sud (jugo-slavi) era stato auspicato già da correnti di pensiero ottocentesche ("illirismo" ), analoghe al Risorgimento italiano, e si era poi formato in seguito alla I Guerra mondiale, assumendo formalmente sin dal 1929 il nome di "Regno di Jugoslavia".
La personalità "rivoluzionaria" di Tito andrebbe piuttosto riconosciuta per il fatto che egli fu l'unico leader politico europeo ad avere condotto la guerra di guerriglia a fianco dei partigiani nella guerra di Liberazione, fino alla vittoria e alla creazione di una Jugoslavia Federativa e Socialista.
E chi hanno messo al fianco di grandi personalità come Tito, Ho Chi Min, eccetera? Giacinto Pannella! Persino indicandolo come "antimilitarista" !...
In realtà, "Marco" Pannella  è un noto guerrafondaio. Ha appoggiato tutte le guerre di aggressione della NATO e degli USA, propagandandole con i suoi interventi mediatici. Al "Manifesto" hanno anche dimenticato che si è fatto
immortalare nell'uniforme degli ustascia croati per presentarsi al suo idolo, il fascista Tudjman.

(segnalato a cura di Ivan Istrijan e Italo Slavo)

lunedì, 09 novembre 2009

Nell'Europa dell'est cresce la nostalgia del comunismo

Reuters 9 Nov 09

Nelle fitte foreste dell'incantevole isola di Persin, nel Danubio, ultimo rifugio dell'aquila di mare in estinzione e del cormorano pigmeo, si trovano gli orribili resti di un campo di concentramento di epoca comunista. Tra il 1949 e il 1959, nel campo di Belene, centinaia di "nemici del regime" sono morti per le torture, la malnutrizione e lo sfinimento, e i loro corpi sono stati dati in pasto ai maiali.*
Vent'anni dopo la caduta del comunismo, Belene è un posto ormai dimenticato e soltanto una piccola targa di marmo ne ricorda la storia. Mentre la nostalgia del passato cresce nel piccolo paese balcanico e nell'ex blocco sovietico.
Il fallimento del capitalismo nel migliorare le condizioni di vita (della popolazione), nell'imporre lo stato di diritto e nell'arginare la corruzione dilagante e il nepotismo ha aperto la strada a ricordi irreali del tempo in cui il tasso di disoccupazione era a zero, il cibo era economico e la sicurezza sociale era alta.
"Le cose negative sono state dimenticate", dice Rumen Petkov, 42 anni, un tempo guardia e oggi impiegato nell'unica prigione che ancora funziona sull'isola di Persin. "La nostalgia è palpabile, soprattutto tra i più anziani" dice, davanti ai muri in rovina di un'altra galera aperta sul posto dopo che il campo di concentramento venne chiuso nel 1959. I comunisti qui, negli anni Ottanta, vi hanno rinchiuso decine di persone di etnia turca, che si erano rifiutate di 'bulgarizzare' i propri nomi.
Alcuni ragazzi della povera cittadina di Belene, unita all'isoletta da un pontile, rievocano il passato: "Un tempo vivevamo meglio", dice Anelia Beeva, 31 anni. "Andavamo in vacanza al mare e in montagna, c'erano abiti, scarpe e cibo in abbondanza. Mentre adesso spendiamo quasi tutto il nostro stipendio in generi alimentari. Quelli che hanno una laurea sono disoccupati e se ne vanno all'estero", aggiunge.
In Russia, negli ultimi anni hanno aperto molti ristoranti che si ispirano al periodo comunista, soprattutto a Mosca: molti organizzano "serate della nostalgia", in cui i giovani si vestono da pionieri, la versione sovietica dei boy scout e delle guide, e ballano i classici del periodo comunista. Champagne sovietico e i cioccolatini "Ottobre rosso" rimangono i più richiesti per festeggiare i compleanni. In estate, in tutto il paese s'incontrano magliette e cappellini da baseball con la scritta "Urss". A fronte di un desiderio piuttosto scarso di riportare in vita il vecchio regime davvero, l'apatia è un risultato concreto, dicono gli analisti.
"Il più grande danno prodotto dalla nostalgia è quello di assorbire, esaurendola, l'energia (che dovrebbe essere destinata) ad un effettivo cambiamento", ha scritto il sociologo bulgaro Vladimir Shopov sul sito "BG History".**

