Massimo Mazzucco Luogocomune 29/11/2009
Esiste un diretto legame fra tutti i più importanti “complotti” della storia moderna. Dall’ 11 settembre al caso Kennedy al cosidetto Moonhoax (i presunti viaggi lunari), ci si ritrova a risalire in ogni caso alla stessa matrice ideologica e politica che ha dominato la scena del potere in America per quasi un secolo.
Chiamiamoli, per mancanza di un termine migliore, “banchieri-guerrafondai”, dove la guerra non sia che l’espressione ultima di un potere politico ed economico che ha ormai raggiunto dimensioni globali.
Furono (anche) i guerrafondai a voler uccidere Kennedy, che intendeva ritirarsi dal Vietnam; furono (anche) i guerrafondai a trarre vantaggio dalla messinscena lunare, reindirizzando i finanziamenti del progetto Apollo verso destinazioni molto meno pacifiche; e furono (anche) i guerrafondai a volere l’undici settembre, per scatenare guerre che erano già state pianificate nel minimo dettaglio.
Nero docet, e i nipotini del Grande Impero imparano in fretta.
Svelare progressivamente ciascuno di questi complotti significa anche cercare di comporre un quadro complessivo che risulti alla fine più semplice e comprensibile - paradossalmente – delle mille ragnatele che li hanno avvolti per tutti questi anni.
Sull’undici settembre abbiamo raggiunto una chiarezza di analisi sufficiente ad affermare che la versione ufficiale sia falsa in molteplici punti, e l’incapacità dei debunkers di trovare una risposta accettabile alle famose “12 domande” lo ha confermato. Questo significa che chi stava al potere in quel momento ha mentito per coprire una verità che evidentemente lo vedeva coinvolto da vicino. (Nessuno racconta balle di quelle dimensioni “per conto terzi”, nè tantomeno “per vedere di nascosto l’effetto che fa”).
La stessa cosa è accaduta nei giorni scorsi con il caso Kennedy: di fronte al filmato “L’uomo che uccise John Kennedy”, che ricostruisce le trame che portarono all’uccisione del presidente, il forum italiano dei debunkers che ha sempre difeso la versione ufficiale (sul quale ho versato ettolitri di sangue, in passato), ha finalmente alzato bandiera bianca, evitando semplicemente di rispondere al mio invito a contestare l’analisi presentata nel filmato.
D’altronde, quando quattro fonti diverse, che non si conoscevano fra di loro, confermano la presenza degli assassini a Dallas, diventa molto difficile sostenere che si trovassero tutti lì per caso.
A sua volta, non va dimenticato che il caso Kennedy è in realtà un doppio caso: la morte di Robert Kennedy – come verrà illustrato in un articolo di prossima pubblicazione – fu il semplice completamento di un “lavoro” iniziato 5 anni prima a Dallas dallo stesso gruppo di persone.
E fra i due omicidi si ritrova, curiosamente, anche l’assassinio di Martin Luther King.
Fu la sequenza dei tre attentati a invertire la marcia del progressismo americano di quegli anni, portando alla Casa Bianca proprio quel Richard Nixon – anch’egli presente a Dallas nel ’63 – sotto cui sarebbero poi avvenuti i tanto contestati “viaggi lunari”.
Se solo si accetta l’idea che quei viaggi non siano mai avvenuti, diventa imperativo domandarsi dove siano finiti i miliardi di dollari che il contribuente americano versò alla NASA, convinto di partecipare al “grande balzo” nel futuro rappresentato dalle missioni Apollo.
E la risposta potrebbe non piacere a molte persone. E’ curioso infatti come la NASA sia un ente civile, ma nessuno si domandi come mai il Pentagono non abbia ufficialmente nessun dipartimento “spaziale”.
Tutti questi episodi – omicidio Kennedy, Moohoax, 11 settembre, e molti altri - si possono far risalire ad una matrice comune: la volontà dei poteri forti di mantenere il controllo e di sbarazzarsi, con ogni mezzo disponibile, di qualunque ostacolo si presenti sul loro cammino.
L’America infatti non è nè una repubblica nè una democrazia, ma un impero oligarchico di tipo plutocratico, che tramanda nel tempo – generazione per generazione, famiglia per famiglia – gli stessi poteri a figli e nipoti. Non è un caso che la stessa persona che era presente a Dallas nel 1963 abbia passato la notte del 10 settembre 2001 alla Casa Bianca: nel primo caso, lo fece come figlio di un uomo che gestiva il potere per conto dei potenti di allora – banchieri, industriali e guerrafondai - nel secondo lo fece per proteggere quel potere a cui nel frattempo aveva avuto accesso anche direttamente.
Fra i membri consiglieri della Carlyle, uno dei più grossi finanziatori della guerra in Iraq, c’è anche George H. Bush.
Esiste quindi un Grande Burattinaio, ma non è una persona fisica: è un’idea. L’idea del privilegio dei pochi a svantaggio dei molti, che va mantenuto attraverso il controllo esercitato sul sistema sociale tramite la corruzione, l’illusione della democrazia e il controllo dell’informazione.
Comperi i giudici, i politici e i mezzi di comunicazione, dopodichè agisci liberamente, sicuro dell’impunità, mentre puoi permetterti di raccontare alla gente tutte le bugie che ti vengono in mente.
E la cosa splendida è che sarà la gente stessa – o almeno buona parte di essa - a difendere e coprire le tue bugie, alle quali avrà creduto ciecamente grazie all’immensa fiducia che nel frattempo hai saputo infondere in loro.
“Tu” sei le istituzioni, ma loro non lo sanno, e alle istituzioni credono ciecamente.
Per gli altri, basterà dare un tozzo di pane ad un poliziotto perchè prenda a bastonate il contestatore, basterà dare un tozzo di pane al politico perchè faccia le leggi contro di lui, e basterà dare un tozzo di pane ai mille piero angela di questo mondo perchè vadano in tv a raccontarci che i “complottisti” sono dei malati senza speranza.
