Massimo Mazzucco Luogocomune 23/11/2009
Mentre i media mainstream continuano ad alimentare il dibattito sul caso Kennedy con le false argomentazioni, innocue e fuorvianti, che lo hanno tenuto in piedi per oltre 40 anni, in Internet sono già disponibili dati sufficienti per ricostruire con relativa precisione quello che avvennne a Dallas il 22 novembre 1963.
Grazie alle confessioni in punto di morte di diversi personaggi collegati al caso, oggi siamo in grado di ricostruire il complesso puzzle che portò alla morte del presidente, e che vide coinvolti, in modo e misura diversi, la mafia, la CIA, l’FBI, e lo stretto giro dei petrolieri texani che faceva capo a Lyndon Johnson.
Il semplice fatto che a Dallas fossero presenti, la sera prima dell’attentato, ben tre futuri presidenti americani – oltre al capo dell’FBI in persona - la dice lunga sulla ragnatela di interessi incrociati che portò a rendere necessario quello che fino a poco tempo prima appariva addirittura impensabile: la pubblica esecuzione del presidente degli Stati Uniti, alla luce del giorno, sotto gli occhi dell’intera nazione.
Ma è soprattutto l’alleanza fra mafia e CIA, che si erano ritrovate unite dalla necessità di riconquistare Cuba al più presto, ad essere confermata dalle rivelazioni dei vari personaggi coinvolti nell’attentato (*). Viene così finalmente chiarito anche il ruolo di Oswald: agente della Cia già da molti anni, fu mandato a Dallas proprio per aiutare l’uomo che avrebbe ucciso Kennedy, venuto da Chicago, a prendere conoscenza della zona, senza naturalmente sapere di essere lui il “patsy” destinato a passare alla storia come l’assassino del presidente.
Ma ci voleva la confessione di James Files, l’uomo che sparò il colpo fatale dalla collinetta, a fornire il pezzo centrale del puzzle che permette finalmente di chiudere la partita, in un’indagine che sembrava destinata – non a caso - a trascinarsi per sempre. Il paradosso infatti è che la sua confessione sia già nota da una decina di anni, a chi conosce da vicino il caso Kennedy, ma nessun altro al mondo lo sappia.
Naturalmente, i difensori della versione ufficiale hanno subito sostenuto che Files fosse un pazzo mitomane senz’arte nè parte, ma vi sono molti elementi incrociati – dei quali un semplice mitomane non potrebbe essere a conoscenza - che corroborano decisamente la sua storia, mentre il suo comportamento denuncia di tutto meno che il desiderio di farsi pubblicità.
Mentre è proprio nel motivo per cui non si può riconoscere ufficialmente la sua esistenza che risiede l’essenza del “grande complotto”, che coinvolge direttamente i grandi mezzi di comunicazione, i quali non potrebbero mai denunciare la verità dei fatti senza dover denunciare prima di tutto se stessi.
*Tutte queste affermazioni verranno chiarite meglio in un articolo di prossima pubblicazione, relativo all’uscita del libro “L’Altra Dallas”, nel quale i retroscena del caso Kennedy vengono analizzati nel dettaglio.
Antonio Selvatici ilGiornale
Torna l’attenzione sul terrorismo degli anni Settanta: su quegli anni, «formidabili» per qualcuno, ma in realtà tragici, ancora oggi, vi sono degli aspetti non ancora chiari. O meglio, su cui probabilmente si è preferito non indagare a fondo. Riguardo Lotta Continua movimento politico vi è ancora una questione in sospeso che fino a oggi non ha avuto soddisfacente risposta. Perché il quotidiano Lotta Continua veniva stampato da una tipografia gestita da americani? Perché il movimento estremista, comunista, movimentista ed extraparlamentare che era contro la borghesia, contro le multinazionali e contro l’America imperialista usava una tipografia «made in Usa»?
Cosa c’entrano gli americani con il foglio Lotta Continua? Cosa c’entra l’intelligence statunitense con il noto quotidiano dove professionalmente si sono formati molti brillanti giornalisti? La stessa domanda la posi ad Adriano Sofri quando andai a intervistarlo. Mi mandò a quel paese. Attendo ancora una risposta. La questione è nota a pochi. Per ricostruirla occorre andare in Camera di commercio e chiedere la stampa delle visure societarie. Quindi legare gli sterili dati camerali agli avvenimenti del periodo. L’intera vicenda si svolge a cavallo degli anni Settanta quando «i berlingueriani non avevano più nulla da offrire alla classe operaia», di conseguenza non rimaneva che volgere lo sguardo sempre più a sinistra. Oltre il Pci. Per diffondere l’ideologia estremista in contrasto con quella più moderata e «ufficiale» di Botteghe Oscure, a partire dal 1969 vennero costituiti alcuni fogli «di lotta».
Tra i tanti, alcuni ebbero fortuna, altri, chiusero dopo pochi numeri. Lotta Continua inizialmente uscì a cadenza quindicinale, poi divenne un quotidiano. I militanti appresero la notizia della trasformazione del loro foglio di riferimento in quotidiano nell’agosto del ’71 nel corso di un affollato convegno che si tenne a Bologna. Come promesso (direttore Adele Cambria) l’11 aprile ’72 uscì il numero uno di Lotta Continua quotidiano (registrazione del Tribunale di Roma 14.442 del 13 marzo ’72). Aggressivo il titolo d’apertura della prima pagina: «Così i padroni della Dc si preparano alla guerra civile contro i proletari». Una nota importante: bisogna sapere che quasi sempre la società che «produce» un quotidiano non è la stessa che fisicamente lo stampa. Una cosa è l’editore, i giornalisti che scrivono, altra lo stampatore. La redazione del quotidiano militante si trovava a Roma in via Dandolo al civico 10. Anche la stampa si faceva nello stesso edificio: incaricata era la società Art Press. Una società a responsabilità limitata con oggetto sociale «l'esercizio dell'attività tipografica ed editoriale». L'Art Press venne costituita a Roma il 1° dicembre ’71, pochi mesi dopo l’annuncio fatto durante il convegno di Bologna. A sorpresa nella compagine societaria troviamo degli americani. Amministratore della piccola stamperia risulta essere Robert Cunnigham junior, nato nello Stato dell’Ohio. Nella stessa strada vi era la Dapco che stampava Daily American, il giornale degli americani a Roma, ancora una volta, amministratore era un Cunningham. Alla fine del ’75 il quotidiano Lotta Continua si trasferì in via dei Magazzini Generali al civico 32/a (direttore Enrico Deaglio). Cambiò sede e cambiò stampatore: questa volta i fogli scorrevano tra i rulli della Tipografia «15 Giugno» con sede nella stessa via, ma all’attiguo civico 30. Tra i soci della nuova tipografia, con una quota minoritaria, vi era anche il solito Robert Cunningham junior (insieme, tra l’altro, a Marco Boato).