DISINCANTO
Nei paesi ex comunisti dell'Europa orientale, c'è un diffuso disincanto nei confronti della democrazia e i sondaggisti dicono che la sfiducia nei confronti delle elite che li hanno resi cittadini dell'Unione Europea è impressionante. Un sondaggio regionale svolto a settembre dal centro di ricerca americano Pew ha evidenziato che in Ucraina, Bulgaria, Lituania e Ungheria c'è stata una drastica caduta della fiducia nella democrazia e nel capitalismo.
Il sondaggio ha fatto emergere che soltanto il 30% degli ucraini si dice a favore del passaggio alla democrazia, quando nel 1991 era il 72%. In Bulgaria e Lituania, il crollo (del numero di coloro favorevoli al cambio di regime) si è fermato poco sopra la metà della popolazione, quando nel 1991 i tre quarti degli abitanti erano favorevoli (alla transizione).
Le analisi elaborate dall'organizzazione americana per i diritti umani Freedom House*** confermano l'arretramento o la stagnazione per quanto riguarda (la lotta alla) corruzione, la capacità di governo, l'indipendenza dei media e la società civile nei nuovi membri Ue. La crisi economica globale che ha colpito la regione e ha messo fine a sei-sette anni di crescita, sta mettendo in crisi i rimedi del capitalismo neoliberalista prescritto dall'occidente. Le speranze di raggiungere il tenore di vita dei ricchi vicini occidentali sono state rimpiazzate da un senso di ingiustizia, provocato dall'allargarsi della forbice tra ricchi e poveri.
Secondo un sondaggio svolto a ottobre da Szonda Ipsos, in Ungheria, uno dei paesi più colpiti dal peggioramento economico, il 70% di quelli che nel 1989 erano già adulti confessa di esser rimasto deluso dai risultati del cambio di regime.
Gli abitanti dei paesi dell'ex Jugoslavia, segnati dalle guerre etniche degli anni Novanta e non ancora ammessi nell'Unione Europea, coltivano nostalgie del periodo socialista di Josip Tito, durante il quale -- diversamente da quanto accade oggi -- per loro era possibile viaggiare in Europa senza bisogno di visti.
"All'epoca tutto era meglio di oggi. Non c'era la criminalità di strada, i posti di lavoro erano sicuri e i salari erano sufficienti per garantire una condizione di vita decente" dice Koviljka Markovic, 70 anni, pensionato belgradese. "Io oggi con la mia pensione di 250 euro al mese riesco a malapena a sopravvivere".

*Anche quando devono dire la verità, gli scribacchini e gli sciacquapalle dei padroni 'liberali e democratici', quelli che ogni tanto s'inventano le kermesse di piazza per la 'liberta di parola' (ma solo la loro), devono fare atto di fedeltà, smerciando queste miserabili loro marchette (i comunisti devono continuare a mangiare bimbetti).
** Tipico esponente dell'intellettualità: dissidente sotto il socialismo, connivente sotto la mafia dei saccheggiatori del proprio paese.
*** Agenzia di propaganda della CIA/Pentagono. Molto apprezzata da grillini, democretini e altri rifiuti umani.

La 'caduta dell'orrido muro comunista' è una sconfitta dell'occidente-accidente, vent'anni di potere assoluto fallimentare, e del relativo democretinismo di centro-sinistr-destr, global-noglobal (ma sempre imperialista nell'animo).
Cosa ha significato il 'crollo del muro'? Il macello jugoslavo, libertà delle ragazze romene di sollazzare, dai marciapiedi, gli evoluti democretini occidentali, il tentativo di distruggere ciò che rimaneva dell'URSS (Russia), i taliban-Usama-babau-Ladin, il Potlasch e altre cretinerie pseudoriformistiche.
Per fortuna, il sistema trionfante (de)generato da questo evento pseudoepocale, il '1989', ha avuto quasi vent'anni di potere assoluto, sul mondo, per dimostrare il suo fallimento totale: guerre, crisi, repressione-depressione, e come cantano i RedHot Chili Peppers, la pornograficazione del mondo (Californication).
Ora i rottami democretini, aizzati dal loro ultimo feticcio, il mezzosangue (nonchè figlio di una macellaia della Cia), Obama-Banana, tentano gli ultimi assalti: Afghanistan, Pakistan, Iran, Ucraina, Georgia, Honduras.
La maschera muta, il volto resta.
Il mondo defecato dall'89 è finito; i buoni democretini e gli imperial global-noglobal, si stanno togliendo dalle palle (mai troppo velocemente), e i 'cattivi' islamonazionalcomunisti-russocinoiraniani-eurasitici, avanzano.
Forse, il Mondo, per una volta, vincerà.