La speranza i complottisti ce l’hanno, ma non è certo quella di cui parla Piero Angela.
IL VIDEO CHE SU MTV NON VEDRETE MAI!
È Gianfranco Fini la nuova carta degli USA
Una volta costretto a ritirarsi dalla scena politica, Berlusconi potrà intitolare le sue memorie Come covarsi una serpe in seno, inserire il libro nella nuova collana Mondadori “Chi è causa del suo mal...”, e dedicarlo a Gianfranco Fini. Il 25/11 scorso, infatti, con una significativa coincidenza, l’editoriale del Corriere della Sera celebrava il tramonto del quindicennio berlusconiano, mentre La Stampa titolava in prima pagina: «E ora gli americani puntano su Gianfranco», preannunciando che a febbraio il Presidente della Camera è atteso negli USA «da interlocutore privilegiato». Siamo dunque alla resa dei conti, e stavolta neanche un chirurgo riuscirebbe a ricomporre una frattura ormai esposta alla luce del sole.
Ne è passata di acqua sotto i ponti da quel dicembre ’93, quando l’allora segretario missino sfidò Rutelli per la carica di sindaco di Roma e Sua Emittenza dichiarò la propria preferenza per il primo. Lo “sdoganamento” era iniziato, e al delfino di Almirante si offriva un’occasione insperata. Il 40enne che aveva appena teorizzato il “Fascismo del 2000” fu lestissimo a fiutare il mutar dei venti e a capire che, per sfruttarne la spinta, il vecchio veliero erede della RSI – i cui marinai si chiamavano ancora camerati e si salutavano romanamente – necessitava di un profondo restyling. La metamorfosi fu talmente rapida che nel giro di un anno l’antifascismo divenne un valore fondante per gli ex fascisti riverginati in AN. Le acque passate a Fiuggi (gennaio ’95) furono attentamente esaminate a Washington, Londra e Gerusalemme, che certificarono la perfetta riuscita dell’operazione: anziché l’antica ostilità all’imperialismo anglo-americano, un atlantismo a prova di bomba; niente più destra sociale, e avanti tutta col liberismo imposto da Wall Strett e dalla City; condanna dell’antigiudaismo mussoliniano e virata di 180° verso il fascismo sionista (l’antisemitismo rimaneva, virato però contro i palestinesi e gli arabi in genere). L’ex nostalgico di Salò aveva insomma creato una destra “per bene”, e il plauso dei perbenisti fu entusiastico. Miracolati dopo 50 anni di ghetto, ai suoi non parve vero che si spalancassero le porte del potere e del sottopotere.
Grazie al Cavaliere, che l’ha insediato prima come ministro degli Esteri, poi come vicepresidente del Consiglio e infine come terza carica dello Stato, l’ambiguo e ambiziosisimo numero 2 è arrivato là dove forse puntava fin dall’inizio. Ma il parricidio dev’essere inscritto nel suo destino come qualcosa d’ineluttabile. E dunque, dopo l’abiura dell’eredità ducesca e almirantiana, ecco giunta l’ora di detronizzare il sovrano di Arcore caduto in disgrazia. Da qui l’accelerazione degli ultimi mesi, che vede mister Arrogance prendere ogni giorno le distanze dal suo stesso governo, dal partito di cui pure è co-fondatore, e soprattutto dal leader cui deve tutto.
Poco importa che l’uomo sia sfuggente come un’anguilla e rotante come una banderuola: è abilissimo a recitare le ultime banalità del politically correct. Non per nulla, ai tempi del Fronte della Gioventù, i suoi camerati l’avevano soprannominato «dietro gli occhiali niente», e di lui Craxi diceva che è «un vuoto incartato: dentro, non c’è il regalo». Un bluff ambulante, insomma, uno zero ben confezionato. Ma, proprio per questo è quel che ci vuole per eseguire fedelmente i desiderata d’Oltreoceano: uno che si può tenere saldamente al guinzaglio facendogli pendere sul capo la spada di Damocle del suo passato. I politici ricattabili sono infatti i più “fungibili”: il padrone che li ha gratificati assumendoli come camerieri, nel caso si prendano troppe confidenze può sempre rimetterli al loro posto. Cosa divenuta assai più difficile con un soggetto anomalo come Berlusconi: straricco di suo, senza trascorsi politici da farsi perdonare e con un seguito popolare tuttora vastissimo, non è ricattabile, e dunque risulta inaffidabile.
L’assalto finale al Cavaliere, del resto, è stato candidamente preannunciato da Paolo Guzzanti, che ha rotto col premier accusandolo di aver tradito Washington per vendersi a Mosca. Sul suo blog, l’11/9 scorso, il senatore fuoriuscito dal Pdl scriveva testualmente: «L’ordine è arrivato dagli USA: Berlusconi va eliminato. (...) A me già lo disse chiaro e tondo l’ambasciatore Spogli, che andai a salutare quando lasciò l’ambasciata di via Veneto: “Vogliamo un’Italia che non dipenda dalla Russia come una colonia e non vogliamo che la Russia incassi una somma di denaro di dimensioni mostruose, che poi Mosca converte direttamente in armamenti militari”. Da allora, un fatto nuovo di enorme gravità si è aggiunto: l’Italia ha silurato il gasdotto Nabucco (che eliminava la fornitura russa passando per Georgia e Turchia) facendo trionfare South Stream, cioè l’oro di Putin. Contemporaneamente Berlusconi organizzava la triangolazione Roma-Tripoli-Mosca associando Gheddafi nell’affare. (...) L’operazione è stata preparata con cura attraverso una campagna mediatica di lavoro al corpo di Berlusconi, basato sulle vicende sessuali, sulle inchieste di mafia e sulla formazione, nell’area moderata, di un’alternativa politica a tre punte: Luca Cordero di Montezemolo, Perferdinando Casini e Gianfranco Fini, ciascuno a suo modo e con le sue vie, ma in una sintonia trasparente. (...) Lo scontro è ravvicinato e mortale. La grande manovra è cominciata, le artiglierie già battono il campo». Il giorno dopo, per i duri di comprendonio, Guzzanti aggiungeva due particolari illuminanti: «Le grandi inchieste Mani Pulite sono nate dalla polizia
USA (non dalla Cia, ma dall’FBI)» e «Il nuovo ambasciatore USA David Thorne, che davanti al Senato USA ha spiegato di essere consapevole dei problemi che dividono USA e Italia (oltre al bla-bla-bla dell’amicizia sempiterna), ieri ha reso visita per mezzora a Montecitorio a Gianfranco Fini» (www.paologuzzanti.it ).
