Miguel Martinez Kelebek 05 gennaio 2010
Come probabilmente saprete, il presidente degli Stati Uniti ha nominato una certa Amanda Simpson come consigliere del Dipartimento del Commercio.
Amanda Simpson, ci raccontano sovreccitati i media, è la prima transessuale ad assumere un incarico governativo negli Stati Uniti, e già vediamo le opposte tifoserie animarsi a proposito. Come dice Notizie Gay:
L’annuncio ha spaccato in due l’America. Da una parte c'è la gioia dei progressisti, già mobilitati in tutto il paese per far approvare le nozze tra persone dello stesso sesso. Dall’altra l'ira dei conservatori, scandalizzati da ciò che definiscono “La nuova Sodoma e Gomorra Obamiana”.
Noi la pensiamo diversamente dai tifosi di entrambi gli schieramenti. A nostro modesto avviso, la signora Simpson dovrebbe godere di tutti i diritti attinenti alle sue scelte personali. Ma in galera, come criminale di guerra.
Amanda Simpson lavora da trent'anni nel settore bellico e da 23 alla Raytheon, dove fino a poco tempo fa svolgeva l'incarico di Vicedirettore per lo sviluppo della tecnologia avanzata.
Negli stessi giorni, Obama ha nominato un certo William Lynn vicesegretario alla Difesa, che in pratica significa che avrà il potere di decidere le spese che farà il Pentagono. Per nominarlo, Obama ha dovuto aggirare una legge che lui stesso aveva voluto contro le nomine politiche a responsabili di lobby private: William Lynn infatti è a capo della lobby ufficiale della Raytheon a Washington, ed è riuscito a far assegnare commesse alla Raytheon per 10 miliardi di dollari solo nel corso dell'anno passato. La motivazione della deroga di Obama: William Lynn avrebbe dimostrato le proprie capacità, tra il 1997 e il 2001, quando era responsabile della gestione finanziaria del Pentagono. In quegli anni, riuscì a ridurre le spese "non documentate" del Pentagono da 2,3 trilioni a 1,3 trilioni di dollari.
Riassumo: Lynn gestiva i soldi dell'intero sistema militare statunitense, dove anche alla fine della sua carriera era normale che 1,3 trilioni di dollari scomparissero in tasche imprecisate. Poi ha lavorato per uno dei principali contraenti del sistema militare, con l'incarico di usare i propri contatti per fargli avere dei contratti. Otto anni dopo, ritorna a gestire le spese del sistema militare.
Negli stessi giorni, Obama ha annunciato il nome del nuovo ambasciatore in Arabia Saudita: James B. Smith, ex-generale dell'aeronautica, passato a dirigente anche lui della Raytheon.
Anche qui troviamo un tipico passaggio: il militare che punta a un futuro impiego multimiliardario presso un'azienda privata sicuramente dedica gran parte del proprio impegno a farne gli interessi nell'esercito; passa per il privato e infine assume un incarico politico, inviato in un paese in cui il commercio di armi, il controllo del petrolio, la costruzione di basi militari, la vendita di armi e la caccia ai "terroristi" fa tutt'uno.
Se la Raytheon si assicura così una bella entratura nel mercato saudita, la nomina della Simpson le apre - o meglio, continua a tenerle aperte - le porte del mercato planetario. Mentre un complesso di aziende-satellite della Raytheon, della Boeing e della Martin-Lockheed gestisce gli interrogatori di Guantanamo, trasporta rapiti in giro per il mondo, organizza "listening posts" per spiare su cittadini di altri paesi, controlla direttamente il lancio di missili dagli Stati Uniti...
Il nome Raytheon è un ibrido anglogreco che significa "Luce dagli dèi", e rende bene le ambizioni di questa azienda, con 72.000 dipendenti nel mondo. Nata come tante piccole e pacifiche aziende tecnologiche, la Raytheon si è trovata sommersa di commesse e denaro durante la Seconda guerra mondiale. Finita la guerra, il governo degli Stati Uniti ha preso la scelta storica di non smobilitare. L'intera economia, e il sistema di spese statali, è stata così ricostruita attorno a un complesso politico, militare, mediatico, diplomatico, propagandistico e scientifico di cui persone come Amanda Simpson e William Lynn sono i perfetti rappresentanti.
In un'economia sempre più virtuale, il complesso militare-industriale (la definizione non proviene da qualche contestatore, ma da un profetico discorso di denuncia del Presidente Eisenhower) offre preziosi posti di lavoro, che permettono di controllare città intere, assieme agli eletti locali. Nel 1995, ad esempio, la Raytheon ha minacciato di spostare la propria sede principale dal Maine al Tennessee, se non veniva concessa loro una sostanziale riduzione delle tasse; ottenuta la riduzione con la promessa di tagliare di poco le spese per il personale, la Raytheon licenziò quasi un terzo della propria forza lavoro, aumentando proporzionalmente gli stipendi ai propri dirigenti, tra cui presumibilmente anche la signora Simpson.
La Raytheon si dedica soprattutto alla produzione di missili e affini, dai Patriot e Tomahawk alle bombe a grappolo. Iraq, Libano, Afghanistan, Gaza, non c'è strage in cui i prodotti Raytheon non abbiano dimostrato la loro efficacia. In questo campo, la Raytheon ha costituito una partnership con la Rafael, l'autorità privata/pubblica israeliana che gestisce e commercializza la produzione militare. Un tema, quello israelo-palestinese, su cui i portavoce della Raytheon hanno le idee chiare.
Come ebbe a dire Adam Cherill, Manager of Business Development della Raytheon il 18 novembre del 2002:
"Per meritare l'autodeterminazione, un popolo deve mostrare qualche forma di identità nazionale... quale organizzazione politica, istituzione sociale, letteratura, arte, religione o corrispondenza privata dimostra qualche legame tra il popolo palestinese e la Terra d'Israele?"
La Raytheon opera in stretto contatto anche con aziende non (direttamente) militari, come la Apple, con cui ha sviluppato un particolarissimo iPhone che dovrebbe servire specificamnte per identificare e permettere di uccidere insorti iracheni; ma il progetto principale al momento è il Universal Control System. Raytheon si è rivolto a designer di videogiochi per progettare questo straordinario sistema per l'omicidio a distanza.
La console, situabile ad esempio in una base in Nevada, permette di uccidere afghani con la massima comodità, seduti su un sedile rivestito in pelle e adattabile a "utenti individuali", che possono anche "controllare un sistema di riscaldamento e raffreddamento sopra le loro teste, semplicemente premendo un pulsante".
La console, ci assicurano è dotata di un "design ergonomico che migliora drammaticamente il conforto dell'operatore e l'efficacia operativa".
Inseguire e uccidere può richiedere tempo, e quindi la Raytheon offre una "seduta ergonomica con memoria per missioni prolungate".
Una dimostrazione quindi che la Raytheon ci pensa ai propri dipendenti, almeno quando non li licenzia. Fortune racconta come Raytheon sponsorizzi numerosi eventi gay e riconosca i diritti delle coppie gay tra i propri dipendenti. La motivazione non fa una grinza e spiega perfettamente come il politicamente corretto si possa coniugare con il terrore planetario. Con tutte le guerre presenti e future che l'azienda promuove,
“nei prossimi dieci anni avremo bisogno di qualcosa come 30.000 o 40.000 nuovi dipendenti", spiega Hayward Bell, il principale diversity officer della Raytheon. "Non ci possiamo permettere di respingere nessuno che sia dotato di talento".