domenica, 08 novembre 2009

Honduras, si è dimesso (ma non lascia) il governo golpista di Roberto Micheletti

Gianni Minà 06 Novembre 2009 

Nella notte tra giovedì e venerdì 6 il governo golpista hondureño, al potere dal colpo di stato dello scorso 28 giugno, si è dimesso. Non lo ha fatto però per restituire il potere al presidente legittimo Mel Zelaya, come previsto dagli accordi, ma per arrivare a un governo di unità nazionale sul quale vorrebbe ancora mettere la sua ipoteca il dittatore di Bergamo Alta. Nelle dimissioni vi sono almeno due trappole che contengono l’intenzione di Micheletti di continuare a gestire il processo elettorale. Il parlamento non ha votato, come stabilito negli accordi, la restituzione di Zelaya e, secondo il portavoce e Sottosegretario alla presidenza del governo di fatto, Rafael Pineda Ponce, la cosa più logica sarebbe “che don Roberto Micheletti, essendo il presidente costituzionale della nazione, fosse anche il capo del gabinetto di Unità nazionale” che dovrebbe decidere se e quando il presidente legittimo Manuel Zelaya debba riprendere il proprio posto fissando la data del voto parlamentare.
Pineda Ponce conferma che Micheletti ha richiesto e almeno in parte ricevuto dai candidati alle elezioni presidenziali, tuttora in programma tra 22 giorni, una lista di nomi di candidati a posti di ministro per un governo che dovrebbe durare poche ore. Mel Zelaya non ha invece inviato alcuna lista di nomi.
Se la formazione del governo è pleonastica non viola gli accordi della scorsa settimana. Dove la divergenza è totale è per quanto concerne il rientro in carica di Zelaya che per quest’ultimo doveva essere al massimo entro giovedì prossimo “altrimenti ogni accordo sarebbe da considerare decaduto” e che per il governo golpista uscente non avrebbe una data precisa e quindi il governo di Unità nazionale potrebbe proseguire almeno fino a ridosso delle elezioni presidenziali.
Paradossalmente è Micheletti ad avere ancora più carte nelle sue mani. Dopo aver tardato mesi per accettare che fosse il parlamento a votare il ritorno di Zelaya adesso, anche dimettendosi, sta ritardando questo voto il più possibile. Alla chiusura di questo articolo non è possibile fare un quadro su chi, in queste condizioni, effettivamente possa appoggiare il governo di Unità nazionale sotto l’ipoteca di Micheletti e ritardando ulteriormente il ritorno di Zelaya e se non siamo, al contrario, al riprecipitare della crisi honduregna.

venerdì, 06 novembre 2009

7 Novembre 1917 - 7 Novembre 2009

7 Novembre 1917 - 7 Novembre 2009

giovedì, 22 ottobre 2009

Lettera aperta di un impresario honduregno

Resistenze - 18-10-09 - n. 291
“Ho visto uomini di pelle chiara, tipo yankee, ordinare la repressione”

  
di Arquímedes Alfaro Riestra - Radio La Primerísima 
da: Rebelion
Traduzione a cura di Adelina Bottero
 
