Miguel Martinez Kelebek 05 gennaio 2010
Come probabilmente saprete, il presidente degli Stati Uniti ha nominato una certa Amanda Simpson come consigliere del Dipartimento del Commercio.
Amanda Simpson, ci raccontano sovreccitati i media, è la prima transessuale ad assumere un incarico governativo negli Stati Uniti, e già vediamo le opposte tifoserie animarsi a proposito. Come dice Notizie Gay:
L’annuncio ha spaccato in due l’America. Da una parte c'è la gioia dei progressisti, già mobilitati in tutto il paese per far approvare le nozze tra persone dello stesso sesso. Dall’altra l'ira dei conservatori, scandalizzati da ciò che definiscono “La nuova Sodoma e Gomorra Obamiana”.
Noi la pensiamo diversamente dai tifosi di entrambi gli schieramenti. A nostro modesto avviso, la signora Simpson dovrebbe godere di tutti i diritti attinenti alle sue scelte personali. Ma in galera, come criminale di guerra.
Amanda Simpson lavora da trent'anni nel settore bellico e da 23 alla Raytheon, dove fino a poco tempo fa svolgeva l'incarico di Vicedirettore per lo sviluppo della tecnologia avanzata.
Negli stessi giorni, Obama ha nominato un certo William Lynn vicesegretario alla Difesa, che in pratica significa che avrà il potere di decidere le spese che farà il Pentagono. Per nominarlo, Obama ha dovuto aggirare una legge che lui stesso aveva voluto contro le nomine politiche a responsabili di lobby private: William Lynn infatti è a capo della lobby ufficiale della Raytheon a Washington, ed è riuscito a far assegnare commesse alla Raytheon per 10 miliardi di dollari solo nel corso dell'anno passato. La motivazione della deroga di Obama: William Lynn avrebbe dimostrato le proprie capacità, tra il 1997 e il 2001, quando era responsabile della gestione finanziaria del Pentagono. In quegli anni, riuscì a ridurre le spese "non documentate" del Pentagono da 2,3 trilioni a 1,3 trilioni di dollari.
Riassumo: Lynn gestiva i soldi dell'intero sistema militare statunitense, dove anche alla fine della sua carriera era normale che 1,3 trilioni di dollari scomparissero in tasche imprecisate. Poi ha lavorato per uno dei principali contraenti del sistema militare, con l'incarico di usare i propri contatti per fargli avere dei contratti. Otto anni dopo, ritorna a gestire le spese del sistema militare.
Negli stessi giorni, Obama ha annunciato il nome del nuovo ambasciatore in Arabia Saudita: James B. Smith, ex-generale dell'aeronautica, passato a dirigente anche lui della Raytheon.
Anche qui troviamo un tipico passaggio: il militare che punta a un futuro impiego multimiliardario presso un'azienda privata sicuramente dedica gran parte del proprio impegno a farne gli interessi nell'esercito; passa per il privato e infine assume un incarico politico, inviato in un paese in cui il commercio di armi, il controllo del petrolio, la costruzione di basi militari, la vendita di armi e la caccia ai "terroristi" fa tutt'uno.
Se la Raytheon si assicura così una bella entratura nel mercato saudita, la nomina della Simpson le apre - o meglio, continua a tenerle aperte - le porte del mercato planetario. Mentre un complesso di aziende-satellite della Raytheon, della Boeing e della Martin-Lockheed gestisce gli interrogatori di Guantanamo, trasporta rapiti in giro per il mondo, organizza "listening posts" per spiare su cittadini di altri paesi, controlla direttamente il lancio di missili dagli Stati Uniti...
Il nome Raytheon è un ibrido anglogreco che significa "Luce dagli dèi", e rende bene le ambizioni di questa azienda, con 72.000 dipendenti nel mondo. Nata come tante piccole e pacifiche aziende tecnologiche, la Raytheon si è trovata sommersa di commesse e denaro durante la Seconda guerra mondiale. Finita la guerra, il governo degli Stati Uniti ha preso la scelta storica di non smobilitare. L'intera economia, e il sistema di spese statali, è stata così ricostruita attorno a un complesso politico, militare, mediatico, diplomatico, propagandistico e scientifico di cui persone come Amanda Simpson e William Lynn sono i perfetti rappresentanti.
In un'economia sempre più virtuale, il complesso militare-industriale (la definizione non proviene da qualche contestatore, ma da un profetico discorso di denuncia del Presidente Eisenhower) offre preziosi posti di lavoro, che permettono di controllare città intere, assieme agli eletti locali. Nel 1995, ad esempio, la Raytheon ha minacciato di spostare la propria sede principale dal Maine al Tennessee, se non veniva concessa loro una sostanziale riduzione delle tasse; ottenuta la riduzione con la promessa di tagliare di poco le spese per il personale, la Raytheon licenziò quasi un terzo della propria forza lavoro, aumentando proporzionalmente gli stipendi ai propri dirigenti, tra cui presumibilmente anche la signora Simpson.
La Raytheon si dedica soprattutto alla produzione di missili e affini, dai Patriot e Tomahawk alle bombe a grappolo. Iraq, Libano, Afghanistan, Gaza, non c'è strage in cui i prodotti Raytheon non abbiano dimostrato la loro efficacia. In questo campo, la Raytheon ha costituito una partnership con la Rafael, l'autorità privata/pubblica israeliana che gestisce e commercializza la produzione militare. Un tema, quello israelo-palestinese, su cui i portavoce della Raytheon hanno le idee chiare.
Come ebbe a dire Adam Cherill, Manager of Business Development della Raytheon il 18 novembre del 2002:
"Per meritare l'autodeterminazione, un popolo deve mostrare qualche forma di identità nazionale... quale organizzazione politica, istituzione sociale, letteratura, arte, religione o corrispondenza privata dimostra qualche legame tra il popolo palestinese e la Terra d'Israele?"
La Raytheon opera in stretto contatto anche con aziende non (direttamente) militari, come la Apple, con cui ha sviluppato un particolarissimo iPhone che dovrebbe servire specificamnte per identificare e permettere di uccidere insorti iracheni; ma il progetto principale al momento è il Universal Control System. Raytheon si è rivolto a designer di videogiochi per progettare questo straordinario sistema per l'omicidio a distanza.
La console, situabile ad esempio in una base in Nevada, permette di uccidere afghani con la massima comodità, seduti su un sedile rivestito in pelle e adattabile a "utenti individuali", che possono anche "controllare un sistema di riscaldamento e raffreddamento sopra le loro teste, semplicemente premendo un pulsante".
La console, ci assicurano è dotata di un "design ergonomico che migliora drammaticamente il conforto dell'operatore e l'efficacia operativa".
Inseguire e uccidere può richiedere tempo, e quindi la Raytheon offre una "seduta ergonomica con memoria per missioni prolungate".
