L'esplosione per distruggere il memoriale in ricordo della vittoria sul nazismo si trasforma in tragedia
MILANO - È stato abbattuto a Kutaisi, seconda città della Georgia, il monumento costruito negli anni '80 in ricordo della vittoria sul nazismo nella Seconda guerra mondiale. L'abbattimento è stato deciso dalle autorità georgiane per due motivi: in questi giorni il presidente Mikhail Saakashvili compie 42 anni; sull'area del memoriale verrà costruito il nuovo parlamento, che verrà spostato da Tbilisi, capitale dello stato. Queste le motivazioni ufficiali. Le opposizioni, però, sono certe che la distruzione del monumento, disegnato dal famoso artista Merab Berdzenishvili, è solo il pretesto per continuare nelle polemiche contro la Russia.
L'esplosione causata dalla dinamite per l'abbattimento del monumento ha fatto vari feriti e due morti. Non si sa se operai o, addirittura, passanti o curiosi che assistevano alla distruzione. Resta il fatto, comunque, che la tensione già esistente tra Russia e Georgia è destinata ad aumentare. La Georgia intende seguire, almeno negli abbattimenti, le tre repubbliche baltiche (Estonia, Lettonia, Lituania) che hanno distrutto vari monumenti dedicati all'Armata Rossa o alle sconfitta delle truppe hitleriane. Qualche mese fa, vi furono molte polemiche per la decisione delle autorità estoni di esumare le salme dei soldati sovietici sepolti in un memoriale nel centro di Tallin.
Paolo Torretta Corriere 19 dicembre 2009
di Piotr
1. Il primo pomeriggio del 12 dicembre 1969, uscito da una riunione del Movimento Studentesco all’Università Statale di Milano, inforcai la mia bicicletta e mi fermai un attimo lì vicino, in piazza Fontana dove c’era una bancarella ben fornita di libri interessanti a buon mercato. Era una mia sosta obbligata.
Poi me ne tornai a casa, a Città Studi. Appena entrato mi accolse mia madre col viso terreo: “C’é stata un’esplosione alla Banca dell’Agricoltura in piazza Fontana. Dicono che sia una bomba. Sono stata in pena per te. Qui ritorna il fascismo!”
Mia madre rivedeva la bomba all’Hotel Diana del marzo del 1921, rivedeva la Gestapo che arrestava suo cugino nel ‘44, i suoi disperati tentativi per farlo rilasciare, la sua morte in campo di concentramento. E vedeva con angoscia me espormi giovanissimo con la mia militanza nell’estrema sinistra.
Indifferente al suo sguardo preoccupato, scesi di corsa, rinforcai la bicicletta e pedalai a perdifiato fino a piazza Fontana. Era tutto transennato. Andai subito in Statale. C’era molta preoccupazione tra i compagni universitari e l’interpretazione ricorrente era: “Una provocazione fascista per fermare le lotte operaie e studentesche”.
La storia di quel che successe dopo dovrebbe essere nota (benché legga sui giornali che secondo un’inchiesta demoscopica molti giovani di oggi attribuiscono la strage alle BR, risultato indiretto, ma non preterintenzionale, dell’informazione “indipendente” e della mancanza di una controinformazione metodica). Questa storia merita ad ogni modo di essere ripercorsa solo nei suoi punti politici salienti.
2. Non mi soffermerò nei labirinti delle responsabilità materiali. Per me “Valpreda è innocente, la strage è di stato” è tuttora una delle poche intuizioni politiche esatte che allora ebbe la sinistra extraparlamentare.
E a quel tempo avevamo anche la forza di portare in piazza decine di migliaia di persone su questa parola d’ordine, con in testa quelli che chiamavamo i “giornalisti democratici”, come Giorgio Bocca, a prendersi il primo impatto delle cariche della polizia.
Già, perché lo scontro era duro. Nemmeno un mese prima la polizia aveva attaccato la gente che usciva da un convegno sindacale al Teatro Lirico, sempre a due passi dalla Statale, mentre si mischiava con i manifestanti della sinistra extraparlamentare. Durante gli scontri un giovane agente della celere, Antonio Annarumma, morì. Secondo la versione ufficiale, colpito da un tubo innocenti lanciato dai manifestanti, secondo noi a seguito dello scontro della sua jeep con un altro mezzo della polizia.
Ritorneremo sulla versione ufficiale tra pochissimo, perché è importante. Prima ricordo solo che Mario Capanna, leader del Movimento Studentesco, andò coraggiosamente al funerale dell’agente in Duomo per testimoniare l’estraneità del movimento alla sua morte e fu salvato dal linciaggio da parte dei fascisti grazie all’intervento del commissario Calabresi.
Il clima era questo.
Lo scontro aveva punte di grande violenza e le squadracce fasciste esistevano davvero. A prima vista forse non aveva del tutto torto mia madre a essere preoccupata.
Detta in breve, a sinistra si pensò subito all’attentato come a una mossa preparatoria per una reazione della destra e del padronato. Il Partito Comunista iniziò allora decisamente quella politica prima difensiva e poi arrendevole che venne trasformata via via in politica opportunista. Una politica opportunista che si trasformò ulteriormente dopo la caduta del Muro di Berlino, fino alla candidatura del personale politico ormai post-comunista, ad esecutore degli interessi atlantici, con in prima fila quelli statunitensi. Interessi atlantici intesi a tutto campo: in termini economici, con l’appoggio alla finanziarizzazione e globalizzazione neo-liberista guidate dagli USA - Kissinger dixit - e l’inizio della svendita della nostra economia pubblica; in termini geopolitici con la guerra alla Serbia, le missioni all’estero, e recentemente l’appoggio all’aggressione georgiana all’Ossezia del Sud e quello a Israele durante i massacri di Gaza; e in termini ideologici, basti pensare alla necessità della “guerra al terrorismo”, avallata concettualmente da Bertinotti fino a Gasparri, passando per Fassino, D’Alema & Co (con accenti differenti, però! Ma per carità, certo che sì: questa guerra la fa meglio Obama di quello stupido di Dubya Bush! Lungi da noi fare d’ogni erba un fascio! ops!).