Sono Arquímedes Alfaro Riestra, impresario honduregno dedito alla produzione industriale di utensili da cucina, membro del Consiglio Superiore dell'Impresa Privata dell’Honduras e voglio far sapere al mondo quello che nel mio paese ci è proibito.
Tutti noi honduregni stiamo patendo una crisi che ci lascia senza cibo nei mercati e supermercati, con scarsità di combustibile, sospensioni dell’energia elettrica in orario lavorativo, il che c'impedisce di produrre, presenza militare in tutte le strade, repressione, le guardie non chiedono nemmeno più l'identità, solamente ti picchiano e ti mandano a casa.
Nei quartieri limitrofi alla mia impresa non c’è acqua, la cisterna che avevo per la mia attività l'ho regalata principalmente per i bambini, c'è fame tra la povera gente e, come cristiano, uno si sente impotente.
La mia impresa è occupata da 30 soldati che rimangono lì tutto il tempo, hanno saccheggiato gran parte dei miei attrezzi, di 20 impiegati e operai, 15 sono detenuti senz’alcuna imputazione e questo da più di un mese.
Uno dei miei migliori operai è di origine nicaraguense, di Ocotal, si chiama Ramón Arellano Aráuz, due settimane fa lo vennero ad arrestare, lo percossero duramente di fronte agli altri impiegati e da quella data non è più ricomparso.
Dalla parte dell'uscita sud di Tegucigalpa sono state rinvenute circa 30 persone morte, allora sono andato con altri impiegati a vedere se riconoscevo il nicaraguense, ma non era tra loro, la maggioranza era erano giovani di circa 18 o 19 anni, tutti erano semi bruciati, le mani legate con fil di ferro e spari nel capo; potei osservare un gruppo d’attivisti dei diritti umani mentre raccoglievano bossoli d’arma da fuoco, che per le mie conoscenze erano bossoli di M-16.
L'organizzazione ci convocò ad un'assemblea urgente, in cui ci venne chiesto di fare due cose: donare 5000 dollari per un fondo a sostegno del governo golpista e scrivere all'estero dicendo che qui tutto è calmo.
Non ho fatto nessuna delle cose, non sono d’accordo ad ingannare il mondo su qualcosa che mi fa male al cuore, quotidianamente sto vedendo morire gente per mano dei militari, c'è disperazione nel popolo, molti vogliono affrontare i soldati anche se verranno ammazzati, nessuno possiede armi, ma stanno cercando il modo di difendersi.
Io sto vendendo tutto quello che posso e preparando la mia famiglia a lasciare il paese, ho un'altra impresa in El Salvador e inviato già parte delle attrezzature alla volta di quel paese; dei miei 3 figli, 2 stanno già fuori, restano con me solo il minore e mia moglie, credo che gli altri corrano pericolo per la repressione.
Chiedo a tutti i cittadini del mondo di non dimenticarci. In Honduras è accaduto un fatto cui non riuscivamo a credere, quando vedemmo le strade piene di militari fortemente armati abbiamo ricordato gli anni della dittatura, ora vediamo di nuovo quella dittatura che vuole ammazzarci tutti.
Don Mel Zelaya può aver avuto difetti e commesso errori come presidente, ma negli ultimi 20 anni è l'unico che ha lavorato per tutti, principalmente per i poveri, ha aiutato l'impresa privata che poi lo ha tradito, me compreso, perché senza saperlo stavo apportando soldi ad un fondo destinato a corrompere gli alti ufficiali militari.
Ora ci resta soltanto l’aiuto del mondo a far tornare le cose al loro posto, è triste vedere per le strade i militari riempire di botte la gente, tra essi ho visto uomini di pelle molto chiara o biondi, di tipo nordamericano, che impartivano ordini ai soldati.
Grazie per aver divulgato la mia testimonianza e che Dio vi benedica.