Una dimostrazione quindi che la Raytheon ci pensa ai propri dipendenti, almeno quando non li licenzia. Fortune racconta come Raytheon sponsorizzi numerosi eventi gay e riconosca i diritti delle coppie gay tra i propri dipendenti. La motivazione non fa una grinza e spiega perfettamente come il politicamente corretto si possa coniugare con il terrore planetario. Con tutte le guerre presenti e future che l'azienda promuove,
“nei prossimi dieci anni avremo bisogno di qualcosa come 30.000 o 40.000 nuovi dipendenti", spiega Hayward Bell, il principale diversity officer della Raytheon. "Non ci possiamo permettere di respingere nessuno che sia dotato di talento".
Foto di gruppo con premio Partner of the Year — Energy Management
Brindisi. Il fascicolo contenente gli atti di indagine relativi alla morte dei genitori del magistrato francavillese Clementina Forleo custodito presso gli uffici del Tribunale di Brindisi, è scomparso. Non se ne ha più traccia.
Il misterioso smarrimento, se di questo si tratta, è venuto a galla martedì scorso in occasione della prima udienza del processo imbastito per fare luce sull’incidente che il 28 agosto del 2005 costò la vita al 77enne Gaspare Forleo e alla consorte Stella Bungaro. I coniugi rimasero uccisi nello schianto con una seconda auto all’altezza dell’incrocio fra la strada consorziale “Visciglie” e la provinciale Sava Francavilla Fontana. Se la cavarono i conducenti di entrambe le vetture: l’ex marito di Clementina Forleo Giuseppe Franzoso e il medico tarantino Salvatore De Bellis. Dopo anni di indagini, accuse e sospetti, proscioglimenti e appelli, la vicenda martedì mattina è approdata a dibattimento. Nell’occasione giudici e difensori avrebbero dovuto prendere contezza degli atti, prima di entrare nel vivo del processo che vede quali unici imputati per omicidio colposo: l’ex dirigente dell’Ufficio tecnico comunale di Francavilla Fontana Antonio Pescatore, e il medico Salvatore De Bellis. Invece non se n’è fatto più nulla.
Tratto da: Senzacolonne.it 28 dicembre 2009
- Dedicato ai morti di Gaza del dicembre 2008, gennaio 2009.
“Il Nazismo ha distrutto il giudaismo fisicamente, il Sionismo l’ha distrutto spiritualmente”, Leibele Weisfisch, Rabbino, 1992
Giorgio Napolitano è un ignorante complice morale di crimini contro l’umanità in Palestina. Massimo D’Alema è un consapevole complice diretto di crimini contro l’umanità in Palestina. L’occupazione israeliana dei territori palestinesi è un insulto permanente a sei milioni di morti nei campi di sterminio nazisti.
L’organizzazione umanitaria americana The Middle East Children Alliance ha completato di recente un sopralluogo a Gaza, colpita nel dicembre del 2008 dal peggiore atto di terrorismo indiscriminato compiuto da Israele su quelle terre dal 1948, e ha intervistato decine di bambini palestinesi chiedendogli quali erano i loro bisogni più urgenti. La risposta della maggioranza di quei bimbi è stata questa: “Poter bere un bicchier d’acqua la mattina”.
Gaza è una prigione a cielo aperto dove nessuno può entrare o uscire, dove Israele non permette l’importazione di gas per cucinare, di acqua da bere, di farmaci salvavita, di cemento per ricostruire ciò che ha distrutto, di matite, di lenticchie, di quaderni, di cloro per disinfettare acquedotti e fogne, e dove l’esercito dei neonazisti ebrei israeliani spara ai contadini che raccolgono la bietola per non morire di fame, o ai pescatori che osano uscire nel loro mare per non morire di stenti. Gaza è oggi l’unica camera di tortura sperimentale a cielo aperto del mondo, l’unica istanza al mondo dove uno Stato Canaglia, Israele, sperimenta un sadismo etnico scientifico con l’appoggio pieno di ogni democrazia moderna che si conosca. Il Darfur, Ace, il Tibet, la Birmania, la Korea del Nord (*) e altri orrori simili sono pienamente riconosciuti come tali e sanzionati come tali dai Paesi cosiddetti civili. Non la Palestina, dove da almeno 60 anni una banda di criminali assassini e terroristi che rispondono al nome di Movimento Sionista può permettersi qualunque atrocità per due motivi: perché Israele è oggi la più grande base militare americana del mondo e perché Adolf Hitler ha sterminato sei milioni di ebrei con la nostra complicità durante la seconda guerra mondiale. Motivi per cui Obama sta zitto e per cui l’Europa non osa profferire parola.
Il Movimento Sionista di Theodor Herzl, Israel Zangwill, Vladimir Jabotinski, Chaim Weizman, Leo Motzkin, David Eder, Golda Meir, Moshe Dayan, Ben Gurion, Menachem Begin, Yitzhak Rabin, Ariel Sharon, Ehud Olmert, Tzipi Livni, Ehud Barak, Benjamin Netanyahu (e altri) è una organizzazione criminale il cui unico posto nella Storia è dietro le sbarre della gabbia del Tribunale Penale Internazionale o di una nuova Norimberga. Essi hanno non solo martoriato oltre ogni limite il popolo palestinese, ma non si sono fatti scrupolo in 60 anni di storia d’Israele di mandare al macello fisicamente e psicologicamente gli ebrei stessi, loro concittadini, pur di perseguire il loro piano originario: la pulizia etnica di tutta la Palestina biblica. Hanno rigettato e distrutto ogni singola offerta di pace, hanno raccontato menzogne con una sistematicità diabolica, e hanno consciamente replicato nei Territori Occupati le tecniche di tormento razzista del Terzo Reich. Oggi, questa congrega di assassini corrotti, sta invece ritta sui tappeti rossi degli ignoranti negazionisti come Giorgio Napolitano, che non molto tempo fa ha dichiarato di aver “denunciato l’antisionismo come travestimento dell’antisemitismo. C’è chi – non avendo nel mondo di oggi il coraggio di dichiararsi antisemita – assume come bersaglio il sionismo, con esso identificando una presunta volontà di dominio”. Presunta, dice il Presidente. Ecco cosa lasciò scritto un suo omologo israeliano, Ben Gurion, padre di Israele, nel 1948: “C’è bisogno di una reazione brutale. Dobbiamo essere precisi su coloro che colpiamo. Se accusiamo una famiglia (palestinese), dobbiamo fargli male senza pietà, donne e bambini inclusi… Non vi è alcun bisogno di distinguere fra colpevoli e innocenti”. Ed ecco, Napolitano, come commentò quelle parole il più insigne letterato ebreo israeliano del XX secolo, Yizhar Smilansky “Ci facciamo ingannare di fronte all’evidenza, e ci uniamo subito al grande e comune mucchio dei bugiardi – composto da ignoranza, apatia opportunista e semplice svergognato egoismo – e scartiamo una grande verità per la furba scrollata di spalle di un criminale inveterato (Ben Gurion).”