Non distante dalla Tipografia «15 Giugno» si trovava la società per azioni Rome Daily American che stampava in lingua inglese il quotidiano degli americani che vivevano in Italia. Per ribadire la liaison tra la via Dandolo e i legittimi interessi statunitensi, va segnalato che a partire dal dicembre 1982 allo stesso indirizzo dove si stampava Lotta Continua si insediò la società Am.P.Co. Srl, American Publishing Company, società a responsabilità limitata. E nuovamente troviamo Robert Cunnigham junior a ricoprire la carica di amministratore unico. Naturalmente avere ricoperto cariche societarie in società che stampavano il famoso quotidiano Lotta Continua non costituisce reato: ognuno è libero di spendere o investire soldi o tempo come meglio crede. Non mi meraviglia se uno o più membri della famiglia Cunningham abbiano amministrato o abbiano ricoperti altri incarichi in un’azienda che stampava il quotidiano Lotta Continua. Ciò che fa alzare il sopracciglio è la posizione della dirigenza, o di chi sapeva, in Lotta Continua. Come faceva il movimento extraparlamentare di sinistra a conciliare una politica apertamente anti-americana quando i soci della stamperia venivano da Oltreoceano.

Per più di trent’anni nessuno l’ha cercata. E non era lontana, abbandonata lì, nel parcheggio di Villa Borghese. Una Bmw grigio-oro, quella che ha portato Emanuela Orlandi lontano, via per sempre. Da quella automobile che da oltre un anno è a disposizione della polizia scientifica e di chi sta cercando di fare luce sul sequestro è saltato fuori un nome: quello del sequestratore.
Gli inquirenti ci sono arrivati attraverso un pista parallela a quella fornita dalla supertestimone Sabrina Mainardi e non è possibile sapere se quest’uomo sia ancora in vita. Il riserbo è massimo. Ma certamente dopo tanto tempo si è a un passo dalla verità. Mario, il telefonista non solo è stato individuato ma sarebbe già stato ascoltato dalla Procura. L’uomo che quel 23 giugno del 1983 fece salire la cittadina vaticana sulla Bmw sarebbe stato riconosciuto da almeno un testimone. Di chi si tratta? Di quell’automobile si sa solo che è appartenuta al faccendiere Flavio Carboni e che poi era stata intestata a diverse società. Ma per qualche tempo è esistita anche una seconda pista inseguita da uno 007 che aveva individuato nello steso De Pedis e Sabrina Mainardi i proprietari della vettura. A quasi due anni dalla riapertura delle indagini si può dire che la pista della «inattendibile» signora Mainardi ha portato i suoi frutti.
La famiglia Orlandi, è bene dirlo subito, non ha mai troppo creduto alla pista vicina alla Banda della Magliana. Eppure tutto coincide e tutte le dichiarazioni della Mainardi hanno trovato riscontro. C’era la Bmw, c’era il tunnel che attraversava mezza Roma e che veniva utilizzato dalla Banda, c’era lo stanzino segreto con bagno e brandina dove Emanuela sarebbe stata segregata per qualche tempo. Se si inseguono le testimonianze e si mettono insieme i pezzi, il giallo della scomparsa di Emanuela porta ad un unico filo che tiene insieme la banda criminale più potente di Roma, i segreti del Vaticano, il mistero della tomba di un pluriassassino come De Pedis ospitata nella cripta di una delle basiliche riservate a cardinali e papi e forse anche la scomparsa del banchiere Calvi.
Il rapimento di Emanuela non sarebbe legato ai Lupi Grigi o alla liberazione di Ali Agca, ma a una becera storia di sesso con ragazzine. Una storia finita male e che avrebbe avuto come protagonisti personaggi eccellenti. Sabrina Mainardi in questi anni durante i quali è stata ascoltata a più riprese non ha mai cambiato versione. Spiegava: «Ho dovuto mantenere il silenzio per trent’anni perché i boss mi avevano minacciato la figlia. Ma quando mia figlia si è trovata ad avere a che fare con la giustizia ho capito che era il tempo». Emanuela Orlandi, raccontava, lei l’aveva conosciuta. Anzi. Era stata lei stessa a portarla in Vaticano a bordo di una Bmw e lì l’aveva consegnata ad un uomo vestito in abiti talari. «Sembrava ubriaca. Rideva, piangeva... era in uno stato di alterazione». Così la donna di Renatino De Pedis ha raccontato il calvario di Emanuela. Secondo la Mainardi Emanuela sarebbe stata rapita su ordine di Monsignor Marcinkus. Segregata, drogata, infine uccisa o più probabilmente «morta per errore» e gettata poi come un sacco in una betoniera di una casa in costruzione a Torvajanica da uomini abituati a disfarsi di cadaveri. È forse per questo che poi De Pedis ebbe l’onore della sepoltura in una basilica?
Reticenze, silenzi, depistaggi. Anche Vincenzo Parisi, all’epoca numero due del Sisde, in un rapporto sul caso Orlandi lamentava l’ostilità degli alti prelati. Resta sempre in piedi la curiosa vicenda di Raul Bonarelli, numero due della sicurezza vaticana, unico indagato per depistaggio ma mai interrogato. Bonarelli, convocato in Procura, avrebbe avuto ordini di non rivelare quanto accadde in Vaticano dopo la scomparsa di Emanuela.
In un’intercettazione telefonica presa alle 19.53 del 12 ottobre 1983. Raoul Bonarelli parla con un interlocutore che chiama «Capo».
Capo: «Pronto!..».
Bonarelli: «Dica...».
Capo: «Che sai di Orlandi? Niente!...Noi non sappiamo niente!...Sappiamo dai giornali, dalle notizie che sono state portate fuori!...Del fatto che è venuto fuori di competenza...dell’ordine italiano».
Bonarelli: «Ah, cosa devo dire?».
Capo: «Ebbè, eh... Che ne sappiamo noi? Se tu dici: “Io non ho mai indagato”...Non dirlo che è andato alla Segreteria di Stato».
Bonarelli: «No, no... Noi io all’interno non devo dire niente. Niente». Capo: «All’esterno però... che è stata la magistratura vaticana...se ne interessa la magistratura vaticana...tra di loro questo qua...Niente dici, quello che sai te niente!».
Bonarelli: «Cioè se mi dicono però se sono dipendente vaticano, che mansioni svolgo, non lo so, mi dovranno identificare, lo sapranno chi sono...».
Capo: «Eh, sapranno, perchè che fai, fai servizio e turni e sicurezza della Città del Vaticano, tutto qua». Bonarelli: «Eh va bene, allora domani mattina vado a fare questa testimonianza, poi vengo, vero?».
Capo: «Poi vieni».
Dunque sul caso Orlandi il Vaticano aveva istruito un’inchiesta riservata il cui esito è stato consegnato alla Segreteria di Stato e la Vigilanza vaticana ha sempre taciuto agli investigatori italiani.
Del ‘93 è l’incredibile intervista rilasciata dal cardinale Silvio Oddi al quotidiano «Il Tempo». «Emanuela Orlandi - disse il cardinale - non venne sequestrata all’uscita dalla scuola di musica ma quella sera tornò a casa a bordo di un’automobile di lusso sulla quale ripartì. L’ignoto accompagnatore attese la ragazza alla Porta di Sant’Anna probabilmente (dice Oddi) per non farsi vedere dalle guardie svizzere che avrebbero potuto riconoscerlo».