Foto di gruppo con premio Partner of the Year — Energy Management
- Dedicato ai morti di Gaza del dicembre 2008, gennaio 2009.
“Il Nazismo ha distrutto il giudaismo fisicamente, il Sionismo l’ha distrutto spiritualmente”, Leibele Weisfisch, Rabbino, 1992
Giorgio Napolitano è un ignorante complice morale di crimini contro l’umanità in Palestina. Massimo D’Alema è un consapevole complice diretto di crimini contro l’umanità in Palestina. L’occupazione israeliana dei territori palestinesi è un insulto permanente a sei milioni di morti nei campi di sterminio nazisti.
L’organizzazione umanitaria americana The Middle East Children Alliance ha completato di recente un sopralluogo a Gaza, colpita nel dicembre del 2008 dal peggiore atto di terrorismo indiscriminato compiuto da Israele su quelle terre dal 1948, e ha intervistato decine di bambini palestinesi chiedendogli quali erano i loro bisogni più urgenti. La risposta della maggioranza di quei bimbi è stata questa: “Poter bere un bicchier d’acqua la mattina”.
Gaza è una prigione a cielo aperto dove nessuno può entrare o uscire, dove Israele non permette l’importazione di gas per cucinare, di acqua da bere, di farmaci salvavita, di cemento per ricostruire ciò che ha distrutto, di matite, di lenticchie, di quaderni, di cloro per disinfettare acquedotti e fogne, e dove l’esercito dei neonazisti ebrei israeliani spara ai contadini che raccolgono la bietola per non morire di fame, o ai pescatori che osano uscire nel loro mare per non morire di stenti. Gaza è oggi l’unica camera di tortura sperimentale a cielo aperto del mondo, l’unica istanza al mondo dove uno Stato Canaglia, Israele, sperimenta un sadismo etnico scientifico con l’appoggio pieno di ogni democrazia moderna che si conosca. Il Darfur, Ace, il Tibet, la Birmania, la Korea del Nord (*) e altri orrori simili sono pienamente riconosciuti come tali e sanzionati come tali dai Paesi cosiddetti civili. Non la Palestina, dove da almeno 60 anni una banda di criminali assassini e terroristi che rispondono al nome di Movimento Sionista può permettersi qualunque atrocità per due motivi: perché Israele è oggi la più grande base militare americana del mondo e perché Adolf Hitler ha sterminato sei milioni di ebrei con la nostra complicità durante la seconda guerra mondiale. Motivi per cui Obama sta zitto e per cui l’Europa non osa profferire parola.
Il Movimento Sionista di Theodor Herzl, Israel Zangwill, Vladimir Jabotinski, Chaim Weizman, Leo Motzkin, David Eder, Golda Meir, Moshe Dayan, Ben Gurion, Menachem Begin, Yitzhak Rabin, Ariel Sharon, Ehud Olmert, Tzipi Livni, Ehud Barak, Benjamin Netanyahu (e altri) è una organizzazione criminale il cui unico posto nella Storia è dietro le sbarre della gabbia del Tribunale Penale Internazionale o di una nuova Norimberga. Essi hanno non solo martoriato oltre ogni limite il popolo palestinese, ma non si sono fatti scrupolo in 60 anni di storia d’Israele di mandare al macello fisicamente e psicologicamente gli ebrei stessi, loro concittadini, pur di perseguire il loro piano originario: la pulizia etnica di tutta la Palestina biblica. Hanno rigettato e distrutto ogni singola offerta di pace, hanno raccontato menzogne con una sistematicità diabolica, e hanno consciamente replicato nei Territori Occupati le tecniche di tormento razzista del Terzo Reich. Oggi, questa congrega di assassini corrotti, sta invece ritta sui tappeti rossi degli ignoranti negazionisti come Giorgio Napolitano, che non molto tempo fa ha dichiarato di aver “denunciato l’antisionismo come travestimento dell’antisemitismo. C’è chi – non avendo nel mondo di oggi il coraggio di dichiararsi antisemita – assume come bersaglio il sionismo, con esso identificando una presunta volontà di dominio”. Presunta, dice il Presidente. Ecco cosa lasciò scritto un suo omologo israeliano, Ben Gurion, padre di Israele, nel 1948: “C’è bisogno di una reazione brutale. Dobbiamo essere precisi su coloro che colpiamo. Se accusiamo una famiglia (palestinese), dobbiamo fargli male senza pietà, donne e bambini inclusi… Non vi è alcun bisogno di distinguere fra colpevoli e innocenti”. Ed ecco, Napolitano, come commentò quelle parole il più insigne letterato ebreo israeliano del XX secolo, Yizhar Smilansky “Ci facciamo ingannare di fronte all’evidenza, e ci uniamo subito al grande e comune mucchio dei bugiardi – composto da ignoranza, apatia opportunista e semplice svergognato egoismo – e scartiamo una grande verità per la furba scrollata di spalle di un criminale inveterato (Ben Gurion).”
La stessa congrega sionista criminale pretendeva nel 2006, e otteneva, dal governo di centrosinistra italiano di Romano Prodi e dal suo Ministro degli Esteri Massimo D’Alema l’adesione incondizionata al crimine internazionalmente riconosciuto di ‘punizione collettiva’ dell’intero popolo palestinese, colpevole di aver aderito alla democrazia ma di aver votato a maggioranza il partito ‘sbagliato’. Quello sgradito a Washington. Massimo D’Alema ha portato me e voi sulle soglie della camera di tortura a cielo aperto di Gaza a chiudere i portoni di accesso dei beni di sopravvivenza essenziali e a contemplare un milione e mezzo di innocenti che si contorcono in una “vita da cani” (Moshe Dayan, 1967), ammassati nel 5% di quella che era la loro legittima terra, senza diritti, lasciati morire di parto ai posti di blocco, di malattie banali, costretti a nutrirsi di rifiuti, e sottoposti a un accanimento sadico da parte di Israele che Mary Robinson, Alto Commissario per i Diritti Umani dell’ONU, ha definito nel 2007 “la distruzione di una civiltà”, opinione confermata fra gli altri dalle parole dell’ex ministro inglese per gli Affari Internazionali Clare Short, che in una audizione alla Camera dei Comuni dello stesso anno ha parlato di “un sistema di Apartheid, annessioni brutali, e creazioni di ghetti”. Tutto questo mentre nei salotti italiani personaggi della bassezza morale di Marco Travaglio, Massimo Teodori, Gad Lerner o Furio Colombo pontificavano sulla brutalità dei negri palestinesi, fra un’apparizione tv e l’altra, e mentre finivano il carpaccetto all’aceto balsamico nel ristorante di mamma RAI.