La stessa congrega sionista criminale pretendeva nel 2006, e otteneva, dal governo di centrosinistra italiano di Romano Prodi e dal suo Ministro degli Esteri Massimo D’Alema l’adesione incondizionata al crimine internazionalmente riconosciuto di ‘punizione collettiva’ dell’intero popolo palestinese, colpevole di aver aderito alla democrazia ma di aver votato a maggioranza il partito ‘sbagliato’. Quello sgradito a Washington. Massimo D’Alema ha portato me e voi sulle soglie della camera di tortura a cielo aperto di Gaza a chiudere i portoni di accesso dei beni di sopravvivenza essenziali e a contemplare un milione e mezzo di innocenti che si contorcono in una “vita da cani” (Moshe Dayan, 1967), ammassati nel 5% di quella che era la loro legittima terra, senza diritti, lasciati morire di parto ai posti di blocco, di malattie banali, costretti a nutrirsi di rifiuti, e sottoposti a un accanimento sadico da parte di Israele che Mary Robinson, Alto Commissario per i Diritti Umani dell’ONU, ha definito nel 2007 “la distruzione di una civiltà”, opinione confermata fra gli altri dalle parole dell’ex ministro inglese per gli Affari Internazionali Clare Short, che in una audizione alla Camera dei Comuni dello stesso anno ha parlato di “un sistema di Apartheid, annessioni brutali, e creazioni di ghetti”. Tutto questo mentre nei salotti italiani personaggi della bassezza morale di Marco Travaglio, Massimo Teodori, Gad Lerner o Furio Colombo pontificavano sulla brutalità dei negri palestinesi, fra un’apparizione tv e l’altra, e mentre finivano il carpaccetto all’aceto balsamico nel ristorante di mamma RAI.
Le prove documentali di quanto ho appena scritto si trovano pubblicate già da tempo nei miei lavori, e sono di fonte unicamente ebraica o occidentale. Vi trovate le smentite a tutte le menzogne sioniste su Hamas, sul terrorismo, su chi massacra chi in Medioriente, su ciò che vi raccontano i Tg italiani. Ma basterebbe il candore agghiacciante dell’ex Capo di Stato Maggiore d’Israele Mordechai Gur, che nei resoconti dell’analista militare israeliano Ze’ev Schiff ammise senza patema alcuno che il suo esercito per 30 anni aveva colpito una popolazione civile che viveva in villaggi, colpito civili di proposito e coscientemente “perché se lo meritano”, e anche in assenza di alcuna minaccia armata. Avrebbe dovuto bastare, sessanta anni fa, il grido angosciato di Albert Einstein e di Hannah Arendt, i quali denunciarono le venature “naziste e fasciste” nei partiti dei padri fondatori di Israele. E dovrebbe bastare a chiunque non sia della pasta di Giorgio Napolitano, Massimo D’Alema o Marco Travaglio il filmato che un eroe moderno come Vittorio Arrigoni ha realizzato, e che sta mostrando a sparute platee italiane ahimè, dove compare tutto l’orrore del sadismo israeliano senza veli: due contadini di Gaza, padre e figlio emaciati, armati di un carretto ottocentesco tentano di raccogliere a mano delle bietole in un campo di loro proprietà; è la loro sopravvivenza, i loro volti sono contorti dalla disperazione, ma gli uomini “dell’esercito più morale del mondo” (Barak), i discendenti dei sei milioni di morti dell’Olocausto, li prendono a fucilate indiscriminatamente, un tiro al piccione con l’agonia altrui. I disgraziati si gettano a terra, salvati solo dalla presenza dei giovani occidentali dell’International Solidarity Movement, che con un coraggio indefinibile fanno da scudi umani alle pallottole. Ma si faccia attenzione: quel tiro al bersaglio diretto a chi tenta di non morire di fame non è fatto per casuale brutalità; è politica dettata da Tel Aviv per portare a compimento i dettami dell’abietto Moshe Dayan che nel 1967 disse: “Voi palestinesi continuerete a vivere come cani, chi vuole può andarsene. Chiunque si avvicini al Movimento Sionista con una morale non è un Sionista”. La scena filmata da Arrigoni torce le budella, strozza la gola di chiunque abbia mai amato un padre o un fratello nella vita, e richiama a pieno titolo le parole di Hannah Arendt: ‘La Banalità del Male’. Accade ogni giorno a Gaza, mentre noi siamo qui. E allora.
Non indignatevi, che siate maledetti se lo fate. Fate altro: informatevi e raccontate al mondo che la crudeltà nazista non è morta, che oggi vive e che si chiama Sionismo, occupazione della Palestina, e che rappresenta l’unico esempio al mondo di orrore etnico pienamente accettato e sostenuto da ogni democrazia moderna. Roma, il Quirinale e tutti noi in prima fila.
“Il quadro che emerge è di un Israele che selvaggiamente infligge ogni possibile orrore di morte e di angoscia sulle popolazioni civili, in una atmosfera che ci ricorda regimi che né io né il signor Begin oseremmo citare per nome”. (parole dell’ex ambasciatore israeliano all’ONU Abba Eban. Fonte: il quotidiano israeliano Jerusalem Post)

Paolo Barnard 29.12.2009
*Barnard dovrebbe documentarsi meglio, e non seguire, in questi casi, il mediastream.(Alessandro)
Con la complicità dei media che hanno fatto calare il silenzio sull’Honduras “pacificato” dal dittatore di Bergamo Alta Roberto Micheletti, per il quale la ONG “America's Democracy Watch” raccoglie le firme per il Nobel per la Pace, il Natale a Tegucigalpa è un Natale di sangue con il ritrovamento del corpo straziato di Renán Fajardo, 22 anni, laureando in architettura, e membro attivo della Resistenza in Honduras.
È l’ennesimo omicidio mirato in un paese dove gli anni ’70 e la guerra sporca non sono mai finiti. La famiglia lo aspettava per festeggiare il Natale ma Renán da due giorni non dava più segni di vita. Fino a che un amico è andato a cercarlo a casa. La scena che ha trovato è stata quella di tutti gli squadroni della morte di decenni di guerra sporca contro chi resiste in America latina. La casa era sottosopra e il corpo di Renán, con evidenti segni di violenza, era stato lasciato in modo da mal simulare un suicidio e sono stati sottratti dall’appartamento sia il computer che la macchina fotografica di Renán. Il COFADEH (Comité de Familiares de Detenidos Desaparecidos en Honduras), ha raccolto testimonianze di vicini di Renán che parlano di auto senza targa e con i vetri oscurati che da giorni giravano intorno all’abitazione.
Renán era un artista, Internet è piena di foto realizzate da lui e che restano a ricordarlo, ma era soprattutto un militante democratico. Aveva girato in lungo e in largo il paese fino al 28 giugno per parlare e creare coscienza nel popolo “catracho” rispetto alla necessità di un’Assemblea Costituente (il motivo del golpe fu evitarla) e poi negli ultimi sei mesi aveva lavorato costantemente per la Resistenza, partecipando a tutte le attività, manifestazioni, marce, che aveva ripreso con la sua macchina fotografica. Da giorni riceveva SMS di minacce ed era spaventato. Evidentemente aveva ragione e gli squadroni della morte sono puntualmente arrivati a colpire una volta di più in maniera selettiva la parte più cosciente del popolo honduregno.