Anna Tarquini Unità 21.11.2009
RipensareMarx 20 novembre 2009
I mendicanti mendicano, i ladri rubano, le puttane puttaneggiano
(B. Brecht, L’opera da tre soldi)
…E i traditori tradiscono. Apprendiamo con estrema soddisfazione la notizia secondo la quale Massimo D’Alema – detto anche baffino di ferro, colui che da Premier fu in grado di trasformare palazzo Chigi nell’unica Merchant bank dove non si parlava inglese (Guido Rossi) ma si facevano ugualmente gli interessi della finanza anglo-americana; il Condottiero fiero che portava all’arrembaggio fantomatici capitani coraggiosi, col compito di scalare le grandi imprese pubbliche, senza il becco di un quattrino; l’amico intimo dei più scaltri e rampanti banchieri (in Puglia ancora si piange per la Banca 121) che rubavano ai poveri per dare ai ricchi; il più filoamericano dei socialisti ex piccìsti di casa nostra, l’uomo che nel ’99, sempre da Primo Ministro, riuscì a far passare l’aggressione alla Serbia (Cossiga ha più volte dichiarato, senza mai essere smentito, di aver affossato Prodi e di aver favorito l’ascesa di Spezzaferro perché agli americani serviva una specie di “fido” che facesse un lavoretto pulito senza scatenare l’opinione pubblica pacifinta e di sinistra), giustificandosi nella neolingua tipica dei servitori sciocchi dell’impero, come una difesa integrata per ragioni umanitarie; il gran visir di “Sicofantia” che sorrideva e salutava i suoi padroni in visita nella “Provincia” con welcome e bye bye a profusione (altro che politica del cucù di Berlusconi)- non sarà il candidato alla carica di Mr. Pesc del PSE.
Al suo posto i socialisti europei propongono l’inglese Catherine Ashton. Si tratta di una forma di risarcimento alla Gran Bretagna dopo che lo stesso PSE aveva escluso Tony Blair dalla corsa per la presidenza stabile dell’UE. Certo, la motivazione con la quale i socialisti europei hanno fatto fuori D’Alema è ancor più pretestuosa delle ragioni che avevano invogliato Berlusconi & C. a proporlo nel ruolo di “Ministro degli esteri” di Eurolandia.
Il re di Gallipoli non sarebbe presentabile, secondo il capogruppo dei socialdemocratici al parlamento europeo, Martin Schulz, poiché designato da una compagine politica non socialista. Stendo un velo pietoso su questa motivazione per quanto a noi vada benissimo così. Tuttavia non posso esimermi dal fare un altro appunto. Il fatto che i socialisti lascino una carica così importante alla Gran Bretagna, l’unico paese membro che sta solo con un piede in Europa e con entrambe le chiappe ben piazzate nella sua ex-colonia, la dice lunga sulla lungimiranza e sull’autonomia che vestirà la politica estera dell’Unione. Ancora una volta i sinistri, in tutto il continente, si rivelano il ponte levatoio abbassato dal quale passano tutti i nemici dei popoli europei.
È bastato che in un’intervista il neosegretario del Partito Democratico, Luigi Bersani, indicasse come sua priorità il lavoro, che immediatamente Walter Veltroni lo ammonisse a non tornare indietro, cioè a non farsi venire tentazioni di tipo socialista.
La cosa può far sorridere, se si pensa che Bersani si è sempre distinto come alfiere delle privatizzazioni, in questo secondo soltanto al principe della sedicente “libera concorrenza”, cioè Giuliano Amato. Bersani è un uomo della Lega delle Cooperative, che, anche grazie a lui, gestisce gli appalti pubblici del Centro-Nord Italia, insieme con la Compagnia delle Opere di Comunione e Liberazione. Bersani ha sempre spinto per la cessione in mani private di una serie di servizi pubblici, perciò da ministro, sin dal 1999, ha cercato di smembrare l’Enel e di limitarne il monopolio, favorendo i privati o le municipalizzate delle città del Centro-Nord. Avrebbe volentieri proseguito su questa strada, se la caduta dell’ultimo governo Prodi non lo avesse bloccato.
In realtà Bersani non pensa ad una politica socialista, ma ad una politica che vada a favore di quella piccola e media impresa organizzata di cui è emissario, perciò deve prendere in considerazione quelle misure che consentano un rilancio del mercato interno; non ultima la possibilità di abolire la Legge 30, conosciuta dai media come Legge Biagi (non perché l’economista ucciso dalle presunte BR l’abbia davvero ideata e stilata, ma solo perché la sua icona di vittima del terrorismo è servita a rendere intoccabile la legge). La Legge 30 ha sortito in questi anni i risultati prevedibili: non solo ha scoraggiato le produzioni ad alta tecnologia, favorendo le attività di commercializzazione di prodotti esteri, ma ha soprattutto depresso il mercato dei beni durevoli, poiché i precari non possono permettersi di comprare case, e neppure automobili, elettrodomestici e mobilio. Verso la fine del 2006 sembrò che il governo Prodi fosse deciso a modificare la Legge 30, e persino la Confindustria sembrava pronta a lasciar fare, salvo riservarsi la sua solita propaganda vittimistica, utile ad estorcere al governo altri favori.
In quell’occasione a fermare la revisione della Legge 30 fu però l’alt di Walter Veltroni, ancora sindaco di Roma, ma già segretario in pectore del costituendo Partito Democratico, molto prima che la sceneggiata delle elezioni primarie lo sancisse ufficialmente.
Veltroni prese le difese della Legge 30, ed arrivò ad intitolare a Marco Biagi una strada della Capitale. In quei mesi Veltroni era tutto impegnato nella sua campagna per liquidare il socialismo, con una profondità di argomentazioni che lascia ancora ammirati. Secondo Veltroni, infatti, il socialismo appartiene al ‘900, e dato che siamo negli anni 2000, non si può più essere socialisti. Evidentemente nessuno ha ancora avvisato Veltroni che il liberalismo, come ideologia, è nato nel ‘600, mentre il liberismo nel ‘700, perciò il socialismo può ritenersi molto più fresco.
Ma le stupidaggini di Veltroni non sono altro che la traduzione in “storichese” dei consueti slogan del Fondo Monetario Internazionale, che impongono immancabilmente l’abbassamento del costo del lavoro e la compressione dei consumi interni. Sin dal 1946, anno della sua costituzione, il FMI ha una sola convinzione: che tutti i Paesi vivano al di sopra dei loro mezzi, non conta quanto siano affamati, perciò devono essere disposti a far sacrifici e lavorare sodo. Insomma, il FMI vuole che tutti i Paesi siano poveri, altrimenti le multinazionali non possono entrarvi a fare il proprio comodo. La filosofia colonialistica del FMI ritiene che la povertà costituisca il principe dei business, perché, da che mondo è mondo, depredare i poveri risulta molto più agevole che depredare i ricchi. Dunque la Legge 30 mirava alla pauperizzazione, ed ha raggiunto lo scopo.