Insomma, una marcia verso il posto di maggiordomo degli USA scandito a suon di “riforme economiche”, “difesa della democrazia” e di “antifascismo”.
In realtà, l’antifascismo in assenza di fascismo non può generare che mostri, essendo una mostruosità politica, un contenitore vuoto buono per tutti gli usi.
La riprova apodittica è che quando c’è bisogno veramente di antifascismo, come nel caso del golpe in Honduras di Micheletti e dei suoi gorilla usciti dalla Scuola delle Americhe, questi antifascisti si voltano tutti dall’altra parte.
3. Ma all’epoca della strage di piazza Fontana, esisteva o no un pericolo fascista?
Be’, la situazione effettivamente non era molto tranquilla. Due anni prima in Grecia, nell’aprile del 1967, c’era stato il golpe dei colonnelli capeggiati dall’indimenticabile (in quanto a lungo obiettivo dei più duri insulti da parte nostra) Georgios Papadopoulos.
Questi militari golpisti avevano contatti in Italia coi neofascisti istituzionali del Movimento Sociale Italiano e con quelli extraparlamentari di Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, oltre che con ambienti del SID, i servizi segreti italiani.
Quel golpe in un Paese europeo membro della NATO destava ovviamente grandi preoccupazioni. Dal canto suo, la controinchiesta della sinistra extraparlamentare su piazza Fontana, mostrò subito che gli autori della strage dovevano essere cercati in una commistione tra manovalanza neofascista italiana, servizi segreti e, in termini generici, lo Stato.
Noi quindi sostenevamo la correttezza della nostra analisi: “Valpreda è innocente, la strage è di Stato”, mentre il Partito Comunista si trincerava dietro la vaghezza opportunistica della parola d’ordine “Bisogna fare chiarezza”, con pochissime, ma pesanti, defezioni, come quella del primo avvocato di Pietro Valpreda, l’onorevole Alberto Malagugini, che in base a ciò che emergeva dal suo ufficio di difesa, giunse a scrivere che in effetti la strage era di Stato, cosa che provocò il suo spostamento alla Corte Costituzionale, come tentativo di emarginazione dalla politica da parte del suo partito.
4. Ma al di là dell’esattezza dei nomi dei supposti manovali, esecutori e infiltrati, in che modo la reazione aveva cercato di sfruttare la strage?
In quel periodo esisteva un partito chiamato PSDI (Partito Socialista Democratico Italiano). Derivava dal PSLI, il raggruppamento che si era staccato nel gennaio del 1947 dal Partito Socialista Italiano (allora PSIUP) con la cosiddetta “scissione di palazzo Barberini”, scissione ampiamente pilotata da ambienti atlantici. Negli anni Sessanta, questo raggruppamento divenne necessario per gli equilibri di governo di centrosinistra e così nel 1964 riuscì ad esprimere forse il peggior presidente della repubblica che l’Italia abbia mai avuto: Giuseppe Saragat, proprio colui che aveva guidato la scissione di palazzo Barberini. Fu sotto la sua presidenza che prese forma quella stagione detta “strategia della tensione” finalizzata a normalizzare le lotte sociali e politiche nate dal ‘68 studentesco e dal ‘69 operaio.
Il presidente Saragat iniziò personalmente, accusando gli operai, gli studenti e i sindacati della morte dell’agente di polizia Annarumma durante le violente cariche all’uscita del convegno sindacale al teatro Lirico, distorcendo i risultati dell’autopsia, come denunciò qualche anno dopo durante una drammatica conferenza alla Statale il direttore del reparto di chirurgia d’urgenza del Policlinico di Milano.
Si voleva creare un clima di odio contro gli studenti e gli operai.
Ma il peggio avvenne 23 giorni dopo con la bomba di piazza Fontana.
Saragat aveva un piano semi-golpista: dichiarare lo stato d’emergenza, ovvero la sospensione delle garanzie costituzionali, per bloccare l’avanzata delle sinistre così come aveva promesso nel recente incontro col presidente americano Nixon e il suo segretario di Stato, Kissinger. Ma l’allora presidente del consiglio, il democristiano Mariano Rumor non se la sentì di rischiare una guerra civile e si rifiutò di varare le leggi speciali richieste da Saragat.
Così qualcuno cercò di assassinare Rumor nel maggio del 1973 durante una cerimonia in ricordo del commissario Luigi Calabresi, ucciso l’anno precedente, scagliando una bomba nella Questura di Milano per mano di Gianfranco Bertoli, un sedicente anarchico - ti pareva! - che si era portato in Italia la bomba da Israele e risultò essere un informatore dei servizi segreti - tanto per cambiare.
Mariano Rumor si salvò, ma rimasero uccise quattro persone e altre cinquantadue vennero ferite.
Si noti che Rumor non era affatto della “sinistra democristiana”, bensì era fondatore e leader della corrente centrista dei “dorotei”. Sulla carta era quindi decisamente più a destra di Saragat, socialista fin dal 1922, ex resistente, incarcerato dai nazifascisti, deputato alla Costituente (insomma un bel curriculum) e il cui partito sfilava nei cortei canonici della sinistra (Primo Maggio, 25 aprile, ecc.) facendosi accompagnare nientemeno che dalle note dell’Internazionale.
Ma al momento decisivo Rumor si dimostrò più democratico e più indipendente dagli USA del rinnegato presidente della repubblica, “socialista” e “internazionalista”.
A questo punto possiamo passare al secondo argomento.
5. Il giorno dopo il No B Day, le forze della “sinistra radicale”, sia partitiche sia sociali, che vi hanno partecipato sono nuovamente prive di voce e, quel che è peggio, prive di una qualsiasi iniziativa politica autonoma, non parliamo di una purchessia possibilità di egemonizzare il fronte anti-Berlusconi.
In altri termini, il peggior scenario che si poteva prefigurare (e che a mo’ di Cassandra avevo prefigurato) sta delineandosi.
Facendosi forte del momento, Casini lancia la proposta di un fronte comune di tutte le forze di opposizione contro Berlusconi e Bersani, così come Paolo Ferrero, si annuncia immediatamente disponibile (più cauto Rutelli, sempre in cerca di un posto al sole per dare un minimo di sostanza al suo essere “incolore e insapore come un cibo transgenico”, come genialmente lo caratterizzò una volta Luigi Pintor).