Gennaro Carotenuto 25 dicembre 2009
Infopal.it 2009-12-24
Gaza - Un giorno che non può essere cancellato dalla memoria del mondo intero. Aerei da guerra sfrecciano nel cielo e lanciano missili e bombe sulle sedi delle amministrazioni, sulle abitazioni e sui civili innocenti. Intere famiglie sterminate, case rase al suolo, esplosioni e urla di mamme e bambini… le sirene delle ambulanze che non smettono mai di suonare. Questa è la scena che si vive a Gaza a mezzogiorno del 27 dicembre 2008.
Quel giorno, le forze di occupazione israeliane hanno perpetrato i crimini più incredibili e orrendi contro le persone e le cose. Quella data ha segnato infatti l'inizio dell’aggressione alla Striscia di Gaza (un fazzoletto di terra di appena 360 chilometri quadrati, lunga circa 40 km e larga appena 9) sotto falsi pretesti: l'eliminazione di Hamas, votato dal popolo palestinese, e la liberazione di Gilad Shalit, il soldato israeliano catturato dai gruppi della Resistenza palestinese.
Ma Hamas è rimasta dov’era e Shalit non è stato liberato.
Omicidi di massa
Nello stesso periodo, oltre 50 aerei da guerra hanno attaccato più di 200 obiettivi nella Striscia di Gaza. In soli due minuti hanno distrutto la maggior parte delle sedi della polizia nella Striscia e hanno ucciso più di 220 cittadini, ferendone oltre 600.
Ma i micidiali aerei da guerra non si sono fermati lì: hanno continuato a bombardare la Striscia di Gaza per otto giorni consecutivi, colpendo le case di civili che non hanno a che fare con la Resistenza, le ambulanze, i centri dell'agenzia delle Nazioni Unite, l'UNRWA, per non parlare di scuole e ospedali, pieni di decine di migliaia di sfollati.
Dopo questi otto giorni, centinaia di carri armati e truppe di terra hanno invaso le città e i campi profughi vicini alla frontiera, cancellando interi quartieri abitati.
Secondo le statistiche delle Nazioni Unite e delle organizzazioni per i diritti umani nella Striscia di Gaza, 11.154 sono le case distrutte dalle forze israeliane nel corso dei 23 giorni di guerra contro Gaza: 3.632 quelle distrutte del tutto, 8.522 quelle distrutte parzialmente, mentre le case danneggiate lievemente sono circa 52.000.
Interi quartieri rasi al suolo
A causa della distruzione di quelle case, decine di migliaia di famiglie adesso vivono all'aperto, senza riparo. Al momento della stesura di questo articolo, mercoledì 23 dicembre 2009, secondo un censimento delle Nazioni Unite le persone che vivono senzatetto, a seguito della distruzione delle loro case, sono 107.509, tra cui ovviamente bambini, anziani, donne...
Nonostante le numerose promesse di diversi organismi ufficiali internazionali riguardanti la ricostruzione delle case distrutte – promesse fatte durante la ‘Conferenza dei donatori’ svoltasi a Sharm el-Shaykh, in Egitto, dopo l’aggressione israeliana a Gaza -, tali buone intenzioni non si sono ancora concretizzate. Il volume delle perdite stimate durante quella conferenza ammontava a due miliardi di dollari.
Il corrispondente di Infopal.it a Gaza ci propone un caso tra le migliaia di persone che vivono senzatetto e che attendono che questa situazione cambi, ovvero che i cosiddetti ‘donatori’ attuino le loro promesse e gli occupanti israeliani tolgano l'immorale embargo imposto alla Striscia di Gaza. Si tratta del caso della famiglia di Mohammad Khader, composta da tre membri: due femmine e un maschio, tutti affetti da malattie croniche: il fratello maggiore ha 50 anni ed è infermo, mentre le due sorelle soffrono di malattie cardiache e di problemi muscolari.
Questa famiglia ha perso la propria casa il dodicesimo giorno dell’aggressione a Gaza, quando gli aerei da guerra israeliani hanno bombardato il quartiere dove abitavano, il quartiere as-Salam (la Pace, ndr), a nord della Striscia. Lì gli israeliani hanno demolito tutto, e fortunatamente la Croce Rossa ha prontamente evacuato gli abitanti del quartiere prima che venisse distrutto totalmente dagli aerei e dai carri armati israeliani.
Su‘ad, la sorella maggiore, ci ha guardato con le lacrime dell'angoscia e del dolore, ma all'improvviso ha detto ad alta voce: "Ogni giorno vengono i vari media e ci intervistano per puntare i riflettori sulla nostra sofferenza, ma non vediamo nessuno che si dà da fare concretamente. Io, mio fratello e mia sorella abbiamo bisogno di cure, in particolare la mia sorellina che ha bisogno di medicine per 250 dollari al mese, una somma esorbitante che non abbiamo e che possiamo ottenere solo attraverso l'aiuto di alcune organizzazioni locali".
Questa famiglia, che vive in una tenda di stoffa ricevuta dall'agenzia delle Nazioni Unite UNRWA, rivolge dunque un appello agli spiriti liberi di tutto il mondo affinché la aiutino a ricostruirsi una casa per proteggersi dal freddo dell'inverno e dalla pioggia che scorre sotto i loro piedi mentre stanno nella tenda, per non parlare della mancanza di coperte adatte…
Distruzione sistematica
L’aggressione contro Gaza non si è limitata a colpire gli uomini e le abitazioni. Gli israeliani hanno distrutto intenzionalmente l'economia della Striscia di Gaza: 211 stabilimenti industriali, che vanno dalle fabbriche tessili alle ferriere, dalle industrie chimiche alle fabbriche di laterizi, oltre al danneggiamento di ben 721 attività commerciali, che ha lasciato migliaia di persone senza lavoro.
Perciò, il tasso di disoccupazione ha raggiunto livelli record anche in confronto ai Paesi più poveri del mondo. Infatti, secondo le recenti statistiche delle Nazioni Unite, essa è aumentata a causa dell’ininterrotto embargo israeliano imposto alla Striscia di Gaza, al quale si è aggiunta l’aggressione dell’inverno scorso: adesso siamo al 73%, col reddito pro capite che è inferiore a un dollaro al giorno, tra l’altro ricevuto tramite gli aiuti dell'UNRWA, che fornisce sostegno a centinaia di migliaia di persone nella Striscia di Gaza.
Nemmeno i settori agricolo e dell’allevamento si sono salvati dalla brutale aggressione israeliana. I bulldozer israeliani hanno distrutto e raso al suolo 627.175 ettari coltivati, per lo più frutteti, ossia 448.298 alberi, ma anche 219 pozzi che servivano ad irrigare le colture, mentre per quanto concerne il settore zootecnico le forze di occupazione hanno ucciso 8.912 animali, tra pollame e bestiame.