In base a questi criteri, Bersani può essere considerato un pericoloso socialista, e non perché sia tale, ma solo perché è legato ad imprese che ricaverebbero un vantaggio da un rilancio della domanda interna. Veltroni non ha di questi legami, poiché è, a tutti gli effetti, un uomo del FMI e delle multinazionali. Uno sradicato come lui era riuscito ugualmente ad impadronirsi del Partito Democratico, perché ha potuto galleggiare sull’onda dei media, che sono tutti controllati dalle multinazionali.
Ad esempio, negli anni ’90 nessun giornale italiano prese posizione contro lo smembramento della Jugoslavia, che pure costituiva uno dei principali mercati dei prodotti italiani. Sui giornali e nelle televisioni erano solo gli interessi delle multinazionali anglo-americane e tedesche a fare opinione, e chi si opponeva era considerato comunista, anche se il suo unico intento era di vendere in Jugoslavia i propri prodotti.
Da quale tema sono occupati oggi i media? Dall’emergenza criminalità al Sud, che, non a caso, Veltroni considera la “prima emergenza nazionale”, altro che lavoro. Veltroni pensa in realtà all’emergenza delle multinazionali, poiché sono queste a volersi impadronire - attraverso la loro longa manus delle Organizzazioni Non Governative - di una serie di servizi pubblici e di beni culturali al Sud, ufficialmente per sottrarli alla criminalità organizzata, quindi “a fin di bene”. Che poi la criminalità organizzata sia più presente proprio laddove risulta maggiore la concentrazione di insediamenti militari statunitensi, costituisce per i media un dettaglio insignificante, anzi irriferibile.
La maggiore potenza comunicativa del colonialismo rispetto alle normali forme di corruzione legate al territorio - come appunto quella della banda Bersani -, non è dovuta ad una semplice superiorità quantitativa, cioè ad una maggiore disponibilità di mezzi di comunicazione, ma è l’effetto di un vero e proprio salto di qualità nella comunicazione. Tutti fanno propaganda e ognuno tira l’acqua al proprio mulino, ma le potenze coloniali non agiscono in termini di semplice propaganda, bensì di guerra psicologica, in termine tecnico: psywar. L’esistenza della psico-guerra non costituisce un segreto di Stato e neppure un segreto militare, ma solo un segreto giornalistico, nel senso che i media, pur avendo a disposizione sull’argomento una massa di informazioni, anche di carattere ufficiale, si guardano bene dal parlarne; altrimenti non si potrebbe più far passare da paranoici quelli che dubitano delle versioni ufficiali.
Il falso documento visivo costituisce, ad esempio, un espediente che è stato inventato dalle agenzie di guerra psicologica; uno strumento che riesce a spiazzare completamente le normali tecniche comunicative, drammatizzando a dismisura il messaggio. Quest’anno cade l’anniversario della caduta del Muro di Berlino, e le televisioni stanno riproponendo uno di quei falsi “classici” della psywar, cioè il famoso filmato dei presunti cittadini berlinesi che si gettano dalla finestra per oltrepassare il confine di Berlino Est.
Un altro vantaggio della psywar coloniale rispetto alla normale propaganda consiste nell’uso di tecniche tipiche delle forze di occupazione, come il reclutamento di competenze sul campo. Tutto ciò può essere realizzato a costi bassissimi, poiché non sempre - anzi, quasi mai - si tratta di agenti regolarmente pagati, ma di volontari sfruttati per mezzo delle loro aspettative di carriera e di inserimento ad alti livelli. I due video circolati in questi ultimi tempi su omicidi commessi a Napoli tra l’indifferenza dei passanti, smascherano la loro natura di falsi proprio per la strana omogeneità di stile e di temi che presentano; ma è anche probabile che il regista, o i registi, che li hanno confezionati abbiano lavorato gratis o quasi, solo per la speranza di potersi inserire in un grosso giro.
Lo stesso vale per i disturbatori della comunicazione antagonista su internet, che intasano i forum prendendo a bersaglio i detrattori delle versioni ufficiali, da quella sull’11 settembre a quella sulla funzione delle banche centrali. Anche in questo caso non bisogna pensare all’agente della CIA, regolarmente stipendiato, che svolge la sua routine di provocatore; al contrario si tratta di volontari o di precari della provocazione in ambito psywar, che lavorano ed esercitano creativamente le loro competenze comunicative, inventano slogan, adottano sigle e nomi diversi che gli consentono di creare l’illusione di un vero e proprio contradditorio; ma tutto questo senza percepire veri compensi, bensì soltanto per mettersi in evidenza di fronte ai propri committenti, e nella speranza di poter accedere ad un vero rapporto di lavoro.
È la stessa cosa che avviene quando si inducono ragazze desiderose di entrare nel mondo dello spettacolo a sottoporsi gratuitamente a provini, che, in quanto tali, non sono compensati, ma poi vengono ugualmente utilizzati e venduti come materiale da trasmettere e diffondere.
Una delle esponenti più in vista della psywar è oggi Milena Gabanelli, in prima linea nell’aprire la strada al business delle ONG anglo-americane nel Sud d’Italia, da lei presentato come un territorio in avanzato stato di degenerazione materiale e morale, quindi da “salvare”. Ebbene, la Gabanelli è a tutt’oggi una precaria, poiché questo significa realmente la espressione “free lance”, cioè una lavoratrice senza contratto stabile, usa e getta.
La psywar coloniale quindi non ha bisogno di comprare e pagare, ma sfrutta le aspettative e le speranze dei tanti che aspirano a vendersi.
Comidad 12.11.2009
Ingrid, nata e cresciuta nella DDR, ai tempi della caduta del muro aveva 28 anni: "Abbiamo svenduto il nostro paese e i nostri valori per due banane. Basta con la retorica della libertà"
BERLINO - Vent'anni fa cadeva il muro di Berlino. Una ricorrenza che, anche da noi, è ricordata. Forse più che in Germania. In Ticino e in Italia giornali e televisioni hanno dedicato speciali e approfondimenti per un evento considerato di portata storica. Molta la retorica sulla libertà ritrovata. "Una retorica vista soltanto con gli occhi dell'Occidente" ci dice Ingrid, nata e cresciuta nella DDR. Ai tempi della caduta aveva 28 anni. "Sinceramente - ci racconta - quando è caduto il muro non ero tra le più entusiaste. E penso di non essere stata l'unica. Una cosa è vedere le immagini alla tv dei 50mila che attraversavano la frontiera, un'altra è capire come hanno vissuto gli altri cittadini della DDR questo 9 novembre. Io, personalmente, sentivo un vuoto interiore indescrivibile e l'angoscia dell'incognita del futuro."