martedì, 29 settembre 2009

Al-Qaeda sta a New York: parola di Gheddafi

Massimo Mazzucco Luogocomune 29/9/2009

Il leader libico Gheddafi ha concesso una intervista a Larry King durante del suo viaggio a New York, in occasione della sua prima apparizione alle Nazioni Unite.
In questi brevi estratti abbiamo raccolto le sue dichiarazioni più divertenti, che riguardano Al-Queda, bin Laden e le guerre di invasione americane, ovvero il terrorismo “islamico”… visto da un islamico.
Ma Gheddafi il vero putiferio (mediatico) lo ha scatenato all’ONU, dove ha tenuto un discorso bollente, di quasi due ore, mezzo in arabo mezzo in dialetto libico, durante il quale ha anche strappato davanti all’assemblea il carta costituzionale dell’ONU.
I media hanno subito cercato di far passare quel gesto come un segno di disprezzo verso la democrazia e la società civile, ma Gheddafi con calma platonica ha poi spiegato a Larry King che si trattava dell’esatto contrario. Lui rispetta e sostiene le Nazione Unite – ha detto - sono gli altri a calpestare continuamente il diritto internazionale, per cui quel documento ha perso tutto il suo valore.
Per ben tre volte, messo in angolo dalle risposte di Gheddafi, Larry King ha dovuto rifugiarsi nella pausa pubblicitaria, come unica scappatoia per non ritrovarsi in imbarazzo davanti a milioni di spettatori in tutto il mondo.
Nel primo caso, dopo essere stato accusato di aver accolto come un eroe l’attentatore di Lockerbie (o presunto tale), Gheddafi ha ricordato a King che la stessa accoglienza era stata risevata degli europei al ritorno della famosa squadra di medici bulgari che erano stati condannati a morte, in Libia, per aver ucciso 200 bambini. (Gheddafi aveva poi concesso la grazia e li aveva liberati, ma restavano a tutti gli effetti, secondo i tribunali libici, degli assassini).
Come mai allora nessuno si lamentò – ha chiesto Gheddafi - per quell’accoglienza trionfale, che li portò addirittura all’Eliseo?
Pubblicità.
Nel secondo caso, King ha cercato di farlo “sentire in colpa” per l’attentato di Lockerbie, chiedendo a Gheddafi se volesse ricolgere un messaggio alle famiglie delle vittime. Gheddafi con la solita calma gli ha risposto di averle appena incontate il giorno prima, dicendo che era stato un incontro molto sereno e positivo.
Pubblicità.
Il terzo caso, sicuramente il più divertente di tutti, lo avete già visto nel video.

martedì, 22 settembre 2009

MANUEL ZELAYA È TORNATO IN HONDURAS, LA DITTATURA REPRIME, ORE DI SPERANZA E PAURA

Gennaro Carotenuto 22 settembre 2009
 
A quasi tre mesi dal colpo di stato del 28 giugno, il presidente legittimo dell’Honduras Manuel Zelaya è ritornato a Tegucigalpa e sta incontrando la Resistenza al golpe nell’Ambasciata brasiliana che lo ospita in quella che si configura come una dimostrazione di forza oltre che del movimento democratico honduregno del Brasile e dei governi integrazionisti latinoamericani. Migliaia e migliaia di honduregni stanno infatti manifestando l’appoggio a Zelaya, circondando l’Ambasciata e la sede ONU che ha parlato loro al grido di “Patria, restitución (ritorno di Zelaya) o muerte”. Intanto la dittatura di Roberto Micheletti ripristina per l’ennesima volta il coprifuoco, blocca i cellulari, reprime ed intima (sic) al governo brasiliano di consegnare il presidente.
Mel Zelaya è tornato in patria, da dove era stato espulso in pigiama all’alba del 28 giugno scorso. Lo ha fatto sotto protezione brasiliana, mantenendo gli Stati Uniti praticamente all’oscuro. Lo ha fatto viaggiando fino a San Salvador in un aereo venezuelano. Quindi con l’appoggio silenzioso salvadoregno e di dirigenti dell’FMLN ha riattraversato la frontiera. Lì è stato preso in carico dall’eroismo di decine di resistenti honduregni. Questi con diversi mezzi di fortuna per oltre 12 ore hanno aiutato il presidente ad attraversare montagne e boschi e superare innumerevoli posti di blocco di un paese militarizzato fino a giungere in piena capitale e rifugiarsi nell’Ambasciata brasiliana. Lì, nella sede diplomatica, con l’appoggio di Lula e del suo ministro degli Esteri Celso Amorim, da oggi è stabilito il cuore della Resistenza al golpe che mai in questi tre mesi e nonostante la durezza della repressione era scemata.
È una giocata, quella di Zelaya, supportata dai governi integrazionisti latinoamericani, a partire da quello brasiliano, che potrebbe accelerare la soluzione della crisi e sconfiggere il golpe. Nelle prossime ore è atteso infatti a Tegucigalpa il segretario generale dell’OSA José Miguel Insulza e perfino Hillary Clinton, dopo molte ore, ha dovuto ammettere a denti stretti che il ritorno di Zelaya può favorire una soluzione rapida della crisi. Durante tre mesi il governo statunitense, che ufficialmente appoggia Zelaya, aveva sempre sconsigliato il ritorno del presidente legittimo e appena dieci giorni fa il Comando Sud delle Forze Armate statunitensi aveva invitato l’esercito golpista del paese centroamericano a svolgere manovre militari congiunte.

