Aurora

Sito d'Informazione Internazionalista
domenica, 29 novembre 2009

Mille complotti, una sola matrice

Massimo Mazzucco Luogocomune 29/11/2009

Esiste un diretto legame fra tutti i più importanti “complotti” della storia moderna. Dall’ 11 settembre al caso Kennedy al cosidetto Moonhoax (i presunti viaggi lunari), ci si ritrova a risalire in ogni caso alla stessa matrice ideologica e politica che ha dominato la scena del potere in America per quasi un secolo.
Chiamiamoli, per mancanza di un termine migliore, “banchieri-guerrafondai”, dove la guerra non sia che l’espressione ultima di un potere politico ed economico che ha ormai raggiunto dimensioni globali.
Furono (anche) i guerrafondai a voler uccidere Kennedy, che intendeva ritirarsi dal Vietnam; furono (anche) i guerrafondai a trarre vantaggio dalla messinscena lunare, reindirizzando i finanziamenti del progetto Apollo verso destinazioni molto meno pacifiche; e furono (anche) i guerrafondai a volere l’undici settembre, per scatenare guerre che erano già state pianificate nel minimo dettaglio.
Nero docet, e i nipotini del Grande Impero imparano in fretta.
Svelare progressivamente ciascuno di questi complotti significa anche cercare di comporre un quadro complessivo che risulti alla fine più semplice e comprensibile - paradossalmente – delle mille ragnatele che li hanno avvolti per tutti questi anni.
Sull’undici settembre abbiamo raggiunto una chiarezza di analisi sufficiente ad affermare che la versione ufficiale sia falsa in molteplici punti, e l’incapacità dei debunkers di trovare una risposta accettabile alle famose “12 domande” lo ha confermato. Questo significa che chi stava al potere in quel momento ha mentito per coprire una verità che evidentemente lo vedeva coinvolto da vicino. (Nessuno racconta balle di quelle dimensioni “per conto terzi”, nè tantomeno “per vedere di nascosto l’effetto che fa”).
La stessa cosa è accaduta nei giorni scorsi con il caso Kennedy: di fronte al filmato “L’uomo che uccise John Kennedy”, che ricostruisce le trame che portarono all’uccisione del presidente, il
forum italiano dei debunkers che ha sempre difeso la versione ufficiale (sul quale ho versato ettolitri di sangue, in passato), ha finalmente alzato bandiera bianca, evitando semplicemente di rispondere al mio invito a contestare l’analisi presentata nel filmato.
D’altronde, quando quattro fonti diverse, che non si conoscevano fra di loro, confermano la presenza degli assassini a Dallas, diventa molto difficile sostenere che si trovassero tutti lì per caso.
A sua volta, non va dimenticato che il caso Kennedy è in realtà un doppio caso: la
morte di Robert Kennedy – come verrà illustrato in un articolo di prossima pubblicazione – fu il semplice completamento di un “lavoro” iniziato 5 anni prima a Dallas dallo stesso gruppo di persone.
E fra i due omicidi si ritrova, curiosamente, anche l’assassinio di Martin Luther King.
Fu la sequenza dei tre attentati a invertire la marcia del progressismo americano di quegli anni, portando alla Casa Bianca proprio quel Richard Nixon – anch’egli presente a Dallas nel ’63 – sotto cui sarebbero poi avvenuti i tanto contestati “viaggi lunari”.
Se solo si accetta l’idea che quei viaggi non siano mai avvenuti, diventa imperativo domandarsi dove siano finiti i miliardi di dollari che il contribuente americano versò alla NASA, convinto di partecipare al “grande balzo” nel futuro rappresentato dalle missioni Apollo.
E la risposta potrebbe non piacere a molte persone. E’ curioso infatti come la NASA sia un ente civile, ma nessuno si domandi come mai il Pentagono non abbia ufficialmente nessun dipartimento “spaziale”.
Tutti questi episodi – omicidio Kennedy, Moohoax, 11 settembre, e molti altri - si possono far risalire ad una matrice comune: la volontà dei poteri forti di mantenere il controllo e di sbarazzarsi, con ogni mezzo disponibile, di qualunque ostacolo si presenti sul loro cammino.
L’America infatti non è nè una repubblica nè una democrazia, ma un impero oligarchico di tipo plutocratico, che tramanda nel tempo – generazione per generazione, famiglia per famiglia – gli stessi poteri a figli e nipoti. Non è un caso che la stessa persona che era presente a Dallas nel 1963 abbia
passato la notte del 10 settembre 2001 alla Casa Bianca: nel primo caso, lo fece come figlio di un uomo che gestiva il potere per conto dei potenti di allora – banchieri, industriali e guerrafondai - nel secondo lo fece per proteggere quel potere a cui nel frattempo aveva avuto accesso anche direttamente.
Fra i membri consiglieri della Carlyle, uno dei più grossi finanziatori della guerra in Iraq, c’è anche George H. Bush.
Esiste quindi un Grande Burattinaio, ma non è una persona fisica: è un’idea. L’idea del privilegio dei pochi a svantaggio dei molti, che va mantenuto attraverso il controllo esercitato sul sistema sociale tramite la corruzione, l’illusione della democrazia e il controllo dell’informazione.
Comperi i giudici, i politici e i mezzi di comunicazione, dopodichè agisci liberamente, sicuro dell’impunità, mentre puoi permetterti di raccontare alla gente tutte le bugie che ti vengono in mente.
E la cosa splendida è che sarà la gente stessa – o almeno buona parte di essa - a difendere e coprire le tue bugie, alle quali avrà creduto ciecamente grazie all’immensa fiducia che nel frattempo hai saputo infondere in loro.
Tu” sei le istituzioni, ma loro non lo sanno, e alle istituzioni credono ciecamente.
Per gli altri, basterà dare un tozzo di pane ad un poliziotto perchè prenda a bastonate il contestatore, basterà dare un tozzo di pane al politico perchè faccia le leggi contro di lui, e basterà dare un tozzo di pane ai mille piero angela di questo mondo perchè vadano in tv a
raccontarci che i “complottisti” sono dei malati senza speranza.
La speranza i complottisti ce l’hanno, ma non è certo quella di cui parla Piero Angela.

domenica, 29 novembre 2009

GO, JOHNNY FRANKY, GO!

È Gianfranco Fini la nuova carta degli USA

Una volta costretto a ritirarsi dalla scena politica, Berlusconi potrà intitolare le sue memorie Come covarsi una serpe in seno, inserire il libro nella nuova collana Mondadori “Chi è causa del suo mal...”, e dedicarlo a Gianfranco Fini. Il 25/11 scorso, infatti, con una significativa coincidenza, l’editoriale del Corriere della Sera celebrava il tramonto del quindicennio berlusconiano, mentre La Stampa titolava in prima pagina: «E ora gli americani puntano su Gianfranco», preannunciando che a febbraio il Presidente della Camera è atteso negli USA «da interlocutore privilegiato». Siamo dunque alla resa dei conti, e stavolta neanche un chirurgo riuscirebbe a ricomporre una frattura ormai esposta alla luce del sole.
Ne è passata di acqua sotto i ponti da quel dicembre ’93, quando l’allora segretario missino sfidò Rutelli per la carica di sindaco di Roma e Sua Emittenza dichiarò la propria preferenza per il primo. Lo “sdoganamento” era iniziato, e al delfino di Almirante si offriva un’occasione insperata. Il 40enne che aveva appena teorizzato il “Fascismo del 2000” fu lestissimo a fiutare il mutar dei venti e a capire che, per sfruttarne la spinta, il vecchio veliero erede della RSI – i cui marinai si chiamavano ancora camerati e si salutavano romanamente – necessitava di un profondo restyling. La metamorfosi fu talmente rapida che nel giro di un anno l’antifascismo divenne un valore fondante per gli ex fascisti riverginati in AN. Le acque passate a Fiuggi (gennaio ’95) furono attentamente esaminate a Washington, Londra e Gerusalemme, che certificarono la perfetta riuscita dell’operazione: anziché l’antica ostilità all’imperialismo anglo-americano, un atlantismo a prova di bomba; niente più destra sociale, e avanti tutta col liberismo imposto da Wall Strett e dalla City; condanna dell’antigiudaismo mussoliniano e virata di 180° verso il fascismo sionista (l’antisemitismo rimaneva, virato però contro i palestinesi e gli arabi in genere). L’ex nostalgico di Salò aveva insomma creato una destra “per bene”, e il plauso dei perbenisti fu entusiastico. Miracolati dopo 50 anni di ghetto, ai suoi non parve vero che si spalancassero le porte del potere e del sottopotere.
Grazie al Cavaliere, che l’ha insediato prima come ministro degli Esteri, poi come vicepresidente del Consiglio e infine come terza carica dello Stato, l’ambiguo e ambiziosisimo numero 2 è arrivato là dove forse puntava fin dall’inizio. Ma il parricidio dev’essere inscritto nel suo destino come qualcosa d’ineluttabile. E dunque, dopo l’abiura dell’eredità ducesca e almirantiana, ecco giunta l’ora di detronizzare il sovrano di Arcore caduto in disgrazia. Da qui l’accelerazione degli ultimi mesi, che vede mister Arrogance prendere ogni giorno le distanze dal suo stesso governo, dal partito di cui pure è co-fondatore, e soprattutto dal leader cui deve tutto.
Poco importa che l’uomo sia sfuggente come un’anguilla e rotante come una banderuola: è abilissimo a recitare le ultime banalità del politically correct. Non per nulla, ai tempi del Fronte della Gioventù, i suoi camerati l’avevano soprannominato «dietro gli occhiali niente», e di lui Craxi diceva che è «un vuoto incartato: dentro, non c’è il regalo». Un bluff ambulante, insomma, uno zero ben confezionato. Ma, proprio per questo è quel che ci vuole per eseguire fedelmente i desiderata d’Oltreoceano: uno che si può tenere saldamente al guinzaglio facendogli pendere sul capo la spada di Damocle del suo passato. I politici ricattabili sono infatti i più “fungibili”: il padrone che li ha gratificati assumendoli come camerieri, nel caso si prendano troppe confidenze può sempre rimetterli al loro posto. Cosa divenuta assai più difficile con un soggetto anomalo come Berlusconi: straricco di suo, senza trascorsi politici da farsi perdonare e con un seguito popolare tuttora vastissimo, non è ricattabile, e dunque risulta inaffidabile.
L’assalto finale al Cavaliere, del resto, è stato candidamente preannunciato da Paolo Guzzanti, che ha rotto col premier accusandolo di aver tradito Washington per vendersi a Mosca. Sul suo blog, l’11/9 scorso, il senatore fuoriuscito dal Pdl scriveva testualmente: «L’ordine è arrivato dagli USA: Berlusconi va eliminato. (...) A me già lo disse chiaro e tondo l’ambasciatore Spogli, che andai a salutare quando lasciò l’ambasciata di via Veneto: “Vogliamo un’Italia che non dipenda dalla Russia come una colonia e non vogliamo che la Russia incassi una somma di denaro di dimensioni mostruose, che poi Mosca converte direttamente in armamenti militari”. Da allora, un fatto nuovo di enorme gravità si è aggiunto: l’Italia ha silurato il gasdotto Nabucco (che eliminava la fornitura russa passando per Georgia e Turchia) facendo trionfare South Stream, cioè l’oro di Putin. Contemporaneamente Berlusconi organizzava la triangolazione Roma-Tripoli-Mosca associando Gheddafi nell’affare. (...) L’operazione è stata preparata con cura attraverso una campagna mediatica di lavoro al corpo di Berlusconi, basato sulle vicende sessuali, sulle inchieste di mafia e sulla formazione, nell’area moderata, di un’alternativa politica a tre punte: Luca Cordero di Montezemolo, Perferdinando Casini e Gianfranco Fini, ciascuno a suo modo e con le sue vie, ma in una sintonia trasparente. (...) Lo scontro è ravvicinato e mortale. La grande manovra è cominciata, le artiglierie già battono il campo». Il giorno dopo, per i duri di comprendonio, Guzzanti aggiungeva due particolari illuminanti: «Le grandi inchieste Mani Pulite sono nate dalla polizia USA (non dalla Cia, ma dall’FBI)» e «Il nuovo ambasciatore USA David Thorne, che davanti al Senato USA ha spiegato di essere consapevole dei problemi che dividono USA e Italia (oltre al bla-bla-bla dell’amicizia sempiterna), ieri ha reso visita per mezzora a Montecitorio a Gianfranco Fini» (
www.paologuzzanti.it ).
E infatti, puntuale come la morte, ecco avvicinarsi il botto definitivo: il 4 dicembre, ossia 17 anni dopo i fatti, il mafioso pentito Gaspare Spatuzza testimonierà che Berlusconi è il mandante degli omicidi di Falcone e Borsellino, nonché delle stragi del ’93 (degli assassinî del mostro di Firenze per ora no, ma non si sa mai).
Ecco perché, algido come un blocco di ghiaccio, impettito come un tacchino, sprezzante e pieno di sé come non mai, Fini è oggi sulla rampa di lancio per una nuova e ben più importante investitura. Piace alla destra laicista e tecnocratica, piace a una sinistra ormai incapace di distinguere una patacca da una pepita, ma soprattutto piace agli USA, decisi a sbarazzarsi d’un miliardario ch’è uscito dal seminato ed è diventato una pietra d’inciampo. E allora fiato alle parolacce demagogicamente proferite di fronte ai giovani immigrati contro chi osa definirli “diversi”, tanto non c’è nessuno a ricordargli che la legge tuttora in vigore contro gli stessi si chiama Bossi-Fini.
Quando avrà fatto fuori il Cavaliere, Fini potrà coronare il suo sogno di gioventù. Se infatti la sua scelta missina fu causata dai sessantottini bolognesi che gli impedivano l’ingresso a un cinema dove si proiettava Berretti verdi, avrà presto di che consolarsi: accolto a braccia aperte dai guerrafondai yankee, per i quali John Wayne è sempre un mito, verrà forse ricevuto alla Casa Bianca, dove siede uno zio Tom che raddoppia l’impegno militare in Afghanistan, apre un nuovo fronte in Pakistan, non chiude Guantanamo e riceve perfino il Nobel per la Pace. Campioni di coerenza, i due sono fatti per intendersi.