Non voglio prendermela con gli studenti, i precari, i “concerned citizens” che sono andati in piazza preoccupati per il proprio futuro e per lo stato comatoso della politica e dei rapporti civili nel nostro Paese. Non me la prenderò di certo con chi è sceso in piazza perché esacerbato dal becero razzismo padano e dalle mosse tanto stupide quanto irritanti di un premier in mezzo al guado, che non sa dove andare (per me finirà nelle sabbie mobili) e che se la prende coi “comunisti” perché quasi geneticamente impossibilitato ad ammettere che i suoi guai sono dovuti ai più conseguenti e duraturi anticomunisti del Novecento.
Molti sono andati in piazza ponendosi comunque il dubbio se quella mobilitazione non fosse una sorta di mini rivoluzione colorata (di viola, nella fattispecie) eterodiretta.
Non me la prendo con loro.
Me la prendo invece con quei soloni che armati di sicumera hanno ricoperto di insulti chi si poneva dubbi seri sull’opportunità di accodarsi all’IDV, al partito familista di un uomo, tanto per dirne una, che si è fatto largo nella politica grazie alla sua escalation negli organi repressivi dello Stato (polizia e magistratura).
Me la prendo con quegli arroganti che avrebbero messo volentieri al paredón chi osava porsi dei dubbi su chi avrebbe raccolto i frutti di questa “radiosa” giornata decembrina (e si stia molto attenti che queste proteste non diventino realmente come le “radiose giornate di maggio” dove, come denunciava Gramsci, “una classe di chiacchieroni, di scettici, di corrotti ... con tutti i riflessi giornalistici, oratori, teatrali”, “scimmieggia la classe operaia” scendendo in piazza).
Me la prendo con quelli che, non giovani ma non saggi, seppelliscono ogni legittimo dubbio sotto la retorica di una lotta di classe che rintracciano in ogni possibile fruscio di bandiere rosse, incuranti della storia, della politica, di ogni controesempio alle loro tesi preconcette, perché disdegnano l’intelligere, i tentativi di analisi più approfondite, tutti presi come sono da orgasmi empirici e necessariamente passeggeri.
Il problema che avevo posto (e per cui ancora una volta qualche stolida cariatide mi ha dato del cripto-fascista, anche se in forma indiretta e serpentesca) era semplicissimo: capire se abbiamo le forze, o come procurarci le forze se non le abbiamo, per opporci a una soluzione post-Berlusconi preconfezionata; una soluzione che nel pacchetto regalo vede un neo-centro filoamericano caratterizzato da Rutelli, Casini e Buttiglione, (il nuovo che avanza!) - più altri vecchi arnesi fuoriusciti dai due poli - e guidato da Gianfranco Fini, cioè da colui che gli USA vogliono far succedere a Berlusconi, come ribadito con la spocchia del funzionario dell’impero per ben due volte a “Ballarò” dal geostratega statunitense e spione freelance Edward Luttwak, uno che ha le mani insanguinate nel golpe cileno del 1973, uno che sosteneva Hillary Clinton alla presidenza perché la vedeva “più incline a ordinare bombardamenti sull’Iran”, uno che ha scritto il saggio “Give war a chance” (date una possibilità alla guerra). Uno che non a caso ha scritto “Colpo di Stato: Un pratico manuale tascabile”.
Questo uomo d’onore ci viene a dire dalla nostra televisione pubblica che gli Stati Uniti vogliono giù Berlusconi e su Fini. Fini, che non a caso viene subito convocato dal neo insediato ambasciatore statunitense. Fini, che non a caso a febbraio andrà negli USA come “interlocutore privilegiato”.
È sempre stupefacente come – in Italia, almeno – i «cercatori ufficiali di verità» si guardino bene dal fare domande ai testimoni diretti. Un caso esemplare di questa malattia è quello di Pasquale Valitutti. Appena ventenne all’epoca della strage di piazza Fontana, come tanti altri in quei giorni fece l’esperienza della questura. Non di una qualsiasi, ma proprio quella di Milano. Anzi, è stato l’ultimo compagno a parlare con Giuseppe Pinelli, la sera del 15 dicembre; poi lo ha sentito cadere dalla finestra. In questi 40 anni non ha mai cambiato la sua versione.
Com’è stato il tuo 15 dicembre 1969?
Dopo il 12 dicembre è iniziata la caccia all’anarchico. La polizia ha praticamente fermato tutti gli anarchici noti. Io non ero a Milano quel giorno; sono andati a casa mia, han preso mia sorella (che non faveva politica!) e han detto a mia madre che l’avrebbero lasciata andare solo se mi fossi consegnato. Quando sono andato in questura, il giorno dopo, c’era un sacco di gente. Poco alla volta hanno cominciato ad andar via e alla fine siam rimasti solo in due: io e Pino, in uno stanzone. Pino aveva una ventina di anni più di me che, da ragazzi, son tanti. Si scherzava un po’, cercava di consolarmi dicendo «Dai Lello, 'sta cosa qui ora finisce, tra un po’ ce ne andiamo a casa». Intanto faceva dei bei disegni per le sue bambine, che poi ho dato a Licia. Poi son venuti a prendere Pino e lo hanno portato nella stanza vicina per interrogarlo. L’ufficio della «squadra politica» era come un appartamento: una porta d’ingresso, un corridoio lungo con tante stanze.
Tu, da lì dentro, cosa sentivi?
Se parlavano normalmente, non sentivo niente. Venti minuti prima della mezzanotte è successo qualcosa. Ho sentito rumori, mobili che si spostavano, gente che parlava in modo concitato, senza riuscire a distinguere bene le parole. Non ho sentito urla, ma è successo qualcosa che non era accaduto durante gli altri interrogatori. Sentendo questi rumori, chiaramente vado in tensione. La porta della stanza dove mi trovavo era una porta a vetri che dava sul corridoio, da cui potevano controllare chi stava dentro. Da lì ho potuto vedere e ti posso assicurare che, dal momento in cui avevano portato Pino nella stanza dell’interrogatorio, non è più passato nessuno. In particolare in quell’ultimo quarto d’ora, assolutamente nessuno.