E infatti, puntuale come la morte, ecco avvicinarsi il botto definitivo: il 4 dicembre, ossia 17 anni dopo i fatti, il mafioso pentito Gaspare Spatuzza testimonierà che Berlusconi è il mandante degli omicidi di Falcone e Borsellino, nonché delle stragi del ’93 (degli assassinî del mostro di Firenze per ora no, ma non si sa mai).
Ecco perché, algido come un blocco di ghiaccio, impettito come un tacchino, sprezzante e pieno di sé come non mai, Fini è oggi sulla rampa di lancio per una nuova e ben più importante investitura. Piace alla destra laicista e tecnocratica, piace a una sinistra ormai incapace di distinguere una patacca da una pepita, ma soprattutto piace agli USA, decisi a sbarazzarsi d’un miliardario ch’è uscito dal seminato ed è diventato una pietra d’inciampo. E allora fiato alle parolacce demagogicamente proferite di fronte ai giovani immigrati contro chi osa definirli “diversi”, tanto non c’è nessuno a ricordargli che la legge tuttora in vigore contro gli stessi si chiama Bossi-Fini.
Quando avrà fatto fuori il Cavaliere, Fini potrà coronare il suo sogno di gioventù. Se infatti la sua scelta missina fu causata dai sessantottini bolognesi che gli impedivano l’ingresso a un cinema dove si proiettava Berretti verdi, avrà presto di che consolarsi: accolto a braccia aperte dai guerrafondai yankee, per i quali John Wayne è sempre un mito, verrà forse ricevuto alla Casa Bianca, dove siede uno zio Tom che raddoppia l’impegno militare in Afghanistan, apre un nuovo fronte in Pakistan, non chiude Guantanamo e riceve perfino il Nobel per la Pace. Campioni di coerenza, i due sono fatti per intendersi.
Alberto Signorini Blogghete 28.11.2009
Massimo Mazzucco Luogocomune 23/11/2009
Mentre i media mainstream continuano ad alimentare il dibattito sul caso Kennedy con le false argomentazioni, innocue e fuorvianti, che lo hanno tenuto in piedi per oltre 40 anni, in Internet sono già disponibili dati sufficienti per ricostruire con relativa precisione quello che avvennne a Dallas il 22 novembre 1963.
Grazie alle confessioni in punto di morte di diversi personaggi collegati al caso, oggi siamo in grado di ricostruire il complesso puzzle che portò alla morte del presidente, e che vide coinvolti, in modo e misura diversi, la mafia, la CIA, l’FBI, e lo stretto giro dei petrolieri texani che faceva capo a Lyndon Johnson.
Il semplice fatto che a Dallas fossero presenti, la sera prima dell’attentato, ben tre futuri presidenti americani – oltre al capo dell’FBI in persona - la dice lunga sulla ragnatela di interessi incrociati che portò a rendere necessario quello che fino a poco tempo prima appariva addirittura impensabile: la pubblica esecuzione del presidente degli Stati Uniti, alla luce del giorno, sotto gli occhi dell’intera nazione.
Ma è soprattutto l’alleanza fra mafia e CIA, che si erano ritrovate unite dalla necessità di riconquistare Cuba al più presto, ad essere confermata dalle rivelazioni dei vari personaggi coinvolti nell’attentato (*). Viene così finalmente chiarito anche il ruolo di Oswald: agente della Cia già da molti anni, fu mandato a Dallas proprio per aiutare l’uomo che avrebbe ucciso Kennedy, venuto da Chicago, a prendere conoscenza della zona, senza naturalmente sapere di essere lui il “patsy” destinato a passare alla storia come l’assassino del presidente.
Ma ci voleva la confessione di James Files, l’uomo che sparò il colpo fatale dalla collinetta, a fornire il pezzo centrale del puzzle che permette finalmente di chiudere la partita, in un’indagine che sembrava destinata – non a caso - a trascinarsi per sempre. Il paradosso infatti è che la sua confessione sia già nota da una decina di anni, a chi conosce da vicino il caso Kennedy, ma nessun altro al mondo lo sappia.
Naturalmente, i difensori della versione ufficiale hanno subito sostenuto che Files fosse un pazzo mitomane senz’arte nè parte, ma vi sono molti elementi incrociati – dei quali un semplice mitomane non potrebbe essere a conoscenza - che corroborano decisamente la sua storia, mentre il suo comportamento denuncia di tutto meno che il desiderio di farsi pubblicità.
Mentre è proprio nel motivo per cui non si può riconoscere ufficialmente la sua esistenza che risiede l’essenza del “grande complotto”, che coinvolge direttamente i grandi mezzi di comunicazione, i quali non potrebbero mai denunciare la verità dei fatti senza dover denunciare prima di tutto se stessi.
*Tutte queste affermazioni verranno chiarite meglio in un articolo di prossima pubblicazione, relativo all’uscita del libro “L’Altra Dallas”, nel quale i retroscena del caso Kennedy vengono analizzati nel dettaglio.