Alberto Signorini Blogghete 28.11.2009

venerdì, 27 novembre 2009

Il NObday nato spontaneamente????

Il "No Berlusconi Day" nato "spontaneamente" dalla rete? ...vediamo...

Come molti sanno, non amo molto discutere sul nulla, ma amo alla follia approfondire. L'ho fatto nel settembre 2007, quando sembrava che l'Italia avesse trovato il "Nuovo Salvatore", pubblicando - fra i pochissimi in rete - la minchiata delle "tre leggi Grillo", scavando nel suo passato a dir poco "contraddittorio", nel suo triplice omicido colposo ignorato dai più, nella persecuzione economica durata decenni di un poveraccio, per una serata del festival dell'Unità andata a male; nella coerenza dell'ecologista con SUV, Ferrari, e barca a motore modello "ferro da stiro", con non meno di 1500 hp di potenza; l'ho fatto quando si è messo a promuovere la truffa della "washball" che lava senza detersivo, fatta a pezzettini e ridicolizzata dai tests scientifici degli istituti di ricerca; della intervista prima concessa e poi negata a Gilioli dell'Espresso, perchè, esattamente come Berlusconi, voleva conoscere prima le domande. Questa storia delle cose che nascono "dal basso" dalla rete, per germinazione spontanea, non mi hanno mai convinto. Forse perchè comincio a capire qualcosa di cosa funziona e di cosa non funziona in rete. Scusate, sarà un post lungo e puntiglioso, ma poi non ci tornerò più. Però, se faccio un post d'inchiesta, e non qualcosa di diverso e di approssimativo. Ed allora vediamola, questa germinazione spontanea, partendo [dal blog di Tonino di Pietro]. Ed ecco la prima sorpresa: la home-page è cambiata. Non è più quella che conoscevo, e che è stata usata fino a marzo compreso. Ne riproduco il frontespizio, per chi ha memoria corta: il bel faccione di Tonino, niente viola, niente links ad un ancora non esistente "No Berlusconi Day" nato dalla rete, dal basso...

Ma passa appena un mese, arriviamo all'aprile del 2009, e il frontespizio del blog di Tonino è cambiato. DRASTICAMENTE cambiato:

Troviamo le "piccole stranezze"? Bene:

-a) la data è il 30 Aprile 2009, cioè cinque mesi e nove giorni PRIMA del giorno di nascita del gruppo. Non è, a dir poco, alquanto "strano"? Delle due l'una: o Tonino ha il dono della preveggenza, e riesce ad immaginare fin nel nome della manifestazione, e nel colore viola, i dettagli di una cosa che "nascerà spontaneamente dalla ggente" sei mesi dopo, oppure siamo in presenza di un fenomeno paranormale. Tertium non datur.
-b) Nel frontespizio c'è tanto di link a facebook con tanto di manina che indica dove cliccare, ma il link è inattivo. Per forza... in aprile il "gruppo spontaneo nato dalla rete" non esiste ancora, però Tonino si è portato avanti...

Ma chi ce lo ha detto, a noi, che il gruppo è nato il 9 Ottobre del 2009, esattamente cogli stessi colori che Tonino aveva immaginato cinque mesi abbondanti prima? Ma ce lo dice il gruppo! Basta guardare la pagina ufficiale del gruppo oggi, concentrarsi sulla colonna di sinistra, e si può trovare tutto quello che molti non vogliono trovare:
Mi scuso per la scarsa leggibilità, ma c'è proprio tutto: un [indirizzo di posta elettronica], [un sito], un ufficio stampa, e... la data di nascita: "9 Ottobre 2009". Strano... sul sito di Tonino questa cosa c'era già il 30 aprile 2009! Quando si dice la parapsicologia!
Quante stranezze!!! il dominio "noberlusconiday.org" è stato registrato da Franca Corradini di Arezzo il 27 ottobre 2009. Sono andato sulla pagina facebook di Franca Corradini, e c'è esattamente la fotina viola che vedete a sinistra. Precisa precisa.
Ma andiamo avanti: in basso, sempre sotto la colonna illustrata, c'è il link col supporto per creare i gruppi "locali". Vi ricorda niente? a me si... a me ricorda il meccanismo dei meetup grillini: tanti se-credenti indipendenti, inquadrati militarmente, persino nella unicità del design e della piattaforma, dai rispettivi guru. Volete creare un gruppo Di Pietro Style? ecco [il link] con le istruzioni, e tutto quello che serve.
Ecco un breve estratto dei semplici "ordini di servizio ai quali attenersi" per "partecipare spontaneamente dal basso", senza inquadramenti, alla prossima operazione militarizzata dall'IdV:

IMPORTANTE!!!!! Semplici regole da osservare per organizzare un gruppo di supporto locale nella tua città:

1- INVIA una email al coordinatore dei gruppi di supporto locali (nobdaysupporto@gmail.com)
indicando: NOME, COGNOME, E-MAIL e dichiarando la tua DISPONIBILITA' a gestire il gruppo di supporto locale.

2- ATTENDI L'OK del coordinatore e CREA UN NUOVO ACCOUNT FACEBOOK il cui nome sia: No Berlusconi Day
Città di pertinenza ad esempio: No Berlusconi Day Milano e la cui immagine del profilo sia quella che pubblichiamo qui sotto.

3- LOGGATI con il nuovo account e richiedi l'amicizia all'account facebook
No Berlusconi Day Gruppi:
http://www.facebook.com/profile.php?id=100000398799337

4- Crea il GRUPPO (stesso nome del profilo) e inviane il link a nobdaysupporto@gmail.com

5- richiedi l'iscrizione al gruppo di coordinamento seguendo questo link:
http://www.facebook.com/group.php?gid=167246938296

N.B. nel gruppo di coordinamento saranno immediatamente accettati solo gli account "No Berlusconi Day", gli account "personali" necessitano di una verifica che tende a tardare la procedura.

Il coordinatore dei gruppi di supporto locali sarà il referente unico per la risoluzione di problemi, chiarimenti ed osservazioni.
nobdaysupporto@gmail.com

Con tanti saluti alla indipendenza, genuinità e spontaneismo di questa "operazione nata dalla rete senza sponsors politici".