Le prove documentali di quanto ho appena scritto si trovano pubblicate già da tempo nei miei lavori, e sono di fonte unicamente ebraica o occidentale. Vi trovate le smentite a tutte le menzogne sioniste su Hamas, sul terrorismo, su chi massacra chi in Medioriente, su ciò che vi raccontano i Tg italiani. Ma basterebbe il candore agghiacciante dell’ex Capo di Stato Maggiore d’Israele Mordechai Gur, che nei resoconti dell’analista militare israeliano Ze’ev Schiff ammise senza patema alcuno che il suo esercito per 30 anni aveva colpito una popolazione civile che viveva in villaggi, colpito civili di proposito e coscientemente “perché se lo meritano”, e anche in assenza di alcuna minaccia armata. Avrebbe dovuto bastare, sessanta anni fa, il grido angosciato di Albert Einstein e di Hannah Arendt, i quali denunciarono le venature “naziste e fasciste” nei partiti dei padri fondatori di Israele. E dovrebbe bastare a chiunque non sia della pasta di Giorgio Napolitano, Massimo D’Alema o Marco Travaglio il filmato che un eroe moderno come Vittorio Arrigoni ha realizzato, e che sta mostrando a sparute platee italiane ahimè, dove compare tutto l’orrore del sadismo israeliano senza veli: due contadini di Gaza, padre e figlio emaciati, armati di un carretto ottocentesco tentano di raccogliere a mano delle bietole in un campo di loro proprietà; è la loro sopravvivenza, i loro volti sono contorti dalla disperazione, ma gli uomini “dell’esercito più morale del mondo” (Barak), i discendenti dei sei milioni di morti dell’Olocausto, li prendono a fucilate indiscriminatamente, un tiro al piccione con l’agonia altrui. I disgraziati si gettano a terra, salvati solo dalla presenza dei giovani occidentali dell’International Solidarity Movement, che con un coraggio indefinibile fanno da scudi umani alle pallottole. Ma si faccia attenzione: quel tiro al bersaglio diretto a chi tenta di non morire di fame non è fatto per casuale brutalità; è politica dettata da Tel Aviv per portare a compimento i dettami dell’abietto Moshe Dayan che nel 1967 disse: “Voi palestinesi continuerete a vivere come cani, chi vuole può andarsene. Chiunque si avvicini al Movimento Sionista con una morale non è un Sionista”. La scena filmata da Arrigoni torce le budella, strozza la gola di chiunque abbia mai amato un padre o un fratello nella vita, e richiama a pieno titolo le parole di Hannah Arendt: ‘La Banalità del Male’. Accade ogni giorno a Gaza, mentre noi siamo qui. E allora.
Non indignatevi, che siate maledetti se lo fate. Fate altro: informatevi e raccontate al mondo che la crudeltà nazista non è morta, che oggi vive e che si chiama Sionismo, occupazione della Palestina, e che rappresenta l’unico esempio al mondo di orrore etnico pienamente accettato e sostenuto da ogni democrazia moderna. Roma, il Quirinale e tutti noi in prima fila.
“Il quadro che emerge è di un Israele che selvaggiamente infligge ogni possibile orrore di morte e di angoscia sulle popolazioni civili, in una atmosfera che ci ricorda regimi che né io né il signor Begin oseremmo citare per nome”. (parole dell’ex ambasciatore israeliano all’ONU Abba Eban. Fonte: il quotidiano israeliano Jerusalem Post)

Paolo Barnard 29.12.2009
*Barnard dovrebbe documentarsi meglio, e non seguire, in questi casi, il mediastream.(Alessandro)
Massimo Mazzucco Luogocomune 29/12/2009
Notizie apparentemente insensate si accumulano in questi ultimi giorni dell’anno.
Secondo le agenzie di stampa, Al-Queda avrebbe rivendicato il rapimento dei coniugi Cicala, i due italiani sequestrati in Mauritania una decina di giorni fa. Motivazione ufficiale: rappresaglia per la partecipazione italiana alle guerre di Afhghanistan e Iraq.
Contemporaneamente, Al-Queda avrebbe anche rivendicato il fallito attentato sul volo Amsterdam-Detroit di qualche giorno fa, quando un passeggero ha cercato di dare fuoco ad un ordigno esplosivo legato alla sua gamba, finendo per riportare delle ustioni di terzo grado. Al giudice americano che lo ha interrogato, dopo l’atterraggio senza danni dell’aereo, l’uomo avrebbe detto che “ci sono molti di noi pronti a colpire in tutto il mondo”.
Nessun giornalista si domanda perchè mai la ferocissima Al-Queda rapisca dei cittadini italiani per lamentare una occupazione militare di cui noi siamo responsabili in misura irrilevante, e che lo faccia addirittura in un paese che si trova a 20.000 km. di distanza dal beneamato Afghanistan.
Nessun giornalista si domanda perchè mai la ferocissima Al-Queda mandi a fare gli attentati un imbecille che non è nemmeno capace a dare fuoco ad una miccia, e che si vanta oltretutto di non essere l’unico a rappresentare un pericolo così “mortale” per tutto l’occidente.
Nessun giornalista si domanda a chi siano intestati i famigerati “siti web” su cui continuano a comparire le fantomatiche rivendicazioni di Al-Queda che nessuno riesce mai a vedere.
Loro passano le notizie e basta. Come decerebrati senza volontà e senza spirito critico, accettano per buona qualunque notizia venga riferita dalle agenzie, e si dimenticano di cercare un minimo di senso logico in tutto quello che accade.
Nel frattempo – sempre secondo le agenzie di stampa - continuano in Iran le “pesanti repressioni” del governo di Ahmadinejad contro “i poveri dimostranti privati del diritto di esprimere la propria opinione”, e già il ministro Frattini parla di “intollerabile violazione dei diritti umani”.
Gli fa eco dal Libano Gianfranco Fini, che sottolinea come il mondo occidentale non possa rimanere silenzioso dietro a fatti di questo genere. Sembra di sentire il coro delle Orsoline, da tanto sono in sintonia questi personaggi.
Nessun giornalista si ricorda che fu proprio Ahmadinejad ad accusare i servizi occidentali - leggi CIA e Mossad - di essere alla radice delle sommosse in Iran, e naturalmente nessuno di loro si ricorda che 2 + 2 ha sempre fatto 4.
Giellegi Conflitti e Strategie 28 dic 09
1. Nessun rimpianto per il vecchio regime Dc-Psi crollato nel 1992-93; così come nessun rimpianto per il crollo del “socialismo” (europeo e sovietico) nel 1989 e 1991, che ha infranto la cristallizzazione caratteristica del mondo bipolare. Tuttavia, si sono raccontate intorno a simili eventi autentiche favole, che gravano ancor oggi sul nostro futuro. Lascio perdere adesso lo smantellamento del campo “socialista” per dedicare quattro parole alla sorte del nostro paese; senza la pretesa di una corretta interpretazione del passato né di una esatta previsione del futuro. Riferirò le mie convinzioni e cercherò di portare elementi di riflessione.
L’interpretazione che ho dato degli eventi italiani seguiti al 1989-91 dovrebbe essere già abbastanza nota. La prima menzogna largamente diffusa è che saremmo passati dalla prima alla seconda Repubblica. Tale trasformazione avrebbe invece richiesto un’aperta lotta politica, la chiara indicazione della posta in gioco, profonde trasformazioni delle istituzioni e della stessa sclerotizzata Costituzione. Nulla di tutto ciò è avvenuto. La politica è stata lasciata da parte e si è giocato tutto su una presunta lotta per la moralizzazione e la restaurazione della legalità condotta da una istituzione del presunto Stato di diritto, la magistratura, che ha in realtà effettuato un colpo di mano, distruggendo certi corpi politici e lasciando in piedi quelli che avrebbero dovuto garantire non certo una rivitalizzazione della Repubblica italiana, ma invece la sua completa sottomissione ad una potenza straniera e a quei settori economici (industriali, finanziari, ecc.) già all’origine del grave inquinamento della Resistenza, di cui si fecero passare per parte “democratica” e “liberatrice” i gruppi di traditori del 25 luglio 1943 in fregola di restaurare il fronte capitalistico peggiore, più parassitario e sottomessosi agli interessi del principale vincitore (in pratica, l’unico del campo “occidentale”).