Antonio Selvatici ilGiornale
Torna l’attenzione sul terrorismo degli anni Settanta: su quegli anni, «formidabili» per qualcuno, ma in realtà tragici, ancora oggi, vi sono degli aspetti non ancora chiari. O meglio, su cui probabilmente si è preferito non indagare a fondo. Riguardo Lotta Continua movimento politico vi è ancora una questione in sospeso che fino a oggi non ha avuto soddisfacente risposta. Perché il quotidiano Lotta Continua veniva stampato da una tipografia gestita da americani? Perché il movimento estremista, comunista, movimentista ed extraparlamentare che era contro la borghesia, contro le multinazionali e contro l’America imperialista usava una tipografia «made in Usa»?
Cosa c’entrano gli americani con il foglio Lotta Continua? Cosa c’entra l’intelligence statunitense con il noto quotidiano dove professionalmente si sono formati molti brillanti giornalisti? La stessa domanda la posi ad Adriano Sofri quando andai a intervistarlo. Mi mandò a quel paese. Attendo ancora una risposta. La questione è nota a pochi. Per ricostruirla occorre andare in Camera di commercio e chiedere la stampa delle visure societarie. Quindi legare gli sterili dati camerali agli avvenimenti del periodo. L’intera vicenda si svolge a cavallo degli anni Settanta quando «i berlingueriani non avevano più nulla da offrire alla classe operaia», di conseguenza non rimaneva che volgere lo sguardo sempre più a sinistra. Oltre il Pci. Per diffondere l’ideologia estremista in contrasto con quella più moderata e «ufficiale» di Botteghe Oscure, a partire dal 1969 vennero costituiti alcuni fogli «di lotta».
Tra i tanti, alcuni ebbero fortuna, altri, chiusero dopo pochi numeri. Lotta Continua inizialmente uscì a cadenza quindicinale, poi divenne un quotidiano. I militanti appresero la notizia della trasformazione del loro foglio di riferimento in quotidiano nell’agosto del ’71 nel corso di un affollato convegno che si tenne a Bologna. Come promesso (direttore Adele Cambria) l’11 aprile ’72 uscì il numero uno di Lotta Continua quotidiano (registrazione del Tribunale di Roma 14.442 del 13 marzo ’72). Aggressivo il titolo d’apertura della prima pagina: «Così i padroni della Dc si preparano alla guerra civile contro i proletari». Una nota importante: bisogna sapere che quasi sempre la società che «produce» un quotidiano non è la stessa che fisicamente lo stampa. Una cosa è l’editore, i giornalisti che scrivono, altra lo stampatore. La redazione del quotidiano militante si trovava a Roma in via Dandolo al civico 10. Anche la stampa si faceva nello stesso edificio: incaricata era la società Art Press. Una società a responsabilità limitata con oggetto sociale «l'esercizio dell'attività tipografica ed editoriale». L'Art Press venne costituita a Roma il 1° dicembre ’71, pochi mesi dopo l’annuncio fatto durante il convegno di Bologna. A sorpresa nella compagine societaria troviamo degli americani. Amministratore della piccola stamperia risulta essere Robert Cunnigham junior, nato nello Stato dell’Ohio. Nella stessa strada vi era la Dapco che stampava Daily American, il giornale degli americani a Roma, ancora una volta, amministratore era un Cunningham. Alla fine del ’75 il quotidiano Lotta Continua si trasferì in via dei Magazzini Generali al civico 32/a (direttore Enrico Deaglio). Cambiò sede e cambiò stampatore: questa volta i fogli scorrevano tra i rulli della Tipografia «15 Giugno» con sede nella stessa via, ma all’attiguo civico 30. Tra i soci della nuova tipografia, con una quota minoritaria, vi era anche il solito Robert Cunningham junior (insieme, tra l’altro, a Marco Boato).
Non distante dalla Tipografia «15 Giugno» si trovava la società per azioni Rome Daily American che stampava in lingua inglese il quotidiano degli americani che vivevano in Italia. Per ribadire la liaison tra la via Dandolo e i legittimi interessi statunitensi, va segnalato che a partire dal dicembre 1982 allo stesso indirizzo dove si stampava Lotta Continua si insediò la società Am.P.Co. Srl, American Publishing Company, società a responsabilità limitata. E nuovamente troviamo Robert Cunnigham junior a ricoprire la carica di amministratore unico. Naturalmente avere ricoperto cariche societarie in società che stampavano il famoso quotidiano Lotta Continua non costituisce reato: ognuno è libero di spendere o investire soldi o tempo come meglio crede. Non mi meraviglia se uno o più membri della famiglia Cunningham abbiano amministrato o abbiano ricoperti altri incarichi in un’azienda che stampava il quotidiano Lotta Continua. Ciò che fa alzare il sopracciglio è la posizione della dirigenza, o di chi sapeva, in Lotta Continua. Come faceva il movimento extraparlamentare di sinistra a conciliare una politica apertamente anti-americana quando i soci della stamperia venivano da Oltreoceano.

Per più di trent’anni nessuno l’ha cercata. E non era lontana, abbandonata lì, nel parcheggio di Villa Borghese. Una Bmw grigio-oro, quella che ha portato Emanuela Orlandi lontano, via per sempre. Da quella automobile che da oltre un anno è a disposizione della polizia scientifica e di chi sta cercando di fare luce sul sequestro è saltato fuori un nome: quello del sequestratore.