PROSEGUIAMO: Sempre su questa pagina c'è un link per "l'Autofinanziamento del B-Day". Siamo all'ossimoro. Se io mi autofinanzio, non chiedo i soldi a nessuno. Sul Tafanus c'è un link simile, ma chiamiamo le cose col loro nome: "Sostegno", non "Autofinanziamento". O no?
Poi, a scendere, osserviamo un altro pezzetto della colonna, coi simil-meetup di Tonino. Ma come, questa cosa non era nata spontaneamente e disordinatamente dalla rete? Confesso che comincio a non capirci più niente...
Poi ho avuto un'altra curiosità: quella di vedere chi è il collettore dell'autofinanziamento. Per fare questo è sufficiente cliccare sull'icona "Donazione" (non sul mio post, ovviamente, ma sulla pagina del gruppo su Facebook. Lo abbiamo fatto, ed ecco cosa ci appare: l'invito a mandare una donazione a tale Franz Mannino. Ma la richiesta di donazione per "autofinanziamento" è sulla pagina del gruppo. Ma il gruppo non era spontaneo, nato dal basso, dalla rete, senza vertici e strutture?
Una domanda sorge spontanea: se mi iscrivo al gruppo, e poi chiedo una parte del "sostegno" a Franz Mannino, me la manda? Voglio dire: raccoglie donazioni per conto della struttura? allora c'è una struttura. Oppure per cosa? e se non è per la struttura, perchè la struttura consente a non importa chi di usare pagina, logo e spazi della struttura per raccogliere fondi che vanno sul suo personale fondo Paypal? giuro... sono sempre più confuso. Ma ecco la pagina che si apre cliccando su "Donazione":

Esperienze esilaranti... leggiamo questo esilarante scritto di Tonino Di Pietro:
"...Apprendiamo con favore la notizia della candidatura di Beppe Grillo alla presidenza del Partito Democratico. Finalmente un volto nuovo con cui potremo dialogare e che non avrebbe, nei confronti dell’Italia dei Valori, un comportamento opportunistico, come sommatoria di voti di coalizione in prossimità di appuntamenti elettorali, ma di alleato coerente con cui condividere un programma politico. Una bella candidatura che metterà alla prova lo spirito riformista e democratico di un partito, oppure porterà alla luce, attraverso il ricorso a mille scuse e cavilli statutari dei suoi governanti, l’atteggiamento di chiusura di una casta dirigenziale. Timore che, come temo, non verrà smentito..."
Insomma, un peana di Tonino alla candidatura di Beppe Grillo alle primarie del PD. Ed io dovrei "dialogare" ed appoggiare questi dementi? Ma eccone un altro:
"...molti nel Pd fanno a gara per irridere la candidatura di Grillo a segretario di quel partito, eppure il suo è l'unico programma esposto, molto più articolato delle idee che finora abbiamo sentito dagli altri candidati. Il Parlamento pulito, la legge sul conflitto d'interessi, l'acqua pubblica, il no al nucleare e lo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili, il massimo di due legislature per i parlamentari, wi-fi gratuito, l'informazione libera, con il ritiro delle concessioni televisive di Stato ad ogni soggetto politico. Un programma serio, innovativo che condivido e che stiamo portando avanti da tempo come Italia dei Valori, nella solitudine più totale di questa classe politica dirigente di centrodestra e centrosinistra..."
Insomma, secondo Tonino, MAI NESSUNO AL MONDO aveva immaginato e/o proposto cose così innovative... mi viene il dubbio che il solare in Spagna lo abbia fatto Grillo su proposta di Tonino, non Rubbia su richiesta di Zapatero... E se Tonino lo facessimo assumere a Zelig come sostituto dell'assessore Palmiro Cangini? Qui ormai siamo alla esaltazione della banalità quotidiana contrabbandata come ALTA INNOVAZIONE POLITICA.
...e per chiudere in bellezza, andiamo ad Annozero di ieri: altro passaggio della compagnia di giro. Santoro, che l'anno scorso dava fiato al trombone Grillo non meno di due volte a sera, ieri ha dato fiato a tale Grisorio, ventiseienne pugliese, ed alla sua bella serie di banalità alla Catalano:

Ecco... questo è quanto. Questo è lo spontaneismo del NoBerlusconiDay. Con tanto di strumenti a supporto nati mesi prima del "parto spontaneo", e col sito di Di Pietro che ha cambiato faccia cinque mesi prima di questo parto, e in funzione di questo parto ampiamente programmato. Se qualcuno vuole partecipare all'ennesima dipietrata, lo faccia. Io non ho nulla da obiettare, così come spero che nessuno abbia nulla da obiettare sul fatto che io ed altri abbiamo compiuto altre scelte. Però, PER PIACERE, dopo quanto ho documentato con ore di lavoro, non prendiamoci in giro con la favola bella della manifestazione spontanea, nata dal basso, senza oneri ed onori per i partiti. Vero, Tonino?

Tafanus

lunedì, 23 novembre 2009

Il giallo di Lotta Continua «made in Usa»

Antonio Selvatici ilGiornale

Torna l’attenzione sul terrorismo degli anni Settanta: su quegli anni, «formidabili» per qualcuno, ma in realtà tragici, ancora oggi, vi sono degli aspetti non ancora chiari. O meglio, su cui probabilmente si è preferito non indagare a fondo. Riguardo Lotta Continua movimento politico vi è ancora una questione in sospeso che fino a oggi non ha avuto soddisfacente risposta. Perché il quotidiano Lotta Continua veniva stampato da una tipografia gestita da americani? Perché il movimento estremista, comunista, movimentista ed extraparlamentare che era contro la borghesia, contro le multinazionali e contro l’America imperialista usava una tipografia «made in Usa»?
Cosa c’entrano gli americani con il foglio Lotta Continua? Cosa c’entra l’intelligence statunitense con il noto quotidiano dove professionalmente si sono formati molti brillanti giornalisti? La stessa domanda la posi ad Adriano Sofri quando andai a intervistarlo. Mi mandò a quel paese. Attendo ancora una risposta. La questione è nota a pochi. Per ricostruirla occorre andare in Camera di commercio e chiedere la stampa delle visure societarie. Quindi legare gli sterili dati camerali agli avvenimenti del periodo. L’intera vicenda si svolge a cavallo degli anni Settanta quando «i berlingueriani non avevano più nulla da offrire alla classe operaia», di conseguenza non rimaneva che volgere lo sguardo sempre più a sinistra. Oltre il Pci. Per diffondere l’ideologia estremista in contrasto con quella più moderata e «ufficiale» di Botteghe Oscure, a partire dal 1969 vennero costituiti alcuni fogli «di lotta».
Tra i tanti, alcuni ebbero fortuna, altri, chiusero dopo pochi numeri. Lotta Continua inizialmente uscì a cadenza quindicinale, poi divenne un quotidiano. I militanti appresero la notizia della trasformazione del loro foglio di riferimento in quotidiano nell’agosto del ’71 nel corso di un affollato convegno che si tenne a Bologna. Come promesso (direttore Adele Cambria) l’11 aprile ’72 uscì il numero uno di Lotta Continua quotidiano (registrazione del Tribunale di Roma 14.442 del 13 marzo ’72). Aggressivo il titolo d’apertura della prima pagina: «Così i padroni della Dc si preparano alla guerra civile contro i proletari». Una nota importante: bisogna sapere che quasi sempre la società che «produce» un quotidiano non è la stessa che fisicamente lo stampa. Una cosa è l’editore, i giornalisti che scrivono, altra lo stampatore. La redazione del quotidiano militante si trovava a Roma in via Dandolo al civico 10. Anche la stampa si faceva nello stesso edificio: incaricata era la società Art Press. Una società a responsabilità limitata con oggetto sociale «l'esercizio dell'attività tipografica ed editoriale». L'Art Press venne costituita a Roma il 1° dicembre ’71, pochi mesi dopo l’annuncio fatto durante il convegno di Bologna. A sorpresa nella compagine societaria troviamo degli americani. Amministratore della piccola stamperia risulta essere Robert Cunnigham junior, nato nello Stato dell’Ohio. Nella stessa strada vi era la Dapco che stampava Daily American, il giornale degli americani a Roma, ancora una volta, amministratore era un Cunningham. Alla fine del ’75 il quotidiano Lotta Continua si trasferì in via dei Magazzini Generali al civico 32/a (direttore Enrico Deaglio). Cambiò sede e cambiò stampatore: questa volta i fogli scorrevano tra i rulli della Tipografia «15 Giugno» con sede nella stessa via, ma all’attiguo civico 30. Tra i soci della nuova tipografia, con una quota minoritaria, vi era anche il solito Robert Cunningham junior (insieme, tra l’altro, a Marco Boato).
Non distante dalla Tipografia «15 Giugno» si trovava la società per azioni Rome Daily American che stampava in lingua inglese il quotidiano degli americani che vivevano in Italia. Per ribadire la liaison tra la via Dandolo e i legittimi interessi statunitensi, va segnalato che a partire dal dicembre 1982 allo stesso indirizzo dove si stampava Lotta Continua si insediò la società Am.P.Co. Srl, American Publishing Company, società a responsabilità limitata. E nuovamente troviamo Robert Cunnigham junior a ricoprire la carica di amministratore unico. Naturalmente avere ricoperto cariche societarie in società che stampavano il famoso quotidiano Lotta Continua non costituisce reato: ognuno è libero di spendere o investire soldi o tempo come meglio crede. Non mi meraviglia se uno o più membri della famiglia Cunningham abbiano amministrato o abbiano ricoperti altri incarichi in un’azienda che stampava il quotidiano Lotta Continua. Ciò che fa alzare il sopracciglio è la posizione della dirigenza, o di chi sapeva, in Lotta Continua. Come faceva il movimento extraparlamentare di sinistra a conciliare una politica apertamente anti-americana quando i soci della stamperia venivano da Oltreoceano.

domenica, 22 novembre 2009

L'affaire Marrazzo le domande, i dubbi e le "ombre ingombranti" di cui si è persa la traccia