Malgrado quel tradimento, una serie di circostanze, che andrebbero rivisitate storicamente, permise al regime installatosi in Italia – una volta ereditato dal fascismo l’IRI, cioè il settore “pubblico” dell’economia, rafforzato notevolmente prima con l’Eni e poi con l’Enel (ma non fu merito dell’intero corpo politico di quel regime; ecco perché è necessario un nuovo studio storico, più minuzioso, di quel periodo) – di mantenere un minimo di autonomia in politica estera, approfittando pure della situazione bipolare venutasi a creare e della posizione (geopolitica) dell’Italia. Dato il coacervo di forze che governò l’Italia fino al crollo “socialistico” – un coacervo definito “democratico” e “libera espressione di volontà popolare” – il settore “pubblico” funzionò sia come supporto del capitalismo privato, quello dell’“antifascismo” detto laico e azionista (in realtà quello del tradimento e della totale sottomissione allo straniero), sia soprattutto come base di potere di alcune porzioni del corpo governativo in grado di condurre, ma sempre di soppiatto e con defatiganti raggiri, una politica estera di minima autonomia.
Chi tentò di liberarsi con maggior chiarezza e vigoria del giogo straniero (Mattei, con la politica dell’Eni) fu soppresso; gli altri continuarono il gioco con minore efficacia e chiarezza, con estenuanti compromessi e complicità che infine impedirono loro di resistere quando, finito il bipolarismo e la funzione dell’Italia, i poteri stranieri (diciamolo con chiarezza: americani), ancora una volta appoggiati all’interno dall’“antifascismo” del “25 luglio” (Confindustria in testa con i settori politici ad essa legati), smantellarono ogni vestigia dell’antica politica italiana. Per demolirla dovettero però annientare Dc e Psi, mantenendone in piedi piccoli e scadenti rimasugli, quelli già proni al capitalismo “privato” (e finto laico e azionista). Troppo povera cosa, incapace di creare il nuovo regime totalmente subordinato agli Usa. Ecco pronto però il sostituto: un Pci già degenerato e sfibrato dalla segreteria Berlinguer (1972-84), tutta intrisa di fondamentalismo “cattocomunista”, moralista ad oltranza con la maturazione piena dell’ipocrisia che è l’abito normale del moralismo.
Il Pci fu salvato dal crollo del “comunismo” mondiale e strettamente collegato con il giustizialismo, la veste moralista della magistratura; esso divenne così il sicario prediletto di americani e industria “privata” italiana (di cui la riunione sul “Britannia” con l’establishment mondiale, al cui vertice stavano ambienti statunitensi, fu solo il punto d’arrivo di una lunga preparazione), che misero fine all’economia “pubblica” impadronendosene. Già allora, settori della destra (Msi) si schierarono con il progetto giustizialista; a dimostrazione che gli attuali rinnegamenti e tradimenti di settori “aenneini” del Pdl hanno radici in quel periodo. Da allora, la commedia della destra e della sinistra divenne un inganno e una grossa degenerazione della politica; da allora, si possono usare queste etichette, ma sapendo che sono vuote, pura designazione di comodo senza contenuto reale. Chi finge il contenuto o è un imbecille oppure uno che sta facendo lo sporco gioco degli americani e dei loro “corrispondenti” italiani.
Si costituì comunque all’epoca una forza politica di servizio degli ambienti “laico-azionisti” (gli “antifascisti del tradimento nazionale”), con il suo nerbo costituito dai rinnegati del “comunismo” (che già dagli anni ’60 definivo piciismo per non insultare il comunismo, per me ancora un vanto e un “blasone” pur ormai decaduto), attorno ai quali si raggrupparono gli scampoli del moralismo cattolico fondamentalista, anch’esso dedito al tradimento e rinnegamento (perché solo a mascherarli serve la ciancia moralistica: dei cattolici come dei piciisti). Rimase scoperto indubbiamente il grosso dell’elettorato Dc-Psi, abituato a considerare quali nemici i “comunisti” (di cui non capiva certo il voltafaccia, e nemmeno i motivi molto “pragmatici” per cui era stato compiuto). Nulla si fece per conquistare l’elettorato in questione. Forse si pensava non ci fosse ormai più bisogno di una qualsiasi copertura politica; bastava sventolare la bandiera del giustizialismo moralistico (indubbiamente esso stava ottenendo un buon successo, anche presso la Lega), affidandosi alla magistratura senza più alcuna finzione ideologica. Non c’era nemmeno da nascondere che si stavano usando due pesi e due misure. Il Pci non venne perseguito per tangenti (di cui esisteva la “punta dell’iceberg” nel miliardo di Gardini arrivato alle Botteghe Oscure), la magistrata addetta a quel filone di indagini fu estromessa, ecc.
Ci si esaltò e si divenne euforici. Oltre all’economia “pubblica”, perché non annientare e impadronirsi pure di quell’area “privata”, nata sotto impulso craxiano (o che forse invece si servì di Craxi; causa ed effetto hanno poca importanza adesso)? Da qui le minacce a Berlusconi, e il conseguente tentativo di quest’ultimo di trovare qualche forza che scendesse nell’agone politico e che lui potesse appoggiare. Invece nulla; l’unico tentativo fu quello del patto Segni-Maroni, fatto subito saltare da Bossi (strano: proprio da colui che un anno dopo attuò il ribaltone per far cadere il primo governo Berlusconi, dopo essere entrato a far parte della coalizione messa in piedi da costui). In ogni modo, proprio quest’ultimo si mise direttamente in lizza; da allora abbiamo assistito alla pantomima della permanente “ascesa del fascismo” (mai visto un fascismo non ancora assestato al potere dopo 16 anni) e della correlativa lotta ai “rossi” (anche questi puramente immaginari dopo quasi due decenni di rinnegamento del loro già “rosa pallido”). Nello stesso tempo, si blaterò di passaggio alla seconda Repubblica, ma la realtà era assai diversa: da una parte, i rinnegati di una “fede”, riciclatisi in “occidentali” e filo-americani, assieme ai residui minori, scadenti e limitati del vecchio regime da “prima Repubblica”; dall’altra, un personale raccogliticcio, dell’ultimo momento, impolitico, in cui si sono verificate via via diverse sostituzioni con un leggero miglioramento, ma sempre con il vecchio marchio dell’improvvisazione e una certa rozzezza.
Dal 1992-93 non abbiamo avuto più in Italia una vera lotta politica, anzi proprio nessuna. Solo continue finzioni con il richiamo della sedicente sinistra alla lotta antifascista (fino alla recente commedia delle ricostituzione del CLN), richiamo effettuato dai traditori del paese, voltagabbana inverecondi, per schierarsi con i predominanti statunitensi e farsi proteggere mentre facevano (e fanno) di tutto per rimettere in piedi il peggiore capitalismo (sanguisuga) esistente sulla scena mondiale. Dall’altra parte, l’appello ad opporsi alle sempre nuove ondate dei “rossi”, che stanno solo nel cervello dei “destri” governativi (anzi berlusconiani) con sicuri effetti comici, il rovescio della medaglia rispetto a quelli provocati degli avversari “antifascisti”. E’ però una rappresentazione comica fortemente dannosa per il paese.