Chi sono

Utente: trotzkij
Nome: Alessandro
"Questi non hanno speranza di morte e la loro cieca vita è tanto bassa che 'nvidïosi son d'ogni altra sorte".
Dante, versi 46-48, III canto dell''Inferno'


  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


Categorie

11 settembre
2012
aafia siddiqui
abruzzo
abspp
abu omar
aerei
afghanistan
africa
aggressioni
agnelli
aldo moro
alemanno
alitalia
allende
allunaggio
almirante
al qaeda
ambiente
angelfish
angelino alfano
angelo del boca
angelo dorsi
antiberlusconismo
antiluxuria
antimafia
antimperialismo
antisionismo
antonio di pietro
antonio meneghetti
apollo 1
apollo 11
argentina
armageddon
armata rossa
asia
astensionismo
atomica
aurora
avi shlaim
aymeric chauprade
balcani
banche
barzellettieri ditalia
beijing 2008
beppe grillo
berlusconi
bertinotti
bertolaso
bilderberg
boati
bobby fischer
bolivarismo
bombardamenti
bond
bordiga
borsa
bosnia
bush
buzz aldrin
calabria
canada
capitalismo
carabinieri
carlos
carlo de benedetti
carta stampata
cgil
character assassination
chemtrails
chiesa
cia
cicap
cile
cina
cinema
claudio grassi
clemente mastella
clementina forleo
clinton
colombia
colonialismo
complotti
comunione e liberazione
condoleezza rice
confindustria
consumismo
cosmo
cosmonautica
cossiga
costituzione
covert operation
cranberries
craxi
crimini
crisi
croazia
cuba
dario franceschini
ddr
degenerati
democrazia
destra
deutsche bank
dien bien phu
diliberto
diritti umani
disinformazione
domenico losurdo
droga
durban ii
ebrei
economia
eduardo galeano
edward bernays
edward luttwak
elena isinbaeva
elezioni
emanuela orlandi
embargo
emigrazione
emma marcegaglia
enduring freedom
energia
enrico sassoon
enzo boschi
ernesto guevara de la serna
esercito
eurasia
europa
europarlamento
europa orientale
evo morales
ezio mauro
fabio fazio
fantascienza
farc
fascismo
fed
ferrando
ferrero
fiat
fidel
film
filosofia
finanza
fisica
flavio briatore
focus storia
forza italia
forza nuova
fosco giannini
francia
franco frattini
freedom house
garbage
gaza
genius seculi
gennadij zjuganov
genocidio
geologia
geopolitica
georges labica
georgia
germania
gf&id
giacinto pannella
giampaolo giuliani
gianfranco fini
gianfranco la grassa
gianni de gennaro
gianni letta
gianni minà
gianroberto casaleggio
giappone
gilad atzmon
gioacchino genchi
giorgia meloni
giornalismo
giovanni arrighi
giovanni lindo ferretti
girls
giuliano ferrara
giuliano tavaroli
giulietto chiesa
giuseppe garibaldi
giuseppe pinelli
globalizzazione
global warming
golpe
gomorra
gordon brown
gore vidal
gramsci
guantanamo
guatemala
gue-ngl
guerilla marketing
guerra fredda
guerre
guglielmo marconi
gus grissom
guzzanti
haarp
hamas
harold pinter
hiroshima
honduras
ho chi minh
hugo chavez
hu jintao
ignazio la russa
ilich ramirez sanchez
illuminati
ilmanifesto
il leone del deserto
imperialismo
impero
india
indiani
indro montanelli
industria
informazione
internazionale
internazionalismo
internet
intersos
io sono israele
iran
iraq
irlanda
isaf
israele
israel shamir
italia dei valori
italia futura
italiota
i soldati ebrei di hitler
james files
james petras
jean-marie bigard
jin jing
joe biden
john fitzgerald kennedy
john pilger
joseph ratzinger
josip broz tito
jugoslavia
jurij gagarin
kennedy notes
ken loach
killer
killer economico
korea
kosmet
ksenia sukhinova
lamù
latinoamerica
lavoro
la ministronza
lee harvey oswald
lega
lenin
leonardo sciascia