Quanti poliziotti c’erano nella stanza?
Dovevano essere sei: Calabresi, Lograno, Panessa, Muccilli, Mainardi e un altro.
Nessuno si è spostato. E Calabresi c’era sicuramente. Lo conoscevo bene, era il commissario, quello che comandava tutti; il più alto in grado presente. Quello che rompe il silenzio è un tonfo molto sordo, molto cupo. Il corpo di Pino che cade. La cosa veramente assurda è che nessuno ha reagito. Non ho più sentito nessun rumore. Nessuno ha urlato; come ho sentito il trambusto avrei sentito anche le urla. Ti puoi immaginare: sei in una stanza molto piccola, qualcuno si butta dalla finestra e nessuno urla?
Dopo il «tonfo» che accade?
Sono usciti dalla stanza e sono venuti da me, mi hanno bloccato ed è apparso Calabresi: «non capisco come possa essere successo, Valitutti; stavamo parlando tranquillamente con Pinelli di Valpreda, non capisco, all’improvviso si è buttato». L’ho detto subito al giudice nel primo interrogatorio, il 1 gennaio del ‘70, quando mi hanno chiamato a parlare con Caizzi.
C’è stato un processo, poi. Avranno cercato di smontare la tua versione...
Era il processo Calabresi-Lotta continua. Sono andato lì e gli avvocati mi han fatto tutte le domande e io ho raccontato tutto, come adesso. Importante: Calabresi era lì, con il suo avvocato e non mi hanno fatto neanche il controinterrogatorio. Non gli conveniva. Dal punto di vista giudiziario vuol dire che non potevano contestarmi niente e volevano farmi «scivolare via». Poi il presidente del tribunale ha disposto un sopralluogo in questura per capire cosa potevo aver visto veramente. Quando siamo andati lì, davanti alla porta a vetri era stato messo una grosso distributore di caffè e bibite. E il presidente mi ha detto: «con questa macchina davanti, lei poteva anche non vedere». Io gli ho risposto che la macchina non c’era; anzi, ho indicato sul linoleum del pavimento, sulla parete opposta, il segno che la macchina aveva lasciato. Mi ricordo la sua faccia. É rimasto costernato di fronte all’evidenza di un tentativo così maldestro di alterare la «scena del delitto».
Mai accusato di falsa testimonianza?
Mai. La cosa più singolare è che D’Ambrosio (Gerardo, ndr) non mi ha nemmeno interrogato, quando ha fatto l’inchiesta sulla morte di Pinelli. Sono stato interrogato la prima volta dal pubblico ministero. Poi ho testimoniato al processo Calabresi-Lc. Quando poi Licia ha fatto denuncia per omicidio contro ignoti, D’Ambrosio ha fatto la sua inchiesta e non mi ha interrogato. Lui ha sentito soltanto i poliziotti, che non erano testimoni, ma sotto avviso di garanzia. E non ha sentito l’unico testimone che c’era. Quando glielo dicono pare che si arrabbi sempre. Ma è stato molto scorretto.
Tommaso De Berlanga ilmanifesto 12.12.2009
Massimo Mazzucco Luogocomune 10/12/2009
Provate a tornare con la mente a otto anni fa: nel dicembre 2001 era appena iniziata l’invasione dell’Afghanistan, già qualcuno parlava di invadere l’Iraq, e i neocons impazzavano ovunque, dopo aver messo sotto scacco il mondo con il geniale colpo di teatro dell’11 settembre.
Ecco, provate a pensare se in quel momento qualcuno ci avesse detto che da lì a otto anni un presidente nero, democratico, avrebbe vinto il Nobel per la Pace dopo aver mandato altri 30.000 soldati a combattere la stessa guerra, che nel frattempo non era mai finita.
Ci sarebbe voluto un mese per riuscire a smettere di ridere.
Invece la realtà, ancora una volta, ha dimostrato di superare la fantasia. Oggi un presidente nero, democratico, ritirerà a Oslo il premio Nobel per la Pace, dopo aver appena mandato altri 30.000 soldati a combattere quella guerra che non è ancora finita. E che di certo non finirà molto presto, visto l’evolversi sempre più intricato della situazione sullo scacchiere mondiale.
Che Obama sia un cinico mistificatore costruito a tavolino, o una semplice vittima dell’“illusione presidenziale”, fa ormai poca differenza: a comandare sono altri, e purtroppo questi “altri” sono gli stessi che controllano i media, condizionando a tal punto le coscienze dei cittadini da fargli accettare che venga assegnato il Nobel per la pace a chi fa la guerra, con la semplice giustificazione che “la scelta [di Obama] non è tanto un riconoscimento per i risultati raggiunti, quanto un invito ad agire”.
A questo punto potremmo dare il Nobel per l’Amore Universale ai pedofili, non tanto per i risultati raggiunti, ma come un invito a smettere di molestare i bambini. Con le parole, volendo, si può capovolgere il mondo. D’altronde, che cosa ci si poteva aspettare da un premio "per la pace" istituito nel nome dell’inventore della dinamite?
VEDI ANCHE:
“Ho vinto il Nobel per la pace”
”Un altro Nobel sprecato”
Abbiamo commesso l'errore di acquistare il Calendario 2010 de Il Manifesto, "il primo calendario da collezione con tutte le immagini dei rivoluzionari".
Di Tito si scrive che inventò la Jugoslavia...
E' noto invece che lo Stato unitario degli slavi del sud (jugo-slavi) era stato auspicato già da correnti di pensiero ottocentesche ("illirismo" ), analoghe al Risorgimento italiano, e si era poi formato in seguito alla I Guerra mondiale, assumendo formalmente sin dal 1929 il nome di "Regno di Jugoslavia".
La personalità "rivoluzionaria" di Tito andrebbe piuttosto riconosciuta per il fatto che egli fu l'unico leader politico europeo ad avere condotto la guerra di guerriglia a fianco dei partigiani nella guerra di Liberazione, fino alla vittoria e alla creazione di una Jugoslavia Federativa e Socialista.