2. Torniamo un momento indietro. Quando Berlusconi entrò in politica, lo fece con chiari intenti di essere, come tutti gli altri, un fedele suddito statunitense. Tutto sommato, non ha cambiato questa casacca a stelle e strisce. Tuttavia, non ha potuto non accorgersi che i suoi nemici puntavano concretamente all’annientamento totale (e incameramento nelle loro aree di interesse) dei settori economici “pubblici”; e che, incamerati questi, intendevano (e intendono) rivolgersi anche a quelli “privati” di nuovo conio, dove lui è situato. L’individuo si è perciò trovato costretto – almeno questa è un’ipotesi plausibile – a difendere le ultime trincee del “pubblico” per proteggere se stesso, entrando certo in conflitto con gli Usa; ma d’altra parte garantendo a questi ultimi un perfetto schieramento filo-“imperiale” dal Medio Oriente all’Afghanistan.
Nel 2003 (estate) Putin, di ritorno dall’Africa del nord (dove aveva già stilato accordi), passò in Sardegna e fece – io credo – interessanti proposte di collaborazione tra Gazprom ed Eni (già “in affari” fra loro, ma credo che da allora questi si siano grandemente rafforzati). Dopo un po’ di tempo, viene nominato ad dell’azienda italiana Scaroni (adesso si vocifera che potrebbe andare a Mediobanca; vedremo) e da allora è stato un crescendo di espansione degli interessi energetici italiani (e non solo con l’azienda russa), mediante piani che sembrano avere anche una valenza strategica (non solo limitata all’economia; è però tutto da vedere). All’Eni si stanno poi aggiungendo la Finmeccanica e altre aziende italiane (pure l’Alitalia), di varie dimensioni. L’estensione di tali progetti ha richiesto un minimo di “ostpolitik”; da qui le note dichiarazioni berlusconiane sul conflitto Georgia-Russia, sull’Ucraina, ecc. Da qui la sedicente amicizia tra il premier e Putin, che ha fatto saltare i nervi alla “sinistra” italiana al gran completo, ivi compresa quella “estrema”, con nauseanti manifestazioni della più piatta sudditanza ai settori capitalistici arretrati (e agli Usa), cercando maldestramente di mascherarsi con indegne farse antimperialiste e anticapitaliste.
Da qui è nata pure una certa insofferenza statunitense, ma credo ancor più degli ambienti finanziari e confindustriali italiani (i parassiti e i traditori “laico-azionisti”, quanto meno eredi di quelli del “25 luglio”), i quali soffiano sul fuoco di una “rivoluzione colorata”; non so però, a questo punto, se appoggiati toto corde dagli Usa (potrebbe esserci un bel po’ di “millantato credito” da parte di questi “sciamannati”). In ogni caso, Berlusconi non ha alcuna vera strategia da contrapporre alla disordinata e chiassosa opposizione. Da una parte e dall’altra si è ridotti all’assenza di autentica politica; si è arrivati ad una assoluta personalizzazione dello scontro. Le “sinistre” – compresi i rifondaroli e pidicisti, ecc. – non hanno nulla da dire se non che bisogna abbattere il premier divenuto, nella testa di questi cretini e corrotti, un autentico gigante. Dall’altra parte, stanno gli adoratori di quest’uomo con la stessa mancanza di un briciolo di idea politica. Il degrado è totale e irreversibile; almeno fin quando saranno in campo squadre di così scadenti brocchi.
Nell’attuale clima (“natalizio”), sembra che una parte della “sinistra” voglia accettare le imbarazzanti dichiarazioni del premier circa l’amore che deve prevalere sull’odio (mi riferisco all’imbarazzo dell’intelligenza). Un personaggio – di ben notorio legame con gli Usa, tanto da “andare in guerra” con essi nel 1999 – sta tentando di essere nominato a presiedere il Copasir; e ciò propizia il clima in questione. In verità, mi sembra che non siamo troppo ben messi quanto a completa dedizione dei “corpi speciali” al servizio del paese. Si vocifera pure di cambi al vertice dei Servizi Segreti, cui si appresterebbe il ministro degli Interni, con ciò contribuendo a suscitare molte perplessità in merito alla validità (ai fini dell’interesse nazionale) di tali “aggiustamenti”. Ci manca solo la concessione di uno spazio ulteriore ad un individuo che – così ha sempre sostenuto Cossiga, mai smentito in proposito – avrebbe sostituito Prodi quale premier (appunto nel 1999) in quanto giudicato più affidabile dagli Usa per l’operazione bellica nei Balcani.
Il sedicente “inciucio” finirà assai presto e si tornerà alla solita recita, scardinante per il paese, in cui di progettualità politica non si vede nemmeno l’ombra. Gli attuali schieramenti, nella loro totale inettitudine, sono tuttavia solo il sintomo dello scadimento continuo della nostra classe (non) dirigente: i cosiddetti poteri “forti”, in realtà solo meschini e resi “oscuri” dalla complicità dell’intero ceto politicante e di quello intellettuale (ormai al suo livello più basso). Almeno in parte, dietro questi “sfasciacarrozze” dovrebbero starci ambienti americani preoccupati per la pur sbiadita “ostpolitik” italiana; in una situazione, però, di netta crescita della spinta al multipolarismo. Per di più, in questo momento la politica americana “del serpente” è tutta tesa a voler schiacciare la guerriglia afgana (obiettivo di assai difficile realizzabilità) e a fomentare disordini in Iran e magari, fra un po’, anche in Sud America. Proprio in merito a questa subdola politica, si constata di quale accozzaglia di rozzezze e impoliticità varie sia costituita la “destra”, oggi scatenata a favore dei “verdi” iraniani, senza nemmeno capire la loro sostanziale somiglianza con i “viola” italiani, che si rimetteranno ben presto all’opera per rovesciare il loro leader (in realtà sempre meno leader perché le sue truppe sono intrise di reazionarismo razzista e xenofobo e non capiranno mai quali reali interessi italiani sarebbero oggi da perseguire).
Bisognerebbe “inventare” un Mattei; anche perché oggi la situazione tendente al multipolarismo lo proteggerebbe forse un po’ di più del lontano bipolarismo. Non esiste però al momento alcun personaggio del genere. Anche il premier – messosi in politica alla bell’e meglio per ragioni difensive in una fase che sembrava vedere ormai il solo predominio “imperiale” statunitense – avrebbe maggiori frecce al suo arco dato il mutamento della situazione internazionale. E’ però troppo limitato nella sua intelligenza politica e ha inoltre raccolto attorno a sé un informe miscuglio di “tutto e il contrario di tutto”. Fra “sinistra” e “destra” siamo al momento condannati ad una pessima recita che comunque vedrà presto almeno la fine del ridicolo “duetto d’amore” tra premier e Bersani, tra premier e opposizione interna (duetti già del resto non troppo “amorosi”). O faranno le scarpe a Berlusconi o questi dovrà difendersi in altro modo. Il tutto è però condizionato dal fatto che l’Italia è un “ventre molle”, in cui la vera politica si svolge all’estero; qui vediamo all’opera solo i rappresentanti di questo o quel fronte (mobile e cangiante), che hanno eletto il nostro paese a loro “campo di battaglia” (uno dei tanti, ma non marginale). Seguiremo tale battaglia con motivato pessimismo. Se però si resta all’indecente recita della contrapposizione tra “destra” e “sinistra”, siamo fritti.