Se era davvero così indispensabile un segnale, un evento, una prova che dimostrasse quanto il "caso Marrazzo" non fosse l'ennesimo scandaluccio politico-sessuale "trans e cocaina", questa quasi-certezza è stata fornita alle ore 4 della scorsa notte, quando Brenda, uno dei teste più importanti per le indagini (e forse proprio per questo tra i più riluttanti a riferire con chiarezza le dinamiche di ciò di cui era a conoscenza), ha trovato la morte nel suo appartamento per asfissia da monossido di carbonio. Presumibilmente.
Nel suo appartamento valigie pronte, tracce di liquido infiammabile ed il pc immerso in un lavandino ricolmo d'acqua. Una sconcertante e dolorosa condanna a morte per chi ha probabilmente la colpa di sapere ciò che non ancora era stato detto.
L'intera vicenda "Marrazzo" è stata raccontata in tutte le versioni possibili, ciascuna contraddistinta nel corso del tempo da un fattore di veridicità estremamente variabile, grazie anche ai continui ritrattamenti ed alle interminabili modifiche dei resoconti dei singoli protagonisti (da Marrazzo ai 4 carabinieri imputati, passando per l'intero alveo del mondo trans coinvolto).
E in tutte le circostanze gli aspetti più pruriginosi e voyeuristici hanno avuto la meglio sul buon senso e sulle sfaccettature penali.
I dati assodati non sono molti: il 3 luglio due carabinieri, Carlo Tagliente e Luciano Simeone, fanno irruzione in un appartamento di Via Gradoli 96. All'interno ci sono Natalì, trans brasiliano, ed il Presidente della regione Lazio Piero Marrazzo.
Secondo i due carabinieri quel giorno nell'appartamento c'era anche Gianguarino Cafasso (circostanza confermata dal suo legale Marco Cinquegrana), spacciatore per i trans e informatore per i CC, uomo chiave della vicenda, deceduto per apparenti cause naturali lo scorso settembre.
Natalì e Marrazzo negano la sua presenza.
Alcuni giorni dopo gli stessi carabinieri, assieme ad altri due colleghi (Nicola Testini ed Antonio Tamburrino) cercano di vendere un video di circa due minuti che ritrae Marrazzo e Natalì quello stesso giorno durante l'irruzione. Il filmato mostra, su di un tavolino, una modica quantità di cocaina, il tesserino del Presidente ed una quantità di denaro ancora non chiara.
Marrazzo e Natalì non notano alcuna ripresa. Identica posizione dei Carabinieri, che imputano a Cafasso le riprese.
Tramite Tamburrino contattano Massimiliano Scarfone (il celebre fotografo autore dello scatto che "incriminò" a suo tempo Silvio Sircana), che a sua volta contatterà l'agenzia "Photo Masi", di Carmen Pizzuti. Da lì i tentativi di vendita presso le redazioni di Oggi, Chi, Libero, Panorama.
E' a questo punto che sorgono interrogativi naturali a cui nessuno finora sembra aver dato troppo peso. O talvolta averli mai posti.

1. Piero Marrazzo afferma di essere stato rapinato dai due carabinieri di 5 mila euro (che poi diventeranno 3 mila) e di essere stato costretto a firmare tre assegni da 20 mila euro complessivi.
I Carabinieri negano tutto.
Perché Giangavino Sulas (giornalista di Oggi che visionerà il filmato) e Massimiliano Scarfone affermano di aver notato una quantità di denaro nel video pari a ben 15 mila euro?

2. Piero Marrazzo afferma di aver ceduto i tre assegni ma di averne denunciato la scomparsa pochi giorni dopo. Perché il 13 luglio Adelfio Luciani, segretario di Marrazzo, denuncia la scomparsa di ben 9 assegni del libretto del Presidente?

3. La titolare dell'agenzia Photo Masi, Carmen Pizzuti, incaricata di vendere il filmato, dichiara di aver trovato assurda la strategia operata dei Carabinieri. E' lei stessa a porre questa domanda: perché compiere reati allo scopo di fare soldi con la vendita definitiva di un filmato ad un giornale anziché usare il video come arma di ricatto per incamerare molti più soldi e mantenere la vicenda sotto silenzio?

4. Perché non ci fu mai nessun tentativo di ricatto verso Marrazzo da parte dei carabinieri, video alla mano? Perché la presunta ricerca di denaro facile si direzionò subito verso la grande stampa (la redazione di Libero, direttore Feltri, venne contattata appena 8 giorni dopo l'irruzione) e non verso Marrazzo?

5. Cafasso sarebbe stato il teste chiave dell'intera vicenda. Avrebbe potuto raccontare del video, della sua presenza o meno a Via Gradoli, del suo rapporto con i carabinieri e con i trans Brenda e Natalì.
La sua compagna, un trans di nome Jennifer, afferma di aver
gettato il suo telefonino (scrigno ricco di potenziali tesori giudiziari, video in primis) perché non sopportava più di sentirlo squillare.
Quanti, di fronte ad uno stillicidio sonoro, hanno l'abitudine di buttare il cellulare anziché spegnerlo?

6. Brenda nei primi istanti dello scandalo negò persino di conoscere Marrazzo. Più tardi confermò anche le voci che parlavano di un video che ritraeva lei con Marrazzo e un'altra trans di nome Michelle. Perché, stando a quanto riferisce Brenda, anche Michelle aveva anche una copia del filmato? Perché poco tempo dopo la serata del filmato Michelle si trasferì in Francia?

7. Fu presa visione da parte degli inquirenti del cellulare di Brenda? Quello stesso cellulare sottrattole con la forza dopo un vero pestaggio la notte dell'8 novembre scorso?

8. Perché Maurizio Belpietro afferma di non essere mai stato interessato al video, quando invece Carmen Pizzuti afferma che i due si accordarono per un prezzo di vendita di 100 mila euro e che l'affare si bloccò solo a causa del concomitante interessamento di Panorama?

9. Maurizio Belpietro visionò il filmato l'11 ottobre. Il suo editore, messo immediatamente al corrente il giorno stesso, lo visionò 3 giorni più tardi, il 14 ottobre.
Sempre l'11 ottobre ed il 15 ottobre ci furono due incontri tra gli Angelucci (Antonio e Giampaolo), proprietari del gruppo di cliniche private Tosinvest oltre che proprietari di Libero, quindi a conoscenza del video-ricatto, ed esponenti della regione Lazio, tra cui lo stesso Marrazzo (nella seconda occasione).
Come mai alcuni membri dello staff di Marrazzo, oltre che l'attuale Presidente regionale Esterino Montino, parlano di una recrudescenza nei toni, di feroci scontri verbali (e quasi fisici) e di un inaspettato spirito "barricadero" da parte degli Angelucci in queste circostanze?
E' accettabile che gli editori del quotidiano che sembrerebbe aver deciso di pubblicare il video anche a costo di distruggere a mezzo stampa la carriera politica di Marrazzo siano gli stessi che hanno giocato al rialzo nelle trattative sulla sanità dei giorni precedenti lo scandalo?
Non si tratta di una chiara situazione di ricattabilità (se non di vero e proprio ricatto), visto che il presunto acquirente del filmato è lo stesso in perenne scontro con la Regione Lazio a causa di alcuni provvedimenti regionali che ledono gli interessi del gruppo Tosinvest?

10. Alfonso Signorini, direttore di Chi, fu l'unico ad ottenere una copia del video, su permesso dei 4 carabinieri. Perché?

11. Signorini contattò Marina Berlusconi, Presidente di Mondadori, editore di Chi, per la questione del video il 5 ottobre. Silvio Berlusconi contattò Marrazzo per informarlo del video il 19.
Quando Berlusconi ha saputo del video? Perché ci fu prima un tentativo di vendita a Libero, poi a Panorama e solo dopo il congelamento delle trattative, Berlusconi avvertì Marrazzo?

12. Il 19 ottobre Berlusconi informa Marrazzo sul video in circolazione. Il giorno successivo Marrazzo incontra ancora una volta Antonio Angelucci, senatore PDL.
Angelucci in qualità di editore di Libero è consapevole della ricattabilità di Marrazzo ed ora anche Marrazzo sa del video e, forse, anche degli interessamenti di Libero. Marrazzo ha urgenza di acquistare il video e Angelucci di pubblicarlo. Marrazzo è ora consapevole della propria posizione di subalternità?
In questa occasione i due si incontrino per discutere della questione sanità come nelle altre occasioni (stando alle dichiarazioni dei diretti interessati) o l'incontro era finalizzato alla risoluzione del problema del video-ricatto, come sembrerebbe emergere dalle dichiarazioni a mezzo stampa di alcuni membri dello staff di Marrazzo?


excusatio non petita...
"Da ex Pm e investigatore mi permetto di dissentire da chi, in queste ore, con molta superficialità e tempestività, ha già dato per certo che il transessuale Brenda sia stata uccisa", ha detto il leader dell'Italia dei Valori in un comunicato diffuso oggi.
"Già si sta scatenando la rincorsa per individuare il presunto omicida ed il movente. Ma siamo certi che si tratti di omicidio e non di una tragicissima e personalissima storia di alcol, farmaci e droga che aveva inzuppato' il transessuale Brenda, fino a portarla ad una morte provocata da essa stessa?", ha aggiunto Di Pietro, dicendo di voler fare un "appello alla cautela".

domenica, 22 novembre 2009

A furor di popolo

A proposito dello schieramento antiberlusconiano

C'è una evidente accelerazione della crisi politica che investe la persona e il governo Berlusconi. Tutti con il fiato sospeso, da una parte e dall'altra. Il cosidetto partito delle libertà sta verificando la tenuta interna della coalizione, che viene scossa da questioni di politica economica e dalla eventualità di una o più condanne in giudizio del leader. Si cerca di fare buon viso a cattivo gioco e di mostrare che il dibattito è normale dialettica interna e che Berlusconi ha ragione da vendere nella difesa delle sue vicende personali. Ma ormai la partita a poker rischia di far saltare il banco. La sfida principale, dopo il lodo Alfano, è la proposta Ghedini sui tempi certi dei processi, una trovata per rimettere il discussione i tempi dei processi a Berlusconi. La sfida è da considerarsi però troppo alta e rischia di rendere impossibili ulteriori rilanci. Come dire, siamo alla frutta.
Certo, c'è da mettere in conto che l'attuale maggioranza non ha pudori politici nelle sue scelte. Il carattere fascistoide e razzista di questo governo è evidente e non possiamo dire che siamo in una situazione di normalità. Però le circostanze non permettono di arrivare alle leggi eccezionali, le uniche che potrebbero stabilizzare una maggioranza come questa aprendo un capitolo nuovo della storia d'Italia. Lo schieramento che si opporrebbe a scelte del genere è troppo ampio e anche trasversale. Anche Berlusconi ne è consapevole e quindi bluffa e poi gioca a fare il costituzionalista. Quindi è  probabile,di fronte ad un aumento delle contraddizioni, che si vada alla crisi del governo e a nuove elezion, di cui già parlano noti esponenti di maggioranza .
Rinasce così la speranza del fronte antiberlusconiano, su cui però ci corre l'obbligo di fare alcune considerazioni. Intanto dobbiamo dire: "abbiamo già dato". Ci riferiamo al governo Prodi che a suo tempo incarnò il fronte che aspirava a liquidare il governo della destra. Come risultato concreto abbiamo avuto una politica economica alla Quintino Sella, il raddoppio di Aviano e la guerra in Afghanistan.
Oggi il fronte antiberlusconiano si presenta in una veste ancora peggiore. Il perno della vicenda è Casini e un Bersani pronto a tutti i compromessi centristi pur di rompere l’assedio.
Sul palcoscenico si muovono anche altri personaggi, da Di Pietro alla costituenda sinistra di alternativa, ma il manico della vicenda è in ben altre mani. Per riaprire i giochi ci vorrebbe un moto popolare come nel luglio ’60 che faccia capire che il gioco dell’alternativa può prevedere altri scenari. Ma non ci sembra che la discussione su questo si sia aperta. Se Bersani gioca al ribasso, la sinistra sta ancora peggio. E intanto assistiamo a forme di repressione che stanno assumendo un carattere sudamericano.