E' opportuno ricordare che la Striscia di Gaza è ancora in piena rovina: nemmeno una casa è stata ricostruita come si deve, a causa dell'ignobile embargo israeliano che costringe un milione e mezzo di persone in una grande ‘prigione a cielo aperto’. Anzi, Gaza è molto peggio di una prigione, perché gli israeliani vi impediscono l'introduzione della maggior parte dei generi di prima necessità, come il latte per i bambini e le medicine, eccetto quel poco che arriva tramite le ‘carovane di solidarietà’ con la gente di Gaza che riescono sporadicamente a rompere l’embargo.

L'esplosione per distruggere il memoriale in ricordo della vittoria sul nazismo si trasforma in tragedia
MILANO - È stato abbattuto a Kutaisi, seconda città della Georgia, il monumento costruito negli anni '80 in ricordo della vittoria sul nazismo nella Seconda guerra mondiale. L'abbattimento è stato deciso dalle autorità georgiane per due motivi: in questi giorni il presidente Mikhail Saakashvili compie 42 anni; sull'area del memoriale verrà costruito il nuovo parlamento, che verrà spostato da Tbilisi, capitale dello stato. Queste le motivazioni ufficiali. Le opposizioni, però, sono certe che la distruzione del monumento, disegnato dal famoso artista Merab Berdzenishvili, è solo il pretesto per continuare nelle polemiche contro la Russia.
L'esplosione causata dalla dinamite per l'abbattimento del monumento ha fatto vari feriti e due morti. Non si sa se operai o, addirittura, passanti o curiosi che assistevano alla distruzione. Resta il fatto, comunque, che la tensione già esistente tra Russia e Georgia è destinata ad aumentare. La Georgia intende seguire, almeno negli abbattimenti, le tre repubbliche baltiche (Estonia, Lettonia, Lituania) che hanno distrutto vari monumenti dedicati all'Armata Rossa o alle sconfitta delle truppe hitleriane. Qualche mese fa, vi furono molte polemiche per la decisione delle autorità estoni di esumare le salme dei soldati sovietici sepolti in un memoriale nel centro di Tallin.
Paolo Torretta Corriere 19 dicembre 2009
di Piotr
1. Il primo pomeriggio del 12 dicembre 1969, uscito da una riunione del Movimento Studentesco all’Università Statale di Milano, inforcai la mia bicicletta e mi fermai un attimo lì vicino, in piazza Fontana dove c’era una bancarella ben fornita di libri interessanti a buon mercato. Era una mia sosta obbligata.
Poi me ne tornai a casa, a Città Studi. Appena entrato mi accolse mia madre col viso terreo: “C’é stata un’esplosione alla Banca dell’Agricoltura in piazza Fontana. Dicono che sia una bomba. Sono stata in pena per te. Qui ritorna il fascismo!”
Mia madre rivedeva la bomba all’Hotel Diana del marzo del 1921, rivedeva la Gestapo che arrestava suo cugino nel ‘44, i suoi disperati tentativi per farlo rilasciare, la sua morte in campo di concentramento. E vedeva con angoscia me espormi giovanissimo con la mia militanza nell’estrema sinistra.
Indifferente al suo sguardo preoccupato, scesi di corsa, rinforcai la bicicletta e pedalai a perdifiato fino a piazza Fontana. Era tutto transennato. Andai subito in Statale. C’era molta preoccupazione tra i compagni universitari e l’interpretazione ricorrente era: “Una provocazione fascista per fermare le lotte operaie e studentesche”.
La storia di quel che successe dopo dovrebbe essere nota (benché legga sui giornali che secondo un’inchiesta demoscopica molti giovani di oggi attribuiscono la strage alle BR, risultato indiretto, ma non preterintenzionale, dell’informazione “indipendente” e della mancanza di una controinformazione metodica). Questa storia merita ad ogni modo di essere ripercorsa solo nei suoi punti politici salienti.
2. Non mi soffermerò nei labirinti delle responsabilità materiali. Per me “Valpreda è innocente, la strage è di stato” è tuttora una delle poche intuizioni politiche esatte che allora ebbe la sinistra extraparlamentare.
E a quel tempo avevamo anche la forza di portare in piazza decine di migliaia di persone su questa parola d’ordine, con in testa quelli che chiamavamo i “giornalisti democratici”, come Giorgio Bocca, a prendersi il primo impatto delle cariche della polizia.
Già, perché lo scontro era duro. Nemmeno un mese prima la polizia aveva attaccato la gente che usciva da un convegno sindacale al Teatro Lirico, sempre a due passi dalla Statale, mentre si mischiava con i manifestanti della sinistra extraparlamentare. Durante gli scontri un giovane agente della celere, Antonio Annarumma, morì. Secondo la versione ufficiale, colpito da un tubo innocenti lanciato dai manifestanti, secondo noi a seguito dello scontro della sua jeep con un altro mezzo della polizia.
Ritorneremo sulla versione ufficiale tra pochissimo, perché è importante. Prima ricordo solo che Mario Capanna, leader del Movimento Studentesco, andò coraggiosamente al funerale dell’agente in Duomo per testimoniare l’estraneità del movimento alla sua morte e fu salvato dal linciaggio da parte dei fascisti grazie all’intervento del commissario Calabresi.
Il clima era questo.
Lo scontro aveva punte di grande violenza e le squadracce fasciste esistevano davvero. A prima vista forse non aveva del tutto torto mia madre a essere preoccupata.
Detta in breve, a sinistra si pensò subito all’attentato come a una mossa preparatoria per una reazione della destra e del padronato. Il Partito Comunista iniziò allora decisamente quella politica prima difensiva e poi arrendevole che venne trasformata via via in politica opportunista. Una politica opportunista che si trasformò ulteriormente dopo la caduta del Muro di Berlino, fino alla candidatura del personale politico ormai post-comunista, ad esecutore degli interessi atlantici, con in prima fila quelli statunitensi. Interessi atlantici intesi a tutto campo: in termini economici, con l’appoggio alla finanziarizzazione e globalizzazione neo-liberista guidate dagli USA - Kissinger dixit - e l’inizio della svendita della nostra economia pubblica; in termini geopolitici con la guerra alla Serbia, le missioni all’estero, e recentemente l’appoggio all’aggressione georgiana all’Ossezia del Sud e quello a Israele durante i massacri di Gaza; e in termini ideologici, basti pensare alla necessità della “guerra al terrorismo”, avallata concettualmente da Bertinotti fino a Gasparri, passando per Fassino, D’Alema & Co (con accenti differenti, però! Ma per carità, certo che sì: questa guerra la fa meglio Obama di quello stupido di Dubya Bush! Lungi da noi fare d’ogni erba un fascio! ops!).
Insomma, una marcia verso il posto di maggiordomo degli USA scandito a suon di “riforme economiche”, “difesa della democrazia” e di “antifascismo”.
In realtà, l’antifascismo in assenza di fascismo non può generare che mostri, essendo una mostruosità politica, un contenitore vuoto buono per tutti gli usi.
La riprova apodittica è che quando c’è bisogno veramente di antifascismo, come nel caso del golpe in Honduras di Micheletti e dei suoi gorilla usciti dalla Scuola delle Americhe, questi antifascisti si voltano tutti dall’altra parte.