Se ci sono in Italia dei settori nazionali, battano un colpo; sarebbe anche ora.
Con la complicità dei media che hanno fatto calare il silenzio sull’Honduras “pacificato” dal dittatore di Bergamo Alta Roberto Micheletti, per il quale la ONG “America's Democracy Watch” raccoglie le firme per il Nobel per la Pace, il Natale a Tegucigalpa è un Natale di sangue con il ritrovamento del corpo straziato di Renán Fajardo, 22 anni, laureando in architettura, e membro attivo della Resistenza in Honduras.
È l’ennesimo omicidio mirato in un paese dove gli anni ’70 e la guerra sporca non sono mai finiti. La famiglia lo aspettava per festeggiare il Natale ma Renán da due giorni non dava più segni di vita. Fino a che un amico è andato a cercarlo a casa. La scena che ha trovato è stata quella di tutti gli squadroni della morte di decenni di guerra sporca contro chi resiste in America latina. La casa era sottosopra e il corpo di Renán, con evidenti segni di violenza, era stato lasciato in modo da mal simulare un suicidio e sono stati sottratti dall’appartamento sia il computer che la macchina fotografica di Renán. Il COFADEH (Comité de Familiares de Detenidos Desaparecidos en Honduras), ha raccolto testimonianze di vicini di Renán che parlano di auto senza targa e con i vetri oscurati che da giorni giravano intorno all’abitazione.
Renán era un artista, Internet è piena di foto realizzate da lui e che restano a ricordarlo, ma era soprattutto un militante democratico. Aveva girato in lungo e in largo il paese fino al 28 giugno per parlare e creare coscienza nel popolo “catracho” rispetto alla necessità di un’Assemblea Costituente (il motivo del golpe fu evitarla) e poi negli ultimi sei mesi aveva lavorato costantemente per la Resistenza, partecipando a tutte le attività, manifestazioni, marce, che aveva ripreso con la sua macchina fotografica. Da giorni riceveva SMS di minacce ed era spaventato. Evidentemente aveva ragione e gli squadroni della morte sono puntualmente arrivati a colpire una volta di più in maniera selettiva la parte più cosciente del popolo honduregno.
Gennaro Carotenuto 25 dicembre 2009
Massimo Mazzucco Luogocomune 23/12/2009
Pare che anche Beppe Grillo avrà il suo Termidoro.
Dopo anni di fatiche per organizzare una reale politica dal basso, quintessenza della travolgente campagna condotta da Beppe Grillo in questi anni, i suoi seguaci si ribellano ad imposizioni che lo stesso Grillo sta facendo ora piovere dall’alto.
Da Bologna Valerio D’Alessio, consigliere della lista civica Beppe Grillo, protesta per l’imposizione del candidato alle prossime regionali da parte di Beppe Grillo. Secondo D’Alessio “si sono fatte primarie chiuse pur di eleggere il candidato indicato da Beppe Grillo, col risultato di tenere fuori molte persone”.
Gli fa eco la Liguria, dove la stragrande maggioranza dei grillini aveva individuato il candidato ideale nel Dr. Paolo Franceschi, solo per vederlo bocciato da Beppe Grillo, il quale ha sostenuto che "non ci sono nella regione le condizioni per scendere nell’agone elettorale".
Anche in Piemonte si registrano diversi malumori da parte della base, che di colpo si trova impossibilitata ad esercitare quel tipo di democrazia a cui aveva dedicato fino ad oggi tutte le sue energie.
A garanzia che il movimento non si sarebbe mai trasformato in una forza politica vera e propria, Grillo aveva detto che non si sarebbe mai candidato, e finora ha mantenuto il suo impegno. Si era però dimenticato di dire che i candidati vuole sceglierli lui.
Già dal 2008 si intuiva che la mancanza di chiarezza programmatica di Beppe Grillo avrebbe condotto il movimento su un binario morto, ed ora si cominciano a vedere i primi risultati.
Una cosa è distruggere, ben altra è costruire. Analisi e sintesi sono sempre state due cose diverse, e di solito chi eccelle nella prima fatica non poco nella seconda, e viceversa.
Tanto travolgente era stato il comico genovese nella prima fase della sua “rivoluzione popolare”, quanto inefficace, confuso e contraddittorio si è dimostrato ogni volta che si è trattato di diventare propositivo.
Parlare di “democrazia dal basso” suona molto bene, ma non è un semplice slogan da applicare al bavero della giacca per raccogliere applausi dalla piazza. Usandolo in quel modo si finisce per dimenticare che la democrazia è già un sistema sociale concepito “dal basso”: lo è per definizione, visto che demos significa popolo, e kratein significa comandare.
Non c’è quindi alcun bisogno di aggiungere avverbi, basterebbe che Grillo avesse davvero lottato per portare un soffio di vera democrazia in Italia. Invece sembra riuscire a soffocarne già i primi vagiti, sinceri e commoventi, con un atteggiamento che smentisce di colpo tutto quello che Grillo ha predicato in questi anni.
Ormai è evidente che vada anche lui, come Robespierre, incontro al suo Termidoro, e nessuno potrà dire che non se lo sia cercato.
Il problema è che nel frattempo il movimento rischia di consumarsi in lotte intestine, frantumandosi inevitabilmente in miriadi di sottogruppi, fino a disperdere del tutto la grande forza che aveva accumulato in questi anni.
Non dimentichiamo che il caos conseguito alla Rivoluzione Francese, dovuto all’incapacità dei suoi leader di mettere in pratica i principi che avevano predicato, finì per consegnare la nazione nella mani di un novello imperatore.
VEDI ANCHE:
Beppe Grillo, Buffalo Bill all’italiana
Il tramonto di Beppe Grillo?
Infiltrati dei movimenti sociali all’interno del fallito vertice di Copenhagen sull’ambiente, i dirigenti politici latinoamericani hanno portato una voce di saggezza che non è bastata a non far fallire la cumbre ma hanno almeno potuto sintetizzare che un altro approccio è possibile e che anche il problema ambientale non si può ridurre se non si abbatte la disuguaglianza. La grande stampa ha preferito ignorarli o registrare appena il loro dissenso, ma le loro testimonianze sono leggibili, ascoltabili in Rete e nei media partecipativi per chi ha occhi e orecchie per vedere. Hugo Chávez, presidente venezuelano, e Evo Morales, presidente boliviano, e le rispettive delegazioni, hanno ripetutamente denunciato che il metodo non democratico con il quale è stato fatto funzionare (e fallire) tutto il vertice è stato paradigmatico di come funziona tutta la politica internazionale: “abbiamo ripetutamente visto girare documenti -hanno denunciato i leader integrazionisti- e quando chiedevamo di poterli leggere ci venivano sottratti: questi sono top secret. Erano solo per alcuni paesi e non per altri”. Allo stesso modo nelle assemblee venivano dibattuti documenti e poi l’abilità truffaldina della presidenza danese e di alcuni paesi occidentali, Stati Uniti in testa, ne facevano votare altri modificati a loro piacere.