E chi hanno messo al fianco di grandi personalità come Tito, Ho Chi Min, eccetera? Giacinto Pannella! Persino indicandolo come "antimilitarista" !...
In realtà, "Marco" Pannella è un noto guerrafondaio. Ha appoggiato tutte le guerre di aggressione della NATO e degli USA, propagandandole con i suoi interventi mediatici. Al "Manifesto" hanno anche dimenticato che si è fatto immortalare nell'uniforme degli ustascia croati per presentarsi al suo idolo, il fascista Tudjman.
(segnalato a cura di Ivan Istrijan e Italo Slavo)
Forleo: ieri incidente mentre tornava a Milano Finita contro il guard rail, forse per cambio corsia altra auto
04 dicembre 2009
(ANSA)- CREMONA, 5 DICEMBRE - Il giudice del tribunale di Cremona Clementina Forleo e' stata coinvolta ieri sera in un incidente stradale sull'autostrada per Milano.
Il magistrato ha riportato fratture allo zigomo e alla mandibola ma ha rifiutato il ricovero. Forleo era a bordo della sua Opel, quando ha sbattuto contro il guard-rail. La polizia stradale propenderebbe per una manovra brusca da parte del Gip di Cremona che potrebbe essere stata innescata dall'improvviso cambio di corsia di un' altra vettura.
Clementina Forleo salvata dall'airbag: incidente in autostrada, fratture al volto
Deputato Idv accusa: spinta fuori strada, tutelare il giudice. La Procura: escluso per ora impatto con altra automobile
Il Messaggero 04-12-2009
ROMA (5 dicembre) - Il giudice Clementina Forleo è rimasta ferita ieri sera in un incidente, finendo con la sua Opel contro il guardrail sull'autostrada per Milano all'altezza del casello di Lodi. Il magistrato tornava a casa dopo la giornata in tribunale a Cremona, dove ora presta servizio. Al pronto soccorso dell'Ospedale Maggiore di Lodi sono state riscontrate al magistrato fratture allo zigomo e alla mandibola, ma la Forleo ha rifiutato il ricovero.
Salvata dall'airbag. Sulle cause dell'incidente indaga la polizia stradale di Guardamiglio, in provincia di Lodi. Non si esclude che un automobilista abbia compiuto una manovra azzardata e abbia tagliato la strada alla Opel. L'airbag ha salvato la vita al giudice Forleo, ma l'impatto è stato violento. Il presidente del tribunale di Cremona, Carlo Maria Grillo, è stato il primo ad essere informato dalla polizia stradale. Ieri la Forleo aveva celebrato alcuni processi come giudice monocratico. Alle tre del pomeriggio e per oltre un'ora e mezza, era stata impegnata nell'udienza preliminare sui formaggi avariati e riciclati, infine era attesa in carcere per una udienza di convalida di un arresto. Rientrata in tribunale e sbrigate le ultime incombenze, era ripartita per Milano.
Secondo il deputato Idv Pierfelice Zazzera «il giudice Forleo è stata spinta fuori strada da un'auto poi fuggita» e ha chiesto un servizio di tutela per il magistrato. «Siamo preoccupati - ha detto Zazzera - per l'atteggiamento sordo di chi dovrebbe tutelare la magistratura e non lo fa, soprattutto in relazione all'episodio della scorsa notte, tanto più che, come si ricorderà, i genitori del magistrato brindisino sono rimasti uccisi in un incidente ancora pieno di misteri. Ci auguriamo che chi di competenza intervenga quanto prima, sia in relazione alla scorta che per l'accertamento dei fatti della scorsa notte».
L'incidente non sarebbe legato ad un impatto con un'altra auto. A sostenerlo, fonti di Palazzo di giustizia secondo le quali, per ora, si dovrebbe escludere l'ipotesi di un impatto con un altro veicolo. La polizia stradale propenderebbe per una manovra brusca da parte del Gip di Cremona che potrebbe essere stata innescata dall'improvviso cambio di corsia di un' altra vettura.
Forleo tamponata da un pirata
Senza Colonne 5 Dicembre 2009
Francavilla Fontana (Br) – Il giudice del tribunale di Cremona, Clementina Forleo, è stata coinvolta giovedì sera in un misterioso e grave incidente stradale, lungo l’autostrada per Milano all’altezza del casello di Lodi. Nello schianto della vettura contro il guardrail il magistrato bridinsino ha riportato fratture allo zigomo e alla mandibola. E le sue condizioni non sarebbero gravi.
Inquietanti invece sono le voci di un possibile attentato, diffuse ieri dal deputato pugliese dell’Italia dei valori Pierfelice Zazzera. “Ho appreso – ha detto fatto sapere ieri il parlamentare -, che l’auto di Clementina Forleo è stata spinta fuori dalla carreggiata da un altro veicolo. Lei è salva, ma chi ha provocato l’incidente è fuggito, facendo perdere le proprie tracce”. “La dinamica dell’incidente – ha proseguito Zazzera –, ancora oggetto di indagine, è in fase di ricostruzione, sebbene riteniamo assolutamente grave che il magistrato sia ancora sprovvisto di un servizio di tutela assegnato alla sua persona, considerando la delicata attività svolta in occasione delle inchieste sulle scalate bancarie”.
Forleo: 'Sono viva per miracolo'
“Sono viva per miracolo, adesso spero che qualcuno si muova e mi riassegni quella scorta che mi è stata tolta…”. È così che il giudice Clementina Forleo racconta l’incidente stradale di cui è stata vittima giovedì sull’Autosole, tra Casalpusterlengo e Lodi, mentre guidava verso Milano.