La libertà è un’illusione - Ingrid, cresciuta a Lipsia, studi di economia alla Humboldt a Berlino Est, segretaria scolastica della FDJ, non vuole essere considerata la solita comunista nostalgica della DDR che ricorda con malinconia la giovinezza persa: "Sono stufa di sentire che noi 'Ossis' (tedeschi dell'est) siamo nostalgici dei tempi di una gioventù perduta. Non è vero. Poi, io, al partito non mi sono mai iscritta. La cosa che mi fa rabbia è sentire parlare di libertà riconquistata". E poi, ispirandosi alla hegeliana "Freiheit ist Einsicht in die Notwendigkeit": "La libertà assoluta non esiste. E' un'illusione. Noi nella DDR avevamo limitazioni riguardanti i permessi di viaggiare in Occidente. Ma mi sentivo libera lo stesso, andavo in vacanza in Ungheria o in Bulgaria, sul Mar Nero. Ma cosa vuol dire essere liberi? Mi sentivo più libera dei tanti disoccupati di Germania. Con i loro soldi contati per mangiare, sono più liberi di muoversi di quello che eravamo noi nella DDR, dove il lavoro era un diritto? In Germania, per essere accettati alla visita medica, bisogna pagare 10 euro. Molti senza lavoro che necessitano di cure, non hanno neppure i 10 euro per potersi permettere una visita. E lei questa, la chiama libertà?"
Mai iscritta al partito - Ingrid ama definirsi uno spirito libero: "Non sono mai stata iscritta al partito. Prima di andare all'università avevo spiegato ai dirigenti locali del partito che non ne ero convinta fino in fondo e che avrei deciso soltanto dopo la fine degli studi. Hanno capito e rispettato la mia decisione. Sinceramente detestavo coloro che si iscrivevano al partito soltanto per fare carriera".
Non manifestate - Ingrid amava il suo stato, la DDR: "A Lipsia, nel 1989, quando c'erano le manifestazioni di piazza contro il governo mi arrabbiavo e urlavo contro i manifestanti, imprecavo loro di fermarsi perché avrebbero portato alla rovina la Repubblica Democratica".
Relazioni pericolose e la Stasi - Una Repubblica che, ormai, nel 1989 viveva il suo ultimo anno di vita. Ingrid lavorava in un ostello della gioventù di Lipsia, frequentato da molti giovani occidentali: "Feci amicizia con molti tedeschi dell'Ovest e olandesi. Ci sentivamo anche per telefono, fino a quando un giorno, un collega mi ha avvertito, di nascosto, di fare attenzione, perché avrei rischiato grosso". La Stasi, infatti, si era accorta dei suoi contatti con gli occidentali: "Dopo la fine della DDR sono venuta a sapere che un giorno era stata nel mio appartamento, un quattro locali (a 75 marchi dell'est mensili) mentre ero al lavoro. Non ho avuto mai conseguenze della loro visita. Avevano capito che, nonostante i miei contatti con l'Ovest, non avrei mai lasciato il mio paese. In fondo, non ne sentivo il bisogno".
Scuola e ideologia - Un paese dove "l'istruzione era di prima categoria, i servizi medici e ospedalieri erano gratuiti e accessibili a tutti". "Siamo cresciuti con principi sani: la solidarietà, la pace, il lavoro. Un giorno alla settimana, durante gli anni del liceo c'era il cosiddetto 'giorno del lavoro'. Erano molto importanti le materie umanistiche. Venivano organizzati concorsi di poesia. Io me la cavavo bene. Ma poi abbandonavo. Quando si arrivava a un certo livello le tematiche poetiche erano soltanto politiche e mi ritiravo, perché non volevo essere costretta a scrivere testi ideologici".
L’aborto - Ingrid non si sottrae ad evidenziare anche i lati negativi di quello, che considera, ancora oggi, il suo stato: "C'era un certo disprezzo di alcuni aspetti etici e morali che non condividevo. Abortire, per esempio, era molto facile. Bastava andare all'ospedale. E sono molte le donne che ho visto soffrire per un intervento che ti lascia un segno indelebile dentro, per tutta la vita".
Svenduta la DDR per due banane - Ingrid abita nell'Ovest, i suoi genitori nell'est. Ingrid fa la cameriera in un locale per 8 euro all'ora. I suoi studi di economia alla Humboldt non sono serviti a nulla e ha poco tempo, oggi, per pensare al muro caduto: "Le condizioni di lavoro nella Germania Federale stanno peggiorando sempre più. Dobbiamo combattere ogni giorno per non perdere il nostro posto di lavoro. Dobbiamo lavorare duro, il doppio rispetto al normale. Lavorare anche per chi, in pratica, il lavoro non ce l'ha. E la cosa mi distrugge, perché ci sentiamo ancora più ricattabili e si vive con l'eterna angoscia di perdere il posto di lavoro. Un'angoscia che nella DDR non esisteva. Eravamo tranquilli, perché il lavoro era un diritto, per tutti, uomini e donne (le donne con figli avevano un giorno al mese di congedo lavorativo da dedicare alla famiglia). E io penso che questo sia un valore fondamentale. La consapevolezza di poter avere la possibilità di migliorarsi, a livello intellettuale e personale, con lo studio e il lavoro. Valori più alti rispetto ai supermercati pieni del superfluo. Il rammarico è di esserci svenduti alla Germania Federale. Di esserci fatti annettere per due banane, quelle banane che noi non trovavamo nei nostri negozi. Abbiamo buttato al macero tutti i nostri valori. Con l'illusione di promesse, finora mai mantenute".
Paolo d'Angelo TIO 09/11/2009
Le conclusioni dello studio aprono un dibattito ideologico
La rivista Lancet: nell'Est la mortalità è aumentata del 13% per le privatizzazioni
Quanti morti può fare una privatizzazione? O meglio — se un conto si può fare — quante vite è costato il passaggio dal comunismo al capitalismo? E ancora: si può conteggiare l'effetto delle ricette economiche che quella transizione l'hanno dettata negli eltsiniani (e clintoniani) anni Novanta? Il conto è stato fatto. Pubblicato su una delle più prestigiose riviste di medicina internazionali, l'inglese Lancet, 4 anni di lavoro, modelli matematici complessi, basandosi sui dati del'Unicef dal 1989 al 2002. La conclusione: le politiche della privatizzazione di massa nei Paesi dell'ex Unione Sovietica e nell'Europa dell'Est hanno aumentato la mortalità del 12,8%. Ovvero, hanno causato la morte prematura di 1 milione di persone.
Non che, finora, qualche stima non fosse stata fatta. L'agenzia Onu per lo sviluppo, l'Undp, nel '99 aveva contato in 10 milioni le persone scomparse nel tellurico cambio di regime, e la stessa Unicef aveva parlato dei 3 milioni di vittime. Lo studio di Lancet (firmato da David Stuckler, sociologo dell'Oxford University, da Lawrence King, della Cambridge University e da Martin McKee, della London School of Hygiene and Tropical Medicine) invece parte da una domanda diversa: si potevano evitare tante vittime, e sono da addebitare a precise strategie economiche? La risposta è sì. Ed è la «velocità » della privatizzazione che — secondo Lancet — spiega il differente tasso di mortalità tra i diversi Paesi. Si moriva di più dove veniva adottata la «shock therapy»: in Russia tra il '91 e il '94 l'aspettativa di vita si è accorciata di 5 anni. Nei Paesi più «lenti », invece, come Slovenia, Croazia, Polonia, si è allungata di quasi un anno.