Per Evo Morales, e non è una novità per i dirigenti popolari latinoamericani, la madre terra, la Pachamama è un soggetto di diritto e come tale va rispettata. “Il cambio climatico non è una questione di tecnologia o di finanziamenti –ha affermato Morales- è una questione di modello di sviluppo. Il problema è il sistema capitalista e se non ne prendiamo atto non risolveremo mai nulla”. Seguiamo da qui in avanti in particolare il discorso di Hugo Chávez. “Copenhagen -ha denunciato Hugo Chávez- è esattamente la maniera con la quale viene fatto funzionare il mondo in una dittatura imperiale che genera esclusione. C’è un gruppo di paesi che si crede superiore a noi, i paesi sottosviluppati, quelli che secondo Eduardo Galeano siamo stati buttati giù dal treno in corsa della storia, e che pretendono di decidere anche per noi. […] Io voglio denunciare che in queste sale non nominato da nessuno, parafrasando Carlo Marx [e forse anche Shakespeare, anche se Chávez non lo dice, ndr], sta girando un fantasma.
A Copenhagen si aggira tra noi il fantasma del capitalismo. È anche qui in questa sala, gira per i corridoi, entra nelle riunioni, sale e scende le scale ma è un fantasma così spaventoso che nessuno ha il coraggio di nominarlo. È il fantasma del capitalismo. È il fantasma di un modello di sviluppo distruttivo che sta distruggendo la vita nel pianeta e presto distruggerà la specie umana. Io penso la stessa cosa che pensano i giovani qui fuori [i movimenti sociali duramente repressi durante il vertice, ndr]: NON DOBBIAMO CAMBIARE IL CLIMA, DOBBIAMO CAMBIARE IL SISTEMA. […] Lo ha dimostrato la crisi economica che ancora sta colpendo il pianeta. Non si sa neanche quanti soldi il governo degli Stati Uniti ha speso per salvare le banche e io voglio denunciare: SE IL CLIMA FOSSE STATA UNA BANCA I SOLDI SI SAREBBERO GIÀ TROVATI!
Leggete il libro di Hervé Kempf (Perchè i ricchi distruggono il pianeta, Garzanti 2008)
“Non potremo ridurre i consumi materiali a livello globale se i potenti non scenderanno vari scalini e se non combatteremo la disuguaglianza. È necessario che il principio ecologista si accompagni a quanto reso indispensabile dalla situazione: consumare meno e distribuire meglio”.
Sì è vero, i problemi climatici, le inondazioni, la desertificazione, la deforestazione, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacciai, eccetera sono un problema enorme. Ma se non ricordiamo che 500 milioni di persone, il sette per cento più ricco, sono responsabili del 50% delle emissioni ed è innanzitutto questo sette per cento della popolazione mondiale a doversi stringere, è inutile che stiamo qui a discutere. […] Per tanto noi, i paesi dell’ALBA, ci opponiamo al documento finale di questo vertice, perché è un documento che ribassa i risultati e gli impegni previsti dal protocollo di Kioto che è l’unico nel quale ci riconosciamo.
Quelli sono i testi legittimi, non quelli discussi in questo vertice. È quello il documento che persegue il fine scientificamente sostenibile della riduzione delle emissioni. Quell’obbiettivo, qui e ora, è fallito e per questo votiamo contro. E perché la comunità internazionale soffre questo fallimento? Come disse il grande José Gervasio Artigas ‘dicendo la verità né offendo né devo temere’.
Usciamo con un fallimento perché le nazioni più potenti del pianeta non avevano la volontà politica di raggiungere un accordo. Sono stati qui per giorni a confondere le acque, tra marce indietro, maneggi elitari, escludendo dalle sedi deliberanti alcuni e ammettendo altri, per salvaguardare il conservatorismo e l’egoismo consumista di pochi. Questo mette davanti agli occhi del mondo l’insensibilità e la mancanza di solidarietà dei paesi ricchi che non vogliono assumere alcun impegno concreto verso quegli esseri umani che già oggi pagano le conseguenze dei loro comportamenti senza regole. Le 500 persone più facoltose del pianeta hanno ricchezze paragonabili ai 416 milioni più poveri e il 40% della popolazione mondiale, 2.8 miliardi di persone, vive con meno di due dollari al giorno. 2.6 miliardi vive senza fognature e più di un miliardo di persone non ha accesso all’acqua potabile [possono essere queste persone a dover ridurre le loro emissioni? Ndr]. Di chi è la responsabilità?
Ascoltiamo la voce di Leonardo Boff quando dice che un pianeta finito come la terra non può sopportare un progetto senza limiti come il capitalismo. Ascoltiamo la voce di Fidel Castro quando dice che sotto il capitalismo la specie umana è in pericolo. Ascoltiamo la voce di Rosa Luxemburg quando grida che l’alternativa al socialismo è la barbarie. Ascoltiamo la voce di Gesù Cristo quando dice ‘beati i poveri’. Se il capitalismo resiste al cambiamento siamo obbligati a dar battaglia al capitalismo per salvare la specie umana”.
Gennaro Carotenuto 22.12.2009
Shadow of Stalin: 130 years of Hatred and Worship
L'esplosione per distruggere il memoriale in ricordo della vittoria sul nazismo si trasforma in tragedia
MILANO - È stato abbattuto a Kutaisi, seconda città della Georgia, il monumento costruito negli anni '80 in ricordo della vittoria sul nazismo nella Seconda guerra mondiale. L'abbattimento è stato deciso dalle autorità georgiane per due motivi: in questi giorni il presidente Mikhail Saakashvili compie 42 anni; sull'area del memoriale verrà costruito il nuovo parlamento, che verrà spostato da Tbilisi, capitale dello stato. Queste le motivazioni ufficiali. Le opposizioni, però, sono certe che la distruzione del monumento, disegnato dal famoso artista Merab Berdzenishvili, è solo il pretesto per continuare nelle polemiche contro la Russia.
L'esplosione causata dalla dinamite per l'abbattimento del monumento ha fatto vari feriti e due morti. Non si sa se operai o, addirittura, passanti o curiosi che assistevano alla distruzione. Resta il fatto, comunque, che la tensione già esistente tra Russia e Georgia è destinata ad aumentare. La Georgia intende seguire, almeno negli abbattimenti, le tre repubbliche baltiche (Estonia, Lettonia, Lituania) che hanno distrutto vari monumenti dedicati all'Armata Rossa o alle sconfitta delle truppe hitleriane. Qualche mese fa, vi furono molte polemiche per la decisione delle autorità estoni di esumare le salme dei soldati sovietici sepolti in un memoriale nel centro di Tallin.
Paolo Torretta Corriere 19 dicembre 2009
di A. Berlendis Ripensare Marx
1. La scelta cromatica effettuata da coloro che potrebbero costituire gli scherani della tentata (contro)’rivoluzione viola’ ci dice più di quel che si possa immaginare sulla natura e sul significato di tale mobilitazione. Il colore viola è il risultato della miscela tra i colori rosso e blu: il rosso dei residuati di sinistra sradicata ed il blu quale sfondo su cui si stagliano le cinquanta stelle degli Stati Usa in cui le quinte colonne interne ex-pci vorrebbero si accodasse anche l’Italia come 52° (perché da sempre la 51° spetta alla Gran Bretagna).