Gli inquirenti ci sono arrivati attraverso un pista parallela a quella fornita dalla supertestimone Sabrina Mainardi e non è possibile sapere se quest’uomo sia ancora in vita. Il riserbo è massimo. Ma certamente dopo tanto tempo si è a un passo dalla verità. Mario, il telefonista non solo è stato individuato ma sarebbe già stato ascoltato dalla Procura. L’uomo che quel 23 giugno del 1983 fece salire la cittadina vaticana sulla Bmw sarebbe stato riconosciuto da almeno un testimone. Di chi si tratta? Di quell’automobile si sa solo che è appartenuta al faccendiere Flavio Carboni e che poi era stata intestata a diverse società. Ma per qualche tempo è esistita anche una seconda pista inseguita da uno 007 che aveva individuato nello steso De Pedis e Sabrina Mainardi i proprietari della vettura. A quasi due anni dalla riapertura delle indagini si può dire che la pista della «inattendibile» signora Mainardi ha portato i suoi frutti.
La famiglia Orlandi, è bene dirlo subito, non ha mai troppo creduto alla pista vicina alla Banda della Magliana. Eppure tutto coincide e tutte le dichiarazioni della Mainardi hanno trovato riscontro. C’era la Bmw, c’era il tunnel che attraversava mezza Roma e che veniva utilizzato dalla Banda, c’era lo stanzino segreto con bagno e brandina dove Emanuela sarebbe stata segregata per qualche tempo. Se si inseguono le testimonianze e si mettono insieme i pezzi, il giallo della scomparsa di Emanuela porta ad un unico filo che tiene insieme la banda criminale più potente di Roma, i segreti del Vaticano, il mistero della tomba di un pluriassassino come De Pedis ospitata nella cripta di una delle basiliche riservate a cardinali e papi e forse anche la scomparsa del banchiere Calvi.
Il rapimento di Emanuela non sarebbe legato ai Lupi Grigi o alla liberazione di Ali Agca, ma a una becera storia di sesso con ragazzine. Una storia finita male e che avrebbe avuto come protagonisti personaggi eccellenti. Sabrina Mainardi in questi anni durante i quali è stata ascoltata a più riprese non ha mai cambiato versione. Spiegava: «Ho dovuto mantenere il silenzio per trent’anni perché i boss mi avevano minacciato la figlia. Ma quando mia figlia si è trovata ad avere a che fare con la giustizia ho capito che era il tempo». Emanuela Orlandi, raccontava, lei l’aveva conosciuta. Anzi. Era stata lei stessa a portarla in Vaticano a bordo di una Bmw e lì l’aveva consegnata ad un uomo vestito in abiti talari. «Sembrava ubriaca. Rideva, piangeva... era in uno stato di alterazione». Così la donna di Renatino De Pedis ha raccontato il calvario di Emanuela. Secondo la Mainardi Emanuela sarebbe stata rapita su ordine di Monsignor Marcinkus. Segregata, drogata, infine uccisa o più probabilmente «morta per errore» e gettata poi come un sacco in una betoniera di una casa in costruzione a Torvajanica da uomini abituati a disfarsi di cadaveri. È forse per questo che poi De Pedis ebbe l’onore della sepoltura in una basilica?
Reticenze, silenzi, depistaggi. Anche Vincenzo Parisi, all’epoca numero due del Sisde, in un rapporto sul caso Orlandi lamentava l’ostilità degli alti prelati. Resta sempre in piedi la curiosa vicenda di Raul Bonarelli, numero due della sicurezza vaticana, unico indagato per depistaggio ma mai interrogato. Bonarelli, convocato in Procura, avrebbe avuto ordini di non rivelare quanto accadde in Vaticano dopo la scomparsa di Emanuela.
In un’intercettazione telefonica presa alle 19.53 del 12 ottobre 1983. Raoul Bonarelli parla con un interlocutore che chiama «Capo».
Capo: «Pronto!..».
Bonarelli: «Dica...».
Capo: «Che sai di Orlandi? Niente!...Noi non sappiamo niente!...Sappiamo dai giornali, dalle notizie che sono state portate fuori!...Del fatto che è venuto fuori di competenza...dell’ordine italiano».
Bonarelli: «Ah, cosa devo dire?».
Capo: «Ebbè, eh... Che ne sappiamo noi? Se tu dici: “Io non ho mai indagato”...Non dirlo che è andato alla Segreteria di Stato».
Bonarelli: «No, no... Noi io all’interno non devo dire niente. Niente». Capo: «All’esterno però... che è stata la magistratura vaticana...se ne interessa la magistratura vaticana...tra di loro questo qua...Niente dici, quello che sai te niente!».
Bonarelli: «Cioè se mi dicono però se sono dipendente vaticano, che mansioni svolgo, non lo so, mi dovranno identificare, lo sapranno chi sono...».
Capo: «Eh, sapranno, perchè che fai, fai servizio e turni e sicurezza della Città del Vaticano, tutto qua». Bonarelli: «Eh va bene, allora domani mattina vado a fare questa testimonianza, poi vengo, vero?».
Capo: «Poi vieni».
Dunque sul caso Orlandi il Vaticano aveva istruito un’inchiesta riservata il cui esito è stato consegnato alla Segreteria di Stato e la Vigilanza vaticana ha sempre taciuto agli investigatori italiani.
Del ‘93 è l’incredibile intervista rilasciata dal cardinale Silvio Oddi al quotidiano «Il Tempo». «Emanuela Orlandi - disse il cardinale - non venne sequestrata all’uscita dalla scuola di musica ma quella sera tornò a casa a bordo di un’automobile di lusso sulla quale ripartì. L’ignoto accompagnatore attese la ragazza alla Porta di Sant’Anna probabilmente (dice Oddi) per non farsi vedere dalle guardie svizzere che avrebbero potuto riconoscerlo».