3. Ma all’epoca della strage di piazza Fontana, esisteva o no un pericolo fascista?
Be’, la situazione effettivamente non era molto tranquilla. Due anni prima in Grecia, nell’aprile del 1967, c’era stato il golpe dei colonnelli capeggiati dall’indimenticabile (in quanto a lungo obiettivo dei più duri insulti da parte nostra) Georgios Papadopoulos.
Questi militari golpisti avevano contatti in Italia coi neofascisti istituzionali del Movimento Sociale Italiano e con quelli extraparlamentari di Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, oltre che con ambienti del SID, i servizi segreti italiani.
Quel golpe in un Paese europeo membro della NATO destava ovviamente grandi preoccupazioni. Dal canto suo, la controinchiesta della sinistra extraparlamentare su piazza Fontana, mostrò subito che gli autori della strage dovevano essere cercati in una commistione tra manovalanza neofascista italiana, servizi segreti e, in termini generici, lo Stato.
Noi quindi sostenevamo la correttezza della nostra analisi: “Valpreda è innocente, la strage è di Stato”, mentre il Partito Comunista si trincerava dietro la vaghezza opportunistica della parola d’ordine “Bisogna fare chiarezza”, con pochissime, ma pesanti, defezioni, come quella del primo avvocato di Pietro Valpreda, l’onorevole Alberto Malagugini, che in base a ciò che emergeva dal suo ufficio di difesa, giunse a scrivere che in effetti la strage era di Stato, cosa che provocò il suo spostamento alla Corte Costituzionale, come tentativo di emarginazione dalla politica da parte del suo partito.
4. Ma al di là dell’esattezza dei nomi dei supposti manovali, esecutori e infiltrati, in che modo la reazione aveva cercato di sfruttare la strage?
In quel periodo esisteva un partito chiamato PSDI (Partito Socialista Democratico Italiano). Derivava dal PSLI, il raggruppamento che si era staccato nel gennaio del 1947 dal Partito Socialista Italiano (allora PSIUP) con la cosiddetta “scissione di palazzo Barberini”, scissione ampiamente pilotata da ambienti atlantici. Negli anni Sessanta, questo raggruppamento divenne necessario per gli equilibri di governo di centrosinistra e così nel 1964 riuscì ad esprimere forse il peggior presidente della repubblica che l’Italia abbia mai avuto: Giuseppe Saragat, proprio colui che aveva guidato la scissione di palazzo Barberini. Fu sotto la sua presidenza che prese forma quella stagione detta “strategia della tensione” finalizzata a normalizzare le lotte sociali e politiche nate dal ‘68 studentesco e dal ‘69 operaio.
Il presidente Saragat iniziò personalmente, accusando gli operai, gli studenti e i sindacati della morte dell’agente di polizia Annarumma durante le violente cariche all’uscita del convegno sindacale al teatro Lirico, distorcendo i risultati dell’autopsia, come denunciò qualche anno dopo durante una drammatica conferenza alla Statale il direttore del reparto di chirurgia d’urgenza del Policlinico di Milano.
Si voleva creare un clima di odio contro gli studenti e gli operai.
Ma il peggio avvenne 23 giorni dopo con la bomba di piazza Fontana.
Saragat aveva un piano semi-golpista: dichiarare lo stato d’emergenza, ovvero la sospensione delle garanzie costituzionali, per bloccare l’avanzata delle sinistre così come aveva promesso nel recente incontro col presidente americano Nixon e il suo segretario di Stato, Kissinger. Ma l’allora presidente del consiglio, il democristiano Mariano Rumor non se la sentì di rischiare una guerra civile e si rifiutò di varare le leggi speciali richieste da Saragat.
Così qualcuno cercò di assassinare Rumor nel maggio del 1973 durante una cerimonia in ricordo del commissario Luigi Calabresi, ucciso l’anno precedente, scagliando una bomba nella Questura di Milano per mano di Gianfranco Bertoli, un sedicente anarchico - ti pareva! - che si era portato in Italia la bomba da Israele e risultò essere un informatore dei servizi segreti - tanto per cambiare.
Mariano Rumor si salvò, ma rimasero uccise quattro persone e altre cinquantadue vennero ferite.
Si noti che Rumor non era affatto della “sinistra democristiana”, bensì era fondatore e leader della corrente centrista dei “dorotei”. Sulla carta era quindi decisamente più a destra di Saragat, socialista fin dal 1922, ex resistente, incarcerato dai nazifascisti, deputato alla Costituente (insomma un bel curriculum) e il cui partito sfilava nei cortei canonici della sinistra (Primo Maggio, 25 aprile, ecc.) facendosi accompagnare nientemeno che dalle note dell’Internazionale.
Ma al momento decisivo Rumor si dimostrò più democratico e più indipendente dagli USA del rinnegato presidente della repubblica, “socialista” e “internazionalista”.
A questo punto possiamo passare al secondo argomento.
5. Il giorno dopo il No B Day, le forze della “sinistra radicale”, sia partitiche sia sociali, che vi hanno partecipato sono nuovamente prive di voce e, quel che è peggio, prive di una qualsiasi iniziativa politica autonoma, non parliamo di una purchessia possibilità di egemonizzare il fronte anti-Berlusconi.
In altri termini, il peggior scenario che si poteva prefigurare (e che a mo’ di Cassandra avevo prefigurato) sta delineandosi.
Facendosi forte del momento, Casini lancia la proposta di un fronte comune di tutte le forze di opposizione contro Berlusconi e Bersani, così come Paolo Ferrero, si annuncia immediatamente disponibile (più cauto Rutelli, sempre in cerca di un posto al sole per dare un minimo di sostanza al suo essere “incolore e insapore come un cibo transgenico”, come genialmente lo caratterizzò una volta Luigi Pintor).
Non voglio prendermela con gli studenti, i precari, i “concerned citizens” che sono andati in piazza preoccupati per il proprio futuro e per lo stato comatoso della politica e dei rapporti civili nel nostro Paese. Non me la prenderò di certo con chi è sceso in piazza perché esacerbato dal becero razzismo padano e dalle mosse tanto stupide quanto irritanti di un premier in mezzo al guado, che non sa dove andare (per me finirà nelle sabbie mobili) e che se la prende coi “comunisti” perché quasi geneticamente impossibilitato ad ammettere che i suoi guai sono dovuti ai più conseguenti e duraturi anticomunisti del Novecento.
Molti sono andati in piazza ponendosi comunque il dubbio se quella mobilitazione non fosse una sorta di mini rivoluzione colorata (di viola, nella fattispecie) eterodiretta.
Non me la prendo con loro.
Me la prendo invece con quei soloni che armati di sicumera hanno ricoperto di insulti chi si poneva dubbi seri sull’opportunità di accodarsi all’IDV, al partito familista di un uomo, tanto per dirne una, che si è fatto largo nella politica grazie alla sua escalation negli organi repressivi dello Stato (polizia e magistratura).