Il gip che nel luglio dell’anno scorso è stata trasferita per incompatibilità ambientale dal Csm dopo che aveva parlato di “sottili pressioni” patite da “poteri forti” quando si stava occupando del caso Unipol/Bnl, rientrava da Cremona, sua nuova sede di lavoro. “Un’auto che viaggiava alla mia destra si è affiancata e mi ha improvvisamente speronato – racconta Forleo – quindi sono finita sulla corsia di sorpasso e poi sulla barriera di new jersey…A salvarmi la vita è stato l’airbag. Se sia stato uno speronamento volontario non lo so, io ogni giorno faccio quella strada…e visto quello che mi è accaduto l’estate scorsa, cose gravissime di cui non posso parlare perché c’è un’indagine in corso, ritengo che mi debbano ridare la scorta. Rispetto le istituzioni, ma la cosa deve essere reciproca…Le minacce e le oramai troppe vicende strane capitate sono la prova che devo essere tutelata, e invece lo Stato protegge gente che non corre alcun pericolo…ho paura”.
L’auto che avrebbe causato l’incidente è sparita nel nulla, del caso si occupa la polizia stradale di Lodi. “Stanno facendo accertamenti su una gomma scoppiata della mia vettura”, dice il gip che nell’urto ha riportato la frattura dello zigomo. Chiarezza al più presto ha chiesto il deputato dell’Idv Pierfelice Zazzera.
Corriere.it 6.12.2009
Massimo Mazzucco Luogocomune 29/11/2009
Esiste un diretto legame fra tutti i più importanti “complotti” della storia moderna. Dall’ 11 settembre al caso Kennedy al cosidetto Moonhoax (i presunti viaggi lunari), ci si ritrova a risalire in ogni caso alla stessa matrice ideologica e politica che ha dominato la scena del potere in America per quasi un secolo.
Chiamiamoli, per mancanza di un termine migliore, “banchieri-guerrafondai”, dove la guerra non sia che l’espressione ultima di un potere politico ed economico che ha ormai raggiunto dimensioni globali.
Furono (anche) i guerrafondai a voler uccidere Kennedy, che intendeva ritirarsi dal Vietnam; furono (anche) i guerrafondai a trarre vantaggio dalla messinscena lunare, reindirizzando i finanziamenti del progetto Apollo verso destinazioni molto meno pacifiche; e furono (anche) i guerrafondai a volere l’undici settembre, per scatenare guerre che erano già state pianificate nel minimo dettaglio.
Nero docet, e i nipotini del Grande Impero imparano in fretta.
Svelare progressivamente ciascuno di questi complotti significa anche cercare di comporre un quadro complessivo che risulti alla fine più semplice e comprensibile - paradossalmente – delle mille ragnatele che li hanno avvolti per tutti questi anni.
Sull’undici settembre abbiamo raggiunto una chiarezza di analisi sufficiente ad affermare che la versione ufficiale sia falsa in molteplici punti, e l’incapacità dei debunkers di trovare una risposta accettabile alle famose “12 domande” lo ha confermato. Questo significa che chi stava al potere in quel momento ha mentito per coprire una verità che evidentemente lo vedeva coinvolto da vicino. (Nessuno racconta balle di quelle dimensioni “per conto terzi”, nè tantomeno “per vedere di nascosto l’effetto che fa”).
La stessa cosa è accaduta nei giorni scorsi con il caso Kennedy: di fronte al filmato “L’uomo che uccise John Kennedy”, che ricostruisce le trame che portarono all’uccisione del presidente, il forum italiano dei debunkers che ha sempre difeso la versione ufficiale (sul quale ho versato ettolitri di sangue, in passato), ha finalmente alzato bandiera bianca, evitando semplicemente di rispondere al mio invito a contestare l’analisi presentata nel filmato.
D’altronde, quando quattro fonti diverse, che non si conoscevano fra di loro, confermano la presenza degli assassini a Dallas, diventa molto difficile sostenere che si trovassero tutti lì per caso.
A sua volta, non va dimenticato che il caso Kennedy è in realtà un doppio caso: la morte di Robert Kennedy – come verrà illustrato in un articolo di prossima pubblicazione – fu il semplice completamento di un “lavoro” iniziato 5 anni prima a Dallas dallo stesso gruppo di persone.
E fra i due omicidi si ritrova, curiosamente, anche l’assassinio di Martin Luther King.
Fu la sequenza dei tre attentati a invertire la marcia del progressismo americano di quegli anni, portando alla Casa Bianca proprio quel Richard Nixon – anch’egli presente a Dallas nel ’63 – sotto cui sarebbero poi avvenuti i tanto contestati “viaggi lunari”.
Se solo si accetta l’idea che quei viaggi non siano mai avvenuti, diventa imperativo domandarsi dove siano finiti i miliardi di dollari che il contribuente americano versò alla NASA, convinto di partecipare al “grande balzo” nel futuro rappresentato dalle missioni Apollo.
E la risposta potrebbe non piacere a molte persone. E’ curioso infatti come la NASA sia un ente civile, ma nessuno si domandi come mai il Pentagono non abbia ufficialmente nessun dipartimento “spaziale”.
Tutti questi episodi – omicidio Kennedy, Moohoax, 11 settembre, e molti altri - si possono far risalire ad una matrice comune: la volontà dei poteri forti di mantenere il controllo e di sbarazzarsi, con ogni mezzo disponibile, di qualunque ostacolo si presenti sul loro cammino.
L’America infatti non è nè una repubblica nè una democrazia, ma un impero oligarchico di tipo plutocratico, che tramanda nel tempo – generazione per generazione, famiglia per famiglia – gli stessi poteri a figli e nipoti. Non è un caso che la stessa persona che era presente a Dallas nel 1963 abbia passato la notte del 10 settembre 2001 alla Casa Bianca: nel primo caso, lo fece come figlio di un uomo che gestiva il potere per conto dei potenti di allora – banchieri, industriali e guerrafondai - nel secondo lo fece per proteggere quel potere a cui nel frattempo aveva avuto accesso anche direttamente.
Fra i membri consiglieri della Carlyle, uno dei più grossi finanziatori della guerra in Iraq, c’è anche George H. Bush.
Esiste quindi un Grande Burattinaio, ma non è una persona fisica: è un’idea. L’idea del privilegio dei pochi a svantaggio dei molti, che va mantenuto attraverso il controllo esercitato sul sistema sociale tramite la corruzione, l’illusione della democrazia e il controllo dell’informazione.
Comperi i giudici, i politici e i mezzi di comunicazione, dopodichè agisci liberamente, sicuro dell’impunità, mentre puoi permetterti di raccontare alla gente tutte le bugie che ti vengono in mente.