Erregi Aginform 17 novembre 2009

venerdì, 20 novembre 2009

Camp Darby si allarga con l’aiuto del sindaco Pd

BASI USA IN ITALIA
Manlio Dinucci ilmanifesto 19 novembre 2009
 
La Regione Toscana e i comuni di Pisa e Livorno hanno dato il via, con un accordo di programma e 108 milioni di euro, al riassetto delle vie navigabili interne per «ottimizzare gli interscambi tra i siti logistici della Toscana». Davvero ottima iniziativa. Solo che tra i siti logistici maggiormente interessati c’è la base Usa di Camp Darby, che chiede l’ampliamento del Canale dei Navicelli che la collega al porto di Livorno. Il sindaco di Pisa Marco Filippeschi (Pd) ha chiesto al comando Usa una compartecipazione ai lavori «anche in vista di importanti prospettive dello stesso Camp Darby». Il comando ha «interesse ad allargare la darsena della base militare» così da manovrare due chiatte in contemporanea.
Soddisfatto, il sindaco conferma che «gli americani ritengono questo insediamento molto importante e vogliono continuare a investirci» e che, per tale progetto, c’è «disponibilità sia da parte del Parco che della Regione». Dimentica però lo «smemorato» sindaco del Pd che lo stesso Consiglio comunale di Pisa ha approvato, il 18 gennaio 2007, una mozione per «la dismissione e la riconversione a usi esclusivamente civili di Camp Darby».
La base, che rifornisce le forze terrestri e aeree nell’area mediterranea, africana e mediorientale, sta assumendo crescente importanza nel quadro del potenziamento delle basi Usa in Italia. Ha quindi necessità di velocizzare i collegamenti con il porto di Livorno e accrescere la capienza. Ciò può essere fatto creando, attraverso l’interporto livornese di Guasticce, un indotto che serva al transito e allo stoccaggio di materiali logistici, come gli «aiuti umanitari» della Usaid di cui la base costituisce il maggiore centro in Europa. In tal modo si può liberare, nella base, spazio per il deposito di altri armamenti.
Camp Darby intende quindi irradiarsi nel territorio e, a tal fine, è validamente aiutata dal sindaco Filippeschi che, mentre gioisce per le «importanti prospettive» della base Usa da cui partono le armi per le guerre, promuove un mese di iniziative sul tema «Pisa città per la pace e i diritti umani».
 


Gli aiuti umanitari USA pronti a partire dal cortile della regione più 'dirittoumanitaria' d'Italia.

giovedì, 19 novembre 2009

'Io, no global con partita Iva'

Luca Casarini, ex leader dei disobbedienti, oggi ha 42 anni, è sposato e fa l'imprenditore nel Nord-est. Una volta assaltava il G8, ora fa l’imprenditore: “Siamo noi i veri sfruttati”. Contesta l’Irap (“Una vergogna”) e giustifica gli evasori: “Non hanno altra scelta”.
MICHELE BRAMBILLA MILANO
LaStampa 18/11/2009

Ricordate Luca Casarini, il no global? Adesso fa l’imprenditore. È una delle tante partite Iva del Nord-Est, quelle che votano Berlusconi o Lega in percentuali bulgare. Quando parla dell’Irap, il nuovo Casarini parla come la Marcegaglia: «Un’imposta che colpisce la produzione è un’imposta assurda». Quando parla delle banche, parla come Tremonti: «L’accesso al credito, specie in periodi di crisi come questo, dovrebbe essere agevolato». Quando parla del centralismo dello Stato, parla come Bossi a Pian del Re: «C’è una forte richiesta di autonomia dalla parte della nostra gente, dobbiamo riprendere in mano i nostri destini».
Guai a dirgli, però, che ha voltato gabbana. Ribelle era e ribelle rimane. La sua ditta, una società di consulenza su marketing e comunicazioni, l’ha voluta chiamare «Nexus 7». «Nexus 6 - spiega - era il replicante di Blade Runner che si ribella. Io sono il numero 7, mi ribello ancora di più» (e proprio un replicante. NdAlessandro). La sede della ditta è a Marghera, a casa sua. Dipendenti zero. L’ha aperta in settembre. E due mesi sono sufficienti per capire i problemi di un mondo che non è propriamente quello da cui viene lui. Tasse, balzelli, burocrazia, clienti che non pagano e banchieri con il braccino corto hanno preso il posto di cortei, slogan, scontri con la polizia, denunce, condanne per resistenza a pubblici ufficiali.

Casarini, si rende conto che diranno tutti che è passato dall’altra parte?
«Ma non è vero. Io resto dalla parte degli sfruttati. E i nuovi sfruttati sono i piccoli imprenditori, gli artigiani. È il Paese che produce e quindi dovrebbe essere aiutato e invece si scontra con tutto un sistema di difficoltà».

Faccia qualche esempio
«L’Irap è una vergogna. Specie in periodi di crisi. Viene tassata la produzione, non il reddito: ma le pare? E poi le banche. Per fare un mutuo, che è l’unico sistema possibile per comprare una casa, in Italia c’è un tasso medio del 5 per cento; in Europa è del 2,5. Per chi ha un’attività, poi... Io ho chiesto settemila euro di credito, per darmeli ci hanno messo un mese e mi hanno chiesto beni di famiglia in garanzia».

Sono i rischi d’impresa. Se ne rende conto solo adesso?
«No, ho sempre pensato che i piccoli imprenditori erano vessati. Non ho mai avuto un atteggiamento ideologico contro di loro. Per questo ho polemizzato con la sinistra, che ha sempre avuto un’impostazione classica: difende gli operai delle grandi fabbriche, che sono stra-garantiti, e se ne infischia di quelli che lavorano con i piccoli».

Sta pensando di passare alla Lega?
«Per carità. Non crederà davvero che la Lega tuteli le piccole imprese, vero? O che il Pdl sia il mitico “partito del popolo delle partite Iva”? Quelle sono tutte balle. La prova è che al governo ci sono loro, Lega e Pdl, e per noi piccoli imprenditori non stanno facendo niente».

«Noi piccoli imprenditori»? Siamo sicuri che lei è proprio il Casarini che guidava le masse contro il G8?
«Mi faccia continuare. Si è mai chiesto perché la Lega se la prende tanto con gli immigrati? Perché è l’unico argomento che può permettersi. Se parla di tasse, balbetta. La Lega, qui in Veneto, è lo Stato. È la Lega che ci impone le tasse. Dicono tanto di Roma, ma a Roma ci stanno loro».

Che cosa vuol dire aprire un’impresa proprio in tempo di crisi?
«Vuol dire scoprire l’iniquità del sistema fiscale. Le faccio un esempio. Oggi la gente paga tutta in ritardo. Chi lavora per gli enti pubblici, poi, riceve i soldi dopo 90 o 120 giorni, a volte dopo sei mesi. Ma l’Iva la deve pagare subito. Subito, ha capito? Io la recupero dopo mesi e mesi. E gli interessi, dico: gli interessi chi me li paga?».

Lei è un uomo di lotta. Ha pensato a qualche manifestazione?
«Beh, potrei cominciare a fare obiezione fiscale non pagando l’Irap, ad esempio».

Cioè evadere il fisco? Proprio lei? Sono discorsi da cumenda brianzolo che vota centrodestra.
«Un momento. Distinguiamo. C’è evasione ed evasione. Un conto sono i grandi evasori, che non pagano le tasse e poi si comprano l’Alitalia con i soldi dello Stato, cioè nostri. Un conto sono i piccoli, che devono pur difendersi».

Quindi lei giustifica l’artigiano o il commerciante che fa un po’ di nero?
«Ma certo. Se no come fa a vivere? Uno è costretto a evadere. Lo so che eticamente è discutibile. Ma io vorrei sapere anche dove vanno, i nostri soldi. A finanziare le guerre? Io non ci sto».

E rieccolo, il Casarini disobbediente. Sarebbe curioso se il prossimo guaio giudiziario l’avesse per evasione fiscale, e si trovasse sul banco degli imputati con la stessa accusa di frode fiscale che i pm contestano a Berlusconi.

mercoledì, 18 novembre 2009

Travaglio e un caso di disinformazione

Tecniche di disinformazione. Come sgretolare il falso
11/10/2006

Dopo la censura di Santoro all'avvocato di Ultimo (non a Ultimo, pero' in tv fa piu' effetto dire che chiama Ultimo in persona) nella puntata/processo che parlava di antimafia, ho pubblicato l'articolo "Santoro e Betulla pari sono", che ha scaturito non poche polemiche sul forum di travaglio, frequantato da persone che stimano e ammirano Travaglio in quanto l'unico che sa parlare di verita'. Messo a conoscenza dell'articolo di censurati, Travaglio ha messo in prima pagina un articolo corredato da dichiarazioni mendaci che di seguito abbiamo sgretolato come un castello di carte. Operazione fin troppo facile per chi la sentenza se l'e' vista tutta, e letti e sentiti TUTTI gli interrogatori ad ogni singolo testimone del processo. Tutti i dubbi che dicono esserci ancora, sono spiegati punto per punto, ma esiste chi non sa o non vuole leggere. A questo punto consigliamo un programma tipo "La pupa e il secchione", non Annozero. Sono decisamente piu' appropriati. Tralasciamo le frasi sprezzanti dette su chi gestisce questo sito dette all'interno di quel forum, adesso con la dovuta calma, ma senza il trono di Annozero, senza risatine sarcastiche e senza il tono saccente, cerchiamo di dare tutte le risposte che pare aleggino ancora nell'aria.
Il grassetto saranno i commenti miei, i caratteri normali sono le parole di Marco Travaglio.