Anna Tarquini Unità 21.11.2009
A proposito dello schieramento antiberlusconiano
C'è una evidente accelerazione della crisi politica che investe la persona e il governo Berlusconi. Tutti con il fiato sospeso, da una parte e dall'altra. Il cosidetto partito delle libertà sta verificando la tenuta interna della coalizione, che viene scossa da questioni di politica economica e dalla eventualità di una o più condanne in giudizio del leader. Si cerca di fare buon viso a cattivo gioco e di mostrare che il dibattito è normale dialettica interna e che Berlusconi ha ragione da vendere nella difesa delle sue vicende personali. Ma ormai la partita a poker rischia di far saltare il banco. La sfida principale, dopo il lodo Alfano, è la proposta Ghedini sui tempi certi dei processi, una trovata per rimettere il discussione i tempi dei processi a Berlusconi. La sfida è da considerarsi però troppo alta e rischia di rendere impossibili ulteriori rilanci. Come dire, siamo alla frutta.
Certo, c'è da mettere in conto che l'attuale maggioranza non ha pudori politici nelle sue scelte. Il carattere fascistoide e razzista di questo governo è evidente e non possiamo dire che siamo in una situazione di normalità. Però le circostanze non permettono di arrivare alle leggi eccezionali, le uniche che potrebbero stabilizzare una maggioranza come questa aprendo un capitolo nuovo della storia d'Italia. Lo schieramento che si opporrebbe a scelte del genere è troppo ampio e anche trasversale. Anche Berlusconi ne è consapevole e quindi bluffa e poi gioca a fare il costituzionalista. Quindi è probabile,di fronte ad un aumento delle contraddizioni, che si vada alla crisi del governo e a nuove elezion, di cui già parlano noti esponenti di maggioranza .
Rinasce così la speranza del fronte antiberlusconiano, su cui però ci corre l'obbligo di fare alcune considerazioni. Intanto dobbiamo dire: "abbiamo già dato". Ci riferiamo al governo Prodi che a suo tempo incarnò il fronte che aspirava a liquidare il governo della destra. Come risultato concreto abbiamo avuto una politica economica alla Quintino Sella, il raddoppio di Aviano e la guerra in Afghanistan.
Oggi il fronte antiberlusconiano si presenta in una veste ancora peggiore. Il perno della vicenda è Casini e un Bersani pronto a tutti i compromessi centristi pur di rompere l’assedio.
Sul palcoscenico si muovono anche altri personaggi, da Di Pietro alla costituenda sinistra di alternativa, ma il manico della vicenda è in ben altre mani. Per riaprire i giochi ci vorrebbe un moto popolare come nel luglio ’60 che faccia capire che il gioco dell’alternativa può prevedere altri scenari. Ma non ci sembra che la discussione su questo si sia aperta. Se Bersani gioca al ribasso, la sinistra sta ancora peggio. E intanto assistiamo a forme di repressione che stanno assumendo un carattere sudamericano.
Erregi Aginform 17 novembre 2009
BASI USA IN ITALIA
Manlio Dinucci ilmanifesto 19 novembre 2009
La Regione Toscana e i comuni di Pisa e Livorno hanno dato il via, con un accordo di programma e 108 milioni di euro, al riassetto delle vie navigabili interne per «ottimizzare gli interscambi tra i siti logistici della Toscana». Davvero ottima iniziativa. Solo che tra i siti logistici maggiormente interessati c’è la base Usa di Camp Darby, che chiede l’ampliamento del Canale dei Navicelli che la collega al porto di Livorno. Il sindaco di Pisa Marco Filippeschi (Pd) ha chiesto al comando Usa una compartecipazione ai lavori «anche in vista di importanti prospettive dello stesso Camp Darby». Il comando ha «interesse ad allargare la darsena della base militare» così da manovrare due chiatte in contemporanea.
Soddisfatto, il sindaco conferma che «gli americani ritengono questo insediamento molto importante e vogliono continuare a investirci» e che, per tale progetto, c’è «disponibilità sia da parte del Parco che della Regione». Dimentica però lo «smemorato» sindaco del Pd che lo stesso Consiglio comunale di Pisa ha approvato, il 18 gennaio 2007, una mozione per «la dismissione e la riconversione a usi esclusivamente civili di Camp Darby».
La base, che rifornisce le forze terrestri e aeree nell’area mediterranea, africana e mediorientale, sta assumendo crescente importanza nel quadro del potenziamento delle basi Usa in Italia. Ha quindi necessità di velocizzare i collegamenti con il porto di Livorno e accrescere la capienza. Ciò può essere fatto creando, attraverso l’interporto livornese di Guasticce, un indotto che serva al transito e allo stoccaggio di materiali logistici, come gli «aiuti umanitari» della Usaid di cui la base costituisce il maggiore centro in Europa. In tal modo si può liberare, nella base, spazio per il deposito di altri armamenti.
Camp Darby intende quindi irradiarsi nel territorio e, a tal fine, è validamente aiutata dal sindaco Filippeschi che, mentre gioisce per le «importanti prospettive» della base Usa da cui partono le armi per le guerre, promuove un mese di iniziative sul tema «Pisa città per la pace e i diritti umani».

Gli aiuti umanitari USA pronti a partire dal cortile della regione più 'dirittoumanitaria' d'Italia.
RipensareMarx 20 novembre 2009
I mendicanti mendicano, i ladri rubano, le puttane puttaneggiano
(B. Brecht, L’opera da tre soldi)
…E i traditori tradiscono. Apprendiamo con estrema soddisfazione la notizia secondo la quale Massimo D’Alema – detto anche baffino di ferro, colui che da Premier fu in grado di trasformare palazzo Chigi nell’unica Merchant bank dove non si parlava inglese (Guido Rossi) ma si facevano ugualmente gli interessi della finanza anglo-americana; il Condottiero fiero che portava all’arrembaggio fantomatici capitani coraggiosi, col compito di scalare le grandi imprese pubbliche, senza il becco di un quattrino; l’amico intimo dei più scaltri e rampanti banchieri (in Puglia ancora si piange per la Banca 121) che rubavano ai poveri per dare ai ricchi; il più filoamericano dei socialisti ex piccìsti di casa nostra, l’uomo che nel ’99, sempre da Primo Ministro, riuscì a far passare l’aggressione alla Serbia (Cossiga ha più volte dichiarato, senza mai essere smentito, di aver affossato Prodi e di aver favorito l’ascesa di Spezzaferro perché agli americani serviva una specie di “fido” che facesse un lavoretto pulito senza scatenare l’opinione pubblica pacifinta e di sinistra), giustificandosi nella neolingua tipica dei servitori sciocchi dell’impero, come una difesa integrata per ragioni umanitarie; il gran visir di “Sicofantia” che sorrideva e salutava i suoi padroni in visita nella “Provincia” con welcome e bye bye a profusione (altro che politica del cucù di Berlusconi)- non sarà il candidato alla carica di Mr. Pesc del PSE.