Me la prendo con quegli arroganti che avrebbero messo volentieri al paredón chi osava porsi dei dubbi su chi avrebbe raccolto i frutti di questa “radiosa” giornata decembrina (e si stia molto attenti che queste proteste non diventino realmente come le “radiose giornate di maggio” dove, come denunciava Gramsci, “una classe di chiacchieroni, di scettici, di corrotti ... con tutti i riflessi giornalistici, oratori, teatrali”, “scimmieggia la classe operaia” scendendo in piazza).
Me la prendo con quelli che, non giovani ma non saggi, seppelliscono ogni legittimo dubbio sotto la retorica di una lotta di classe che rintracciano in ogni possibile fruscio di bandiere rosse, incuranti della storia, della politica, di ogni controesempio alle loro tesi preconcette, perché disdegnano l’intelligere, i tentativi di analisi più approfondite, tutti presi come sono da orgasmi empirici e necessariamente passeggeri.
Il problema che avevo posto (e per cui ancora una volta qualche stolida cariatide mi ha dato del cripto-fascista, anche se in forma indiretta e serpentesca) era semplicissimo: capire se abbiamo le forze, o come procurarci le forze se non le abbiamo, per opporci a una soluzione post-Berlusconi preconfezionata; una soluzione che nel pacchetto regalo vede un neo-centro filoamericano caratterizzato da Rutelli, Casini e Buttiglione, (il nuovo che avanza!) - più altri vecchi arnesi fuoriusciti dai due poli - e guidato da Gianfranco Fini, cioè da colui che gli USA vogliono far succedere a Berlusconi, come ribadito con la spocchia del funzionario dell’impero per ben due volte a “Ballarò” dal geostratega statunitense e spione freelance Edward Luttwak, uno che ha le mani insanguinate nel golpe cileno del 1973, uno che sosteneva Hillary Clinton alla presidenza perché la vedeva “più incline a ordinare bombardamenti sull’Iran”, uno che ha scritto il saggio “Give war a chance” (date una possibilità alla guerra). Uno che non a caso ha scritto “Colpo di Stato: Un pratico manuale tascabile”.
Questo uomo d’onore ci viene a dire dalla nostra televisione pubblica che gli Stati Uniti vogliono giù Berlusconi e su Fini. Fini, che non a caso viene subito convocato dal neo insediato ambasciatore statunitense. Fini, che non a caso a febbraio andrà negli USA come “interlocutore privilegiato”.
È sempre stupefacente come – in Italia, almeno – i «cercatori ufficiali di verità» si guardino bene dal fare domande ai testimoni diretti. Un caso esemplare di questa malattia è quello di Pasquale Valitutti. Appena ventenne all’epoca della strage di piazza Fontana, come tanti altri in quei giorni fece l’esperienza della questura. Non di una qualsiasi, ma proprio quella di Milano. Anzi, è stato l’ultimo compagno a parlare con Giuseppe Pinelli, la sera del 15 dicembre; poi lo ha sentito cadere dalla finestra. In questi 40 anni non ha mai cambiato la sua versione.
Com’è stato il tuo 15 dicembre 1969?
Dopo il 12 dicembre è iniziata la caccia all’anarchico. La polizia ha praticamente fermato tutti gli anarchici noti. Io non ero a Milano quel giorno; sono andati a casa mia, han preso mia sorella (che non faveva politica!) e han detto a mia madre che l’avrebbero lasciata andare solo se mi fossi consegnato. Quando sono andato in questura, il giorno dopo, c’era un sacco di gente. Poco alla volta hanno cominciato ad andar via e alla fine siam rimasti solo in due: io e Pino, in uno stanzone. Pino aveva una ventina di anni più di me che, da ragazzi, son tanti. Si scherzava un po’, cercava di consolarmi dicendo «Dai Lello, 'sta cosa qui ora finisce, tra un po’ ce ne andiamo a casa». Intanto faceva dei bei disegni per le sue bambine, che poi ho dato a Licia. Poi son venuti a prendere Pino e lo hanno portato nella stanza vicina per interrogarlo. L’ufficio della «squadra politica» era come un appartamento: una porta d’ingresso, un corridoio lungo con tante stanze.
Tu, da lì dentro, cosa sentivi?
Se parlavano normalmente, non sentivo niente. Venti minuti prima della mezzanotte è successo qualcosa. Ho sentito rumori, mobili che si spostavano, gente che parlava in modo concitato, senza riuscire a distinguere bene le parole. Non ho sentito urla, ma è successo qualcosa che non era accaduto durante gli altri interrogatori. Sentendo questi rumori, chiaramente vado in tensione. La porta della stanza dove mi trovavo era una porta a vetri che dava sul corridoio, da cui potevano controllare chi stava dentro. Da lì ho potuto vedere e ti posso assicurare che, dal momento in cui avevano portato Pino nella stanza dell’interrogatorio, non è più passato nessuno. In particolare in quell’ultimo quarto d’ora, assolutamente nessuno.
Quanti poliziotti c’erano nella stanza?
Dovevano essere sei: Calabresi, Lograno, Panessa, Muccilli, Mainardi e un altro.
Nessuno si è spostato. E Calabresi c’era sicuramente. Lo conoscevo bene, era il commissario, quello che comandava tutti; il più alto in grado presente. Quello che rompe il silenzio è un tonfo molto sordo, molto cupo. Il corpo di Pino che cade. La cosa veramente assurda è che nessuno ha reagito. Non ho più sentito nessun rumore. Nessuno ha urlato; come ho sentito il trambusto avrei sentito anche le urla. Ti puoi immaginare: sei in una stanza molto piccola, qualcuno si butta dalla finestra e nessuno urla?
Dopo il «tonfo» che accade?
Sono usciti dalla stanza e sono venuti da me, mi hanno bloccato ed è apparso Calabresi: «non capisco come possa essere successo, Valitutti; stavamo parlando tranquillamente con Pinelli di Valpreda, non capisco, all’improvviso si è buttato». L’ho detto subito al giudice nel primo interrogatorio, il 1 gennaio del ‘70, quando mi hanno chiamato a parlare con Caizzi.
C’è stato un processo, poi. Avranno cercato di smontare la tua versione...
Era il processo Calabresi-Lotta continua. Sono andato lì e gli avvocati mi han fatto tutte le domande e io ho raccontato tutto, come adesso. Importante: Calabresi era lì, con il suo avvocato e non mi hanno fatto neanche il controinterrogatorio. Non gli conveniva. Dal punto di vista giudiziario vuol dire che non potevano contestarmi niente e volevano farmi «scivolare via». Poi il presidente del tribunale ha disposto un sopralluogo in questura per capire cosa potevo aver visto veramente. Quando siamo andati lì, davanti alla porta a vetri era stato messo una grosso distributore di caffè e bibite. E il presidente mi ha detto: «con questa macchina davanti, lei poteva anche non vedere». Io gli ho risposto che la macchina non c’era; anzi, ho indicato sul linoleum del pavimento, sulla parete opposta, il segno che la macchina aveva lasciato. Mi ricordo la sua faccia. É rimasto costernato di fronte all’evidenza di un tentativo così maldestro di alterare la «scena del delitto».