Marco Travaglio ha scritto:
Siccome circolano, su presunti siti "antimafia"
dal momento che non ne parlano altri, si riferisce a censurati.it, che ringrazia per il "presunti".
Marco Travaglio ha scritto:
e nel solito articolo-spazzatura di Lino Jannuzzi sul Giornale, varie fesserie sul processo per la mancata perquisizione del covo di Riina, a carico del generale Mario Mori e del capitano "Ultimo", e sulla puntata di "Annozero" nella quale ho parlato della sentenza penso sia giusto che chi vuole saperne di piu' abbia a disposizione la sentenza del Tribunale di Palermo che ricostruisce l'intera vicenda. Cosi' si vedra' chi dice il falso e chi dice il vero.
Sulle fesserie dette, penso che sia sbagliato il soggetto
Marco Travaglio ha scritto:
Qui mi limito, per brevita', a riepilogare i punti fondamentali, emersi dal processo di Palermo concluso il 20 febbraio 2006 con una sentenza che ha assolto Mori e "Ultimo" perche' non c'e' la prova che le loro gravissime omissioni siano state commesse apposta per favorire illecitamente la mafia o qualcun altro.
Non e' esatto. il tribunale [...] Assolve Mori Mario e De Caprio Sergio dalla imputazione loro in concorso ascritta perche' i fatti non costituiscono reato.
Non perche' non e' provato il dolo, ma perche' il fatto non costituisce reato. In Italia funziona cosi': sei innocente fino a prova contraria. Non colpevole fino a prova contraria. A meno che non si voglia fare un processo alle intenzioni, ma qui si apre un altro capitolo. Favoreggiamento = delitto commesso da chi, nel caso in cui sia stato commesso un reato al quale egli non abbia partecipato, aiuta taluno a eludere le investigazioni dell'autorita', o a sottrarsi ad essa . Ci chiediamo quindi: i giornalisti che IL GIORNO DOPO L'ARRESTO, si sono fatti riprendere in tv davanti al covo nonostante la procura avesse deciso di tenere segreto il posto "bruciando il sito", cosa hanno fatto?
Favoreggiamento? Secondo il vocabolario si, peccato che nessuno faccia il complottista verso i giornalisti in primis e il maggiore Ripollino che ha fatto la soffiata.
Marco Travaglio ha scritto:
Sei mesi prima di arrestare Riina, nell'estate del '92, subito dopo la strage di Capaci e prima di via d'Amelio, l'allora colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno, entrambi ai vertici del Ros dei Carabinieri, avviano una trattativa con la mafia tramite l'ex sindaco Vito Ciancimino, condannato per mafia, uomo di Riina e Provenzano, detenuto a Roma (l'hanno raccontato sia Mori, sia De Donno, sia Ciancimino padre, sia Ciancimino figlio). 
Cito la sentenza: A Roma, all'indomani della strage di Capaci, il cap. Giuseppe De Donno aveva, difatti, chiesto a Massimo Ciancimino, che aveva conosciuto in occasione delle inchieste da lui stesso avviate sul padre Vito Calogero Ciancimino, di procurargli un incontro con quest'ultimo, al fine di avviare un colloquio che potesse fornire utili informazioni per le indagini in corso, nonche' per la cattura dei latitanti Riina e Provenzano [...]
Scriveva il Ciancimino nel proprio manoscritto, egli avrebbe riferito una proposta "bluff?, secondo cui un noto esponente politico si sarebbe prestato a garantire la salvezza del circuito imprenditoriale di interesse dell'organizzazione, minacciato da "tangentopoli", che pero' non avrebbe avuto alcun seguito. A questo punto il Ciancimino - si legge negli appunti - avrebbe realizzato che NON C'ERANO MARGINI PER ALCUNA TRATTATIVA, alla quale, tra l'altro, neppure "l'ambasciatore" aveva dimostrato vero interesse, per cui decise - come da sua annotazione testuale - di "passare il Rubicone", ovvero intraprendere una reale collaborazione con i carabinieri, proponendo di infiltrarsi nell'organizzazione per conto dello Stato, intenzione che esplicito' ai nominati Mori e De Donno nel corso di un successivo incontro avvenuto a dicembre 1992, chiedendo in cambio che i suoi processi "tutti inventati" si concludessero con esito a lui favorevole ed il rilascio del passaporto. [...]
Immediatamente dopo, il 19.12.92, il Ciancimino venne nuovamente tratto in arresto. (ammazza che trattativona! n.d.r.)
Marco Travaglio ha scritto:
Quando Riina viene a sapere che Mori s'e' fatto avanti, stappa lo champagne: 
No, dico, o si fa giornalismo e si parla dei fatti, o si fa gli opinionisti e si parla di opinioni. Il signor Travaglio se sa che Riina stappa lo champagne, pur se metaforicamente, deve essere presente sul posto o qualcuno che l'abbia visto fare, altrimenti sono chiacchiere, non e' giornalismo. Sbaglio?
Marco Travaglio ha scritto:
E' la prova che le stragi pagano. Cosi' alza il tiro per alzare la posta della trattativa. Uccide Borsellino e pianifica gli attentati di Milano, Firenze e Roma, che poi saranno realizzati dai suoi successori, nell'estate del '93, dopo il suo arresto.
La trattativa prosegue anche dopo via d'Amelio, fino al gennaio '93, quando Riina viene catturato a Palermo. 
Falso. La trattativa di cui si parla in questo processo, e' morta nel momento in cui non si scende a patti e si arresta Ciancimino. Se ci sono altre trattative, e' utile all'Italia, che qualcuno ci dica quali e fatte da chi. Nomi e cognomi.
Marco Travaglio ha scritto:
Chi abbia segnalato il nascondiglio ai carabinieri, non s'e' mai saputo.
Altra balla. Cito la sentenza "[...] La ricostruzione, coerente e supportata da dati di fatto provati, degli accadimenti relativi allo svuotamento della casa ha consentito di accertare, da una parte, che il complesso di via Bernini fu individuato soltanto grazie alle attivita' investigative del ROS, dall'altra, che la mafia agi' sul "covo" ignorando l'inesistenza del servizio di osservazione ed anzi supponendo che fosse in corso. Questi elementi consentono, pertanto, di escludere che il latitante venne catturato grazie ad una "soffiata" dei suoi sodali sul luogo ove dimorava, non essendo emerso a sostegno di quest'ipotesi alternativa alcun elemento, neppure di natura indiziaria, se non la stessa supposizione, elaborata a posteriori, sui motivi per i quali furono omessi la perquisizione, prima, ed il servizio di osservazione, poi, sul complesso."
Marco Travaglio ha scritto:
Riina pensa di essere stato venduto da Provenzano, ma non c'e' la prova.
Questo e' esatto. Riina lo pensa. Lo pensa perche' non sa come e' avvenuta la sua cattura e fa tutte le congetture possibili
Marco Travaglio ha scritto:
Guardacaso, pero', quelli che prendono Riina sono gli stessi Ros che hanno trattato con Riina e Provenzano tramite Ciancimino, fino al giorno prima.
La trattativa con Ciancimino, non ando' mai in porto, ne e' la prova che subito dopo questo tentativo, ciancimino viene arrestato da Mori.
Marco Travaglio ha scritto:
Questo aiuta a capire quello che succede dopo. Riina viene arrestato alle 8.28 del mattino del 15 gennaio '93. La Procura di Caselli, che e' arrivato a Palermo proprio quel giorno, manda i carabinieri della Territoriale e un pm a perquisire il covo dove Riina viveva latitante, in via Bernini 54 a Palermo. Ma il capitano Ultimo convince i magistrati a bloccare il blitz. Meglio aspettare: Riina e' stato preso lontano dal covo, per strada, i mafiosi potrebbero pensare che il covo non sia stato scoperto e andarci a prelevare la moglie e i quattro figli di Riina, o le carte del boss appena arrestato. Meglio non insospettirli, e arrestare anche quelli. Ottima idea. Naturalmente, per arrestarli, bisogna rimanere appostati davanti al covo o sorvegliarlo con telecamere giorno e notte. Invece, alle 16 dello stesso giorno, i Ros ritirano il camioncino che stazionava li' da giorni 
La sorveglianza doveva essere fatta per un periodo lungo, e un camioncino fermo da giorni oltre a destare sospetti agli abitanti del comprensorio, avrebbe seriamente compromesso l'incolumita' del gruppo che faceva sorveglianza. Bisognava staccare e riprendere, cosa non resa possibile perche' il giorno successivo all'arresto, i giornalisti mangia-scoop vanno a via bernini, vanificando tutto il lavoro.
Marco Travaglio ha scritto:
e tolgono pure la telecamera nascosta in un lampione che illuminava l'ingresso del complesso residenziale. 
La telecamera non era nascosta in un lampione, ma era portatile. Lo stesso capitano Ultimo dichiara (leggi la deposizione spontanea) che non era possibile mettere una telecamera su un palo della luce, perche' avrebbero dovuto chiedere permessi a troppi organi burocratici e una gru su un palo della luce "non passava certamente inosservato" agli occhi di un gruppo di famiglie mafiose che abitavano li'.
Marco Travaglio ha scritto:
Da quel momento il covo resta totalmente incustodito per 15 giorni. 
Ripeto: IL GIORNO DOPO L'ARRESTO DI RIINA il territorio era bruciato, era necessario far passare un po' di tempo per tranquillizzare i Sansone (che abitavano li') che erano oggetto di indagine investigativa, in modo che riprendessero cosi' le normali attivita' imprenditoriali.
Marco Travaglio ha scritto:
Cosi' i mafiosi che curavano la latitanza di Riina, i fratelli Sansone, hanno tutto il tempo di andare a prendere moglie e figli di Riina e spedirli a Corleone; poi tornano con l'impresa traslochi e portare via tutto; poi tornano con gli imbianchini e i muratori per tinteggiare e ristrutturare l'appartamento, facendo sparire ogni piu' piccola traccia. 
I Sansone "ABITAVANO" in via bernini, era logico che andassero subito. Il rischio e' stato calcolato dalla procura, dalla territoriale, dalla magistratura, prima di decidere se il covo poteva aspettare per la perquisizione.
Marco Travaglio ha scritto:
E, forse, i documenti che, secondo molti mafiosi pentiti, Riina teneva sempre con se' in cassaforte.
Secondo brusca, Riina non si sentiva piu' tranquillo in quel covo, tant'e' vero che non dormiva neanche piu' li' perche' c'era una situazione di tensione. Sempre secondo Brusca, nell'abitazione precedente (dove invece si sentiva sicuro) i documenti li teneva nascosti in un casale vicino ad un torrente, dentro un barile messo sotto terra. Mi sembra strano che quando sta tranquillo nasconde tutto e quando non dorme piu' la notte lascia i documenti in casa. La registrazione delle dichiarazioni di brusca si trovano (formato audio) al link
e al link rispettivamente prima e seconda parte.
Marco Travaglio ha scritto:
A fine gennaio '93, la Procura scopre che i carabinieri sono scappati. Caselli dispone la perquisizione, ma non trova più niente: invece dello Stato, il covo l'ha perquisito la mafia. 
Questo il link in cui sono pubblicate le foto dopo la perquisizione. Una parte, pero', perche' il fascicolo integrale con le foto scattate dai carabinieri ai tempi dell'arresto e' di 16 pagine. Anche se la pentita Giusy Vitale diceva che e' stato dato fuoco a tutto, pure ai mobili. Si vede che poi hanno comprato quelli nuovi e ce l'hanno messi.
Marco Travaglio ha scritto:
I due imputati al processo si difendono dicendo che ci fu un malinteso con la Procura, che mai avrebbero potuto tenere il covo sotto controllo perche' restare li' era poco sicuro, gli uomini erano stanchi, la strada era stretta e comunque il servizio di osservazione e di teleripresa era "impossibile" e "inutile". 
I video della sorveglianza sono stati depositati per far vedere la totale inutilita'. Serviva solo a far vedere la gente che entrava e che usciva, ma non conoscendo nessuno, neanche la faccia di Riina, era un po' inutile. Tanto piu' che non si teneva sotto controllo l'abitazione di Riina, ma un comprensorio con svariate decine di appartamenti tutti potenzialmente abitazioni di Riina. Fu questo anche il motivo per cui i Ros si servirono di Baldassarre di Maggio. Per Farsi dire chi, tra le persone che avevano visto, fosse Riina.
Marco Travaglio ha scritto:
Ma queste affermazioni si contraddicono. Se davvero era pericoloso restare li' davanti a osservare e filmare, allora bisognava perquisire subito la casa, prima di andarsene. Cosi', se Riina teneva carte importanti in cassaforte, queste sarebbero in mano allo Stato, anziche' alla mafia. 
Anche io mi insospettisco se vedo un camion sempre fermo immobile davanti casa, figuriamoci un mafioso, anzi, qualche famiglia di mafiosi. Evidentemente il "collega" travaglio non ha mai fatto attivita' investigastiva "per strada". Pedinamenti, osservazioni e quant'altro. Si controlla tutto, anche l'ovvio! (Lo dico perche' me ne sono occupata con un'agenzia investigativa per cose molto piu' banali della mafia)
Marco Travaglio ha scritto:
Se invece l'appostamento era ritenuto inutile, chi prese quella decisione meriterebbe una perizia psichiatrica, visto che restando li' i Ros avrebbero avvistato, e dunque catturato, i fratelli Sansone. I quali invece, grazie alla fuga del Ros, poterono agire indisturbati, svuotando e ridipingendo la casa nell'assoluta certezza di non essere visti ne' arrestati.
I Ros si sono dovuti dividere per giorni a causa del persoonale dimezzato, perche' il sostituto procuratore Aliquo', che non intendeva affatto sorvegliare via Bernini, ma Fondo Gelsomino (come aveva capito da Balduccio Di Maggio), disse a Ultimo che si, poteva sorvegliare via Bernini a patto che lo facesse anche per Fondo Gelsomino. Gli uomini hanno fatto turni di sorveglianza fino a 24 ore di fila, quando serviva, con la febbre, senza muoversi e facendo i bisogni dentro una bottiglia di plastica, per evitare che un'uscita dal furgone potesse essere vista da Riina o chi per lui. Magari travaglio facendo queste cose non si stanca, ma qualunque essere umano forse si. (Leggi dichiarazioni del Maresciallo Coldesina).
Marco Travaglio ha scritto:
Insomma: se fosse stato mantenuto l'appostamento o il servizio di osservazione, si sarebbero arrestati dei mafiosi; se si fosse perquisito il covo, si sarebbero sequestrate quelle carte che anche i giudici del tribunale ritengono probabilissimo che Riina nascondesse in casa. Invece non si fece ne' l'una ne' l'altra cosa, e lo Stato rimase con un pugno di mosche in mano.
Sbagliato. Se i giornalisti avessero lasciato lavorare e la territoriale non avesse fatto delle soffiate, e l'arma dei carabinieri non avesse trasferito gli uomini di Ultimo per motivi imprecisati, probabilmente si, l'avrebbero preso qualche mafioso in piu'. Pero' vuoi mettere uno scoop...
Marco Travaglio ha scritto:
Il 20 febbraio 2006 i giudici del Tribunale di Palermo, presidente Raimondo Loforti, a latere Sergio Ziino e Claudia Rosini, assolvono Mori e Ultimo con la sentenza che da oggi e' disponibile integralmente sul sito. Ma scrivono che bene fece la Procura a indagarli, perche' "l'omessa perquisizione e la disattivazione del dispositivo di controllo del capo di Cosa nostra appare condotta astrattamente idonea a integrare non solo il favoreggiamento aggravato, ma il concorso nel reato associativo, ove si dimostrino il dolo e l'efficienza causale". I giudici escludono di avere le prove per condannare i due ufficiali sul piano penale, ma segnalano le loro gravissime responsabilita' disciplinari.
1) "La posizione apicale del Riina ai vertici dell'organizzazione criminale ben poteva far ritenere che lo stesso conservasse nella propria abitazione un archivio rilevante per successive indagini su Cosa nostra. Tenuto conto che la di lui famiglia era rimasta in via Bernini, poteva di certo ipotizzarsi che altri sodali, aventi l'interesse a mettersi in contatto con la stessa, vi si recassero.
Il fatto che il Riina fosse stato trovato, al momento del suo arresto, in possesso di diversi 'pizzini', ovvero di biglietti cartacei contenenti informazioni sugli affari portati avanti dall'organizzazione, con riferimento ad appalti, alle imprese e alle persone coinvolte, costituisce un ulteriore preciso elemento, in questo caso di fatto
". Dunque "l'omessa perquisizione della casa e l'abbandono del sito sino ad allora sorvegliato hanno comportato il rischio di devianza delle indagini che, difatti, nella fattispecie si e' pienamente verificato": Mori e Ultimo erano solo distratti, o c'e' dell'altro? E che cosa? Quali documenti conservava Riina che non dovevano finire in mano ai magistrati e che sono rimasti in mano alla mafia di Provenzano? E che uso ne ha fatto, o magari ne sta facendo ancora oggi, Cosa Nostra, magari per ricattare lo Stato o qualche uomo delle istituzioni?
2) La Procura di Palermo accolse la proposta del Ros di rinviare la perquisizione calcolando il rischio di consentire "a Ninetta Bagarella, che vi dimorava, o ai Sansone, che dimoravano in altre ville ma nello stesso comprensorio, di distruggere od occultare la documentazione eventualmente conservata dal Riina... Tale scelta, pero', fu adottata certamente sul presupposto indefettibile che fosse proseguito il servizio di video-sorveglianza sul complesso di via Bernini. Che questa fosse la condizione posta al rinvio della perquisizione, ? un dato certo ed acclarato...". Perche' dunque il Ros abbandono' la zona e disattivo' la video-sorveglianza?
3) "Al di la' delle confuse argomentazioni degli imputati, e' indubitabile che la decisione assunta da De Caprio (di andarsene, ndr) era incompatibile con la direttiva di proseguire il controllo e' impartita dall'Autorita' giudiziaria e andava immediatamente comunicata" alla Procura. Che avrebbe subito disposto il blitz. Invece Caselli fu avvertito solo dopo 15 giorni. Perche'?
4) "Il sito... fu abbandonato e nessuna comunicazione fu data agli inquirenti. Questo elemento tuttavia, se certamente idoneo all'insorgere di una responsabilita' disciplinare, perche' riferibile a un'erronea valutazione dei propri spazi di intervento, appare equivoco ai fini della responsabilita' penale". Perche' nessuno ha mai contestato ai due imputati questa evidente responsabilita'? Perche', anzi, Mori dopo quell'errore marchiano fu addirittura promosso dal governo Berlusconi capo del Sisde e confermato dal governo dell'Unione dopo quelle durissime parole dei giudici?
5) Prima della cattura di Rina, "Mori pose in essere un'iniziativa spregiudicata che, nell'intento di scompaginare le fila di Cosa nostra e acquisire informazioni, sorti' invece due effetti diversi e opposti: la collaborazione del Ciancimino" che sperava di dare qualche indicazione utile sul covo di Riina "per alleggerire la propria posizione"; e "la 'devastante' consapevolezza, in capo all'associazione criminale, che le stragi effettivamente 'pagassero' e lo Stato fosse ormai in ginocchio, pronto ad addivenire a patti". Tant'e' che Cosa Nostra, per alzare il prezzo della trattativa, pianifico' le stragi del '93 a Milano, Firenze e Roma. I giudici spiegano che "non e' stato possibile accertare la causale del comportamento degli imputati": cio' perche' hanno omesso di perquisire il covo".
Ecco, e' questo un ottimo esempio di disinformazione. Ben sapendo, Travaglio, che rare persone andranno mai a leggersi la sentenza integrale di un centinaio di pagine, il giornalista ritiene doveroso trascrivere una parte. Strano pero' che e' solo la parte verbalizzata del PM Ingroia. Le parti che ha scritto il giudice, pero', che ha giustamente (per lui, ma non per la verita') omesso, sono quelle che seguono
Sentenza:
"Accertare se tali documenti effettivamente esistessero, se fossero custoditi all'interno della villa e quale sorte abbiano avuto, non puo' avere alcuna refluenza - ad avviso del Collegio - sulla sussistenza del reato contestato"
"[...] L'associazione criminale, inoltre, si affretto' ad agire, subito dopo la cattura del Riina, nel presupposto che il complesso fosse osservato, mentre come si e' visto cosi' non era, per cui i Sansone, anche se fermati dai carabinieri, avrebbero avuto comunque, in quanto residenti, la giustificazione ad entrarvi."
"[...] Inoltre i collaboratori Brusca e La Barbera hanno riferito come avvenne lo svuotamento e la ristrutturazione della casa, fornendo elementi che logicamente escludono ogni ipotetica connivenza da parte degli imputati."
"[...] Anche le frasi, attribuite dal Giuffre' a Bernardo Provenzano ed a Benedetto Spera, i quali commentando l'accaduto avrebbero detto che "per fortuna" in sede di perquisizione del 2.2.93 i carabinieri non avevano trovato nulla, confermano che lo stesso Provenzano non si aspettava un simile esito e dunque non aveva preso parte alla "trattativa", consegnando il Riina in cambio dell'abbandono del "covo" nelle mani del sodalizio criminale."
"[...] La ricostruzione, coerente e supportata da dati di fatto provati, degli accadimenti relativi allo svuotamento della casa ha consentito di accertare, da una parte, che il complesso di via Bernini fu individuato soltanto grazie alle attivita' investigative del ROS, dall'altra, che la mafia agi' sul "covo" ignorando l'inesistenza del servizio di osservazione ed anzi supponendo che fosse in corso.
Questi elementi consentono, pertanto, di escludere che il latitante venne catturato grazie ad una "soffiata" dei suoi sodali sul luogo ove dimorava, non essendo emerso a sostegno di quest'ipotesi alternativa alcun elemento, neppure di natura indiziaria, se non la stessa supposizione, elaborata a posteriori, sui motivi per i quali furono omessi la perquisizione, prima, ed il servizio di osservazione, poi, sul complesso."
"[...] Appare altresi' coerente con queste conclusioni la circostanza che neppure si verifico' la fine della stagione stragista messa in atto dalla mafia, la quale, anzi, come e' notorio, nel maggio 1993 attento' alla vita del giornalista Maurizio Costanzo e fece esplodere un ordigno a via dei Georgofili a Firenze, nel mese di luglio compi' altri attentati in via Pilastro a Milano, a San Giovanni in Laterano ed a San Giorgio al Velabro a Roma, mentre a novembre pose in essere il fallito attentato allo stadio olimpico di Roma.
Se la cattura del Riina fosse stata il frutto dell'accordo con lo Stato, tramite il quale era stata siglata una sorta di "pax" capace di garantire alle istituzioni il ripristino della vita democratica, sconquassata dagli attentati, ed a "cosa nostra" la prosecuzione, in tutta tranquillita' dei propri affari, sotto una nuova gestione "lato sensu" moderata, non si comprenderebbe perche' l'associazione criminale abbia invece voluto proseguire con tali eclatanti azioni delittuose, colpendo i simboli storico-artistici, culturali e sociali dello Stato, al di fuori del territorio siciliano, in aperta e sfrontata violazione di quel patto appena stipulato"
"[...] Anche i progetti elaborati dal Provenzano di sequestrare od uccidere il cap. De Caprio, di cui hanno riferito in dibattimento, in termini coincidenti, i collaboratori Guglielmini, Cancemi e Ganci, appaiono in aperta contraddizione con la tesi della consegna del Riina al ROS.
Se cosi' fosse avvenuto, il boss non avrebbe avuto alcun interesse alla ricerca del capitano "Ultimo", mentre, da quanto sopra, e' stato accertato che effettivamente si cerco' di individuarlo, tramite un amico del compagno di gioco al tennis. "
"[...] Il Collegio ritiene, infine, di non poter condividere la prospettazione della pubblica accusa che, sulla base di imprecisate "ragioni di Stato", ha chiesto di affermare la penale responsabilita' degli imputati per il reato di favoreggiamento non aggravato, da dichiararsi ormai prescritto.
Tali "ragioni di Stato" non potrebbero che consistere nella "trattativa" di cui sopra intrapresa dal Mori, con la consapevolezza, acquisita successivamente, del De Caprio e, dunque, lungi dall'escludere il dolo della circostanza aggravante varrebbero proprio ad integrarlo, significando che gli imputati avrebbero agito volendo precisamente agevolare "cosa nostra", in ottemperanza al patto stipulato e cio? in esecuzione della controprestazione promessa per la consegna del Riina.
La "ragione di Stato" verrebbe dunque a costituire il movente dell'azione, come tale irrilevante nella fattispecie ex art. 378 C.P., capace non di escludere il dolo specifico ex art. 7 L. n. 203/91, bensi' di svelarlo e renderlo riconoscibile, potendo al piu' rilevare solo come attenuante ove se ne ammettesse la riconducibilita' alle ipotesi di cui all'art. 62 C.P., comunque escluse dal giudizio di comparazione.
La mancanza di prova sull'esistenza di questi "motivi di Stato" che avrebbero spinto gli imputati ad agire, ed anzi la dimostrazione in punto di fatto della loro inesistenza ed incongruenza sul piano logico, per le considerazioni gia' esposte e' considerato, altresi', che la controprestazione promessa avrebbe vanificato tutti gli sforzi investigativi compiuti sino ad allora dagli stessi imputati, anche a rischio della propria incolumita' personale, e lo straordinario risultato appena raggiunto - non consente di ritenere integrato il dolo della fattispecie incriminatrice in nessuna sua forma.
E' palese, infatti, che se vi fu "ragione di Stato" si intese "pagare il prezzo" dell'agevolazione, per il futuro, delle attivita' mafiose, pur di "incassare" l'arresto del Riina, con la piena configurabilita' del favoreggiamento aggravato, ma se non vi fu, gli imputati devono andare esenti da responsabilita' penale.
Appare, difatti, logicamente incongruo, gia' su un piano di formulazione di ipotesi in funzione della verifica della prospettazione accusatoria in ordine alla sussistenza del reato base di favoreggiamento con dolo generico, individuare in soggetti diversi dall'organizzazione criminale nel suo complesso coloro che gli imputati avrebbero inteso agevolare tramite la mancata osservazione del residence di via Bernini, cosi' volendo aiutare individui determinati invece che l'associazione nella sua globalita'.
L'impossibilita', gia' da un punto di vista oggettivo, di discernere i soggetti favoriti (la Bagarella neppure era indagata) dall'associazione mafiosa si ripercuote sul versante soggettivo, apparendo inverosimile che gli ausiliatori abbiano agito non al fine di consentire alla mafia la prosecuzione dei suoi affari, in ossequio al "patto scellerato", ma volendo solo aiutare, nel momento stesso in cui procedevano all'arresto del capo dell'organizzazione, e senza alcuna apparente ragione, determinati affiliati ad eludere le investigazioni o le ricerche.
Ne deriva che, non essendo stata provata la causale del delitto, ne' come "ragione di Stato" ne' come volonta' di agevolare specifici soggetti, diversi dall'organizzazione criminale nella sua globalita', l'ipotesi accusatoria e' rimasta indimostrata, arrestandosi al livello di mera possibilita' logica non verificata.
La mancanza di una prova positiva sul dolo di favoreggiamento non puo' essere supplita dall'argomentazione per la quale gli imputati, particolarmente qualificati per esperienza ed abilita' investigative, non potevano non rappresentarsi che l'abbandono del sito avrebbe lasciato gli uomini di "cosa nostra" liberi di penetrare nel cd. covo ed asportare qualsiasi cosa di interesse investigativo e dunque l'hanno voluto nella consapevolezza di agevolare "cosa nostra". Sul versante del momento volitivo del dolo, una simile opzione rischierebbe di configurare un "dolus in re ipsa", ricavato dal solo momento rappresentativo e dalla stessa personalita' degli imputati, dotati di particolare perizia e sapienza nella conduzione delle investigazioni.
Ma, quanto al momento rappresentativo, gia' e' stato precisato che il servizio di osservazione non sarebbe valso ad impedire l'asportazione di eventuale materiale di interesse investigativo, che poteva essere evitata solo con l'immediata perquisizione, quanto alle abilita' soggettive degli imputati, esse non possono valere a ritenere provata una volonta' rispetto all'evento significativo del reato che e' invece rimasta invalidata dall'esame delle possibili spiegazioni alternative.
Ne deriva che il quadro indiziario, composto da elementi gia' di per se' non univoci e discordanti, e' rimasto nella valutazione complessiva di tutte le risultanze acquisite al dibattimento e tenuto conto anche della impossibilita' di accertare la causale della descritta condotta, incoerente e non raccordabile con la narrazione storica della vicenda come ipotizzata dall'accusa e per quanto e' stato possibile ricostruire in dibattimento."
"In conclusione, gli elementi che sono stati acquisiti non consentono ed anzi escludono ogni logica possibilita' di collegare quei contatti intrapresi dal col. Mori con l'arresto del Riina ovvero di affermare che la condotta tenuta dagli imputati nel periodo successivo all'arresto sia stata determinata dalla precisa volonta' di creare le condizioni di fatto affinche' fosse eliminata ogni prova potenzialmente dannosa per l'associazione mafiosa.
Per le pregresse considerazioni, entrambi gli imputati devono essere mandati assolti per difetto dell'elemento psicologico.