lernesto
letteratura
libano
liberazione
libia
licio gelli
lotta continua
lucania
luca casarini
luigi bersani
luigi cortesi
luigi de magistris
luna
lunità
luogocomune
mafia
magistratura
mahmoud ahmadinejad
manic street preachers
manifestazioni
mani pulite
manuel zelaya
mapuche
mara carfagna
marcello dellutri
marchionne
marcinkus
marco rizzo
marco travaglio
marek edelman
marinagri
mario benedetti
mario mori
marulanda
marx
marxismo
massimiliano smeriglio
massimo dalema
massimo mazzucco
massimo moratti
massoneria
mass media
mccain
medicina
medioriente
mediterraneo
medvedev
meeting di rimini
memoria
mercenari
messico
michael moore
michela vittoria brambilla
michele santoro
michel warschawski
milly dabbraccio
milosevich
miriam bartolini
miss stella rossa
moby prince
mohammad bakri
monetarismo
monty python
moonhoax
muammar gheddafi
mumbai
mumia abu-jamal
muntadhir al-zaidi
muro di berlino
musica
mussolini
nanoparticelle
napoli
napolitano
narciso isa conde
nasa
nato
neil armstrong
neocon
nepal
neruda
nicolò pollari
niki vendola
nikola tesla
nina persson
nobel
nodalmolin
norman finkelstein
notav
notiziario strategico
no berlusconi day
nucleare
obama
occidente
olimpiadi
oliver stone
olp
omar al-mukhtar
ong
onu
operai
osama bin ladin
osa
oskar lafontaine
ossezia del sud
p2
pacifinti
padania
pakistan
palestina
pandemia
panfilo britannia
paolo barnard
paolo benvegnù
paolo borsellino
paraguay
partito comunista
partito democratico
patricia verdugo
patrizia d’addario
pdci
pdl
pecoraro scanio
philip dick
piazza fontana
pierferdy casini
piergiorgio odifreddi
piero angela
piero marrazzo
piero ricca
piero sansonetti
plan condor
pogrom
politica
polonia
popolo della libertà
prc
prima guerra mondiale
prodi
profughi
progetto starfish
propaganda
prostitute
protezione civile
putin
quarta internazionale
questione morale
quinta colonna
radio free europe/radio liberty
rai
rammstein
razzismo
regno unito
renán fajardo
reporters sans frontieres
repubblicani
resistenza
riserva aurea
rivoluzione colorata
rivoluzione dottobre
roberto saviano
robert menard
robert seldon lady
rockefeller
roma
romania
rom
rothschild
rudi dutschke
rupert murdoch
russia
rutelli
sarah palin
sarkozy
scacchi
scienza
scie chimiche
sciopero
scisma
scuola & università
seconda guerra mondiale
segretiemisteri
serbia
sergei mikhalkov
sergio de caprio
servizi segreti
shirley manson
sicilia
signoraggio
sinarchia
sindacato
sinistra
sinistra europea
sinistra e libertà
sionismo
slobodan milosevic
socialismo
società
solzhenitsyn
soros
spagna
spionaggio
stalin
stefano montanari
storia
stragismo
strategia
strategia della tensione
sudafrica
suzanne abdel satar tamim
svizzera
talebani
tangenti
tecnologia
tegucigalpa
telecom
televisione
terremoti
terrorismo
the cranberries
the lone gunmen
think tank
thyssen-krupp
toni negri
tony blair
tradizionalisti
traffico di organi
transatlantic business dialogue
transparency international
trattato di lisbona
tremonti
tribunale russell
trotzkij
tzahal
tzipi livni
ufo
umberto bossi
ungheria
unione europea
unipol-bnl-antonveneta-rcs
uomo-bufala
uranio esaurito
uribe velez
uri avnery
urss
usa
uss liberty
us army
valentin varennikov
valery gergiev
vaticano
veltroni
veltrusconi
venezuela
verdi
vicenza
vietnam
virus
vittorio arrigoni
volpe 132
warren buffet
war resisters
webster tarpley
william blum
wtc
zeev sternhell
zeitgeist
zombies