Mai accusato di falsa testimonianza?
Mai. La cosa più singolare è che D’Ambrosio (Gerardo, ndr) non mi ha nemmeno interrogato, quando ha fatto l’inchiesta sulla morte di Pinelli. Sono stato interrogato la prima volta dal pubblico ministero. Poi ho testimoniato al processo Calabresi-Lc. Quando poi Licia ha fatto denuncia per omicidio contro ignoti, D’Ambrosio ha fatto la sua inchiesta e non mi ha interrogato. Lui ha sentito soltanto i poliziotti, che non erano testimoni, ma sotto avviso di garanzia. E non ha sentito l’unico testimone che c’era. Quando glielo dicono pare che si arrabbi sempre. Ma è stato molto scorretto.
Tommaso De Berlanga ilmanifesto 12.12.2009
Massimo Mazzucco Luogocomune 29/11/2009
Esiste un diretto legame fra tutti i più importanti “complotti” della storia moderna. Dall’ 11 settembre al caso Kennedy al cosidetto Moonhoax (i presunti viaggi lunari), ci si ritrova a risalire in ogni caso alla stessa matrice ideologica e politica che ha dominato la scena del potere in America per quasi un secolo.
Chiamiamoli, per mancanza di un termine migliore, “banchieri-guerrafondai”, dove la guerra non sia che l’espressione ultima di un potere politico ed economico che ha ormai raggiunto dimensioni globali.
Furono (anche) i guerrafondai a voler uccidere Kennedy, che intendeva ritirarsi dal Vietnam; furono (anche) i guerrafondai a trarre vantaggio dalla messinscena lunare, reindirizzando i finanziamenti del progetto Apollo verso destinazioni molto meno pacifiche; e furono (anche) i guerrafondai a volere l’undici settembre, per scatenare guerre che erano già state pianificate nel minimo dettaglio.
Nero docet, e i nipotini del Grande Impero imparano in fretta.
Svelare progressivamente ciascuno di questi complotti significa anche cercare di comporre un quadro complessivo che risulti alla fine più semplice e comprensibile - paradossalmente – delle mille ragnatele che li hanno avvolti per tutti questi anni.
Sull’undici settembre abbiamo raggiunto una chiarezza di analisi sufficiente ad affermare che la versione ufficiale sia falsa in molteplici punti, e l’incapacità dei debunkers di trovare una risposta accettabile alle famose “12 domande” lo ha confermato. Questo significa che chi stava al potere in quel momento ha mentito per coprire una verità che evidentemente lo vedeva coinvolto da vicino. (Nessuno racconta balle di quelle dimensioni “per conto terzi”, nè tantomeno “per vedere di nascosto l’effetto che fa”).
La stessa cosa è accaduta nei giorni scorsi con il caso Kennedy: di fronte al filmato “L’uomo che uccise John Kennedy”, che ricostruisce le trame che portarono all’uccisione del presidente, il forum italiano dei debunkers che ha sempre difeso la versione ufficiale (sul quale ho versato ettolitri di sangue, in passato), ha finalmente alzato bandiera bianca, evitando semplicemente di rispondere al mio invito a contestare l’analisi presentata nel filmato.
D’altronde, quando quattro fonti diverse, che non si conoscevano fra di loro, confermano la presenza degli assassini a Dallas, diventa molto difficile sostenere che si trovassero tutti lì per caso.
A sua volta, non va dimenticato che il caso Kennedy è in realtà un doppio caso: la morte di Robert Kennedy – come verrà illustrato in un articolo di prossima pubblicazione – fu il semplice completamento di un “lavoro” iniziato 5 anni prima a Dallas dallo stesso gruppo di persone.
E fra i due omicidi si ritrova, curiosamente, anche l’assassinio di Martin Luther King.
Fu la sequenza dei tre attentati a invertire la marcia del progressismo americano di quegli anni, portando alla Casa Bianca proprio quel Richard Nixon – anch’egli presente a Dallas nel ’63 – sotto cui sarebbero poi avvenuti i tanto contestati “viaggi lunari”.
Se solo si accetta l’idea che quei viaggi non siano mai avvenuti, diventa imperativo domandarsi dove siano finiti i miliardi di dollari che il contribuente americano versò alla NASA, convinto di partecipare al “grande balzo” nel futuro rappresentato dalle missioni Apollo.
E la risposta potrebbe non piacere a molte persone. E’ curioso infatti come la NASA sia un ente civile, ma nessuno si domandi come mai il Pentagono non abbia ufficialmente nessun dipartimento “spaziale”.
Tutti questi episodi – omicidio Kennedy, Moohoax, 11 settembre, e molti altri - si possono far risalire ad una matrice comune: la volontà dei poteri forti di mantenere il controllo e di sbarazzarsi, con ogni mezzo disponibile, di qualunque ostacolo si presenti sul loro cammino.
L’America infatti non è nè una repubblica nè una democrazia, ma un impero oligarchico di tipo plutocratico, che tramanda nel tempo – generazione per generazione, famiglia per famiglia – gli stessi poteri a figli e nipoti. Non è un caso che la stessa persona che era presente a Dallas nel 1963 abbia passato la notte del 10 settembre 2001 alla Casa Bianca: nel primo caso, lo fece come figlio di un uomo che gestiva il potere per conto dei potenti di allora – banchieri, industriali e guerrafondai - nel secondo lo fece per proteggere quel potere a cui nel frattempo aveva avuto accesso anche direttamente.
Fra i membri consiglieri della Carlyle, uno dei più grossi finanziatori della guerra in Iraq, c’è anche George H. Bush.
Esiste quindi un Grande Burattinaio, ma non è una persona fisica: è un’idea. L’idea del privilegio dei pochi a svantaggio dei molti, che va mantenuto attraverso il controllo esercitato sul sistema sociale tramite la corruzione, l’illusione della democrazia e il controllo dell’informazione.
Comperi i giudici, i politici e i mezzi di comunicazione, dopodichè agisci liberamente, sicuro dell’impunità, mentre puoi permetterti di raccontare alla gente tutte le bugie che ti vengono in mente.
E la cosa splendida è che sarà la gente stessa – o almeno buona parte di essa - a difendere e coprire le tue bugie, alle quali avrà creduto ciecamente grazie all’immensa fiducia che nel frattempo hai saputo infondere in loro.
“Tu” sei le istituzioni, ma loro non lo sanno, e alle istituzioni credono ciecamente.
Per gli altri, basterà dare un tozzo di pane ad un poliziotto perchè prenda a bastonate il contestatore, basterà dare un tozzo di pane al politico perchè faccia le leggi contro di lui, e basterà dare un tozzo di pane ai mille piero angela di questo mondo perchè vadano in tv a raccontarci che i “complottisti” sono dei malati senza speranza.
La speranza i complottisti ce l’hanno, ma non è certo quella di cui parla Piero Angela.
IL VIDEO CHE SU MTV NON VEDRETE MAI!



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