E la cosa splendida è che sarà la gente stessa – o almeno buona parte di essa - a difendere e coprire le tue bugie, alle quali avrà creduto ciecamente grazie all’immensa fiducia che nel frattempo hai saputo infondere in loro.
“Tu” sei le istituzioni, ma loro non lo sanno, e alle istituzioni credono ciecamente.
Per gli altri, basterà dare un tozzo di pane ad un poliziotto perchè prenda a bastonate il contestatore, basterà dare un tozzo di pane al politico perchè faccia le leggi contro di lui, e basterà dare un tozzo di pane ai mille piero angela di questo mondo perchè vadano in tv a raccontarci che i “complottisti” sono dei malati senza speranza.
La speranza i complottisti ce l’hanno, ma non è certo quella di cui parla Piero Angela.
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È Gianfranco Fini la nuova carta degli USA
Una volta costretto a ritirarsi dalla scena politica, Berlusconi potrà intitolare le sue memorie Come covarsi una serpe in seno, inserire il libro nella nuova collana Mondadori “Chi è causa del suo mal...”, e dedicarlo a Gianfranco Fini. Il 25/11 scorso, infatti, con una significativa coincidenza, l’editoriale del Corriere della Sera celebrava il tramonto del quindicennio berlusconiano, mentre La Stampa titolava in prima pagina: «E ora gli americani puntano su Gianfranco», preannunciando che a febbraio il Presidente della Camera è atteso negli USA «da interlocutore privilegiato». Siamo dunque alla resa dei conti, e stavolta neanche un chirurgo riuscirebbe a ricomporre una frattura ormai esposta alla luce del sole.
Ne è passata di acqua sotto i ponti da quel dicembre ’93, quando l’allora segretario missino sfidò Rutelli per la carica di sindaco di Roma e Sua Emittenza dichiarò la propria preferenza per il primo. Lo “sdoganamento” era iniziato, e al delfino di Almirante si offriva un’occasione insperata. Il 40enne che aveva appena teorizzato il “Fascismo del 2000” fu lestissimo a fiutare il mutar dei venti e a capire che, per sfruttarne la spinta, il vecchio veliero erede della RSI – i cui marinai si chiamavano ancora camerati e si salutavano romanamente – necessitava di un profondo restyling. La metamorfosi fu talmente rapida che nel giro di un anno l’antifascismo divenne un valore fondante per gli ex fascisti riverginati in AN. Le acque passate a Fiuggi (gennaio ’95) furono attentamente esaminate a Washington, Londra e Gerusalemme, che certificarono la perfetta riuscita dell’operazione: anziché l’antica ostilità all’imperialismo anglo-americano, un atlantismo a prova di bomba; niente più destra sociale, e avanti tutta col liberismo imposto da Wall Strett e dalla City; condanna dell’antigiudaismo mussoliniano e virata di 180° verso il fascismo sionista (l’antisemitismo rimaneva, virato però contro i palestinesi e gli arabi in genere). L’ex nostalgico di Salò aveva insomma creato una destra “per bene”, e il plauso dei perbenisti fu entusiastico. Miracolati dopo 50 anni di ghetto, ai suoi non parve vero che si spalancassero le porte del potere e del sottopotere.
Grazie al Cavaliere, che l’ha insediato prima come ministro degli Esteri, poi come vicepresidente del Consiglio e infine come terza carica dello Stato, l’ambiguo e ambiziosisimo numero 2 è arrivato là dove forse puntava fin dall’inizio. Ma il parricidio dev’essere inscritto nel suo destino come qualcosa d’ineluttabile. E dunque, dopo l’abiura dell’eredità ducesca e almirantiana, ecco giunta l’ora di detronizzare il sovrano di Arcore caduto in disgrazia. Da qui l’accelerazione degli ultimi mesi, che vede mister Arrogance prendere ogni giorno le distanze dal suo stesso governo, dal partito di cui pure è co-fondatore, e soprattutto dal leader cui deve tutto.
Poco importa che l’uomo sia sfuggente come un’anguilla e rotante come una banderuola: è abilissimo a recitare le ultime banalità del politically correct. Non per nulla, ai tempi del Fronte della Gioventù, i suoi camerati l’avevano soprannominato «dietro gli occhiali niente», e di lui Craxi diceva che è «un vuoto incartato: dentro, non c’è il regalo». Un bluff ambulante, insomma, uno zero ben confezionato. Ma, proprio per questo è quel che ci vuole per eseguire fedelmente i desiderata d’Oltreoceano: uno che si può tenere saldamente al guinzaglio facendogli pendere sul capo la spada di Damocle del suo passato. I politici ricattabili sono infatti i più “fungibili”: il padrone che li ha gratificati assumendoli come camerieri, nel caso si prendano troppe confidenze può sempre rimetterli al loro posto. Cosa divenuta assai più difficile con un soggetto anomalo come Berlusconi: straricco di suo, senza trascorsi politici da farsi perdonare e con un seguito popolare tuttora vastissimo, non è ricattabile, e dunque risulta inaffidabile.