P.Q.M.
Assolve Mori Mario e De Caprio Sergio dalla imputazione loro in concorso ascritta perche' i fatti non costituiscono reato.
Dispone che copia del verbale di udienza del 21 ottobre 2005, nelle parti riguardanti le posizioni di Di Matteo Mario Santo e Di Maggio Baldassare, sia trasmessa al Pubblico Ministero in sede per quanto di sua ulteriore competenza e come da sua richiesta."
Marco Travaglio ha scritto:
Ora che il processo penale e' chiuso, forse bisognerebbe chiamare in commissione Antimafia i protagonisti di quei buchi neri (compresi i responsabili del governo Amato che all'epoca reggeva il paese) e pretendere una spiegazione di quel che accadde quel giorno, e soprattutto prima di quel giorno, e dell'eventuale responsabilita' politica di chi autorizzo' la trattativa con la mafia e la mancata perquisizione del covo. E' finita, quella trattativa, oppure dura ancora oggi? I parenti delle vittime delle stragi attendono verita' e giustizia da 12 anni. 
Serve una poltrona a qualcuno, forse? Perche' se una commissione serve come e' servita quella della Alpi, mi sa che sono soldi pubblici buttati al vento. Tutte le commissioni di inchiesta non hanno mai chiarito niente. Rimaniamo dell'idea che forse se il PM Ingroia avesse fatto ricorso in appello, sarebbe stato meno dispendioso (per lo stato e per i cittadini che pagano le tasse) un processo in appello che una commissione alla Taormina maniera. In mancanza d'altro pero' c'e sempre la tv. Al limite un filmettino, tanto per gradire, sperando che nessuno sia cosi' curioso da andare a spulciarsi TUTTE le pagine della sentenza, e TUTTE le dichiarazioni fatte al processo. Sicuri di una buona fede a causa di una mancanza di informazione, invitiamo tutti i travaglio boys a rivedere le verita' del loro Guru. Mi voglio augurare che tutte le sentenze citate nei suoi libri non siano state lette come quella di Ultimo. Questo "presunto sito che fa antimafia", come dice Travaglio, sa una cosa che Travaglio non sa. La seconda campana. Ma abbiamo visto ad Annozero, che in fondo quella conta poco. Anche perche' e' stato ormai scritto un libro che dice il contrario.

Post Scriptum: Spero del caso se ne parli ancora. Qualunque cosa sono a disposizione.
Antonella Serafini, contadina
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