Al suo posto i socialisti europei propongono l’inglese Catherine Ashton. Si tratta di una forma di risarcimento alla Gran Bretagna dopo che lo stesso PSE aveva escluso Tony Blair dalla corsa per la presidenza stabile dell’UE. Certo, la motivazione con la quale i socialisti europei hanno fatto fuori D’Alema è ancor più pretestuosa delle ragioni che avevano invogliato Berlusconi & C. a proporlo nel ruolo di “Ministro degli esteri” di Eurolandia.
Il re di Gallipoli non sarebbe presentabile, secondo il capogruppo dei socialdemocratici al parlamento europeo, Martin Schulz, poiché designato da una compagine politica non socialista. Stendo un velo pietoso su questa motivazione per quanto a noi vada benissimo così. Tuttavia non posso esimermi dal fare un altro appunto. Il fatto che i socialisti lascino una carica così importante alla Gran Bretagna, l’unico paese membro che sta solo con un piede in Europa e con entrambe le chiappe ben piazzate nella sua ex-colonia, la dice lunga sulla lungimiranza e sull’autonomia che vestirà la politica estera dell’Unione. Ancora una volta i sinistri, in tutto il continente, si rivelano il ponte levatoio abbassato dal quale passano tutti i nemici dei popoli europei.
È bastato che in un’intervista il neosegretario del Partito Democratico, Luigi Bersani, indicasse come sua priorità il lavoro, che immediatamente Walter Veltroni lo ammonisse a non tornare indietro, cioè a non farsi venire tentazioni di tipo socialista.
La cosa può far sorridere, se si pensa che Bersani si è sempre distinto come alfiere delle privatizzazioni, in questo secondo soltanto al principe della sedicente “libera concorrenza”, cioè Giuliano Amato. Bersani è un uomo della Lega delle Cooperative, che, anche grazie a lui, gestisce gli appalti pubblici del Centro-Nord Italia, insieme con la Compagnia delle Opere di Comunione e Liberazione. Bersani ha sempre spinto per la cessione in mani private di una serie di servizi pubblici, perciò da ministro, sin dal 1999, ha cercato di smembrare l’Enel e di limitarne il monopolio, favorendo i privati o le municipalizzate delle città del Centro-Nord. Avrebbe volentieri proseguito su questa strada, se la caduta dell’ultimo governo Prodi non lo avesse bloccato.
In realtà Bersani non pensa ad una politica socialista, ma ad una politica che vada a favore di quella piccola e media impresa organizzata di cui è emissario, perciò deve prendere in considerazione quelle misure che consentano un rilancio del mercato interno; non ultima la possibilità di abolire la Legge 30, conosciuta dai media come Legge Biagi (non perché l’economista ucciso dalle presunte BR l’abbia davvero ideata e stilata, ma solo perché la sua icona di vittima del terrorismo è servita a rendere intoccabile la legge). La Legge 30 ha sortito in questi anni i risultati prevedibili: non solo ha scoraggiato le produzioni ad alta tecnologia, favorendo le attività di commercializzazione di prodotti esteri, ma ha soprattutto depresso il mercato dei beni durevoli, poiché i precari non possono permettersi di comprare case, e neppure automobili, elettrodomestici e mobilio. Verso la fine del 2006 sembrò che il governo Prodi fosse deciso a modificare la Legge 30, e persino la Confindustria sembrava pronta a lasciar fare, salvo riservarsi la sua solita propaganda vittimistica, utile ad estorcere al governo altri favori.
In quell’occasione a fermare la revisione della Legge 30 fu però l’alt di Walter Veltroni, ancora sindaco di Roma, ma già segretario in pectore del costituendo Partito Democratico, molto prima che la sceneggiata delle elezioni primarie lo sancisse ufficialmente.
Veltroni prese le difese della Legge 30, ed arrivò ad intitolare a Marco Biagi una strada della Capitale. In quei mesi Veltroni era tutto impegnato nella sua campagna per liquidare il socialismo, con una profondità di argomentazioni che lascia ancora ammirati. Secondo Veltroni, infatti, il socialismo appartiene al ‘900, e dato che siamo negli anni 2000, non si può più essere socialisti. Evidentemente nessuno ha ancora avvisato Veltroni che il liberalismo, come ideologia, è nato nel ‘600, mentre il liberismo nel ‘700, perciò il socialismo può ritenersi molto più fresco.
Ma le stupidaggini di Veltroni non sono altro che la traduzione in “storichese” dei consueti slogan del Fondo Monetario Internazionale, che impongono immancabilmente l’abbassamento del costo del lavoro e la compressione dei consumi interni. Sin dal 1946, anno della sua costituzione, il FMI ha una sola convinzione: che tutti i Paesi vivano al di sopra dei loro mezzi, non conta quanto siano affamati, perciò devono essere disposti a far sacrifici e lavorare sodo. Insomma, il FMI vuole che tutti i Paesi siano poveri, altrimenti le multinazionali non possono entrarvi a fare il proprio comodo. La filosofia colonialistica del FMI ritiene che la povertà costituisca il principe dei business, perché, da che mondo è mondo, depredare i poveri risulta molto più agevole che depredare i ricchi. Dunque la Legge 30 mirava alla pauperizzazione, ed ha raggiunto lo scopo.