L’assalto finale al Cavaliere, del resto, è stato candidamente preannunciato da Paolo Guzzanti, che ha rotto col premier accusandolo di aver tradito Washington per vendersi a Mosca. Sul suo blog, l’11/9 scorso, il senatore fuoriuscito dal Pdl scriveva testualmente: «L’ordine è arrivato dagli USA: Berlusconi va eliminato. (...) A me già lo disse chiaro e tondo l’ambasciatore Spogli, che andai a salutare quando lasciò l’ambasciata di via Veneto: “Vogliamo un’Italia che non dipenda dalla Russia come una colonia e non vogliamo che la Russia incassi una somma di denaro di dimensioni mostruose, che poi Mosca converte direttamente in armamenti militari”. Da allora, un fatto nuovo di enorme gravità si è aggiunto: l’Italia ha silurato il gasdotto Nabucco (che eliminava la fornitura russa passando per Georgia e Turchia) facendo trionfare South Stream, cioè l’oro di Putin. Contemporaneamente Berlusconi organizzava la triangolazione Roma-Tripoli-Mosca associando Gheddafi nell’affare. (...) L’operazione è stata preparata con cura attraverso una campagna mediatica di lavoro al corpo di Berlusconi, basato sulle vicende sessuali, sulle inchieste di mafia e sulla formazione, nell’area moderata, di un’alternativa politica a tre punte: Luca Cordero di Montezemolo, Perferdinando Casini e Gianfranco Fini, ciascuno a suo modo e con le sue vie, ma in una sintonia trasparente. (...) Lo scontro è ravvicinato e mortale. La grande manovra è cominciata, le artiglierie già battono il campo». Il giorno dopo, per i duri di comprendonio, Guzzanti aggiungeva due particolari illuminanti: «Le grandi inchieste Mani Pulite sono nate dalla polizia
USA (non dalla Cia, ma dall’FBI)» e «Il nuovo ambasciatore USA David Thorne, che davanti al Senato USA ha spiegato di essere consapevole dei problemi che dividono USA e Italia (oltre al bla-bla-bla dell’amicizia sempiterna), ieri ha reso visita per mezzora a Montecitorio a Gianfranco Fini» (www.paologuzzanti.it ).
E infatti, puntuale come la morte, ecco avvicinarsi il botto definitivo: il 4 dicembre, ossia 17 anni dopo i fatti, il mafioso pentito Gaspare Spatuzza testimonierà che Berlusconi è il mandante degli omicidi di Falcone e Borsellino, nonché delle stragi del ’93 (degli assassinî del mostro di Firenze per ora no, ma non si sa mai).
Ecco perché, algido come un blocco di ghiaccio, impettito come un tacchino, sprezzante e pieno di sé come non mai, Fini è oggi sulla rampa di lancio per una nuova e ben più importante investitura. Piace alla destra laicista e tecnocratica, piace a una sinistra ormai incapace di distinguere una patacca da una pepita, ma soprattutto piace agli USA, decisi a sbarazzarsi d’un miliardario ch’è uscito dal seminato ed è diventato una pietra d’inciampo. E allora fiato alle parolacce demagogicamente proferite di fronte ai giovani immigrati contro chi osa definirli “diversi”, tanto non c’è nessuno a ricordargli che la legge tuttora in vigore contro gli stessi si chiama Bossi-Fini.
Quando avrà fatto fuori il Cavaliere, Fini potrà coronare il suo sogno di gioventù. Se infatti la sua scelta missina fu causata dai sessantottini bolognesi che gli impedivano l’ingresso a un cinema dove si proiettava Berretti verdi, avrà presto di che consolarsi: accolto a braccia aperte dai guerrafondai yankee, per i quali John Wayne è sempre un mito, verrà forse ricevuto alla Casa Bianca, dove siede uno zio Tom che raddoppia l’impegno militare in Afghanistan, apre un nuovo fronte in Pakistan, non chiude Guantanamo e riceve perfino il Nobel per la Pace. Campioni di coerenza, i due sono fatti per intendersi.
Alberto Signorini Blogghete 28.11.2009
Massimo Mazzucco Luogocomune 23/11/2009
Mentre i media mainstream continuano ad alimentare il dibattito sul caso Kennedy con le false argomentazioni, innocue e fuorvianti, che lo hanno tenuto in piedi per oltre 40 anni, in Internet sono già disponibili dati sufficienti per ricostruire con relativa precisione quello che avvennne a Dallas il 22 novembre 1963.
Grazie alle confessioni in punto di morte di diversi personaggi collegati al caso, oggi siamo in grado di ricostruire il complesso puzzle che portò alla morte del presidente, e che vide coinvolti, in modo e misura diversi, la mafia, la CIA, l’FBI, e lo stretto giro dei petrolieri texani che faceva capo a Lyndon Johnson.
Il semplice fatto che a Dallas fossero presenti, la sera prima dell’attentato, ben tre futuri presidenti americani – oltre al capo dell’FBI in persona - la dice lunga sulla ragnatela di interessi incrociati che portò a rendere necessario quello che fino a poco tempo prima appariva addirittura impensabile: la pubblica esecuzione del presidente degli Stati Uniti, alla luce del giorno, sotto gli occhi dell’intera nazione.
Ma è soprattutto l’alleanza fra mafia e CIA, che si erano ritrovate unite dalla necessità di riconquistare Cuba al più presto, ad essere confermata dalle rivelazioni dei vari personaggi coinvolti nell’attentato (*). Viene così finalmente chiarito anche il ruolo di Oswald: agente della Cia già da molti anni, fu mandato a Dallas proprio per aiutare l’uomo che avrebbe ucciso Kennedy, venuto da Chicago, a prendere conoscenza della zona, senza naturalmente sapere di essere lui il “patsy” destinato a passare alla storia come l’assassino del presidente.
Ma ci voleva la confessione di James Files, l’uomo che sparò il colpo fatale dalla collinetta, a fornire il pezzo centrale del puzzle che permette finalmente di chiudere la partita, in un’indagine che sembrava destinata – non a caso - a trascinarsi per sempre. Il paradosso infatti è che la sua confessione sia già nota da una decina di anni, a chi conosce da vicino il caso Kennedy, ma nessun altro al mondo lo sappia.
Naturalmente, i difensori della versione ufficiale hanno subito sostenuto che Files fosse un pazzo mitomane senz’arte nè parte, ma vi sono molti elementi incrociati – dei quali un semplice mitomane non potrebbe essere a conoscenza - che corroborano decisamente la sua storia, mentre il suo comportamento denuncia di tutto meno che il desiderio di farsi pubblicità.
Mentre è proprio nel motivo per cui non si può riconoscere ufficialmente la sua esistenza che risiede l’essenza del “grande complotto”, che coinvolge direttamente i grandi mezzi di comunicazione, i quali non potrebbero mai denunciare la verità dei fatti senza dover denunciare prima di tutto se stessi.
*Tutte queste affermazioni verranno chiarite meglio in un articolo di prossima pubblicazione, relativo all’uscita del libro “L’Altra Dallas”, nel quale i retroscena del caso Kennedy vengono analizzati nel dettaglio.



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