Grazie, signor Jeffrey Sachs. Perché se gli operai inglesi negli anni '80, come nel film di Ken Loach, «ringraziavano» la signora Thatcher, gli operai delle fabbriche chiuse dell'Est devono (in parte) la loro sorte al geniale economista americano, consigliere allora di molti governi dell'Est. E infatti il signor Sachs ha risposto piccato, con una lettera al Financial Times. Ma quel «milione di morti» ha ormai accesso il dibattito ai due lati dell'Oceano, sulle pagine del New York Times e nei blog economici. «S'è scatenata — risponde da Oxford David Stuckler — una rissa ideologica, ma noi non volevamo infilarci in un dibattito politico. Volevamo puntare l'attenzione sui rischi sociali. E poi, il nostro non è un attacco alla shock therapy, tant'è che analizziamo solo le privatizzazione, non le liberalizzazioni o le politiche di stabilizzazione».
E il signor Sachs? Contesta i numeri. Dice, all'Ft, che «dove sono stato consigliere, come in Polonia, non c'è stato nessun incremento della mortalità». E il caso russo, dove sono state «vendute 112mila imprese di Stato» dal '91 al '94 contro le 640 della Bielorussia, e i tassi di mortalità sono 4 volte maggiori? Colpa delle diete russe, dice Sachs, ma più ancora del crollo dell'impero, «degli aiuti negati dagli occidentali a Mosca», «tanto che nel '94 mi sono dimesso» da consigliere del Cremlino*. Non rinuncia all'occasione di seppellire Sachs il suo vecchio nemico, il Nobel Joseph Stiglitz. «Lancet ha ragione, la Polonia è stata un caso di politiche graduali. Quanto alla shock therapy, guardando indietro, è stata disastrosa. Pura ideologia, che ha distorto delle buone analisi economiche».
C'è un altro dato che emerge nella ricerca. Il legame disoccupazione-mortalità nell'ex Unione sovietica. «Il perché è evidente: erano le fabbriche che spesso garantivano screening medici», dice Stuckler. Con la loro chiusura nell'ex Urss è crollato anche il sistema sociale. Numeri impressionanti di morti per alcol, di suicidi. «Mentre dove c'era una forte rete sociale — come nella Repubblica ceca in cui il 48% delle persone faceva parte o di un sindacato o va in Chiesa — l'impatto è stato quasi nullo».
Il sociologo Grigory Meseznikov, uno dei più apprezzati politologi dell'Europa dell'Est, risponde al telefono al Corriere che «sì, sui ceti inferiori l'impatto è stato forte. Ma poi, accanto ai danni immediati, bisogna valutare i benefici e l'impatto positivo a lungo termine». A Lubiana, il sociologo Vlado Miheljak, invece, ricorda che «tra i motivi del successo sloveno, a parte la maggiore integrazione con l'Ovest, c'è stata soprattutto la lentezza. Allora tutto il mondo ci criticava perché non privatizzavano come i cechi, come gli ungheresi. Invece probabilmente, è stata la nostra salvezza».
Mara Gergolet Corriere 23 gennaio 2009

*Ma solo dopo aver concluso il compito per cui era stato inviato in Russia: distruggere il più possibile.
Massimo Mazzucco Luogocomune 9/11/2009
La nascita dell’”American Dream”, dal capitolo “Petrolio” del film “Il nuovo secolo americano”:
Come descritto in un articolo precedente, fu Edward Bernays, il nipote di Freud emigrato in America, a formulare il moderno concetto di propaganda, che si distingueva da quello della semplice pubblicità perchè proponeva, per la prima volta nella storia moderna, una associazione fra idee ed oggetti di tipo irrazionale.
In altre parole, fino a quel giorno la pubblicità aveva semplicemente decantato le qualità dei vari prodotti: fa bene, rinfresca, è più veloce, fa digerire. Bernays invece suggeriva di passare dalla porta di servizio - l’inconscio - proponendo una associazione fra idea e prodotto assoltamente irrazionale ed illogica, ma emotivamente molto più efficace.
Era nata la propaganda, che significa letteralmente “le cosa da propagare”, ovvero le idee da diffondere nelle masse per i motivi più diversi, dal semplice lucro al più sofisticato indottrinamento ideologico.
Ma l’idea di Bernays non era sufficiente per realizzare fino in fondo l’ambizioso progetto di controllo delle masse che stava alla sua radice: fu solo quando un certo Gallup, dopo la guerra, introdusse i cosiddetti “sondaggi di opinione”, che il meccanismo fu completo e pronto per l’uso.
Ora non solo si sapeva “come” fare per far accettare alle masse determinate ideologie o prodotti, ma si sapeva anche “cosa” produrre con esattezza, per soddisfare al meglio i loro desideri.
Negli anni ’50 in America fu un vero e proprio fiorire di “scuole di pensiero” propagandistico, con orde di psichiatri che si vendevano volentieri alle nascenti corporations, desiderose di mettere a frutto al più presto le sofisticate teorie della tradizione freudiana (nel frattempo Anna Freud aveva fatto irruzione sulla scena americana, rilanciando le teorie del padre ben oltre i limiti intravisti dallo stesso fondatore della psicanalisi).
Ma il vero scopo del controllo delle masse, come sappiamo, non è di riuscire a vendere alla popolazione milioni di spazzolini da denti, saponette o automobili, ma di incanalare il loro esplosivo potenziale mentale verso pascoli del tutto innocui dal punto di vista politico-sociale.
Nel frattempo infatti la grande industria, in alleanza con i banchieri, si era impadronita del potere effettivo, e l’ultima cosa che desideravano personaggi come Mellon, Rockefeller o Hearst era di assistere ad un improvviso “risveglio” della popolazione dal lento sonno in cui li stavano inducendo.
La lezione della rivoluzione russa era ancora vivida di fronte ai loro occhi.
Nel frattempo era anche sorto un problema paradossale: le catene di montaggio e la produzione di massa erano talmente efficienti che l’offerta del mercato superava di gran lunga la domanda, in una popolazione reduce da una guerra in cui aveva imparato ad accontentarsi del minimo indispensabile.
Risultò quindi evidente che l’alternativa “spingere i prodotti” o “spingere le ideologie” fosse solo una falsa alternativa, e che il tutto andasse invece risolto fondendo le due cose in una: nasceva così il “consumismo”, vera e propria filosofia di vita che ha caratterizzato l’intera storia americana negli ultimi 50 anni.
Da una parte la “propaganda” si preoccupava di lanciare continuamente prodotti che rendeva “indispensabili” tramite il collaudato meccanismo subliminale, dall’altra si preoccupava di trasformare gli americani in “macchine di consumo”, dove la necessità fosse lentamente rimpiazzata dal desiderio. (Vedi estratto video).
Con la stessa “fame” con cui l’americano si metteva in coda, negli anni ’30, per un pezzo di pane, ora doveva mettersi in coda per il nuovo modello di Chevrolet in uscita a Natale.
Era nato lo status symbol, essenza ultima del lungo percorso nel subconscio collettivo iniziato da Bernays trent’anni prima.
A quel punto deve essere stato un sogno ad occhi aperti, per banchieri e industriali dell’epoca, vedere milioni e milioni di cittadini che marciano ordinati ogni mattina verso una fabbrica dove produrranno oggetti assolutamente inutili, che poi correranno a casa a sognare di possedere.