Ancora più indicativo è lo sguardo al colore di provenienza delle matrici dei partecipanti, sempre il rosso dei sinistri (nelle sue varianti), e del vero e decisivo attore, il nero di una figura (Di Pietro) proveniente dagli apparati statali repressivi (prima la polizia e poi la magistratura) e che anche in un volume con lui smaccatamente benevolo è dipinto come "un moderno trasformista di idee conservatrici". La miscela di colori rosso e nero dà il marrone; questo chiarisce il segno politico dell’azione eversiva: una (contro)’rivoluzione’ color merda (dizione ui bisogna riconoscere la primazia a GP). Color merda, perché è tale la sostanza con cui combattono in modo ideologicamente impolitico, un conflitto politico (di cui neanche colui che né è investito e oggetto, cioè Berlusconi, si dimostra in grado di coglierne e rivelarne la vera natura); ad esempio tramite il giustizialismo, cioè l’invocazione dell’azione degli apparati statali repressivi di tipo giudiziario per l’eliminazione dell’avversario che non si riesce a sconfiggere sul terreno direttamente politico. Color merda, perché di tale consistenza è il tipo di situazione economico-sociale in cui i dominanti (Usa) tramite i loro servitori vogliono ri(con)durre l’Italia. Da tale olezzo sorge una domanda impellente: perché costoro, novelli paladini della Libertà non usufruiscono loro stessi della libertà di informarsi circa le caratteristiche della leadership dipietrista e che illuminano la natura sociale della forza politica di cui è espressione.
Le quarte di copertina di più d’un volume evidenziano infatti i seguenti tratti che "il leader dell'Italia dei Valori lascia regolarmente nell'ombra: l'autoritarismo, il familismo, il partito fondato sull'obbedienza al capo, la disinvoltura nell'incassare e gestire il finanziamento pubblico, gli accordi sottobanco col ‘regime’ berlusconiano, lo spettacolare trasformismo, l'esibita duttilità di chi sembra disposto a tutto pur di realizzare la sua seconda rivoluzione [dopo quella di Mani Pulite] e punta così a inasprire ogni conflitto istituzionale, delegittimare ogni baluardo di riferimento, dipingere un paese svuotato di democrazia." O ancora segnalano che il leader dell’IDV è “il camaleonte che una sera frequentava i socialisti, quella dopo i democristiani e quella dopo ancora i circoli di sinistra, soprattutto la testa di ariete di un progetto strategico ingenuo e pericoloso.”
2. Essendo le forze della sinistra radical delle componenti aggiuntive all’aggregazione viola, alla cui testa è l’IDV, è opportuno ritornare alla lezione gramsciana che amano a sproposito citare e commemorare. Gramsci analizzò la genesi del fascismo in Italia anche secondo la seguente ottica: “Il sovversivismo popolare è correlativo al sovversivismo dall’alto, cioè al non essere mai esistito un ‘dominio della legge’, ma solo una politica di arbitri e di cricca personale o di gruppo.” Quindi egli ipotizzò l’intreccio di un sovversivismo dall’alto (frazioni delle classi dominanti) con un sovversivismo dal basso (ceti medi) quale dinamica innescante e coadiuvante del processo, che terminò con la prevalenza—sempre contingente—della forma autoritaria statale. Dobbiamo qui però porre l’accento su una (tra le altre) differenza fondamentale con la situazione odierna: l’attuale sovversivismo dall’alto è funzionale e manovrato da un altro sovversivismo, che potremmo definire sovversivismo dall’esterno (Usa).
Quindi i manifestanti violacei si pongono quale potenziale complemento di quelle forze politiche (Pd e fininani) costituenti l’espressione dei registi interni (i subdominanti della Grande Finanza & Industria Decotta), che sono a loro volta sono mossi e orientati, in contrasto con gli interessi italiani di breve e medio periodo, dai gruppi di agenti strategici statunitensi. Quei manifestanti appaiono quindi come il gramsciano ‘Popolo delle scimmie’, cioè “La piccola borghesia, che ha definitivamente perduto ogni speranza di riacquistare una funzione produttiva (…) cerca in ogni modo di conservare una posizione di iniziativa storica: essa scimmieggia la classe operaia, scende in piazza. Questa nuova tattica si attua nelle forme e nei modi consentiti a una classe di chiacchieroni, di scettici, di corrotti: lo svolgimento dei fatti che hanno preso il nome di ‘radiose giornate di maggio’, con tutti i riflessi giornalistici, oratori, teatrali, piazzaioli durante la guerra, è come la proiezione nella realtà di una novella della giungla del Kipling: la novella del Bandar-Log, del popolo delle scimmie, il quale crede di essere superiore a tutti gli altri popoli della giungla, di possedere tutta l’intelligenza, tutta l’intuizione storica”.
Il comunista sardo definiva questa tipologia di fenomeni come “Sovversivismo reazionario” avvertendo che un fenomeno agitatorio “nella sua materialità, può essere oggi sovversivo, domani reazionario.” Per questo sostenne che il tipo di sovversivismo che assume questo segno reazionario (come oggi le ‘radiose giornate antiberlusconiane’), “Per noi e per tutti coloro che qualcosa comprendono del gioco di forze che fa la politica, non si tratta che di una mosca cocchiera.”
3. La rilettura della favola di Fedro ‘La mosca cocchiera’ attualizzata, illustra bene quanto sopra. Una carrozza (l’Italia) si trovò ad affrontare un pendio (la ricerca di una propria, pur minimale, autonomia ed il perseguimento del proprio interesse nazionale), ma era spinta in altra direzione da un cocchiere (gli Usa) tramite l’uso delle briglia per spronare i propri cavalli (costituiti dal PD e finiani). Per cercare di farla andare nella direzione voluta, il cocchiere fece persino scendere i passeggeri (il governo B). A quel punto sopraggiunse una mosca (la mobilitazione viola) che esclamò: ‘Per fortuna sono arrivata io!’. E cominciò a ronzare negli orecchi degli animali, a pungere ora questo ora quello, or sul muso or sul dorso. […] E diceva: ‘A darmi pena sono io sola. Tocca a me far tutto. Tutto cade sulle mie spalle. Ah che lavoro!’.
Finalmente la carrozza, in virtù del traino dei cavalli giunse dove il cocchiere la voleva portare. I viaggiatori, mutati (adesso c’era il governo F o similari..), ripresero il loro posto; il cocchiere fece schioccare la frusta; i cavalli si rimisero al trotto. Sul tetto della carrozza la mosca trionfava. ‘Li ho condotti, eh, fin quà! Se non c’ero io!’—si lagnava. ‘Nemmeno grazie mi dicono. Dopo tutto ciò che ho fatto.’
Sarà così che gli adoratori della Costituzione commetteranno le più grandi violazioni della stessa, autodefinendole però quali azioni di difesa della stessa carta costituzionale. Tenteranno cioè di rovesciare con mezzi extracostituzionali, ponendosi inoltre al servizio di una potenza straniera, un governo legittimamente in carica secondo le regole fissate dallo loro venerata Costituzione e da loro formalmente accettate.
Esattamente così come l’aggressione, quindi un’azione offensiva, tramite bombardamento aereo della ex-Jugoslavia è diventato un’azione di difesa integrata!



Create a playlist at MixPod.com