In base a questi criteri, Bersani può essere considerato un pericoloso socialista, e non perché sia tale, ma solo perché è legato ad imprese che ricaverebbero un vantaggio da un rilancio della domanda interna. Veltroni non ha di questi legami, poiché è, a tutti gli effetti, un uomo del FMI e delle multinazionali. Uno sradicato come lui era riuscito ugualmente ad impadronirsi del Partito Democratico, perché ha potuto galleggiare sull’onda dei media, che sono tutti controllati dalle multinazionali.
Ad esempio, negli anni ’90 nessun giornale italiano prese posizione contro lo smembramento della Jugoslavia, che pure costituiva uno dei principali mercati dei prodotti italiani. Sui giornali e nelle televisioni erano solo gli interessi delle multinazionali anglo-americane e tedesche a fare opinione, e chi si opponeva era considerato comunista, anche se il suo unico intento era di vendere in Jugoslavia i propri prodotti.
Da quale tema sono occupati oggi i media? Dall’emergenza criminalità al Sud, che, non a caso, Veltroni considera la “prima emergenza nazionale”, altro che lavoro. Veltroni pensa in realtà all’emergenza delle multinazionali, poiché sono queste a volersi impadronire - attraverso la loro longa manus delle Organizzazioni Non Governative - di una serie di servizi pubblici e di beni culturali al Sud, ufficialmente per sottrarli alla criminalità organizzata, quindi “a fin di bene”. Che poi la criminalità organizzata sia più presente proprio laddove risulta maggiore la concentrazione di insediamenti militari statunitensi, costituisce per i media un dettaglio insignificante, anzi irriferibile.
La maggiore potenza comunicativa del colonialismo rispetto alle normali forme di corruzione legate al territorio - come appunto quella della banda Bersani -, non è dovuta ad una semplice superiorità quantitativa, cioè ad una maggiore disponibilità di mezzi di comunicazione, ma è l’effetto di un vero e proprio salto di qualità nella comunicazione. Tutti fanno propaganda e ognuno tira l’acqua al proprio mulino, ma le potenze coloniali non agiscono in termini di semplice propaganda, bensì di guerra psicologica, in termine tecnico: psywar. L’esistenza della psico-guerra non costituisce un segreto di Stato e neppure un segreto militare, ma solo un segreto giornalistico, nel senso che i media, pur avendo a disposizione sull’argomento una massa di informazioni, anche di carattere ufficiale, si guardano bene dal parlarne; altrimenti non si potrebbe più far passare da paranoici quelli che dubitano delle versioni ufficiali.
Il falso documento visivo costituisce, ad esempio, un espediente che è stato inventato dalle agenzie di guerra psicologica; uno strumento che riesce a spiazzare completamente le normali tecniche comunicative, drammatizzando a dismisura il messaggio. Quest’anno cade l’anniversario della caduta del Muro di Berlino, e le televisioni stanno riproponendo uno di quei falsi “classici” della psywar, cioè il famoso filmato dei presunti cittadini berlinesi che si gettano dalla finestra per oltrepassare il confine di Berlino Est.
Un altro vantaggio della psywar coloniale rispetto alla normale propaganda consiste nell’uso di tecniche tipiche delle forze di occupazione, come il reclutamento di competenze sul campo. Tutto ciò può essere realizzato a costi bassissimi, poiché non sempre - anzi, quasi mai - si tratta di agenti regolarmente pagati, ma di volontari sfruttati per mezzo delle loro aspettative di carriera e di inserimento ad alti livelli. I due video circolati in questi ultimi tempi su omicidi commessi a Napoli tra l’indifferenza dei passanti, smascherano la loro natura di falsi proprio per la strana omogeneità di stile e di temi che presentano; ma è anche probabile che il regista, o i registi, che li hanno confezionati abbiano lavorato gratis o quasi, solo per la speranza di potersi inserire in un grosso giro.
Lo stesso vale per i disturbatori della comunicazione antagonista su internet, che intasano i forum prendendo a bersaglio i detrattori delle versioni ufficiali, da quella sull’11 settembre a quella sulla funzione delle banche centrali. Anche in questo caso non bisogna pensare all’agente della CIA, regolarmente stipendiato, che svolge la sua routine di provocatore; al contrario si tratta di volontari o di precari della provocazione in ambito psywar, che lavorano ed esercitano creativamente le loro competenze comunicative, inventano slogan, adottano sigle e nomi diversi che gli consentono di creare l’illusione di un vero e proprio contradditorio; ma tutto questo senza percepire veri compensi, bensì soltanto per mettersi in evidenza di fronte ai propri committenti, e nella speranza di poter accedere ad un vero rapporto di lavoro.
È la stessa cosa che avviene quando si inducono ragazze desiderose di entrare nel mondo dello spettacolo a sottoporsi gratuitamente a provini, che, in quanto tali, non sono compensati, ma poi vengono ugualmente utilizzati e venduti come materiale da trasmettere e diffondere.
Una delle esponenti più in vista della psywar è oggi Milena Gabanelli, in prima linea nell’aprire la strada al business delle ONG anglo-americane nel Sud d’Italia, da lei presentato come un territorio in avanzato stato di degenerazione materiale e morale, quindi da “salvare”. Ebbene, la Gabanelli è a tutt’oggi una precaria, poiché questo significa realmente la espressione “free lance”, cioè una lavoratrice senza contratto stabile, usa e getta.
La psywar coloniale quindi non ha bisogno di comprare e pagare, ma sfrutta le aspettative e le speranze dei tanti che aspirano a vendersi.
Comidad 12.11.2009



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