Il tutto regolato da un sapiente flusso di denaro fasullo, il cui potere d’acquisto è perennemente in balìa del pendolo inflazionistico, gestito in modo da tenere ciascun cittadino sul baratro costante fra desiderio di consumo del superfluo e soddisfazione dei suoi bisogni più essenziali.
Non a caso Schopenahuer definiva l’angoscia come distanza fra l’oggetto del desiderio e la sua realizzabilità. Grazie a questo meccanismo desiderio-soddisfazione, tenuto continuamente sul filo del rasoio, è nata la società di frustrati, disadattati e angosciati che conosciamo oggi come “mondo occidentale”.
C’è gente che venderebbe la madre pur di avere il nuovo televisore al plasma della Sony.
Ma i danni del consumismo esasperato non finiscono qui: è proprio nel nome del consumismo che il capitalismo ha subito la trasformazione da sistema economico puro, basato sulla competitività e sul libero mercato, a giustificazione ideologica per perseguire ad ogni costo i migliori risultati economici a breve termine, anche a costo di calpestare principi “a lungo termine” di ben diverso ordine morale.
Quando senti George W. Bush dire “Non possiamo imporre alle fabbriche un tetto fisso di inquinamento, perchè ci costerebbe troppo”, significa che il capitalismo ha perso la sua funzione di stimolo produttivo all’interno della società, arrivando a metterne in pericolo la stessa sopravvivenza.
E ora che le conseguenze di questi errori si stanno palesando in modo macroscopico, c’è il rischio effettivo di un “risveglio” popolare di tale portata e dimensioni da far apparire la rivoluzione russa una sagra di paese.
Ma è proprio qui che si può apprezzare il vero capolavoro svolto dai “propagandisti” nei decenni passati: non solo si sono preoccupati di trovare il modo migliore per vendere oggetti inutili ai popoli dell’occidente, ma sono anche riusciti a convincerli di essere loro gli unici fautori del proprio destino: l’hanno chiamata ”libertà”, ed è il prodotto più sublime, eccelso e irrinunciabile che la propaganda dei potenti sia mai riuscita a vendere alle masse.
E’ un prodotto talmente sofisticato ed eccelso che si riesce addirittura a convincere la gente ad andare a morire in battaglia in terre lontane – usando le armi da te prodotte, naturalmente – pur di difenderlo.
La “libertà” dell’occidente è un prodotto propagandistico talmente prezioso che per proteggerlo è stata inventata una armatura imperforabile: la “democrazia”. Convincendo il popolo che a scegliere i propri leader sia lui, hai la garanzia che non si rivolterà mai contro di te, poichè convinto di poterti abbattere in qualunque momento con la propria “volontà”.
Ecco così che ogni 4 anni la gente corre a votare, convinta di poter scegliere chi la libererà dalle oppressioni e dai problemi del momento, senza naturalmente accorgersi che i politici “liberatori” non sono che manichini al servizio degli stessi oppressori.
A questo punto dovrebbe risultare evidente che è perfettamente inutile parlare di “stato buono o stato cattivo”, come è inutile discutere fra socialismo o liberismo: il problema è trasversale, e si trova a monte di questi dilemmi.
La famosa diatriba “big government – small government” – ancora oggi di fondamentale importanza nei periodi elettorali americani - è infatti la più fasulla di tutte, poichè un “government” vero e proprio, come è stato concepito dalla Costituzione, non è mai esistito in primo luogo. I Padri Fondatori non potevano prevedere nè l’avvento così rapido nè le conseguenze così nefaste di una rivoluzione industriale che ancora doveva nascere, e che avrebbe fatto della corruzione lo strumento essenziale del concerto politico, ed il denaro “contante” la sua unità di misura.
Oggi non esistono “governi”, nel mondo occidentale, e non esistono “stati” nel senso unitario della parola: governi e stati sono solo strutture posticce, ridefinibili a piacimento, utilizzate dai potenti per dare al popolo quella parvenza di “libertà” e “democrazia” che gli permetta di mantenere il potere praticamente all’infinito.
Un vero progresso dell’umanità, inteso come progresso della sua condizione fisica, sociale e morale insieme, potrà solo avvenire con la liberazione dell’uomo dalle false schiavitù che gli sono state imposte da chi ha saputo controllare in lui, negli ultimi cento anni, persino il modo di pensare.
Reuters 9 Nov 09
Nelle fitte foreste dell'incantevole isola di Persin, nel Danubio, ultimo rifugio dell'aquila di mare in estinzione e del cormorano pigmeo, si trovano gli orribili resti di un campo di concentramento di epoca comunista. Tra il 1949 e il 1959, nel campo di Belene, centinaia di "nemici del regime" sono morti per le torture, la malnutrizione e lo sfinimento, e i loro corpi sono stati dati in pasto ai maiali.*
Vent'anni dopo la caduta del comunismo, Belene è un posto ormai dimenticato e soltanto una piccola targa di marmo ne ricorda la storia. Mentre la nostalgia del passato cresce nel piccolo paese balcanico e nell'ex blocco sovietico.
Il fallimento del capitalismo nel migliorare le condizioni di vita (della popolazione), nell'imporre lo stato di diritto e nell'arginare la corruzione dilagante e il nepotismo ha aperto la strada a ricordi irreali del tempo in cui il tasso di disoccupazione era a zero, il cibo era economico e la sicurezza sociale era alta.
"Le cose negative sono state dimenticate", dice Rumen Petkov, 42 anni, un tempo guardia e oggi impiegato nell'unica prigione che ancora funziona sull'isola di Persin. "La nostalgia è palpabile, soprattutto tra i più anziani" dice, davanti ai muri in rovina di un'altra galera aperta sul posto dopo che il campo di concentramento venne chiuso nel 1959. I comunisti qui, negli anni Ottanta, vi hanno rinchiuso decine di persone di etnia turca, che si erano rifiutate di 'bulgarizzare' i propri nomi.
Alcuni ragazzi della povera cittadina di Belene, unita all'isoletta da un pontile, rievocano il passato: "Un tempo vivevamo meglio", dice Anelia Beeva, 31 anni. "Andavamo in vacanza al mare e in montagna, c'erano abiti, scarpe e cibo in abbondanza. Mentre adesso spendiamo quasi tutto il nostro stipendio in generi alimentari. Quelli che hanno una laurea sono disoccupati e se ne vanno all'estero", aggiunge.
In Russia, negli ultimi anni hanno aperto molti ristoranti che si ispirano al periodo comunista, soprattutto a Mosca: molti organizzano "serate della nostalgia", in cui i giovani si vestono da pionieri, la versione sovietica dei boy scout e delle guide, e ballano i classici del periodo comunista. Champagne sovietico e i cioccolatini "Ottobre rosso" rimangono i più richiesti per festeggiare i compleanni. In estate, in tutto il paese s'incontrano magliette e cappellini da baseball con la scritta "Urss". A fronte di un desiderio piuttosto scarso di riportare in vita il vecchio regime davvero, l'apatia è un risultato concreto, dicono gli analisti.