Links

1 Manifesto
10 domande a Beppe Grillo
11 Settembre News
911 Mysteries Video
Aelita
Aldo Giannuli
Alessio Spataro
Aljazeera Channel
Altra Tradate
Alzati Augusta
Amadeo Bordiga
Amici di Spartaco
Angolo del Gigio
Annalisa Melandri Blog
Annamaria's moleskyne
Archivio Aurora
Arcipelago
Assemblea Lavoratori
Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese ONLUS
Aurora
Aurora (Mirror)
Avanti Barbari!
Blog di Angela Corrias
Bollettino Aurora
Boycott Israel
Bufalattivissimo
Bufuluto
Bye Bye Uncle Sam
Byoblu
Carlo Menzinger
CICAP Multimedia
Cloro al clero
Collettivo Autonomo Base Rossa - Autonomia Contropotere - Abruzzo
Comintern
Communisme Bolchevisme
Companeros
Complottisti
ComProlRes
Comunismul in Romania
Comunisti Lavoratori Parma
Corsi di Arabo
Count Down
Crisis
Cuba Informacion
Dagospia
Debunker Fake Blog
Democrazia Federale
Domenico Losurdo
Duffy's Blog
Encyclopedie Marxiste
Eurasia
Fantascienza
Festival Storia
Frammenti Poetici
Freenfo
Geopolitica - Globalizzazione
Gianluca Freda
Giuseppe Casarrubea
Ideocompulsione
Il Camaleonte
Il Nuotatore
Il Tafano
Imbratisare
Incrocio dei tempi
Indipendenza e Dissenso
Informazione Scorretta
Insolita Notizia
Io Non Sto Con Oriana
Io Sto con Hamas
Jane Jacobs
Kelebek
Khmers Rouges
Koroljov
La Baracca
La Chimera - di Rainer Liberatore
La ragnatela del Grillo
Lapilli
Leninismo
Lettera23
LexDC
Livestreaming Aljazeera
Luogo Comune
Malgoverno
Mercato Libero
Mirumir
Mito dell'11 Settembre
Mondo Mistero
MusicLetter - Radio
Ne Plus Faire Fausse Route
Nouveau Nepal
Octubre Rojo
One Sky
Palestina News
Partito Comunista maoista - Italia (sito ufficioso)
Pino Cabras
Plate-forme Internationale de la Presse Progressiste
Politica e Classe
Primo Maggio Internazionalista
Red por Ti America
Resistenza Laica
Revolution in South Asia
Ripensare Marx
Rivoluzione Comunista
Rivoluzione Culturale
Roberto Quaglia
Scienza Marcia
Sensualità a Corte
Sito Comunista
Situazione Critica
Slai Cobas per il Sindacato di Classe
Storie Inutili
Strage Ustica
Tales of Iraq War
Talib
Tanker Enemy
The Red Encyclopedia: A Communism and Communists Reference Guide
Tibet
Tlaxcala
Trotskyist
Trotzkij
UAACS
Una lacrima nell'animo del mondo
Uruk Hai Zeitung
Viva Cuba Libera
Voci dalla Strada
ZetaPetrolio

Partecipano

Bottoni

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore


Iscriviti a BollettinoAurora

Sviluppato da it.groups.yahoo.com




Locations of visitors to this page


Join My Community at MyBloglog!


Keri Russell
Shirley Manson
Amy Lee - Evanescence
Karl Marx
Friederich Engels
Vladimir Ilich Ul'janov
Lev Davidovich Bronshtejn
Rosa Luxemburg
Karl Liebknecht
Amadeo Bordiga
Nikola Tesla
Konstantin  Edvardovich Tzjolkovskij
Igor Vassilevich Kurchatov
Andrej Nikolaevich Tupolev
Serghej Konstantinovich Koroljov
Roberto Ludvigovich Bartini
Marina Mikhailovna Raskova
Lilija Vladimirovna Litvak
Jurij Alekseevich Gagarin
Vladimir Mikhailovich Komarov
Charles Hoy Fort
Matest Mendeleevich Agrest
James McDonald
Joseph Allen Hynek
Leonard Stringfield
Peter Kolosimo
Photobucket


MusicPlaylistRingtones
Create a playlist at MixPod.com


Ricerca personalizzata