"Il più grande danno prodotto dalla nostalgia è quello di assorbire, esaurendola, l'energia (che dovrebbe essere destinata) ad un effettivo cambiamento", ha scritto il sociologo bulgaro Vladimir Shopov sul sito "BG History".**
DISINCANTO
Nei paesi ex comunisti dell'Europa orientale, c'è un diffuso disincanto nei confronti della democrazia e i sondaggisti dicono che la sfiducia nei confronti delle elite che li hanno resi cittadini dell'Unione Europea è impressionante. Un sondaggio regionale svolto a settembre dal centro di ricerca americano Pew ha evidenziato che in Ucraina, Bulgaria, Lituania e Ungheria c'è stata una drastica caduta della fiducia nella democrazia e nel capitalismo.
Il sondaggio ha fatto emergere che soltanto il 30% degli ucraini si dice a favore del passaggio alla democrazia, quando nel 1991 era il 72%. In Bulgaria e Lituania, il crollo (del numero di coloro favorevoli al cambio di regime) si è fermato poco sopra la metà della popolazione, quando nel 1991 i tre quarti degli abitanti erano favorevoli (alla transizione).
Le analisi elaborate dall'organizzazione americana per i diritti umani Freedom House*** confermano l'arretramento o la stagnazione per quanto riguarda (la lotta alla) corruzione, la capacità di governo, l'indipendenza dei media e la società civile nei nuovi membri Ue. La crisi economica globale che ha colpito la regione e ha messo fine a sei-sette anni di crescita, sta mettendo in crisi i rimedi del capitalismo neoliberalista prescritto dall'occidente. Le speranze di raggiungere il tenore di vita dei ricchi vicini occidentali sono state rimpiazzate da un senso di ingiustizia, provocato dall'allargarsi della forbice tra ricchi e poveri.
Secondo un sondaggio svolto a ottobre da Szonda Ipsos, in Ungheria, uno dei paesi più colpiti dal peggioramento economico, il 70% di quelli che nel 1989 erano già adulti confessa di esser rimasto deluso dai risultati del cambio di regime.
Gli abitanti dei paesi dell'ex Jugoslavia, segnati dalle guerre etniche degli anni Novanta e non ancora ammessi nell'Unione Europea, coltivano nostalgie del periodo socialista di Josip Tito, durante il quale -- diversamente da quanto accade oggi -- per loro era possibile viaggiare in Europa senza bisogno di visti.
"All'epoca tutto era meglio di oggi. Non c'era la criminalità di strada, i posti di lavoro erano sicuri e i salari erano sufficienti per garantire una condizione di vita decente" dice Koviljka Markovic, 70 anni, pensionato belgradese. "Io oggi con la mia pensione di 250 euro al mese riesco a malapena a sopravvivere".
*Anche quando devono dire la verità, gli scribacchini e gli sciacquapalle dei padroni 'liberali e democratici', quelli che ogni tanto s'inventano le kermesse di piazza per la 'liberta di parola' (ma solo la loro), devono fare atto di fedeltà, smerciando queste miserabili loro marchette (i comunisti devono continuare a mangiare bimbetti).
** Tipico esponente dell'intellettualità: dissidente sotto il socialismo, connivente sotto la mafia dei saccheggiatori del proprio paese.
*** Agenzia di propaganda della CIA/Pentagono. Molto apprezzata da grillini, democretini e altri rifiuti umani.

La 'caduta dell'orrido muro comunista' è una sconfitta dell'occidente-accidente, vent'anni di potere assoluto fallimentare, e del relativo democretinismo di centro-sinistr-destr, global-noglobal (ma sempre imperialista nell'animo).
Cosa ha significato il 'crollo del muro'? Il macello jugoslavo, libertà delle ragazze romene di sollazzare, dai marciapiedi, gli evoluti democretini occidentali, il tentativo di distruggere ciò che rimaneva dell'URSS (Russia), i taliban-Usama-babau-Ladin, il Potlasch e altre cretinerie pseudoriformistiche.
Per fortuna, il sistema trionfante (de)generato da questo evento pseudoepocale, il '1989', ha avuto quasi vent'anni di potere assoluto, sul mondo, per dimostrare il suo fallimento totale: guerre, crisi, repressione-depressione, e come cantano i RedHot Chili Peppers, la pornograficazione del mondo (Californication).
Ora i rottami democretini, aizzati dal loro ultimo feticcio, il mezzosangue (nonchè figlio di una macellaia della Cia), Obama-Banana, tentano gli ultimi assalti: Afghanistan, Pakistan, Iran, Ucraina, Georgia, Honduras.
La maschera muta, il volto resta.
Il mondo defecato dall'89 è finito; i buoni democretini e gli imperial global-noglobal, si stanno togliendo dalle palle (mai troppo velocemente), e i 'cattivi' islamonazionalcomunisti-russocinoiraniani-eurasitici, avanzano.
Forse, il Mondo, per una volta, vincerà.
Gianni Minà 06 Novembre 2009
Nella notte tra giovedì e venerdì 6 il governo golpista hondureño, al potere dal colpo di stato dello scorso 28 giugno, si è dimesso. Non lo ha fatto però per restituire il potere al presidente legittimo Mel Zelaya, come previsto dagli accordi, ma per arrivare a un governo di unità nazionale sul quale vorrebbe ancora mettere la sua ipoteca il dittatore di Bergamo Alta. Nelle dimissioni vi sono almeno due trappole che contengono l’intenzione di Micheletti di continuare a gestire il processo elettorale. Il parlamento non ha votato, come stabilito negli accordi, la restituzione di Zelaya e, secondo il portavoce e Sottosegretario alla presidenza del governo di fatto, Rafael Pineda Ponce, la cosa più logica sarebbe “che don Roberto Micheletti, essendo il presidente costituzionale della nazione, fosse anche il capo del gabinetto di Unità nazionale” che dovrebbe decidere se e quando il presidente legittimo Manuel Zelaya debba riprendere il proprio posto fissando la data del voto parlamentare.
Pineda Ponce conferma che Micheletti ha richiesto e almeno in parte ricevuto dai candidati alle elezioni presidenziali, tuttora in programma tra 22 giorni, una lista di nomi di candidati a posti di ministro per un governo che dovrebbe durare poche ore. Mel Zelaya non ha invece inviato alcuna lista di nomi.
Se la formazione del governo è pleonastica non viola gli accordi della scorsa settimana. Dove la divergenza è totale è per quanto concerne il rientro in carica di Zelaya che per quest’ultimo doveva essere al massimo entro giovedì prossimo “altrimenti ogni accordo sarebbe da considerare decaduto” e che per il governo golpista uscente non avrebbe una data precisa e quindi il governo di Unità nazionale potrebbe proseguire almeno fino a ridosso delle elezioni presidenziali.
Paradossalmente è Micheletti ad avere ancora più carte nelle sue mani. Dopo aver tardato mesi per accettare che fosse il parlamento a votare il ritorno di Zelaya adesso, anche dimettendosi, sta ritardando questo voto il più possibile. Alla chiusura di questo articolo non è possibile fare un quadro su chi, in queste condizioni, effettivamente possa appoggiare il governo di Unità nazionale sotto l’ipoteca di Micheletti e ritardando ulteriormente il ritorno di Zelaya e se non siamo, al contrario, al riprecipitare della crisi honduregna.



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